Dark Mountain


San Pellegrino (Gualdo Tadino)


San Pellegrino (Gualdo Tadino)


Le nevi del Chilimangiaro (film)


San Pellegrino (Gualdo Tadino)


Alessandro Melani


Dimitrije Davidović


Heike Drechsler

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Heike Drechsler

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Heike Gabriela Drechsler, nata Daute (Gera, 16 dicembre 1964), è un'ex lunghista e velocista tedesca, campionessa olimpica di salto in lungo ai Giochi di Barcellona 1992 e di Sydney 2000.

Detiene il record mondiale indoor del salto in lungo con la misura di 7,37 m e ha detenuto i record mondiali outdoor del lungo e dei 200 metri piani outdoor e indoor.

Biografia

Soprannominata la figlia del vento (in analogia al soprannome il figlio del vento attribuito a Carl Lewis, eccellente anch'egli nelle specialità dello sprint e del salto in lungo), è l'unica donna ad aver vinto due medaglie d'oro olimpiche nel salto in lungo; a queste ha aggiunto due titoli mondiali, sempre nel lungo, e due Mondiali indoor (200 m piani e lungo).

Nel 1986 la Drechsler eguagliò due volte il record mondiale di Marita Koch nei 200 m piani, mentre fra il 1985 e il 1986 migliorò due volte il record nel lungo e ne eguagliò uno. Ha saltato in gara più di 400 volte oltre i 7 metri, come nessun'altra atleta ha mai fatto finora. In carriera ha vinto 4 ori europei nel lungo (1986, 1990, 1994, 1998) ed uno nei 200 metri (1986), oltre ad un argento nei 200 metri (1990). Tra il 22 settembre 1985 e l'11 giugno 1988 è stata detentrice del record mondiale del salto in lungo.

Da adolescente era attiva politicamente nella Freie Deutsche Jugend (FDJ) e nel 1984 fu eletta alla Volkskammer della Germania Est.

Dama dell

Nel 1999 fu tra le finaliste del premio IAAF di "atleta donna del secolo", attribuito poi a Fanny Blankers-Koen.

Record nazionali

Bandiera olimpica

Palmarès

Altre competizioni internazionali

Premi e riconoscimenti

Onorificenze

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Qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2026

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Qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2026

Le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2026 determineranno 45 delle 48 squadre partecipanti al torneo, cui si aggiungono il Canada, il Messico e gli Stati Uniti come nazioni ospitanti.

Squadre qualificate

     Squadre qualificate

     Squadre in corsa per qualificarsi

     Squadre non qualificate

     Squadre ritirate o sospese

     Non membro FIFA

AFC

Il 1º agosto 2022, l'Asian Football Confederation ha approvato il nuovo format di qualificazione per le nazionali asiatiche per gli otto posti diretti e chi accederà agli spareggi intercontinentali assegnati dalla FIFA in seguito all'espansione del campionato mondiale a 48 squadre[1]:

CAF

Il 19 maggio 2023 la Confédération Africaine de Football ha annunciato un nuovo formato di qualificazione per le nazionali africane.[2][3] Le 54 squadre sono state sorteggiate in nove gironi da sei squadre. La vincitrice di ogni girone si qualificherà per la fase finale, mentre le migliori quattro seconde classificate parteciperanno a uno spareggio per determinare quale squadra avanzerà agli spareggi intercontinentali.[4]

CONCACAF

Canada, Messico e Stati Uniti sono qualificati automaticamente come nazioni ospitanti. Il 28 febbraio 2023 la CONCACAF ha annunciato il formato di qualificazione per la qualificazione ai Mondiali 2026.[5]

CONMEBOL

Come avviene dalle qualificazioni a Francia 1998, le 10 squadre affiliate alla confederazione sudamericana CONMEBOL si sfideranno in un girone unico con gare di andata e ritorno. Le prime sei squadre si qualificheranno per la fase finale del campionato mondiale mentre la settima classificata accederà agli spareggi intercontinentali.[6]

OFC

Con l'allargamento della rassegna iridata a 48 squadre anche l'OFC avrà un posto assicurato. Le quattro squadre con il ranking più basso (Tonga, Samoa, Isole Cook, Samoa Americane) giocheranno una serie di partite a eliminazione diretta a settembre 2024 nel primo dei tre turni di qualificazione. La squadra vincitrice si unirà alle sette squadre con il ranking più alto in due gironi da quattro squadre nel secondo turno con le prime due squadre classificate che giocheranno un turno a eliminazione diretta di tre partite nel marzo 2025, con la vincitrice che si qualificherà per la fase finale e la seconda classificata che andrà agli spareggi intercontinentali.

UEFA

Il 25 gennaio 2023 la UEFA ha rivelato il nuovo formato di qualificazione delle nazionali europee. Le fasi preliminari saranno ridotte a gironi formati da quattro o cinque squadre (rispetto alle cinque o sei attuali) con l’obiettivo di rendere la competizione meno prevedibile e più dinamica. Il nuovo format prevede la suddivisione delle 55 nazionali in 12 raggruppamenti, ma a causa dell'invasione russa dell'Ucraina del 2022, la Russia rimane sospesa dall'UEFA. Le vincitrici di ogni girone di qualificazioni accederanno alla fase finale, mentre le seconde classificate e le quattro squadre col miglior ranking nella Nations League parteciperanno agli spareggi.[7]

Interzona

Gli spareggi intercontinentali consistono in un torneo playoff che coinvolgerà sei nazionali per decidere gli ultimi due posti per il torneo iridato: essi consistono in una squadra per confederazione, ad eccezione della UEFA, e una squadra aggiuntiva dalla confederazione dei paesi ospitanti (CONCACAF).

Due delle squadre saranno teste di serie in base al Ranking FIFA e sfideranno le vincitrici delle prime due partite a eliminazione diretta che coinvolgono le quattro squadre non teste di serie.

Il torneo verrà disputato nei paesi ospitanti e sarà utilizzato come evento di prova per il torneo iridato.

Note

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Attilio Mussino

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Attilio Mussino

Attilio Mussino (Torino, 25 gennaio 1878Vernante, 16 luglio 1954) è stato un illustratore, fumettista e pittore italiano.

Biografia

Attilio Mussino, figlio di Ferdinando Mussino e di Filomena Caratti, si formò all'Accademia Albertina di Torino, dove ebbe come maestri Andrea Tavernier, Giacomo Grosso, Celestino Gilardi.[1]

Già da studente collaborò con alcuni quotidiani e con giornali satirici come La Luna, Il Fischietto, Il Pasquino.

Fu collaboratore del Corriere dei piccoli a partire dal primo numero, pubblicato nel dicembre del 1908, fino al 1954 (anno della sua morte); creò tra l'altro il personaggio Bilbolbul.[2]

Disegnò inoltre la serie di cartoline Formicola e Perticone allegate alla rivista nazionale Buon Senso e Tricolore e collaborò al settimanale illustrato Il Balilla disegnando il personaggio il Balilla Schizzo fra il 1925 e il 1931.[3]

Illustrò molti libri per ragazzi per Paravia, Speirani, Lattes[1]; fra di essi figurarono vari racconti scritti da sua moglie Eugenia Giordani, educatrice, scrittrice ed insegnante; Le orecchie di Meo, scritto da Giovanni Bertinetti; Tom Sawyer poliziotto di Mark Twain e Storia di uno schiaccianoci di Alexandre Dumas padre.[4]

Il suo lavoro più celebre, tuttavia, è rappresentato dalle illustrazioni de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, pubblicato nell'edizione del 1911 della R. Bemporad e figlio.[1][5]

Sempre pubblicato da R.Bemporad & Figlio, nel 1909 (Prima Edizione e successive quattro, sino al 1924), Mussino illustrò anche Le Avventure di Fiammiferino, di Luigi Barzini Sr., unico libro per ragazzi del famoso autore.

Mussino vi lavorò per tre anni circa (dal 1908 al 1911); presentò poi la sua opera all'Esposizione internazionale di Torino (1911), ottenendo, per le sue tavole illustrate, il diploma d’onore e la medaglia d'oro.[1]

Grazie ai disegni di Attilio (come l’artista usava firmarsi), la figura di Pinocchio ebbe nuova vita e, per la prima volta, colore (le illustrazioni di Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri, precedenti alle mussiniane, erano in bianco e nero).

Attilio Mussino riuscì a portare il burattino di Carlo Collodi dentro la grande illustrazione europea del Novecento; la sua edizione de Le avventure di Pinocchio è stata la più ristampata e venduta in assoluto e, per molti versi, probabilmente, resterà ineguagliata.[5]

Su Mussino e le sue illustrazioni per il Pinocchio di Bemporad, Antonio Faeti scrive:[6]

«[…] Mussino colloca Pinocchio in un mondo burlesco, assai vicino al territorio degli affiches degli inizi del secolo... Il libro è pieno di signorotti grassocci in tube verdi e rosse, mentre Mangiafoco sembra un baritono, nell’enfasi di un roboante a solo e l'Omino di burro, conduttore del carro che porta al Paese dei balocchi è clamorosamente pasciuto e rubizzo come i sacerdoti ladroni di Ratalanga. Il clima generale allude a quello del 'Cavallino bianco' o dello 'Zingaro barone' tanto che la Fatina è quasi in costume bavarese...»

Attilio Mussino fu soldato durante la Grande Guerra. Dal fronte riportò vari disegni e schizzi dei luoghi ove era stato inviato.[4]

Dopo la morte al fronte di Giorgio Mussino, unico figlio di Attilio, durante la seconda guerra mondiale, e dopo la dipartita della moglie Eugenia Giordani, avvenuta poco dopo, Mussino si trasferì a Vernante, paese in provincia di Cuneo che già tempo addietro aveva frequentato, con la collaboratrice di casa Margherita Martini, vernantina, che divenne sua seconda moglie.

Margherita spinse Attilio a tornare a dipingere. Ebbe successo: non solo Mussino riprese in mano i pennelli, ma, addirittura, lo studio dell’artista, sito nella strada principale di Vernante (precisamente, in Via Umberto I nº 85), diventò scuola gratuita per tutti coloro che desideravano apprendere l'arte del disegno e della pittura.[1]

Mussino scrisse le sue memorie immaginando che fosse il famoso burattino a narrarle; intitolò il suo scritto Pinocchio al microfono, che inoltre illustrò.Tali memorie sono state pubblicate postume nel 1989.[7]

Nel 1954 Ernesto Caballo, giornalista televisivo, intervistò a Vernante Mussino, chiamandolo "lo zio di Pinocchio". Tal soprannome a lui affibbiato permane tutt'oggi.[7]

Nello stesso anno si stampò un francobollo dedicato a Pinocchio da un bozzetto di Attilio da lui realizzato appositamente. Mussino non vedrà mai quella sua piccola opera in commercio: morì, difatti, due mesi prima della messa in circolazione del francobollo.[7]

Riconoscimenti

Musei e monumenti

Nel 2005 è stato inaugurato, nei pressi della chiesa parrocchiale di Vernante, il Museo Attilio Mussino. Il museo si propone di conservare e divulgare il lavoro dell'artista e di presentare ai visitatori opere lasciate in dono alla Pro Loco dalla seconda moglie dell'illustratore, Margherita Martini. Nel museo sono presenti numerose tavole, dipinti, bozzetti, libri e riviste illustrate da Mussino; vi si possono inoltre ammirare l'edizione illustrata del 1911 della fiaba di Collodi, il libro con le pagine animate uscito nel 1942 e le 33 tavole illustrate dell'ultima edizione pubblicata su Il Giornalino nel 1952.[8]

Dedicati a Mussino sono inoltre i murales dipinti da Bruno Carletto detto “Carlet” e da Bartolomeo Cavallera, detto “Meo” sulle facciate delle case di Vernante. Tali murales si ispirano alle tavole realizzate da Mussino per l’edizione del 1911 de Le avventure di Pinocchio.

Nel 1978, nel centenario della nascita di Attilio Mussino, gli sono stati intitolati i giardini pubblici di Vernante. Al loro interno si può ammirare il monumento dedicato all'illustratore, realizzato, nello stesso anno, dal vernantese Pietro Dalmasso.

Nel 1989 sono state dedicate all’artista le Scuole Elementari di Vernante.

Nel cimitero del paese cuneese, sulla tomba di Mussino e della sua seconda moglie, Margherita Martini, si trova tutt'oggi un bassorilievo raffigurante Pinocchio che piange la morte del suo zio.[1]

Mostre

La prima mostra di quadri e disegni di Mussino venne organizzata nel paese di adozione dell’artista, Vernante, nel 1959.

La seconda mostra si svolse sempre a Vernante: fu incentrata sui quadri inediti di Mussino, dipinti nell'ultimo periodo della sua vita. In essi, presenti oggi nel Museo Attilio Mussino, si possono notare elementi tipicamente vernantini, quali Fontana Bleu, la Tourousela, il santuario della Madonna della Valle, la cappella di San Giovanni, la Valle Grande.

Nel 1980, presso la Libreria Stampatori di Torino, fu allestita, dalla Fondazione A. Colonnetti, una mostra dedicata al Mussino illustratore di libri scolastici, intitolata "Un anno di scuola con Attilio Mussino". La mostra venne riproposta l’anno successivo alla Biblioteca "De Amicis" del Centro Studi Letteratura Giovanile di Genova.[1]

Nel 2000, nei locali della Provincia di Cuneo, fu allestita una mostra su Pinocchio, ove furono presenti le illustrazioni dell’artista torinese.

Nel 2008 alcuni disegni di Mussino sono stati esposti a Piazza al Serchio, in provincia di Lucca, in occasione del Convegno Nazionale “Carlo Collodi: letteratura, simboli, tradizioni popolari”.

Fra il 21 gennaio e il 17 maggio 2009, alla Rotonda di Via Besana a Milano, è stata allestita una mostra sul Corriere dei Piccoli, ove sono stati esposti numerosi disegni di Attilio Mussino (riportati anche su catalogo).[8]

Al Borgo Medievale di Torino si è tenuta, dal 26 settembre 2015 al 14 febbraio 2016, la mostra "Carissimo Pinocchio", con un percorso dedicato ad Attilio Mussino.[9]

Note

Bibliografia

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Levobunololo

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Levobunololo

ratto 700 mg/kg

Il levobunololo è un composto chimico di formula

H 25 NO 3
{\displaystyle {\ce {C17H25NO3}}}
{\displaystyle {\ce {C17H25NO3}}} {\displaystyle {\ce {C17H25NO3}}} che in condizioni normali si presenta in forma solida.[1]

Struttura e caratteristiche fisiche

Il levobunololo è un levoisomero del bunololo. Si tratta di un chetone ciclico, in particolare di un derivato del 3,4-diidronaftalen-1-one dove in posizione 5 è presente un gruppo 3-(tert-butilamino)-2-idrossipropoilico (enantiomero-S). Il composto viene anche classificato come propanolammina ed etere aromatico. Il composto presenta le seguenti caratteristiche:[2]

Reattività e caratteristiche chimiche

Si tratta dell'acido coniugato dello ione levobunololo1+.[2] Sono disponibili due spettri analitici del composto:

Sintesi

Viene prodotta a partire dallo ioduro di 1,2,3,4-tetraidronaftalene.[2]

Farmacologia e tossicologia

Viene per o più utilizzato sotto forma di sale di cloruro.[2]

Farmacocinetica

Il farmaco viene somministrato per instillazione di soluzioni oftalmiche allo 0,25% o allo 0,5%. Il dosaggio deve essere personalizzato a seconda delle esigenze dell'individuo e della risposta terapeutica. Nell'adulto si instilla abitualmente una goccia di soluzione 1-2 volte al giorno. Il farmaco è assorbito rapidamente e completamente dopo somministrazione. Anche se somministrato a livello topico può dare effetti sistemici.[5]

Nell'adulto sano un picco di concentrazione plasmatica di circa 16 ng/ml si ottiene entro 1-3 ore dalla somministrazione e l'emivita di eliminazione del farmaco risulta di 5-6 ore dopo somministrazione. L'effetto β-bloccante inizia entro 4-8 ore e persiste per almeno 24 ore. Nell'animale di laboratorio il farmaco viene rapidamente distribuito nei tessuti e nei fluidi oculari (cornea, iride, corpo ciliare ed umore acqueo). Il volume di distribuzione è di 5,5 l/kg mentre la clearance plasmatica è di 11 ml/min/kg.[5]

Il levobunololo cloridrato è metabolizzato prevalentemente nel fegato. Il metabolita principale è il diidrolevobunololo che possiede attività b-bloccante. Il levobunololo ed i suoi metaboliti vengono coniugati con acido glucuronico e solfati e vengono escreti principalmente nelle urine.[5]

Farmacodinamica

Il composto agisce con la stessa potenza sui recettori adrenergici β1 e β2.[5] Il levobunololo riduce la formazione di umor acqueo, forse impedendo l'aumento catecolamino-mdiato di AMPc nei processi ciliari (da cui deriverebbe la produzione di umore acqueo).[6]

Effetti del composto e usi clinici

Si tratta di un betabloccante non cardioselettivo utilizzato per ridurre la pressione intraoculare e può essere utilizzato in pazienti con glaucoma cronico ad angolo aperto.[6] Nei pazienti con glaucoma ad angolo chiuso si consiglia di somministrare il levobunololo in associazione con farmaci miotici. Non ha effetti sulla dimensione della pupilla.[5]

privo di attività sia intrinseca che stabilizzante.

La riduzione della pressione endooculare si ottiene entro 1 ora dall'applicazione topica di una soluzione di levobunololo cloridrato allo 0,5%, diventa massima entro 2-6 ore e può protrarsi per 24 ore. Nei pazienti con glaucoma ad angolo aperto o ipertensione oculare la riduzione massima della pressione endooculare si ottiene dopo 2-3 settimane di trattamento topico.[6]

Controindicazioni ed effetti collaterali

Il farmaco è controindicato in caso di: ipersensibilità, shock cardiogeno, insufficienza cardiaca manifesta, asma, broncopatie ostruttive croniche ed acute, blocco atrioventricolare superiore al 1º grado e bradicardia sinusale. L'uso del farmaco nei pazienti affetti da alcune patologie come insufficienza cardiaca, funzione polmonare compromessa, diabete mellito, tireotossicosi, miastenia grave deve avvenire con estrema cautela. Se associato a terapia con epinefrina si possono verificare casi di midriasi.[5]

Si possono manifestare blefaro-congiuntiviti, blefariti, riduzione dell'acuità visiva, iridocicliti, eritema, sensazione transitoria di bruciore e di prurito oculari. Solo raramente sono state descritte diminuzione della sensibilità corneale e lacrimazione. Occasionalmente infatti sono stati riportati bradicardia, aritmia, ipotensione, sincope, blocco cardiaco, ischemia cerebrale, disturbi cerebrovascolari, broncospasmo e, più raramente, cefalea, atassia transitoria, vertigini, letargia, nausea, diarrea, depressione, aumento di ALT serico e di bilirubinemia.[5] La somministrazione concomitante di verapamil può provocare alterazione del ritmo cardiaco (bradicardia, asistolia).[6]

Interazioni

Il farmaco interagisce con 31 composti tra cui l'aloperidolo.[6]

Note

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Isole Ebridi

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Isole Ebridi

Niente fonti!

Hebrides/Western Isles Guide

Le isole Ebridi (in inglese Hebrides, in gaelico scozzese Innse Gall) sono un esteso gruppo di isole situate al largo della costa occidentale scozzese. Abitate fin dal Mesolitico, hanno avuto influenze culturali sia celtiche che norrene. Dal punto di vista geologico sono costituite dalle rocce più antiche delle Isole Britanniche.

Geografia

Geograficamente sono divise in due gruppi:

Spesso viene usato il termine Western Isles (Isole occidentali) per definire le Ebridi nel loro complesso e non, come sarebbe corretto, le sole Ebridi esterne.

Mappa di localizzazione: Scozia

Le Ebridi sono un arcipelago situato sulla costa occidentale della Scozia, formato da più di 100 isole, di cui solo una quarantina abitate. Le Ebridi sono divise in due gruppi: le Ebridi Interne e le Ebridi Esterne. Le Ebridi Interne comprendono le Isole di Mull, Islay, Jura, Skye e le isole minori adiacenti, mentre le Ebridi Esterne comprendono le Isole di Lewis e Harris, North Uist, South Uist, Benbecula, Barra e le isole vicine.

Le Ebridi sono rinomate per la loro bellezza naturale, con paesaggi mozzafiato che includono spiagge di sabbia bianca, aspre scogliere, brughiere selvagge, laghi tranquilli e maestose montagne.

Storia

Preistoria

Le Ebridi furono abitate a partire dal Mesolitico; vi sono poi molti esempi di strutture del Neolitico, come i megaliti di Callanish.

Età antica

Nel 55 a.C., lo storico greco Diodoro Siculo scrisse di un'isola chiamata Hyperborea (trad.: "Molto a Nord") e fece un riferimento al cerchio di pietre di Callanish (Callanish Stones).

Età medievale

I primi documenti scritti che descrivono la popolazione delle isole sono del VI secolo, quando fu fondato il regno di Dalriada. A nord di Dalriada, si ritiene che le Ebridi fossero occupate dai Pitti, tuttavia i documenti storici sono rari. Lo storico James Hunter nel 2000 ha affermato che gli abitanti di queste isole avevano poco a che fare con Bridei I, re dei Pitti nel VI secolo, nonostante ci sia quasi la certezza che essi fossero di cultura e lingua pittica.[1]

Intorno al VII secolo vi giunsero i monaci missionari celti che iniziarono a convertire la popolazione al Cristianesimo.

Le incursioni vichinghe nelle Ebridi iniziarono verso la fine dell'VIII secolo ma il controllo norvegese fu formalizzato nel 1098, quando Edgar di Scozia cedette le isole a Magnus III di Norvegia. Da questo momento in poi le Ebridi fecero parte del Regno dell'isola di Man, i cui sovrani erano vassalli del re di Norvegia. In seguito alla Guerra scozzese-norvegese le Ebridi, insieme all'isola di Man e al Caithness, furono cedute al Regno di Scozia con il trattato di Perth (1266) e i principi norvegesi furono sostituiti da clan di lingua gaelica come i MacLeod di Lewis e Harris, il Donald e i MacNeil dell'isola di Barra.

Età moderna

Età contemporanea

Note

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Andrzej Szarmach

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Andrzej Szarmach

Andrzej Szarmach (Danzica, 10 maggio 1950) è un ex calciatore e allenatore di calcio polacco, di ruolo attaccante.

Biografia

Nel 1974 sposò l'attuale moglie Małgorzata, da cui ha avuto due figli: Tomasz e Tamara. Fu ambasciatore dei campionati europei disputati in Polonia e Ucraina nel 2012.[1] Nel 2017, in collaborazione con il giornalista sportivo Jacek Kurowski, ha pubblicato un libro intitolato Andrzej Szarmach. Il diavolo non è un angelo, distribuito in lingua polacca.

Carriera

Polonia (bandiera)

Giocatore

Club

In Polonia

Polonia (bandiera)

Iniziò la sua carriera nell'Arka Gdynia dove realizzò 41 gol in 72 presenze di campionato. Nel 1972 passò al Górnik Zabrze, campione uscente del campionato polacco. Con la squadra di Zabrze si confermò un ottimo attaccante, non riuscendo però a vincere alcun titolo (ottenne al massimo un 2º posto nella stagione 1973-74). Il 13 settembre 1972 fece anche il suo esordio in Coppa dei Campioni nella vittoria esterna per 0-5 contro i maltesi dello Sliema Wanderers. La prima realizzazione nella massima competizione europea arrivò nella partita di ritorno, 14 giorni dopo, ancora una volta un 5-0 (suoi il 3º e il 5º gol). Nell'estate del 1976 fu acquistato dallo Stal Mielec. Con i biancoblu mantenne la sua ottima media realizzativa realizzando 76 gol in 131 presenze di campionato (0,58 di reti a partita).

All'estero

Dal 1980 divenne un giocatore dell'Auxerre e, segnando ben 94 reti tra il 1980 e il 1985, divenne il giocatore più prolifico della storia del club (record che ancora detiene). Dopo un breve passaggio al Guingamp (due stagioni), Szarmach iniziò la sua carriera di allenatore al Clermont-Ferrand, mantenendo il doppio ruolo di allenatore-calciatore.

Polonia (bandiera)

Nazionale

Fu uno dei protagonisti del miglior periodo storico della nazionale della Polonia tra gli anni settanta e ottanta. Assieme a Grzegorz Lato (ala destra), Robert Gadocha (ala sinistra) e Kazimierz Deyna (a supporto), Szarmach guidò l'attacco dei polacchi al campionato del mondo 1974, sostituendo l'infortunato Włodzimierz Lubański. La squadra raggiunse il terzo posto e lui segnò 5 gol. Partecipò anche alla spedizione in Argentina al campionato del mondo 1978, realizzando una rete. Il terzo posto del 1974 venne bissato nel 1982. In questa edizione, Szarmach segnò il primo gol dei polacchi nella finale per il terzo posto. Nel 1976 vinse l'argento ai giochi olimpici di Montréal assieme al titolo di capocannoniere con 6 reti, frutto di tre doppiette consecutive all'Iran, alla Nord Corea e al Brasile in semifinale.[2]

Polonia (bandiera)

Allenatore

Dopo il doppio ruolo di giocatore e allenatore del Clermont, nel 1989 passò allo Châteauroux dove ricoprì per la prima volta la sola funzione di allenatore del club. Dopo due anni di permanenza in Championnat National, fu ingaggiato dall'Angoulême rimanendo così nei campionati minori del calcio francese.[3] La permanenza nel club però fu più lunga e si concluse solo dopo 4 stagioni, nel 1995. Dopo poco più di un anno di inattività, tornò in Polonia, il suo Paese natio, diventando l'allenatore dello Zagłębie Lubin. Per la prima volta era nella massima serie di un campionato da allenatore, ma la stagione non fu esaltante e si concluse con un mediocre 13º posto. Si concluse così la sua esperienza a Lubin e tornò quindi nuovamente in Francia per allenare gli amatoriali dell'Aurillac Arpajon. Nel 2001, visti anche gli evidenti risultati non in linea con la sua ottima carriera da calciatore, smise con il ruolo di allenatore.

Statistiche

Cronologia presenze e reti in nazionale

Palmarès

Giocatore

Nazionale

Individuale

Note

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Navigators of Dune

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Navigators of Dune

Navigators of Dune è un romanzo di fantascienza del 2016 di Brian Herbert e Kevin J. Anderson, ambientato nell'universo di Dune ideato da Frank Herbert. È il terzo ed ultimo romanzo della trilogia Great Schools of Dune, che si propone di descrivere la fondazione di diverse scuole che risultano importanti nei romanzi successivi di Dune, e come tale è un prequel del romanzo originale Dune di Frank Herbert del 1965.

Il romanzo è inedito in italiano.

Abbozzo

Ambientata quasi un secolo dopo gli eventi del libro The Battle of Corrin, il romanzo narra gli inizi di Bene Gesserit, Mentat, scuole Suk e della Gilda Spaziale, che sono tutti minacciati dalle forze indipendentiste anti-tecnologia, che hanno guadagnato potere in seguito alla Jihad Butleriana. Più in generale tutta la trilogia Great Schools of dune, menzionata per la prima volta da Anderson in un post sul suo blog nel 2010, narra i primi anni di queste organizzazioni, le cui figure sono prominenti nei romanzi originali di Dune. 10.191 anni prima della morte del Duca Leto Atreides in Dune. I tanti punti di vista dei numerosi personaggi in gioco consegnano l’epica galattica. Tre grandi fazioni si contendono il controllo dell’Imperium degli umani: fanatici Butleriani, Imprese Venport e dinastia Corrino. Tra viaggi individuali e agnizioni collettive, si dipana la fitta ragnatela di macchinazioni politiche e dolorose tragedie. Inizia il calendario herbertiano. Navigators of Dune debutta il 13 settembre 2016.[1]

Trama

L’Imperium è in subbuglio: l’imperatore Roderick Corrino, da poco asceso al trono su Salusa Secundus, si trova a fronteggiare il potente Josef Venport, direttore delle Venport Holdings, che domina il commercio interstellare grazie alla piegatura dello spazio e che è implicato nell’assassinio del precedente imperatore Salvador. Al terzo polo dello scontro si colloca il Movimento Butleriano, guidato dal fanatico Manford Torondo, che lotta per l’eradicazione di ogni tecnologia avanzata. Torondo, considerato dai suoi seguaci l’erede spirituale di Serena Butler, non esita a ricorrere a metodi estremi, inclusi attentati e attacchi brutali, per trascinare la società verso un’era di oscurantismo e fanatismo.

L’imperatore, consapevole della necessità di mantenere attivi i commerci gestiti dai Navigatori di Venport, cerca un delicato equilibrio tra la vendetta personale e la stabilità dell’Imperium. Intanto, figure chiave si muovono tra intrighi e tradimenti: Valya Harkonnen, Madre Superiora delle Bene Gesserit, sviluppa le fondamenta del sistema Prana-Bindu; Draigo Roget, il più grande Mentat vivente, collabora con Venport pur essendo affascinato dalla misteriosa macchina vivente Erasmus; Norma Cenva, semi-divinità protettrice dei Navigatori, continua a evolvere lontano dall’umanità, mentre Vorian Atreides, antico eroe della Jihad Butleriana, cerca di porre fine all’ancestrale faida tra gli Atreides e gli Harkonnen.

Il conflitto esplode con la prima campagna militare Corrino contro le Venport Holdings, durante la quale gli eserciti imperiali subiscono gravi perdite a causa delle superiori tecnologie di Venport e degli errori tattici derivanti dall’assenza dei Navigatori. Nel frattempo, il fanatico Torondo entra in possesso di armi atomiche proibite risalenti alla Jihad Butleriana e lancia un devastante attacco nucleare su Kolhar, quartier generale delle Venport Holdings. Sebbene sopravvissuto grazie alle visioni preveggenti di Norma Cenva, Josef Venport è costretto a ritirarsi su Arrakis, pianificando una controffensiva. L’attacco nucleare Butleriano suscita l’ira di Roderick Corrino, che teme che simili armi possano essere utilizzate anche contro Salusa Secundus.

La lotta culmina nella distruzione di Lampadas, roccaforte del Movimento Butleriano. Josef Venport lancia i suoi Cymek – macchine da guerra equipaggiate con cervelli umani – contro i fanatici di Torondo, ma subisce gravi perdite a causa delle tattiche suicide degli adepti Butleriani. Alla fine, il leader dei Butleriani viene ucciso, lasciando il movimento decapitato e privo di forza militare. Tuttavia, l’imperatore Roderick coglie l’opportunità di attaccare entrambe le fazioni indebolite e di consolidare il suo potere.

L’assedio finale si svolge su Denali, ultimo rifugio delle Venport Holdings. Josef, abbandonato da Norma Cenva e tradito dal destino, si arrende alla trasformazione in Navigatore per salvarsi dall’esecuzione. Intanto, la tragica fine di Anna Corrino, sorella dell’imperatore, spinge Roderick a distruggere ogni residuo delle Venport Holdings, confiscando i beni dell’impresa e ponendo fine alla sua egemonia commerciale. Norma Cenva negozia la creazione della Gilda Spaziale, che assume il controllo esclusivo dei viaggi interstellari basati sulla Spezia, garantendo all’Imperium un futuro stabile, pur privo della tecnologia delle macchine pensanti.

Con la vittoria sui Butleriani e sulle Venport Holdings, la Casa Corrino consolida il proprio dominio. Su Salusa Secundus, l’imperatore Roderick celebra il trionfo, mentre Norma Cenva proclama ufficialmente la fondazione della Gilda Spaziale, segnando l’inizio di una nuova era per l’Imperium.

Note

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Darth Maul

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Darth Maul

Darth Maul o Lord Maul, noto anche solo come Maul, è un personaggio immaginario della saga fantascientifica di Guerre stellari, apparso per la prima volta nel film della trilogia prequel La minaccia fantasma del 1999 come principale antagonista. Successivamente il personaggio è apparso in diverse opere a fumetti dell'universo espanso, per poi essere ripreso nelle serie animate Star Wars: The Clone Wars e Star Wars Rebels e in diverse altre opere a fumetti. Egli è inoltre protagonista di due fumetti del nuovo canone: Star Wars: Darth Maul - Figlio di Dathomir, uscito nel 2014, e Darth Maul del 2017. Nel 2018 ricompare nel film spin-off Solo: A Star Wars Story.

Di etnia dathomiriana con ascendenza zabrak[1], da piccolo è stato preso in custodia da Darth Sidious, che lo ha indirizzato nelle vie del Lato Oscuro. In breve tempo Maul è diventato suo apprendista e Signore Oscuro dei Sith. Durante la sua prima missione su Naboo, si scontra con i due Jedi Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi. Dopo aver ucciso Qui-Gon, si batte con il suo apprendista padawan che però riesce a mutilare il Sith, privandolo delle gambe e facendolo precipitare in un profondo pozzo, sopravvivendo tuttavia. Alimentato dalla sua rabbia e dalla sua sete di vendetta, Maul riesce a sopravvivere negli anni delle Guerre dei cloni in una discarica costruendosi delle zampe da ragno. Grazie all'aiuto del fratello Savage Opress, tenterà di vendicarsi contro Obi-Wan e cercherà di instaurare un regno criminale ma i suoi piani verranno stroncati dal suo vecchio maestro Sidious. Riuscito a salvarsi dalla prigionia in cui era confinato farà nuovamente ritorno negli anni dell'Impero ma verrà ucciso da Obi-Wan, dopo un breve scontro che i due hanno su Tatooine.

Il sito IGN ha inserito Maul al 16º posto tra i più grandi personaggi dell'universo di Guerre stellari.[2]

Creazione e sviluppo

«Non sarebbe il caso di addestrare qualcun altro nelle arti dei Sith in modo che si occupi personalmente delle nostre missioni? [...] Non parlo di un apprendista, né di qualcuno che aspiri a diventare un Signore dei Sith. Parlo di qualcuno esperto nel combattimento e nella segretezza, che potremmo eliminare facilmente quando non ne avremo più bisogno.»

(Palpatine[3])

Dopo aver ottenuto un primo disegno dallo scenografo Gavin Bocquet, McCaig ha iniziato a realizzare un video. Sia lui che a George Lucas è piaciuto il risultato, descritto come "una sorta di test di Rorschach". Sul disegno finale che porta la faccia di McCaig, con la pelle rimossa, sono state fatte alcune sperimentazioni Rorschach (lasciando cadere l'inchiostro sulla carta, piegandolo a metà per poi aprirlo).[4]

La testa di Darth Maul in origine aveva le piume, sulla base dei totem di preghiera, ma il team che si occupa della creazione e degli effetti speciali, guidato da Nick Dudman, ha ridisegnato quelle piume come delle corna, modificando i suoi lineamenti in quelli comuni nelle raffigurazioni popolari del diavolo.[5] Anche il suo abbigliamento è stato modificato, da una tuta molto stretta sino alla classica veste Sith sulla base di quelle samurai, poiché le battaglie con le spada laser sono caratterizzate da molti salti acrobatici, spinning e corsa.[6] Un altro cambiamento che ha avuto Maul in fase di sviluppo riguarda il volto, che doveva essere coperto da maschera, come il celebre Sith Dart Fener. In seguito però si è deciso di applicare pitture e tatuaggi sulla sua faccia.[6]

Alla sua prima apparizione ne La minaccia fantasma, il carattere e la personalità di Darth Maul risultano poco approfondite: pronuncia appena ventiquattro parole nell'arco dell'intero film; è questa la base del mistero che circonda questo personaggio e che lo rende particolare rispetto agli altri Sith, solitamente molto loquaci e abili nell'innervosire o nel persuadere l'avversario. Il suo spirito è puramente crudele e spietato, ed egli fa scarso uso della Forza: Maul infatti non è, come molti altri Sith, un Jedi passato successivamente al Lato Oscuro, ma nasce direttamente come Sith esattamente come il suo maestro Darth Sidious. Al momento dell'uscita del primo film prequel della saga, sono state create dalla Hasbro numerose action-figure e giocattoli dedicati al personaggio, caratterizzato dalla spada laser a doppia lama. Darth Maul è stato il punto focale anche della campagna di marketing che ha contraddistinto il film La minaccia fantasma, riproposto al cinema nel 2012.[7]

La sua funzione è quella di sicario, di guerriero assassino, di pedina plasmata interamente da Sidious con la sola ossessiva idea e il solo obiettivo di distruggere i Jedi. Le serie televisive The Clone Wars e Rebels approfondiscono il carattere del personaggio, dipingendolo come una persona che ha votato alla vendetta la sua vita (prima contro i Jedi, in particolare Obi-Wan, e in secondo luogo al suo ex maestro e il suo Impero) pur mostrando sentimenti positivi di affetto verso suo fratello Savage e sua madre Talzin.

Apparizioni

Film

La minaccia fantasma

Dopo che la Federazione dei Mercanti, sotto l'influenza del potente e malvagio Darth Sidious, assediò il piccolo pianeta di Naboo, il cancelliere Finis Valorum mandò segretamente due Cavalieri Jedi per cercare di negoziare una pace: Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi. Il tentativo del misterioso Darth Sidious di sbarazzarsi di loro immediatamente (tramite l'armata della Federazione dei Mercanti) fallì: i due Jedi riuscirono infatti a raggiungere la regina sul pianeta ed a partire alla volta di Coruscant, raggiunta solo più tardi a causa dei danni riportati, che li costrinsero ad un atterraggio di fortuna nel remoto pianeta Tatooine. Quando Darth Sidious venne a sapere dal viceré Nute Gunray che la regina Padmé Naberrie Amidala era scappata senza firmare il trattato di resa, decise di inviare il suo apprendista per costringerla a firmare. Darth Maul riuscì a raggiungere la nave della regina su Tatooine cogliendo di sorpresa il Maestro Jedi Qui-Gon Jinn. Questi riuscì ad evitare lo scontro con il Sith nel quale avrebbe avuto poche possibilità: il piccolo vascello reale (un'Astronave Reale di Naboo) riuscì a recuperare il Jedi e a sfuggire al Sith.

Dopo aver appurato l'effettivo degrado del Senato della Repubblica Galattica e le difficoltà che la corruzione e la burocrazia portavano alla sua causa, Amidala decise di tornare al suo pianeta natio, volendo gestire personalmente la resistenza all'occupazione della Federazione dei Mercanti. Ma quando si infiltrò con il Capitano Panaka e la sua scorta nel palazzo reale, Darth Sidious inviò nuovamente Darth Maul, consapevole che l'unico modo per costringere la regina alla resa fosse quello di eliminare i due Jedi Qui-Gon e Obi-Wan che la proteggevano. I due, forti del vantaggio numerico, poterono opporsi al giovane apprendista Sith ingaggiando un duello mortale nella sala del generatore dell'hangar di Theed. In seguito lo scontro vide costretti i due Jedi ad affrontare singolarmente il Sith. Il primo a battersi con lui fu Qui-Gon che riuscì per un po' a tenergli testa, ma Maul riuscì infine a ucciderlo, stordendolo con l'impugnatura della spada laser e trafiggendolo, scatenando la furia di Obi-Wan. L'apprendista Sith, nel duello seguente, pur avendo la vittoria in pugno se la fa sfuggire in quanto sottovaluta l'avversario Jedi e apparentemente viene ucciso, venendo tagliato in due dalla spada laser del nemico. Il suo corpo precipita poi nel pozzo del generatore energetico della città di Theed.

Solo: A Star Wars Story

Maul ricompare anni dopo gli eventi della battaglia di Naboo e le guerre dei cloni, in un ologramma a Qi'ra, con delle gambe robotiche e una nuova spada laser a doppia lama. Si scopre essere il leader supremo dell'Alba Cremisi, il quale intima a Qi'ra di raggiungerlo subito su Dathomir.

Televisione

The Clone Wars

Sul pianeta Dathomir, Madre Talzin, leader delle streghe di Dathomir, rivela a Savage Opress che suo fratello di sangue Darth Maul è vivo ed è in esilio sul pianeta di rifiuti Lotho Minor e che lo aiuterà ad addestrarsi nel Lato Oscuro della Forza. La madre gli dà un talismano che condurrà Savage a Darth Maul; preso il talismano, Savage prende con la forza un'astronave porta-rifiuti sul remoto pianeta di Stobar e lo va a raggiungere su Lotho Minor. Lì, in una caverna, Savage trova Maul in un completo stato di pazzia e confusione mentale e, con orrore, scopre che la parte inferiore del suo corpo è un'enorme protesi meccanica con le sembianze di un ragno a sei gambe, costruita con dei rottami: infatti, una volta caduto nel pozzo del generatore energetico della città di Theed, Maul finì in un condotto d'aerazione che a sua volta lo fece cadere nell'acqua, dove venne trascinato dalla corrente in una capsula chiusa ermeticamente, che finì agganciata insieme ad altre ad un'astronave diretta su Lotho Minor; lì, in un'enorme discarica, si sarebbe fabbricato un mostruoso corpo di ragno con dei rottami trovati sul posto grazie alla Forza, vivendo insieme ad un serpente di nome Morley (il quale gli fornì del cibo in cambio degli avanzi) per anni alimentato continuamente dall'odio e dalla rabbia nei confronti di Obi-Wan. Dopo averlo preso con sé, Savage porta Maul da Madre Talzin la quale, con un incantesimo, gli dona due nuove gambe cibernetiche. Subito dopo la sua rinascita, Maul e Savage decidono di attirare Kenobi sul pianeta Raydonia e per farlo massacrano la popolazione del pianeta; il Jedi è quindi costretto a partire per il pianeta ma appena atterra viene facilmente sconfitto da Savage e Maul e portato a bordo del Turtle Tunk per poi essere ucciso. Ma in suo aiuto accorre Asajj Ventress: Kenobi e Ventress duellano a colpi di spada laser con Maul e Opress e alla fine riescono a fuggire, dopo una fuga rocambolesca.[8] L'intento di Maul e Savage è di creare un esercito di banditi e criminali intergalattici; dopo aver preso Savage come suo apprendista Sith poiché avendolo sconfitto, Maul riesce ad assoldare alcuni pirati spaziali del pirata Weequay Hondo Ohnaka che ha stabilito la sua sede sul pianeta Florrum; in seguito Obi-Wan Kenobi e Adi Gallia riescono ad intercettare Maul e Opress per fermarli: dopo un breve combattimento Savage uccide Gallia ma nonostante tutto Kenobi riesce con uno stratagemma ad amputare l'intero braccio sinistro di Opress; traditi dagli uomini che loro stessi avevano assoldato, Maul e Opress fuggono con Obi-Wan e i suoi alleati alle calcagna; riescono ugualmente a salire sul Turtle Tunk ma la nave viene colpita diverse volte, fino ad andare alla deriva nello spazio.

Entrambi feriti e agonizzanti, i due dathomiriani vengono soccorsi da una nave di mandaloriani, comandati da Pre Vizsla, un guerriero Mandaloriano ex-governatore della luna di Mandalore Concordia, un tempo alleato di Dooku e dei Separatisti, e i suoi uomini della Ronda della Morte. Dopo averli curati e aiutati, Pre Vizsla e i suoi uomini riferiscono a Maul che il loro intento è quello di cacciare la duchessa di Mandalore, Satine Kryze (amica di Obi-Wan Kenobi) e a prendere il controllo del pianeta. Maul e Savage accettano la proposta di Vizsla e insieme i tre convincono l'associazione criminale del Sole Nero, il sindacato Pyke e il boss criminale Jabba the Hutt a unirsi a loro. Il loro vasto impero criminale, a seguito delle importanti alleanze sviluppate, diventa così potente che riesce a mettere in ginocchio Mandalore; con uno stratagemma, Vizsla e i suoi uomini fingono di essere dalla parte del bene e della giustizia per liberare i Mandaloriani dall'oppressione dei criminali; in questo modo la duchessa Satine viene deposta e Vizsla e la Ronda della Morte prendono il controllo del pianeta. Vizsla, però, non mantiene i patti stabiliti con Maul e Savage e li tradisce facendoli rinchiudere nelle prigioni. Desideroso di vendetta nei confronti di Vizsla e avvalendosi di un'antica legge mandaloriana secondo chiunque dovesse sfidare e sconfiggere colui che controlla Mandalore potrà prendere il suo posto, dopo la fuga dalle prigioni Maul sfida Vizsla che accetta: i due si affrontano subito e Vizsla utilizza la spada oscura (una spada laser ancestrale dalla lama nera luminescente e con un'impugnatura simili a quelle di una katana). Maul e Vizsla combattono duramente ma alla fine prevale il Sith che decapita Vizsla con la sua stessa arma (che poi terrà per sé) e prende, insieme a Savage e all'ex-primo ministro corrotto Almec, il controllo del pianeta. In realtà il suo è un piano per affrontare ancora una volta Obi-Wan usando come pretesto per la sua venuta la prigionia di Satine. In realtà lo scontro tra i due non avverrà mai: dopo aver ucciso Satine (a cui Obi-Wan era particolarmente legato), fa rinchiudere lo Jedi in prigione. Quella sera, però, si presenta nella sala del trono l'ex-maestro di Maul e Signore dei Sith Darth Sidious il quale, dopo aver facilmente tolto di mezzo le guardie, affronta il suo ex-apprendista e Savage Oppress armato di due spade laser, anziché una. Il duello tra i tre è molto violento e nonostante i due Sith sembrino tener testa al potentissimo Signore Oscuro, questi pugnala al petto con entrambe le lame Savage per poi scaraventarlo via. Rimane in piedi solo Maul che affronta il suo ex-maestro armato oltre che della sua spada laser anche della spada oscura vinta a Pre Vizsla; riuscendo a stare alla pari contro la potenza di Sidious che tuttavia è superiore nell'uso della Forza, infatti, dopo averlo disarmato, usandola scaraventa Maul ripetutamente a terra e sui muri dimostrando al suo avversario di non avere alcuna possibilità, per poi successivamente colpirlo senza alcuna pietà con i Fulmini di Forza senza però ucciderlo, dicendogli che ha in mente altri piani per lui.

Le attività criminali di Maul proseguono, ma durante un'operazione di contrabbando di spezie su Oba Diah con il sindacato dei Pyke, Ahsoka Tano (la quale ha ormai abbandonato l'ordine Jedi) scopre che Maul si sta nascondendo sul pianeta Mandalore. Ahsoka, aiutata dalla condottiera mandaloriana Bo-Katan Kryze, contatta i suoi vecchi maestri Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker per chiedere il supporto della Repubblica nella liberazione di Mandalore e nell'arresto di Maul. Anakin acconsente ad inviare metà del 501º battaglione di cloni, guidati dal capitano Rex, con Ahsoka sul pianeta. Rex e Bo-Katan, con i loro cloni e soldati mandaloriani, riescono a riconquistare Mandalore arrestando il primo ministro Almec, mentre Ahsoka nelle fogne si imbatte in Maul, il quale le dice che stava aspettando Kenobi al suo posto. Il Sith le rivela che molto presto sia i Jedi che l'intera Repubblica non avrebbero più avuto il controllo sull'intera galassia e che Darth Sidious sarebbe emerso come vincitore della guerra. Rex arriva in soccorso di Ahsoka mettendo in fuga Maul, il quale ordina ai suoi sicari di uccidere il primo ministro Almec nella sua cella. Prima di morire Almec rivela ad Ahsoka che Maul stava aspettando anche Skywalker oltre a Kenobi. Rex, Ahsoka e Bo-Katan entrano nella sala del trono dove trovano Maul e vengono attaccati dai suoi seguaci. Il Sith, rimasto solo con Ahsoka, le propone di unirsi a lui per distruggere Darth Sidious e le confida che il motivo per cui voleva Skywalker su Mandalore era per ucciderlo e impedire l'ascesa di Sidious. Ashoka rifiuta l'offerta, incredula su quanto appreso sull'ex maestro, e ingaggia un duello con Maul. Durante il combattimento, Maul riesce quasi a fuggire dal pianeta, ma viene infine fermato da Ahsoka, che lo consegna ai cloni. Maul viene caricato su un incrociatore dai cloni per essere portato davanti al Consiglio Jedi su Coruscant, ma durante il viaggio il cancelliere Palpatine emana l'Ordine 66 e i cloni presenti sulla nave si ribellano cercando di uccidere Ahsoka. La Togruta fugge e libera Maul per usarlo come diversivo affinché distragga gli altri cloni, mentre lei con l'aiuto di alcuni droidi riesce a rimuove il chip dal cervello di Rex, ripristinando il suo libero arbitrio. Mentre Ahsoka e Rex tentano di scappare dall'incrociatore, Maul distrugge l'iperguida e riesce a fuggire dalla nave, in procinto di schiantarsi a terra, utilizzando l'ultimo shuttle disponibile nonostante i tentativi di Ahsoka di fermarlo.

Rebels

Sedici anni dopo la sua fuga, durante l'egemonia dell'Impero Galattico, Maul, ormai cinquantenne e perso l'appellativo di "Darth", si ritirò in esilio sullo sperduto pianeta Malachor, sede di un antico Tempio Sith, per cercare la conoscenza del Lato Oscuro racchiusa al suo interno.[9] Qui Maul conosce Ezra Bridger e, con l'intento di prenderlo come apprendista, lo conduce dinanzi al Tempio, dove riesce a fargli recuperare un antico Olocron Sith. Una volta usciti dal Tempio, trovano Kanan Jarrus (maestro di Ezra) e Ahsoka Tano intenti ad affrontare gli Inquisitori Imperiali Quinto Fratello, Settima Sorella e Ottavo Fratello. Dopo averli scacciati, Maul convince Kanan e Ahsoka (seppur riluttanti a fidarsi di lui) a raggiungere la sommità del Tempio per utilizzare l'olocrone come chiave per distruggere i Sith (avendo detto di non far parte ormai più di alcuna fazione). Vengono nuovamente attaccati dagli Inquisitori, e Maul, fermata Settima Sorella con la Forza, cerca di convincere Ezra a ucciderla ma questi si rifiuta, essendo contro il codice Jedi; a quel punto Maul uccide l'Inquisitrice a sangue freddo. Ordina poi a Ezra di raggiungere la sommità del Tempio e corre in soccorso di Ahsoka e Kanan uccidendo Quinto Fratello, mentre Ottavo Fratello cerca di fuggire ma muore cadendo nel baratro sottostante a causa di un malfunzionamento della sua spada laser. A questo punto Maul dichiara apertamente di voler prendere Ezra come proprio apprendista e che in realtà il Tempio è una gigantesca e antica stazione da battaglia convertita in super-arma (azionata dall'olocrone Sith) per distruggere i suoi nemici. Successivamente Maul acceca Kanan con la sua spada laser affrontandolo in seguito, ma Kanan, nonostante l'assenza della vista, riesce a sconfiggerlo facendolo precipitare nel baratro. Anche in questo caso, però, Maul non morirà, bensì fuggirà da Malachor utilizzando il prototipo avanzato di caccia TIE rubato al defunto Ottavo Fratello. Successivamente, avendo appurato che Ezra è in possesso dell'olocrone Sith, Maul cattura l'intero equipaggio dello Spettro, minacciando di uccidere i suoi membri a meno che Kanan ed Ezra non gli consegnino non solo il suo olocrone ma anche quello di Kanan. I due, dopo aver recuperato l'olocrone Sith da Bendu su Atollon, si recano alla stazione spaziale di Maul per salvare i loro amici. Qui, tenuti in ostaggio i quattro, Maul cerca di uccidere Kanan gettandolo nello spazio aperto e convince Ezra a unire i due olocroni per cercare la conoscenza assoluta. Kanan, in realtà, era riuscito in tempo a salvarsi e a fermare la connessione stabilita da Ezra e Maul, il quale, dopo aver saputo un'importante informazione, fugge via. In seguito Maul convince Ezra a partecipare ad un antico rituale delle streghe di Dathomir in cambio di non rivelare la posizione della base ribelle all'Impero e, tramite questo rituale, viene a sapere che Obi-Wan Kenobi si trova in esilio su Tatooine. Maul si reca dunque su Tatooine per cercare Kenobi perdendosi tuttavia nel deserto sconfinato del pianeta, orientandosi però con un frammento dell'olocrone Sith preso su Malachor. Qui Maul salva Ezra da un gruppo di predoni Tusken (senza che Ezra se ne accorgesse) che avevano attaccato e distrutto il caccia Ala-A del giovane Bridger, massacrandoli spietatamente. Quella sera, poi, Maul riesce a trovare Kenobi assieme ad Ezra e, dopo che quest'ultimo fugge sul dewback del vecchio Jedi, Maul si chiede come mai Kenobi si sia isolato su quel pianeta remoto non solo per nascondersi dall'Impero ma, forse, per proteggere qualcosa o qualcuno. Obi-Wan attiva la spada laser e si prepara al duello con Maul che, però, è di breve durata: infatti, Maul tenta di sconfiggere l'avversario usando le stesse mosse da lui usate anni addietro per uccidere Qui-Gon Jinn ma Obi-Wan, avendo intuito le intenzioni di Maul, riesce con un singolo colpo a tagliare in due la spada laser e a ferirlo mortalmente al petto. Prima di spirare, Maul chiede a Kenobi se colui che protegge (Luke Skywalker) sia davvero il Prescelto e, dopo la risposta affermativa del Jedi, in punto di morte profetizza ad Obi-Wan che il Prescelto li avrebbe vendicati. Dopo la morte di Maul, Obi-Wan chiude gli occhi al suo antico nemico in segno di rispetto.

Fumetti

Figlio di Dathomir

Questa storia è ambientata dopo lo scontro tra Maul e Darth Sidious nella Guerra dei Cloni: l'ex-allievo viene imprigionato da Sidious e dal Conte Dooku sul pianeta montuoso e innevato di Stygeon Prime in una prigione segreta e impenetrabile, la Guglia. Dooku e Sidious cercano in tutti i modi di estorcere a Maul l'ubicazione delle basi della Shadow Collective ma il dathomiriano viene soccorso da un gruppo di guerrieri della Ronda della Morte, riuscendo quindi ad evadere. Il gruppo si rifugia poi sulla luna Zanbar, dove Maul e le sue forze tentano di riorganizzarsi; dopo aver riavuto la sua spada laser oscura, Maul viene a conoscenza dal primo ministro Almec (che aveva ordinato ai guerrieri della Ronda della Morte di salvare Maul dalla Guglia per restituirgli il favore) che gli sono rimasti fedeli solo il Sole Nero e il sindacato Pyke (mentre gli Hutt avevano abbandonato la coalizione). All'improvviso, però, vengono attaccati dagli eserciti di droidi del Generale Grievous: durante la battaglia molti Mandaloriani vengono uccisi e Maul ingaggia un breve duello con Grievous, riuscendo all'ultimo a fuggire. Il suo intento è quello di raggiungere Dathomir per tornare da madre Talzin, intuito per sua sfortuna anche da Sidious e Dooku. Scelto come roccaforte il pianeta Ord Mantell, Maul si organizza con i capi del Sole Nero e dei Pyke per tendere una trappola a Dooku e Grievous, chiedendo l'aiuto a Madre Talzin, la quale fa partire per Ord Mantell i Fratelli della Notte, capeggiati da Viscus, in soccorso del loro fratello Maul. In quel frangente le armate di droidi di Grievous attaccano Ord Mantell ma, ingegnosamente, Maul fugge su un caccia Mandaloriano e attacca lo schieramento di navi Separatiste. Intanto Dooku, sceso sul pianeta alla ricerca di Maul, s'imbatte nei Fratelli della Notte, sconfiggendoli; nel momento in cui sta per uccidere Viscus viene catturato dal Sole Nero e dai Pyke mentre, nello spazio, Maul riesce a catturare Grievous. A seguito di ciò, però, sotto consiglio di Talzin, Maul decide di non uccidere Dooku bensì di allearsi con lui per sconfiggere Sidious, avendo Talzin previsto che questi avrebbe tradito il conte (cosa che effettivamente accadrà); infatti, turbato dalle criptiche parole della strega, Dooku accetta l'alleanza e, insieme a Maul, affronta in duello Obi-Wan e la Maestra Jedi Tiplee (sorella della defunta Tiplar morta su Ringo Vinda), che erano accorsi insieme alle cannoniere della Repubblica sull'avamposto della Shadow Collective. Nel breve duello che ne scaturisce Dooku uccide Tiplee e, insieme a Maul, riesce a fuggire dopo l'arrivo di Mace Windu e Aayla Secura, mentre Grievous fugge attraverso un guscio di salvataggio (dopo che il conte aveva premuto con la Forza l'interruttore della cella di detenzione dove il Kaleesh era rinchiuso). Successivamente Maul e Dooku si recano su Dathomir dove Madre Talzin prende possesso del corpo del conte poco prima dell'arrivo di Sidious e Grievous. Maul e Dooku (controllato da Talzin) affrontano in duello Grievous e Sidious e questi, attraverso una potente scarica di Fulmini di Forza, riesce a far uscire la strega dal corpo del conte; a quel punto, mentre Maul mette fuori combattimento Grievous con un calcio facendolo cadere in un baratro, Talzin, Sidious e Dooku ingaggiano uno scontro con i Fulmini di Forza, mentre nello spazio le forze Separatiste sono in procinto di atterrare su Dathomir. Quando la Shadow Collective decide di fuggire per la loro inferiorità numerica, Talzin spinge via Maul che viene tratto in salvo da due suoi accoliti mentre la strega, esaurite le forze, viene pugnalata al petto da Grievous. Maul riesce dunque a fuggire da Dathomir mentre Sidious, Dooku e Grievous osservano i resti del corpo ormai dissolto di Talzin. Il destino di Maul rimane quindi, ancora una volta, ignoto. Nonostante questo, però, Sidious può dirsi vittorioso, avendo scacciato un rivale per il controllo della Galassia.

Legends

Con l'acquisizione della Lucasfilm da parte di The Walt Disney Company nel 2012, la maggior parte dei romanzi e fumetti di Guerre stellari prodotti su licenza sono stati inseriti nel brand Star Wars Legends e dichiarati non canonici al franchise nel mese di aprile del 2014.[10][11][12]

Fumetti

Maul è un dathomiriano che si è tatuato il volto e il corpo di tatuaggi neri per dimostrare la sua fedeltà al Lato Oscuro della Forza. Nasce sul pianeta Dathomir nel 54 BBY; In giovane età viene rapito da Darth Sidious alla madre per salvaguardare la vita dell'altro figlio gemello, dalla setta congrega delle Sorelle della Notte e portato via dal suo pianeta natale per venire addestrato nelle vie del Lato Oscuro della Forza.

La sua caratteristica principale, che lo distingue da qualsiasi altro Sith, è l'arma: una spada laser rossa a doppia lama lunga 2,5 metri di cui 1/5 di sola impugnatura. Ad aver usato un'arma di questo tipo in passato si ricorda soltanto Bastila Shan (spada a doppia lama gialla) e Zez-Kai Ell (spada a doppia lama viola) fra i Jedi, mentre fra i Sith ad aver forgiato una simile arma fu il Signore Oscuro Exar Kun (spada a doppia lama blu), e tra i Jedi Oscuri si ricorda Asajj Ventress (due spade a lama rossa).

Avendo testato la grande abilità di Maul nel combattimento, Sidious decide di inviarlo su un lontano pianeta dell'Orlo Esterno per rintracciare un misterioso guerriero di nome Silus, la cui conoscenza della Forza lo rendeva in grado di sconfiggere chiunque. Maul notò però che Silus utilizzava la Forza solo per uccidere i suoi avversari durante degli incontri di lotta e da questi ne ricavava grandi profitti. Alla fine della serata, Maul e Silus si affrontano e quest'ultimo riesce a mettere in difficoltà il dathomiriano; in precedenza, Maul aveva mostrato a Silus un ologramma del suo maestro che gli chiedeva di unirsi a lui se avesse sconfitto il suo apprendista. Preso dalla rabbia e dalla devozione servile per il suo maestro, Maul riesce a sbilanciare Silus, per poi finirlo senza pietà con la sua spada laser. Sidious, compiaciuto della prova del suo apprendista, gli rivela che la sfida con Silus era solo un test per valutare la sua fedeltà al signore dei Sith.

Le operazioni segrete dei Sith rimasero a lungo nascoste fino a che Darth Maul e il suo maestro Darth Sidious (in realtà il senatore nabooiano Palpatine), rivelarono la loro influenza durante l'invasione del pacifico pianeta di Naboo da parte della Federazione dei Mercanti. Tuttavia non fu quella la prima missione del promettente apprendista Darth Maul. Per testare la sua potenza il maestro Sidious lo spedì ad eliminare un potente nemico che avrebbe potuto intralciare i suoi piani per il dominio della Galassia: l'associazione criminale Sole Nero. Sidious sapeva che il Sole Nero era talmente forte che non sarebbe mai del tutto scomparso, ma, eliminato il capo e tutti i suoi Vigo (vicari e successori), sarebbe sicuramente caduto in un lungo periodo di caos che avrebbe permesso al Signore Oscuro di salire al potere indisturbato. Per adempiere al suo compito, Sidious donò a Darth Maul un infiltratore Sith con speeder bike e droidi sonda.

Il compito di Maul era eliminare il capo con tutti i Vigo e le guardie del corpo. Maul decise di uccidere inizialmente solo due Vigo facendo passare l'azione come un complotto per il potere. Una volta che tutti i Vigo ed il capo dell'organizzazione Sole Nero si furono riuniti, Maul si infiltrò nel palazzo e li uccise lasciando l'organizzazione nel caos.

A dimostrazione della abilità e della potenza del Lato Oscuro della Forza, ci sarebbe stata un'apparizione di Maul al Jedi Anakin Skywalker in una grotta di cristallo a Ilum, solo pochi anni dopo il duello su Naboo. Anakin stava per entrare in una grotta simile a quella su Dagobah, in cui successivamente sarebbe entrato suo figlio Luke Skywalker nel quinto episodio. Quando Anakin si trovò in uno stato di ipnosi, Darth Maul apparve e Anakin subito lo attaccò. Dopo una furiosa battaglia, nella quale Maul derise Anakin della sua spada laser da allenamento e sulla morte di Qui-Gon Jinn, il Sith donò al Jedi la sua futura spada laser rossa che era appartenuta proprio a lui in passato. Anakin vinse ma, proprio come aveva immaginato, Maul non era altro che un'illusione del Lato Oscuro.

Altre versioni

Videogiochi

Maul compare in diversi videogiochi dell'universo di Guerre stellari:

Le spade laser

La prima spada laser di Maul, a doppia lama rossa, venne da lui utilizzata al combattimento su Naboo contro Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi, dove fu proprio quest'ultimo a tagliarla in due con un colpo netto. Successivamente Maul, tornato grazie a suo fratello Savage Opress, ritorna ad utilizzare l'altra metà della spada laser a doppia lama, restituitagli dallo stesso Savage. Quando Maul sconfigge Pre Vizsla acquisisce anche la sua spada oscura ma, nel duello con Darth Sidious, finisce per perdere la sua spada laser rossa, utilizzando invece la spada oscura nei successivi duelli con il Generale Grievous e lo stesso Sidious, custodendola in seguito come cimelio nel suo santuario su Dathomir. Successivamente, Maul si fabbrica una nuova spada laser a doppia lama rossa (simile alla sua originale) che viene tuttavia perduta durante il duello con Ahsoka Tano su Mandalore. Più di dieci anni dopo, Maul si fabbrica la sua ultima spada laser a doppia lama rossa (nascosta nel suo bastone durante il suo esilio) che gli viene definitivamente distrutta su Tatooine per mano dell'anziano Obi-Wan Kenobi.

Note

Altri progetti

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Collegamenti esterni


Anna Falchi

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Anna Falchi

Anna Falchi, pseudonimo di Anna Kristiina Palomäki[2] (Tampere, 22 aprile 1972), è un'attrice, conduttrice televisiva, ex modella e produttrice cinematografica italiana con cittadinanza finlandese, considerata un sex symbol degli anni 1990 e 2000.

Biografia

Infanzia

Niente fonti!

Nata a Tampere, in Finlandia, il 22 aprile 1972 da madre finlandese, Kaarina Palomäki Sisko, di professione indossatrice, e padre romagnolo, Benito Falchi[3]; pur avendo all'anagrafe solamente il cognome materno, ha scelto di farsi conoscere con quello paterno. Ha un fratello, Sauro. Il padre abbandonò la famiglia quando i figli erano molto piccoli.[4] All'età di 6 anni si trasferì in Italia: visse dieci anni a Scandiano, per poi trasferirsi a Pesaro.

Carriera

Partecipa ad importanti concorsi di bellezza. Nel 1988 è tra le finaliste internazionali di New Model Today e, grazie alla kermesse, verrà notata dalla prestigiosa agenzia di modelle Why Not Model Agency. L'anno dopo partecipa a Miss Italia 1989 dove vince il titolo di Miss Cinema.[5] La carriera di modella le farà conquistare centinaia di copertine e di ingaggi pubblicitari, lavorando fra Milano, Parigi e New York. Sarà testimonial, fra gli altri, per DR Automobiles Groupe, Pino Lancetti, Gattinoni, Egon von Fürstenberg, Marcolin (azienda), Carlo Pignatelli, Yamaha Racing, Best Company. Sfilerà per Chiara Boni, Gianfranco Ferré, Gai Mattiolo, Mariella Burani, Blumarine, Genny, Nazareno Gabrielli. Sarà suo il volto delle copertine di Cosmopolitan (periodico), Harper's Bazaar, Esquire (periodico), Amica (periodico), Max (periodico), Maxim (periodico), Class (periodico), L'Illustrazione Italiana, Interviú; immortalata da Marco Glaviano, Domenico Cattarinich, Oliviero Toscani, Stefano Guindani, Fabio Lovino, Michel Comte, Bob Krieger, Marco Delogu, Gian Paolo Barbieri, Alessandro Dobici.

Nel 1992 fu scelta come testimonial pubblicitaria della Banca di Roma nello spot televisivo Il sogno, diretto da Federico Fellini, nel quale recitò al fianco di Paolo Villaggio.

Nel 1993 comparve accanto a Raf nel videoclip della sua canzone Due. Ciò diede impulso alla sua carriera cinematografica, che partì sempre nel 1993 con il film Nel continente nero di Marco Risi, in cui recitò a fianco di Diego Abatantuono. Nel 1994 apparve nel film C'è Kim Novak al telefono di Enrico Roseo, insieme con Sylva Koscina. Sempre nel 1994 fu scelta da Carlo Vanzina per il suo S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa, in cui interpretò una prostituta dal soprannome di "Poppea". Ancora nel 1994 interpretò un ruolo da protagonista, insieme all'attore inglese Rupert Everett, nel film Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, ambientato in Italia, che narra le vicende del custode di un cimitero che si imbatte in situazioni anomale. A dicembre del 1994 la vediamo protagonista nella miniserie TV Desideria e l'anello del drago di Lamberto Bava. Lo stesso regista la sceglie per interpretare nel 1997 Mirabella in La principessa e il povero e Livia in Caraibi, serie in 4 puntate.

Successivamente ha preso parte ai film Palla di neve di Maurizio Nichetti (1995), Celluloide di Carlo Lizzani e Giovani e belli di Dino Risi, insieme a Ciccio Ingrassia (entrambi del 1996). In televisione ha condotto il Festival di Sanremo 1995 con Pippo Baudo e Claudia Koll. Lo stesso anno ha inciso il disco dance Pium Paum (Vipula Vapula). Nel 1996 è stata fra i conduttori del quiz preserale di Rai 1 Luna Park.

Alla fine degli anni novanta, oltre a interpretare il ruolo di sé stessa in Paparazzi e Body Guards - Guardie del corpo, aumentò la sua presenza in televisione, diventando ospite di numerosi programmi. Nel 1997 fece da madrina alla 40ª edizione dello Zecchino d'Oro (ruolo che ripeterà nell'edizione 2006). Ha condotto inoltre l'edizione 1998-1999 di Domenica in accanto a Giancarlo Magalli e Tullio Solenghi. È stata protagonista di numerosi calendari, anche auto-prodotti, in cui ha posato nuda e che vennero sponsorizzati e diffusi prima dal mensile Max[6] e poi da Maxim.

Nel 2000 ha debuttato in teatro con Se devi dire una bugia, dilla grossa, a cui seguirono le tournée La Venexiana (2003), A piedi nudi nel parco (2004) e Notting Hill (2007). Nel 2001, intervistata nella trasmissione Satyricon, si tolse le mutandine di pizzo rosse e le diede in dono al conduttore Daniele Luttazzi, che le annusò estasiato. Nel 2002 tornò al cinema interpretando Operazione Rosmarino, che successivamente fu seguito da Nessun messaggio in segreteria (2005).

Dal 2005 è anche produttrice cinematografica: con il fratello Sauro ha fondato la società A-Movies Production specializzandosi nel film d'autore e indipendenti. Da marzo 2007 collabora con Tiscali Notizie, la testata giornalistica del portale Tiscali, dove scrive di critica cinematografica. Sempre nel 2007 torna sul piccolo schermo nella fiction televisiva Piper, su Canale 5, ed è tra i concorrenti della quarta edizione del talent-show di Rai 1, Ballando con le stelle, dove si classifica seconda con il partner Stefano Di Filippo. Nel 2008 è tornata al cinema, nuovamente nella commedia all'italiana, con L'allenatore nel pallone 2 e Un'estate al mare.

Sempre nel 2008 Anna Falchi è stata nominata direttrice artistica della New York Film Academy presso la sede di Cinecittà. Nella stagione 2008-2009 ha debuttato come conduttrice radiofonica accanto a Pierluigi Diaco nel programma Onorevole DJ, talk show notturno di RTL 102.5, trasmesso in contemporanea anche in televisione su RTL 102.5 TV, e ha condotto con Ale e Franz il programma Buona la prima!. Dal 21 settembre 2009 ha condotto in prima serata su Rai 1 il varietà Da Nord a Sud... e ho detto tutto!, a fianco di Vincenzo Salemme. Alla fine del 2009 ha partecipato come attrice ai film L'uomo nero di e con Sergio Rubini e Ce n'è per tutti, di cui è stata anche co-produttrice.

Nel 2011 è stata nuovamente presente al cinema nel film di Ezio Greggio Box Office 3D - Il film dei film. Nel 2013 ha partecipato al programma Jump! Stasera mi tuffo, condotto da Teo Mammucari, arrivando quarta. In questi anni è inoltre produttrice di diverse pellicole cinematografiche: Appartamento ad Atene, E la chiamano estate, Good As You - Tutti i colori dell'amore, Amaro amore e Come il vento.

Negli anni successivi presenta alcuni programmi per reti minori: nelle stagioni televisive 2013-2014 e 2014-2015 conduce accanto al giornalista Massimo De Luca la trasmissione sportiva Number Two sull'emittente napoletana Canale 34; nel 2015 conduce il programma Wedding Fashion World, in onda sul canale di Sky La sposa TV. Per lo stesso canale, rinominato Donna & Sposa, nell'autunno del 2016 conduce la trasmissione Sei donna. Nella stagione 2018-2019 conduce su Telenorba il programma culinario Anna e i suoi fornelli uno dei cuochi che la coadiuvava è lo chef ex "La prova del cuoco" Andrea Matranga.

Dal 29 giugno 2020 ritorna in Rai, dove conduce assieme a Beppe Convertini C'è tempo per..., programma spin-off estivo di Unomattina Estate, in onda ogni mattina su Rai 1 dal lunedì al venerdì[7]. Successivamente, C'è tempo per... viene cancellato dal palinsesto estivo di Rai 1 e la coppia di conduttori Falchi-Convertini torna nel mattino della rete con Uno Weekend, nuova trasmissione in onda il sabato e la domenica dal 3 luglio 2021[8]. Dal 14 settembre 2021 conduce su Rai 2 I fatti vostri con Salvo Sottile, mentre dal settembre 2023 conduce il programma assieme a Tiberio Timperi; la coppia viene confermata anche per la stagione seguente, mentre dall'autunno 2025 condurrà il programma in coppia con Flavio Montrucchio. Nell’agosto del 2024 diventa anche conduttrice, insieme a Fabrizio Rocca, di Un’estate italiana, nuovo programma domenicale, in onda da Rimini, dedicato alle vacanze.[9] Nel 2019 è protagonista, insieme a Roberto Herlitzka, del cortometraggio di Massimo Ivan Falsetta, Virgo - I piedi freddi delle donne, presentato al Green Movie Film Festival, la rassegna di cinema ambientale capitolina che nel 2020 si è svolto in streaming dal 18 al 20 dicembre, dopo i premi ricevuti presso il Linear International Film Festival a ottobre 2020 a Manchester, e al React Film Festival di Catanzaro del 2019.[10][11]

Vita privata

Dal 1994 al 1996 è stata legata a Fiorello,[12] mentre alla fine degli anni novanta è stata legata a Max Biaggi.[13]

Nel 2005 si è sposata all'Argentario con una cerimonia sontuosa di rilevanza nazionale con l'imprenditore e finanziere romano Stefano Ricucci, dal quale si è separata un anno dopo[14][15].

Dal 2008 al 2010 è stata legata all'imprenditore romagnolo Denny Montesi, con cui ha avuto una figlia, Alyssa.[16] Ottenuto il divorzio da Ricucci, dal 2011 al 2022 è stata legata sentimentalmente ad Andrea Ruggieri, giornalista Rai e deputato di Forza Italia dal 2018.[17] Successivamente intrattiene una relazione con Andrea Crippa, deputato della Lega.[18]

È tifosa della Lazio; nel 2000 è stata madrina della festa scudetto della squadra.[19]

Originariamente una protestante, si è convertita al cattolicesimo.[20]

Filmografia

Attrice

Cinema

Televisione

Produttrice

Teatro

Programmi televisivi

Discografia

Singoli

Radio

Videoclip

Doppiatrici italiane

Note

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Concorrenza fiscale

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Concorrenza fiscale

La concorrenza fiscale, ossia una forma di concorrenza normativa, esiste quando i governi usano riduzioni degli oneri fiscali per incoraggiare l'afflusso di risorse produttive o per scoraggiare l'esodo di tali risorse. Spesso ciò significa una strategia governativa per attrarre investimenti esteri diretti, investimenti esteri indiretti (investimenti finanziari) e risorse umane di alto valore riducendo al minimo il livello fiscale complessivo e / o le preferenze fiscali speciali, creando un vantaggio comparato.

Gli studiosi generalmente ritengono che gli incentivi allo sviluppo economico siano inefficienti, economicamente costosi e distorti.[1]

Storia

A partire dalla metà del 1900 i governi avevano più libertà nel fissare le tasse, poiché le barriere alla libera circolazione dei capitali e delle persone erano alte. Il graduale processo di globalizzazione sta abbassando queste barriere e provoca un aumento dei flussi di capitale e una maggiore mobilità delle risorse umane.

Effetti

Secondo uno studio del 2020, la concorrenza fiscale "riduce principalmente le tasse per le imprese mobili ed è improbabile che influenzi sostanzialmente l'efficienza della sede aziendale".[2] Un documento NBER del 2020 ha trovato alcune prove del fatto che gli incentivi fiscali statali e locali negli Stati Uniti hanno portato a guadagni occupazionali, ma nessuna prova che gli incentivi hanno aumentato la crescita economica più ampia a livello statale e locale.[3]

Esempi

Quando la politica fiscale è competitiva attraverso l'elusione fiscale legale, tutti possono trarne profitto. Ad esempio, la Florida una volta ha tassato tutte le vendite di barche al 6% senza un massimo. Di conseguenza, i residenti in Florida non hanno acquistato grandi imbarcazioni nello stato e non sono state riscosse imposte sulle vendite. Nel 2010 la Florida ha adottato un'imposta massima di $ 18.000 sulle vendite di barche. Il comitato di stima delle entrate della Florida ha previsto che il primo anno lo Stato avrebbe perso $ 1,6 milioni di entrate fiscali.[4] Un sondaggio è stato condotto sulle vendite di barche per il 2011 e ha scoperto che la Florida ha incassato $ 13.486.000 di entrate fiscali, quasi 10 volte più di quanto precedentemente raccolto.[5]

L'Unione europea (UE) illustra anche il ruolo della concorrenza fiscale. Le barriere alla libera circolazione dei capitali e delle persone sono state ridotte portandole quasi all'inesistenza. Alcuni paesi (ad esempio Repubblica d'Irlanda ) hanno utilizzato i loro bassi livelli di imposta sulle società per attrarre ingenti investimenti stranieri, pagando al contempo le infrastrutture necessarie (strade, telecomunicazioni) tramite i fondi dell'UE. I contribuenti netti (come la Germania) si oppongono fermamente all'idea di trasferimenti di infrastrutture verso paesi a bassa tassazione. I contribuenti netti non si sono lamentati, tuttavia, delle nazioni beneficiarie come la Grecia e il Portogallo, che hanno mantenuto le tasse elevate e la cui economia non è divenuta prospera. L'integrazione dell'UE esercita continue pressioni anche per l'armonizzazione fiscale dei consumi. Le nazioni membri dell'UE devono avere un'imposta sul valore aggiunto (IVA) di almeno il 15 percento (la fascia IVA principale) e limitare l'insieme di prodotti e servizi che possono essere inclusi nella fascia d'imposta preferenziale. Tuttavia, questa politica non impedisce alle persone di utilizzare la differenza tra i livelli dell'IVA per l'acquisto di determinati beni (ad es. automobili). I fattori che maggiormente contribuiscono sono la moneta unica (euro), la crescita del commercio elettronico e la vicinanza geografica.

La pressione politica per l'armonizzazione fiscale si estende oltre i confini dell'UE. Alcuni paesi limitrofi con regimi fiscali speciali (ad esempio la Svizzera) erano già costretti ad alcune concessioni in questo settore.

Critiche

I sostenitori della concorrenza fiscale affermano che in genere apporta benefici per i contribuenti e per l'economia globale.[6]

Alcuni economisti sostengono che la concorrenza fiscale sia vantaggiosa nell'aumentare l'assunzione fiscale totale a causa delle basse aliquote dell'imposta sulle società che stimolano la crescita economica.[7] Altri sostengono che la concorrenza fiscale è generalmente dannosa perché distorce le decisioni di investimento e quindi riduce l'efficienza dell'allocazione del capitale, ridistribuisce l'onere fiscale nazionale dal capitale e su fattori meno mobili come il lavoro e mina la democrazia costringendo i governi a modificare i sistemi fiscali in modi sgraditi agli elettori. Inoltre tende ad aumentare la complessità dei sistemi fiscali nazionali e internazionali, poiché i governi modificano costantemente i sistemi fiscali per tener conto del contesto fiscale "competitivo".[8]

È stato anche affermato che, proprio come la concorrenza è positiva per le imprese, la concorrenza è positiva per i governi poiché favorisce l'efficienza e il buon governo del bilancio pubblico.[9]

Altri sottolineano che la concorrenza fiscale tra paesi non ha alcuna relazione con la concorrenza tra società in un mercato: si consideri, ad esempio, la differenza tra una società fallita e uno stato fallito - e che mentre la concorrenza sul mercato è considerata generalmente vantaggiosa, la concorrenza fiscale tra paesi è sempre dannosa.[10]

Alcuni osservatori suggeriscono che la concorrenza fiscale è generalmente una parte centrale di una politica del governo per migliorare la quantità di lavoro creando posti di lavoro ben pagati (spesso in paesi o regioni con prospettive di lavoro molto limitate). Altri suggeriscono che è vantaggioso principalmente per gli investitori, poiché i lavoratori avrebbero potuto essere pagati meglio (sia attraverso una tassazione più favorevole verso di loro, sia attraverso una maggiore ridistribuzione della ricchezza) se non fosse stato per la concorrenza fiscale abbassare le aliquote fiscali effettive sulle società.

L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha organizzato un progetto di concorrenza anti-tasse negli anni '90, culminando con la pubblicazione di " Concorrenza fiscale dannosa: un problema globale emergente " nel 1998 e la creazione di una lista nera di cosiddetti paradisi fiscali nel 2000. Le giurisdizioni nella lista nera hanno resistito efficacemente all'OCSE rilevando che anche molti dei paesi membri erano paradisi fiscali secondo la stessa definizione dell'OCSE.  

Gli economisti di sinistra sostengono generalmente che i governi hanno bisogno di entrate fiscali per coprire debiti e imprevisti e che pagare per finanziare uno stato sociale è un obbligo di responsabilità sociale. Un altro argomento è che la concorrenza fiscale è un gioco a somma zero.[11] Gli economisti di destra sostengono che la concorrenza fiscale significa che i contribuenti possono votare con i piedi, scegliendo la regione con la fornitura più efficiente di servizi governativi. Questo rende la base imponibile di uno stato volontaria, perché il contribuente può evitare le tasse rinunciando alla cittadinanza o emigrando e cambiando in tal modo la residenza fiscale.

Note

Voci correlate

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Serhij Buleca

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Serhij Buleca

Serhij Anatolijovyč Buleca (in ucraino Сергій Анатолійович Булеца?; Poltava, 16 febbraio 1999) è un calciatore ucraino, centrocampista dell'Oleksandrija.

Caratteristiche tecniche

Abbozzo calciatori ucraini

È un trequartista, posizione nella quale riesce a esprimere meglio le sue abilità di finalizzatore, ma può giocare anche come centrocampista centrale, nel periodo in cui militava nelle nazionali giovanili veniva schiarato prevalentemente come ala sinistra. Il suo piede forte è il destro, quando attacca usa un gioco molto essenziale, dà suppurto alla manovra offensiva sfruttando la propria potenza di tiro, abile nel calciare con entrambi i piedi.

Carriera

Club

Dinamo Kiev e Dnipro-1

Cresciuto nel vivaio del Dinamo Kiev ha partercipato alla UEFA Youth League dove, nel 2016, realizza una gol prima sconfiggendo il Benfica per 2-1 e poi battendo per Beşiktaş. Nell'edizione 2018-2019 sigla una rete nella vittoria per 5-1 contro il Septemvri, con un rigore realizza il gol del 2-1 sconfiggendo l'Anderlecht, sigla una rete pure contro la Juventus vincendo per 3-0.

Debutta nella Prem"jer-liha (la massima divisione del calcio ucraino) con la maglia del Dnipro-1 il 31 luglio 2019 dove Buleca segna un gol sconfiggendo l'Olimpik Donec'k, realizza una rete anche contro il Mariupol' ottenendo una vittoria per 3-0. Nella Coppa di Ucraina riesce a segnare un gol battendo per 3-1 l'Ahrobiznes Voločys'k. Nell'edizione 2020-2021 della coppa segna una rete contro l'Hirnyk-Sport' vincendo per 5-3, realizza un gol pure contro l'Oleksandrija pareggiando per 1-1, il match si protrae fino ai calci di rigore della squadra perde per 4-3, Buleca condanna la sua squadra alla sconfitta non avendo segnato l'ultimo rigore. Il 24 aprile 2021 sigla l'ultimo gol per la squadra nel successo per 3-0 contro il Mynaj.

Zorja e Zagłębie Lubin

Inizia a giocare per lo Zorja a partire dal 2021. Nell'edizione 2022-2023 del campionato ucraino realizza sette gol, il primo battendo per 4-0 il Čornomorec' Odessa, segna una rete anche contro il L'viv prevalendo per 3-1, sigla un gol battendo per 3-0 il Ruch L'viv, l'ultimo gol lo segna sconfiggendo per 2-0 l'Oleksandrija.

Si trasferisce in Polonia giocando per il Zagłębie Lubin dove realizza una sola rete vincendo per 2-0 contro il Górnik Zabrze.

Lechia Danzica

A partire dal 2024 veste la maglia del Lechia Danzica.

Nazionale

Ucraina (bandiera)

Nel 2016 viene convocato per la nazionale Under-17 partecipando alle qualificazione per l'europeo di categoria dove segna il gol del 3-0 battendo la Finlandia, con lo stesso risultato di conclude la partita contro la Turchia dove Buleca realizza una doppietta: ottenuto l'accesso al campionato continentale Buleca segna un solo gol, nel pareggio per 2-2 contro la Germaia.

Gioca con la nazionale Under-19 al campionato giovanile europeo dove segna la rete del 2-1 sconfiggendo la Francia, oltre a realizzare il gol del 1-0 battendo la Turchia.

Con l'Under-20 ucraina ha preso parte al campionato mondiale di calcio Under-20 2019, vinto dalla propria nazionale, contro gli Stati Uniti è stato l'uomo-partita infatti segna il primo gol del match inoltre, con un calcio d'angolo serve l'assist con cui il suo compagno di squadra Denys Popov segna la rete del definitivo 2-1, sigla inoltre il gol del 4-1 sconfiggendo Panama mentre nella semifinale la sua rete decide la vittoria su 1-0 contro l'Italia.[1]

L'8 settembre 2021 esordisce in nazionale maggiore in amichevole contro la Repubblica Ceca.[2]

Palmarès

Nazionale

Note

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3 Hordijenko · 4 Babohlo · 5 Stec'kov · 6 Kovalec' · 8 Dovhyj · 10 Tret'jakov · 11 Šuljans'kyj · 16 Biloševs'kyj · 17 Lučkevyč · 18 Sitalo · 20 Pašajev · 21 Rudyk · 22 Hrycuk · 26 Šendrik · 27 Cara · 29 Sokolov · 55 Prokopčuk · 57 J. Teixeira · 77 Myšenko · 90 Dubra · 91 Mychajlenko · 94 Zaderaka · 99 Ustymenko · Buleca · Allenatore: Hura


Jim Jarmusch

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Jim Jarmusch

James Robert Jarmusch, detto Jim (Akron, 22 gennaio 1953), è un regista, sceneggiatore e musicista statunitense.

È considerato uno dei più importanti cineasti del cinema indipendente statunitense.[1]

Biografia

La gioventù e i primi lungometraggi

Jim Jarmusch è nato ad Akron (Ohio), figlio di una regista teatrale statunitense di origini irlandesi e tedesche e di un imprenditore statunitense di origini ceche e tedesche. Fino a diciassette anni Jarmusch vive ad Akron dopodiché si trasferisce a Chicago per studiare giornalismo alla School of Journalism della Northwestern University. Trascorre nella città dell'Illinois solo un anno, poi raggiunge New York per frequentare letteratura presso la Columbia University. In questi anni scrive diversi testi in prosa e in poesia, alcuni dei quali vengono pubblicati sulla Columbia Review, magazine della Columbia University. Nel 1973 Jarmusch si trasferisce nove mesi a Parigi per una ricerca su André Breton e il surrealismo. Le teorie alla base della corrente artistica francese influenzeranno profondamente la futura poetica cinematografica del regista. A Parigi, inoltre, l'autore scopre il forte interesse per il cinema e frequenta assiduamente la cinémathèque. Una volta tornato a New York Jarmusch si laurea alla Columbia University in letteratura, e lo stesso anno si iscrive alla Graduate Film School della New York University.

La prima opera cinematografica di Jim Jarmusch è Permanent Vacation (1980), mediometraggio realizzato come tesi di laurea. Nel 1984 il regista partorisce il suo secondo film, Stranger than Paradise, grazie al quale l'autore riscuote un notevole successo al Festival di Cannes dello stesso anno vincendo la Caméra d'or, premio per il miglior film d'esordio.[2]. Inoltre, il film vince il Pardo d'oro al Festival di Locarno.

Nel 1985 Jim Jarmusch conosce Roberto Benigni al Salso Film & TV Festival di Salsomaggiore, entrambi membri della giuria. Da quel momento tra i due artisti nasce una forte amicizia. L'attore italiano l'anno seguente trascorre tre mesi negli Stati Uniti per recitare accanto a Tom Waits e John Lurie in Daunbailò (Down by Law), terzo film di Jarmusch.

Nel 1989 e nel 1991 Jarmusch realizza altri due film, Mystery Train - Martedì notte a Memphis e Night on Earth: quest'ultima opera è suddivisa in cinque capitoli, e rappresenta in maniera ironica particolari dinamiche relazionali all'interno di cinque taxi in diverse città del mondo: Los Angeles, New York, Parigi, Roma (in cui compare ancora Roberto Benigni) ed Helsinki.

Dead Man e Ghost Dog

Dopo quattro anni di pausa, Jarmusch realizza il western psichedelico Dead Man (1995) e quattro anni più tardi il noir ispirato all'hagakure Ghost Dog (1999), con questi due film Jarmusch indaga tematiche differenti rispetto alle dinamiche rappresentate fino a Night on Earth. I personaggi creati nelle opere del 1995 e del 1999 individuano un particolare percorso di vita: i protagonisti dei due film sono delle persone che seguono un determinato percorso di elevazione spirituale che permette loro di raggiungere un nuovo modo di interpretare l'esistenza.

Nel western Dead Man William Blake è accompagnato nel proprio percorso spirituale dall'amico indiano Nessuno, che prepara il personaggio interpretato da Johnny Depp ad affrontare con una nuova coscienza l'inevitabilità della morte. La colonna sonora del film è composta da Neil Young.

In Ghost Dog, invece, il killer interpretato da Forest Whitaker legge costantemente l'Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, il libro sul codice dei samurai. In questo testo sono presenti i principi etici e morali propri dei samurai dell'antico Giappone, ai quali Ghost Dog si attiene con assoluta fedeltà. Per apprendere in maniera approfondita gli insegnamenti filosofici contenuti nel libro, il protagonista si isola volontariamente dalla società di appartenenza: vive solo, in una baracca sulla sommità di un palazzo di periferia, intrattiene rapporti comunicativi con il clan mafioso per il quale lavora tramite piccioni viaggiatori. La colonna sonora del film è composta da RZA, membro della formazione hip hop newyorkese Wu-Tang Clan.

Nel 1997 Jarmusch realizza Year of the Horse, documentario riguardante un tour di Neil Young con i Crazy Horse.

Gli ultimi lavori

Nel 2003 esce Coffee and Cigarettes, un'opera costituita da undici cortometraggi realizzati a partire dal 1986, in cui i personaggi bevono caffè e fumano sigarette seduti a un tavolino, discorrendo su argomenti molto diversi tra loro. I dialoghi e le situazioni che di volta in volta si succedono sono accomunati da una particolare vena surreale, caratteristica della poetica cinematografica di Jarmusch. In questo film recitano molti amici del regista: Roberto Benigni, Tom Waits, Iggy Pop, Steven Wright, Steve Buscemi, Alfred Molina, Bill Murray, RZA e GZA dei Wu-Tang Clan, Taylor Mead e William Rice. Gli undici cortometraggi sono filmati in bianco e nero e possiedono un ritmo ed un montaggio lineare.

Al Festival di Cannes del 2005 Jarmusch presenta Broken Flowers, grazie al quale riceve il Grand Prix Speciale della Giuria.[3] In questo film l'autore caratterizza il personaggio interpretato da Bill Murray con qualità piuttosto simili a quelle presentate negli individui americani delle prime opere cinematografiche: il protagonista vaga da un luogo all'altro dell'America settentrionale senza una particolare guida che illumini la sua esistenza, mosso unicamente dal pretesto di trovare il proprio figlio.

Nel 2010 il Reykjavík International Film Festival gli ha conferito il Premio alla carriera.

Nel 2013 torna al cinema con il lungometraggio Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive), presentato in concorso al 66º Festival di cannes, protagonisti del film sono due vampiri interpretati da Tilda Swinton e Tom Hiddleston.

Nel 2016 è in concorso al 69º Festival di Cannes con il film Paterson, dove Adam Driver interpreta un autista (Driver in inglese) di autobus che scrive poesie. Nel 2019, sempre in corcorso a Cannes, esce I morti non muoiono, opera con tanti suoi attori precedenti (Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits, RZA, Chloë Sevigny).

Come regista

Lo stile

Jarmusch col suo cinema è solito mettere in scena persone che vivono ai confini della comunità d'appartenenza, ai margini della società americana contemporanea: sono individui privi di un particolare percorso di vita, incapaci di decidere autonomamente il proprio destino, alienati da una vita sempre uguale a se stessa. Questa particolare caratterizzazione dei personaggi deriva da uno sguardo disilluso del regista nei confronti del mito del sogno americano rinvigorito in epoca reaganiana.

Un'altra caratteristica propria del cinema di Jarmusch riguarda gli ambienti e gli spazi che ospitano le azioni dei personaggi: essi sono concepiti come espressione dello stato d'animo degli individui che li attraversano. Le città degli Stati Uniti rappresentate soprattutto nelle prime pellicole del regista (New York, Cleveland, Memphis, New Orleans, Los Angeles) sono molto simili tra loro, difficilmente si differenziano l'una dall'altra. Sono spazi che sembrano ripetersi, luoghi incapaci di evolvere e di trovare delle specifiche qualità. Ritornano continuamente situazioni in cui i personaggi affermano di essere già stati nel posto in cui giungono per la prima volta. Lo stesso Jarmusch afferma: "Oggi gli Stati Uniti sono simili in ogni parte. Puoi spostarti di migliaia di chilometri e ritrovare la stessa geografia. Il paesaggio non definisce più dove sei."

Il suo stile di regia si basa, principalmente, sui piano-sequenza e su una staticità dell'immagine che richiama maestri del cinema europeo quali Robert Bresson o Jean Eustache, stile poi assunto come emblema del cinema indipendente statunitense e non (basti pensare a certi film di Gus Van Sant o di Aki Kaurismäki). Emblematico in questo senso è Stranger Than Paradise - Più strano del Paradiso, interamente costruito da piani lunghi e inquadrature statiche, come se fossero delle fotografie, la rappresentazione dell'immobilità che pervade le atmosfere e i personaggi del suo cinema.

Come musicista

Niente fonti!

Jim Jarmusch compare, presumibilmente, come musicista, nella formazione della band Dark Day di Robin Crutchfield nel loro primo album Exterminating Angel (Lust/Unlust, 1980).

Jarmusch è da sempre stato appassionato al genere new wave, infatti negli anni '80 suonava come tastierista e cantante nei The Del-Byzanteens, una band new wave di New York. La band incise nel 1982 un solo album Lies To Live By (Don't Fall Off The Montain, 1982).

Nel 2005 Jim Jarmusch collabora a tre interludi nella compilation di Dreddy Kruger Presents... Think Differently Music: Wu-Tang Meets The Indie Culture (Think Differently Music, Babygrande, 2005) con Informercial #1 e Informercial #2 e nella compilation Meets The Indie Culture (Think Differently Music, Babygrande, 2005) con O, nei quali vi è la partecipazione di Jarmusch come voce narrante.

Poi Jarmusch si cimenta con la chitarra elettrica, e nel 2009 mette in piedi una band insieme a Shane Stoneback (organo e carillon) e Carter Logan (batteria, percussioni), già collaboratori di Jarmusch nelle vesti cinematografiche. Jarmusch, Stoneback e Logan cercavano la giusta colonna sonora per il film di Jarmusch The Limits of Control (2009), non riuscendo a trovare le musiche adatte al film decisero di comporle loro stessi, così nacquero i Bad Rabbit, che in seguito cambieranno nome in Sqürl[4]. Ciascun membro degli Sqürl è un polistrumentista e nel 2010 pubblicano un primo EP dal titolo EP#1 (Naked Kiss Music, 2010).

Nel 2011 Jarmusch appare in un disco del liutista olandese Jozef van Wissem nel brano Concerning the Beautiful Human Form After Death presente nel disco The Joy That Never Ends (Important Records, 2011), in cui suona la chitarra elettrica. Dopo questa partecipazione, i due artisti cominceranno a collaborare insieme in svariati progetti musicali. Primo fra questi l'album Concerning The Entrance Into Eternity (Important Records, 2012), un disco intero con brani interamente strumentali, in cui Jarmusch suona la chitarra elettrica. Jarmusch e Van Wissem, nello stesso anno, registrano ancora un altro disco a quattro mani, dal titolo The Mystery Of Heaven (Sacred Bones Records, 2012). Mentre in Apokastasis (Incunabulum, 2012) sempre di Van Wissem vede solo la partecipazione di Jarmusch (chitarra elettrica, chitarra acustica, tape e tape-loops) a quattro brani del disco.

Nello stesso anno, poi, Jarmusch compare in un brano del singolo dei Fucked Up Year of the tiger (Matador, 2012) come cori/backing vocals.

Nel febbraio 2015 Jim Jarmusch e Carter Logan (entrambi degli Sqürl) in una versione in duo degli Sqürl si esibiscono a New York per musicare dal vivo le immagini di quattro film muti dell'artista dadaista Man Ray in occasione del festival Silent films, live scores 2015[5].

Filmografia

Regista

Lungometraggi

Documentari

Cortometraggi

Video musicali

Sceneggiatore

Lungometraggi

Cortometraggi

Attore

Lungometraggi

Televisione

Cortometraggi

Produttore

Compositore

Montatore

Direttore della fotografia

Discografia

Con The Del-Byzanteens

Con Bad Rabbit

Con Sqürl

[6]

Con Jozef Van Wissem

Partecipazioni

Compare in

Remix musicali

Doppiatori italiani

Riconoscimenti

Festival di Cannes

Altri riconoscimenti

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Festival internazionale del cortometraggio di Siena

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Festival internazionale del cortometraggio di Siena

Il Festival internazionale del cortometraggio di Siena (Siena International Short Film Festival) è stata una rassegna competitiva di cortometraggi organizzata dall'Associazione culturale cortoitaliacinema.

Storia

Niente fonti!

Il Festival si è svolto a Siena, nel mese di novembre, per 12 edizioni, dal 1997 al 2008. La manifestazione nasce per incentivare gli incontri tra i registi indipendenti di tutto il mondo con il pubblico, promuovere retrospettive dedicate ai grandi nomi dell'animazione, delle scuole di cinema, del documentario (in chiave corta). Numerose le retrospettive dedicate a paesi africani, europei, americani, con presentazioni di libri di cinema, mostre di grafica dedicate al cinema (manifesti e fotografie), omaggi ad autori e incontri con attori.

Il festival, diretto da Piero Clemente e da Barbara Bialkowska, archivia i film pervenuti in selezione e scheda tutti i titoli, mentre durante la manifestazione è possibile visionare qualche migliaio di titoli a richiesta degli operatori del settore. Vengono pubblicati annualmente cataloghi dedicati ai film in selezione, fuori concorso e al mercato.
Nel 2009, a seguito dell'interruzione dei finanziamenti pubblici erogati alla manifestazione fin dal 1997 dal Comune di Siena[1], il Festival cessa la programmazione. L'ultima edizione si svolge a Roma, presso il Cinema dei Piccoli e nel teatro comunale di San'Oreste[2], probabilmente non competitiva.

Premi

Abbozzo

1997

1998

2000

2002

2003

2006

2007

2008

Note

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Diritto informatico

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Diritto informatico

Con diritto informatico si indica l'insieme di leggi e norme che regolano i rapporti tra fornitori di apparecchiature e servizi informatici ed utenti finali.

Alcune di queste leggi sono applicazioni di principi giuridici generali. Ad esempio le garanzie sulle apparecchiature che sono assimilati ad un qualsiasi elettrodomestico.

Altre, invece, sono specifiche e spesso inseguono più che governano l'evoluzione tecnologica e periodicamente assurgono agli onori della cronaca. È il caso della fiscalità per il commercio elettronico, del diritto d'autore soprattutto legato al commercio/scambio di opere musicali e cinematografiche, della brevettabilità del software, delle questioni sollevate dall'Open Source, dalla sicurezza informatica, dalla libertà di espressione, dal trattamento dei dati personali o dal diritto alla privacy, solo per citare i più noti.

Alcuni dei principali aspetti legati all'informatica sono elencati di seguito. I dettagli relativi alle soluzioni legislative adottate poi variano da Paese a Paese.

Aree soggette a regolamentazione

Vi sono molte aree dell'attività informatica che sono soggette a regolamentazione o influenzate da leggi vigenti. Innanzitutto vi è la cosiddetta "proprietà intellettuale" in genere, specie per quanto riguarda i supporti (soprattutto CD e DVD) ed i contenuti digitali (musica, film, videogiochi ed i programmi in generale...): in particolare il copyright, il fair use e regolamenti specifici per la limitazione delle duplicazioni (copy prevention). Molto sentito è anche il problema della pirateria legato ad Internet, con la diffusione dei contenuti attraverso i sistemi distribuiti peer to peer. La brevettabilità del software è un argomento controverso ed in costante evoluzione in Europa ed altrove.

Gli argomenti collegati a licenze software, accettazione di licenze software, software libero e open source possono implicare discussioni sul diritto del prodotto, responsabilità professionale del singolo sviluppatore, garanzie, contratti, segreti professionali e proprietà intellettuale. Ad esempio, ancora all'inizio del 2004, nessun tribunale si è espresso sulla validità delle licenze open-source.

In molti Stati, le industrie informatica e della comunicazione sono regolate - spesso in modo restrittivo - dai rispettivi governi. Esistono leggi che stabiliscono principi a cui i computer e le reti devono sottostare: in particolare ci sono regole su cracking, privacy e spamming (invio di posta indesiderata). Ci sono anche limiti all'uso di crittologia e di programmi che possono essere usati per violare sistemi di protezione da copia. Anche l'esportazione di hardware e software tra certi Stati è sottoposta a controllo. Ci sono leggi che governano il commercio elettronico (ovvero la compravendita di beni e servizi attraverso Internet), la tassazione, la protezione del consumatore e la pubblicità.

Esistono leggi sulla censura contro la libertà di espressione, regole sull'accesso pubblico a informazioni governative, e accesso individuale a informazioni tenute da soggetti privati. Ci sono leggi su quali dati devono essere mantenuti per obbligo di legge, e quali non possono essere raccolti o memorizzati, per motivi privati.

In certe circostanze e giurisdizioni, le comunicazioni tra computer possono essere usate come prove, e per stabilire contratti. Nuovi metodi di controllo e sorveglianza hanno reso possibile attraverso i computer avere differenti legislazioni su come possono essere usati come prove processuali o dalla polizia.

Una serie di problemi legali e dibattiti è poi generata dall'introduzione di apparecchiature per il voto elettronico (potenzialmente utilizzabile attraverso reti di comunicazione di massa come Internet o le reti cellulari).

Alcuni Stati, infine, limitano l'accesso a Internet, sia mediante leggi apposite che mediante metodi tecnici.

Giurisdizione

Con la diffusione planetaria di Internet, la giurisdizione è un problema molto sentito e di difficile soluzione, in parte per l'effettivo problema della delocalizzazione geografica, e poi anche perché i giudici dei diversi paesi hanno preso posizioni diverse su quanto pubblicato in Internet o sugli accordi commerciali stipulati per prodotti e servizi venduti via Internet (commercio elettronico).

Sul tema del foro competente dottrina e giurisprudenza hanno offerta una variegata gamma di scelte. Ai fini della presente analisi si ritiene opportuno citare la sola tesi che è stata ritenuta preferibile nel nostro ordinamento dalla Corte di Cassazione a sezioni unite con l'ordinanza n. 6591 dell'8 giugno 2002. Secondo tale corrente la competenza spetterebbe al giudice del foro in cui il danneggiato ha la propria sede, la propria residenza o il proprio domicilio. In tal modo: 1) la causa viene incardinata dove l'illecito è giunto a compimento causando concretamente un danno;

2) si impedisce ad entrambe le parti in causa di compiere attività di forum shopping e si precostituisce il giudice naturale territorialmente competente; 3) si evita che il danneggiato debba sopportare spese legate alla necessità di individuare il luogo di gestione del sito nonché il rischio di non riuscire in tale individuazione. La soluzione proposta è perseguibile attraverso un'interpretazione dell'art. 20, cod. proc. civ., che, in caso di illecito commesso in Rete, faccia leva sulla realizzazione effettiva del danno. Basta, in altre parole, considerare locus commissi delicti quello dove il fatto illecito genera realmente il danno economico; luogo che, nel caso in cui l'offesa colpisca un imprenditore, coincide con quello in cui è ubicata la sede dell'impresa e, nel caso in cui colpisca una persona fisica, risulta quello della sua residenza o del suo domicilio, in quanto è lì che questa concretamente può essere pregiudicata da una condotta illecita altrui. Una simile scelta ermeneutica che, d'altronde, rispetta l'opzione accolta dal legislatore in materia di contratti dei consumatori stipulati a distanza e dunque anche in Rete, fa giustizia della singolarità e della peculiarità di internet come strumento adatto a compiere attività dannose. Inoltre, in un'ottica di law and economics, si rivela funzionale a riequilibrare il rapporto tra gestore del sito e terzi, altrimenti tutto sbilanciato a favore del primo, il quale gode di una vantaggio, se non sempre tecnologico, quantomeno logistico. (citazioni)

Fra le altre maggiori problematiche aperte ci sono quelle sollevate dall'applicazione delle leggi sui contratti, tassazione sulle vendite e garanzie commerciali, le regolamentazioni per perseguire le intrusioni nei sistemi informatici, privacy, spamming e la scrittura e diffusione dei virus informatici. Da non dimenticare, inoltre, anche aree più propriamente politiche come la libertà di espressione, censura, l'uso criminale della rete (es. pedofilia), incitamento a delinquere, e così via.

Alle volte, si ventila l'idea di un "cyberspazio" senza leggi. È però l'opinione dei più che tale stato di cose non è desiderabile; occorrerebbe, invece, un'armonizzazione delle diverse legislazioni per garantire la certezza del diritto ed evitare disparità di trattamenti.

Non si deve dimenticare, inoltre, che l'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo si richiama alla protezione della libertà di espressione in tutti i mezzi di comunicazione.

Governo/controllo/limitazioni di Internet

Per quanto riguarda la giurisdizione su Internet, la questione del governo di internet è un argomento estremamente dibattuto nei congressi internazionali come l'International Telecommunication Union (ITU). Il ruolo di istituzioni tecniche di controllo della rete, come ad esempio l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) ed il suo controllo essenzialmente statunitense, è messo sempre più spesso in discussione.

La legge che regola Internet deve essere considerata nel contesto della sua portata geografica e dei confini politici che si attraversano nel processo di invio di dati in tutto il mondo. La struttura globale unica di Internet solleva molte questioni giurisdizionali e talvolta anche questioni legate alla legittimità stessa di alcune leggi.

David R. Johnson e David G. Post, autori del saggio "Law and Borders - The Rise of Law in Cyberspace" (Diritto e Confini - La Nascita della Legge del Cyberspazio) sostengono l'Internet come ente al di sopra delle leggi di ogni singolo paese, ma con una giurisdizione propria in cui i "Cittadini di Internet" ("Internet Citizens") vengono riconosciuti in base al proprio nome utente o e-mail. Nel corso del tempo però, le spinte verso un Internet che può essere auto-regolato come nazione a sé stante, vengono screditate da una moltitudine di autorità di regolamentazione, forze esterne ed interne, sia governative e private, a molti livelli diversi. La natura del diritto di Internet rimane molto in via di sviluppo.

«La guerra contro la condivisione illegale di file è come la vecchia guerra della chiesa contro la masturbazione. È una guerra che semplicemente non puoi vincere»

Secondo Lawrence Lessig ci sono 4 forze primarie che regolamentano Internet, secondo la teoria che lui chiama "Pathetic dot Theory" nel suo libro "Code and Other Laws of Cyberspace" (Codice e altre leggi del Cyberspazio):

Citazioni

Bibliografia

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Castello di Carini

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Castello di Carini

Il castello di Carini è una fortezza medievale che si trova a Carini, in Sicilia.

Storia

Fu eretto ad opera del primo feudatario normanno Rodolfo Bonello, guerriero al seguito del conte Ruggero I di Sicilia.

Nel 1283 divenne di proprietà della famiglia Abate che iniziò a trasformare la struttura difensiva destinandola ad uso residenziale. Schieratisi con i Chiaramonte nella disputa per il possesso della corona, gli Abate furono dichiarati "felloni" e privati di tutti i beni.

Il re Martino I, nuovo re di Sicilia, nel 1397 affidò la Terra di Carini al "milès panormitano" Ubertino La Grua per i servizi resigli.

Ubertino non ebbe prole maschile e, nel 1402, con privilegio di Martino il Giovane (sposo della regina Maria) che partecipò alla stesura del contratto di matrimonio, fece sposare la sua unica figlia Ilaria con il catalano Gilberto Talamanca, dando così vita alla casata La Grua Talamanca che rimarrà in possesso della baronia di Carini fino al 1812.

Mappa di localizzazione: Italia
Con il barone Giovan Vincenzo La Grua Talamanca, dalla metà del XV secolo il castello sarà oggetto di una serie continua di cantieri di restauro ed evoluzione architettonica che ne modificheranno l'uso, da caserma a "palazzo" per la residenza estiva.[2]

Le vicende della baronessa di Carini

Il maniero divenne famoso quale teatro di una tragica vicenda: il 4 dicembre 1563 donna Laura Lanza di Trabia baronessa di Carini, moglie di don Vincenzo La Grua-Talamanca, venne uccisa dal padre per motivi di onore insieme al presunto amante Ludovico Vernagallo. Gli atti di morte dei due si trovano trascritti presso l'archivio storico della chiesa madre di Carini.[3]

L'amaro caso della signora di Carini non fu subito di dominio pubblico, la potenza delle famiglie coinvolte mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte della signora di Carini. Don Cesare Lanza di Trabia sarà assolto in virtù della legge vigente e l'anno successivo insignito del titolo di conte di Mussomeli.

Della vicenda si occupò nella metà dell'Ottocento lo studioso Salvatore Salomone Marino che riuscì a ricostruire, grazie a quanto appreso dal popolo attraverso vari "cunti" tramandati nei secoli dai cantastorie, la storia di Laura e del suo amato Ludovico. Una leggenda narra che in occasione dell'anniversario del delitto comparirebbe, su un muro della stanza dove venne uccisa Laura, l'impronta della mano insanguinata lasciata dalla baronessa uccisa.[4] Il barone Vincenzo La Grua ebbe altre due mogli: dona Ninfa, figlia di don Alfonso Ruiz de Alarcòn e donna Paola Sabia Ventimiglia n. 1530, sposate a distanza di circa un anno l'una dall'altra (la data del matrimonio con dona Ninfa non è certa, ma è sicuro che morì fra i 6 mesi e un anno dallo stesso sposalizio).

Architettura

Dal punto di vista architettonico, le mura medievali risalgono all'XI e XII secolo. Elementi arabo-normanni sono riscontrabili nella seconda porta del castello, dove l'arcata a sesto acuto ne prolunga lo slancio.

In alto vi è l'arma della famiglia Abbate. I portali sono sormontati da alcuni scudi che rappresentano una gru, allusiva della casata La Grua; altri mostrano tre zolle di terra, probabilmente simbolo dei Chiaramonte. In quello del piano superiore si trova lo stemma dei Lanza-La Grua, caratterizzato da due leoni rampanti.[5]

Piano terreno

Entrando nel piano terreno vi è una stanza con volta a crociera che originariamente era un muro esterno. Un altro vano, privo del pavimento, mostra le fondazioni di strutture precedenti. Un grande salone è diviso da due arcate a sesto acuto con colonna centrale.

Nel lato est del castello si possono vedere: in un locale un lavatoio in pietra di Billiemi; una cappella affrescata a trompe-l'œil, una statua in marmo raffigurante la Madonna di Trapani.[6]

La cappella

Nella cappella si ammira un artistico tabernacolo ligneo del primo decennio del Seicento con colonnine corinzie che scandiscono prospettivamente lo spazio. Un matroneo in legno permetteva la vista dal piano superiore.

Piano superiore

Al piano superiore, all'ingresso di quella che era l'ala quattrocentesca del castello, troviamo un portale marmoreo dove, tra due fenici rinascenti dalle fiamme, è scritto Et nova sint omnia (E tutto sia rinnovato), che è la continuazione di un'altra dicitura presente su un secondo portale marmoreo sempre nel lato sud-ovest dove si legge Recedant Vetera (Sia cancellato il passato), probabilmente collocate quando l'edificio, sotto la direzione dell'architetto netino Matteo Carnalivari, cambiò la sua destinazione d'uso trasformandosi da caserma a dimora signorile (seconda metà del Quattrocento).[7]

Dalla porta accanto si accede al salone delle feste, caratterizzato da un soffitto ligneo cassettonato con elementi stalattitici tutti decorati con stemmi nobiliari, salmi dedicati alla Madonna e didascalie allegoriche, tra le quali quella sull'asse centrale: In medio consistit virtus e quelle sulle mensole laterali: Et in estremis labora. Il soffitto ligneo fu realizzato in concomitanza con i lavori di riammodernamento fatti quando i La Grua Talamanca si imparentarono con la famiglia Ajutamicristo, un esempio simile si conserva infatti presso il palazzo palermitano della stessa casata, capolavoro dell'architettura gotico-catalana in Sicilia.[8]

Salone delle feste

Il salone delle feste del piano nobiliare è un classico esempio di ambiente quattrocentesco con soffitto ligneo a cassettoni, un camino impreziosito dallo stemma dei la Grua ed ampie finestre. Il soffitto conserva una parte originale dove è visibile una scritta in latino In Medio Consistit Virtus, ovvero Nel mezzo sta la virtù, per indicare che era stata realizzata solo per decorazione mentre è la struttura laterale quella portante. Dalla porta laterale sinistra della sala si entra nella stanza cara alla baronessa di Carini, dove, si narra, avvenissero i suoi presunti incontri con Ludovico Vernagallo.[9]

Le altre stanze

Interessanti sono le stanze affrescate, come quella in cui si trova la pittura murale ritraente Penelope ed Ulisse. Una scaletta conduce alle cucine. Un vano, infine, merita attenzione perché si caratterizza per le vele e i pennacchi terminanti in pietra di Billiemi di stile gotico-catalano.

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Lago Dongting

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Lago Dongting

Il lago Dongting (洞庭湖S, Dòngtíng HúP, Tung-t'ing HuW), nel nord della provincia di Hunan, è il secondo lago d'acqua dolce più grande della Cina. È alimentato da diversi fiumi e drena le sue acque nello Yangtze, a nord di esso. Le province di Hunan («a sud del lago») e Hubei («a nord del lago») hanno preso il nome dalla loro posizione rispetto al lago.

Il lago copre generalmente una superficie di 2820 km², ma in estate (da luglio a settembre), quando i suoi immissari, in particolare lo Yangtze, riversano le loro acque di piena nel lago, la sua superficie può ingrandirsi fino a raggiungere i 20000 km². Il Dongting rappresenta quindi un importante bacino naturale di raccoglimento per la regolazione della portata dello Yangtze, funzione che però è sempre meno in grado di svolgere in quanto le piene annuali superano i livelli critici a intervalli sempre più brevi. Nel 1998 persero la vita più di 4000 persone, mentre nel 2002 le vittime furono di meno perché le dighe resistettero. Le inondazioni, seppur di origine naturale, sono però divenute più drammatiche ad opera dei mutamenti apportati dall'uomo: la distruzione delle foreste di protezione, la bonifica delle zone umide e la creazione di aree residenziali e industriali in zone precedentemente occupate dalle golene che circondano il lago hanno ormai rovinato irrimediabilmente l'equilibrio naturale della regione.

Mappa di localizzazione: Cina

Il carico di sedimenti trasportati dallo Yangtze e depositati nella pianura del Dongting ha portato alla creazione di un terreno paludoso molto fertile, tanto che la regione intorno al lago è divenuta una delle aree risicole più importanti della Cina. Di conseguenza, gran parte della vegetazione originaria è andata perduta a vantaggio delle colture.

Sebbene al tempo della dinastia Han il poco profondo Dongting fosse ancora il più grande lago d'acqua dolce della Cina, da allora la sua superficie è diventata più piccola a causa della bonifica di nuovi terreni, tanto che ora viene superato in dimensioni dal lago Poyang.

I fiumi che si gettano nel Dongting, come lo Xiang (2288 m³/s[2]), lo Zi (795 m³/s), lo Yuan (2158 m³/s), il Li (551 m³/s) e il Miluo, apportano mediamente una quantità di acqua superiore a 6000 m³/s[3], per cui le acque di deflusso del lago costituiscono di gran lunga l'«affluente» più ricco di acqua dello Yangtze. Inoltre, tre meandri meridionali dello Yangtze che si staccano dal corso principale raggiungono il lago apportando in media un volume di acqua complessivo di oltre 3500 m³/s[3], una quantità di acqua superiore a quella apportata dallo Xiang Jiang, rendendo così il Dongting «parte» dello Yangtze. È soprattutto da questo afflusso che grandi quantità di materia in sospensione si depositano nel bacino lacustre.

Le principali città che si affacciano sul lago sono Yueyang e Yuanjiang. Changsha, il capoluogo dello Hunan, si trova a circa 60 km a sud-est del Dongting ed è raggiungibile via mare attraverso lo Yangtze, il Dongting e lo Xiang Jiang.

Note

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Pappacoda (famiglia)

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Pappacoda (famiglia)

I Pappacoda sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana.

Storia

La famiglia napoletana dei Pappacoda è già citata nel 1420 come parte del seggio "Aquario" abolito dalla regina Giovanna II e aggregato al sedile di Porto, ma le sue origini sono più antiche.

Avendo sostenuto differenti sovrani saliti al trono di Napoli col prestito di grandi somme di denaro e col reclutamento di forze militari, la casata era riuscita infatti ad emergere già dalla fine del XIII secolo con Liguoro Pappacoda che nel 1278 assistette Carlo I d'Angiò nella conquista del regno di Napoli. Nel secolo successivo, Lionetto Pappacoda, in rappresentanza del seggio di Porto, accompagnò re Carlo III d'Angiò in Puglia per incontrare il duca d'Angiò.

Nel 1390 Artusio Pappacoda (m. 1433) acquistò i feudi di Papasidero in Calabria Citra e Castellabate e fu condottiero per 200 lance, ottenendo nel 1405 il titolo di barone di Barbato e di Zagarise in Calabria Ultra. Questi fu personaggio influente in quanto non solo fu consigliere della corte angioina, ma fu anche amante della regina Giovanna II di Napoli la quale nel 1415 lo nominò Gran Siniscalco del Regno di Napoli. Fu sempre lui a far edificare in quello stesso 1415 la cappella sepolcrale della famiglia Pappacoda a Napoli, dedicata a San Giovanni Evangelista.

Nel Quattrocento, Troiano Pappacoda (m. 1510) fu condottiero inizialmente delle armate di Venezia, per poi passare nel 1483 a quelle di Ferrante I d'Aragona, prendendo poi parte nel 1486 alla Congiura dei Baroni e ricavandone nel 1495 il titolo di duca di Termoli. Nel 1497, Artuso II venne ricompensato da Ferrante II d'Aragona col titolo di Massafra. Suo fratello Sigismondo, già vescovo di Venosa, venne nominato vescovo di Tropea e poi arcivescovo di Napoli e cardinale. Altro fratello fu Baldassarre che nel 1495 venne nominato consigliere e cavallerizzo maggiore di re Federico I di Napoli, ottenendo anche il titolo di barone di Missanello in Basilicata ed acquistò la città di Lacedonia col relativo titolo di barone; fu sindaco della città di Napoli.

Carlo Pappacoda acquistò nel 1522 da Eleonora del Tufo i diritti sulla gabella del pesce per l'intera città di Napoli, ma dovette vendere nel 1584 il feudo di Lacedonia alla famiglia Doria di Melfi.

Nel 1556, Giovanni Lorenzo Pappacoda (m. 1576), ottenne in eredità da Bona Sforza, regina di Polonia, i feudi di Noia, Capurso e Triggiano e nel 1558 ottenne la nomina a marchese di Capurso, il maggiore tra questi feudi, titolo al quale si aggiunse quello di marchese di Pisciotta nel 1617 con Cesare (1567-1621) che fu giudice criminale della Gran Corte della Vicaria.

Nel Seicento diversi furono i membri della famiglia ad entrare nel Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1635, Luigi (m. 1670) fu vescovo di Capaccio e poi di Lecce, mentre nel 1638 Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta, si associò ad altri trentasette cavalieri napoletani per istituire il Monte Grande de Maritaggi di Napoli che garantiva doti adeguate alle famiglie aristocratiche in età da marito.

Francesco, marchese di Capurso, nel 1644 divenne castellano di Bari e suo fratello Giuseppe, l'anno successivo, venne decorato del titolo di principe di Triggiano, elevando così la famiglia nelle altissime sfere dell'aristocrazia partenopea. Nel 1666, Domenico (1653-1723), marchese di Pisciotta, ottenne il titolo di principe di Centola. Il figlio di questi, Francesco (1689-1763), fu membro del consiglio di reggenza del regno di Napoli e nel 1747 venne nominato cavaliere del Real Ordine di San Gennaro.

Palazzo Pappacoda

Il palazzo napoletano dei Pappacoda venne fatto costruire da Artusio (m. 1433), siniscalco del regno di Napoli. Venne ereditato quindi dai figli di questi, Antonello e Francesco, i quali però lo vendettero nel 1471 al conte Orso de Orsini di Nola. Nel 1496 il palazzo venne confiscato e tornò in possesso di Troiano Pappacoda (m. 1510) il quale aveva partecipato alla congiura dei baroni. Poco dopo Ferrante II d'Aragona lo confiscò nuovamente e lo assegnò a Fabrizio Colonna.

Non lontana dal palazzo si trova la cappella di San Giovanni Evangelista dove avevano luogo le sepolture dei membri della famiglia. Durante l'epoca del "Risanamento di Napoli", il palazzo venne demolito per consentire l'allargamento della strada antistante, ma ne venne salvato il portale marmoreo e gli stemmi di facciata che vennero reimpiegati nella costruzione del nuovo edificio sede del museo di mineralogia, zoologia e antropologia della città.

Baroni di Massafra (1497)

Marchesi di Capurso (1558)

Principi di Triggiano (1645)

Baroni di Lacedonia (1501)

Marchesi di Pisciotta (1617)

Principi di Centola (1666)

Baroni di Larino

Personaggi illustri

Ai tempi di Pappagone

Il nome della famiglia Pappacoda ha dato origine, attraverso una corruzione dello stesso nome, a un famoso modo di dire napoletano: "'a 'e tiempe 'e Pappagone", ovvero "ai tempi di Pappagone", generalmente usato per indicare credenze e usanze anacronistiche o comunque dei fatti risalenti a un tempo molto lontano.[1][2]

Note


Ugione

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Ugione

L'Ugione, lungo 14 chilometri, è tra i torrenti più lunghi che scendono dalle Colline Livornesi a Livorno. Lo supera in lunghezza solamente il Tora (che però nasce dalle Colline Pisane). Il regime idrico è tipicamente torrentizio, con piene in autunno e, anche se in quantità minore, in primavera. La portata idrica, quindi, bassa durante la stagione invernale, si riduce a quasi nulla in quella estiva.

Il torrente segna, dalle sorgenti nelle colline fino al paese di Stagno, il confine tra i comuni di Livorno e Collesalvetti.

Il corso dell'Ugione

Corso superiore

L'Ugione, insieme al Rio Maggiore, nasce dal Poggio Lecceta (appena sopra la frazione livornese di Valle Benedetta) all'altezza di 420 metri sul livello del mare. Durante buona parte dei 14 chilometri del suo corso funge da confine tra i comuni di Livorno e Collesalvetti; il confine, presso l'abitato di Stagno, devia bruscamente verso nord, raggiungendo il canale scolmatore, includendo così l'ultimo tratto del torrente Ugione all'interno del solo territorio comunale di Livorno.

Durante i primi chilometri del suo corso riceve numerosi ruscelletti di poche centinaia di metri, senza affluenti considerevoli. A due chilometri dalle sorgenti il torrente riceve il primo affluente da considerarsi tale, il Sambuca. Il corso d'acqua procede poi per un tratto in cui i fianchi della valle si fanno più ripidi e scoscesi, per la presenza dei vicini Poggi della Fontanaccia (306 m) e della Quercia (312 m). Da qui in poi gli affluenti si riducono in numero e in lunghezza fino a scomparire per alcuni chilometri.

Il torrente aggira poi l'imponenente e massiccia collina del Poggio del Corbolone, ultima altura di rilievo che s'innalza sulle dolci ondulazioni delle colline livornesi a nord-ovest. Il corso d'acqua, in questo tratto, esegue una grande curva verso ovest, mentre fino a poco prima avanzava deciso verso nord. A cinquanta metri d'altezza, prima che diminuisca la pendenza rallentandone il corso, il Torrente Ugione forma una piccola cascata con un laghetto ai suoi piedi. Il suggestivo spettacolo, unico in tutto il territorio, è raggiungibile seguendo un breve sentiero che parte dalla via sterrata diretta al Poggio del Corbolone.

Il corso d'acqua riceve poi un altro affluente, il Botro dell'Arme. Il ruscello, lungo due chilometri, proviene da una nota località di tiro a segno sulla strada per il Poggio del Corbolone. Le sorgenti sono invece poste presso la località Il Crocione a 190 metri d'altezza. da qui in poi il Torrente Ugione entra nel suo corso inferiore.

Corso inferiore

Il corso inferiore dell'Ugione è caratterizzato da una pendenza sempre più lieve. Gli argini diventano via via più alti e ben scavati, e il corso d'acqua amplia notevolmente la sua portata raccogliendo tutti i torrentelli di quella parte delle colline.

Descrive prima un'ampia curva verso nord, per poi voltare bruscamente verso ovest poco prima di ricevere il Rio Vallelunga di Suese. Per i chilometri successivi il fiume viene sfruttato dalle fattorie presso Stagno, ricavando acqua per gli animali e le colture. In questo tratto riceve il Rio Vallelunga e il famoso Rio dall'acqua puzzolente. Dalla località Ponte a Ugione, sulla via Aurelia, il torrente Ugione diventa più ampio e profondo. Ormai, a tre metri sul livello del mare, il torrente finisce il suo corso gettandosi nel Porto industriale di Livorno, poco prima aver ricevuto il Rio Cigna proveniente dalla località Limoncino.

Affluenti

A destra della sorgente

Alto corso:

Basso Corso:

A sinistra della sorgente

Alto corso:

Basso corso:

Luoghi attraversati

Alto corso:

Basso corso:

Voci correlate


Attentati di Parigi del 13 novembre 2015

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Attentati di Parigi del 13 novembre 2015

Gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 sono stati una serie di attacchi terroristici di matrice islamista sferrati da un commando armato collegato all'autoproclamato Stato Islamico, comunemente noto come ISIS, che li ha successivamente rivendicati; gli attacchi armati si sono concentrati nel I, X e XI arrondissement e allo Stade de France, a Saint-Denis, nella regione dell'Île-de-France.

Gli attentati sono stati compiuti da almeno dieci persone fra uomini e donne, responsabili di tre esplosioni nei pressi dello stadio e di sei sparatorie in diversi luoghi pubblici della capitale francese, tra cui la più sanguinosa è avvenuta presso il teatro Bataclan, dove sono rimaste uccise 90 persone.[3] Le vittime sono in totale 130, a cui si aggiungono 413 feriti, di cui 99 gravi. Si è trattato della più cruenta aggressione in territorio francese dalla seconda guerra mondiale[4] e del secondo più grave atto terroristico nei confini dell'Unione europea dopo gli attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid.

Mentre gli attacchi erano ancora in corso, in un discorso televisivo il presidente francese François Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza in tutta la Francia e annunciato la chiusura temporanea delle frontiere.[5][6]

Contesto storico

Map

Dall'inizio del 2015, la Francia fu vittima di numerosi attentati terroristici di matrice islamica, compiuti da affiliati o sostenitori di Al-Qaida e dello Stato Islamico.

Tra il 7 e il 9 gennaio, a Parigi, erano stati attaccati gli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e il supermercato kosher Hyper Cacher, a Porte de Vincennes. Negli assalti, compiuti dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, appartenenti rispettivamente ad Al-Qāʿida e all'ISIS, erano rimaste uccise diciassette persone.[5][7]. L'attentato diede il via a una lunga escalation di altri attacchi di minore gravità in tutto il territorio francese: il 3 febbraio tre militari furono accoltellati a Nizza da Moussa Coulibaly, cittadino francese di origine africana; il 19 aprile una donna, Aurélie Châtelain, fu assassinata dallo studente algerino Sid Ahmed Ahlam, che aveva pianificato alcuni attacchi a due chiese di Villejuif, a Parigi, e alla Basilica del Sacro Cuore.

Il 26 giugno, a Saint-Quentin-Fallavier, nel sud-ovest del Paese, il trentacinquenne di origini marocchine Yasmin Salhi uccise e decapitò il proprio datore di lavoro per poi fotografarsi con la testa mozzata della vittima ed inviare la fotografia a un numero canadese tramite WhatsApp[8]; in seguito tentò di distruggere una fabbrica di gas con un furgone imbottito di bombole esplosive. Il 13 luglio quattro giovani di età compresa tra i 16 e i 23 anni, tra cui un ex-militare, avevano presumibilmente progettato un attacco contro l'installazione militare di Fort Béar di Port-Vendres, nei Pirenei Orientali, con l'intenzione di filmare la decapitazione di un ufficiale. Il 21 agosto, su un treno ad alta velocità Thalys proveniente da Amsterdam e diretto a Parigi, tre militari americani in borghese ed un cittadino britannico, tutti in vacanza, scongiurarono un attacco, riuscendo a bloccare e disarmare il terrorista, il ventiseienne marocchino Ayoub El Khazzani, poco prima che aprisse il fuoco con un kalashnikov. Nel tentativo di immobilizzarlo, tre persone rimasero ferite.[9] Il 29 ottobre fu scongiurato un altro attentato contro alcuni soldati della Marina Francese a Tolone, nel dipartimento di Var.

Nel corso del 2015 anche altri paesi furono al centro degli attentati. Tra il 14 e 15 febbraio, a Copenaghen, un giovane armato di fucile aprì il fuoco al Krudttønden Café, dove si stava tenendo una conferenza sulla libertà di espressione, uccidendo una persona e ferendo tre poliziotti, senza però colpire il disegnatore Lars Vilks, principale obiettivo dell'attentatore. La sera del 14 febbraio lo stesso giovane si portò nei pressi della sinagoga locale, dove ferì gravemente un cittadino ebreo, che morì nelle ore successive. Il terrorista venne in seguito ucciso dalla polizia danese. Il 18 marzo, due terroristi fecero irruzione nel museo nazionale del Bardo, in Tunisia, sparando sui turisti all'interno e all'esterno del museo, uccidendo ventidue persone e ferendone quarantacinque. Entrambi furono uccisi dalle teste di cuoio della polizia tunisina. Il 26 giugno due terroristi, tra cui il ventitreenne studente di ingegneria elettronica Seifeddine Rezgui Yacoubi, uccisero trentotto persone nel complesso turistico di Port El-Kantaoui di Susa, in Tunisia. Durante la sparatoria, Yacoubi venne ucciso dalla polizia. A settembre, inoltre, il primo ministro britannico David Cameron aveva annunciato la scongiura di un attacco alla regina Elisabetta II da parte dell'ISIS.

Cronologia degli eventi[10]

1 Saint-Denis (Stade de France)

2 Incrocio tra Rue Alibert (Le Carillon) e Rue Bichat (Le Petit Cambodge)

3 Rue de la Fontaine au Roi (Café Bonne Bière e Casa Nostra)

4 Boulevard Voltaire (Teatro Bataclan)

5 Rue de Charonne (La Belle Équipe)

6 Boulevard Voltaire (Comptoir Voltaire)

13 novembre

14 novembre

Vittime

Negli attacchi sono rimaste uccise 130 persone e ferite tra 352 e 368 (tra cui un poliziotto della B.R.I. ferito da una pallottola vagante alla mano sinistra durante il raid nel Bataclan),[34] di cui 80 portati all'ospedale in gravi condizioni.[35] 90 persone sono morte al teatro Bataclan, 13 al Le Carillon e al Le Petit Cambodge, 5 al Café Bonne Bière e a La Casa Nostra, 21 a La Belle Équipe e 1 allo Stade de France.[36] Le vittime erano di 26 diverse nazionalità. Uno dei feriti è poi deceduto, portando così il numero totale di morti a 130.[33] Alcuni sopravvissuti soffriranno del disturbo post traumatico da stress.

Il critico musicale del periodico Les Inrockuptibles Guillaume B. Decherf,[37] il dirigente della casa discografica Mercury Records France Thomas Ayad[38], il giovane musicista e compositore Christophe Lellouche[39] e il manager degli Eagles of Death Metal Nick Alexander sono fra le vittime dei terroristi islamici nel Bataclan.[40][41]

Sviluppi giudiziari

Le indagini sono coordinate dal procuratore della Repubblica di Parigi François Molins[42] e mirano all'identificazione dei terroristi, alla ricostruzione dei loro percorsi e all'individuazione degli eventuali complici.[42]

Il procuratore ha tenuto una conferenza stampa senza domande nella serata del 14 novembre,[42] in cui ha precisato i primi elementi raccolti, ha fornito una prima ricostruzione ufficiale dell'accaduto e ha aggiornato il numero provvisorio delle vittime.[43] Al momento di questa ricostruzione, erano stati individuati sette terroristi morti; fra questi, uno degli assaltatori del Bataclan era stato identificato formalmente come un cittadino francese di circa 30 anni nato a Courcouronnes (dipartimento dell'Essonne, nella banlieue della capitale francese) e schedato per la sua "radicalizzazione".[43] La vettura usata durante gli attacchi a Bataclan, era stata noleggiata a Bruxelles da un cittadino francese residente in Belgio.[44]

Reazioni militari o di ordine pubblico successive ai fatti

I fatti di Parigi del 13 novembre hanno innescato una serie di azioni repressive militari o di polizia atte a colpire individui direttamente coinvolti o in qualche modo riconducibili all'organizzazione degli attentati parigini.

Nella cultura popolare

Note

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Moritz Moszkowski

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Moritz Moszkowski

Moritz Moszkowski (Breslavia, 23 agosto 1854Parigi, 4 marzo 1925) è stato un compositore e pianista polacco.

Biografia

Dopo aver studiato a Breslavia (allora appartenente alla Germania), Dresda e Berlino, ebbe notevole fama sviluppando una notevolissima carriera concertistica.

Opere

Ha scritto più di duecento pezzi per pianoforte dal carattere brillante che gli portarono molta popolarità, in particolare la sua serie di danze spagnole (op. 12), due concerti per pianoforte e orchestra (op. 3 in si minore e op.59 in Mi maggiore) i 15 Études de virtuosité (op.72 Per Aspera), l'opera teatrale Boabdil (1892) e alcuni pezzi di musica sinfonica.

Abbozzo

A

B

C

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• Habanera op.65 n.3

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Brett Dean

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Brett Dean

Brett Dean (Brisbane, 23 ottobre 1961) è un direttore d'orchestra, violista e compositore australiano contemporaneo.

Biografia

Brett Dean è nato, cresciuto ed ha studiato a Brisbane. Ha iniziato a studiare violino all'età di otto anni e in seguito ha studiato viola con Elizabeth Morgan e John Curro al Queensland Conservatorium, dove si è laureato nel 1982 con la Medaglia del Conservatorium per il miglior studente dell'anno.[1] Nel 1981 è stato vincitore del premio ABC Symphony Australia Young Performers Awards. Dal 1985 al 1999 Dean è stato violista nei Berliner Philharmoniker.[2] Nel 2000 ha deciso di intraprendere la carriera di artista freelance ed è tornato in Australia, dove i suoi numerosi incarichi hanno incluso la curatela di programmi di musica classica con il Sydney Festival (2005) e il Melbourne Festival (2009). Come compositore e musicista, è regolarmente invitato su molti palcoscenici di concerti professionali in tutto il mondo. È compositore residente nella stagione 2016/17 della National Symphony Orchestra di Taiwan. È stato Direttore Creativo nella stagione 2017/2018 per la Tonhalle Orchester Zürich.[3]

Dean è stato direttore artistico dell'Australian National Academy of Music a Melbourne fino a giugno 2010, quando suo fratello Paul assunse l'incarico.[4]

La Melbourne Symphony Orchestra ha celebrato il cinquantesimo compleanno di Dean e il suo contributo alla musica come compositore, interprete e insegnante, nel suo Festival di Metropolis del 2011.[5]

È sposato con l'artista visiva australiana Heather Betts e sua figlia è il mezzosoprano australiano Lotte Betts-Dean.

Il 5 marzo 2020 è stato confermato che Dean è stato ricoverato in ospedale ad Adelaide per la malattia COVID-19.[6]

Onorificenze

Il concerto per clarinetto di Dean Ariel's Music ha vinto un premio dall'UNESCO International Rostrum of Composers nel 1995. Winter Songs per tenore e quintetto di fiati ha ricevuto il Paul Lowin Song Cycle Prize nel 2001; Moments of Bliss per orchestra è stato nominato Miglior Composizione agli Australian Classical Music Awards nel 2005.[7] Nel 2002-2003 Dean è stato artista residente con la Melbourne Symphony Orchestra e compositore residente al Cheltenham Festival. Nel 2007-2008 diventa artista residente dell'Orchestra Sinfonica di Radio Stoccarda.

Il 21 giugno 2007 gli è stato conferito un dottorato onorario dalla Griffith University di Brisbane.[8] Il 1º dicembre 2008 gli è stato conferito il premio Grawemeyer per la composizione musicale[9] dell'University of Louisville 2009 per il suo concerto per violino, The Lost Art of Letter Writing.[10] Nel settembre 2011 è stato compositore residente al Trondheim Chamber Music Festival.[11]

Premi APRA (Australia)

Gli APRA Awards vengono presentati ogni anno dal 1982 dall'Australasian Performing Right Association (APRA).[12]

Premio musicale Don Banks

Il Don Banks Music Award è stato istituito nel 1984 per onorare pubblicamente un artista senior di alto livello che ha dato un contributo eccezionale e sostenuto alla musica in Australia.[23] È stato fondato dall'Australia Council in onore di Don Banks, compositore, interprete australiano e primo presidente del suo comitato musicale.

Opere

Generale

Dean ha iniziato a comporre nel 1988 concentrandosi inizialmente su progetti radiofonici e cinematografici sperimentali, nonché su performance improvvisative. Da allora ha creato numerose composizioni, principalmente musica orchestrale o da camera, nonché concerti per diversi strumenti solisti. Il suo lavoro di maggior successo è Carlo, per archi, campionatore e nastro, ispirato alla musica di Carlo Gesualdo. Il 7 settembre 2008 la sua opera Polysomnography per quintetto di fiati e pianoforte è stata eseguita in anteprima assoluta al Festival di Lucerna; il 2 ottobre 2008 Simon Rattle ha diretto la prima esecuzione del ciclo di canti orchestrali Songs of Joy a Filadelfia. La sua prima opera, Bliss, basata sul romanzo di Peter Carey, è stata presentata per la prima volta all'Opera Australia nel 2010.

Lo stile compositivo di Dean è noto per la creazione di paesaggi sonori dinamici e per il trattamento di singole parti strumentali con ritmi complessi. Egli da forma agli estremi musicali, dalle violente esplosioni fino all'inudibilità. Le moderne tecniche di esecuzione sono caratteristiche del suo stile quanto un'elaborata partitura di percussioni, spesso arricchita con oggetti della vita di tutti i giorni. Gran parte del lavoro di Dean attinge da stimoli letterari, politici o visuali, trasportando un messaggio non musicale. I problemi ambientali sono oggetto di Water Music e Pastoral Symphony, mentre Vexations and Devotions si occupa delle assurdità di una società moderna ossessionata dall'informazione.

Nell'aprile 2013 The Last Days of Socrates è stato presentato in anteprima dalla Berliner Philharmoniker.[24] Il lavoro per basso-baritono, coro e orchestra è stato una commissione congiunta del Rundfunkchor Berlin, della Los Angeles Philharmonic e della Melbourne Symphony Orchestra.

Nell'agosto 2014 Electric Prelude[25] è stato presentato in anteprima durante i BBC Proms 2014 ed è stato diretto da Sakari Oramo.

Lista delle composizioni

Teatro

Orchestra

Concerti

Musica da camera

Coro

Voce

Note

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La sposa perfetta (Doctor Who)

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La sposa perfetta (Doctor Who)

Companion

La sposa perfetta (The Runaway Bride) è un episodio speciale del programma televisivo di fantascienza britannico Doctor Who, con David Tennant nel ruolo del Decimo Dottore. È stato prodotto come lo speciale di Natale di Doctor Who per il 2006, trasmesso il 25 dicembre, e andato in onda tra la seconda e la terza serie dello spettacolo

Nell'episodio, ambientato a Londra alla vigilia di Natale del 2007, l'aliena Imperatrice Racnoss ( Sarah Parish ) e il responsabile delle risorse umane Lance (Don Gilet) tentano di utilizzare la fidanzata di Lance, la segretaria Donna Noble ( Catherine Tate ), come "chiave" per risvegliare i bambini Racnoss in letargo al centro della Terra avvelenando gradualmente e segretamente Donna con una particella aliena ormai estinta che i Racnoss usano come fonte di energia.

In Italia lo speciale è stato trasmesso in prima visione il 6 luglio 2008 su Jimmy.

Trama

Nel bel mezzo del suo matrimonio, Donna Noble si ritrova teletrasportata misteriosamente sul TARDIS, scioccando il Decimo Dottore, che ha appena dovuto abbandonare Rose nell'universo parallelo. Nessuno dei due sa spiegare l'accaduto ma lei vuole tornare dov'era. Il Dottore riporta Donna, non senza alcune complicazioni, al suo matrimonio. Al ricevimento, il Dottore determina che Donna deve aver assorbito una grande quantità di particelle Huon che l'hanno portata nel TARDIS. La reception viene attaccata da robot vestiti da Babbo Natale. Il Dottore usa il suo cacciavite sonico per manipolare il sistema audio per distruggere i Babbo Natale e scopre che qualcosa li sta controllando a distanza dallo spazio.

Apprendendo che Donna e il suo fidanzato Lance lavorano per un'azienda di proprietà del Torchwood Institute, il Dottore chiede a Lance di portarli lì. Sotto l'edificio il Dottore trova un lungo tunnel sotto la Barriera del Tamigi e un laboratorio segreto che produce particelle di huon, insieme a una fossa che conduce al centro della Terra. La loro presenza fa emergere l'imperatrice dei Racnoss, simile a un ragno e l'ultima sopravvissuta della sua razza, che divenuta troppo pericolosa, fu sterminata dagli imperi nascenti dell'universo, tra cui i Signori del Tempo. L'Imperatrice, che si era nascosta in letargo ai margini dell'universo, si svegliò e usò la società Torchwood per ottenere l'equipaggiamento per creare particelle di huon. Lance rivela di non aver mai amato Donna e che stava lavorando per l'Imperatrice e di proposito somministrò particelle di huon a Donna (aggiungendole al suo caffè) per aiutare a liberare i figli dell'Imperatrice: anche il TARDIS possiede queste particelle e questo è il motivo per cui ha attirato Donna all'interno di esso. Donna e il Dottore scappano e l'Imperatrice decide di usare Lance come sostituto, alimentandolo forzatamente con particelle e poi gettandolo nella fossa.

Il Dottore porta Donna al suo TARDIS e viaggia indietro di miliardi di anni per scoprire che una nave Racnoss è diventata il nucleo della Terra mentre il pianeta si è formato attorno ad essa; l'Imperatrice sta ora cercando di svegliare i suoi figli a bordo di quella nave con le particelle huon. Il Dottore e Donna tornano nel presente mentre altri Racnoss iniziano ad emergere dalla fossa. L'Imperatrice usa la sua nave per iniziare ad attaccare Londra. Il Dottore tenta di offrire una soluzione pacifica ma l'Imperatrice rifiuta, e il Dottore è quindi costretto a far esplodere a distanza palline esplosive usate dai Babbo Natale sulle pareti della base, allagando la fossa con l'acqua del Tamigi. Il Dottore osserva il tutto con sguardo freddo e vuoto, ma Donna lo spinge a fuggire con lei, proprio mentre l'Imperatrice si teletrasporta sulla sua nave per cercare di scappare. Tuttavia, questo ha indebolito le sue difese e la nave viene distrutta dalle forze militari britanniche. Il Dottore offre a Donna l'opportunità di viaggiare con lui, ma lei rifiuta, consigliandogli comunque di trovarsi qualcuno che lo tenga sotto controllo.

Produzione

Russell T Davies ha avuto l'idea per questo episodio sin dall'inizio della sua associazione con il programma, e ha pianificato di mandarlo in onda nella seconda serie. Con l'annuncio pubblico di due speciali di Natale e la conoscenza privata di Billie Piper che partirà alla fine della seconda stagione, Davies ha deciso di elevare questa storia allo speciale di Natale, non presentando immediatamente il nuovo compagno e riempiendo lo spazio con "L'impero del Lupo".[1]

La fine di "L'esercito fantasma (seconda parte)" è presente come parte della sequenza pre-titolo, sebbene la scena sia stata effettivamente rifatta. Nel suo commento sul podcast online per l'episodio, David Tennant ha spiegato che ciò era dovuto a un cambiamento nei supervisori delle luci, e a quello assunto per questo episodio piaceva illuminare gli interni del TARDIS in modo diverso; la scena quindi doveva essere rifatta per combaciare. Il logo di Doctor Who nei titoli di testa è stato leggermente ridisegnato rispetto al precedente, con più dettagli sullo sfondo e bagliori su cui si trovano le parole "Doctor Who".[2]

A causa del suo programma estremamente fitto, Catherine Tate non ha potuto essere presente per la lettura della sceneggiatura. Come favore, la sua parte è stata letta da Sophia Myles, che ha interpretato Madame de Pompadour nell'episodio della serie del 2006 "Finestre nel tempo".[3] Questo è il primo episodio di Doctor Who girato nei nuovi studi dedicati a Upper Boat a Pontypridd; il set TARDIS era stato precedentemente ospitato in un ex magazzino a Newport. Sebbene l'episodio sia stato ambientato durante il Natale, le riprese si sono svolte a luglio, dove le temperature hanno raggiunto i 30 °C a Cardiff durante le riprese. Le riprese notturne di scene che coinvolgono colpi di arma da fuoco, esplosioni e un carro armato, così come quelle su "Oxford Street", sono state girate in St. Mary Street fuori dai grandi magazzini Howell nel centro di Cardiff; Il castello di Cardiff è visibile dietro il serbatoio in alcuni scatti.

In un commento podcast per l'episodio, David Tennant e la produttrice esecutiva Julie Gardner hanno discusso una sequenza che è stata tagliata dalla trasmissione. Durante la trasmissione, dopo che Donna trova un pezzo di abbigliamento di Rose e chiede di esso al Dottore, lui glielo strappa con rabbia e stabilisce una rotta per il TARDIS. Come originariamente filmato, il Dottore apre le porte del TARDIS e lancia l'indumento nello spazio. Gardner ha detto che è stato tagliato perché era un momento troppo melodrammatico.[3]

La scena dell'inseguimento del TARDIS lungo la A4232 Grangetown Link Road è stata mostrata durante un concerto di Children in Need,[4] che prevedeva un'orchestra dal vivo che esegue molti dei temi musicali di Doctor Who, inclusa la musica di Dalek e il tema di Rose. La clip è trapelata online poco dopo l'evento e il concerto e la clip sono stati mostrati prima che l'episodio andasse in onda ufficialmente il giorno di Natale in uno speciale di Doctor Who Confidential alle 13:00. 

Riferimenti in altre opere

Quando l'esercito inglese bombarda l'astronave dell'Imperatrice, si dice che tale azione sia stata ordinata dal "signor Saxon". Questo nome sarà un punto ricorrente nella terza stagione fino al finale dove si scopre la sua identità.

Il Decimo Dottore aveva avuto in precedenza a che fare con i "Babbo Natale Robot" nell'episodio L'invasione di Natale.

Secondo la storia audio Empire of the Racnoss (Big Finish Productions) il Dottore aveva già affrontato un'Imperatrice Racnoss durante la sua quinta incarnazione.

Note

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Lingua napoletana

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Lingua napoletana

La lingua napoletana (anticamente detta lingua napolitana)[4] è una lingua romanza — appartenente al gruppo italo-dalmata — attestata fin dal Medioevo nell'Italia meridionale.

Storia

La lingua napoletana trae le proprie origini da un insieme più o meno omogeneo di antichi dialetti italo-meridionali, noti in epoca alto-medievale con il nome collettivo di volgare pugliese;[5] tale denominazione storica derivava dal ducato di Puglia e Calabria (comprendente in realtà vaste porzioni dell'Italia meridionale) che, in epoca normanna, gravitava su Salerno, non a caso definita "la capitale della Puglia"[6] in quanto sede principesca nell'ambito del regno di Sicilia.

Tuttavia, a partire dal XIII secolo, la parte peninsulare dell'Italia meridionale ebbe quale centro propulsore la città di Napoli, capitale dell'omonimo regno per oltre mezzo millennio (fino al XIX secolo), sicché, sotto il profilo linguistico, all'interno dell'area di diffusione del volgare pugliese divenne via via più preponderante l'influsso della variante partenopea, che in origine doveva sostanzialmente coincidere con una forma antica del dialetto napoletano propriamente detto; quest'ultimo, alla stregua degli altri dialetti meridionali appartenenti al medesimo continuum dialettale, avrebbe poi continuato ad evolversi per proprio conto nel corso dei secoli senza alcuna standardizzazione di base (analogamente a quanto avvenuto al dialetto fiorentino in rapporto alla lingua italiana, che pure trae origine da una sua forma antica).[7]

La rilevanza del pugliese "napoletano" andò affermandosi soprattutto a partire dal 1442, quando, per volontà di re Alfonso V d'Aragona e I di Napoli,[8] il suddetto idioma, nella sua forma letteraria (strutturalmente distante dell'odierno vernacolo napoletano, presentando molteplici affinità col toscano e un cospicuo numero di latinismi,[9] nonché, in minor misura, alcuni desueti prestiti lessicali di adstrato da altre continuità romanze),[10] andò a costituire la lingua ufficiale della cancelleria del regno alternandosi in tale ruolo con il volgare toscano[11] e sostituendo in alcuni contesti il latino,[3] pur conservando tale funzione per un periodo relativamente breve: fino al 1501, quando, per volere degli stessi letterati locali dell'Accademia Pontaniana, venne progressivamente sostituito — e dal 1554, per volontà di Girolamo Seripando, in modo definitivo — dal suddetto volgare toscano, ossia dall'italiano standard che, proprio dal XVI secolo, e in concomitanza con la trasformazione in viceregno del reame di Napoli, è usato come lingua ufficiale e amministrativa di tutti gli Stati italiani preunitari[12] (con l'eccezione della parte insulare del Regno di Sardegna, ove l'italiano standard assunse tale posizione a partire dal XVIII secolo) e, successivamente, dell'Italia stessa.[13]

Anche dal XVIII secolo in poi, e in un contesto di già riacquistata autonomia e indipendenza politica del Regno di Napoli (divenuto a seguire Regno delle Due Sicilie), la lingua napoletana continuò a non godere di alcuno status di ufficialità, dato che la funzione di lingua ufficiale e amministrativa del regno era ormai, già da tempo, svolta dalla lingua italiana; ciò nonostante, il prestigio storico-letterario e culturale della lingua napoletana sopravviverà assai più a lungo, andando ben oltre il Risorgimento e l'unità d'Italia e, sotto molti aspetti, giungendo anche in epoca contemporanea.[14]

Alcuni studiosi moderni mettono però in dubbio l'esistenza di una "lingua napoletana" sovraregionale che accomunerebbe gran parte dell'Italia meridionale sia sul piano storico-linguistico, che su quello storico-politico e culturale e identitario.[15]

Fonetica e ortografia

Vocalismo

Niente fonti!

Consonantismo

Ortografia

/ə/

quando è in finale di parola e non accentata, è pronunciata come uno scevà

/ə/

senza accento si pronuncia come uno scevà

/ə/

senza accento si pronuncia come uno scevà

è una b dopo la m

è una d dopo la n

è una g dopo la n

/ʃ/; /ʒ/[16]

si pronuncia come la s in rosa se è prima della d

si pronuncia come la sc in scettro se è prima delle consonanti sorde (tranne /t/)

si pronuncia come la ge in garage se è prima delle consonanti sonore (tranne /n d r l/) come m, b, g, v

non è mai però sorda dopo la n

si pronuncia come in italiano (zebra)

[ɡ]

La pronuncia delle [s]


Letteratura

Le prime attestazioni letterarie in lingua napoletana propriamente detta risalgono alla fine del XIII secolo; tuttavia tracce scritte di un idioma volgare parlato nell'area emergono, sia pur in un ambito più vasto rispetto a quello strettamente metropolitano, fin dalla seconda metà del X secolo.[17]

Placiti cassinesi

«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.»

(Capua, marzo 960)

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette.»

(Sessa, marzo 963)

«Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie.»

(Teano, luglio 963)

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie.»

(Teano, ottobre 963)

Montecassino

Alle esperienze letterarie dell'Italia meridionale furono sensibili i monaci di Montecassino, centro di un'importante comunità di intellettuali nel Medioevo italiano. L'interesse letterario dei cassinensi, indirizzato prevalentemente a rafforzare l'esperienza della fede e della conoscenza di Dio, fu sollecitato da sempre secondo l'insegnamento lasciato da San Benedetto nella regola da lui redatta. Risalgono all'XI e al XII secolo dei manoscritti in volgare, di cui restano pochi frammenti, conservati nella biblioteca del monastero. È possibile distinguere in questa produzione una varietà di genere e stile insolita rispetto al contesto napolitano, che fu eguagliata solo con poeti toscani del XIII-XIV secolo e i successivi, tra cui Dante, in cui un complesso simbolismo religioso è sostenuto da gradevoli forme liriche, in Eo, sinjuri, s'eo fabello, o anzi in rime di gran pregio stilistico riesce a trapassare un realismo, di chiara ispirazione cristiana, che nella poesia medievale, ma anche nei classici, raramente fu espresso:[18][19]

(napoletano)
«…te portai nullu meu ventre
quando te beio [mo]ro presente
nillu teu regnu agi me a mmente.»
(italiano)
«[me che] nel mio ventre ti portai
perciò così ti vedo e muoio
or Tu ricordami nel tuo Regno»

Il pianto della Vergine Maria»[20])

La «scuola siciliana»

Le opere prodotte da un gruppo di poeti del Mezzogiorno, nel XIII secolo, rappresentano l'inizio della letteratura volgare italiana. I loro testi sono assemblati per le tematiche simili, nonché per il sublime lirismo che li caratterizza, e vengono definiti espressione di una corrente letteraria detta «scuola siciliana». Sono le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. Dalla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis però, che inizia con un'analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, costoro sono trattati come il prodotto di un terreno artistico italiano uniforme su cui sarebbe maturata poi la letteratura italiana vera e propria. Inoltre, tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono chiamati siciliani, perché con tale accezione si connotavano nel duecento, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia.

«Per la vertute de la calamita

como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente»

como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente»

(Pier della Vigna)

Gli autori siciliani costituirono un'importante svolta poetica rispetto alla tradizione provenzale, a cui si ispirarono, per aver sublimato ulteriormente le strutture simboliche dei trobadori, estraniando le tematiche cortesi dai motivi politici e religiosi che invece colorivano la poesia occitana.[21] I toscani però, che spesso copiarono i modelli siciliani, poterono evolvere ulteriormente l'esperienza meridionale, privilegiati dalla familiarità con la realtà cittadina e comunale, dove l'identità culturale era fortemente condizionata dall'appartenenza a fazioni politiche o dalla connivenza con corporazioni economiche: così la poesia italiana si arricchì di tutte le innovazioni tematiche e spirituali proprie dei primi ambienti borghesi. D'altra parte la poesia meridionale finì con il cristallizzarsi entro alcuni stereotipi, perché i letterati del Regno di Sicilia erano fortemente condizionati dal sistema centralista e burocratico dello stato unitario, secondo la critica idealista.

Più recentemente alcuni autori[22][23] stanno mettendo in luce differenze specifiche, rifiutando di considerare lo «stilnovismo» come l'esito o un superamento della poesia meridionale: i rimatori in volgare pugliese sarebbero infatti ispirati da una weltanschauung diversa da quella degli artisti toscani dei liberi comuni, e non riducibile ad una sorta di fase primitiva della poetica toscana, caratterizzata principalmente da tematiche cortigiane interpretate secondo i modelli culturali ghibellini, come l'idea di un'unità della Chiesa, indipendente dalle nazionalità, che sostiene l'unità dell'Impero; come la propaganda per la centralità del potere laico, da cui deve dipendere quello religioso, le politiche sociali e finanziarie; come la volgarizzazione del progetto di ricostruzione di un unico stato cristiano sotto un diritto e un sovrano comune; così coloro che scrissero in siciliano invece fecero propria la tradizione popolare della Sicilia che esprimeva in contrasti amorosi le continue lotte fra fazioni e gruppi politici che per secoli hanno spaccato l'isola, ora araba, ora normanna, ora ortodossa, ora cattolica, con il trionfo finale della civiltà e della tradizione locale contro usurai, feudatari e latifondisti.

L'età moderna

Il più celebre poeta in lingua napoletana dell'età moderna fu Giulio Cesare Cortese. Egli è molto importante per la letteratura dialettale e barocca, in quanto, con Basile, pone le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna. Di costui si ricorda la Vaiasseide, un'opera eroicomica in cinque canti, dove il metro lirico e la tematica eroica sono abbassati a quello che è il livello effettivo delle protagoniste: un gruppo di vaiasse, donne popolane napoletane, che s'esprimono in lingua. È uno scritto comico e trasgressivo, dove molta importanza ha la partecipazione corale della plebe ai meccanismi dell'azione.

Prosa

La prosa in volgare napoletano diviene celebre grazie a Giambattista Basile, vissuto nella prima metà del Seicento. Basile è autore di un'opera famosa come Lo cunto de li cunti, scritta in lingua napoletana (e non in dialetto napoletano)[24] e tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe moderne, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm. Altre prose sono alcune volgarizzazioni della regola di San Benedetto, attuata nel monastero di Montecassino nel XIII e nel XIV secolo, e alcuni mea culpa o confessioni rituali scritte dai monaci cassinati per permettere la comprensione dei sacramenti cattolici anche a chi non conosceva la lingua latina.[25]

Cultura di massa

Negli ultimi tre secoli è sorta una fiorente letteratura in napoletano, in settori anche diversi tra loro, che in alcuni casi è giunta anche a punte di alto livello, come ad esempio nelle opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo, Antonio De Curtis.

Sarebbero inoltre da menzionare nel corpo letterario anche le canzoni napoletane, eredi di una lunga tradizione musicale, caratterizzate da grande lirismo e melodicità, i cui pezzi più famosi (come, ad esempio, 'O sole mio) sono noti in diverse zone del mondo. Esiste inoltre un fitto repertorio di canti popolari, alcuni dei quali sono oggi considerati dei classici.

Va infine aggiunto che, a cavallo del XVII e XVIII secolo, nel periodo di maggior fulgore della cosiddetta scuola musicale napoletana, il suddetto idioma fu utilizzato per la produzione di interi libretti di opere liriche, come Lo frate 'nnammurato del Pergolesi, i quali ebbero ampia diffusione al di fuori dei confini partenopei.

Note

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San Antonio (1785)

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San Antonio (1785)

Il San Antonio era un vascello di terza classe, a due ponti da 74 cannoni dell'Armada Española, che prestò servizio anche nelle marina francese ed inglese fino al 1828.

Storia

Il vascello di terzo rango San Antonio fu costruito presso i Reales Astilleros de Cartagena, venendo varato il 16 luglio 1785.

In seguito alla firma del Trattato di San Ildefonso, nell'ottobre 1796[2] la Spagna dichiarò guerra alla Gran Bretagna e al Portogallo. Agli ordini del capitano di vascello Salvador Medina,[3] il San Antonio fu assegnato alla 6ª Divisione della 3ª Squadra, agli ordini del tenente generale don Juan Joaquín Moreno,[3] appartenente all’Esquadra dell'Océano agli ordini dell’ammiraglio José de Córdova y Ramos.[4]

Il 14 febbraio 1797, vicino a Capo San Vincenzo[5] la flotta spagnola, forte di ventisette vascelli di linea e sette fregate, si scontrò con quella inglese, forte di quindici vascelli di linea,[6] cinque fregate, un brigantino ed una cannoniera, al comando dell'ammiraglio Sir John Jervis[6] patendo una cocente sconfitta. Il San Antonio prese marginalmente parte allo scontro, venendo indicata nei rapporti redatti dal comandante della squadra spagnola come una di quelle navi che non avevano risposto ai segnali impartiti dalla nave ammiraglia.[7]

Nel corso del 1801 venne ceduto[8] alla Marina francese insieme ad altre cinque navi a seguito della firma di un trattato di cooperazione tra le due nazioni, ed assunse il nome di Saint Antoine. Il 13 giugno 1801[9] una squadra navale francese al comando del viceammiraglio Charles-Alexandre Léon Durand Linois,[10] composta da 3 navi di linea e una fregata, aiutata da alcune unità minori spagnole, sconfisse[11] una squadra di sei vascelli di linea inglesi al comando del retroammiraglio Sir James Saumarez durante la battaglia combattuta nella baia di Algeciras.[12] Terminato lo scontro la squadra francese entrò nel piccolo porto di Algeciras, mentre gli inglesi ripararono a Gibilterra in attesa della rivincita. Il contrammiraglio Linois sollecitò[11] gli spagnoli a mandare rinforzi, per consentirgli di riparare a Cadice, e da quello stesso porto su ordine dell’ammiraglio de Mazarredo salpò una formazione navale al comando del tenente generale Juan Joaquín Moreno, composta da cinque vascelli spagnoli e uno francese, il Saint Antoine[13] al comando del Commodoro Julien Le Ray, e da una fregata spagnola e varie imbarcazioni minori francesi.[11]

Raggiunto il porto di Algeciras in quello stesso pomeriggio,[14] Moreno si ricongiunse con Linois, e le due squadre salparono nuovamente all’alba del 12 luglio[14] per rientrare a Cadice, inseguite dalla squadra inglese. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio avvenne un nuovo scontro, in quanto Saumarez aveva lasciato libere le sue navi di rompere la formazione e inseguire la retroguardia del nemico.[15] Il vascello Superb, al comando del capitano Richard Goodwin Keats, riuscì ad avvicinarsi ai tre vascelli di retroguardia. Si trattava del Real Carlos[16] che navigava di conserva con il San Hermenegildo a babordo e il Saint Antoine a tribordo.[17] Il Superb attaccò completamente oscurato il Real Carlos da 320 m. Il Real Carlos fu pesantemente colpito, perdendo l’albero di gabbia ed avendo un vasto incendio[15] a bordo divenendo ben presto visibile a tutte le altre navi. Di questo fatto approfittò il vascello San Hermenegildo che, contravvenendo agli ordini di Moreno, attaccò alla cieca il Real Carlos. L’attacco ebbe immediata risposta e le due navi spagnole presero a spararsi bordate su bordate[15] che terminarono quando il Real Carlos, ormai in preda ad un incendio incontrollabile, sbandò andando a collidere con il San Hermenegildo. Quest’ultimo rimase irrimediabilmente agganciato al Real Carlos e fu immediatamente preda di vasti incendi.[15] Nessuna delle navi inglesi presenti in zona riuscì a portare soccorso ai marinai delle due navi che cercavano di abbandonare i vascelli in fiamme a bordo di piccole imbarcazioni, e alla 0:15 il San Carlos esplose affondando, seguito poco tempo dopo dal San Hermenegildo. I superstiti furono 298,[18] ma si registrarono oltre 1700 vittime,[15] tra cui il comandante del Real Carlos don José de Ezquerra y Guirior[19] e quello del San Hermenegildo don Manuel Antonio de Emparán y Orbe.[19] Intanto il Superb aveva raggiunto il Saint Antoine rimasto attardato i diverse miglia dal grosso della squadra navale attaccandolo insieme al Caesar. Preso tra due fuochi, dopo due ore di combattimento, il vascello francese fu costretto ad ammainare la bandiera e ad arrendersi.[14]

Ridenominato HMS San Antonio,[1] l’unità arrivò in Gran Bretagna l’8 ottobre 1801 al comando del capitano George Heneage Lawrence Dundas[20] venendo disarmata. Entrò in servizio nella Royal Navy l’11 luglio 1807, divenendo nave prigione a Portsmouth nell'ottobre dello stesso anno,[1] e nave deposito polveri da sparo[1] nel settembre 1814.[1] Fu venduto per la demolizione alla ditta John Small Sedger di Rotherhithe il 26 marzo 1828.[1]

Note

Bibliografia

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UEFA Champions League 2010-2011

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UEFA Champions League 2010-2011

La UEFA Champions League 2010-2011 è stata la 56ª edizione (la 19ª con la formula attuale) di questo torneo di calcio europeo per squadre di club maggiori maschili organizzato dall'UEFA e vinta dal Barcellona guidato da Josep Guardiola. Per il Barcellona è stato il quarto trionfo in questa competizione.

Il nuovo Stadio Wembley di Londra ha ospitato la finale della competizione con il Barcellona che ha battuto per 3 a 1 il Manchester Utd.[2]

Come squadra vincitrice, il Barcellona ha ottenuto anche il diritto di partecipare alla Supercoppa UEFA 2011 e alla Coppa del mondo per club FIFA 2011.

Formula

Compagini ammesse

A questa edizione prendono parte 76 squadre di 52 delle 53 federazioni affiliate all'UEFA (è esclusa la federazione del Liechtenstein in quanto non organizza una competizione nazionale) secondo la seguente tabella:

Sistema di qualificazione alla fase a gironi

Considerazioni generali

Manica sinistra

Confermato anche per questa edizione il sistema di qualificazione alla fase a gironi basato sulle riforme introdotte dall'UEFA il 30 novembre 2007: un totale di 22 squadre hanno accesso diretto alla fase a gironi e per i preliminari, parallelamente ai tradizionali turni di qualificazione (ridenominati "Campioni" dal terzo turno in avanti) riservati alle squadre campioni dei Paesi dalla 13ª posizione in giù, due turni di qualificazione, denominati "Piazzati", vedono coinvolte le squadre non campioni dei 15 Paesi a più alto coefficiente.

Schema dei preliminari

Schema delle squadre qualificate

Fase a gironi

Se due o più squadre di uno stesso gruppo si trovano a pari punti alla fine degli incontri della fase a gironi, sono applicati i seguenti criteri per stabilire la classifica del gruppo stesso:

Maglietta

Accederanno agli ottavi di finale le 16 squadre che concluderanno questa fase prime o seconde nel rispettivo gruppo. Le squadre classificatesi terze accederanno ai sedicesimi di finale dell'UEFA Europa League 2010-2011.

Fase a eliminazione diretta

Gli ottavi di finale, i quarti di finale e le semifinali si disputano con gare di andata e ritorno mentre la finale si disputa con partita unica. Tutti gli accoppiamenti del tabellone sono sorteggiati.

Date

Squadre partecipanti

Manica destra

Accanto ad ogni club è riportata la posizione in classifica nei loro rispettivi campionati.
(TH) Campione in carica.

Risultati

Preliminari

Sorteggio del primo e del secondo turno

Pantaloncini

Gli accoppiamenti per il primo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:

Gli accoppiamenti per il secondo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:

Gruppo 1

Gruppo 2

Gruppo 3

Calzettoni

Primo turno

La partita di andata tra FC Santa Coloma (Andorra) e Birkirkara FC (Malta), in programma martedì 29 giugno 2010, è stata dapprima rinviata e poi definitivamente annullata dall'UEFA, a seguito di un reclamo della società maltese. Il campo dell'Stadio comunale di Aixovall era infatti impraticabile a causa delle forti piogge cadute su Andorra nei giorni precedenti. Inoltre alcune operazioni di manutenzione del manto erboso erano state messe in atto troppo tardivamente, complicando così la situazione. L'UEFA, riconoscendo alla società andorrana la colpa di non aver garantito la praticabilità del campo da gioco, oltre alla sconfitta a tavolino ha comminato anche 10.000 euro di multa, come punizione, sospesa per un periodo probatorio di due anni.[4]

Secondo turno

Terzo turno

Sorteggio
Calzettoni

Gli accoppiamenti per il terzo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:

Percorso "Campioni", gruppo 1

Percorso "Campioni", gruppo 2

Percorso "Piazzati"

Campioni
Manica sinistra
Piazzati

Play-off

Sorteggio

Gli accoppiamenti per i play-off sono stati sorteggiati con il seguente esito:

Percorso "Campioni"

Maglietta

Percorso "Piazzati"

Campioni
Piazzati

Fase a gironi

Sorteggio

Manica destra

Per stabilire la composizione degli otto gruppi, le squadre qualificate sono state suddivise in quattro fasce in base al ranking UEFA 2010.

In fase di sorteggio, ogni gruppo è stato formato da una testa di serie più altre tre squadre ciascuna appartenente a una fascia diversa (non potevano però essere sorteggiate nello stesso gruppo squadre provenienti dalla medesima nazione).

Il risultato del sorteggio è stato il seguente:

Gruppo A
Gruppo B
Pantaloncini
Gruppo C
Gruppo D
Gruppo E
Gruppo F
Gruppo G
Pantaloncini
Gruppo H

Fase ad eliminazione diretta

Tabellone

Ottavi di finale

Sorteggio
Calzettoni

Ogni squadra arrivata prima nel proprio gruppo gioca contro una squadra arrivata seconda e viceversa e non si possono affrontare squadre della stessa nazione o provenienti dallo stesso gruppo.

Prime classificate:

Seconde classificate:

Tali accoppiamenti sono stati sorteggiati con il seguente esito:

Tabella riassuntiva
Calzettoni

Sorteggio dei quarti di finale, delle semifinali e della finale

L'esito del sorteggio (senza limitazioni) degli accoppiamenti per i quarti di finale e le semifinali e dell'ordine di abbinamento della finale è stato il seguente:

Quarti di finale

Semifinali

Finale

Classifica marcatori

Sono escluse le gare dei turni preliminari.[5][6]

Aggiornata al 29 maggio 2011[5]

Classifica assist

Aggiornata al 29 maggio 2011[6]

Note

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Costanza di Castiglia (1354-1394)

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Costanza di Castiglia (1354-1394)

Constanza Perez o Constanza di Castiglia. Constanza in spagnolo, in asturiano e in galiziano, Constança, in portoghese e in catalano, Gonstanza in aragonese, Konstantza in basco, Kostanze in tedesco e Constance in francese, in fiammingo e inglese (Castrojeriz, 1354Leicester Castle, 24 marzo 1394), principessa della casa reale di Castiglia, fu duchessa consorte di Lancaster, dal 1371 e duchessa consorte d'Aquitania, dal 1390 fino alla sua morte. Fu pretendente alla corona di Castiglia, dopo la morte della sorella Beatrice.

Origine[1][2][3][4]

Figlia secondogenita del re di Castiglia e León, Pietro I il Crudele[5] e della sua seconda moglie (in stato di bigamia), Maria di Padilla[6]

Biografia

Stemma

Nel 1362, suo padre il re Pietro I fece dichiarare legittimi i figli avuti dalla moglie segreta (considerata però bigama), Maria di Padilla ed il figlio maschio Alfonso fu riconosciuto dalle Cortes, erede al trono[1].

Suo padre, il re, Pietro I, la sera del 22 marzo 1369, fu sopraffatto[1] e ucciso dal fratellastro, Enrico di Trastamara, che gli succedette sul trono, come Enrico II[1].

Sua sorella Beatrice, suora nel monastero di Santa Clara di Tordesillas, che era erede di Pietro I divenne, per pochi mesi, pretendente al trono di Castiglia. In quello stesso 1369, alla morte della sorella, Costanza divenne pretendente al trono[1] (regina de jure).

Il 21 settembre (1371), Costanza sposò a Roquefort, Giovanni Plantageneto, I duca di Lancaster[1], figlio quartogenito maschio del re d'Inghilterra e duca d'Aquitania Edoardo III e di Filippa di Hainaut[7]. Per Giovanni erano le seconde nozze, essendo vedovo, dal 1369, di Bianca di Lancaster.

Il marito di Costanza, Giovanni Plantageneto, pretendente al trono di Castiglia, in nome della moglie, si alleò col re del Portogallo, Ferdinando, ma fu sconfitto nella battaglia navale di La Rochelle (1372).

Giovanni Plantageneto, I duca di Lancaster, marito di Costanza e zio del re d'Inghilterra, Riccardo II, che aspirava sempre al trono di Castiglia[1], alla notizia della battaglia di Aljubarrota[1][8], decise di difendere con le armi le sue rivendicazioni al trono di Castiglia; dopo che, il 9 maggio 1386, era stato firmato il Trattato di Windsor tra Portogallo e Inghilterra, il duca di Lancaster, a luglio sbarcò a La Coruña, invase la Galizia[1], e si incontrò col re del Portogallo, Giovanni di Aviz.

La campagna anglo-portoghese fu poco proficua e, dopo un secondo tentativo di invasione, del 1387, fu accettata la proposta di pace dei castigliani: il trattato di pace siglato, a Bayonne, nel luglio 1388[1], stabiliva, oltre a una tregua col Portogallo della durata di tre anni, un cospicuo indennizzo al duca di Lancaster, per le spese sostenute, ed il matrimonio tra Caterina, figlia di Giovanni e Costanza (nipote quindi di Pietro I di Castiglia), e l'erede al trono di Castiglia, Enrico[1], ristabilendo così la legittimità della dinastia dei Trastámara, sul trono di Castiglia, mettendo fine alle pretese al trono di Castiglia di Costanza.

Costanza morì nel Castello di Leicester, nel 1394, dopo aver visto la figlia Caterina, salire sul trono di Castiglia dopo il matrimonio con Enrico III di Castiglia, avvenuto a Madrid, nel 1393.

Costanza fu inumata nella abbazia di Newark a Leicester.

Dama dell

Discendenza[3][9][10]

Costanza a Giovanni ebbero due figli:

Ascendenza

Onorificenze

Note

Bibliografia

A. Coville, Francia. La guerra dei cent'anni (fino al 1380), in «Storia del mondo medievale», vol. VI, 1999 pp. 608–641.

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Castello di Berlino

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Castello di Berlino

Franco Stella (Ricostruzione)

Il castello di Berlino (Berliner Schloss, o Berliner Stadtschloss) è un edificio di Berlino, posto nel pieno centro della città, al centro della Schloßplatz. Opera monumentale di grande importanza, fu residenza degli elettori di Brandeburgo, dei re di Prussia e degli imperatori tedeschi, ed era considerato il centro fisico e morale di Berlino e dell'intera Prussia.

Danneggiato in maniera non irreparabile dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, venne abbattuto nel 1950 per ordine del governo della neonata Repubblica Democratica Tedesca in considerazione della sua importanza simbolica. Dopo un lungo dibattito, nel 2003, ne è infine stata prevista la ricostruzione, iniziata nel 2013, il cui completamento è avvenuto nel 2020.

Storia

Il castello medioevale

La costruzione di quello che sarebbe diventato il palazzo iniziò nel 1443 per ordine dell'Elettore Federico II di Brandeburgo, soprannominato "Dente di Ferro". Il nuovo castello, situato sulla riva occidentale della Sprea, nella piccola Cölln, doveva servire a controllare il fiorente commercio della doppia città di Berlino/Cölln e a sottolineare il nuovo status degli Hohenzollern, nominati Elettori di Brandeburgo dall'imperatore Sigismondo di Lussemburgo nel 1415. La posizione strategica del castello permetteva di controllare il flusso commerciale attraverso la Sprea e il ponte di legno che collegava Cölln a ovest e Berlino a est. Poco dopo l'inizio dei lavori di costruzione, tra il 1447 e il 1448 scoppiò in città una serie di sommosse e rivolte contro il governo degli Hohenzollern. Anche se in seguito furono sedate, segnarono l'inizio delle complicate relazioni tra la futura Berlino e la casa degli Hohenzollern. La costruzione del nuovo castello fu completata intorno al 1451.

Di questo castello tardogotico sono rimasti nel tempo solo due elementi, la cosiddetta Grüne Hut (Cappello Verde), una torre coperta da un tetto di rame, e la Erasmuskapelle (Cappella di Erasmo), iniziata dopo il 1450 e completata intorno al 1454, quando Papa Niccolò V le concesse lo status di chiesa parrocchiale con una bolla.[1]

L'epoca rinascimentale

Il primo castello rimase inalterato per circa un secolo, fino a quando l'Elettore Gioacchino II (1535-1571) decise di ricostruire completamente l'edificio tra il 1538 e il 1540 in stile rinascimentale, ispirandosi al sontuoso castello di Torgau degli Elettori di Sassonia. Gli architetti Caspar Theiss e Kunz Buntschuh furono incaricati di creare il nuovo edificio, che sarebbe diventato il centro della vita di corte e del governo.

I successivi ampliamenti avvennero sotto il suo successore, l'Elettore Giovanni Giorgio (1571-1598). La Haus der Herzogin (Casa della Duchessa, 1585-1590) per la giovane moglie Elisabetta di Anhalt-Zerbst fu costruita di fronte al fiume, a sud-est, e la Hofapotheke (Farmacia di Corte, 1585-1596) a nord-est. All'estremità occidentale del cortile, l'architetto Rocco Guerrini, costruì un'ala (1593-1595) per gli ospiti, i consigli e l'amministrazione del principe, che in seguito portò il suo nome.

Durante i regni degli Elettori Gioacchino Federico I (1598-1608), Giovanni Sigismondo I (1608-1619) e Giorgio Guglielmo I (1619-1640) il castello non subì cambiamenti significativi, ma le devastazioni della Guerra dei Trent'anni sì, e nel 1637 la corte decise di trasferirsi nella città di Königsberg, meno colpita dal conflitto. Solo nel 1645 il nuovo Elettore Federico Guglielmo I, noto come "il Grande Elettore", si trasferì nuovamente a Berlino/Cölln. L'architetto Johan Arnold Nering intraprese allora una revisione completa del castello e la creazione di nuove stanze.

Di particolare rilievo furono i nuovi Kurfürstlichen Gemächer (Camere elettorali, 1679-1681) rivolti verso il fiume per Federico Guglielmo I, l'ampliamento della Haus der Herzogin (Casa della Duchessa, 1685-1690) a sud e la Braunschweigische Galerie (Galleria di Brunswick, 1690) che li collegava tra loro. Nering costruì anche la Alabastersaal (Sala dell'Alabastro, 1681-1685) all'estremità occidentale del castello, annessa all'ala Lynar. Si trattava di un grande e lussuoso spazio per i grandi ricevimenti, decorato con le statue in marmo di quattro grandi monarchi storici: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Carlo Magno e Rodolfo I d'Asburgo, opera di Bartholomäus Eggers, e di altri elettori del Brandeburgo.[2]

I miglioramenti al palazzo elettorale continuarono nonostante la morte del "Grande Elettore" nel 1688, fino alla morte di Nering nel 1695. A quel punto il nuovo Elettore Federico III (1688-1713) aveva già in mente nuovi importanti progetti.

A partire dal 1646 iniziò anche la riqualificazione urbana di Berlino/Cölln, con la creazione di nuovi quartieri a ovest del castello e la realizzazione di una strada che conduceva al Tiergarten, la riserva di caccia dell'elettore; questa strada sarebbe poi diventata il famoso viale Unter den Linden. Il castello perse così la sua posizione periferica e divenne il centro della fiorente capitale del Brandeburgo.

L'epoca barocca

Durante il regno dell'Elettore Federico III (re Federico I di Prussia dal 1701), il castello subì la seconda grande ristrutturazione, probabilmente la più grande della sua storia, trasformandolo in un grande palazzo barocco. L'architetto Andreas Schlüter fu nominato direttore dei lavori nel 1699 e progettò un grande edificio delle stesse dimensioni del precedente, anch'esso con un cortile centrale e facciate barocche ispirate al Palazzo Madama di Roma. Con l'incoronazione di Federico I di Prussia nel 1701, l'edificio divenne una residenza reale.

Nel 1706, tuttavia, Schlüter fu licenziato in seguito allo scandalo della Münzturm (Torre della Zecca), quando la torre monumentale che aveva iniziato a costruire accanto al castello dovette essere demolita per problemi strutturali. Gli subentrò lo svedese Johann Friedrich Eosander von Göthe, che presentò un progetto ancora più sontuoso per il palazzo: raddoppiare il palazzo creando un nuovo cortile interno e creare un nuovo ingresso ad arco trionfale coronato da una torre (che non fu costruita). I costi faraonici del progetto mandarono quasi in bancarotta il piccolo Stato prussiano e nel 1713, con l'ascesa al trono del re Federico Guglielmo I, Eosander von Göthe fu licenziato e sostituito da Martin Heinrich Böhme (un discepolo di Schlüter), che completò il palazzo nel 1716.

Federico Guglielmo I (1713-1740) mostrò scarso interesse per l'architettura e lo sfarzo, facendo trasformare il grande lustgarten (giardino di piacere) di fronte al lato nord del palazzo in un campo di manovra. Tuttavia, completò l'ampliamento del palazzo nel 1716 e nel 1726 creò le Polnischen Kammern (Camere polacche) al piano terra del palazzo, una lussuosa serie di stanze destinate ad accogliere il re Augusto II di Polonia durante la sua visita nel 1728. D'altra parte, le riforme amministrative e finanziarie che egli portò avanti durante il suo regno furono esemplari.

Nel 1740, con l'inizio del regno di Federico II "il Grande", un monarca interessato all'arte e alla cultura, ci fu un rinnovato interesse per il palazzo di Berlino e il suo ambiente urbano, con grandi progetti come il Forum Fridericianum e l'installazione degli appartamenti del monarca nell'angolo sud-est, di fronte al fiume, con un gabinetto circolare in stile rococò che ricordava quello che aveva a Rheinsberg come principe ereditario. Tuttavia, il sovrano preferì presto i palazzi di Potsdam e Sanssouci, vivendo a Berlino solo in inverno e durante le celebrazioni del carnevale. A differenza della corte maschile di Federico II, la regina Elisabetta Cristina e la regina madre Sofia Dorotea (morta nel 1757) trascorrevano gran parte dell'anno a palazzo, tenendo ricevimenti e concerti. Il calendario annuale di Federico II era solitamente il seguente: trascorreva dicembre e gennaio a Berlino, poi la primavera allo Stadtschloss, in maggio e agosto presiedeva le manovre militari a Berlino, ma risiedeva a Charlottenburg; l'estate era trascorsa a Sanssouci e l'autunno di nuovo allo Stadtschloss di Potsdam.

Veduta del castello nel XIX secolo

Il breve regno di Federico Guglielmo II (1786-1797) fu comunque un periodo di splendore per il palazzo berlinese, che fu dotato di sontuosi interni neoclassici. Gli architetti più emblematici del neoclassicismo tedesco, Friedrich Wilhelm von Erdmannsdorff, Carl von Gontard e Carl Gotthard Langhans, realizzarono per il re le Königskammern (Camere Reali) al primo piano, affacciate sul Lustgarten.

Fra il regno prussiano e l'impero tedesco

Il re Federico Guglielmo III (1797-1840) fu il primo monarca a non abitare nel castello, preferendo l'intimità del Kronprinzenpalais sull'Unter den Linden. Dopo anni di spese durante il regno del suo predecessore, Federico Guglielmo II, il nuovo monarca trovò le casse vuote, quindi i suoi interventi a palazzo furono eminentemente pratici. Il sovrano è sempre stato contrario alle spese eccessive, ma visto il deterioramento dell'edificio, intraprese importanti lavori di restauro per rinnovare i cornicioni e le statue.

Veduta della corte interna, la Schlüterhof, in un quadro di Eduard Gaertner, 1830.

Le prime riparazioni furono effettuate nel 1798, in risposta al pericolo rappresentato dal distacco di pezzi di cornicione. I restauri proseguirono negli anni successivi, estendendosi anche ai tetti e alle cornici di porte e finestre. Anche nell'anno drammatico del 1806, in cui non era possibile investire denaro per la ristrutturazione, furono eseguiti piccoli lavori di manutenzione, anche se per evitare sforamenti di bilancio Federico Guglielmo III si riservò il diritto di autorizzare ulteriori lavori. Nell'aprile 1814, da Parigi, il monarca ordinò l'acquisto di diverse tonnellate di pietra arenaria da Pirna per i lavori. Nel 1817 iniziò il restauro dei portali, nel 1821 delle facciate esterne, nel 1833 dell'arco trionfale principale (Portale III), dopo diverse lamentele per il suo deterioramento e per il fatto che era pieno di urina e sporcizia, e nel 1839 vennero rinnovati i cornicioni e le statue nei cortili interni.[3]

Inoltre, nel 1824, i dintorni del palazzo furono abbelliti dal completamento dello Schlossbrücke (Ponte del Castello), progettato da Karl Friedrich Schinkel, e nel 1830 fu inaugurato il nuovo Königliches Museum (Museo Reale) dall'altra parte del Lustgarten.

A differenza del padre, Federico Guglielmo IV (1840-1861) abitò nel palazzo già nel 1815, quando era ancora principe ereditario. Con il permesso del padre, si trasferì negli ex appartamenti di Federico II il Grande nell'angolo sud-est del castello, a cavallo tra la Schlossplatz e la Sprea. Il monarca, amante e conoscitore dell'arte e della cultura, fece rinnovare queste stanze in diverse occasioni. Karl Friedrich Schinkel creò sontuosi spazi neoclassici di chiara impronta storicista, conservando il gabinetto rococò di Federico II e trasformando la cappella gotica di Erasmo nell'ufficio del monarca.

Vista dal Lustgarten

Dopo la sua ascesa al trono nel 1840, Federico Guglielmo IV intraprese importanti modifiche interne al castello, aiutato dalla sua stretta amicizia con l'architetto reale Schinkel e il suo successore Friedrich August Stüler. Nel 1845, ispirandosi ai progetti di Eosander von Göthe e alla chiesa veneziana di Santa Maria della Salute, l'architetto Stüler creò la grande cupola sopra il portale principale. Il suo interno conteneva una nuova cappella con seicento posti a sedere, che fu completata nel 1853, ma inaugurata il 18 gennaio 1854, anniversario dell'incoronazione del monarca.

Allo stesso tempo, la vicina Weisser Saal (Sala Bianca), la sala più grande del palazzo, fu completamente ristrutturata. La grande sala fu completamente rinnovata in stile rinascimentale, così come la scala adiacente che consentiva l'accesso diretto agli ospiti dal Portale III durante le feste e i balli di corte. L'insieme fu completato nel 1847 e nel 1851 fu aggiunta una fontana in cima alla scalinata.[4]

Durante la rivoluzione del 1848, il 18 marzo, ci furono manifestazioni e gravi disordini del palazzo e nei dintorni, ma a differenza di Luigi Filippo I che dovette abdicare e fuggire dalle Tuileries, l'abilità politica del monarca e la sua promessa di riforme e di una costituzione riuscirono a stabilizzare la situazione. Tuttavia, il monarca non risiedette mai più a Berlino, trascorrendo gli inverni nel palazzo di Charlottenburg fino alla sua morte, avvenuta nel 1861.

Vista dal Kaiser-Wilhelm-Brücke, oggi Liebknechtbrücke

Anche il re Guglielmo I (imperatore tedesco dal 1871) non abitò nel palazzo, preferendo la sua residenza privata nell'Altes Palais sull'Unter den Linden. Ancora una volta, il grande edificio barocco servì solo per grandi ricevimenti e come sede dell'amministrazione di corte prussiana, dove avevano sede del Tesoro della Corona, il Königliches Haus-Archiv (Archivio della Casa Reale) e il Königliches Hof-Marschall (Maresciallo di Corte Reale).

Nel 1862 fu istituita nel castello la Königliche Hausbibliothek (Biblioteca della Casa Reale, da non confondere con l'ex Biblioteca Reale, oggi Biblioteca di Stato di Berlino). In origine la biblioteca conteneva solo i circa 20.000 volumi appartenenti al re Federico Guglielmo IV ed era situata nell'ex Kunstkammer elettorale al terzo piano, ma dal 1874 fu trasferita in diverse stanze al primo piano, di fronte alla Sprea. Nel corso degli anni si aggiunsero le biblioteche personali di altri monarchi, come quella di Federico Guglielmo III e della regina Luisa nel Kronprinzenpalais nel 1865, quella di Federico Guglielmo II nel castello stesso nel 1869, la collezione del Castello di Monbijou nel 1899 e quella dell'imperatore Federico III nel 1900. La Biblioteca della Casa Reale era a disposizione della famiglia imperiale e del personale di corte e di casa e di solito era accessibile al pubblico al mattino.

Le ultime modifiche importanti al palazzo avvennero durante il regno dell'ultimo imperatore tedesco e re di Prussia, Guglielmo II (1888-1918). Seguendo l'estetica neobarocca guglielminista e con il desiderio di trasformare Berlino nella grande capitale di un impero globale in piena espansione, l'area intorno al palazzo fu decorata con costruzioni pompose come il Monumento nazionale al Kaiser Guglielmo (1895-1897) o la nuova Cattedrale di Berlino (1895-1905).

Vista aerea

Anche all'interno del palazzo, l'architetto di corte Ernst von Ihne eseguì ampi interventi e ristrutturazioni. La Weisser Saal (Sala Bianca, 1891-1895) fu completamente rinnovata, creando uno spazio monumentale con illuminazione completamente elettrica, completata nel 1902. Al di sotto di questa grande sala furono creati due lussuosi e moderni gruppi di appartamenti per gli ospiti, al piano terra la Mecklenburgische Wohnung (Appartamenti del Meclemburgo) e al primo piano la Wilhelmische Wohnung (Appartamenti del Guglielmo). I lussuosi mobili di queste stanze furono creati dai migliori artigiani berlinesi nel tentativo di competere con l'egemonia artistica della Francia e furono esposti all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.

D'altra parte, il palazzo era dotato dei più recenti progressi tecnici. L'elettricità fu introdotta per la prima volta nel 1889, in occasione della visita del re d'Italia Umberto I, e dal 1906 il palazzo disponeva di generatori elettrici propri che lo rendevano indipendente dalla rete elettrica generale. Nel 1865, l'edificio fu collegato alla rete municipale che forniva acqua corrente alle cucine e ai bagni, ma dal 1891 il palazzo aveva un proprio pozzo e una propria sottoalimentazione, che fu gradualmente ridotta a partire dal 1913 a causa dei lavori per la vicina Museumsinsel. Infine, fu migliorato il sistema di protezione antincendio, con l'installazione di porte antincendio nei sottotetti e di allarmi elettrici in tutto l'edificio nel 1911.[5]

Dalla rivoluzione al nazismo

Palast der Republik

Il palazzo, un tempo simbolo del potere degli Hohenzollern, fu anche uno degli scenari della Rivoluzione tedesca. La sera del 9 novembre 1918, alla notizia dell'abdicazione di Guglielmo II, il palazzo fu occupato da soldati e lavoratori e il leader socialista Karl Liebknecht proclamò la Libera Repubblica Socialista Tedesca. Contrariamente a quanto si crede, però, non lo fece dallo stesso balcone del Portale V che l'imperatore aveva usato nel 1914, ma dal cofano di un'automobile. Durante la crisi natalizia del 1918, il palazzo, dove era accampata la Volksmarinedivision (Divisione Marina del Popolo), fu teatro di scontri tra i marinai rivoluzionari e l'esercito regolare, che danneggiarono le facciate dell'edificio. Ci furono anche dei saccheggi, ma il castello sopravvisse relativamente indenne alla Rivoluzione tedesca.

Durante la Repubblica di Weimar, il castello non ebbe alcuna funzione politica o rappresentativa, le sale più importanti furono aperte al pubblico come museo di belle arti e varie istituzioni culturali furono ospitate nell'edificio, come la Società Kaiser Wilhelm. L'edificio non fu utilizzato dai nazisti a causa del suo legame con la monarchia prussiana, ma il Lustgarten fu ristrutturato nel 1935 per ospitare i grandi eventi del regime e il castello fu ridotto a un semplice sfondo su cui appendere grandi svastiche. Nel 1936 la fiamma olimpica ardeva davanti al castello e nel 1940 vi fu esposto trionfalmente il carro dove fu firmato l'armistizio di Compiègne nell'ottobre 1918.

Durante la Seconda guerra mondiale, il palazzo fu vittima dei bombardamenti alleati su Berlino. Nel maggio del 1944, una bomba fece un grande buco nell'ala nord del castello che si affaccia sul Lustgarten, raggiungendo le cantine e mandando in frantumi tutti i vetri dell'edificio. Il 3 febbraio 1945 fu nuovamente bombardato, ma questa volta bruciò per quattro giorni senza che nessuno spegnesse l'incendio a causa del caos in città. Il 28 aprile la facciata sud fu danneggiata dall'artiglieria sovietica durante la battaglia di Berlino. Tuttavia, data la natura massiccia dell'edificio, i danni complessivi furono meno gravi rispetto al castello di Charlottenburg, ampiamente ricostruito. Anche la collezione d'arte del palazzo fu colpita dalla guerra: la Königliche Hausbibliothek (Biblioteca della Casa Reale), che conteneva circa 71.000 libri, fu evacuata a Sanssouci, ma fu ripresa dall'esercito sovietico e inviata alla Biblioteca di Stato Lenin, che distribuì i libri a varie biblioteche regionali. Nel 1958 l'Unione Sovietica ha restituito alcuni spartiti musicali, nel 1997 la Georgia ha restituito 110 libri e nel 2007 l'Armenia ha restituito 10 libri.

Ricostruzione del Castello, 2016

La demolizione e la sostituzione

Nei primi anni del dopoguerra, dopo alcune riparazioni di base, alcune aree del palazzo, come la Weisser Saal, furono utilizzate per mostre temporanee. Tuttavia, dopo la spartizione di Berlino nel 1948, la SED e il suo leader Walter Ulbricht iniziarono a chiedere la demolizione dell'edificio. I leader socialisti della DDR lo consideravano troppo costoso da ricostruire e un simbolo del militarismo e dell'imperialismo prussiano. Nonostante l'opposizione dell'opinione pubblica e di alcuni intellettuali, tra cui Friedrich Ebert junior, il 7 settembre 1950 iniziò la demolizione del palazzo con la dinamite. Al suo posto fu lasciato un grande spazio vuoto per manifestazioni e raduni politici. Solo il Portale V, da dove Liebknecht aveva proclamato la Repubblica socialista nel 1918, si salvò. Il frammento barocco del palazzo fu inserito nella facciata moderna dello Staatsratsgebäude (edificio del Consiglio di Stato).

Dopo oltre due decenni di vuoto, nel 1974 il leader socialista Erich Honecker decise di costruire un edificio rappresentativo del regime sul sito del vecchio castello. Il nuovo Palast der Republik (Palazzo della Repubblica) fu inaugurato nel 1976 e, oltre a ospitare ristoranti, gallerie d'arte e un teatro, fu anche la sede della Camera del Popolo, il parlamento della DDR. Meno di quindici anni dopo, il Palast der Republik dovette chiudere a causa della contaminazione da amianto.

Ricostruzione del Castello, 2017

Poco dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania, è iniziato il dibattito sulla demolizione del Palast der Republik, contaminato dall'amianto e associato alla ex DDR, e sulla ricostruzione del castello di Berlino. La rimozione dell'amianto è iniziata nel 1997 ed è stata completata nel 2002, lo stesso anno in cui il Bundestag ha votato a grande maggioranza per la ricostruzione dell'ex castello. La demolizione è avvenuta tra il 2006 e il 2008.

Ricostruzione

Nel 2003 si è decisa la ricostruzione -come sagoma ed aspetto esteriore- dell'edificio del Castello nelle facciate Nord, Ovest, Sud e della Schlüterhof, una corte interna, come Humboldt Forum.[6]

Stato dei lavori a luglio 2020 sulla facciata

Nel novembre 2008 è stato scelto il progetto di Franco Stella per la ricostruzione.[7] Il costo stimato alla fine dei lavori è di circa 600 milioni di euro. L'inaugurazione è avvenuta nel 2020.

L'edificio oggi ospita al suo interno, realizzate secondo canoni moderni, strutture museali come il Museo Etnologico, il Museo di Arte Asiatica, la Biblioteca Centrale e Regionale di Berlino e la Humboldt Universität, nonché circa 1.000 eventi individuali all'anno per i 3 milioni di visitatori previsti.

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Stato dei lavori a settembre 2020 sulla facciata

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Fonti

Testi di approfondimento

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Cosmos 1408

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Cosmos 1408

Il Cosmos 1408 (talvolta scritto come "Kosmos") è stato un satellite ELINT, ossia utilizzato per spionaggio di segnali elettronici, messo in orbita il 16 settembre 1982 da parte dell'Unione Sovietica in sostituzione del Cosmos 1378.

Dopo aver terminato la sua operatività negli anni 1980 (la durata prevista del suo utilizzo era di 6 mesi), il satellite è stato distrutto il 15 novembre 2021 durante il test di un'arma antisatellite per il quale è stato utilizzato come bersaglio. Risultato di tale test, condotto con successo, è stata la creazione di oltre 1 500 detriti spaziali che, rimasti in orbita, hanno rischiato la collisione con la Stazione spaziale internazionale (ISS).

Lancio

Il satellite è stato lanciato il 16 settembre 1982 dal cosmodromo di Plesetsk utilizzando un razzo vettore Cyklon-3 decollato dal sito di lancio 32/2 alle 5:02 UTC del mattino.[2] Il Cosmos 1408 fu immesso in un'orbita geocentrica bassa come parte del sistema Tselina, un sistema doppio di satelliti artificiali ELINT sviluppato in Unione Sovietica a partire dagli anni 1960. Realizzato sulla base della piattaforma satellitare Tselina-D, il satellite aveva una massa di circa 2200 kg e la durata prevista della sua operatività era di 6 mesi.[3] Nonostante quest'ultimo dato, il Cosmos 1408 rimase operativo per circa 2 anni. Al termine delle operazioni, essendo privo di sistemi di propulsione, il satellite non poté effettuare manovre per un rientro atmosferico e la sua orbita iniziò quindi a decadere naturalmente.[1]

Distruzione

Il 15 novembre 2021, è stata rilevata la presenza di un flusso di detriti spaziali che minacciava la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), al cui equipaggio era stato dato ordine di trasferirsi nelle capsule ormeggiate alla ISS che, in caso di emergenza, avrebbero potuto fungere da capsule di salvataggio (Pëtr Dubrov, Anton Škaplerov e Mark Vande Hei sono entrati nella capsula della missione Sojuz MS-19, mentre l'equipaggio di Crew-3 è salito a bordo della capsula Dragon).[4] La nube di detriti intersecava l'orbita della ISS ogni 93 minuti e gli astronauti sono stati mantenuti nelle capsule solo per il secondo e il terzo passaggio della nube, frattanto che non si fosse resa più precisa la valutazione del rischio d'impatto.

In seguito, sulla base dei parametri orbitali di Cosmos 1408 e della ISS, Jonathan McDowell ha identificato nel satellite russo la fonte dei detriti.[5] Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America ha poi confermato l'avvenuta disintegrazione del Cosmos 1408 come risultato del test di un'arma antisatellite russa.[6] L'evento ha generato oltre 1 500 detriti rilevabili da terra e verosimilmente diverse migliaia non rilevabili, che, si prevede, rimarranno in orbita per diversi anni, o forse decenni. Da parte sua, Roscomos ha dichiarato che i detriti sono lontani dalla stazione spaziale e, senza fare riferimento all'accaduto, l'agenzia spaziale russa ha successivamente pubblicato un comunicato per sottolineare che la sicurezza degli astronauti rimane una sua priorità assoluta.[7] Il 16 novembre 2021, il ministro della difesa russo Sergej Kužugetovič Šojgu ha definitivamente confermato la distruzione del satellite e il test missilistico russo, svolto, si pensa, per testare le potenzialità antisatellite del missile S-500.[8]

Subito dopo l'evento LeoLabs, una società di tracciamento di detriti spaziali privata, ha stimato l'esistenza di circa 1 500 frammenti, rilevandone concretamente circa 300. Essendo la stima inferiore al previsto tenendo conto degli esiti di altri test anti-satellite avvenuti nel passato, si suppone che i detriti abbiano masse più elevate e che quindi permarranno in orbita a lungo,[9] potenzialmente per decenni.[10]

Note

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Uroš Kovačević

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Uroš Kovačević

Uroš Kovačević (in serbo Урош Ковачевић?; Kraljevo, 6 maggio 1993) è un pallavolista serbo, schiacciatore della You Energy.

Biografia

È il fratello minore del pallavolista Nikola Kovačević[1].

Carriera

Club

La carriera di Uroš Kovačević inizia nel 2006 tra le file del Ribnica, dove resta fino al 2010, militando nella squadra giovanile. Nella stagione 2010-11 diventa professionista e viene ingaggiato dall'ACH Volley, dove in due stagioni vince due scudetti, due Coppe di Slovenia e una Middle European League: a metà dell'annata 2012-13, viene ceduto al Modena, in Serie A1 italiana, con cui vince una Coppa Italia.

Dal campionato 2015-16 difende i colori della BluVolley Verona, dove resta per due annate e con cui vince una Challenge Cup; nell'estate 2016 fa una breve esperienza in Qatar con l'Al-Arabi. Nella stagione 2017-18 si accasa alla Trentino[2], sempre nella massima serie italiana, a cui si lega per un triennio, vincendo un campionato mondiale per club e una Coppa CEV, aggiudicandosi in quest'ultima competizione il premio di MVP.

Dopo un'annata nella Chinese Volleyball Super League difendendo i colori del Beijing, col quale si aggiudica lo scudetto, per il campionato 2021-22 approda nella Polska Liga Siatkówki, ingaggiato dal Warta Zawiercie[3], che lascia nell'annata 2023-24 per indossare la casacca dell'Ural[4], approdando nella Superliga russa.

Torna a giocare a Piacenza nella stagione 2024-25, questa volta difendendo i colori della You Energy[5], in Superlega.

Nazionale

Dal 2009 entra nel giro delle nazionali giovanili: con l'under 19 vince la medaglia d'argento campionato europeo 2019 e poi l'oro al campionato mondiale 2009, al campionato europeo 2011 e al campionato mondiale 2011, premiato in questi ultimi due tornei come migliori giocatore; con l'under 20 e con l'under 21 si aggiudica due bronzi, rispettivamente al campionato europeo 2010 e al campionato mondiale 2011; mentre con la nazionale under 23, invece, conquista la medaglia d'argento al campionato mondiale 2013.

Nello 2011 entra a far parte della nazionale maggiore, con cui vince la medaglia d'oro al campionato europeo. Conquista poi due medaglie alla World League, ossia l'argento nel 2015 e l'oro nel 2016. In seguito si aggiudica altre due medaglie durante la rassegna continentale, ossia il bronzo nel 2017 e l'oro nel 2019, venendo anche eletto MVP del torneo.

Palmarès

Club

Nazionale (competizioni minori)

Premi individuali

Note

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Wesley Moodie

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Wesley Moodie

Wesley Moodie (Durban, 14 febbraio 1979) è un ex tennista sudafricano. È noto soprattutto per aver vinto in doppio il torneo di Wimbledon 2005, al suo esordio nella manifestazione. Si è messo in luce soprattutto in doppio, vincendo altri 5 titoli nel circuito maggiore e arrivando alla 8ª posizione del ranking ATP nell'agosto 2009. In singolare ha vinto un titolo ATP e ha raggiunto la 57ª posizione della classifica mondiale nell'ottobre 2005. Ha disputato 25 incontri con la squadra sudafricana di Coppa Davis, vincendone 18.

Biografia

Dopo una buona carriera a livello universitario negli Stati Uniti, passa al professionismo nel 2000. Quell'anno vince 5 titoli ITF in doppio e due in singolare. Nel 2001 vince due titoli Challenger in doppio mentre nel 2002 debutta nel circuito ATP e in Coppa Davis. L'anno dopo vince i suoi primi 2 tornei Challenger in singolare; debutta a Wimbledon vincendo due incontri e in agosto entra nella top 100, quello stesso anno esordisce agli US Open e supera il primo turno.[1][2][3]

Il primo titolo nel circuito maggiore arriva nel 2005 e sarà il più grande successo della carriera, in coppia con Stephen Huss parte dalle qualificazioni e vince il torneo di doppio a Wimbledon, battendo in finale i favoriti fratelli Bob e Mike Bryan. Si distingue anche in singolare vincendo il suo unico titolo ATP quello stesso anno al torneo ATP International Series Gold di Tokyo superando in finale Mario Ančić, risultato con cui il 10 ottobre 2005 raggiunge la 57ª posizione della classifica mondiale, che resterà il suo best ranking in singolare. Grazie alla vittoria a Wimbledon, Moodie e Huss prendono parte alla Tennis Masters Cup 2005; nel round robin ottengono una vittoria, una sconfitta e vengono eliminati nel terzo match, costretti al ritiro per un infortunio al ginocchio di Huss.[4]

Nel 2006 perde la finale in doppio a Delray Beach in coppia con Chris Haggard. L'anno successivo insieme a Todd Perry vince due tornei ATP International Series, in gennaio quello sul cemento di Adelaide e in aprile quello sulla terra rossa di Valencia. Nel 2008 il suo partner è Jeff Coetzee, con il quale in aprile vince il titolo all'Estoril e raggiunge le finali a Doha e al Paris Masters (La sua prima finale in un toeno Masters Series). I due accedono così alla Tennis Masters Cup 2008 e vengono eliminati perdendo i primi due incontri nel round robin, rendendo inutile la vittoria nell'ultima giornata sulle teste di serie nº 1, i fratelli Bryan.

Nel 2008 Moodie dirada gli impegni in singolare e dal febbraio 2009 gioca solo in doppio. Subito dopo la finale persa nel Madrid Masters, nel giugno 2009 torna a disputare una finale del Grande Slam al Roland Garros, in coppia con Dick Norman, dopo aver nuovamente battuto i fratelli Bryan in semifinale. All'atto conclusivo perde in tre set contro la coppia Lukáš Dlouhý / Leander Paes. Le successive vittorie nelle finali del Queen's e a 's-Hertogenbosch, che saranno gli ultimi titoli in carriera, e la semifinale raggiunta a Wimbledon lo portano il 2 agosto all'8º posto mondiale, la sua migliore classifica di tutta la carriera.

Nell'aprile 2010 partecipa al torneo di Houston con Stephen Huss e perde la finale contro i fratelli Bryan. A Wimbledon disputa la sua ultima finale in carriera nel torneo di doppio misto, in coppia con Lisa Raymond viene sconfitto in due set da Cara Black / Leander Paes. Nel corso della stagione raggiunge anche altre 7 semifinali e diversi quarti di finale, e accede per la terza e ultima volta alle ATP Finals; come nelle precedenti occasioni viene eliminato nel round robin ottenendo una sola vittoria. Disputa il suo ultimo incontro da professionista al terzo turno del torneo di Wimbledon 2011.

Statistiche

Singolare

Titoli (1)

Doppio

Titoli (6)

Finali perse (7)

Doppio misto

Finali perse (1)

Note

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Chiesa di Santa Caterina (Rovigo)

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Chiesa di Santa Caterina (Rovigo)

La chiesa di Santa Caterina, o in modo completo chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire, è la parrocchiale patronale di Roverdicrè, frazione del comune italiano di Rovigo nell'omonima provincia. Appartiene al vicariato di Rovigo della diocesi di Adria-Rovigo e la sua storia inizia nel XV secolo.

Storia

Il più antico luogo di culto a Roverdicrè venne citato già attorno al XII secolo e si trattava di un piccolo oratorio fatto edificare dall'allora arciprete di Santo Stefano Manfredo che volle accogliere le esigenze dei fedeli della parte a sud ovest città, in quel momento priva di chiese vicine. Nacque subito un problema di competenze territoriali poiché il territorio interessato rientrava nella giurisdizione ecclesiastica dell'abbazia di San Cipriano di Murano che infatti aveva giurisdizione anche sulla Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Rocco nella vicina Costa di Rovigo. Il vescovo di Padova Gerardo Offreducci da Marostica [nota 1] fu interessato della questione e dopo attento esame della situazione si pronunciò per la demolizione della parte della struttura che era stata eretta dopo l'inizio della contestazione e che per il nuovo oratorio ricostruito, definito anche come Cappella Baptisimalis, il sito scelto fosse al confine tra le due entità giuridiche parrocchiali. Secondo l'interpretazione storica fu poi quella la chiesa destinata a divenire la futura parrocchiale di Roverdicrè. La prima citazione che ci è pervenuta di questo nuovo luogo di culo risale al XV secolo quando, il 26 settembre 1445, vi si recò in visita pastorale il vescovo di Ferrara Giovanni Tavelli da Tossignano e la consacrò a Santa Caterina d'Alessandria. Nel volume Adriensis Episcopatus Memorabilia, scritto nel 1537 secolo dal vicario episcopale Giovanni Pietro Ferretti, la chiesa viene descritta come di piccole dimensioni con una sola navata, dotata di tre altari, la torre campanaria a sud e col cimitero della comunità posto attorno. Il giuspatronato appartenne prima alla famiglia nobile di Ferrara dei Calcagnini per passare in seguito a quella dei Pisani di Venezia. All'inizio del XVII secolo la piccola chiesa risultò in cattive condizioni e fu necessario un intervento per il suo restauro che comprese anche la posa di due nuovi altari nella sala. La situazione geopolitica, con la ritirata dell'esercito imperiale austriaco davanti all'avanzata delle forze del Regno d'Italia provocò la demolizione del luogo di culto perché, nel 1864, gli austriaci la ritenevano un ostacolo per la visuale del fronte. Nello stesso momento venne distrutta anche la fortificazione locale di Roverdicrè della quale non restano tracce. Nel 1669 venne aperto il cantiere per la sua ricostruzione che comportò notevoli modifiche rispetto alla situazione precedente. A cantiere chiuso, nel 1720, la nuova chiesa risultò avere orientamento opposto, maggiore ampiezza nella sala che fu dotata di cinque altari, un nuovo coro e una nuova sagrestia. La solenne consacrazione del tempio ricostruito fu celebrata solo nel 1947 dal vescovo di adria Guido Maria Mazzocco.[1][2][3] La chiesa parrocchiale di Roverdicrè è stata inserita nell'elenco dei beni sottoposti a vincoli architettonici dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza dal 24 giugno 2013.[4]

Descrizione

Esterni

La chiesa si trova a Roverdicrè, frazione del comune italiano di Rovigo nell'omonima provincia. Mostra orientamento verso ovest. La facciata a capanna in stile neoclassico palladiano è caratterizzata da quattro grandi lesene di ordine corinzio che reggono il frontone ed è rifinita ad intonaco. Il portale di accesso è architravato. Nei prospetti laterali sono poste finestre a monofora che portano luce alla sala. La copertura del tetto a due falde è in coppi di laterizio. La torre campanaria si trova in posizione avanzata sulla sinistra, addossata alla chiesa. La cella campanaria si apre con quattro coppie di finestre a monofora ed è sormontata dal tetto a quattro falde.[1][3]

Interni

La sala è di tipo basilicale con una sola navata ampliata da quattro cappelle laterali ognuna dotata di altare. La copertura è con volta a botte. Alla controfacciata si appoggia la cantoria in legno dalla sporgenza curvilinea con l'organo a canne. Attraverso l'arco santo si accede al presbiterio leggermente rialzato. L'abside a pianta semipoligonale è coperta da una volta a vela. L'adeguamento liturgico è stato realizzato entro il XX secolo con la posa della mensa verso il popolo in marmo.[1][3]

Note

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The Prestige

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The Prestige

The Prestige è un film del 2006 diretto da Christopher Nolan, tratto dall'omonimo romanzo di Christopher Priest.

Trama

Londra, fine '800. L'illusionista Alfred Borden, detenuto in galera con l'accusa di aver ucciso il suo collega e rivale Robert Angier, entra in possesso del diario del defunto e, leggendolo, ripercorre gli anni di astio e rivalità avuti in passato, quando i due giovani erano semplici aiutanti di mister Cutter, uno scenografo esperto d'illusionismo, presso il teatro Orpheum di Londra.

L'antefatto si svolge in un teatro, in cui il mago Milton sta presentando un numero detto "fuga subacquea": la sua assistente Julia, legata mani e piedi da due "volontari" (in realtà sono i due assistenti: Angier, che è suo marito, e Borden), deve fuggire da una cabina piena d'acqua. Prima dell'esibizione, Cutter esprime dei dubbi riguardo alla proposta di Borden di utilizzare il nodo doppio Langford, anziché il semplice scorsoio, per legare Julia, ritenendolo non adatto all'acqua in quanto si sarebbe potuto gonfiare rendendo impossibile il suo scioglimento. Borden, pur avendo ricevuto un rifiuto preventivo sia da parte di Angier sia di Cutter, durante lo spettacolo decide ugualmente di utilizzare il doppio Langford, con il consenso di Julia. Il numero però non riesce e questo costa la vita alla ragazza.

Da allora Angier ritiene Borden responsabile della morte della moglie. Da parte sua, Borden continua a rifiutarsi di dire quale nodo abbia utilizzato, sostenendo di non riuscire a ricordarselo. Di conseguenza i due si separano, intraprendendo carriere indipendenti: mentre Angier diviene famoso come "Il Grande Dantòn" (nome d'arte che gli fu suggerito dalla moglie), Borden si fa chiamare "Il Professore" e si esibisce, accompagnato dall'inseparabile collaboratore Fallon, in teatri fatiscenti. In uno di questi conosce Sarah, che diventa sua moglie. Tra i suoi numeri vi è anche il cosiddetto "afferraproiettile", un numero molto pericoloso, in quanto contempla l'uso di un'arma da fuoco che può essere facilmente manomessa da un malintenzionato nel momento in cui viene concesso agli spettatori di poterla esaminare. Proprio Angier, travestito da spettatore, partecipa a una di queste esibizioni e sabota il numero, provocando a Borden la perdita del mignolo e dell'anulare della mano sinistra. Per vendetta, anche Borden riesce a sabotare un'esibizione del rivale, causando il ferimento di una donna e comportando l'annullamento di tutti i suoi ingaggi proprio nel momento in cui la sua carriera sembrava poter decollare.

Successivamente Borden debutta con il numero del "trasporto umano", nel quale l'illusionista attraversa una porta e ricompare quasi istantaneamente da un'altra, collocata nella zona opposta del palco. Angier vuole rubargli il numero, ma Cutter gli spiega che il trucco è possibile solo utilizzando un sosia. Angier non crede a questa spiegazione, ritenendola troppo banale e troppo semplice da scoprire, anche per gli spettatori. Anche la sua assistente Olivia sostiene che Borden non può aver usato un sosia, in quanto anche la persona che esce dalla seconda porta è priva di due dita, nonostante lo stesso Borden tenti di nascondere questa menomazione sotto i guanti. Tuttavia, su richiesta di Cutter, Angier presenta una propria versione, affidandosi, seppur controvoglia, a Gerald Root, un attore alcolizzato e in bolletta, che però somiglia molto a lui. Il numero ottiene molto successo, ma questo fallisce dopo alcune rappresentazioni, in quanto Borden riesce a corrompere Root, facendolo ubriacare e presentandosi sul palco al suo posto.

Angier resta però ossessionato dal voler scoprire il trucco di Borden: prima invia la sua assistente e amante Olivia a spiarlo, la quale finisce però col diventare l'amante di Borden; poi arriva a rapire Fallon, ottenendo così il nome di chi lo avrebbe aiutato nella creazione del numero: Nikola Tesla. Tale frase, in realtà, si rivelerà una falsa pista, in quanto "Tesla" è solo la chiave per decifrare il diario cifrato di Borden, che Olivia gli ha sottratto di nascosto. Angier si reca a Colorado Springs per incontrare lo scienziato, chiedendogli di costruire ciò che è convinto di aver visto negli appunti del rivale: una macchina per il teletrasporto. Lo scienziato costruisce un prototipo, che inizialmente sembra non funzionare, ma che invece si rivela in grado di duplicare gli oggetti, facendo comparire una copia qualche decina di metri più distante. Tesla promette di sistemare la calibrazione della macchina e poi la vende a Angier, chiedendogli tuttavia di distruggerla il prima possibile per via del male che avrebbe potuto causare.

Intanto Sarah sospetta il tradimento del marito, che si comporta in maniera sempre più strana, e arriva a togliersi la vita. Anche Olivia percepisce il comportamento discontinuo di Borden, e lo abbandona per la sua freddezza. Tornato a Londra, Angier si esibisce con successo grazie alla macchina di Tesla. Borden capisce subito che la sua macchina cela una botola, dentro la quale Angier si lascia cadere, ma non capisce come faccia a riapparire sulle balconate del teatro in così pochi secondi. Incuriosito, Borden si introduce dietro le quinte, sfruttando il fatto che Angier, per mantenere al sicuro il suo segreto, si sia circondato esclusivamente di collaboratori non vedenti. Arrivato sotto il palco, vede Angier che, attraverso la botola, cade in una vasca piena d'acqua da cui non può uscire. Borden tenta invano di salvarlo, ma non può far altro che vederlo affogare: verrà invece arrestato con l'accusa di aver spostato la cabina sotto il palco, in modo da causarne la morte, accusa che lo porterà a essere condannato a morte per impiccagione.

Senza parenti, la figlia di Borden, Jess, rischia di finire in orfanotrofio, ma il misterioso Lord Caldlow afferma che si occuperà della piccola in cambio del segreto per il "trasporto umano". Borden accetta, e quando lo incontra si accorge che altri non è che Angier, rimanendo tuttavia col dubbio di come sia riuscito a sopravvivere. Borden urla quindi ai secondini che l'uomo non è realmente morto annegato nella vasca, ma nessuno gli dà retta; riesce però a avere un ultimo colloquio con Fallon dicendogli di vivere per tutti e due, poco dopo viene impiccato, terminando la sua vita con la fatidica parola "abracadabra". Anche Cutter scopre che Angier è vivo e, dopo avergli manifestato il suo dissenso, lo aiuta a disfarsi della macchina di Tesla.

Nascosta la macchina nei sotterranei del teatro, Angier vede ricomparire Borden, che - dopo avergli sparato - gli rivela la vera chiave del suo trucco del "trasporto umano", confermando l'ipotesi del sosia, che Angier aveva sempre scartato perché secondo lui era troppo banale: Borden aveva un fratello gemello, celato sotto i panni del suo collaboratore Fallon (il cui nome non verrà mai nominato e per questo evitava di parlare). I due, a turno, interpretavano entrambi i ruoli, non solo sul palco, ma anche nella vita, nascondendo questa verità a chiunque. Proprio per non essere scoperti, il Borden non menomato da Angier è stato costretto ad amputarsi due dita della mano sinistra per ottenere la stessa menomazione del gemello. Tuttavia, poiché uno dei due fratelli amava Sarah, mentre l'altro era innamorato di Olivia, entrambi avevano comportamenti discontinui nei confronti delle rispettive donne, portandole ad allontanarsi dai loro compagni. Inoltre, il Borden che sosteneva di non sapere quale nodo aveva fatto a Julia non era quello che aveva preso parte all'incidente in cui la moglie di Angier era morta.

Dopo questa confessione, anche Angier, ormai moribondo, spiega come funzionava il suo trucco: dopo aver scoperto che la macchina di Tesla era in grado di creare un suo clone, Angier decise di collocare una vasca piena d'acqua sotto la botola. In questo modo, mentre l'Angier nella macchina sarebbe morto affogato cadendo nella vasca sottostante, il suo clone sarebbe comparso dall'altra parte del teatro, permettendo così la riuscita del numero. Ogni sera Angier eseguiva quel numero senza sapere quale tra l'originale e il doppione sarebbe stato destinato a morire fra atroci sofferenze sotto al palco e quale avrebbe ricevuto tutti gli applausi del teatro.

Borden, dopo aver ucciso Angier, è pronto a incominciare una vita normale con la figlia. Mentre il teatro va a fuoco, la luce delle fiamme rivela decine di vasche, in cui galleggiano i cadaveri dei vari cloni di Angier, creati nelle repliche del suo spettacolo.

Personaggi

Produzione

La produttrice Valerie Dean lesse il manoscritto di Christopher Priest e si rese conto che aveva valide potenzialità per poter essere portato sullo schermo. Contattò quindi il regista Christopher Nolan[1] per fargli leggere il romanzo nel 2000, periodo in cui Nolan era in cerca di un distributore per Memento negli Stati Uniti. Durante un soggiorno a Londra, Nolan lesse The Prestige e cominciò a discuterne con il fratello Jonathan Nolan. Il regista si rivolse ad Aaron Ryder della società di produzione statunitense Newmarket Films per l'acquisto delle opzioni sul libro[1]. I fratelli Nolan alla fine del 2001 durante la post-produzione di Insomnia, incominciarono la collaborazione per la sceneggiatura definitiva.

Sceneggiatura

Il processo di scrittura della sceneggiatura è stata una lunga collaborazione dei fratelli Nolan e ha richiesto un periodo di cinque anni[2]. Nello scritto, viene sottolineata la storia della magia attraverso la narrazione drammatica dei vari personaggi, minimizzando la rappresentazione visiva della magia sul palcoscenico. La linea narrativa del romanzo è strutturata attraverso le pagine dei diari dei due protagonisti, cosa che ha creato qualche difficoltà nell'adattamento cinematografico. Per rendere il carattere dei protagonisti, Jonathan Nolan ha frequentato illusionisti professionisti dietro le quinte dei loro spettacoli[3].

Regia

Christopher Nolan impiegò 18 mesi[3] per individuare la modalità per raccontare la storia, decidendo infine di suddividere la sceneggiatura e la regia in tre atti che sono i tre elementi principali dell'illusione nel film: la promessa, la svolta e il prestigio.

«Il regista, ancora più che il romanziere è molto simile ad un mago nel modo in cui scegliamo di rivelare le informazioni, cosa dire al pubblico e quando, il punto di vista in cui trasciniamo la platea. Usiamo queste tecniche per ingannare il pubblico, per trascinarlo in vari vicoli ciechi e false piste e via dicendo, e infine speriamo in una conclusione narrativa soddisfacente.»

(Christopher Nolan[4])

Cast

Consulenza sul set

L'attore Ricky Jay, che nel film interpreta il mago Milton, è realmente un illusionista e prestigiatore e ha effettuato le consulenze necessarie per aiutare il cast nei numeri di magia e illusione. Nei titoli di coda appare un ringraziamento a David Copperfield[13].

Luoghi delle riprese

Le riprese interne dei teatri per gli spettacoli vennero effettuate in alcuni teatri dismessi di Los Angeles. Le riprese degli esterni vennero effettuate agli Universal Studios sempre di Los Angeles[14]. Altre riprese furono effettuate in Colorado e in California ai Downey Studios e ai Walt Disney Studios. La scena del treno in cui si trova Angier è stata effettuata sulle Silverton Railway Line in Colorado. La scena dei funerali di Julia venne girata all'Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles. Le riprese incominciarono il 16 gennaio 2006 e si conclusero il 9 aprile successivo.

Scenografia e fotografia

Lo scenografo Nathan Crowley aveva come obiettivo di far sembrare le strade di Londra dell'epoca vittoriana molto caotica dato che l'epoca in cui è ambientato il film è proprio l'epoca delle grandi invenzioni che rivoluzionarono il mondo[14]. Il direttore della fotografia Wally Pfister adattò la luminosità delle riprese alle atmosfere cupe che Christopher Nolan voleva per il film[15].

Costumi

Per i costumi, si decise di optare per toni scuri come il marrone per poter mantenere le atmosfere del film mentre i colori bianchi o accesi vennero usati per le riprese nella folla in modo da creare un vistoso contrasto con i protagonisti[16]. Il personaggio che indossa i costumi più vistosi è Olivia, per i suoi abiti di scena come assistente dei maghi. La costumista Joan Bergin disegnò i costumi molto moderni e sensuali adattandoli al fisico e alla solarità della Johansson[17].

Colonna sonora

La colonna sonora del film intitolata The Prestige: Original Score è stata affidata al musicista britannico David Julyan che ha collaborato con Christopher Nolan nelle colonne sonore di Memento (2000) e Insomnia (2002).

I titoli di coda della pellicola vengono accompagnati dalla canzone Analyse di Thom Yorke tratta dal suo album da solista del 2006 The Eraser.

Album

Il disco contiene le tracce presenti nel film ed è distribuito dalla Hollywood Records.

Tracce

Distribuzione

Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma 2006, è uscito nelle sale italiane il 22 dicembre 2006.[18]

Edizioni home video

Accoglienza

Incassi

Il film è stato accolto favorevolmente da critica e pubblico incassando nel primo fine settimana 14801808 $.[19] Nel complesso il film ha incassato 109 676 311 $,[20] di cui 53 089 891 $ negli Stati Uniti.[20]

Riconoscimenti

Note

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

Altri progetti

Collegamenti esterni


Old Europa Cafe

Indice

Old Europa Cafe

La Old Europa Cafe è un'etichetta discografica attiva dagli anni ottanta in Italia, fondata da Rodolfo Protti e distribuita da Audioglobe[1].

La label è specializzata in generi che vanno dalla dark ambient al noise, dalla musica industriale al Power electronics. Numerosi sono gli artisti internazionali presenti nel catalogo dell'etichetta. La produzione della Old Europa Cafe si muove principalmente in direzione di una industrial molto sperimentale e sul dark ambient esoterico.[2]

Fra gli artisti che sono stati contrattati dall'Old Europa Cafe vi sono Merzbow, Raison d'être, Alio Die, Rapoon, Teatro Satanico, Atrax Morgue, TAC, Murder Corporation, Genesis Breyer P-Orridge, I Burn, Satanismo Calibro 9 e Kenji Siratori.

Storia

Contesto ed antecedenti

Fu nel 1977 che Rodolfo Protti, durante un viaggio a Londra si appassionò a band come i Residents ed i Throbbing Gristle e tornato a Pordenone prese poi parte al movimento The Great Complotto come membro della band XX Century Zorro. Contemporaneamente Protti iniziò una serie di rapporti epistolari con etichette e produttori della scena industrial internazionale e del network che proprio in quegli anni si stava consolidando sempre più[3].

1984-1990: Il primo lustro della Old Europa Cafe

La Old Europa Cafè nacque a Pordenone nel 1984 da un'idea di Rodolfo Protti. Le prime produzioni dell'etichetta consistevano quasi esclusivamente in album su cassetta, divenendo così parte di quel Tape network che caratterizzò molta musica post-industriale di quel periodo[4]. Le prime pubblicazioni riguardavano principalmente band dell'allora Cecoslovacchia: nel 1983 In Our Garden dei Two Years Fallacy, nel 1985 "Feeling Fine... degli MCH Band e Standing At The Wall dei E Ucho Debil Accord Band, ed in mezzo due compilazioni dal titolo Czech! Till Now You Were Alone.

In seguito la Old Europa Cafe pubblicò un gran numero di cassette, e tra queste sono da ricordare musicisti come Mauro Teho Teardo, che pubblicò su questo marchio alcune delle sue prime produzioni, le sperimentazioni di Stefano Giust a nome Opera, il progetto rumorista di Christian Renou a nome Brume, il Sound designer Gen Ken Montgomery che fu uno dei primi galleristi newyorchesi ad occuparsi di sound art[5], o ancora l'industrial tribale dei Tam Quam Tabula Rasa[6].

1990-2000

Il primo album stampato su CD fu Battery Hens Sabotage di Brume.

Sul finire degli anni '90 l'etichetta era ormai diventata uno dei punti di riferimento europei di questo settore musicale, con una "presenza massiccia e costante" sul mercato, tanto da potersi permettere la pubblicazione di sempre nuove band che diverranno poi dei punti dimportanti nella scena europea[7] come i belgi This Morn' Omina[7] ed Ah Cama-Sotz, gli svedesi raison d'être e Deutsch Nepal, gli italiani Atrax Morgue, Murder Corporation, Spiritual Front e Bad Sector.

Alcuni artisti della Old Europa Cafè

Note

Bibliografia

Collegamenti esterni


Videogioco

Indice

Videogioco

Il videogioco è un gioco gestito da un dispositivo elettronico che consente di interagire con le immagini di uno schermo.[1][2] Il termine generalmente tende a identificare un software, ma in alcuni casi può riferirsi anche a un dispositivo hardware dedicato a uno specifico gioco. In italiano si usa a volte anche l'anglicismo videogame[1] sebbene il termine inglese corretto sia video game.[3] Colui che utilizza un videogioco viene chiamato videogiocatore o gamer ("giocatore" in inglese)[4] e si serve di una o più periferiche di input chiamate controller, come per esempio il gamepad, il joystick, il mouse e la tastiera di un computer.

Nato a partire dagli anni cinquanta del Novecento negli ambienti di ricerca scientifica e nelle facoltà universitarie americane, il videogioco ha avuto il suo sviluppo commerciale a partire dagli anni settanta, andando sempre più a sostituire i giochi elettromeccanici.

Storia

Nel 1952 nei laboratori dell'Università di Cambridge A.S. Douglas, come esempio per la sua tesi di dottorato, realizzò OXO, la trasposizione del gioco tris per computer. Questo viene di solito considerato tecnicamente il primo videogioco dato che utilizzava uno schermo catodico per la visualizzazione[5]. Il suo scopo non era comunque quello di intrattenere gli utenti ma quello di completare la tesi di Douglas. Nel 1958 il fisico Willy Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, notando lo scarso interesse che avevano gli studenti per la materia, realizzò un gioco, Tennis for Two, che aveva il compito di simulare le leggi della fisica che si potevano riscontrare in un incontro di tennis: il mezzo utilizzato era un oscilloscopio. Questo viene ricordato come un esperimento universitario più che come un gioco.

Nel 1961, sei giovani scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) riescono a dare movimento a puntini luminosi sullo schermo di un PDP-1: nasceva Spacewar!, il primo videogioco propriamente progettato a scopo ludico che la storia ricordi. Ma il grande sviluppo dei videogiochi si avrà solamente a partire dalla seconda metà degli anni settanta. I primi videogiochi apparvero negli anni settanta ed erano limitati a console con video in bianco e nero allestite nei locali pubblici. I giochi avevano una grafica essenziale (come il classico Pong). Il gioco sviluppato da Higinbotham era una schematica simulazione di tennis in cui c'era una linea verticale sullo schermo a rappresentare la rete vista dall'alto e un puntino sullo schermo per la pallina. Non c'erano segnalini per le racchette e agendo sulla manopola di controllo un solo giocatore poteva far "rimbalzare" la palla da un lato all'altro dello schermo: se non si ruotava la manopola prima della fine dello schermo la pallina continuava la sua corsa e il gioco ricominciava senza assegnare alcun punteggio con una nuova pallina. In effetti, più che un gioco o un videogioco era una dimostrazione su come si potesse interagire con un computer. Il gioco funzionava grazie ad una serie di computer analogici Donner (enormi scatoloni da 50 000 dollari) a cui Higinbotham collegò dei relay che tramite uno oscilloscopio DuMont modello 804 erano in grado di generare e gestire punti mobili sullo schermo (la pallina).

Il progetto di Douglas (OXO), così come quello di Higinbotham, era sì un gioco ma certamente non un videogioco. Si trattava più di un esperimento scientifico che di una invenzione fruibile dalla gente comune: l'EDSAC o il Donner erano armadi che occupavano interamente una stanza e assorbivano una quantità enorme di energia elettrica, oltre ad avere un costo proibitivo per qualunque famiglia dell'epoca: circa 60 000 dollari per l'EDSAC e 50 000 per un singolo computer Donner. Lo Space War di Russel invece era un videogioco vero e proprio basato sulla visualizzazione vettoriale (fu il primo tentativo di simulazione dinamica che la storia ricordi). Ma per la complessità del progetto e gli elevati costi di sviluppo sul PDP-1, nonché per la difficoltà poi di adattare tale videogioco su computer dai costi più "abbordabili" si dovette attendere la fine del 1973 quando Space War raggiunse il grande pubblico come gioco da sala (coin-op). Tale gioco ebbe scarsissimo successo e le sue vendite non coprirono neppure un terzo dei costi di produzione. Il primo uomo che invece concepì l'idea di videogiocare, nel senso che in seguito sarebbe stato conosciuto, con i normali schermi TV da salotto, fu Ralph Baer. Il concetto di un giocatore, un gioco, un televisore, e una scatola ad essa collegata in cui inserire i videogiochi è suo.

Negli anni sessanta Ralph Baer era uno dei primi ingegneri televisivi al mondo e lavorava alla Sanders and Associates (una società che sviluppava sistemi radar aerei e sottomarini). Nel 1966, durante un viaggio di lavoro, annotò su un taccuino alcuni schizzi e disegni tentando di schematizzare alcuni pensieri sul modo in cui si potesse interagire (giocando) con un normale televisore da casa. Tali appunti convinsero la Sanders a sviluppare il progetto e a depositare i brevetti di quella idea già nel 1966, inoltre la società incoraggiò Baer a continuarne lo sviluppo, mettendogli a disposizione una stanza debitamente attrezzata su indicazione dello stesso ingegnere. Dopo pochi mesi Baer aveva un puntino luminoso che si poteva muovere a piacimento sullo schermo di un normale televisore. Il generatore di allineamento Heathkit IG-62, da lui stesso realizzato per testare i televisori, rendeva ora possibile muovere il puntino bianco su schermo nero.

Benché all'inizio degli anni ottanta Atari rese famosi nel mondo i puntini neri su schermo bianco, la tecnologia inventata da Baer fu la prima che venne utilizzata agli inizi degli anni settanta per la creazione della prima console per videogiochi nella storia: il Magnavox Odyssey. Il prototipo del Magnavox Odyssey (chiamato in Sanders Brown Box oppure solo Odyssey) era già pronto nel 1970 e ne venne iniziata la commercializzazione in serie nel Natale del 1972 con un gioco di ping-pong. Si trattava in buona sostanza di una pallina (un punto bianco su schermo nero) che veniva ribattuta orizzontalmente sullo schermo della TV da due racchette (due bastoncini bianchi su schermo nero), controllabili dai giocatori (massimo 2) con due controller (in seguito chiamati joypad) con rotelle, che consentivano di muovere le racchette verticalmente. Nell'anno di lancio l'Odyssey vendette oltre 165 000 unità, e grazie anche ad una estesa campagna pubblicitaria, l'unica e sola console casalinga per videogiochi, vendette nel secondo anno (siamo alla fine del 1973) ulteriori 200 000 scatole.

Nel 1972 Nolan Bushnell, un giovane ingegnere che lavorava in Ampex (una società che progettava circuiti integrati e nastri magnetici per la videoregistrazione), lasciò il suo impiego e fondò Atari. Bushnell con la sua nuova società si prefiggeva in pochi anni di sostituire i flipper dei bar con videogiochi a gettoni (coin-op). Nei primi mesi di produzione (siamo agli inizi del 1973) Atari vendette circa 2 300 unità del coin-op Pong. Un gioco molto simile al ping-pong di Baer per l'Odissey. Sta di fatto che il coin-op Atari, nonostante sia stato commercializzato e sia apparso al pubblico dopo il lancio della console Odyssey, è passato alla storia come il primo videogioco. Pong di Atari era un gioco destinato ai luoghi pubblici e non alle quattro mura domestiche, così anche chi non conosceva l'esistenza dei videogiochi ebbe il primo contatto con essi grazie a Pong. Per tale ragione Atari entrò nell'immaginario collettivo come la casa che aveva generato quel nuovo mondo del divertimento elettronico, anche se fu solo nel 1976 che Atari (grazie anche alla collaborazione di Activision) cominciò a commercializzare la sua versione della console casalinga, che, per ragioni di una diversa e migliore capacità pubblicitaria di Atari (più che per una effettiva qualità superiore) soppiantò immediatamente l'Odyssey della Sanders/Magnavox.

Durante la seconda generazione di console casalinghe, si verificò un fenomeno analogo al mondo delle macchine arcade, la cosiddetta crisi dei videogiochi del 1983 e che si verificò principalmente in America, con tanto di sepoltura dei videogiochi Atari.

Nel 1985, Nintendo citò Magnavox e cercò di invalidare i brevetti di Baer dicendo che il primo videogame era il Tennis for Two di Higinbotham costruito nel 1958, intentata nel tentativo di dimostrare che i videogiochi fossero stati inventati prima del deposito dei brevetti detenuti, già a far data dal 1966, dalla Sanders and Associates e per non pagare i diritti a quest'ultima.

William Higinbotham fu chiamato a deporre in tribunale davanti ad una giuria consegnando una copia degli schemi originali del suo gioco, ma la corte decise che questo gioco non utilizzava il segnale video e che quindi non poteva qualificarsi come videogame. Come risultato, Nintendo perse la causa e continuò a pagare i diritti (royalty) alla Sanders Associates.

Analisi

Legge di Bushnell

L'aforisma di Nolan Bushnell (fondatore di Atari), che riguarda il design dei videogiochi e il fenomeno che porta alcuni giochi a raggiungere il grande successo, venne successivamente denominato "Legge di Bushnell":[6]

(inglese)
«All the best games are easy to learn and difficult to master. They should reward the first quarter and the hundredth.»
(italiano)
«Tutti i migliori giochi sono facili da imparare e difficili da padroneggiare. Dovrebbero premiare il primo quarto [di dollaro] e il centesimo.»

(Nolan Bushnell[7][8])

Che spiega sinteticamente il meccanismo che permette a un gioco di raggiungere il successo, ossia riuscire a coinvolgere sia i principianti sia gli esperti.

Il concetto è anche simile a una filosofia sviluppata da George Parker, il fondatore dell'editore di giochi da tavolo Parker Brothers. Parker aveva detto che "Ogni gioco deve avere un tema emozionante e pertinente ed essere abbastanza facile da comprendere per la maggior parte delle persone. Infine, ogni gioco dovrebbe essere così robusto da poter essere giocato più e più volte, senza logorarsi."[6]

Questo principio viene indicato anche con la frase "facile da imparare, difficile (o quasi impossibile) da padroneggiare", filosofia adottata da Blizzard Entertainment come motto e principio di progettazione.[6][9]

Il fenomeno culturale

Divenuto ormai un fenomeno culturale di massa, il videogioco è un medium unico: infatti, come suggerisce James Paul Gee[10], i videogiochi sono ben diversi dagli altri tipi di media (film, letteratura, teatro..), pur riprendendone i vari linguaggi. Essi hanno diverse caratteristiche che li rendono unici e operano in modo diverso dagli altri, ad esempio il linguaggio del gameplay è unico tra i media narrativi tradizionali e inoltre è stato autorevolmente affermato che è l'interattività ciò che ha distinto i videogiochi dalle altre forme d'intrattenimento mediale di massa; proprio tale caratteristica permette al videogioco di esercitare un potenziale di immersività e attrazione che altri media non hanno.[11]

Il videogioco è un medium relativamente recente (soprattutto se comparato con la storia degli altri media), e solamente negli ultimi decenni ha conosciuto un rapido sviluppo, che gli ha permesso di crescere e di superare in maniera prepotente, più degli altri media, le critiche mosse contro di esso a torto o a ragione. Tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che il videogioco, più di ogni altro (anche più di un film), è legato fortemente al progresso tecnologico. Quest'ultima caratteristica dona al videogioco un potenziale enorme e infatti come ha affermato il sociologo Alberto Abruzzese “i videogiochi sono la nostra più avanzata frontiera e il nostro più affascinante futuro” [...]. L'influenza di questo medium – anche come nuovo fenomeno culturale di massa – viene da molti associata a quella del cinema degli albori o della televisione al momento della sua massima espansione e trasformazione in mezzo di comunicazione di massa vero e proprio.

Anzi, il videogioco rischia ora, o quanto meno rischierebbe, di surclassare lo stesso cinematografico, se è vero come è vero che già è stato infranto un ipotetico quanto significativo break even point: statistiche alla mano, le vendite di videogiochi hanno superato, almeno negli Stati Uniti, quelle di biglietti delle sale cinematografiche. E infatti tale superamento è già in qualche modo avvenuto in quanto un videogioco come Halo 3 o il più recente Call of Duty: Black Ops hanno guadagnato rispettivamente 170 milioni di dollari in 24 ore (fu considerato il più grande incasso per un prodotto d'intrattenimento) e l'altro 650 milioni di dollari in soli cinque giorni. Tutto ciò fa capire quanto il mercato videoludico sia divenuto importante e possiede un enorme potenziale. Ma con il cinema, il mondo dei videogiochi sembra aver stretto un patto: le trame di molti film prodotti oggi sono dichiaratamente mutuate da videogiochi (vedi film tratti da videogiochi), così come molti film vengono in tempi assai rapidi trasformati in videogiochi più o meno di successo. La trasposizione da film a videogioco era una pratica diffusa con successo già nei primi anni ottanta; se si esclude Superman, che all'epoca era celebre al cinema ma nasce come fumetto, il primo titolo ufficialmente tratto da un film fu Towering Inferno del 1982 (dal film L'inferno di cristallo).[12]

Ai film si aggiungono serie televisive, fumetti, romanzi, riviste, mostre e fiere. Dagli anni 1990 sono comparsi programmi televisivi dedicati al mondo dei videogiochi, quali X-Play, e interi canali televisivi dedicati ai videogiochi, come Game Network e G4. Vengono organizzati inoltre gli sport elettronici, competizioni di videogiochi, anche a livello professionistico. Il riconoscimento dell'importanza culturale dei videogiochi si sta manifestando con l'ingresso della materia nelle università e con il proliferare di pubblicazioni scientifiche, anche in italiano, sull'argomento.

Nel 2012 il MoMa di New York ha acquistato una selezione di quattordici videogiochi per la mostra Applied Design. All'interno della mostra i videogiochi sono stati presentati come opere d'arte e allo stesso tempo opere di design. I curatori hanno operato la loro selezione considerando la rilevanza storica e culturale, l'espressione estetica e l'approccio innovativo al medium. La collezione è stata ampliata nel 2013 con l'acquisto di una console e di altri sei giochi.[13]

I videogiochi sono diventati in punto di partenza di RE_PRAY, spettacolo ideato, prodotto e interpretato dal due volte campione olimpico di pattinaggio Yuzuru Hanyū. Lo show, di un genere espressivo nuovo,[14] "incorpora l'etica e i valori dei videogiochi" interrogandosi sulla vita, sui desideri e sulla speranza attraverso il contrasto fra i giochi che possono essere ripetuti un'infinità di volte e la vita che viene vissuta un'unica volta.[15][16][17]

Peculiarità del medium

«Un game designer non crea tecnologia. Un game designer crea un'esperienza.»

(Katie Salen e Eric Zimmerman - Rules of Play[18])

Il videogioco presenta diverse unicità se comparato con i media tradizionali come cinema e romanzo. Per questo motivo non può essere considerato come semplice “film o romanzo interattivo” visto che un tale approccio di decostruzione risulta improduttivo. Infatti un gioco non racconta una storia ma sono i giocatori a “raccontarla” e a crearla attraverso le loro performance.[19] Tale peculiarità può essere notata maggiormente in titoli come Heavy Rain, The Walking Dead e in alcuni celebri giochi di ruolo giapponesi, quali Chrono Trigger o Final Fantasy VI, quest'ultimo uno dei primi videogiochi in assoluto in cui le azioni e le scelte del giocatore modificavano la trama stessa (per esempio, a seconda dei personaggi salvati dopo l'Apocalisse, il finale subirà numerose variazioni, così come è possibile impedire la morte di Cid o il suicidio di Celes).[20]

Ad esempio in un dipinto, una canzone, un film, un libro o un episodio TV, il pubblico non può modificare l'esito di un episodio e quindi non può intervenire attivamente sull'opera artistica. In un buon gioco invece il giocatore modifica l'esito con ogni sua azione, poiché in un videogioco l'utente è spettatore e attore allo stesso tempo.[19] D'altronde Jesper Juul nella sua opera A Clash between Game and Narrative afferma che non può esistere interattività e narrazione nello stesso tempo perché è impossibile influenzare qualcosa che è già successo.[21] Nel corso della Game Developers Conference 2010, Warren Spector ha ribadito che i videogiochi non sono dei film (“Se vuoi realizzare il tuo gioco come un film, dovresti fare film”) e che questi dovrebbero offrire al giocatore sempre una grande libertà di espressione creativa; poiché l'intervento del giocatore è una delle unicità del videogioco e i giocatori sono i veri protagonisti che dovrebbero vivere la loro personale storia.[22]

Anche Ivan Fulco, giornalista e traduttore, ha sottolineato questa peculiarità del medium affermando che i videogiochi non sono storie spaziali ma luoghi dove vivere altre vite, ovvero brandelli della nostra vita per quanto virtuale.[23] Inoltre se una storia è lineare, un videogioco è l'opposto visto che è un sistema dinamico, uno spazio di possibilità.[18] Nella fattispecie una partita in un gioco è un continuo divenire, tutto è in costante mutamento, basti pensare alle migliaia di video che affollano YouTube che mostrano sequenze di gameplay sempre diverse. Tutto ciò è dovuto al fatto che le possibilità offerte da un videogioco e l'interazione dell'utente con quest'ultimo garantiscono partite uniche, originali e mai uguali per ogni giocatore.[24]

In definitiva un videogioco può essere paragonato a un triangolo di possibilità, con la situazione iniziale a un vertice e le conclusioni possibili lungo il lato opposto, con una miriade (idealmente un'infinità) di percorsi tra lo stato iniziale e il risultato finale.[18] Attraverso l'intervento del giocatore queste possibilità si concretizzano in una sequenza di eventi e azioni ben precisa che può essere trasformata in una storia, ovvero l'esperienza di gioco può dar vita a una storia da raccontare.[18] Tra l'altro Apple ha depositato (intorno al 2010) il brevetto di una tecnologia in grado di estrapolare dati da un videogioco per creare un fumetto. L'idea di base è un'applicazione in grado di connettersi al videogioco, da cui prendere immagini, dialoghi e azioni per poi organizzarli in una struttura logica per realizzare un fumetto o anche un e-book personalizzato[25]. Tale idea non fa altro che evidenziare la dinamicità propria dei videogiochi in cui gli eventi del gameplay dipendono dalle scelte, dalle azioni del giocatore, dall'intelligenza artificiale e dalle possibilità che vengono offerte.

Internet e "intelligenza connettiva"

La massiccia diffusione di Internet negli anni novanta ha favorito una diffusione altrettanto massiccia dei videogiochi. Sul web è possibile infatti giocare allo stesso videogioco anche in gruppi composti da più persone situate in diverse postazioni sparse per il globo. Questa possibilità di dare vita ad una intelligenza connettiva (data appunto dalla interconnessione di più persone fra loro comunicanti), sembra destinata a essere presa in considerazione anche dal mondo della scuola. Si starebbe cercando, in altre parole, di dare al videogioco una funzione pedagogica, senza destrutturarlo troppo e pur tuttavia sostituendone la componente competitiva con una meramente collaborativa. Un esempio di questo tentativo è rappresentato da Stopdisasters, un videogioco on line lanciato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite con l'intento di sensibilizzare i più piccoli sugli accorgimenti per costruire città e villaggi più sicuri dal rischio di calamità e disastri ambientali.[26]

Difficoltà di gioco

La difficoltà nel proseguire o completare un videogioco è molto variabile e soggettiva. Alcuni videogiochi sono disponibili con più livelli di difficoltà per cercare di ampliare la giocabilità e rendere il gioco più accessibile possibile senza compromettere l'esperienza dei giocatori più competitivi, anche se in molti casi ciò corrisponde a una mera riduzione dei danni inflitti e un aumento dei danni subiti[27]. Esistono anche giochi che si adattano al comportamento del videogiocatore e adeguano di conseguenza la difficoltà.[28]

La difficoltà può essere percepita differentemente in base anche alle epoche e alle situazioni di contorno, come le conoscenze all'epoca del titolo e che risultano datate rispetto al periodo in cui viene giocato, o che si basano si situazioni geopoliticamente distanti dalla cultura del luogo in cui è stato distribuito o sulle possibilità ludiche a disposizione.[29]

Generi

Come qualsiasi gioco, il videogioco può rappresentare oggetti astratti o riprodurre simbolicamente determinati contesti culturali, astraendoli dal loro ambito ed applicandoli a contesti e situazioni che possono andare dalla simulazione più fedele fino alla parodia. Dalla nascita, i videogiochi si sono costantemente evoluti formando man mano dei generi completamente diversi tra loro, con meccaniche di gioco differenti e differenti abilità richieste al giocatore. Oltre ad una naturale crescita tecnica dei giochi, l'uscita di un titolo innovativo può essere talmente diverso dal punto di vista concettuale da creare un tipo di videogioco a sé. I principali gruppi nei quali si possono dividere i videogiochi sono due: simulativo o arcade.

Un gioco simulativo è un gioco basato sulla simulazione delle regole del mondo reale, chi opta per programmare un gioco orientato su questo genere sa che il giocatore vuole investire anche ore del proprio tempo giocando a qualcosa di inedito e molto difficile. Un gioco di guida con la reale rappresentazione della fisica, oppure un gioco di guerra dove con un solo colpo la partita finisce, sono ottimi esempi. Il gioco arcade invece ne è l'esatto opposto. Chi sceglie un gioco arcade non ha voglia di cimentarsi nell'apprendimento delle meccaniche di un gioco troppo complicato, ed il suo unico desiderio è avviare il gioco e divertirsi all'istante, evitando se possibile di leggere il manuale. Segue una lista dei generi più comuni. Tra parentesi il termine inglese con cui sono spesso conosciuti.

Videogioco d'avventura

Le avventure (adventure) sono caratterizzate da una forte componente esplorativa e narrativa. In genere sono basati sulla risoluzione di enigmi piuttosto che sulla prontezza di riflessi.

Videogioco d'azione

I videogiochi d'azione (action game) sono una categoria molto vasta che include videogiochi basati sulla prontezza di riflessi e sull'agilità con i comandi. Sono in genere ricchi di combattimenti anche se includono titoli in cui l'agilità serve a evitare pericoli d'altro genere. È il genere che più si adatta a essere ibridato con altri.

Online

Videogioco di ruolo

I videogiochi di ruolo o GdR (computer role playing game - CRPG) riprendono gli elementi tipici dei giochi di ruolo con carta e penna alla Dungeons & Dragons: importante componente narrativa, interpretazione e sviluppo di uno o più personaggi, ruoli e classi diversificati in combattimento. Rientrano nella categoria però anche videogiochi in cui l'interpretazione e la narrativa sono secondari rispetto allo sviluppo del personaggio.

Online

Videogioco di simulazione

Simulano (simulation video-game) un aspetto della realtà che possa intrattenere il giocatore richiedendo un misto di strategia, fortuna, abilità. Categoria molto ampia e differenziata che spazia dalla simulazione di guida di veicoli alla simulazione economica, alla simulazione di rapporti sociali. Per tale ragione sono generalmente utilizzate le sottocategorie più che la categoria generale.

Videogioco sportivo

Videogiochi che simulano discipline sia di squadra che individuali in cui il giocatore prende attivamente il controllo degli atleti/piloti durante le competizioni. Si differenziano in base allo sport:

Videogioco di strategia

Videogiochi in cui le decisioni di un giocatore hanno un grande impatto sul risultato. Il giocatore è incaricato della microgestione, di unità ed abilità durante i combattimenti, oltre che una parte gestionale-economica di macrogestione. La componente strategica può essere più o meno marcata in favore di una componente casuale.

Online

Party

I videogiochi party sono videogiochi costituiti da una serie di minigiochi di breve durata, pensati principalmente per il multigiocatore.

Casual game

I casual game sono un genere di videogiochi caratterizzati da una struttura semplice, dalla breve durata e dal minore impegno e concentrazione richiesti al giocatore. Sono più comuni su dispositivi Mobile e PC (in questi ultimi spesso ve ne sono di preinstallati)

Videogioco rompicapo

I rompicapo (puzzle game) sono videogiochi basati esclusivamente su uno o più enigmi che mettono alla prova l'ingegno e il ragionamento del giocatore. Molti altri generi includono la risoluzione di puzzle, ma questo tipo di giochi ne fanno il fulcro dell'esperienza. Si adattano in modo particolare ai dispositivi mobile.

Videogioco musicale

Videogiochi basati sulla musica in cui il videogiocatore deve seguire il ritmo della canzone tramite una sequenza di movimenti, tasti, accordi. Possono richiedere hardware specifico per il gioco come controller a forma di strumento musicale, microfoni o rilevatori di movimento. I videogiochi di ballo rientrano anche tra gli exergaming.

Videogioco educativi

Categoria di videogiochi in cui il ruolo ludico non è più lo scopo centrale della produzione, ma il gioco diviene lo strumento per fini educativi o formativi (edutainment) e sono quindi rivolti solo a determinate fasce di persone (che possono essere bambini, dipendenti, militari o altri).

Videogioco per adulti

Sono raccolti varie categorie di videogiochi che hanno tematiche sessuali predominanti e non adatti ai giovani, generalmente tali videogiochi rientrano anche sotto altri generi. Le tematiche erotiche e sessuali vengono spesso confusi come un unico genere, proprio per le tematiche che propongono al pubblico.

Modalità di gioco

I videogiochi possono essere usufruiti in vario modo, alcuni di essi permettono più modalità.

Una delle modalità principali è il giocatore singolo, dove il giocatore (da solo o in squadra con giocatori controllati dalla CPU) affronta un avversario o un gruppo di avversari controllati dal computer. In alcuni giochi non è presente l'avversario, ma uno scenario, oppure il giocatore deve superare delle prove di abilità, le quali possono essere a tempo o meno. Generalmente si ha una vista a schermo intero, ma alcuni titoli sono del tipo a schermo diviso dinamico come nel caso della serie Dragon Ball Z: Super Butōden o permanentemente diviso qualora il gioco prevede il controllo simultaneo di vari ambiti, oppure una vista in dettaglio e l'altra sulla situazione in generale con una mappa/tracciato come nei giochi del tipo 4X.

Un'altra modalità principale è il multigiocatore del tipo cooperativo o competitivo, che può essere su una macchina unica (con o senza schermo diviso oppure con multi-monitor), in rete locale (cablata o senza fili, con uno o più giocatori per macchina; nel caso le macchine connesse siano superiori a due si possono organizzare LAN party), infine si può giocare online (con uno o più giocatori per macchina). Esiste anche una soluzione intermedia, dove i giocatori in LAN sono connessi online, in modo da garantire una migliore coordinazione nei giochi a squadre online.

Esistono molte sottocategorie del genere multiplayer, la prima ad essere sviluppata è quella a due giocatori in modalità sfida (1 vs 1), già presente in giochi storici come Tennis for Two e Spacewar!. I titoli con modalità multigiocatore, nel caso essi siano del tipo multipiattaforma, possono consentire una interoperabilità trasversale più o meno estesa, che permette il cross-play tra macchine differenti (Console, console portatile, handheld computer, personal computer e telefono cellulare/smartphone).

Esistono anche altre modalità, come quella senza giocatori o CPU vs CPU o AI vs AI, dove il gioco viene eseguito in una modalità simulazione di partita o partita dimostrativa (non prederminata o non registrata). Esistono anche soluzioni che operano solo in questo modo, come il gioco della vita.

La maggior parte dei titoli può essere eseguita "in locale" in modalità fissa o portatile, come avveniva tradizionalmente. Con questo sistema il software del gioco viene eseguito nella macchina in uso dal giocatore e l'eventuale connessione internet viene sfruttata per lo scambio dati delle varie azioni ed eventi con gli altri giocatori, se si fa uso della modalità multigiocatore online. Nel terzo millennio è comparso il cloud gaming (o gioco in streaming, gaming on demand, o gaming as a service) dove il videogioco non viene eseguito nella macchina del giocatore, ma nei server in remoto, i quali ricevono (comandi) e trasmettono (video) un flusso di dati con l'utente. Alcuni giochi hanno un funzionamento ibrido, dove l'esecuzione è in locale, ma i progressi sono salvati in remoto; un esempio a riguardo è Gran Turismo Sport, il quale al termine del servizio online ha ricevuto un aggiornamento che ha permesso il suo utilizzo completamente offline (ad eccezione delle modalità che funzionavano esclusivamente online).[30]

Le due modalità di gioco hanno rispettivi vantaggi e svantaggi, con rispettive richieste minime, infatti nel gioco in locale è necessario un hardware con specifiche caratteristiche prestazionali ed eventuali funzioni/caratteristiche per poter usufruire il titolo; mentre il gioco in streaming ha richieste hardware molto esigue, ma richiede una connessione internet ad alta velocità e relativi abbonamenti attivi per internet e servizi di gioco in streaming. Le due modalità hanno problematiche specifiche; i giocatori in locale corrono il rischio di problemi hardware (usura e rotture), mentre per il cloud gaming le problematiche sono principalmente legate al servizio, quindi alla connessione internet (con relativo impatto sulla qualità video e latenza dei comandi ed eventuale possibilità di giocare) e dei server remoti (durata del servizio in streaming), con problematiche hardware limitate principalmente al controller e secondariamente al monitor/TV e modem. Di conseguenza anche i vantaggi delle relative modalità sono differenti, infatti chi gioca in locale ha una stabilità di gioco e qualità mediamente superiore, oltre ad essere completamente indipendente (ad eccezioni delle modalità di gioco online); mentre chi gioca in streaming ha una versatilità di gioco massima, con la possibilità di usufruire ovunque dei propri titoli.

Trucchi e hack

Alcuni videogiochi danno la possibilità di usare i trucchi (cheat) che permettono di alterare alcune parametri di gioco, come la vita, la potenza o altro, tra i trucchi più famosi si ha il codice Konami, utilizzato su tanti giochi sia nella sua iterazione originale, sia come effetto opposto.

Generalmente il trucco viene utilizzato per ottenere un vantaggio e rendere il gioco più facile, permettendo anche di superare punti difficili, ma in alcuni casi i trucchi non danno vantaggi di gioco, ma modifica l'estetica di gioco (come può essere l'effetto testa gigante[31]) oppure modifica alcuni effetti acustici.

Per quanto riguarda gli hack, questi sono elementi o soluzioni che portano ad avere un vantaggio competitivo nel gioco e non è una funzione normalmente presente nel videogioco, ma viene fornita tramite soluzioni esterne ed il loro utilizzo se portato nelle sfide online viene considerato scorretto, tanto che hanno sviluppato sistemi per contrastarne la pratica, come il Valve Anti-Cheat o costringendo i cheater a giocare solo con altri cheater.[32]

Lo sviluppo di hack viene considerata un'attività redditizia, il che ne promuove la produzione, anche se in alcuni stati quest'attività può essere considerata illegale e portare all'arresto di chi li produce,[33] allo stesso modo anche gli utilizzatori (cheater) vengono puniti con il ban dalle varie piattaforme di gioco.[34][35]

Studi sulle conseguenze psicologiche

Una tappa importante nel campo degli studi psicologici, sociologici e didattici sui videogiochi fu la conferenza Video Games and Human Development: A Research Agenda for the '80s (lett. "Videogiochi e sviluppo umano: un campo di ricerca per gli anni 80") organizzata dall'Università di Harvard nel maggio 1983 con oltre 200 esperti. Rappresentò uno dei primi tentativi di organizzare l'allora nascente e spesso inconsistente campo della ricerca sui videogiochi. Rappresentò anche un primo ampio riconoscimento scientifico del potenziale dei videogiochi in campo riabilitativo e educativo. In conclusione ne emerse l'infondatezza della demonizzazione che spesso all'epoca veniva fatta contro i videogiochi, per gli effetti negativi che avrebbero sui giovani, come l'assenteismo scolastico.[36][37]

Disturbi e istigazione a comportamenti aggressivi: affermazioni e confutazioni

A partire dagli anni 1990 le controversie nei videogiochi hanno assunto un ruolo sempre più importante grazie ai mass media,[38][39][40] che ha contribuito a sollevare il dibattito scientifico e sociale riguardo al ruolo dei videogiochi nella società, e ai loro effetti sulla psiche umana, tale dibattito è molto animato e ricco di interessamenti da parte di vari studiosi, e sta proseguendo con studi sempre più approfonditi.

Nel 2006 una ricerca dell'università dello Iowa, pubblicata sul Journal of Experimental Social Psycology, sarebbe giunta alla conclusione che chi gioca con videogiochi con violenza esplicita diventa meno sensibile alla violenza presente nel mondo reale. La "desensibilizzazione" viene spiegata come "una riduzione delle emozioni in reazione ad atti violenti reali". Utilizzare i giochi più violenti porterebbe non solo ad essere più violenti ma più aggressivi, intolleranti e meno altruisti.[41][42]

Nella ricerca sono stati scelti 257 studenti di college (124 uomini e 133 donne) ai quali è stato chiesto di giocare a videogiochi scelti casualmente: alcuni con violenza esplicita (Carmageddon, Duke Nukem 3D, Mortal Kombat e Future Cop) e altri con violenza limitata (Glider Pro, 3D Pinball, 3D Munch Man e Tetra Madness). Ai soggetti per tutta la durata dell'esperimento sono stati controllati i battiti cardiaci e la reattività epidermica. Dopo la "prova" ai volontari è stato chiesto di sedersi a guardare un video di 10 minuti contenente scene di violenza reali. I ricercatori hanno evidenziato che coloro che avevano giocato con videogiochi violenti avevano avuto una reazione fisiologica analoga rispetto a quelli che avevano interagito con giochi non violenti durante la fase di gioco, ma presentavano una reazione assai minore alle immagini di violenza reale mostrate loro successivamente. Raccolti tutti i dati dell'esperimento gli psicologi affermarono che sarebbero stati sufficienti 20 minuti di videogiochi violenti per diventare meno sensibili alle brutalità del mondo reale.[42]

Ma gli psicologi si sono spinti oltre nelle loro conclusioni, definendo l'intera società del divertimento multimediale come una «macchina per la desensibilizzazione sistematica dell'individuo».[43]

Il 4 luglio 2013 è stata condotta una ricerca, nota come Failure to Demonstrate That Playing Violent Video Games Diminishes Prosocial Behavior, da Morgan Tear e Mark Nielsen, dell'Università del Queensland in Australia. In questo studio circa 160 studenti, tra i 17 e i 43 anni, sono stati impegnati giocando per un periodo di 20 minuti a quattro tipi differenti di giochi: Grand Theft Auto IV, Call of Duty: Black Ops, Portal 2 e World of Zoo.[44] Successivamente sono stati eseguiti dei semplici sondaggi d'apprezzamento dei videogiochi provati, che però inconsapevolmente per gli studenti erano determinanti per capire e comprendere i loro comportamenti dopo l'esposizioni ai videogiochi violenti e non. Sebbene non è stato riscontrato alcun collegamento tra i giochi violenti e la violenza stessa in essi contenuta e i comportamenti successivi del giocatore, i ricercatori hanno concluso: "questo test forse non è la prova definitiva che i videogiochi non hanno alcun impatto sulle persone e sui loro comportamenti, ma riteniamo probabile che molte accuse e preoccupazioni nei loro confronti siano sbagliate o sproporzionate".[45][46]

Dipendenza

Secondo studi indipendenti dello psichiatra e neuroscenziato Manfred Spitzer i media digitali creano dipendenza, danneggiano la memoria e non sono adatti a favorire l'apprendimento in ambito scolastico.[47]

Niente fonti!

Nel 2018 l'OMS ha incluso nell'ultima edizione del suo manuale diagnostico (ICD-11) la dipendenza da videogiochi (gaming disorder)[48].

La Health Behaviour in School-aged Children nel 2022 ha utilizzato uno strumento chiamato "Internet Gaming Disorder Scale" per monitorare l'uso problematico dei videogiochi e le sue cause[49], evidenziando come l'uso problematico sia maggiore nell'età più giovanile e in particolar modo per il sesso maschile, nei quali si ha un maggior sentimento di "sentirsi assorbiti dai videogiochi", inoltre in buona misura (in modo trasversale) il videogioco viene utilizzato come strumento di fuga da stati d'animo negativi.[50]

Stimolazione del cervello

Già dai primi anni 2000, alcune delle potenzialità del medium videoludico vennero percepite per il trattamento benefico della sindrome da deficit di attenzione e iperattività.[51] A parere di molti sociologi e psicologi, il videogioco favorisce una stimolazione del cervello dei giocatori, inducendolo ad agire in maniera differente rispetto all'usuale grazie alla immediatezza del messaggio visivo fornito dalle immagini. Steven Johnson, nel suo libro "Tutto quello che fa male ti fa bene", ha citato recenti studi di neuroscienze su come viene stimolata l'attivazione dei circuiti dopaminergici durante l'interazione con un gioco elettronico. Basandosi su quello che James Paul Gee definisce ciclo "indaga, ipotizza, reindaga, verifica", Johnson paragona l'attività conoscitiva che un giocatore svolge all'interno di un videogioco al metodo scientifico. Questo aspetto, tuttavia, viene talvolta considerato un ostacolo per un giocatore in età infantile o adolescenziale e quindi in fase di apprendimento: la comunicazione che proviene da un insegnante può risultare non sempre recepibile da un giovane abituato a messaggi prettamente visivi.[52]

Secondo altri studiosi della materia, il videogioco sta contribuendo perciò a introdurre in questo inizio di III millennio – a dispetto del massiccio uso delle immagini che fa – un nuovo tipo di cultura che contrasta le precedenti, ossia quella orale e quella scritta. Questo dato di fatto si tramuta in timore davanti ad un altro genere di considerazione: se cioè l'effetto di questo intrattenimento si limiti semplicemente a rivedere gli stilemi culturali esistenti oppure se possa portare – interessando così una sorta di roboetica – alla creazione di un modello esistenziale di uomo-gioco.[52]

Nel 2013 uno studio londinese ha messo in evidenza come alcuni videogiochi, ad esempio StarCraft, possono stimolare in modo diverso e maggiore il cervello di chi li utilizza.[53] Due anni dopo, emblematico è stato il caso di Keith Stuart – giornalista di The Guardian – e di suo figlio Zac affetto da autismo: Stuart ha dichiarato di come il videogioco Minecraft abbia aiutato il figlio ad entrare in contatto con altre persone, grazie alla funzione multigiocatore che permette di giocare con altri utenti contemporaneamente, ed ha ricominciato a parlare con i suoi genitori coi quali aveva limitato i rapporti.[54]

È stato osservato che in alcuni casi l'eccessiva stimolazione può portare all'effetto Tetris, che prende il nome dal celebre videogioco rompicapo Tetris.[55]

Uno studio del 2018 ha dimostrato come alcuni videogiochi appositamente mirati possono essere utilizzati nel trattamento della dislessia. Nei casi in cui questa patologia è dovuta a problemi di attenzione visiva, è infatti possibile migliorare le capacità di lettura dei soggetti così trattati e quindi di fonologia.[56]

Altri studi hanno dimostrato la loro efficacia nel rallentamento del declino cognitivo nei soggetti più anziani, risultante in un incremento della qualità della vita.[57]

Industria dei videogiochi

L'industria dei videogiochi è caratterizzata da molti fattori, che vanno dalla produzione, soluzioni tecnologiche, commercializzazione e interesse dell'utenza finale.

Sviluppo dei videogiochi

Lo sviluppo dei videogiochi prevede il passaggio per diverse fasi;[58][59] la prima fase riguarda l'ideazione e il recupero del materiale, risorse e capacità necessarie per la produzione del videogioco e di solito sono sufficienti pochi individui per questa fase, la quale si avvia con la presentazione del concetto di base che deve avere il videogioco o semplicemente l'idea del suo meccanismo base, che possono essere proposti da parte di uno studio di sviluppo a un editore.

Le meccaniche di gioco potrebbero richiedere soluzioni hardware specifiche, che generalmente non rappresentano una limitazione nello sviluppo del gioco sulle varie piattaforme, in quanto possono essere prodotti degli accessori per poter usufruire del titolo o rendere il titolo usufruibile anche con i comandi standard delle relative console, esattamente come nella maggior parte dei videogiochi musicali e ritmici, mentre in altri casi, come la serie Steel Battalion per Xbox necessita obbligatoriamente di un controller specifico per poter essere giocato[60], ma ci sono anche esempi di giochi che possono essere sviluppati solo per determinate categorie di console, come il primo Boktai per Game Boy Advance, il quale fa uso di un sensore di luce solare, la cui attivazione modificava le caratteristiche di gioco (sulla capacità di ricarica dell'arma principale),[61] questa peculiarità limita lo sviluppo del titolo ai soli dispositivi mobili.

Se l'idea viene accolta a seguire viene definito il produttore, che assieme al game designer del videogioco pianifica le fasi di lavorazione e da quel momento il produttore gestisce gli aspetti pratici (dalle risorse economiche alla ricerca degli attori), scadenze, assembla e supervisiona la squadra degli artisti e programmatori, organizza i controlli e fa da tramite tra sviluppatore e editore, mentre il designer o "autore" del videogioco elabora il mondo, il funzionamento e le regole (il gameplay) del gioco in ogni minimo dettaglio e quindi le fissa nel game design document, un documento di svariate pagine al quale la squadra di sviluppo fa riferimento come a un testo sacro.

In queste prime fasi fino alla pubblicazione del titolo possono instaurarsi degli accordi per rendere un videogioco esclusivo o in esclusiva temporanea per una determinata piattaforma.[62]

Niente fonti!

La seconda fase prevede l'aumento del personale ingaggiato per poter eseguire la programmazione e quindi viene eseguita una trasposizione del design videoludico dalla carta al mondo digitale, dove i programmatori devono cooperare con i disegnatori che creano tutto quello che si vede nel videogioco, dai personaggi agli ambienti; il tutto gestito dai level designer che definiscono le mappe (corridoi, stanze e porte), decidono il posizionamento degli elementi (armi e nemici), stabiliscono come e quando accadono determinati eventi (come la comparsa di bonus o pubblicità), congegnano missioni ed enigmi (con il procedere dello sviluppo, i primi livelli possono essere sottoposti a revisioni integrali o addirittura cestinati).

Durante questa fase si può decidere se ampliare o restringere l'offerta finale sulle varie piattaforme (fisse o mobili) e relative generazioni, in quanto in linea di massima le prestazioni hardware non sono una vera limitazione sulla distribuzione multipiattaforma in quanto il problema può essere eluso cambiando lo stile grafico, scalando la complessità poligonare e modulando gli effetti grafici, affidandosi o meno a diversi motori grafici ed eventualmente rivedere anche la prospettiva di gioco o passare da una grafica 3D al 2D, esattamente come nella maggior parte dei giochi calcistici o come nel caso di Ghostbusters: Il videogioco, dove il titolo viene adattato alle caratteristiche hardware delle varie console (fisse e portatili) e generazioni (, e generazione).

Per sviluppare alcuni giochi, soprattutto quelli incentrati su una storia o trama, si può ingaggiare anche uno sceneggiatore, in gergo writer, che si occupa dei dialoghi, degli inserti di testo ed eventualmente della trama (in genere è uno scrittore professionista con trascorsi nel fumetto, nel romanzo o in televisione). Come esempi si ha John Milius, regista di Conan il Barbaro, che ha collaborato alla sceneggiatura di Medal of Honor: European Assault, oppure lo scrittore Tom Clancy, che ha ideato diverse serie (Rainbow Six e Splinter Cell) tratte peraltro dai suoi best seller.

Gli ultimi artisti a essere coinvolti sono gli ingegneri del suono (addetti agli effetti audio) e i musicisti (compongono la colonna sonora e le canzoni di accompagnamento) oltre alle fasi di doppiaggio, nelle quali possono essere ingaggiati attori.

In tutto questo i programmatori sono chiamati a stendere migliaia e migliaia di righe di codice, utilizzando svariati linguaggi di programmazione, i più diffusi per PC e console sono C, C++ e assembly, anche se si affidano ad ambienti di sviluppo e strumenti che snelliscono il lavoro e abbattono costi e tempi di produzione.

La terza fase si ha quando la lavorazione si appresta al termine, correggendo il più possibile le lacune e problematiche emerse durante la fase di verifica finale del videogioco, ed è molto più scrupolosa di quella effettuata durante lo sviluppo del videogioco; infine con il via libera dell'editore si manda in stampa il prodotto o lo si pubblica digitalmente, provvedendo anche alla pubblicizzazione dello stesso.

Produzione e commercio

Da fine XX secolo in poi l'industria dei videogiochi ha acquisito sempre più importanza, la produzione di videogiochi moderni richiede da parte dei grandi editori/produttori investimenti per decine di milioni di euro arrivando alle centinaia di milioni per le produzioni più costose, ma può comunque riguadagnare tutto il budget speso in poco tempo, ma al contempo esiste anche il modello del videogioco indipendente, che generalmente è caratterizzato da investimenti ed introiti minori e generalmente basati su una complessità minore. La sola GameStop, nel 2007, ha fatturato 5,56 miliardi di dollari. Nello stesso anno, per la prima volta nella storia, l'industria dei videogiochi ha superato come volume d'affari l'industria musicale.[63]

Il videogioco più costoso al mondo è Destiny, prodotto dai Bungie Studios che hanno stanziato un budget di circa 500 milioni di dollari per il progetto, di cui 360 milioni solo per la promozione del prodotto, utilizzando quindi 120 milioni in più rispetto al film più costoso di sempre, ovvero Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Grand Theft Auto V, con un budget di 260 milioni di dollari stanziati da Rockstar Games, ha incassato più di 800 milioni nelle prime 24 ore dopo la messa in vendita e dopo soli tre giorni ha raggiunto il miliardo di dollari e i 15 milioni di copie vendute, infrangendo 7 record mondiali contemporaneamente ed entrando di conseguenza nel Guinness dei primati.

Categorie produttive

I videogiochi possono essere suddivisi in queste categorie:[64][65]

Queste categorie possono essere realizzate da diverse categorie di studi per videogiochi, che possono essere suddivisi in:[66]

Primati

Ecco una lista dei 5 videogiochi più costosi aggiornata a inizio 2015:[67][68]

Non sempre il maggiore costo di un prodotto equivale ad un maggiore profitto, inoltre i franchise videoludici più redditizi non sempre corrispondono ai videogiochi più venduti.

Modello di finanziamento

Il finanziamento dei giochi sono principalmente basate sui seguenti modelli di monetizzazione:[69][70]

Nel terzo millennio si è fatto sempre più uso delle microtransazioni e delle loot box (scatole premio o scrigno del tesoro), dove le microtransazioni possono essere utilizzate anche per ottenere premi a sorpresa; quest'ultime accusate di essere una forma di gioco d'azzardo dopo il risultato di studi a riguardo,[73] tanto da sollevare l'attenzione dell'Unione europea,[74] dopo che alcune nazioni membre hanno già intrapreso azioni a riguardo.[75]

Esistono anche altre forme di finanziamento alternative, come le raccolte fondi del tipo crowdfunding (finanziamento collettivo), quali Kickstarter, applicata per giochi di ogni genere come nel caso di Broken Sword 5: La maledizione del serpente, Divinity: Original Sin, FTL: Faster Than Light, Yooka-Laylee, SUPERHOT, The Banner Saga e Undertale.

Distribuzione

I vari titoli possono essere forniti agli utenti in vari formati e modalità, la suddivisione principale è: fisico (retail e quindi vendita al dettaglio) o digitale. Il formato fisico comporta l'acquisto di un supporto di memoria mentre il formato digitale si basa sul download, mentre la distribuzione, per il gioco fisico può avvenire sia tramite negozio fisico, sia come ordine da un mercato online, mentre per il mercato dei giochi digitale esistono diverse piattaforme di distribuzione digitale, ma esiste anche una loro distribuzione tramite codici di riscatto, venduti come i classici videogiochi fisici.

Negli anni 2010 si è visto un aumento della distribuzione digitale, tale da sovrastare quella fisica, la quale ha sempre più sofferto delle correzioni al lancio e durante il ciclo vitale del gioco, con aggiornamenti anche particolarmente voluminosi, rendendoli di fatto paragonabili a un videogioco in formato digitale, se non per il fatto di poter usufruire del gioco anche senza una connessione internet (per i videogiochi che prevedono una modalità storia a giocatore singolo).[76]

Localizzazione e doppiaggio

La localizzazione di un prodotto non è soltanto una traduzione, ma corrisponde a renderlo fruibile in un altro paese, come con l'inserimento dei sottotitoli e l'arrangiamento del testo per la relativa cultura, compresi manuali e materiale promozionale, mentre il doppiaggio prevede anche il rifacimento del parlato.[77] Storicamente la localizzazione ha interessato prima manuali e confezioni, per poi estendersi sempre più anche ai contenuti del gioco.[78] Inizialmente molte traduzioni in italiano dei testi erano non ufficiali e pedestri e provenivano dal mercato della pirateria, che a causa del vuoto legislativo poteva essere praticata anche da società regolarmente registrate.[79] Un motivo che può portare a non tradurre un titolo è l'importante estensione dei testi, come nei titoli narrativi, un esempio è The Invincible.[80]

I primi esempi di doppiaggio, anche se con voci molto robotiche, si hanno con Berzerk e Spike, entrambi usciti nel 1983 e in inglese, ma il suo uso venne normalizzato molti anni dopo con la popolarità del CD, mentre tra i primi titoli con doppiaggio in italiano da professionisti si hanno Sam & Max Hit the Road (1993) e Gabriel Knight 2: The Beast Within (1995), ma nello stesso periodo venivano tradotti in italiano anche da doppiatori non italiani o non professionisti Inca II: Wiracocha del 1993 e Alone in the Dark 3 nel febbraio 1995. Un episodio degno di nota per il pessimo doppiaggio è Half-Life 2, che nelle riedizioni successive non presentò neanche i sottotitoli tradotti.[81][82]

Il fenomeno del doppiaggio ha visto una sua espansione e professionalizzazione sempre crescente con le generazioni successive, per stabilizzarsi con la settima generazione delle console, mentre successivamente con la nona generazione delle console si è visto una riduzione dei doppiaggi e in alcuni casi l'esclusione anche della traduzione,[80] con una contrazione del numero delle localizzazioni per singolo gioco, dove in alcuni casi venne reso disponibile a posteriori come DLC o MOD.[83][84]

Oltre alla sua variabilità nel doppiaggio nelle varie lingue, vi è anche uno sviluppo nel luogo di doppiaggio, infatti inizialmente questi doppiaggi in molti casi venivano effettuati in Inghilterra anche per le lingue non anglofone, successivamente nel terzo millennio il doppiaggio in italiano avvenne in Italia, alternando Roma e Milano o in alcuni casi in entrambe le sedi.[85]

Mercato

Il mercato dei videogame è nel 2023 composto da 3,7 miliardi di videogiocatori (PC, console e smartphone), di cui il 10% circa si procura l'hardware specifico per videogiocare (PC da gioco e console). La distribuzione dei videogiocatori su console si trova per la maggior parte negli Stati Uniti, seguiti dal Giappone, UK/Irlanda, Germania/Austria/Svizzera, Francia, Italia, Spagna/Portogallo, Canada, Australia/Nuova Zelanda e Scandinavia, evidenziando come la maggior parte del mercato è concentrato in Nord America ed Europa. Gli smartphone con touch screen sono un punto di ingresso per miliardi di giocatori e l'industria dei videogiocatori cerca di convertirli in giocatori che investono in hardware.[86]

I videogiochi si sono trasformati da hobby di nicchia a fenomeno globale, in quanto dal 2016 al 2021 si è registrato un tasso di crescita del 76,8%. Questa popolarità è stata favorita anche dalla Pandemia di COVID-19. Il tempo medio trascorso dai giocatori sui videogiochi è di 13 ore a settimana. Nel 2023 l'età tipica di un giocatore di videogiochi (PC, console e smartphone) è di 33 anni e il 76% di tutti i videogiocatori è maggiorenne (18 o più anni), nel dettaglio il 36% ha tra 18 e 34 anni, il 24% meno di 18 anni, il 13% tra 35 e 44 anni, il 12% tra 45 e 55 anni, il 9% tra 56 e 64 anni, mentre il 6% ha 65 anni o più, inoltre non si riscontrano differenze significative tra maschi (52%) e femmine (48%)[87]

Altre statistiche sempre del 2023 e maggiormente focalizzate in Italia e che suddividono differentemente i videogiocatori totali (PC, console e smartphone), evidenziano come il 45% dei giocatori hanno 24 o meno anni, più nel dettaglio il 25% ha tra 15 e 24 anni, il 20% tra 6 e 14 anni (9% tra 6 e 10 anni e 11% tra 11 e 14 anni), 16% tra 25 e 34 anni, 15% tra 35 e 44 anni e in complessivo 24% tra i gruppi dei 45-54 anni e 55-65 anni. Si registra anche una flessione dell'8% dei videogiochi (più marcato per le distribuzioni digitali con un -21% e che rappresentano il 36% del mercato, contro un -5% del fisico che rappresenta il 16% del mercato, contro un +4 delle app che rappresentano il 47% del mercato) per via di un ritorno alla normalità dopo la pandemia covid, inoltre i videogiocatori utilizzano i dispositivi mobili nel 71% dei casi, la console del 43% dei casi e il PC 35% dei casi, evidenziando anche come non sempre ci si limita ad un unico strumento per videogiocare.[88]

Problematiche temporali e truffe

Lo sviluppo dei videogiochi può incorrere in diverse difficoltà, che possono portare anche alla mancata pubblicazione del titolo, anche se il gioco può risultare completo, come nel caso di Warcraft Adventures: Lord of the Clans. In altri casi il gioco viene annunciato, ma il supposto sviluppo si protrae indefinitamente, in questo caso prendono il nome di vaporware, come nel caso di Duke Nukem Forever.

Nel caso di un videogioco che viene reso disponibile agli acquirenti, la velocità con la quale viene venduto e corrette le eventuali problematiche possono influenzare la percezione dello stesso, come nel caso di Days Gone[89] o Cyberpunk 2077. In alcuni casi queste dinamiche possono portare anche al fallimento del produttore, come nel caso di The Lord of the Rings: Gollum.

Altri casi invece le dinamiche sono paragonabili alla truffa, come nel caso di The Day Before, dove i produttori hanno chiuso lo studio (Fntastic) dopo quattro giorni, dopo aver presentato un gioco che non ha mai avuto l'obbiettivo di rispettare le dichiarazioni fatte,[90][91][92] Esistono anche situazioni ambigue come Spacebase DF-9, in quanto il gioco uscito sotto la formula accesso anticipato vide lo sviluppo ufficiale abbandonato a causa dei guadagni inferiori alle aspettative, ma grazie alla pubblicazione del codice sorgente il gioco ha proseguito lo sviluppo da parte di volontari.[93]

Problematiche tecniche e di standard

L'industria dei videogiochi deve scontrarsi con alcune problematiche che possono affliggere le realizzazioni videoludiche, quali:

Inoltre l'industria deve imbattersi nelle limitazioni tecniche delle macchine su cui deve operare o vuole operare senza redigere versioni alternative dell'opera, infatti a seconda della macchina che deve gestire l'opera (in ambito console la situazione è relativamente semplice e potenzialmente equilibrata, mentre in ambito PC la complessità è di molto maggiore per via dell'enorme variabilità hardware), si possono incorrere in limitazioni differenti che possono essere la risoluzione, frequenza dei fotogrammi, il dettaglio poligonare, il dettaglio delle texture, il numero dei personaggi (generalmente NPC o giocatori in locale), il limite dell'orizzonte (quanto si può vedere distante), di solito l'opera viene pensata principalmente per un certo tipo di macchina e poi adattata alle altre (in ambito PC tramite le impostazioni di gioco, in ambito console tramite il porting).

Incorrono anche limitazioni dettate dalla regionalità delle macchine (in particolar modo per le console) e del periodo storico, problemi pressoché superati con l'introduzione dell'HDTV, che ha permesso una maggiore omogeneità e di ridurre il divario tra console e PC; Difatti si può avere il rapporto d'aspetto come 4:3 e 16:9 (più raramente in 14:9 i quali di solito sono in letterbox nei 4:3 come in molti videogiochi per Sega Saturn), la risoluzione e frequenza (come PAL e SÉCAM a 576i×50 Hz e NTSC a 480i×60 Hz); quest'ultima in molti casi influiva anche sulla velocità del gameplay, almeno fino alla quinta generazione delle console (i videogiochi PAL risultano più lenti rispetto ai videogiochi NTSC), mentre la risoluzione differente può in alcuni casi portare ad una schermata schiacciata verticalmente (bande nere sopra e sotto l'immagine), difetto che ha colpito soprattutto la sesta generazione delle console come nel caso di Devil May Cry[94]; fattore meno noto è il pixel aspect ratio differente da 1, quindi con un rendering anamorfico, soluzione tipicamente utilizzata dalle console che non utilizzano il formato HDTV come risoluzione principale, dove la scena 16:9 o 4:3 viene renderizzata con una griglia più stretta o bassa, andando così a ridurre il dettaglio in quel verso oltre a poter creare difetti con l'interfaccia di gioco o sulla corretta riproduzione delle immagini a monitor[95][96]; Questi parametri dettati dalle tecnologie in voga nel corso del tempo sono a volte corretti con patch amatoriali oppure i titoli vengono riproposti dalle aziende produttrici con le dovute correzioni per adattarsi ai nuovi modelli in uso nel periodo corrente, come il rifacimento integrale dell'opera, la rimasterizzazione con l'adeguamento dei parametri e delle texture, oppure effettuare un rilancio rivedendo l'opera[97], in alcuni casi viene fatta una virtualizzazione o porting, quindi non vi è alcuna alterazione, ma un adeguamento o emulazione/simulazione per usufruirne su altre macchine.

Una menzione speciale la si deve per i dispositivi con monitor incorporato e che possono avere risoluzioni e rapporti d'aspetto personalizzate e che generalmente hanno titoli dedicati o versioni dedicate e quindi si hanno pochi casi di opere che oltre ad essere presenti su console fisse e mobili sono anche identiche nella trama, in quanto risulta complesso riuscire a garantire la stessa esperienza d'uso; Bisogna dire come la Wii U (console fissa ibrida con doppia uscita video TV+pad) che per il GamePad utilizza un monitor con una risoluzione considerabile canonica, con un formato di 16:9 480p, ha dato il via ad un'unificazione video tra i due modi d'uso (in quanto in molti titoli poteva essere utilizzato anche solo il pad per poter videogiocare), mentre per la prima console ibriba (console portatile con supporto a parte per renderla fissa) si ha la risoluzione canonica di 720p, mentre per la prima console (in questo caso basata su sistema operativo Windows[98]) esclusivamente portatile si deve attendere ASUS ROG Ally con schermo FHD (1920 x 1080) 16:9 fino a 120 Hz.

Soluzioni specifiche

Il mercato dei videogiochi ha stimolato la produzione di soluzioni per migliorare l'esperienza di gioco, tra cui:

Tecnologie introdotte

Durante la storia dei videogiochi vennero utilizzate varie tecnologie atte a migliorare la capacità espressiva dei videogiochi e immersione negli stessi, dai videogiochi testuali, ai videogiochi vettoriali, in grafica 2D (Grafica raster e Sprite), 2.5D, 3D, Stereoscopia e realtà virtuale. Queste soluzioni non sempre impongono un nuovo standard, rendendo le soluzioni precedenti desuete, ma in alcuni casi rappresentano solo una nuova opportunità, che possono essere più o meno adottate ed eventualmente abbandonate.[106]

La tecnologia dell'illuminazione si ha a partire da alcuni videogiochi 2D, facendo diventare i sprite più scuri quando questi si spostano in zone contrassegnate come in ombra, successivamente questa soluzione venne ulteriormente migliorata introducendo vari effetti di luce, con l'introduzione dei videogiochi 3D con o senza texture (e ibridi 2D + 3D come in alcuni 2.5D) si introduce una gestione più complessa dell'illuminazione, come il metodo Lambert (oggetto illuminato o no), poi con il metodo Phong (che introduce alcune caratteristiche degli oggetti come la riflettività e brillantezza), seguirà l'illuminazione globale (che introduce l'illuminazione riflessa), che può essere semplificata con la tecnica dell'illuminazione globale statica, dove l'illuminazione viene precalcolata ed è quindi immutabile, successivamente venne introdotta l'occlusione ambientale che gestisce la riduzione dell'illuminazione in ambienti chiusi.[107]

Una delle ultime soluzioni dedicate all'illuminazione è il Ray tracing che essendo molto impattante sulle prestazioni non ha visto la sua adozione prima del secondo decennio del terzo millennio, inoltre tale soluzione può essere di vari tipi, con applicazioni ibride più o meno spostare sull'uso del ray tracing.

La tecnologia sulle ombre, si palesa durante l'evoluzione dei videogiochi 2D, successivamente venne adottata con i giochi 3D, come texture proiettata al suolo o poligoni più o meno complessi, la soluzione della texture può essere semplice o tramite sprite sincronizzati al modello 3D, come in Crash Bandicoot 3: Warped, oppure possono utilizzare più soluzioni in base alla distanza, passando da non avere ombre (alle grandi distane), alle ombre 2D ed infine alle ombre poligonali (a distanza ravvicinata) come in Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth, inoltre queste possono essere di tipo statico (che possono seguire i movimenti del personaggio ma non vengono alterate dalla posizione della luce) o dinamico/tempo reale (che si deformano sotto l'effetto della luce) come in Nocturne[108] o Silent Hill: Shattered Memories, inoltre possono interagire o meno con lo stesso modello del personaggio tramite la tecnica del Self-shadowing come in Resident Evil Code: Veronica, la quale rappresenta una delle tante soluzioni degli Shader; che permettono l'applicazione di effetti sulle superfici che ne migliora la tridimensionalità, come il Bump mapping (con parti che s'illuminano di meno), Normal mapping (che simula l'effetto di un corpo 3d) e Parallax mapping (che introduce l'effetto di parallassi).

La tecnica del tempo reale o ciclo giorno notte non sempre è integrato, in quanto richiede un'ottima gestione delle luci e ombre, un esempio a riguardo è Grand Theft Auto V, ma che di contro può rendere alcune fasi di gioco poco gradevoli, in quanto non sempre l'illuminazione in una data ora riesce ad esaltare la scena come in un orario differente, inoltre la gestione della luce può caratterizzare anche un videogioco, rendendola di fatto una meccanica principale, come in Alan Wake.[109]

La tecnica dell'animazione dei personaggi si ha a partire dai primi videogiochi vettoriali, andando a perfezionarsi nei titoli a grafica raster tramite Sprite, per poi nei videogiochi 3D tramite l'uso di Skeletal animation (che semplifica la gestione delle animazioni) o animazione diretta del modello poligonare, una soluzione per animare i personaggi è quella del Motion capture.

La tecnica della fisica nei videogiochi ha visto un salto importante con l'introduzione dell'Havok in Half Life 2 che ne esaltava l'uso tramite la Gravity Gun, altro videogioco che utilizza questa tecnica come elemento principe è Psi-Ops: The Mindgate Conspiracy. Va sicuramente citata la fisica ragdoll, che permette di gestire in modo accurato il modello del nemico una volta sconfitto, simulando un corpo inanimato con movenze realistiche, quindi con vincoli di movimento e movimenti coerenti con l'ambiente, uno dei primi titoli a riguardo è Soldier of Fortune II: Double Helix[108], inoltre i ragdoll possono essere composte da varie parti con caratteristiche uniche e permettere animazioni e comportamenti differenziati, come nel caso di Soldier of Fortune, altri videogiochi che suddividono i ragdoll in varie parti, anche in modo dinamico, con modelli divisibili si ha Metal Gear Rising: Revengeance, altri videogiochi con soluzioni simili sono Atomic Heart.

Le tecniche di animazione possono essere di tali fattura da poter evitare l'uso di filmati prerenderizzati, rendendo di fatto tali intermezzi integrato nel gameplay, uno dei primi ad usare questa soluzione nei videogiochi 3D è Half-Life del 1998, così come l'intera serie, un'altra serie videoludica che s'incentra su questa soluzione è quella di Metal Gear.[110]

La tecnica della distruttibilità degli ambienti tramite modellazione poligonale locale e non tramite animazione di distruzione completa si può citare Red Faction, Battlefield: Bad Company 2, che permettono di demolire gli elementi presenti nella scena e modellare il terreno, rendendo di fatto il gioco più interattivo e realistico.

La tecnica di simulazione dei liquidi è una soluzione che permette di simulare l'interattività degli ambienti e l'effetto delle proprie azioni in videogioco che utilizza questa soluzione come una meccanica principale di gioco è Portal 2[111] o Splatoon, mentre uno dei precursori di tali soluzioni, con la presenza di sangue materico è Severance: Blade of Darkness del 2001.

I videogiochi online incorrono nel problema del lag, che può in certi casi creare problemi di giocabilità; la soluzione tradizionale è il "delay-based netcode" che introduce un ritardo nei comandi in modo da rendere più facile l'esecuzione contemporanea delle azioni di ogni giocatore. Le prime soluzioni evolute che evitano d'introdurre un ritardo nei comandi si hanno con Starsiege: Tribes (1998), il quale introdusse un nuovo modello di controllo e gestione sui pacchetti dati trasmessi tramite internet[112], successivamente durante gli anni 2000 venne sviluppato un middleware basato sul rollback netcode chiamato GGPO (Good Game Peace Out), che si basa sulla previsione dei comandi dei giocatori e in caso di errore corregge l'animazione del personaggio per eseguire l'azione corretta.[113][114]

Mercato per il retrogaming e modernizzazione

Una problematica che s'incorre con il passare degli anni è il cambio dei standard video, sia come porte che segnale, rendendo di fatto l'utilizzo delle vecchie macchine da gioco (console o PC) difficoltoso, in quanto serve o recuperare un televisore o monitor con le corrispettive porte o utilizzare adattatori, nel primo caso può risultare difficile reperire l'hardware, nel secondo caso non sempre è possibile apprezzare la qualità originale, in particolar modo per il segnale video, soprattutto nel caso di segnali interlacciati, che non sempre vengono gestiti al meglio dai differenti filtri deinterlaccianti, questo fa sì che esistano differenti adattatori, dal prezzo anche molto variabile tra loro e dalle differenti qualità di visualizzazione.

La difficoltà nel gestire i vecchi segnali analogici (soprattutto se interlacciati) e adattarli ai nuovi standard digitali progressivi e l'interesse da parte di molti giocatori a rivivere le vecchie esperienze, ha spinto il mercato a proporre modifiche hardware che prelevano il segnale video direttamente dalla scheda madre, prima che esso entri nel convertitore analogico, in modo da offrire la massima qualità ed in alcuni casi modificare anche il rendering delle immagini (agendo a livello di BIOS), in modo da offrire più risoluzioni native, andando di fatto anche a migliorare la qualità visiva rispetto all'originale.

Oltre al segnale video per il quale vengono in alcuni casi applicati elementi o rielaborati elementi per modificare la frequenza di aggiornamento del segnale video, esiste anche un'attenzione alla componente hardware, che in alcuni casi viene sottoposta anche a riparazioni o rigenerazioni, di cui una di queste serve per rimuovere l'ingiallimento delle plastiche (retrobright).

Mentre da parte delle case madri si è visto sia l'introduzione di modelli rievocativi degli originali, dalle forme più contenute e con vari adattamenti agli standard moderni (con controller USB o wireless e uscita video HDMI) e generalmente con titoli preinstallati e non modificabili, in alternativa o in accompagnamento viene eseguita la conversione o emulazione dei titoli originali sulle piattaforme moderne.

Il mercato del retrogaming ha una rilevanza non trascurabile, infatti un rapporto del 2025 evidenzia come il 14% dei nordamericani utilizza ancora sistemi pre 2000,[115] ed uno studio del 2025 che evidenzia come il 24% degli utilizzatori fino a 28 anni (generazione Z) possiede una piattaforma di gioco classica, fornendo come motivazione principale il fatto che risultino più rilassanti. Entrando più nel dettaglio lo studio del 2025 evidenzia come l'89% degli intervistati vive i giochi del passato come una pausa dall'internet, mentre il 74% ha concordato sul fatto che sono più rilassanti da giocare rispetto alle controparti moderne, mentre un 77% è attratta dal fascino della tecnologia retrò.[116]

Riproposizione di titoli storici

Alcuni videogiochi di successo del passato vengono riproposti in versioni modernizzate. La riproposizione dei titoli può essere effettuata in vari modi, principalmente si ha:[97]

Conservazione dei videogiochi e collezionismo

La conservazione o preservazione dei videogiochi (molti dei quali sopravvivono solo come abandonware, situazione che generalmente si verifica dopo diversi anni dalla pubblicazione[117]) e in particolar modo del loro codice sorgente è un problema aperto e attualmente senza una soluzione, in quanto vi è anche la questione dei diritti che deve essere delucidata a tali fini.[118] Il problema risulta essere progressivamente peggiorato fino ad oggi, poiché i videogiochi non escono più in forma definitiva, ma subiscono aggiornamenti continui, oltre al modo in cui i giochi sono distribuiti, protetti e giocati nell'era di Internet. Per le protezioni online dei videogiochi, anche se i server di autenticazione non funzionassero più, potrebbe apparire un metodo per eluderle o eliminarle, mentre per gli aggiornamenti continui non esiste un approccio chiaro per preservare le varie versioni che si sono succedute nel tempo.[119]

In ambito videoludico è possibile il collezionismo, soprattutto per i titoli presentati in formato fisico e edizioni fisiche a edizione speciale, fenomeno in crescita con il continuo spostamento del mercato su edizioni solo digitali dei videogiochi.[120] Tale mercato per quanto riguarda i titoli storici è tuttavia soggetto a potenziali truffe con materiale clonato o ricreato[121], mentre per quanto riguarda i titoli moderni solo digitali esiste la possibilità di collezionare un'edizione fisica solo tramite aziende dedite alla conversione degli stessi in formato fisico.[122]

Colonne sonore

I videogiochi sono frequentemente dotati di colonna sonora musicale. Molti videogiochi hanno ricevuto premi e candidature importanti come il Grammy Award per le loro colonne sonore.[123]

Editoria e recensori

I Videogiochi sono accompagnati anche da pubblicazioni giornalistiche, come riviste, articoli di giornale, le quali presentano i videogiochi al pubblico, oppure ne fanno una recensione, inoltre possono fare il punto della situazione dell'ambiente videoludico, sia in fatto di videogiochi in senso stretto, sia del mondo che li circonda, come gli eventi o le aziende produttrici, retrospettive, analisi di saghe o dei prodotti di una casa editrice, classifiche (sia positive che negative[124]) e quant'altro.

Inoltre l'editoria può essere specializzata per una determinata console o marchio, oppure essere generalista, allo stesso modo può essere cartacea e/o digitale. Nel caso delle versioni cartacee era in alcuni casi allegato un disco o cassetta che poteva contenere i demo di vari giochi, o giochi completi.

La stampa specializzata spesso riceve il prodotto in anteprima prima che esso venga pubblicato, appositamente inviato dalla casa produttrice, ma in molti casi si tratta di una versione non definitiva che può presentare difetti che non dovrebbero essere presenti al momento del lancio. Il problema si è acuito da quando si è instaurato il fenomeno delle Day One Patch (D1P), che rende difficile soppesare un particolare comportamento del gioco e quindi ipotizzare lo stato di uscita del titolo[125]. Per quanto riguarda le recensioni degli utenti, generalmente queste sono eseguite a titolo uscito, quindi in teoria hanno a che fare con un titolo stabile, ma in questo caso viene a mancare tutta la controparte di professionalità di un addetto del settore. Inoltre tali recensioni possono essere utilizzate anche come strumento, quali il review bombing[126] per fini politici, ideologici o marketing.

Note

Bibliografia

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Eduard Dietl

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Eduard Dietl

Croce di Ferro di II Classe - nastrino per uniforme ordinaria

Eduard Wohirat Christian Dietl (Bad Aibling, 21 luglio 1890Rettenegg, 23 giugno 1944) è stato un generale tedesco, primo militare ad ottenere, durante la seconda guerra mondiale, la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia.

Croce di Ferro di I Classe - nastrino per uniforme ordinaria

Biografia

Croce di IV Classe con spade dell

Eduard Dietl nacque a Bad Aibling, in Baviera, figlio di un funzionario delle finanze bavarese. Nel 1909, al suo secondo tentativo, entrò come allievo ufficiale nel 5º Reggimento Fanteria bavarese, per poi essere nominato sottotenente al termine dei suoi studi presso la Scuola di Guerra di Monaco di Baviera nel 1911. Nominato capitano nel 1915, con il suo reggimento prese parte alla prima guerra mondiale, venendo ferito quattro volte e ricevendo la Croce di Ferro sia di Seconda classe che di Prima (rispettivamente nel 1914 e nel 1916).

Decorazione d

Convinto sostenitore del nazismo, si iscrisse al Partito Tedesco dei Lavoratori nel 1919, e prese parte al Putsch di Monaco il 9 novembre 1923. Promosso colonnello il 1º gennaio 1935, comandò il 99º Reggimento da Montagna sia durante l'Anschluss che durante la campagna di Polonia.

Distintivo per feriti in argento - nastrino per uniforme ordinaria

Promosso generale di divisione il 1º aprile 1940 e messo al comando della 3ª Divisione da Montagna, partecipò all'operazione Weserübung, l'attacco tedesco contro Norvegia e Danimarca. La divisione di Dietl venne trasferita via mare da una flottiglia di cacciatorpediniere fino al porto norvegese di Narvik, catturandolo dopo un breve combattimento. Poco dopo, una squadra navale britannica attaccò il porto affondando tutte le navi tedesche, isolando le truppe di Dietl. In seguito, truppe francesi, britanniche, polacche e norvegesi sbarcarono in forze per riconquistare il porto; le truppe di Dietl vennero scacciate dalla città solo dopo duri combattimenti, ma si trincerarono sulle colline circostanti. Quando il contingente alleato si ritirò, i tedeschi riconquistarono il porto. L'azione venne ampiamente sfruttata dalla propaganda tedesca, e Dietl fu il primo militare tedesco della seconda guerra mondiale ad ottenere la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia, il 19 giugno 1940[1].

Croce d

Il 14 giugno 1940 venne messo al comando del Corpo da Montagna Norvegia (un Corpo d'armata composto dalla 2ª e 3ª Divisione da Montagna), con il quale prese parte, nel giugno del 1941, all'operazione Silberfuchs, l'attacco tedesco contro il porto sovietico di Murmansk; l'attacco non andò a buon fine, e le truppe di Dietl vennero fermate ad appena 50 km dal loro obbiettivo. Il 15 gennaio 1942 sostituì il generale Nikolaus von Falkenhorst alla guida delle truppe tedesche schierate in Lapponia (dal 20 giugno 1942 riunite nella 20ª Armata da Montagna), ma non ottenne grossi risultati.

Ordine del Sangue - nastrino per uniforme ordinaria

Il 23 giugno 1944, l'aereo da trasporto Junkers Ju 52 sul quale stava viaggiando assieme ai generali tedeschi Eglseer, von Wickede e Rossi, di ritorno da un incontro con Hitler al Berghof, si schiantò al suolo presso il villaggio di Rettenegg, in Stiria, senza lasciare superstiti.

Medaglia per lungo servizio militare di I Classe - nastrino per uniforme ordinaria

Onorificenze

Medaglia della Sudetenland con placca del castello di Praga - nastrino per uniforme ordinaria

Onorificenze tedesche

Croce di Ferro di II Classe (con fibbia 1939) - nastrino per uniforme ordinaria

Onorificenze straniere

Croce di Ferro di I Classe (con fibbia 1939) - nastrino per uniforme ordinaria

Note

Croce di Cavaliere dell

Bibliografia

Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia dell

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Croce di Cavaliere della Croce di Ferro con Fronde di Quercia e Spade dell

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Insegna d

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Medaglia del fronte orientale - nastrino per uniforme ordinaria

Guardia di Hlinka

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Guardia di Hlinka

La Guardia di Hlinka (Hlinkova Garda, HG) fu un'organizzazione paramilitare slovacca di ispirazione fascista, nazionalista e antisemita attiva tra il 1938 ed il 1945, braccio armato del Partito Popolare Slovacco di Hlinka (Hlinkova slovenská ľudová strana, HSLS). La Guardia prendeva il nome da Andrej Hlinka (1864-1938), sacerdote cattolico e leader politico popolare, storico sostenitore dell'autonomia della Slovacchia contro il predominio ceco (suo lo slogan «La Slovacchia agli slovacchi») e dichiarato ammiratore del regime fascista di Mussolini[1].

L'istituzione della Guardia di Hlinka

La HG iniziò a formarsi durante la crisi internazionale provocata dalla rivendicazione dei Sudeti da parte di Adolf Hitler, nell'estate del 1938. L'8 ottobre dello stesso anno, in seguito al riconoscimento dell'autonomia alla Slovacchia nell'ambito della Federazione cecoslovacca e una settimana dopo l'accoglimento delle richieste di Hitler alla Conferenza di Monaco, la Guardia fu ufficialmente istituita ed ebbe come primo comandante Karol Sidor (1901–53), che restò alla guida dell'organizzazione fino al marzo 1939[2]. La HG, che prendeva a modello analoghe formazioni paramilitari dell'epoca come le SA tedesche, divenne così il braccio armato del Partito Popolare Slovacco di Hlinka, con mansioni di sicurezza interna. In base a un decreto promulgato il 29 ottobre, la Guardia fu inoltre riconosciuta come la sola organizzazione nazionale autorizzata a fornire addestramento paramilitare ai suoi membri, i quali furono dotati di uniformi nere con berretto a bustina ed adottarono il saluto nazista. Il motto ufficiale dei miliziani era Na stráž! (“In guardia!”). Composta da membri di diversa estrazione sociale (esponenti della classe media, contadini e operai non specializzati), la Guardia propugnava, sul piano teorico, un'ideologia politica che univa al fervore religioso cattolico e all'anelito alla giustizia sociale un radicale nazionalismo anticeco e un acceso antisemitismo.

Le funzioni della Guardia nel regime di Tiso

Con la proclamazione dell'indipendenza della Slovacchia (marzo 1939) e l'istituzione del regime clerico-fascista e filotedesco di monsignor Jozef Tiso (1887–1947), le funzioni della Guardia, al cui comando si trovava ora Alexander Mach (1902–1980), che avrebbe mantenuto tale ruolo fino al 1944 (e che rivestì anche, nello Stato indipendente slovacco, l'incarico di ministro dell'Interno e di capo della polizia segreta), vennero precisate in una serie di decreti governativi. La HG, definita come formazione paramilitare dell'HSLS (di fatto il partito unico del regime di Tiso) e affiancata dalla Gioventù di Hlinka (un'organizzazione giovanile modellata sulle analoghe organizzazioni italiane e tedesche), aveva il compito di promuovere e diffondere l'amore per la patria, di fornire addestramento bellico ai suoi membri e di salvaguardare la sicurezza interna del Paese (incarichi, questi, che la ponevano in diretta concorrenza con l'esercito e la polizia slovacchi). All'interno della HG esisteva inoltre un'unità di élite, la Rodobrana (Difesa patriottica), ispirata all'omonima organizzazione nazionalista esistita dal 1923 al 1927, quando le autorità cecoslovacche ne avevano ordinato lo scioglimento[3].

La seconda guerra mondiale e la fine dell'indipendenza slovacca

In seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale, che vide la Slovacchia di Tiso alleata del Terzo Reich, l'estremismo filonazista di diversi suoi esponenti mise spesso la Guardia in urto con le componenti più moderate e conservatrici del regime clerico-fascista[4], al punto che «[Nel luglio 1940] veniva varata una legge tendente a denazificare la Guardia di Hlinka e a votarla "all'educazione secondo i principi cristiani dei patrioti consacrati alla nazione slovacca"»[5]. Truppe d'assalto della HG furono comunque addestrate in Germania in un campo delle SS, che assegnarono ai reparti slovacchi anche un consigliere militare. Nel 1942 la HG collaborò, inoltre, alla deportazione di israeliti slovacchi verso il lager nazista di Auschwitz e, anche in seguito, effettuò regolarmente rastrellamenti di ebrei per conto dei tedeschi. Tali deportazioni portarono anche alla confisca delle proprietà ebraiche, che furono in parte distribuite a singoli membri della Guardia. Dopo l'insurrezione antinazista slovacca dell'agosto 1944, la HG fu integrata nelle SS e unità speciali della Guardia furono impiegate in operazioni militari contro la guerriglia partigiana. Reparti della HG parteciparono infatti all'offensiva che, tra l'autunno del 1944 e l'inizio della primavera dell'anno successivo, consentì ai miliziani nazionalisti di riconquistare decine di villaggi e di borgate precedentemente occupati dai partigiani comunisti, infliggendo loro dure perdite[6]. La storia della Guardia ebbe però presto fine quando, con l'invasione del Paese da parte delle truppe sovietiche nell'aprile 1945, lo Stato indipendente slovacco e il regime di Tiso cessarono di esistere.

Note

Bibliografia

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Comunicazione politica

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Comunicazione politica

La comunicazione politica indica una pratica comunicativa che pone in relazione tre diversi soggetti: il sistema politico, i mass media e i cittadini.

Analisi sociologica

Abbozzo politica

Questo tipo di comunicazione è oggetto di studio a partire dagli anni cinquanta negli Stati Uniti d'America, e la disciplina ha in seguito interessato numerosi studiosi provenienti da varie nazioni. Non esiste una definizione univoca della materia, dal momento che essa viene osservata, descritta e analizzata da numerose discipline differenti, ed ogni qualvolta si tenta di darne una definizione organica non vi si riesce appieno, dal momento che il peso specifico dei diversi fenomeni ad essa correlati non è distribuito equamente, alcuni fenomeni vengono enfatizzati a scapito di altri a seconda delle aree di ricerca volte ad osservarne gli effetti.

La comunicazione politica nasce dall'incontro di due insiemi di discipline: le scienze della comunicazione (comprendendo dunque sociologia, psicologia sociale, antropologia, semiotica e massmediologia) e le scienze politiche. La comunicazione politica inoltre, può essere definita come "lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema dei media e dal cittadino-elettore"[1]. In questo panorama il sistema politico può essere visto come l'insieme di partiti, coalizioni, Parlamento, organi di governo e amministrazione, tutti interconnessi tra di loro.

Soltanto quando vi saranno approcci volti a sistematizzare la svariata letteratura disponibile sull'argomento in modo da costituirne una scienza munita di fondamenta autonome, allora sarà possibile definire con maggiore chiarezza l'argomento in questione. Al momento la letteratura scientifica sull'argomento si concentra su tematiche ad essa inerenti, ma specifiche, come ad esempio il rapporto tra mass media e sistema politico, oppure lo studio del linguaggio dei politici, o ancora lo studio degli effetti della comunicazione politica mediata sulla partecipazione e il voto da parte dei cittadini-elettori, o ancora l'analisi delle campagne elettorali dei partiti e dei vari candidati.

La comunicazione politica non è soltanto di tipo verbale, ma anche relativa ad altri aspetti dell'agire umano, come il modo di porsi dinanzi ai cittadini, le strette di mano dopo un comizio elettorale (un modo per comunicare un senso di vicinanza al popolo), il modo di impostare i manifesti elettorali, i momenti simbolici forti durante una campagna elettorale. Inoltre, essa si manifesta principalmente se non solamente attraverso i media di massa. Pertanto, l'attore mediale è quello più importante nella comunicazione, perché consente l'incontro tra politici e cittadini, molto spesso in un tipo di comunicazione a senso unico, anche se i cittadini possono far sentire la propria voce attraverso vari strumenti, quali lettere ai ministeri, manifestazioni di protesta, comunicando con i politici tramite social network, leggi di iniziativa popolare, attraverso le rilevazioni sull'opinione pubblica mediante ricerche demoscopiche (sondaggi), e attraverso la scelta del voto.

Abbozzo sociologia

Pratica politica

La comunicazione politica è inoltre anche una professione, dal momento che soprattutto in campagna elettorale i partiti ingaggiano personale esperto e conoscitore della materia, figure provenienti in gran parte dal mondo della pubblicità, delle pubbliche relazioni e del marketing, allo scopo di guadagnare consenso presso l'opinione pubblica, misurata tramite lo strumento del sondaggio politico-elettorale.

Le campagne elettorali sono da sempre l'argomento prediletto da chi si occupa dello studio di comunicazione politica, e ciò è dovuto soprattutto alla complessità dell'oggetto. Questo argomento spesso incontra elementi di marketing, ponendo l'elezione di un candidato come un prodotto da vendere, che offre un servizio ad una domanda proveniente da uno specifico target su cui tale partito si posiziona strategicamente, attraverso i suoi modi di agire e di comunicare al cittadino-elettore.

Gli elettori quindi valutano alcuni aspetti del candidato in base al suo essere e al suo fare. Ci sono degli elementi dell'essere del candidato che gli elettori valutano con più attenzione: la credibilità, intesa come il poter fare e il saper fare, e l'affidabilità, che invece riprende le capacità del dover fare e del voler fare. Nel primo caso, quello della credibilità, gli elettori si chiedono se il futuro leader politico sarà in grado di guidare le forze politiche e gestire i programmi; nel secondo caso, l'affidabilità, esprime le qualità più astratte del leader: l'onestà, la lealtà, la coerenza e l'impegno a mantenere le promesse.

Dopo le elezioni, residuerebbe uno spazio per la comunicazione politica, attinente alla messa in pratica delle promesse della campagna elettorale: ma "in un’azione politica presentata come se il momento della sua proclamazione valesse l’azione (...) l’azione amministrativa è stata progressivamente «separata» dall’azione politica, poiché è meno esposta e si inserisce nel tempo più lungo e caotico della messa in pratica"[2]. Il relativo ambito comunicativo è quindi meno presidiato, dando luogo ad un dislivello qualitativo nel messaggio trasmesso agli elettori.

Nella linguistica

Il gergo politico registra un'evoluzione linguistica proprio nella sua valenza comunicativa: in passato, si lamentava che la carenza di contenuti fosse segnata dall'affermarsi del politichese, mentre oggi essa viene identificata con il populismo[3]; vi è però chi individua in ambedue i fenomeni una connessione[4], rappresentata dal prevalente prescindere dalla complessità del reale[5].

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Nationaltheater (Monaco di Baviera)

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Nationaltheater (Monaco di Baviera)

Niente fonti!

Il Nationaltheater (Teatro Nazionale) è un teatro di Monaco di Baviera, sito nella Max-Joseph-Platz.[1][2][3][4]

Storia

Il teatro venne commissionato da Massimiliano I e il progetto venne affidato all'architetto Karl von Fischer, che lo ultimò nel 1818. L'edificio venne distrutto da un incendio nel 1823 e venne riedificato per l'apertura del 23 gennaio 1825, su progetto di Leo von Klenze. In quella particolare situazione, per riedificare il teatro fu autorizzata un'eccezionale tassa su tutta la birra prodotta a Monaco di Baviera. L'edificio venne costruito in stile neoclassico, ispirandosi all'architettura dei templi greci. Anche l'interno del teatro rispetta i canoni della classicità greca. L'auditorium ha una forma circolare ed è decorato in rosso porpora, avorio, oro e azzurro. È circondato da cinque ordini di palchi, con al centro il palco reale.[1]

Il teatro divenne ben presto famoso per le rappresentazioni delle opere di Richard Wagner. Qui, infatti, si tennero le prime di Tristano e Isotta (Tristan und Isolde, 10 giugno 1865), di I maestri cantori di Norimberga (Die Meistersinger von Nürnberg, 21 giugno 1868), de L'oro del Reno (Das Rheingold, 22 settembre 1869), de La Valchiria (Die Wälkure, 26 giugno 1870) e Die Feen (29 giugno 1888).[1]

Durante l'ultima parte del XIX secolo fu Richard Strauss a dare lustro al teatro con le rappresentazioni delle sue opere. Nel 1887 avviene la prima assoluta di Aus Italien di Strauss e il 1º ottobre 1894 viene nominato direttore d'orchestra e artistico del Nationaltheater.[1] Il 1º gennaio 1913 Bruno Walter viene nominato Generalmusikdirektor.

L'edificio venne quasi completamente distrutto durante un bombardamento aereo nella notte del 3 ottobre 1943. Venne ricostruito su progetto di Gerhard Moritz Graubner, che si attenne ai disegni originali di von Fischer, fatta eccezione per una misura interna del teatro, che ha dato luogo ad una sala che era inesistente nel vecchio progetto. Il teatro riaprì il 22 novembre 1963, con la rappresentazione de I maestri cantori di Norimberga. Oggi il teatro è la sede dell'Opera di Stato della Baviera (Bayerische Staatsoper), dell'Orchestra di Stato della Baviera (Bayerische Staatsorchester), del Balletto di Stato della Baviera (Bayerische Staatsballet), nonché del festival lirico Münchner Opernfestspiele, che si svolge ogni anno nel mese di luglio.[1]

Prime mondiali

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Ramot Menashe

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Ramot Menashe

Ramot Menashe (in ebraico רָמוֹת מְנַשֶּׁה?, letteralmente "alture di Menashe") è un kibbutz nell'Israele settentrionale. Situato nell'altopiano di Menashe tra la catena montuosa del Carmelo e la valle di Jezreel, rientra nella giurisdizione del consiglio regionale di Megiddo. Nel 2017, aveva una popolazione di 1 145 abitanti.[1]

Geografia fisica

Ramot Menashe si trova nell'altopiano di Menashe, da cui prende il nome il kibbutz. Il kibbutz è circondato da terreni aperti, per lo più terreni agricoli lavorati da membri del kibbutz. Le principali rotte che collegano il kibbutz ai suoi dintorni sono l'Autostrada 6 e la Strada 672.[2]

Mappa di localizzazione: Israele

Secondo Benny Morris,[3] il kibbutz si trova su un terreno vicino a Daliyat al-Rawha', un villaggio palestinese spopolato, mentre Walid Khalidi fa notare che la terra di Ramot Menashe apparteneva in realtà all'ex villaggio di Sabbarin.[4]

Storia

Nel 1946 fu istituito un gar'in del movimento Hashomer Hatzair, composto dai superstiti dell'Olocausto e ribelli ebrei dall'Austria e dalla Polonia.[5] Il gar'in fu chiamato "Bone HaNegev" (letteralmente "costruttori del Negev") e i membri progettarono di costruire un insediamento nel Negev. Nell'aprile 1946, i membri del gar'in salirono a bordo di una nave a La Spezia, in Italia, insieme ad altri 1400 sopravvissuti all'Olocausto, ma gli inglesi scoprirono la nave e ne impedirono la navigazione. Gli abitanti di La Spezia mandarono cibo e aiuti alla nave e fecero pressione sugli inglesi per consentire alla nave di navigare in Palestina, e alla fine gli inglesi permisero alla nave di navigare.[6] Il 18 maggio 1946, i membri arrivarono in Palestina. Nonostante il loro desiderio di stabilirsi nel Negev, furono inviati a Ein HaShofet e Dalia per le qualifiche e il 29 luglio 1948 si stabilirono come kibbutz, contando 64 membri.[5][6] Il kibbutz servì come avamposto militare durante la guerra arabo-israeliana del 1948 e, dopo la guerra, i membri si trasferirono in un luogo vicino. Hanno iniziato a ripulire il terreno e a piantare alberi. Le condizioni di vita erano dure nei primi giorni, quando i membri vivevano in caserme e tende, disconnessi dall'acqua e dall'elettricità. Nel novembre 1948, il kibbutz adottò il nome di "Ramot Menashe".[5]

Durante i primi anni, il kibbutz assorbì diversi gar'in dell'Hashomer Hatzair dal Sud America. Nel 1950 il kibbutz assorbì un gruppo di 95 membri dell'Hashomer Hatzair provenienti da Cile e Uruguay. Nel 1955 arrivò un altro gruppo di 23 immigrati uruguaiani e nel 1962 altri 31 membri di un gruppo di giovani chiamato "Eshet".[5]

Negli anni 1980, il kibbutz entrò in una crisi economica come parte della crisi delle scorte delle banche nazionali. La crisi economica si concluse negli anni '90, quando venne avviato un rigoroso piano di ripresa: i settori economici non redditizi furono chiusi, alcune delle attività del kibbutz vennero vendute ai privati, il bilancio della comunità fu tagliato e si diede luogo un graduale processo di privatizzazione. Il kibbutz cambiò la struttura collettiva tradizionale e decise di adottare una struttura a "rete di sicurezza".[2]

All'inizio degli anni 2000, il kibbutz costruì un nuovo quartiere per 138 famiglie. I residenti del quartiere non sono membri del kibbutz, ma godono dei servizi della comunità del kibbutz.[2][5] Pertanto, il kibbutz ha raggiunto il limite delle famiglie in base al piano nazionale di Israele n. 35, che limita il numero massimo di famiglie nel kibbutz a 400 fino al 2020. Nel 2011, durante la protesta della giustizia sociale a livello nazionale, i membri del kibbutz chiesero al governo di liberare territori intorno al kibbutz per la sua espansione. Il motivo principale era quello di consentire ai precedenti membri del kibbutz di tornare e costruirvi le loro case.[7]

Note

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Tabella delle date di Pasqua di Sardica

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Tabella delle date di Pasqua di Sardica

La Tabella delle date di Pasqua di Sardica è un manoscritto del VII-VIII secolo scritto in latino e conservato a Verona, il cui contenuto è molto importante per la storia del calendario ebraico e delle controversie cristiane sulla data della Pasqua.

Il documento contiene la traduzione latina delle deliberazioni dei vescovi orientali ariani, che nel 343 abbandonarono il concilio di Sardica e si riunirono a Filippopoli in Tracia per esprimere il proprio credo in modo indipendente (Sardica è l'antico nome della capitale bulgara Sofia e Filippopoli è la moderna Plovdiv, seconda città della Bulgaria). In appendice ai canoni da loro stabiliti il manoscritto contiene una tabella con le date della Pasqua ebraica dal 328 al 343 e della Pasqua cristiana per il trentennio 328-357, forse assumendo che si sarebbero ripetute nel seguito con un ciclo trentennale.[1]

Il manoscritto

La tabella delle date di Pasqua è contenuta nel codice di Verona LX (58), custodito nella Biblioteca capitolare di Verona. Fu pubblicato per la prima volta da Eduard Schwartz nel suo Christliche und jüdische Ostertafeln (Berlino, 1905),[2]. Il codice membranaceo, composto da 126 carte (27 cm per 20 cm) è scritto in grafia onciale databile circa all'anno 700.[3] Il documento conciliare con le tabelle pasquali è contenuto nel verso della carta 79 e nella carta 80 (recto e verso).[4][5]

Il testo sembra essere copia o traduzione di un precedente documento redatto al tempo del Concilio di Sardica (AD 343). Esso, infatti, contiene sedici date della pasqua ebraica (il plenilunio del 14 Nisan) solo per gli anni 328-343, mostra poi le corrispondenti date della pasqua cristiana e vi aggiunge la previsione della data di Pasqua per i 14 anni successivi. La presenza di numerosi ed evidenti errori sia linguistici sia calendariali conferma che il documento è una copia maldestra.

Le pasque ebraiche

Le date pasquali giudaiche sono molto particolari perché la data della Pasqua cade sempre nel mese giuliano di Marzo e spesso prima della data dell'equinozio. Esse probabilmente rappresentano l'uso di una città orientale, Antiochia secondo Sacha Stern, ma non dovrebbero corrispondere alle date utilizzate in altre parti della diaspora.[6] Questa mancanza di uniformità fra le diverse comunità ebraiche e la presenza di molte date che anticipano l'equinozio spiegano la crescente riluttanza dei cristiani a seguire l'uso ebraico per la definizione del giorno della Pasqua cristiana (un tempo collocata nella stessa data o più spesso nella prima domenica successiva la Pasqua ebraica[7]). La questione fu sollevata da diversi autori cristiani del terzo e quarto secolo[8] e il concilio di Nicea stabilì che i cristiani devono celebrare la festa dopo l'equinozio e in una stessa data (cosa evidentemente impossibile se si segue l'uso della comunità ebraica locale, ma questo uso non è geograficamente uniforme), pur senza esplicitare il criterio da adottare. L'imperatore Costantino in persona raccomandò di non farsi influenzare dagli ebrei, che finivano col celebrare due pasque in uno stesso anno[9]; un errore da lui considerato sintomo dell'irragionevolezza in cui erano caduti per il peccato di aver crocefisso Gesù.[10] Il settimo dei Canoni apostolici, un autorevole testo di poco successivo al documento di Sardica, proibisce esplicitamente di seguire l'uso ebraico proprio perché consentiva date antecedenti l'equinozio.[11] Il problema delle pasque antecedenti l'equinozio, quindi, risulta essere alla radice della ricerca cristiana di un criterio autonomo per stabilire la data della Pasqua.

Le pasque cristiane

Le date delle pasque cristiane contengono errori di copiatura e soprattutto ripetuti scambi nella definizione del mese, forse a causa di un imperfetto allineamento della colonna dei mesi con quella delle date nel documento originario, la cui impostazione grafica ci è, però, totalmente sconosciuta. E. Schwartz, nella prima edizione del testo ha suggerito delle correzioni[12], che sono state riviste ma perlopiù confermate da Sacha Stern[13].

Accettando queste correzioni, le "pasque cristiane" (in realtà sono i pleniluni pasquali in quanto la celebrazione potrebbe intendersi collocata nella prima domenica successiva) coincidono con quelle ebraiche solo se queste cadono il 21 marzo o successivamente. Altrimenti la pasqua è collocata al plenilunio successivo (trenta giorni dopo).

Il ciclo trentennale

Lo schema proposto è basato su 11 mesi embolismici nell'arco di trent'anni. Dato che all'anno lunare mancano 11 giorni per completare un anno solare, nel corso di 30 anni si accumulerebbe un ritardo di 11x30=330 giorni, pari proprio agli 11 mesi di 30 giorni inseriti. Il ciclo sulle date calendariali, quindi, si ripete esattamente senza necessità di alcun saltus lunae come previsto invece al termine del ciclo metonico. Questa ciclicità trentennale riguarda solo e in modo approssimativo i pleniluni lunari e perciò corrisponde a una ciclicità delle date di Pasqua solo per cristiani quartodecimani. Nella stessa data giuliana, infatti, non si ripete lo stesso giorno della settimana (per questo occorrerebbero 14 cicli cioè 420 anni) e la domenica successiva al plenilunio lunare cade in data ogni volta diversa.

Benché i vescovi scismatici valorizzassero lo schema trentennale da loro proposto in base anche alla coincidenza che secondo una tradizione Gesù visse esattamente trenta anni, lo schema era astronomicamente poco accurato perché al termine dei trenta anni la luna non ricompariva con la stessa puntualità che caratterizza il ciclo metonico. Dato infatti che 30=19+11, la luna si trovava all'undicesimo anno del secondo ciclo metonico.

Le epatte

Le date sia ebraiche che cristiane si susseguono secondo una epatta di 11 giorni. Ogni anno, cioè, la data del plenilunio pasquale anticipa di undici giorni salvo che quando la pasqua ebraica cade prima del primo marzo o quella cristiana cade prima del 21 marzo vengono poi aggiunti trenta giorni.[14] I dati non chiariscono come venisse trattato il caso di un plenilunio al 21 marzo; essi infatti comprendono la data errata del 21 aprile che potrebbe essere corretta sia come 21 marzo (come fa Schwartz) sia come 20 aprile, in accordo con la prassi ecclesiastica successiva che esclude che il plenilunio pasquale possa coincidere con l'equinozio.

Note

Bibliografia

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Ferrovia Napoli-Portici

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Ferrovia Napoli-Portici

La ferrovia Napoli-Portici fu la prima linea ferroviaria costruita nella penisola italiana, nel territorio all'epoca facente parte del Regno delle Due Sicilie. Commissionata da re Ferdinando II delle Due Sicilie, la linea venne ufficialmente inaugurata il 3 ottobre 1839:[1] era a doppio binario e aveva la lunghezza di 7,25 chilometri.[2] Oggi il suo tracciato è integrato nella ferrovia Napoli-Salerno.

Storia

La convenzione per la sua costruzione venne firmata il 19 giugno 1836[3]; con essa si concedeva all'ingegnere Armand Joseph Bayard de la Vingtrie la concessione per la costruzione in quattro anni di una linea ferroviaria da Napoli a Nocera dei Pagani, con derivazione per Castellammare di Stabia che si sarebbe staccato all'altezza di Torre Annunziata. L'anno seguente venne costituita a Parigi la società Bayard & De Vergès, della quale facevano parte l'ingegnere, i suoi due fratelli e l'ingegnere Fortunato de Vergès, per la costruzione e la gestione della ferrovia.[4]

Il tratto fu inaugurato il 3 ottobre del 1839 con grande solennità nel rispetto di un programma che prevedeva, dato che la stazione di Napoli al Carmine non era ancora pronta, che il viaggio avvenisse con partenza da Portici. Il primo convoglio era composto da una locomotiva a vapore, di costruzione inglese Longridge e Co. di Newcastle, battezzata "Vesuvio", una locomotiva a tre assi liberi di cui uno motore che sviluppava una potenza pari a 65CV, e da otto vagoni. Il percorso, a binario semplice e lungo 7250 metri, venne coperto in nove minuti e mezzo. Il re Ferdinando II pertanto si recò nella villa del Carrione al Granatello di Portici, dove era stato approntato il padiglione reale decorato all'occorrenza con accanto un altare. Verso le ore undici il re ricevette l'ingegner Bayard e la squadra di ingegneri prendendo poi posto sul convoglio inaugurale per tornare a Napoli. I vari discorsi di circostanza furono conclusi dal re Ferdinando II, il quale, in francese, espresse l'augurio di veder realizzata la ferrovia fino al mare Adriatico e a mezzogiorno ordinò la partenza davanti alle autorità[5].

Il primo convoglio ferroviario portava nelle vetture 48 personalità, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell'ultima vettura prese posto la banda della guardia reale. Il percorso venne compiuto in nove minuti e mezzo tra ali di gente stupita e festante.

Nei successivi quaranta giorni ben 85.759 passeggeri usufruirono della ferrovia. Il pittore di corte Salvatore Fergola immortalò gli avvenimenti nei suoi celebri dipinti.

La linea era solo parte di un progetto più vasto: il 4 agosto 1842 veniva infatti inaugurato il tratto diramato fino a Torre Annunziata e Castellammare di Stabia e due anni dopo, il 18 maggio 1844, la prosecuzione per Pompei, Angri, Pagani e Nocera Inferiore. Il 31 luglio 1858, la linea ferroviaria venne estesa fino a Cava dei Tirreni, mentre esattamente due anni dopo, nel 1860, raggiunse anche Vietri sul Mare. Nel 1846 l'ingegner Bayard ottenne la concessione anche per il prolungamento su San Severino e Avellino[6].

Il 20 maggio 1866, fu ultimato il completamento della linea ferroviaria tra Napoli e Salerno. Contemporaneamente, con la formazione del nuovo Governo Italiano Ricasoli II, la Società per le Strade Ferrate Meridionali assunse l'incarico di gestore dell'infrastruttura.

La stazione di Napoli Bayard funzionò fino al 1866, quando, in seguito al collegamento con la stazione di Napoli Centrale fu declassata a impianto di servizio.

Lo storico tratto ferroviario ha subito nel corso degli anni numerosi danni. Nel 1943, essa fu semidistrutta dall'esplosione della nave Caterina Costa, carica di materiale bellico e sulla quale si sviluppò un incendio per il quale le autorità cittadine agirono in netto ritardo. Un crollo parziale della Villa d'Elboeuf di Portici, posta in immediata prossimità con la linea ferroviaria, comportò nel 2014 la chiusura della linea fino al 12 aprile 2015 per consentire l'esecuzione di un manufatto di protezione.

Caratteristiche

La linea, costruita inizialmente ad unico binario, venne raddoppiata dopo pochi mesi senza fermate intermedie. Il primo tratto, che si estendeva fino al Porto di Granatello, includeva 33 ponti, 541 ringhiere di ferro a difesa del mare e 2958 metri di muri di supporto.

Percorso

Il percorso originario della Napoli-Portici differisce da quello attuale solo nel primo tratto, dalla stazione terminale di Napoli al Carmine fino all'imbocco del Ponte dei Francesi. Di tale originario percorso oggi restano pochissime tracce.

La stazione capolinea per la partenza della linea da Napoli era compresa tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana lungo la via detta dei Fossi, attuale Corso Garibaldi, fuori le mura aragonesi che all'epoca ancora esistevano tra le due Porte.

La linea, uscita dalla stazione di Napoli al Carmine, proseguiva in linea retta, seguendo l'attuale Via Nicola Capasso e superato l'attuale corso Arnaldo Lucci, il suo tracciato proseguiva lungo quella che è l'attuale via Antonio Pacinotti, e, dopo aver incrociato l'attuale via Emanuele Gianturco, attraversava l'area della zona occupata fino al 1975 dalle Officine del Granilli superava l'attuale via Benedetto Brin, dove ancora oggi è presente una vecchia casa cantoniera restaurata e privata, lambendo poi le Officine del Granilli e proseguendo poi in linea retta sottopassava la Regia strada delle Calabrie sotto un ponte a due archi, denominato "Ponte dei Francesi". All'altezza del "Ponte dei Francesi" la linea fu deviata, nel 1866, per la nuova stazione di Napoli Centrale. Proseguendo verso Portici, la linea seguiva l'attuale ferrovia Napoli-Salerno.

Nel 1840 a Pietrarsa, località sita al centro degli attuali confini dei comuni di Napoli e San Giorgio a Cremano, per volere del Re Ferdinando II di Borbone, venne costruito il Reale Opificio Borbonico, nato come stabilimento per l'industria siderurgica in grado di produrre materiale bellico e civile utilizzando anche il ferro proveniente dal Polo siderurgico di Mongiana, che a partire dal 1843 si occupò anche della costruzione e della revisione delle locomotive a vapore e delle carrozze, ospitando, inoltre, una scuola di addestramento per macchinisti. Le, ribattezzate poi, Officine di Pietrarsa sono state, di fatto, la prima fabbrica ferroviaria Italiana. Rimasero in funzione fino al 1975, diventando, dal 1989, sede del Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. L'odierno museo si sviluppa su un'area complessiva di 50mila metri quadrati, di cui 14 al coperto.

Il 4 agosto 1842 con il prolungamento della linea ferrovia fino a Torre Annunziata e Castellammare di Stabia alla stazione di Portici venne aperto il tronco trasformando la stazione da stazione di testa in stazione passante.

Il Reale Opificio di Pietrarsa

La costruzione delle Officine di Pietrarsa è stata un'altra delle influenze collaterali di questo progetto, con la conversione, nel 1842 del grande stabilimento di produzione di cannoni e proiettili d'artiglieria alla produzione ferroviaria, per la costruzione di locomotive e l'assemblaggio di materiale rotabile a Pietrarsa (decreto reale del 22 maggio 1843). Le officine divennero presto un esempio di uso di lavorazioni e tecnologie di avanguardia. Inizialmente le officine si occuparono di riparazioni, poi vennero messe in cantiere locomotive completamente assemblate nello stabilimento su modello inglese.

Anche il papa Pio IX visitò la fabbrica il 23 settembre 1849: a ricordo della storica visita i 500 operai vollero erigere una chiesa posta di fronte allo stabilimento, terminata nel 1853 poi demolita nel 1919.

Il 1845 è anche l'anno in cui venne costruita la prima locomotiva a vapore italiana (anche se sulla base di un modello inglese): questa assunse il nome augurale di Pietrarsa.[8]

Dall'inizio della produzione diretta di rotabili e fino al 1905 a Pietrarsa risultano costruite oltre 300 locomotive, varie centinaia di carrozze e qualche migliaio di carri merci[9]. Il declino della trazione a vapore in Italia coincide con il declino dell'attività delle Officine di Pietrarsa e Granili, essendo queste specializzate in tale settore, non essendo possibile una eventuale riconversione a causa della mancanza di spazi utilizzabili.[8]

La costruzione di oltre 13.500 metri quadrati, una volta dismessa, è diventata la sede del Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa.

Anche le Poste italiane hanno voluto ricordare prima il 100º anniversario dell'avvenimento nel 1939 con una serie di 3 valori (20 e 50 cent., 1,25 lire) ed in seguito il 150º anniversario dell'avvenimento, nel 1989 con l'emissione di due francobolli commemorativi, entrambi da 550 lire.

Materiale rotabile

Data la novità del mezzo ferroviario, per la realizzazione fu necessario rivolgersi all'industria straniera: la progettazione, così come il capitale investito, era francese, le locomotive, di rodiggio 1 A 1, giunsero dal Regno Unito ed erano costruite sul modello delle prime progettate da George e Robert Stephenson, nelle officine Longridge e Starbuk di Newcastle[10]. Il resto dei materiali rotabili era stato invece costruito nel Regno delle Due Sicilie. Il ferro delle rotaie proveniva dalle miniere della Vallata dello Stilaro e fu lavorato nel polo siderurgico di Mongiana, in Calabria. Le rotaie erano realizzate in ferro battuto, in moduli da 5 metri, per il peso di 25 kg per metro di lunghezza.

La locomotiva Vesuvio che trainò il treno inaugurale pesava 13 tonnellate e sviluppava una potenza di 65 CV alla velocità di 50 km/ora, trainando 7 carrozze per un peso complessivo di 46 tonnellate[11]. La caldaia era fasciata da liste di legno pregiato tenute insieme da quattro cerchiature in ottone. Il tender a due assi trasportava sia l'acqua che il carbone. La gemella Longridge aveva poco prima effettuato il treno staffetta.

Per quanto riguarda il tracciato, la pendenza massima della linea era del 2 per mille, mentre il raggio di curvatura del tragitto si attestava mediamente tra i 1300 e i 1400 metri[11].

Nel 1939 nella ricorrenza del centenario dell'inaugurazione venne ricostruito integralmente il convoglio inaugurale e, dato che non esistevano più i piani progettuali con le misure, la locomotiva venne ricostruita secondo il progetto della Bayard, anch'essa Longridge e solo leggermente differente.

Lista

Note

Bibliografia

Fonti a stampa

Storiografia e complementi

Voci correlate

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Ferdinando VI di Spagna

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Ferdinando VI di Spagna

Ferdinando VI di Borbone (Madrid, 23 settembre 1713Villaviciosa de Odón, 10 agosto 1759) fu re di Spagna dal 1746 fino alla morte.

Biografia

Stemma

Infanzia e giovinezza

Ferdinando VI nacque al Real Alcázar de Madrid il 23 settembre 1713 dal re Filippo V di Borbone e da Maria Luisa di Savoia; la sua nascita seguiva quella dei tre fratelli maggiori, Luigi, Filippo e Filippo Pietro, nati rispettivamente nel 1707, 1709 e nel 1712. Filippo era morto a 16 giorni di vita e nel 1719 morì anche Filippo Pietro, il che rese Ferdinando il secondo nella linea di successione, dopo il fratello Luigi[1].

Il giovane principe ebbe, tuttavia, un'infanzia assai triste, dal momento che, quando aveva soli cinque mesi, perse la madre, morta di tubercolosi; appena sette mesi dopo, il padre, avvinto alla ragion di stato, si risposò con Elisabetta Farnese, erede del Ducato di Parma e presumibilmente del Granducato di Toscana[2]. Crescendo, Ferdinando divenne timido, malinconico e con poca fiducia in sé stesso e nelle sue capacità, e si appassionò alla musica e alla caccia.

La nuova regina partorì altri sei figli, a cominciare da Don Carlos, nato il 20 gennaio 1716, ai quali sin dal principio dedicò tutte le proprie attenzioni, trascurando al contempo i figliastri. Ben presto, inoltre, approfittando dell'ascendente sul marito, Elisabetta Farnese ottenne una forte presa sugli affari di Stato, volgendo la politica estera del regno verso lo scopo di assicurare ai propri figli, in particolare ai maggiori, Carlo e Filippo, dei domini autonomi in Italia. Pertanto, sia Luigi che Ferdinando passarono l'infanzia in solitudine, anche perché il severo cerimoniale di corte impediva ogni contatto diretto tra i principi ed il re, loro padre, con il quale potevano comunicare soltanto mediante epistole in francese, la lingua usata in famiglia[3].

Nel 1721, compiuti i sette anni, Ferdinando ottenne un appartamento autonomo nel Palazzo Reale ed il re pose il conte di Salazar come precettore per il giovane infante[4].

Il 10 gennaio 1724, Filippo V, malinconico e frustrato, decise di abdicare in favore del proprio figlio sedicenne Luigi, che era sposato con la quindicenne Luisa Elisabetta d'Orleans; dato che non aveva figli, Ferdinando, di appena dieci anni, divenne Principe delle Asturie.

Luigi, tuttavia, regnò per soli sette mesi, poiché contrasse il vaiolo e morì il 31 agosto 1724, pochi giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno. Secondo le leggi ordinarie di successione, il suo erede avrebbe dovuto essere Ferdinando, ma la regina madre, Elisabetta Farnese, fece forti pressioni sul marito affinché annullasse l'abdicazione e riassumesse il trono: Filippo cedette, riprese la corona e giurò il 25 novembre davanti alle Cortes, riconvocate a tale scopo, mentre Ferdinando fu confermato Principe delle Asturie[5].

Matrimonio

Il 20 gennaio 1729, Ferdinando sposò la principessa portoghese Maria Barbara di Braganza, figlia di Giovanni V del Portogallo, mentre il di lei fratello Giuseppe, futuro Giuseppe I sposava la sorellastra di Ferdinando, Marianna Vittoria. Lui aveva sedici anni, mentre lei diciotto.

Entrambi i matrimoni costituivano un tentativo di ripristinare relazioni di buon vicinato tra Spagna e Portogallo e, al di là di questo, furono positivi: sebbene inizialmente Ferdinando fosse assai turbato dall'aspetto non eccelso di Maria Barbara, che era assai robusta, ben presto divennero estremamente affiatati, anche grazie alla comune passione musicale[6].

Infatti, se Maria Barbara era stata allieva del compositore italiano Domenico Scarlatti, che peraltro fu invitato a Madrid, Ferdinando fu il più grande e generoso tra i protettori del celebre cantante evirato napoletano Farinelli, la cui voce era in sintonia con il carattere malinconico del monarca. Il Farinelli divenne a tal punto influente e ricco che chiunque avesse avuto bisogno di un favore dal sovrano doveva rivolgersi a lui se voleva ottenerlo, pur mantenendo ad ogni modo un equilibrio di onestà raro per quei tempi.

Unico problema di tale unione, tuttavia, fu la mancanza di eredi: Maria Barbara, infatti, rimase incinta solo nel 1733, ma diede alla luce un figlio nato morto e con il tempo iniziò a soffrire di forti problemi di salute, fra cui l'asma, che le impedirono ulteriori gravidanze[7].

Ascesa al trono

Ferdinando rimase Principe delle Asturie per i successivi ventidue anni di regno del padre, il cui stato mentale, tuttavia, ben presto cominciò a deteriorarsi, mentre Elisabetta Farnese, allo scopo di assumere maggiore influenza sulla politica spagnola, tendeva ad escludere il principe ereditario dalla vita di corte e dalle visite al suo stesso padre; in tale atmosfera ben presto alcuni ambienti della nobiltà e del clero insistettero verso il sovrano affinché abdicasse, ma Elisabetta riuscì ad impedire tali suggestioni[8].

Nel 1733, inoltre, Elisabetta impose che Ferdinando e Maria Barbara potessero ricevere visite da non più di quattro persone, i cui nomi sarebbero stati comunicati al re (ovvero ad Elisabetta medesima) e che tra tali ospiti non vi potessero essere gli ambasciatori di Francia e Portogallo; la regina giunse a vietare ai principi di mangiare in pubblico o di visitare templi o monasteri, oltre ad avere ogni rapporto con il governo e con il segretario di stato[9].

Negli ultimi anni di regno la salute di Filippo V ebbe un tracollo e il re si spense il 9 luglio 1746 a seguito di un ictus; finiva così la semi-prigionia di Ferdinando.

Infatti, non appena salì al trono, il nuovo sovrano ordinò alla regina vedova Elisabetta Farnese di lasciare il palazzo reale di Madrid e di recarsi presso la villa della Duchessa di Osuna insieme ai figli più piccoli, Luigi e Marianna Vittoria; l'anno successivo Ferdinando bandì la matrigna da Madrid e la confinò a Segovia presso il palazzo de Granja de San Ildefonso, ignorando completamente le sue reiterate proteste[10].

In merito a tali circostanze, l'ambasciatore francese a Madrid, sottolineando il ruolo e l'influenza di Maria Barbara, commentò: "È piuttosto Maria Barbara a succedere ad Elisabetta che non Ferdinando a Filippo"[11].

Disegno politico

Gran Maestro dell

Accanto alla moglie, Ferdinando lasciò ampia influenza e libertà di azione ai propri ministri, in particolare al segretario al tesoro e alle Indie, Marchese di Ensenada, assai vicino alla Francia, ed al segretario di stato José de Carvajal y Lancaster, sostenitore di un'alleanza con la Gran Bretagna, le principali figure politiche durante il regno di Ferdinando VI.

Ferdinando VI, al contrario del padre, preferì attuare una politica di stretta neutralità, allo scopo di favorire la ripresa dei commerci e dei mercati coloniali, onde prevenire un'ulteriore espansione britannica e, a tale scopo, richiamò le truppe dall'Italia, disimpegnandosi dalla guerra di successione austriaca[12].

Gran Maestro dell

Nel 1751 Ensenada presentò al sovrano un vero e proprio programma, i cui passaggi fondamentali erano: pace e restituzione alla Spagna di un ruolo di prestigio sulla scena mondiale; mantenere un rapporto positivo con il Portogallo e lo status quo in Italia, ovvero difendere gli Stati di Napoli e Parma, affidati rispettivamente a Carlo e Filippo, fratellastri del re, senza l'uso della forza; riottenere Gibilterra ed abrogare le clausole della Pace di Utrecht che conferivano alla Francia il cosiddetto asiento e alla Gran Bretagna il diritto del vascello di permesso (il diritto di inviare una nave all'anno nelle colonie americane spagnole, che costituiva un forte incentivo al contrabbando)[13].

Naturalmente, per ottenere tali risultati, Ensenada propugnava una politica di rafforzamento dell'esercito e della marina militare, affinché la Spagna potesse affrancarsi dagli aiuti francesi e allo stesso tempo potesse resistere alla potenza navale inglese[14].

Gran Maestro dell

Politica interna

In conformità a tali progetti, Ensenada intraprese un forte programma di riarmo, allo scopo di portare la forza dell'esercito di terra a 100 battaglioni di fanteria e 100 squadroni di cavalleria, in modo da ridurre il divario nei confronti della Francia (al tempo aveva 377 battaglioni e 235 squadroni), mentre la marina spagnola avrebbe dovuto equipaggiare in cinque anni 60 navi, di cui almeno 40 fregate (la Royal Navy aveva in servizio, infatti, 288 navi contro le 33 spagnole). Per quanto riguarda l'esercito, tale obbiettivo fu completamente raggiunto, mentre la marina poté armare solo 27 navi sulle 60 previste[15].

Gran Maestro dell

Il costo di tali misure indusse lo stesso Ensenada ad attuare una riforma fiscale mirante alla istituzione, nelle terre della Corona di Castiglia, di un contributo unico sul reddito, sul modello di quanto attuato in precedenza nella Corona di Aragona poco dopo la Guerra di successione spagnola. Tale contributo unico, detto anche cadastre, avrebbe sostituito le diverse imposizioni fiscali, ma non fu mai pienamente attuato per via delle fortissime resistenze; in ogni caso, il reddito fiscale fu notevolmente incrementato con la costituzione di monopoli sui beni e sui consumi di lusso (in primis tabacco e giochi) e con la istituzione di un sistema statale di esazione dei tributi, sottoposti a stretto controllo della corona, in sostituzione del precedente sistema degli appalti concessi a privati cittadini[16].

Accanto a tali misure fu istituito, nel 1752, il Giro Real, una banca di favore per trasferire i fondi pubblici e privati fuori dalla Spagna mantenendo tutti gli scambi esterni sotto controllo della Tesoreria Reale, arricchendo così lo Stato, il quale non necessitava più di una banca d'appoggio esterna; fu anche fondata la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando allo scopo di promuovere l'arte e la cultura nel regno.

Gran Maestro dell

Inoltre, nel 1753, fu stipulato un concordato con la Chiesa cattolica in modo da chiudere i contrasti risalenti alla Guerra di successione spagnola: Benedetto XIV ottenne in Spagna il patronato universale, detenendo direttamente il controllo e l'amministrazione di tutto il clero presente nella penisola iberica; lo Stato poté imporre contributi fiscali al clero e fu sollevato dai costi derivanti dalla cura e dallo stipendio dei sacerdoti[17].

Infine, Ferdinando VI, il 30 agosto 1749, ordinò l'espulsione della popolazione gitana del regno (con l'eccezione dei minori di 14 anni che furono affidati alle istituzioni religiose)[18], mentre il 6 luglio 1751 promulgò un'ordinanza con cui vietava l'attività della massoneria[19].

Cavaliere dell

Politica estera

Nei primi anni di regno, la politica estera di Ferdinando VI e dei suoi ministri ebbe come destinatari principali le colonie americane e la loro sicurezza mediante la stipula di due trattati.

Infatti, il 13 gennaio 1750, Spagna e Portogallo stipularono il Trattato di Madrid, con il quale delimitarono i confini dei rispettivi imperi coloniali, superando quei contenziosi che si trascinavano sin dal Trattato di Tordesillas: in base all'accordo, il re del Portogallo riconobbe la colonia spagnola delle Filippine e cedette la contesa colonia di Sacramento, mentre la Spagna accettò le conquiste portoghesi nell'Amazzonia e cedette sette reducciones appartenenti ai gesuiti poste nell'odierno Paraguay. Tale cessione provocò la lunga e sanguinosa rivolta degli indios Guaraní, che abitavano le reducciones sotto l'egida dei gesuiti: il trattato fu quindi annullato da Carlo III nel 1761 e la questione fu chiusa solo nel 1777[20].

Poi, il 5 ottobre dello stesso anno, il segretario di stato Carvajal negoziò un accordo con la South Sea Company mediante il quale, dietro il compenso di 100 000 ghinee, la compagnia rinunciava all'asiento; in ogni caso, tale trattato non fermò il mercato clandestino di schiavi di colore che si svolgeva tra la Giamaica e il Belize[21].

Infine, il 14 giugno 1752, Spagna e Austria firmarono il Trattato di Aranjuez, con il quale entrambe le potenze riconoscevano lo status quo italiano.

Caduta di Ensenada

Negli anni seguenti il re ed il governo spagnolo volsero la loro attenzione al fiorente contrabbando britannico e cercarono di limitarlo restringendo le misure di sorveglianza.

Ben presto, nonostante la stipula dell'Accordo di Madrid del 5 ottobre 1752, i continui contrasti doganali minarono le relazioni ispano-britanniche e l'ambasciatore inglese a Madrid, Benjamin Keene, considerando Ensenada come il principale responsabile del deterioramento dei rapporti tra i due paesi, fece pressioni sulla corte affinché fosse allontanato Ensenada, la cui influenza era divenuta ancor più forte a seguito della morte del segretario di stato Cervajal[22].

Va notato, poi, che la posizione del ministro aveva attirato notevoli critiche sia per il progetto di riforma fiscale, sia per la guerra degli indios Guaranì, sia per il conflitto su chi avesse dovuto ricoprire l'incarico di ambasciatore a Londra: il maggiordomo maggiore del re, Fernando de Silva y Álvarez de Toledo, duca di Huéscar, infatti, patrocinava la candidatura di Ricardo Wall, sostenitore di una politica di neutralità, e aveva fortemente criticato la gestione di Ensenada della ribellione dei Gesuiti. Poco dopo, il duca di Huéscar ottenne l'appoggio dell'ambasciatore britannico Keene ed insieme indussero Ferdinando VI, peraltro non informato delle intenzioni bellicose di Ensenada, di disporre l'arresto del ministro, che fu effettuato domenica 21 luglio 1754[23].

Arrestato, Ensenada fu sottoposto a processo con l'accusa di aver rivelato segreti di stato; i magistrati, tuttavia, derubricarono l'imputazione al meno grave reato di appropriazione indebita, ma in seguito il processo fu sospeso grazie all'intercessione di Farinelli presso il sovrano[24].

Con la caduta di Ensenada fu istituito un nuovo governo: Wall ottenne la segreteria di stato, Portocarrero il dicastero delle colonie, il Conte di Valparaiso il ministero delle finanze, i generali Sebastián de Eslava e Julian de Arriaga y Ribera rispettivamente la guerra e la marina.

Il nuovo esecutivo ebbe come problema principale quello di mantenere la neutralità spagnola nel corso della Guerra dei sette anni, scoppiata nel maggio del 1756 e che vedeva contrapporsi l'inedita alleanza franco-austriaca contro quella anglo-prussiana. Entrambi i contendenti cercarono l'appoggio spagnolo: la Gran Bretagna offrì la restituzione di Gibilterra e un maggiore apporto contro il problema del contrabbando, la Francia promise la consegna della piazza di Minorca, occupata nel giugno del 1756 e dominio britannico dal 1714, oltre al rinnovo dei Patti di Famiglia. Ferdinando VI, tuttavia, ritenendo che la Spagna non fosse militarmente pronta, ribadì la neutralità spagnola, nonostante gli attacchi inglesi contro i pescherecci baschi che si spingevano nelle acque di Terranova[25].

Morte

Nel 1758 la salute della regina peggiorò per via della sempre più forte asma; ciò indusse il sovrano a sospendere ogni divertimento a corte e poi a ordinare il trasferimento, a tappe, della famiglia reale presso Aranjuez, nella speranza che il cambio di luoghi potesse giovare alla salute della moglie[26].

Nel mese di luglio, Maria Barbara iniziò a soffrire di forti febbri; il 25 agosto perse la voce ed entrò in agonia; morì la mattina del 27 agosto ed il feretro fu portato al Convento de las Salesas Reales, da lei stessa fondato[27].

La morte della regina fece degenerare la malinconia del sovrano in uno stato di follia: Ferdinando VI, infatti, non partecipò ai funerali dell'amata moglie e, accompagnato dal fratellastro, l'infante Luigi Antonio, si stabilì nel castello di Villaviciosa de Odón, cercando di distrarsi con la caccia.

Dopo appena dieci giorni, iniziarono i sintomi della malattia: intento alla caccia, il re sentì una fortissima paura di morire e una sensazione di annegamento che lo indusse a ritornare nel castello; firmò l'ultimo documento ufficiale un mese dopo la morte della moglie, smise di parlare, ridusse sempre di più i suoi pasti giungendo a compiere lunghi digiuni e, infine, si chiuse in una stanza, ammobiliata con solo un letto, ove trascorse i suoi ultimi mesi[28].

In questo ultimo periodo divenne aggressivo: nonostante fosse sedato con l'oppio, mordeva chiunque lo visitasse (così ha lasciato scritto il fratellastro Luigi Antonio in una lettera a sua madre), tentò diverse volte il suicidio chiedendo a medici e a membri della guardia reale veleno o armi ed era solito girare per le stanze del castello con un lenzuolo come un fantasma o giacere a terra come se fosse morto; infine, smise di mangiare, di curare l'igiene personale e dormiva su due sedie e uno sgabello[29].

Il 10 agosto 1759, esattamente il tredicesimo anniversario della sua proclamazione come re, Ferdinando morì senza figli all'età di 45 anni a causa della sua malattia mentale e delle sue condizioni fisiche di malnutrizione; su suo desiderio, fu seppellito accanto alla moglie in una cappella del Convento de las Salesas Reales, progettata da Francesco Sabatini e completata durante il regno del suo successore, il fratellastro Carlo III[30].

Ascendenza

Onorificenze

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Elezioni parlamentari in Grecia del giugno 2023

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Elezioni parlamentari in Grecia del giugno 2023

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Le elezioni parlamentari in Grecia del giugno 2023 si sono tenute il 25 giugno per il rinnovo del Parlamento ellenico, giunto alla sua XX legislatura[1][2][3][4].

Le consultazioni sono state indette ad un mese dalle elezioni precedenti a causa dell’incapacità nel costituire un eventuale governo di coalizione, dovuta ad una situazione di stallo politico generata dal sistema elettorale[5][6][7].

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Esse hanno visto un’ennesima ed importante riconferma del partito di centro-destra Nuova Democrazia e del suo leader Kyriakos Mītsotakīs, con ben il 40,56% dei consensi e 158 seggi, riuscendo dunque ad ottenere nuovamente, rispetto alle elezioni precedenti, la maggioranza assoluta in Parlamento[8][9][10].

Contesto

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Sistema elettorale

A differenza delle precedenti elezioni, la legge in vigore per questa tornata elettorale prevede una serie di modifiche nell’assegnazione dei seggi. Poiché infatti la proposta che approvò nel 2020 la maggioranza a guida Nuova Democrazia non ebbe il supporto di almeno una maggioranza dei 2/3 per entrare subito in vigore (come previsto dalla Costituzione), la sua data di applicazione è slittata alle prime elezioni successive dopo il primo rinnovo del parlamento (avvenuto nel maggio 2023), cioè quest’ultime[11].

Essa definisce un ritorno ad un sistema proporzionale con premio di maggioranza ma secondo una formula molto diversa dalla precedente, abrogando dunque il sistema proporzionale semplice che ha contrassegnato la precedente elezione, pur mantenendo una soglia di sbarramento del 3% per entrare in Parlamento.

Nello specifico, anziché un premio fisso di 50 seggi al partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti (come accadeva prima del passaggio al proporzionale semplice), è previsto un premio progressivo, che assegna sempre più seggi (fino ad un massimo di 50) in base alla percentuale di voti ottenuti. Se un partito, infatti, ottenesse il 25% dei voti, riceverebbe automaticamente 20 seggi e, superata questa percentuale, un seggio ogni mezzo punto percentuale, fino al 40%, soglia in cui riceverebbe tutti i 50 seggi disponibili[12].

Ciò vuol dire che, in un’elezione, i seggi da distribuire in maniera proporzionale possono variare da 250 (se un partito ha raggiunto almeno il 40% delle preferenze), a 300 (se nessun partito ha raggiunto il 25%).

Disposizioni elettorali generali

In Grecia il voto è obbligatorio, con la registrazione degli elettori automatica[13]. Tuttavia, nessuna delle sanzioni legalmente esistenti è mai stata applicata[14].

Per avere la maggioranza parlamentare un partito o una coalizione dovrebbe controllare 151 seggi su 300. Le schede bianche o nulle, così come i voti per le forze politiche che non hanno raggiunto lo sbarramento del 3% non sono conteggiate per l'assegnazione dei seggi.

Parlamento uscente

Sondaggi politici

Risultati

Nota: Per via del sistema elettorale adottato per queste elezioni (diverso dal proporzionale puro utilizzato per le consultazioni precedenti), che prevede un premio di maggioranza in base ai risultati percentuali ottenuti dai vari partiti, alcune fazioni, pur avendo avuto risultati diversi o quantomeno simili, hanno subito variazioni sostanziali dei seggi per permettere l’attuazione di tale meccanismo di ripartizione (i cui seggi sono stati, in questa tornata, attribuiti a Nuova Democrazia).

Note

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Ferrovia Cogne-Acque Fredde

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Ferrovia Cogne-Acque Fredde

La ferrovia mineraria Cogne-Acque Fredde (in francese, Chemin de fer minier Cogne - Eaux-Froides) fu realizzata dalla società Cogne per lo sfruttamento delle miniere di ferro poste nei pressi dell'omonima località valdostana.

Essa era parte di un sistema di trasporto per l'alimentazione del complesso siderurgico di Aosta assieme a teleferiche minerarie: per lo sfruttamento delle miniere di carbone di La Thuile vennero realizzate la Ferrovia La Thuile-Arpy e la Ferrovia Aosta-Pré-Saint-Didier.

In seguito alla chiusura delle miniere, avvenuta nel 1979, ne fu proposta la trasformazione in tranvia interurbana, ad uso turistico, con prolungamento della linea da Eaux-Froides[1] a Plan Praz ed interscambio con la telecabina Aosta Pila, sia come collegamento invernale tra il comprensorio di Pila (orientato allo sci da discesa) e quello di Cogne (orientato allo sci da fondo) che come collegamento tra Aosta e Cogne, concorrenziale con il vettore stradale, e facente parte nel progetto di recupero museale del vasto complesso minerario di Cogne. Nonostante significativi investimenti, tale intenzione tuttavia non fu mai concretizzata.

Storia

I lavori di costruzione della linea iniziarono nel 1916 e il 18 ottobre 1922 fu inaugurata ufficialmente la lunga galleria del Drinc (pron. fr. "Drènc").

Il 19 febbraio 1923 una locomotiva a vapore mineraria alimentata a nafta da circa 75 kW compì la prima corsa lungo la linea: la ristretta sezione della galleria del Drinc (8,5 m²) e la sua lunghezza provocarono ristagni dei fumi che limitarono la capacità di trasporto. Ciò provocò la morte per soffocamento di due operai il 25 novembre 1925 inducendo a sostituire la locomotiva a vapore con 2 locomotori elettrici a 2 assi ad accumulatori da 26 kW, posti in servizio nel 1926.

Per le loro limitate prestazioni nello stesso anno si pensò ad elettrificare la linea a 600 V cc e fu dunque acquisito un locomotore elettrico a 2 assi dalle Officine Savigliano con cabina a sbalzo della potenza di 80 kW contrassegnato con la lettera "L". Due ulteriori locomotori a carrelli da 160 kW furono consegnati nel 1928.

Con 2 convogli in circolazione per 16 ore giornaliere si riuscirono a trasportare così circa 1200-1300 t di minerale al giorno. Per poter avere una riserva ed effettuare le operazioni di manutenzione ai locomotori nel 1937 ne fu costruito un terzo.

La mancata riapertura

Dopo la chiusura degli impianti, avvenuta nel 1979, le pratiche di acquisizione della linea mineraria da parte del Comune di Cogne si protrassero fino al 1984, consentendo in seguito di ammodernare la stessa con sostituzione del binario e lavori di consolidamento e regolarizzazione delle gallerie svolti fra il 1986 e il 1990.

Il prolungamento di 800 m da Acque Fredde alla località Plan-Praz, dove è possibile l'interscambio con la telecabina Aosta-Pila attivata nel 1988, venne realizzato tra il 1998 e il 2005.

Per il servizio furono progettati un convoglio di 10 carrozze da 16 posti ciascuna inquadrate da 2 locomotori elettrici ad accumulatori, più uno di riserva ed un locomotore diesel la cui costruzione venne affidata alla Firema; i 3 locomotori, ordinati nel 1999, vennero consegnati nel 2006 e le 10 carrozze, ordinate nel 1997, vennero ultimate nel 2000 e lasciate in custodia fino al 2005, quando vennero consegnate. Era previsto un esercizio a spola con una corsa di andata e ritorno ogni ora, con un tempo percorrenza di 25 minuti e capacità di trasporto di 160 persone l'ora per senso di marcia. La stima dei costi di rammodernamento si aggira attorno ai 30 milioni di euro[2].

Con la consegna nel 2006 dell'impianto dell'amministrazione regionale alla Pila Spa,[3] che gestisce la telecabina Aosta Pila, emersero problemi ai rivestimenti di alcuni tratti della lunga galleria del Drinc, al binario mal posato e dubbi sull'autonomia dei locomotori a effettuare il previsto servizio giornaliero di 10 corse di andata e ritorno.

Nel 2007 venne insediata dall'amministrazione regionale una commissione di valutazione dello Stato dell'impianto e il collaudo definitivo venne sospeso sine die. In suo luogo furono redatti 3 studi sullo stato delle opere civili secondo i quali si sarebbero riscontrate gravi carenze che avrebbero impedito il servizio così come concepito. Nel 2011 la commissione di valutazione fece proprie le conclusioni dei 3 studi confermando la sospensione dei lavori; una risoluzione del consiglio regionale, promosse uno studio di fattibilità per un collegamento funiviario Cogne Pila[4]. Su denuncia dell'amministrazione regionale nei confronti del progettista e direttore dei lavori della struttura[5] la Corte dei conti aprì un procedimento nel 2010, che nel gennaio 2013 si risolse in una sentenza di condanna[6].

Nel giugno 2012 il consiglio regionale accolse una petizione di cittadini sulla conservazione delle miniere[7], bocciando peraltro la proposta di revisione del progetto ferroviario; furono dunque avviate le procedure di dismissione e riconversione di impianti e rotabili con riconversione della tratta Acque Fredde – Plan Praz in strada a servizio.

Locomotori e carrozze sono stati messi in vendita dall'amministrazione regionale ad aprile 2020.

Caratteristiche

La ferrovia mineraria, conosciuta in ambito locale come il "Trenino di Cogne" o la ferrovia del Drinc[8] era armata con lo scartamento di 900 mm, tipico delle miniere americane ma inconsueto in Europa.

Omologata per il trasporto merci, nei casi di interruzione della strada di fondovalle tra Cogne ed Aymavilles per valanghe o frane la linea tuttavia garantiva il trasporto gratuito di derrate, combustibili e persone: fino agli anni cinquanta erano presenti a tale scopo due carrozze a carrelli, utilizzate anche per il trasporto delle maestranze della Cogne e loro familiari in occasioni particolari.

Particolare noto solo nell'ambiente minerario, per anni la galleria del Drinc è stata la galleria ferroviaria mineraria più lunga al mondo.[9]

Percorso

La linea aveva inizio in località Eaux-Froides, nel comune di Gressan, punto terminale della teleferica proveniente da Aosta. Quindi la ferrovia imboccava la breve galleria Charemoz (510 m) per proseguire nella lunga galleria del Drinc di 6730 m, che sbucava ad Épinel nell'alta Val di Cogne, posto di movimento e sede della Sottostazione Elettrica per l'alimentazione della linea aerea.

Dopo un percorso a mezza costa intervallato dalla galleria di Crétaz (985 m), giungeva a Cogne vicino al villaggio Moline, dove fu realizzato un ampio piazzale per lo smistamento delle merci, in prossimità delle teleferiche dirette alle miniere Colonna e Côte-du-Sapin (Costa del Pino).

Vista la prevalenza di gallerie (64,5% del percorso) la linea aveva andamento prevalentemente rettilineo (83,5% del percorso) con curve di raggio comprese generalmente tra gli 80 ed i 150 m. Le pendenze erano in genere contenute con un massimo dell'1,5 %, il tracciato si sviluppava tra i 1515 ed i 1562 m.

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Pernilla August

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Pernilla August

Mia Pernilla Hertzman-Ericson[1] coniugata August (Stoccolma, 13 febbraio 1958) è un'attrice e regista svedese.

Biografia

Iniziò a recitare durante l'infanzia, prima a scuola e poi a teatro. La sua carriera professionale ebbe però inizio nel 1979, quando cominciò a frequentare una scuola di recitazione. Attirò l'attenzione di Ingmar Bergman, che la selezionò per interpretare un ruolo secondario nel film Fanny e Alexander. Ha partecipato anche ad alcune famose rappresentazioni teatrali, come l'Amleto di William Shakespeare, Casa di bambola di Henrik Ibsen e Tre sorelle di Anton Čechov. Il ruolo che le ha dato più fama, però, è quello che ha interpretato in due dei tre prequel della saga di Guerre stellari (più precisamente Star Wars - Episodio I - La minaccia fantasma e Star Wars - Episodio II - L'attacco dei cloni): in questi film era Shmi Skywalker, la madre di Anakin Skywalker. È apparsa anche nella serie TV dedicata al giovane Indiana Jones. Nel 2021 prende parte alla serie svedese di Netflix Young Royals, dove interpreta la Regina Kristina di Svezia, madre del protagonista.[2]

Vita privata

August si è sposata due volte, e ha cambiato nome in entrambi i casi: il suo primo matrimonio è stato con Klas Östergren, mentre il secondo è avvenuto con il citato Bille August (dal 1991 al 1997). Ha tre figlie, chiamate Agnes, Asta e Alba. Il cognome August le viene dal suo matrimonio con il regista danese Bille August, il suo secondo ex-marito.

Filmografia parziale

Attrice

Doppiatrice

Regista

Doppiatrici italiane

Nelle versioni in italiano dei suoi lavori, Pernilla August è stata doppiata da: Da doppiatrice è sostituita da:

Riconoscimenti

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Caso Chiles-Whitted

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Caso Chiles-Whitted

Il caso Chiles-Whitted è un avvistamento di UFO avvenuto nel luglio 1948 da parte di due piloti commerciali statunitensi, quando il loro Douglas DC-3 ebbe una quasi collisione sui cieli dell'Alabama con uno strano oggetto volante a forma di siluro che volava vicino al loro aereo. Fu un importante avvistamento per parecchie ragioni: era la prima volta che si verificava a distanza ravvicinata (secondo i due piloti, qualche centinaio di metri), e fu riferito da due piloti molto esperti, Clarence Chiles e John Whitted. I due erano stati decorati per il loro servizio svolto durante la seconda guerra mondiale ed erano molto stimati nella compagnia dove lavoravano, la Eastern Airlines. Il capitano dell'U.S. Air Force Edward J. Ruppelt scrisse che dopo l'incidente di Thomas Mantell era la prima volta che due piloti erano stati abbastanza vicini a ciò che sembrava un UFO ed erano tornati indietro vivi per poterlo raccontare. Il caso venne studiato dal personale del progetto Sign e venne considerato molto importante, fu una delle ragioni principali per cui venne avanzata l'ipotesi extraterrestre come spiegazione per gli UFO.

Cronologia dei fatti

Nelle prime ore del mattino del 24 luglio 1948 il pilota Clarence Chiles e il co-pilota John Whitted stavano volando su un aereo Douglas DC-3 dell'Eastern Airlines da Mobile a Montgomery ad un'altitudine di circa 1.500 metri. Alle 2,45 circa Chiles notò un'indistinta nube rossa, simile ai gas di scarico di un aereo; era lievemente sopra il loro aereo, di fronte a destra e ad una distanza di circa mezzo chilometro. Chiles vide un aereo e pensò che fosse la fonte del gas di scarico, così lo indicò a Whitted e disse: "guarda, viene un nuovo jet militare". Poi i due piloti si accorsero che non si trattava di un aereo a reazione, e che l'oggetto si muoveva verso di loro a grande velocità. Come scrisse il capitano Edward J. Ruppelt, in pochi secondi l'UFO fu quasi sopra di loro. Chiles fece fare al DC-3 una virata a sinistra. L'UFO sfrecciò a circa 200 metri sulla destra e una turbolenza d'aria colpì l'aereo. Whitted si voltò indietro e vide che l'UFO si alzava rapidamente verso l'alto. Entrambi i piloti avevano avuto una buona visuale dell'UFO e poterono fare un'accurata descrizione agli investigatori dell'USAF. I piloti avevano visto l'oggetto per 10 o 15 secondi. Entrambi lo descrissero come un oggetto a forma di sigaro o di siluro, lungo circa 30 metri e con un diametro tre volte più grande di un bombardiere B-29. La "fusoliera" dell'oggetto era interamente liscia, senza ali, alettoni o protuberanze. Dal lato posteriore fuoriusciva un gas di scarico molto brillante, di colore rosso-arancio; la scia si estendeva per circa 10-15 metri dietro l'oggetto. Essi non sentirono alcun suono quando l'oggetto passò vicino al DC-3. Poche settimane dopo l'avvistamento, Chiles precisò che sulla "fusoliera" dell'oggetto c'erano due file di finestrini rettangolari, una superiore e una inferiore; dai finestrini traspariva una luce. Sotto l'oggetto c'era una luce intensa di colore blu. La luminosità dell'oggetto era così intensa che entrambi furono accecati per qualche secondo. Data l'ora, la maggior parte dei passeggeri dormiva. Uno di essi, Clarence L. McKelvie, diede in seguito la sua testimonianza. Egli disse che vide una straordinaria luce brillante dal finestrino vicino al suo sedile; spiegò che la luce si muoveva parallelamente all'aereo, ma ad un'altitudine maggiore. Pochi secondi dopo l'avvistamento, Chiles chiamò i controllori di volo dell'Eastern Airlines, per sapere se qualche aereo sperimentale era in volo in quella zona, ma la risposta fu negativa. L'aereo atterrò a Birmingham intorno alle 4,00. I piloti andarono in albergo e seppero subito che il caso aveva generato un grande interesse. Dopo poche ore, furono intervistati dai giornalisti e il caso fu portato all'attenzione nazionale. Alcune persone suggerirono che potesse essere una meteora, ma i piloti rifiutarono quest'ipotesi perché avevano visto diverse meteore nel corso della loro carriera e potevano dire che l'oggetto osservato non era certamente una meteora.
Dopo pochi giorni, gli investigatori del Progetto Sign cominciarono le indagini e interrogarono Chiles, Whitted e McKelvie.

Altre testimonianze

Walter Massey, un capo equipaggio di terra alla Robins Air Force Base in Georgia, a circa 240 km da Montgomery, disse di avere visto in cielo un oggetto cilindrico circa un'ora prima dell'avvistamento da parte di Chiles e Whitted. Come riferisce Jerome Clark, Massey dichiarò che l'oggetto era due o tre volte più grande di un bombardiere B-29 ed emetteva dalla coda una lunga scia di gas infuocato. Il testimone riteneva con certezza che l'oggetto non fosse una meteora. Edward J. Ruppelt ha riportato un'altra testimonianza da parte di un pilota, che volava tra la Virginia e la Carolina del Nord. Il pilota ha riferito di avere visto "una stella cadente molto brillante" in direzione di Montgomery nello stesso orario dell'avvistamento da parte di Chiles e Whitted. Ruppelt ha anche riferito che il 20 luglio un oggetto simile era stato avvistato nei Paesi Bassi a L'Aia. Il giorno successivo fu inoltrato negli USA un rapporto, molto scarno e lacunoso, che sarebbe stato dimenticato se dopo quattro giorni non ci fosse stato l'avvistamento da parte di Chiles e Whitted.

Spiegazioni

Il Pentagono suggerì che i piloti avevano visto un pallone sonda, ma questa spiegazione fu presto rifiutata. Come ha riferito Jerome Clark, un portavoce dell'USAF disse dopo pochi giorni che l'avvistamento era credibile, perché "questo Paese non ha aerei con una doppia file di finestrini, senza ali, con propulsione a reazione e una scia di gas di scarico di 12 metri". L'astronomo Josef Allen Hynek disse che nessuna spiegazione astronomica era plausibile. In seguito, con una spiegazione un po' forzata, come disse lui stesso, suggerì che i piloti potevano avere visto "una straordinaria meteora". Il personale del Progetto Sign fu molto interessato al caso. All'inizio considerò che l'oggetto potesse essere un razzo, ma fu evidente che non c'era una tecnologia conosciuta che permettesse ad un razzo di essere così manovrabile come avevano asserito i piloti. Gli investigatori studiarono oscuri giornali tecnici (tra cui alcuni che contenevano i lavori dell'ingegnere tedesco Ludwig Prandtl) ed arrivarono alla conclusione che una "fusoliera volante" era fattibile se si usava l'energia nucleare come fonte di energia. Basandosi su questo ed altri casi il personale del Progetto Sign cominciò a considerare con favore l'ipotesi extraterrestre. Poiché non c'erano evidenti prove fisiche a favore, essi dissero semplicemente che la tecnologia terrestre non poteva spiegare alcuni casi di avvistamenti di UFO. Essi scrissero il leggendario rapporto Stima della situazione per spiegare questo caso. Il presunto rapporto fu respinto dai vertici dell'USAF per mancanza di prove fisiche e ne fu ordinata la distruzione. Il caso Chiles-Whitted venne quindi classificato come "non spiegato"[1]. Comunque, la maggior parte del personale del progetto Sign si rifiutò di abbandonare l'ipotesi extraterrestre. All'interno del gruppo si creò tuttavia una spaccatura tra coloro che erano favorevoli all'ipotesi extraterrestre e quelli che ritenevano che gli UFO fossero prototipi segreti costruiti in Unione Sovietica[2]. A causa del conflitto "anti-extraterrestri" con i vertici militari, nel febbraio del 1949 il Progetto Sign fu cancellato e sostituito con il Progetto Grudge. L'ipotesi della meteora avanzata da Hynek divenne così la spiegazione ufficiale dell'USAF per il caso Chiles-Whitted, anche se questa spiegazione non fu menzionata in successive discussioni sull'avvistamento.

Note

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Marit Bjørgen

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Marit Bjørgen

Vedi maggiori dettagliMarit Bjørgen (Trondheim, 21 marzo 1980) è un'ex fondista norvegese. Vincitrice di 15 medaglie olimpiche, di cui 8 d'oro, 4 d'argento e 3 di bronzo, è la sportiva con il maggior numero di medaglie e medaglie d'oro ai Giochi olimpici invernali (sia nella classifica femminile che maschile), oltre che una degli sportivi più titolati e medagliati in assoluto. Nel suo palmarès annovera anche 18 ori ai campionati mondiali e 4 Coppe del Mondo generali. Detiene sia il record assoluto di vittorie in gare di Coppa del Mondo (114) che di vittorie in gare sprint (40).

Biografia

Originaria di Rognes, corre per il Team Cresco - Elite Kvinner[1] ed è allenata da Svein Tore Samdal. Tra le due tecniche, predilige il passo pattinato; fortissima nelle sprint e nelle corse con partenza in linea, nel tempo ha saputo migliorare sulle distanze più lunghe e in tecnica classica[senza fonte].

Stagioni 1999-2006

Ha debuttato in campo internazionale ai Mondiali juniores del 1999 a Saalfelden, senza conseguire risultati di rilievo. In Coppa del Mondo ha esordito il 27 dicembre dello stesso anno nello sprint a tecnica classica di Engelberg (39ª) e ha conquistato il primo podio il 10 marzo 2002 nella staffetta di Falun (2ª); nello stesso anno ha vinto la medaglia d'argento con la staffetta 4x5 km ai XIX Giochi olimpici invernali di Salt Lake City 2002 e si è classificata 50ª nella 15 km e 14ª nella 30 km. Sempre nel 2002, il 26 ottobre, ha colto la sua prima vittoria a Düsseldorf, nello sprint a tecnica libera di apertura della stagione, confermandosi nelle sprint di Clusone e di Reit im Winkl tanto da vincere la sua prima Coppa del Mondo di specialità. Nella stagione successiva ha vinto sette sprint individuali, conquistando il secondo posto nella classifica generale dietro a Gabriella Paruzzi e nuovamente la "coppetta" di sprint. Nel 2004-2005 si è affermata anche sulle distanze più lunghe, vincendo così la Coppa del Mondo generale, entrambe quelle di specialità (distanza e sprint) e ottenendo cinque medaglie ai Mondiali di Oberstdorf: tre ori (30 km, sprint a squadre e staffetta), un argento (inseguimento) e un bronzo (10 km). Anche nel 2005-2006 ha vinto le Coppe generale e di sprint; ai XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006, dopo essersi ritirata nella prova a inseguimento e aver concluso al quarto posto lo sprint a squadre, ha ottenuto la medaglia d'argento nella 10 km tecnica classica dietro all'estone Kristina Šmigun-Vähi e davanti alla compagna di squadra Hilde Gjermundshaug Pedersen.

Stagioni 2007-2010

Nella stagione 2006-2007 è giunta seconda, dietro alla finlandese Virpi Kuitunen, sia nella classifica di Coppa del Mondo sia nel Tour de Ski, di cui si correva la prima edizione. Ai Mondiali di Sapporo di quell'anno ha vinto due bronzi, nello sprint a squadre e nella staffetta, e a essi sono seguite due stagioni senza risultati di rilievo: nella classifica generale di Coppa è giunta undicesima nel 2007-2008 e decima nel 2008-2009. Ai Mondiali del 2009, a Liberec, per la prima volta non ha ottenuto medaglie. Nella stagione 2009-2010 è tornata ai massimi livelli: è stata seconda sia in classifica generale, dietro alla polacca Justyna Kowalczyk, sia nelle due classifiche di specialità e ha collezionato otto vittorie, sei delle quali nelle ultime sei gare della stagione. Ai XXI Giochi olimpici invernali di Vancouver 2010 ha vinto cinque medaglie nelle sei prove disputate: tre ori (sprint individuale, inseguimento e staffetta), un argento (30 km a tecnica classica) e un bronzo (10 km a tecnica libera).

Stagioni 2011-2013

Nella stagione 2010-2011 è stata nuovamente seconda nelle classifiche di Coppa del Mondo generale e di distanza, con dodici vittorie all'attivo. Ai Mondiali di Oslo ha vinto la medaglia d'oro nello sprint e nella 15 km a inseguimento. Anche nella stagione 2011-2012 si è aggiudicata la coppa di cristallo generale e quella di distanza, vincendo anche il Nordic Opening e le Finali. Nel 2013 ha vinto quattro ori e un argento ai Mondiali in Val di Fiemme, mentre in Coppa del Mondo ha chiuso quarta, vincendo ancora il Nordic Opening e le Finali.
Bandiera olimpica

Stagioni 2014-2018

Ai XXII Giochi olimpici invernali di Soči 2014 ha vinto altri tre ori: nella 30 km, nello skiathlon e nello sprint a squadre; nella 10 km e nella staffetta si è classificata 5ª, nello sprint 11ª. In Coppa del Mondo ha chiuso la stagione al secondo posto. Nel 2015 ai Mondiali di Falun ha vinto la medaglia d'oro nello sprint e nella staffetta, la medaglia d'argento nella 30 km e si è classificata 31ª nella 10 km e 6ª nello skiathlon, mentre in Coppa del Mondo si è aggiudicata sia la Coppa generale, sia quelle di distanza e di sprint. Assente per maternità nella stagione 2015-2016[2], ha ripreso a gareggiare in quella successiva, tornando alla vittoria nella seconda prova di Coppa del Mondo il 27 novembre a Kuusamo. Ai Mondiali di Lahti 2017 ha vinto la medaglia d'oro nello skiathlon, nella 10 km, nella staffetta e nella 30 km e si è classificata 16ª nella sprint. Ai XXIII Giochi olimpici invernali di Pyeongchang 2018 ha vinto la medaglia d'oro nella 30 km e nella staffetta, quella d'argento nello skiathlon e quella di bronzo nella 10 km e nella sprint a squadre. Il 6 aprile 2018 annuncia il ritiro dalle competizioni.

Palmarès

Bandiera olimpica

Olimpiadi

Mondiali

Coppa del Mondo

Coppa del Mondo - vittorie

Legenda:
Bandiera olimpica
MS = partenza in linea
PU = inseguimento
TC = tecnica classica
TL = tecnica libera

Coppa del Mondo - competizioni intermedie

Bandiera olimpica
Coppa del Mondo - vittorie di tappa
Legenda:
MS = partenza in linea
PU = inseguimento
TC = tecnica classica
TL = tecnica libera

Marathon Cup

Campionati norvegesi

Note

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Gran Premio di Monaco 1950

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Gran Premio di Monaco 1950

Il Gran Premio di Monaco 1950 è stata la seconda prova della stagione 1950 del campionato mondiale di Formula 1. La gara si è tenuta domenica 21 maggio sul circuito di Monte Carlo a Monaco ed è stata vinta dall'argentino Juan Manuel Fangio su Alfa Romeo, al primo successo in carriera; Fangio ha preceduto all'arrivo l'italiano Alberto Ascari su Ferrari e il monegasco Louis Chiron su Maserati. Per Juan Manuel Fangio è il primo Grand Chelem (pole position, giro veloce e vittoria del Gran Premio conducendo tutti i giri in testa) in carriera in Formula 1 e il primo della storia della competizione[1] e il secondo per l'Alfa Romeo. Con 98,701 km/h di velocità media, il Gran Premio fissa inoltre il record della gara più lenta senza interruzioni della storia della Formula 1.[2]

Vigilia

Aspetti tecnici

Il Gran Premio di Monaco si svolge sul circuito di Monte Carlo, allestito sin dal 1929 per le vie del Principato. Il circuito, nella versione usata fino al 1954, era lungo 3 180 m e possedeva 14 curve. La prima parte del tracciato percorre strade interne al centro urbano, mentre la seconda costeggia il mar Ligure passando nella zona portuale della città. Essendo Monaco ubicata su una zona collinare, il circuito presenta delle notevoli variazioni di altezza; in particolare il primo tratto è tutto in salita fino alla curva Massenet, dalla quale la pista è in discesa fino alla Portier. Altri dislivelli sono presenti tra Le Tunnel e la Chicane du Port e infine alla Bureau de Tabac.[3] Il pilota statunitense Harry Schell si è iscritto alla gara con una Cooper T12, la prima vettura di Formula 1 a motore posteriore.[4] Tale monoposto monta un motore V2 della JAP da 1,1 litri. Quest'ultimo, assieme al V12 della Ferrari, rappresenta inoltre il debutto nel campionato mondiale dei motori a V.

Aspetti sportivi

Il Gran Premio rappresenta il secondo appuntamento stagionale a distanza di una settimana dalla disputa del Gran Premio di Gran Bretagna, prima gara del campionato. È il primo Gran Premio e l'unico stagionale a disputarsi su un circuito cittadino non permanente. Alla seconda prova del 1950 si presentano, tra le scuderie italiane, l'Alfa Romeo con tre 158 guidate dai piloti Nino Farina, Juan Manuel Fangio e Luigi Fagioli, l'Officina Alfieri Maserati con due 4CLT-48 guidate da Louis Chiron e Franco Rol e la Scuderia Ferrari, alla sua prima partecipazione a un Gran Premio di Formula 1, con tre 125 guidate da Alberto Ascari, Luigi Villoresi e Raymond Sommer. Al Gran Premio era iscritto anche Clemente Biondetti, con la Scuderia Milano, tuttavia non arrivò alla gara. La Maserati fornisce le vetture anche alla svizzera Scuderia Enrico Platé, con i piloti Prince Bira e Toulo de Graffenried, e all'argentina Scuderia Achille Varzi, con José Froilán González e Alfredo Pián. Tutti guidano una 4CLT-48, tranne Pián, che guida una 4CLT-50.
La squadra francese Equipe Gordini iscrive due Simca-Gordini T15 e le affida ai francesi Robert Manzon e Maurice Trintignant. La Talbot-Lago non si presenta alla gara come squadra ufficiale, sebbene fosse iscritta, ma come fornitore di telai alle privatiste Écurie Belge, con Johnny Claes, alla Écurie Rosier, con Louis Rosier e Charles Pozzi, e ai piloti Philippe Étancelin e Pierre Levegh. Pozzi e Levegh in seguito non partecipano alla gara. L'ultima scuderia privatista iscritta era la Horschell Racing Corporation, con Harry Schell alla guida della Cooper T12. Partecipano anche i piloti britannici Cuth Harrison e Bob Gerard su ERA B e Peter Whitehead su Ferrari 125.[5]

Qualifiche

Resoconto

Si svolgono due sessioni di qualifica, come da tradizione al giovedì e al sabato, alle quali Charles Pozzi, Yves Giraud-Cabantous, Pierre Levegh e Clemente Biondetti non prendono parte. La griglia di partenza viene condizionata pesantemente dal grave incidente occorso all'argentino Alfredo Pián al sabato, il quale, a causa di una macchia d'olio, va a sbattere contro una tribuna con la sua Maserati, fratturandosi così una caviglia; non prenderà più parte a un Gran Premio di Formula 1. La sessione del sabato viene sospesa definitivamente e le posizioni di partenza vengono stabilite come segue: le prime cinque posizioni in griglia vengono assegnate ai piloti che hanno ottenuto i cinque migliori tempi nella sessione di prove del giovedì; dalla sesta posizione in griglia in avanti, si tiene invece conto solo del miglior tempo ottenuto nella sessione del sabato da ciascuno dei restanti piloti. Questo sistema penalizzò soprattutto Luigi Villoresi che, pur avendo ottenuto il secondo tempo assoluto, partì dalla terza fila in sesta posizione.

Risultati

Nella sessione di qualifica[6][7] si è avuta questa situazione:

Gara

Resoconto

Al primo giro della gara si verifica un rovinoso incidente multiplo quando un'ondata improvvisa invade la curva del Tabaccaio. Juan Manuel Fangio, già in testa, riesce a evitarla e Nino Farina, in quel momento in seconda posizione, si scontra con la Maserati di José Froilán González che prende fuoco. L'argentino riesce in breve tempo a uscire dalla vettura con qualche ustione, e altri piloti, tentando di evitare le due vetture, effettuano collisioni tra loro. Luigi Fagioli, in quinta posizione, sterza bruscamente, andando in testacoda e viene urtato dal sopraggiungente Louis Rosier. Nella carambola si ritirano complessivamente dieci piloti (tra un parco partenti di 19). Soltanto Fangio riesce a evitarla restando in testa alla gara. Luigi Villoresi viene attardato in maniera irreparabile al secondo giro dalla pista ostruita dalle vetture incidentate. Escono subito di scena due grandi protagonisti del precedente Gran Premio di Gran Bretagna, Farina e Fagioli, mentre Villoresi tenta una rimonta portandosi, al 55º giro, a 32 secondi da Fangio, prima di arrendersi al 63º giro per problemi alla trasmissione. Prima, al 36º giro, si era ritirato anche Philippe Étancelin per una perdita d'olio. Alla fine Juan Manuel Fangio, dopo avere doppiato tutti, e senza grandi problemi, riesce a conquistare la sua prima vittoria in Formula 1, raggiunge Farina in testa alla classifica con 9 punti e ottiene il primo Grand Chelem della storia: pole position, giro più veloce, vittoria della gara condotta sempre in testa. La Ferrari 125 non si è dimostrata all'altezza delle Alfa Romeo e già Enzo Ferrari comincia a pensare ad una vettura tutta nuova, con motore aspirato. Il 3º posto di Louis Chiron lo ha reso l'unico pilota monegasco a segnare punti in Formula 1 fino al Gran Premio d'Azerbaigian 2018, quando Charles Leclerc ottenne 8 punti piazzandosi 6º, e l'unico monegasco a salire sul podio fino al Gran Premio del Bahrein 2019, quando lo stesso Leclerc arrivò terzo.

Risultati

I risultati del Gran Premio[8] sono i seguenti: Juan Manuel Fangio riceve un punto addizionale per aver segnato il giro più veloce della gara.

Classifica mondiale

Note

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Debbi Morgan

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Debbi Morgan

Deborah Morgan, detta Debbi (Dunn, 20 settembre 1956), è un'attrice statunitense, vincitrice di un Emmy Award. È conosciuta per il ruolo di Angie Hubbard nelle soap opera La valle dei pini, Quando si ama e The City.

Biografia

Origini

Debbi Morgan nacque nella Carolina del Nord, da Lora, un'insegnante, e George Morgan, un macellaio. Ha una sorella minore, Terry. Si trasferì a New York all'età di tre mesi. Il padre morì di leucemia quando lei aveva otto anni; Debbi fu cresciuta dalla madre che lavorò come segretaria e istruttrice alla Junior High School 80 nel Bronx.

Carriera

Il primo ruolo ricorrente dell'attrice fu in What's Happening!! dal 1976 al 1977 nei panni di Diane Harris. Nel 1979, ricevette acclamazione per il ruolo della zia di Alex Haley Elizabeth Harvey nelle miniserie Roots: The Next Generations, e quello della ex-fidanzata di Curtis Jackson, diventata prostituta in Time out. Il suo ruolo più famoso, ad ogni modo, fu quello di Angie Baxter Hubbard nella soap opera La valle dei pini, che originariamente ebbe dal 1982 al 1990; il personaggio confluì poi nell'altra soap Quando si ama. Debbi vinse un Daytime Emmy Award nel 1989. Dopo aver lasciato La valle dei pini, Morgan recitò la parte di Chantal Marshall nella soap opera della NBC, Generations, rimpiazzando l'attrice Sharon Brown e rimanendo nel serial sino alla fine. Successivamente riprese il ruolo di Angie in Quando si ama (che in seguito apparve in un'altra soap, The City). Dal 1997 al 1998, ebbe la parte della dottoressa Ellen Burgess in Port Charles. Nei primi del 2000, ebbe il ruolo del personaggio principale Lora Gibson, nelle serie di Lifetime For the People. Recitò anche la parte della Veggente nella quarta e quinta stagione di Streghe (2001-2003). Negli ultimi anni '90 fu molto elogiata dalla critica dei film per il ritratto di Mozelle Batiste Delacroix nel film di Kasi Lemmons La baia di Eva. Per questo ruolo vinse il Chicago Film Critics Association Award e un Independent Spirit Awards e fu anche nominata per un NAACP Image Award. Insieme a Darnell Williams, ritornò in La valle dei pini nel gennaio del 2008.

Vita privata

Debbi è la ex moglie dell'attore Charles S. Dutton. Dal 2009 è sposata con Jeffrey Winston.

Filmografia

Cinema

Televisione

Doppiatrici italiane

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Castellucchio

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Castellucchio

Niente fonti!
Località: Cimbriolo, Gafurro, San Lorenzo, Crocette, Pilone, Carrobbio, Borghetto, Missidiane, Dossi Sabbioni[1] Castellucchio (Castlüch in dialetto mantovano[5][6]) è un comune italiano di 5 140 abitanti[2] della provincia di Mantova in Lombardia.
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Geografia fisica

Situato nella zona centrale della provincia di Mantova, confina a Nord-Ovest con il Comune di Gazoldo degli Ippoliti, a Nord-Est con quello di Rodigo, a Sud-Est con quello di Curtatone e a Sud-Ovest con quello di Marcaria. Dista circa 12 km da Mantova in direzione ovest.
Castellucchio – Stemma
Il territorio è formato dal capoluogo e dalle frazioni di Sarginesco, Ospitaletto e Gabbiana. Le frazioni di Ospitaletto e Gabbiana sono divise a metà tra il Comune di Castellucchio e quello di Marcaria.[7]

Origini del nome

Castellucchio – Bandiera
Il nome di Castellucchio deriva dal latino castrum, piccola fortificazione, o anche "castello di Lucio".[8]

Storia

Castellucchio – Veduta
Le prime notizie che riguardano la zona risalgono al periodo in cui l'imperatore Enrico III ne confermò il possesso al vescovo di Mantova (1045).[9] Successivamente il territorio passò sotto la signoria dei marchesi di Canossa e nei primi decenni del XIV secolo vi si insediarono i Gonzaga. Di certo si sa che a Castellucchio esisteva una rocca che venne ricostruita nel 1379 per volontà di Ludovico I Gonzaga e che, successivamente, subì riparazioni varie e aggiustamenti nel periodo compreso tra il 1444 e il 1478 sotto il dominio di Ludovico II Gonzaga. Terminata la signoria dei Gonzaga, dal 1702 al 1706 l'intera area fu travolta dal passaggio degli eserciti che attraversavano l'Italia settentrionale durante la Guerra di successione spagnola: le truppe tedesche, poi quelle francesi devastarono tutto il borgo.[9] Agli inizi del XIX secolo più volte Napoleone Bonaparte, impegnato nella sua campagna di conquista in Italia, vi si trovò di passaggio;[9] fu proprio egli che ordinò di riportare all'efficienza la strada di comunicazione per Mantova, dedicandola alla moglie con il nome di "strada Giuseppina". Dopo la parentesi napoleonica, divenne possedimento austriaco (Regno Lombardo-Veneto).
Mappa di localizzazione: Italia
Solamente al termine della Seconda guerra d'indipendenza italiana (1859), con la firma della Pace di Zurigo anche Castellucchio entrò a far parte del Regno di Sardegna.[9]

Territorio

Castellucchio – Mappa
Castellucchio si trova ai lati della strada statale Padana Inferiore ed è immerso nella campagna del medio mantovano in un territorio pianeggiante e fertile, ricco di acque. Si caratterizza per la presenza di numerosi campi con produzioni agricole intensive e specializzate.
È posizionato tra i fiumi Oglio e Mincio, che con i loro affluenti creano, in alcuni luoghi, un paesaggio di notevole interesse ambientale. Nello specifico, il comune è bagnato dalla Seriola e dal canale Osone. A circa 2 km. ad est di Castellucchio, il torrente Osone trova un'opera idraulica che divide il corso delle acque. Il progetto originario risale ai tempi dei Bonacolsi, antichi Signori di Mantova (circa il 1300). L'Osone Vecchio scorre nel corso originario, fino a immettersi nel Lago Superiore, a nord delle Grazie; l'Osone Nuovo invece viene incanalato verso sud, fino alla Rocca di Montanara detta anche Rocca del cantone a causa dell’angolazione del corso delle acque per poi risalire a nord fino a immettersi nel Lago Superiore, a Curtatone in località “Quattro venti”. Le opere idrauliche della Rocca di Montanara, in vista di eventi bellici, avrebbero riversato le acque dell'Osone nella cintura idrica del Serraglio mantovano, per proteggere il lato Ovest della città di Mantova.

Monumenti e luoghi d'interesse

Geografia antropica

A Castellucchio esistono sei borghi che, oggi, stanno scomparendo in seguito alla ristrutturazione urbanistica delle vie. Un tempo, tra un borgo e l'altro, c'erano ampie zone a prato che delimitavano il borgo. Oggi, con la grande espansione urbanistica del paese, non è più possibile stabilirne gli esatti confini.

Economia

L'economia locale è prevalentemente indirizzata al settore agricolo. Vengono prodotti in grandi quantità grano, mais, bietole e foraggi. Elevato l'allevamento del bestiame bovino e suino. Il latte prodotto viene lavorato nei caseifici del luogo e trasformato in burro e formaggio grana padano.[11]

Infrastrutture e trasporti

Strade

A Castellucchio scorre un tratto della ex SS10, che conduce a est verso Mantova e l'Autostrada A22 del Brennero e a ovest verso Cremona.

Ferrovie

Il comune è servito dalla stazione di Castellucchio, sulla linea Cremona-Mantova.

Società

La comunità dei castellucchiesi presenta un indice di vecchiaia superiore alla media.[7]

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[12]

Note

Bibliografia

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Don Raffaè

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Don Raffaè

Don Raffaè è un brano musicale del cantautore italiano Fabrizio De André, terza traccia del dodicesimo album in studio Le nuvole, pubblicato nel 1990. Scritto dallo stesso De André insieme a Massimo Bubola e composto da Mauro Pagani, il brano ha la particolarità di essere cantato in napoletano.[2] È stata realizzata anche una versione cantata in coppia con Roberto Murolo, contenuta in Ottantavoglia di cantare, album di Murolo del 1992. La stessa è anche inserita nell'antologia postuma di De Andrè Da Genova, uscita alla fine del 1999,[3] e nella raccolta Effedia - Sulla mia cattiva strada del 2008.[4] Una celebre esecuzione dal vivo di questo duetto da parte dei due artisti è avvenuta in occasione del Concerto del Primo Maggio del 1992.

Storia

 
Don Raffaè nasce dalle collaborazioni di Fabrizio De André con Massimo Bubola per la stesura del testo e con Mauro Pagani per la scrittura della musica. L'uso del dialetto non è inusuale per l'artista, in particolare dopo la svolta world di Crêuza de mä; in passato il cantautore si era già avvalso della lingua napoletana per il ritornello di Avventura a Durango, datato 1978. Il brano denuncia la situazione critica delle carceri italiane negli anni ottanta e la sottomissione dello Stato al potere della criminalità organizzata,[5][6] attraverso il racconto dell'interazione tra Pasquale Cafiero, brigadiere dell'allora Corpo degli Agenti di Custodia del carcere di Poggioreale, e il boss camorrista "Don Raffaè" che si trova incarcerato in tale struttura (personaggio che dà il titolo al brano). L'agente di custodia, sottomesso e corrotto dal potente malavitoso, gli offre speciali servigi (ad esempio fargli la barba), gli chiede diversi favori personali (come il prestito di un cappotto elegante da sfoggiare a un matrimonio o la ricerca di un lavoro per il fratello disoccupato da anni[5]), se lo ingrazia con molti complimenti e gli offre ripetutamente un caffè, del quale esalta la bontà.[7][8] Il testo evidenzia anche, con ironia, quanto il boss all'interno del carcere conduca una vita agiata e ricca di privilegi.[9] Secondo quanto riportato da Mario Luzzatto Fegiz, De André avrebbe affermato che «la canzone alludeva a Don Raffaele Cutolo»,[10] famoso boss camorrista, fondatore della Nuova Camorra Organizzata,[11] benché né lo stesso De André né il coautore Massimo Bubola disponessero «di notizie di prima mano sulla sua detenzione».[10] Lo stesso Cutolo pensò che la canzone fosse ispirata alla sua persona e scrisse al cantautore genovese per chiedere conferma in merito e per complimentarsi con lui,[10] dichiarandosi meravigliato del fatto che De André fosse riuscito a cogliere alcuni aspetti della sua personalità e della sua vita carceraria senza avere mai avuto informazioni su di lui.[10] De André rispose alla lettera di Cutolo solo per ringraziarlo, lasciandolo libero di pensare che "Don Raffaè" fosse davvero lui o meno, ed evitò di proseguire il carteggio quando il malavitoso gli inviò una seconda missiva.[10] Secondo Walter Pistarini, invece, solo Mauro Pagani si sarebbe ispirato a Cutolo, mentre De André avrebbe tratto ispirazione da opere letterarie come Gli alunni del tempo di Giuseppe Marotta e Il sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo.[12] Il ritornello della canzone è chiaramente tratto da quello del brano 'O ccafè di Domenico Modugno.

Formazione

Cover

Note

Bibliografia


Utøya 22. juli

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Utøya 22. juli

Utøya 22. juli è un film norvegese del 2018 diretto da Erik Poppe. Il film narra del massacro sull'isola norvegese di Utøya nel 2011. I personaggi sono fittizi, ma la sceneggiatura del film è realizzata in stretta collaborazione con diversi sopravvissuti.
Niente fonti!

Trama

Kaja frequenta un campo estivo del partito Laburista a Utøya un’isola del Tyrifijorden, con la sorella minore Emilie. Il 22 luglio arriva una terribile notizia, un’autobomba è esplosa davanti ai edifici del governo Norvegese, ma i presenti credono di essere al sicuro trovandosi sull'isola, lontano dalla città. Ad un certo punto si sentono degli spari provenire dalla foresta e i campeggiatori si disperdono rapidamente quando diventa chiaro che non si tratta di un'esercitazione.
All'inizio, la maggior parte dei campeggiatori tentano di nascondersi nell'edificio principale del campo, ma poi scappano nella foresta vicina. Mentre si nascondono dietro gli alberi, Kaja e le sue amiche chiamano il 112 e la polizia afferma di essere in arrivo. Gli altri decidono di nuotare verso la salvezza, invece Kaja corre verso il campo per cercare Emilie. La ragazza trova un ragazzo di nome Tobias, che lo convince a correre verso la foresta. Quando Kaja non riesce a trovare Emilie nella loro tenda, corre di nuovo verso la foresta, in seguito trova una giovane ragazza ferita e cerca di confortarla. Ad un certo punto delle granate fumogene riempiono la foresta e la ragazza muore proprio quando sua madre la chiama. Kaja trova Magnus, un nuovo campeggiatore che aveva incontrato all’inizio della giornata, con altri due campeggiatori lungo la costa dell’isola. Magnus cerca di sdrammatizzare la situazione e racconta barzellette per rallegrare l'atmosfera, ma gli altri due non la prendono alla leggera. Più tardi, vedono un gran numero di campeggiatori correre verso il lago e gli altri due li abbandonano, Kaja e Magnus discutono di cosa vogliono fare da grandi; Kaja vuole essere il primo ministro norvegese e Magnus un attore.
Dopo un incontro ravvicinato con l'assassino, Kaja esce per ritrovare sua sorella. Una volta sulla spiaggia, scopre dei corpi sparsi lungo il litorale, incluso quello di Tobias. Quando Magnus la raggiunge, Kaja crolla. In lontananza si vede una piccola barca e Magnus cerca di convincere la protagonista a salire, ma viene colpita dal terrorista e cade a terra e viene colpita di nuovo, questa volta fatalmente. La prospettiva passa quindi a quella di Magnus, mentre raggiunge la barca con altri sopravvissuti. Mentre la barca si allontana dall'isola, Magnus scoppia in lacrime. Viene rivelato che anche Emilie è sulla barca e sta cercando di aiutare una persona gravemente ferita. Lo schermo diventa nero. Si sente la barca arrivare a terra e le grida dei sopravvissuti. Un epilogo testuale che elenca le motivazioni del terrorista e il numero delle vittime per la precisione 69 a Utøya e 8 a Oslo.

Cast

Premi

Critica/Accoglienza

Utøya 22 juli è stato accolto dalla critica nel seguente modo: su Metacritic ha invece ottenuto un voto di 71 su 100 mentre su Imdb il pubblico lo ha votato con 7.2 su 10

Caratterizzazione dei personaggi

Attorno a lei ci sono dei giovani, più o meno coetanei, in ognuno dei quali emergono con grande sensibilità psicologica le reazioni primarie. C'è chi cerca di razionalizzare, chi si metterebbe ad urlare mettendo tutti in pericolo, chi tenta di consolare gli altri. Lo spettatore viene invitato a chiedersi come avrebbe reagito (anche se adulto) a un evento tanto atroce quanto inaspettato.

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Gino Papini

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Gino Papini

Gino Papini (Firenze, 24 ottobre 1865Livorno, 8 gennaio 1927) è stato un decoratore italiano, ornatista fiorentino.

Biografia

Figlio di Luigi e Livia Bartolini, Oreste Gino Valente Affortunato Papini nacque il 24 ottobre 1865 in via della Pergola 2 a Firenze, dove visse gran parte della sua vita. Di professione “ornatista”, coniugato con Giulia Gori a Firenze il 26 febbraio 1895, morì a Livorno l'8 gennaio 1927. Molto probabilmente studiò all'Accademia delle arti del disegno di Firenze.
Il nome di Gino Papini è ricordato per i suoi lavori nel Teatro della Pergola di Firenze, dove eseguì tra l'altro gli stucchi dorati nella galleria di accesso al "Saloncino". Inizialmente primo lavorante nello studio del Prof. Filippi a Firenze, faceva stucchi e decorazioni in gesso, in parte fuori opera e in parte in posto. Le testimonianze del figlio Mario attestano che in questo periodo decorò villa Cassi a Meliciano (Arezzo) e il boudoir della signora nella villa dei loro cugini C.M. a Castiglion Fibocchi. In Slesia (poi Polonia) decorò gli interni del castello di un conte cugino dell'Imperatore Guglielmo II di Germania. Lasciato lo studio Filippi, lavorò a lungo a Livorno. A Colle Val d'Elsa decorò la palazzina dell'amico Calamai attigua alla Fornace di gesso. Lavorò in proprio per Galileo Chini, che gli aveva proposto di andare con lui nel Siam. Nel 1910-1911 si dedica al lavoro del Teatro della Pergola. Altri lavori importanti sono a Livorno: Banca del Monte dei Paschi, Camera di Commercio, uffici di Presidenza del vecchio Ospedale civile poi demolito, molti appartamenti signorili; a Prato: Monte dei Paschi; a Città di Castello: il Teatro e la Banca principale. La sua opera è attestata al Politeama Novelli di Prato nel 1910 e al Teatro degli Animosi di Marradi[1]. Morì l'8 gennaio 1927 per un'improvvisa polmonite. Fu sepolto in un posto distinto del Cimitero comunale dei Lupi di Livorno. Il figlio Mario, ingegnere, portò a termine per lui il lavoro del Palazzo dei Garmi e altri lavori. Gino aveva fatto società con una ditta senese, per consiglio dell'Ing. Mori capo dell'Ufficio tecnico del Monte dei Paschi di Siena, per il quale aveva fatto molti lavori (la sede di Firenze in via Vecchietti e quella di Livorno). Questa società era stata costituita di recente e proseguì fino al termine dei lavori del Monte dei Paschi di Siena, poi fu sciolta. La ditta di Gino scomparve con lui. L'Accademia delle arti del disegno di Firenze conserva nel suo Archivio il fondo Papini, costituito da vari disegni. Ne fanno parte anche fotografie e bozzetti per il Teatro della Pergola di Firenze[2].
Narra sua nipote: "Gino ebbe l'incarico per la decorazione del Teatro della Pergola, un lavoro di grande impegno. Doveva essere rifatta su suo progetto tutta la decorazione dell'ingresso con volta a botte. Questo lavoro andò avanti anni. Secondo il progetto approvato dal committente, la volta era decorata con grandi cassettoni, ma quando ne fu eseguita oltre la metà, a Gino non piaceva. Fece demolire tutto e la rifece con un nuovo spartito molto più costoso. Anche per la decorazione del soffitto della sala del teatro, studiata per collegarsi a quella del boccascena, le dorature aumentarono i costi e così Gino infine ci mise di suo ben 6.000 lire, quando la paga giornaliera di un buon operaio era di 5 lire".[3]

Note

Bibliografia

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MamboLosco

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MamboLosco

MamboLosco, pseudonimo di William Miller Hickman III[1] (Vicenza, 16 agosto 1990), è un rapper italiano con cittadinanza statunitense.

Biografia

Primi anni (2014-2018)

Nato a Vicenza nel 1990, da padre statunitense militare dell'esercito[2] e madre pugliese originaria di Brindisi, MamboLosco è cresciuto negli Stati Uniti.[1] Muove i primi passi verso la musica nel 2014, quando registra le prime canzoni in lingua inglese.[3] Il primo brano ufficiale, Mama I Did It Again, viene pubblicato il 10 febbraio 2017 su YouTube e realizzato in collaborazione con il rapper Luscià. Il 7 aprile viene pubblicato il primo singolo in italiano Come se fosse normale, che presenta come ospite Nashley. Successivamente i due, insieme a Edo Fendy, Kerim e il produttore Nardi, fondano il collettivo Sugo Gang.[4] Il 4 agosto è la volta di Me lo sento, seguito da Guarda come flexo il 20 settembre: realizzato con Edo Fendy, ha raggiunto la sessantatreesima posizione nella Top Singoli,[5] ricevendo la certificazione di disco di platino. Lo stesso anno firma per l'etichetta della Dark Polo Gang Triplosette Entertainment, seguita dalla firma per Virgin Records.[6]
Nel 2018 viene pubblicato il singolo Guarda come flexo 2, il quale debutta alla sedicesima posizione della Top Singoli e riceve la certificazione di disco d'oro.[7] A fine anno scrive una strofa per Expensive, unica traccia con featuring nel disco della Dark Polo Gang Trap Lovers.[8] Il 2019 inizia con la pubblicazione del singolo Bingo,[9] che debutta in classifica alla posizione 35,[10] e del featuring nella versione italiana di Loco, singolo del DJ neerlandese Yung Felix entrato in rotazione radiofonica il primo marzo.[11] Il 3 maggio viene pubblicato il singolo Arcobaleno, accompagnato da un video musicale diretto da Tommaso Arnaldi e Francesca Pionati:[12] il brano raggiunge la sessantaquattresima posizione della Top Singoli[13] e viene passato in radio una settimana dopo la sua pubblicazione.[14]

Il successo con Arte e Caldo (2019-2020)

Il 7 giugno 2019 arriva il successo con il singolo Lento, realizzato con Boro Boro e Don Joe. Il singolo, la cui versione remix presenta una strofa di Lola Índigo, ha raggiunto la nona posizione in classifica ed è stato certificato doppio disco di platino.[15] Il 12 settembre MamboLosco pubblica il suo primo album in studio, Arte: il disco presenta ospiti come Enzo Dong, Nashley, Tony Effe e Pyrex della Dark Polo Gang, Boro Boro e Shiva. Le produzioni sono state affidate al beatmaker della Sugo Gang Nardi, affiancato in alcune tracce da Sick Luke, AVA e Mojobeatz.[16] Arte è fortemente influenzato dalla trap statunitense, grande punto di forza per il disco secondo Riccardo Primavera di Rockol,[17] che gli garantisce la terza posizione nella Top Singoli e un disco d'oro.[18] Il 24 aprile 2020 viene pubblicato il singolo Il passo con Samurai Jay,[19] che anticipa la pubblicazione del secondo album Caldo, realizzato con Boro Boro, pubblicato il 3 luglio seguente. Composto da undici tracce, nel disco sono contenuti i remix di Lento e Twerk, oltre che a featuring come la Dark Polo Gang, Beba, Anna, Rosa Chemical e Geolier.[20] Il disco, registrato a Barcellona,[21] presenta una sonorità estiva riconducibile al reggaeton e alla musica latina.[22][23]Dopo l'album partecipa al singolo Andale di Niko Pandetta

Facendo faccende (2021-presente)

Il 2021 inizia con la partecipazione, il 5 gennaio, nel singolo di Malerba No Good.[24] Il 19 febbraio partecipa con Radical al singolo di Rosa Chemical Britney, prodotto da Bdope e Mothz.[25]Partecipa anche al remix della canzone Ballas di Diss Gacha, Sala e Janga ODT. Pubblica poi nel 2021 il singolo Demone come primo estratto di Facendo Faccende, prodotto da Nardi e Finesse, che fu disco d'oro. In seguito partecipa al singolo OnlyFans degli Slings che vinse il disco di platino e SkuSku di Pyrex che fu il secondo estratto prima di pubblicare il terzo estratto di Facendo Faccende, sempre prodotto da Nardi e Finesse, Pull Up, anche quest'ultimo disco d'oro.
 
Nel 2022 partecipa al singolo 123 di Niko Pandetta per poi pubblicare BlaBlaBla, terzo estratto di Facendo Faccende, produzioni sempre di Nardi e Finesse e fu il terzo singolo consecutivo ad essere disco d'oro. Esce poi il singolo #Si in compagnia di Tony Effe come quarto estratto. Partecipa in seguito al remix della canzone Thick degli Slings e pubblica il quinto estratto dell'album chiamato Bandito, ancora prodotto da Nardi e Finesse. Compare nell'album di Anna nella canzone Advice, certificata disco d'oro. Nel 2023 torna con il sesto estratto dell'album chiamato Pochi Pochi, produzioni sempre affidate a Nardi e Finesse. Compare in seguito nel singolo di VillaBanks Il Doc 3 insieme a Tony Effe, gli Slings e i produttori Linch e Andry The Hitmaker, quest'ultimo singolo è certificato disco di platino. Pubblica l'ottavo estratto di Facendo Faccende insieme a Rondodasosa: il singolo Karma. Il 26 maggio 2023 pubblica il suo secondo album da solista Facendo faccende. Le produzione sono affidate a Nardi e Finesse, oltre i feat elencati in precedenza si possono trovare le collaborazioni di Niko Pandetta, Anna, VillaBanks, Tony Boy, Slings, e Emis Killa. Torna poi ad ottobre 2023 ospite del singolo Cheerleader di Boro con Andry The Hitmaker, e in seguito partecipa al singolo di Diss Gacha Ballas 2 prodotto da Sala. Nel 2024 torna con i singoli Guarda come fl3xo e Cuori spezzati.

Discografia

Album in studio

Singoli

Collaborazioni

Controversie

Gallagher

Mambolosco partecipa al singolo di Diss Gacha Ballas 2 prodotto da Sala. In questo singolo Mambolosco attacca il rapper romano Gallagher, che risponde caricando una traccia diss chiamata Il Mambo Della Morte, a cui Mambolosco risponde con un freestyle su Instagram che però ottenne poco successo e fu criticato da molti per aver perso il dissing e per la scarsa qualità della canzone.[26]Mambolosco inoltre è stato accusato di aver pagato delle pagine media per sponsorizzare la propria canzone, e in seguito Gallagher lo dissò nuovamente nella traccia Redrum.

Note

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Supertunica

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Supertunica

Una Supertunica è una veste indossata da un monarca britannico durante la propria incoronazione. In particolare, essa viene indossata poco dopo la cerimonia dell'Unione, in occasione della vestizione di alcuni dei gioielli della Corona, ossia degli speroni, della spada ingioiellata d'offerta e delle armille. In un secondo momento, alla Supertunica vengono aggiunte la Stola Reale e la Veste Reale, che verranno poi sostituite, assieme alla Supertunica stessa, dalla Veste Imperiale in occasione della processione finale condotta dal sovrano a partire dall'abbazia di Westminster.

Utilizzo

Nel corso della cerimonia di incoronazione, il sovrano entra nell'abbazia di Westminster indossando la Veste di Stato. Nella successiva cerimonia dell'Unzione, però, quest'ultima viene sostituita dalla Colobium sindonis, una veste volutamente semplice, al di sopra della quale, una volta terminata l'Unzione, il sovrano indossa la Supertunica, più riccamente ornata, mentre viene allo stesso tempo investito di altri regalia, tra cui gli speroni, la spada ingioiellata d'offerta e le armille. In tale fase, in cui è rivestito dal Lord Gran Ciambellano, assistito dal Groom of the Robes e dal Master of the Robes, il sovrano indossa anche la Stola e la Veste Reali, che saranno poi tutte quante rimosse, assieme alla Supertunica, prima della fase finale dell'incoronazione, ossia la processione fuori dall'abbazia di Westminster, per la quale il sovrano indossa la Veste Imperiale. La Supertunica, disegnata appositamente per assomigliare alle vesti ecclesiastiche, onde rimandare all'investitura divina del sovrano, è, assieme al Colobium, la veste di più antico utilizzo tra tutte quelle usate nell'incoronazione. Essa compare infatti già nel Liber Regalis, un manoscritto del XIV secolo che descrive in dettaglio le varie fasi dell'incoronazione. Contrariamente alla maggior parte delle vesti usate nell'incoronazione, realizzata espressamente per il monarca da incoronare, la Supertunica usata nelle incoronazioni moderne è quella realizzata per l'incoronazione di Giorgio V del 1911, che è stata quindi poi usata da Giorgio VI nel 1937, da Elisabetta II nel 1953 e da Carlo III nel 2023.[1][2]

Esempi

Giorgio IV

La Supertunica utilizzata da Giorgio IV nel 1821 era un cappotto dritto lungo circa 1,14 m e di circonferenza alla base pari a 2,7 m, realizzato in stoffa dorata decorata con fiori d'oro e foderato con taffetà cremisi. Ad essa si aggiungeva poi una cintura, sempre in stoffa d'oro, foderata di tela di taffetà bianca che sosteneva il fodero della spada.

Guglielmo IV

La Supertunica preparata per l'incoronazione di Guglielmo IV, nel 1830, era sempre realizzata in stoffa d'oro decorata con fiori d'oro e a forma di cappotto dritto ma, contrariamente a quella usata da Giorgio IV, era più lunga sul retro, dove misurava 1,2 m, che sul davanti, dove arrivava a 1,14 m. Dotata di due gonne, larghe entrambe 1,4 m, la Supertunica era poi chiusa da una cintura in stoffa d'oro foderata di tela di taffetà e dotata di una fibbia d'oro, che sosteneva il fodero della spada. Per ragioni di tempo, tuttavia, Guglielmo IV non indossò mai la Supertunica, sebbene la sua vestizione fosse inclusa nel programma dell'incoronazione.

Vittoria

La Supertunica utilizzata da Vittoria del Regno Unito nel 1838 era lunga 1,30 metri e realizzata in lamé d'oro attraversato da fili d'oro e riportante decorazioni a forma di rose, quadrifogli, cardi e foglie di palma in volute realizzate in broccato di seta. La supertunica, aperta sul davanti e dotata di maniche pendenti estese fino al ginocchio e foderate di raso rosso, era poi anch'essa foderata di raso rosso e bordata con pizzo a tombolo dorato e tempestato da lustrini metallici color oro.[3]

Edoardo VII

La Supertunica indossata da Edoardo VII durante la sua incoronazione, avvenuta nel 1902, era relativamente semplice. Realizzata con 11 metti quadri di stoffa d'oro, fu cucita dalla sartoria Warner di Braintree, nell'Essex, al ritmo di 230-250 mm al giorno.

Giorgio V

La Supertunica utilizzata da Giorgio V nel 1911 si ispira alle vesti indossate nella chiesa paleocristiana e nell'impero bizantino e reca i simboli nazionali delle quattro Home Nations, ossia delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito. Si tratta di un cappotto a maniche lunghe in seta color oro foderata di seta rossa. Aperta sul davanti, la Supertunica, realizzata dalla Wilkinson & Son di Londra, è decorata con recami siti su una fascia ai lati dell'apertura ed è chiusa da una cintura decorata con ricami e dotata di una fibbia in oro con rilievi a forma di rose, cardi e quadrifogli.[4] Come precedentemente detto, questa Supertunica è stata poi utilizzata da tutti i successori di Giorgio V: Giorgio VI nel 1937, Elisabetta II nel 1953 e Carlo III nel 2023.[1]

Note


Costanza Bonarelli

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Costanza Bonarelli

Costanza Bonarelli, nota anche come Costanza Bonucelli o Costanza Piccolomini Bonucelli (Viterbo, 1614Viterbo, 3 dicembre 1662), è stata una nobildonna e mercante italiana proveniente dalla famiglia nobile senese, celebre per essere stata ritratta da Gianlorenzo Bernini nel busto del Museo Nazionale del Bargello a Firenze, scolpito tra il 1636 e il 1638.

La famiglia Piccolomini

Nata intorno al 1614 da Lorenzo Piccolomini, esponente del ramo minore viterbese dell'importante famiglia senese, è documentata per la prima a Roma nel 1625, a undici anni d'età.[1] Il nome della madre non è noto perché nel documento del 1625, gli Stati d'Anime della parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, Costanza risulta residente nella strada "dietro il palazzo della chiesa" - l'attuale via della Vite - con suo padre Leonardo e la moglie di lui, Tiberia. Né Costanza menziona sua madre nel proprio testamento, del 23 gennaio 1662.[2] Anche se il padre apparteneva al ramo 'povero' dei Piccolomini, dato che di mestiere faceva lo staffiere, il nome e l'associazione con il nobile clan sono e restano cruciali nell'identità di Costanza che nelle fonti è sempre chiamata 'Signora' e, nel citato testamento, stabilisce che la sua eredità poteva andare ai discendenti purché portassero il nome Piccolomini.
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Il matrimonio

Il 15 agosto 1628, in occasione della festività dell'Assunta, Costanza riceve una dote di 45 scudi (l'equivalente dell'affitto annuo di una casa di dimensioni modeste) dalla Confraternita di S. Rocco, finanziata da Giambattista Borghese, fratello del defunto papa Paolo V. Nel 1630 la 'zitella da Viterbo' riceve promessa di una seconda dote (di 26 scudi e 44 baiocchi) dalla Confraternita del Gonfalone. Costanza sposa lo scultore, restauratore e mercante d'arte Matteo Bonarelli (o Bonuccelli) da Lucca il 16 febbraio 1632 nella sua parrocchia di S. Lorenzo in Lucina. Il 28 febbraio vengono firmati gli Sponsalia, il contratto di matrimonio, tra Costanza, il padre Leonardo e il marito Matteo.[3] La dote è fissata a 289 scudi. Costanza ha diciotto anni, Matteo ventotto, e si stabiliscono in vicolo Scanderbeg, ai piedi del Quirinale.

Il coinvolgimento con Bernini

La prima testimonianza dell'attività del Bonuccelli come assistente di Bernini sono i pagamenti del 1636 per tre putti di marmo per S. Pietro e, l'anno seguente, come aiuto per la tomba della Contessa Matilde, sempre a S. Pietro. Quando s'incontrarono, Costanza era una donna sposata di 22 anni, Bernini uno scapolo di trentotto. Il Ritratto del Bargello, in cui lo scultore di cardinali e papi immortala la sua amante nel marmo, potrebbe essere stato iniziato nel 1636 ma era senz'altro finito nell'ottobre del '37 quando Fulvio Testi, amico di Bernini, in una lettera al conte Francesco Fontana dichiara che si trattava del più bel ritratto mai eseguito da Gianlorenzo. Dunque l'opera doveva essere nota e di (relativamente) pubblica fruizione. Tutto ciò mentre il marito di Costanza lavorava per Bernini nella basilica più sacra della Cristianità.[4]
Nella tarda estate del 1638 scoppia lo scandalo. Quando Gian Lorenzo scopre che la sua amante ha una relazione anche con suo fratello Luigi, impazzisce di gelosia e i suoi eccessi sono descritti nella lettera disperata della madre, Angelica Galante Bernini, al cardinal Francesco Barberini, non datata ma dell'autunno 1638.[5] Angelica scrive che Gianlorenzo, credendosi "Padron del mondo", ha minacciato il fratello con la spada, e invoca il cardinale che trovi un modo per "raffrenare l'impeto di questo mio figlio". Angelica non dice invece come Gianlorenzo punì l'amante infedele: facendola sfregiare in viso da un servo che le aveva portato un regalo da parte di Gianlorenzo. Alla lettera rispose Urbano VIII in persona definendo il Bernini, in modo inaudito, come "uomo raro, ingegno sublime e nato per disposizione divina e per gloria di Roma a portar luce a questo secolo". Intanto Luigi fugge da Roma e ripara a Bologna per circa un anno. Del crimine, che il giureconsulto Prospero Farinacci descrive come "atrox et grave delictum", erano spesso vittime le cortigiane. E Costanza fu trattata come tale, punita (forse per adulterio) con la detenzione nella Domus Pia de Urbe, nota come monastero di Casa Pia, mentre il servo fu esiliato e Gianlorenzo prima condannato a una multa di 3.000 scudi e poi graziato, mentre suo fratello, che non era così importante nei disegni del papa, veniva esiliato da Roma. Il 7 aprile 1639, dopo aver scritto una straziante supplica al Governatore,[6] Costanza viene "restituita al marito".

Vedova e mercante d'arte

Negli anni successivi Costanza condivide la casa/studio di vicolo Scandenbeg in apparente concordia col marito e infatti ne prosegue l'attività - soprattutto di mercante d'arte - con discreto successo, dopo la morte del Bonuccelli (18 gennaio 1654) e durante il pontificato del senese Alessandro VII Chigi. Nel suo testamento del 1649 Matteo nominò erede universale la "Signora Costanza Piccolomini mia dilettissima moglie".[7] Ordini di pagamento alla vedova Bonuccelli la definiscono: "Signora Costanza", o "Costanza Piccolomini" o "Costanza scultora".[8] Costanza aveva un'importante collezione che esponeva nella galleria del piano nobile di casa e in due stanze del piano superiore. Una delle sue opere d'arte più famose è la "Peste di Ashdod" di Poussin, commissionata dal nobile siciliano Fabrizio Valguarnera nel 1630. Nel 1665, quando Bernini era a Parigi, vede la "Peste" nel palazzo del Duca di Richelieu e commenta che la conosceva e che avrebbero dovuto appenderla più in basso, per essere vista al meglio. Lo stesso anno il quadro viene venduto da Richelieu a Luigi XIV e oggi si trova al Louvre.[9]

Gli ultimi anni

Negli Stati d'anime della Pasqua 1657 Costanza Piccolomini viene dichiarata madre di una bimba di 3 anni, Olimpia Caterina Piccolomini che, dunque, doveva essere nata poco più di un anno dopo la morte del marito da una Costanza ultraquarantenne.[9] Costanza fa testamento nel febbraio 1659, e aggiunge un codicillo tre giorni prima di morire, il 30 novembre 1662. Costanza non raggiunge il marito nella cripta della loro parrocchia dei Ss. Vincenzo e Anastasio ma viene sepolta nella basilica di S. Maria Maggiore. Come, rispettivamente 18 e 19 anni dopo, Gianlorenzo e Luigi Bernini.

Note

Bibliografia

Voci correlate


Custer eroe del West

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Custer eroe del West

Custer eroe del West (Custer of the West) è un film statunitense del 1968, diretto da Robert Siodmak.

Trama

Al termine della guerra di secessione americana a George Armstrong Custer non va giù di rimanere ufficiale in servizio sedentario e chiede al suo superiore, generale Sheridan, di tornare a combattere nell'unica guerra in corso: quella contro gli indiani. Accontentato, passa di vittoria in vittoria divenendo l'idolo bellico della stampa americana. Gli viene poi affidato un reggimento di cavalleria, il , composto in gran parte da sfaticati, a cominciare dal vicecomandante, maggiore Marcus Reno, che a cavalli e fucili preferisce le bottiglie di whiskey, passando dal capitano Benteen, simpatizzante del nemico, per finire alla truppa, gran parte della quale, alla notizia della prima spedizione contro gli indiani, pensa bene di marcare visita. Ma Custer non si scoraggia e coniugando esercitazioni pesanti e frenetica attività militare ad una disciplina ferrea, fa del 7º il fiore all'occhiello della cavalleria statunitense. Il generale Philip Sheridan decide di visitare a sorpresa la truppa e ordina a Custer di aggredire un villaggio Cheyenne, allo scopo di convincere i politici a Washington, che solo così si possono ammansire gli indiani. Custer esegue l'ordine, noncurante del fatto che durante l'attacco vengono uccisi anche donne e bambini. Intanto però l'agitazione degli indiani cresce: accettato il confino nelle riserve con l'intesa che nessun bianco vi avrebbe messo piede, sono continuamente alle prese con violazioni di quest'ultima regola e reagisocno con l'unica arma che gli resta, cioè ammazzando i bianchi che violano il trattato. Il governo statunitense decide allora autonomamente di annullare il trattato.
Custer nel frattempo si barcamena come può ma sorgono all'improvviso due problemi. Sulle montagne di una grande riserva è stato scoperto l'oro e torme di cercatori improvvisati vi si precipitano, a stento trattenuti dalle truppe di Custer. Il quale, ricevuta una lettera da Washington, nella quale si dice che il presidente degli Stati Uniti vede con favore questa scoperta che arricchirà il paese, ma al contempo si lascia alla valutazione personale di Custer il da farsi, si stufa e dà via libera ai cercatori, tra i quali finiscono anche alcuni dei suoi soldati che disertano. L'altro problema è la scoperta, da parte delle società ferroviarie, che per unire Atlantico e Pacifico con una ferrovia, le rotaie devono attraversare le riserve indiane. Gli indiani perdono la pazienza, assaltano un treno e fanno crollare il vagone passeggeri, pieno di gente, giù da un ponte. L'incidente ha una eco enorme sui quotidiani dell'Est e Custer, accusato di non aver fatto abbastanza per controllare gli indiani, viene sollevato dal suo incarico e invitato a presentarsi a Washington per giustificarsi di fronte ad una commissione militare d'inchiesta. Custer obbedisce e si difende bene, accusando della situazione speculatori e corrotti, dei quali fa nomi e cognomi, incluso quello del fratello del presidente Grant. Viene prosciolto dalla commissione d'inchiesta, ma Grant non ha gradito e, nonostante gli sforzi del generale Sheridan, Custer viene messo da parte ed ignorato. Appreso che l'esercito intraprenderà un'offensiva in grande stile contro gli indiani, della quale il 7º cavalleria sarà la punta di lancia, Custer scrive a Grant supplicandolo di riaffidargli per l'occasione il comando del suo reggimento. Grant acconsente e Custer parte per il forte: combatterà così la battaglia del Little Bighorn.

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Palazzo Premoli

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Palazzo Premoli

Il palazzo Premoli è un edificio di Crema. Si affaccia su Piazza Premoli e presenta le caratteristiche del barocchetto lombardo.

Storia

Questa residenza è stata eretta per volontà di Domenico Patrini tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento, demolendo edifici precedenti di proprietà del padre Carlo. I Patrini, famiglia di commercianti e proprietari terrieri attestata a Crema dalla metà del Cinquecento, furono ammessi a far parte del Consiglio Generale che amministrava la città e il territorio per conto della Repubblica di Venezia dalla metà del Seicento, nonostante non potessero vantare titoli nobiliari. Nel 1755 l'ultimo discendente Carlo Patrini, figlio di Domenico e di Lucrezia Benvenuti, scelta la vita monastica nel convento di San Bernardino, lasciò il palazzo al cugino Livio Alessandro Benvenuti che poi lo vendette al conte Giulio Premoli per 79.000 lire. I Premoli, documentati a Crema dalla metà del Cinquecento, avevano ottenuto il titolo di Conti Palatini nel 1642 dall'Imperatore, mentre a un altro ramo del casato (oggi spento) era stato conferito il titolo di Marchese di Comazzo da Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1683. La piazza su cui oggi si affaccia il palazzo fu creata nel 1855 per volere della famiglia, demolendo il palazzo della famiglia Griffoni Sant'Angelo; in origine era chiamata Piazza Solada, alludendo alla sua pavimentazione. In seguito il palazzo è stato acquistato dalla famiglia Pozzali

Architettura

La pianta del Palazzo è a «U», tipica del settecento, e non isometrica nei bracci: quello destro è meno sviluppato. La costruzione si presenta imponente e rigorosa, con parametro murario in cotto gentile. È scandita in due piani, la facciata con lievi cornici marcapiano come i palazzi rinascimentali che seguivano le teorie albertiane da cui prendono spunto. Si aprono due lunghe file di finestre con cornici architettoniche poco aggettanti e sono sormontate da cornici architettoniche di diversa tipologia: lineari,con timpani curvilinei in cotto,a linee spezzate, di natura ovale o trapezoidale, con leggere concavità e convessità. Esse sviluppano un ritmo gentile, elegante e isometrico verso la parte centrale e di chiusura laterale, alla fine della facciata stessa. (sinistra e destra con lo stesso motivo). La finestra soprastante l'ingresso principale è diversa e più complessa con stemma del casato. La facciata è dominata da un alto portale marmoreo con lesene modanate ad arco ribassato. Il portale è sovrastato da un balconcino in pietra per enfatizzare l'ornamento e la nobiltà della parte frontale dell'edificio. Sotto il balconcino a colonnette si nota un'aquila, con ali spiegate, simbolo di forza, di potenza e di prosperità . La suddetta presenta il petto ornato da una collana con 33 grani ed un fiocco simbolo e stemma della famiglia Patrini ma con rimandi alla cultura musulmana, la Mispaa.
Oltre l'ingresso si nota un cancello in ferro battuto al di là del quale è presente un portico a 5 arcate che danno sul cortile. Il primitivo impianto subì alcune modifiche ai primi decenni di questo secolo: il muro verso la piazza venne sostituito da una cancellata in ferro battuto da cui si vede lo scorcio del giardino con un bicentenario Cedro del Libano ed un fianco semplice e austero del palazzo. Sulla sinistra, in fondo al cortile, si trova un edificio ottocentesco dalle forme neogotiche ed una Torre ottocentesca merlata.

Interni

Sotto il portico ci sono due ingressi laterali incorniciati da elementi decorativi in cotto. A destra si sviluppa uno scalone di rappresentanza a due rampe che sale agli ambienti nobili del primo piano (salone delle feste e cinque sale con finestre d'affaccio sulla piazza), mentre sul lato sinistro si alterna una serie di ambienti sei-settecenteschi (tra cui l'antica sala delle armi con grande camino su cui sono dipinti gli stemmi dei casati) con altri ottocenteschi dalle forme neogotiche. All'interno di questa dimora signorile è stata conservata la boiserie originaria e la decorazione delle sale, che è diversificata a seconda della destinazione d'uso dei locali. Alcune sale sono decorate con elementi vegetali e floreali dai tenui colori pastello, impreziosite da lampadari di Murano; richiami più geometrici e araldici, invece, si trovano affrescati sulle volte delle sale al piano terreno, in alternanza a leggiadre grottesche, nastrini, nuvole e conchiglie che avvolgono putti gioiosi volteggianti nel cielo e animali fantastici.

Bibliografia

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Reborn (personaggio)

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Reborn (personaggio)

Anime: Episodio 1 Tutor di formazione
«Ciaoss»
Niente fonti!
(Tipico saluto di Reborn)Reborn (リボーン?, Ribōn) è uno dei principali personaggi del manga Tutor Hitman Reborn! di Akira Amano e della serie TV anime da esso tratta, nonché quello da cui deriva il nome dell'opera.

Il personaggio

Reborn è il primo personaggio a comparire sia nell'anime che nel manga, dove riceve da Timoteo (Nono boss della Famiglia Vongola) il compito di recarsi in Giappone per addestrare Tsunayoshi "Tsuna" Sawada, protagonista della serie, in modo che diventi il prossimo capo della famiglia dei Vongola. Reborn è il migliore killer al servizio per la Famiglia Vongola, sebbene il suo aspetto sia ancora quello di un bambino, in quanto egli appartiene agli Arcobaleno, un gruppo che riunisce i sette bambini più forti del mondo (in realtà si tratta adulti trasformati in bambini dall'apparente età di un anno) col compito di proteggere i Ciucciotti Arcobaleno, i principali componenti del Trinisette insieme agli anelli Mare Ring e Vongola Ring. Esteticamente Reborn ha l'aspetto di un bambino di un anno coi capelli e gli occhi neri, che veste un completo nero e un capello di feltro anch'esso nero con una riga arancione, luogo preferito del suo fedele camaleonte mutaforma Leon, che nella versione animata utilizza anche come arma. Caratterialmente, in quanto assassino Reborn mostra un carattere molto astuto, calcolatore e calmo, che si manifesta anche quando (come insegnante) sprona i suoi allievi a dare il meglio, utilizzando metodi poco ortodossi e spesso violenti (come l'uso di esplosivi nel caso di risposte errate) e in generale tende a comportarsi un adulto, ma vi sono molte gag ricorrenti in cui manifesta il suo lato infantile (come quando si addormenta nei momenti meno opportuni) Inoltre, si diverte a travestirsi con abiti stravaganti, a volte fingendosi altre persone (tra le quali si ricordano il maestro di Thai boxe Pao-Pao e il russo Vongolesky) e riuscendo ad ingannare quasi tutti, tranne Tsuna che lo riconosce sempre. Tende a non considerare gli altri membri della mafia appartenenti a piccole famiglie mafiose, proprio come avviene nel caso di Lambo (il quale si considera invece suo nemico giurato).
Sebbene cerchi di non darlo a vedere Reborn è molto affezionato a Tsuna, con cui sviluppa un forte legame basato sulla stima reciproca che hanno l'uno dell'altro.

Modo di parlare

In originale il personaggio di Reborn possiede una voce molto acuta e spesso nel salutare le persone utilizza il saluto "Ciaoss" (o Ciaossu, saluto formato dal "Ciao" italiano e da "Oss", un saluto giapponese) o un italianissimo "Ciao Ciao". Nell'edizione italiana dell'anime si è pensato di dare al personaggio un accento siculo.

Storia

In realtà Reborn non è sempre stato un bambino, ma prima di diventare un Arcobaleno era un adulto di 25/30 anni. Non sappiamo molto della vita di Reborn prima di diventare un infante, ma possiamo intuire che sia stato fin da giovane un abile assassino. Venne scelto per diventare uno dei Guardiani dei Ciucciotti Arcobaleno proprio per le sue abilità e in uno degli incontri del gruppo conobbe Luce di cui probabilmente si innamorò. Dopo che gli venne affidato il Ciucciotto del Sole si alleò con la Famiglia Vongola e chiese al Dottor Shamal di cancellargli tutti i ricordi riguardanti la sua vita prima di diventare uno dei "bambini maledetti". Dopo essere diventato un bambino, Reborn continua a svolgere la sua attività di assassino per conto della Famiglia Vongola e si occupa anche dell'addestramento di Dino Cavallone, Boss della Famiglia Cavallone, alleata dei Vongola. Viene quindi incaricato dal Nono di andare in Giappone per addestrare il futuro Decimo, Tsunayoshi Sawada. Reborn va quindi a Namimori e viene assunto dalla madre di Tsuna come Tutor personale di Tsuna. Qui aiuta il ragazzo a riscattarsi dal titolo di "Imbrana-Tsuna" con metodi non del tutto ortodossi e lo aiuta a creare la sua famiglia della Decima Generazione.
Durante l'attacco di Mukuro Rokudo e dei suoi alleati ai danni di Namimori, Reborn ordina a Tsuna per volere del Nono di catturare Mukuro. Gli viene inoltre ordinato da Timoteo di non intervenire nello scontro. Ad aiutare Tsuna sarà invece il suo fedele camaleonte Leon che fornirà al ragazzo un'arma per combattere Mukuro, gli X-Gloves. Durante lo scontro per i Vongola ring, Reborn non interviene direttamente nello scontro, ma addestra Tsuna e gli insegna lo Zero Point Breaktrough, mossa segreta di Vongola Primo. Tsuna e Reborn vengono poi portati nel futuro dal Bazooka dei Dieci Anni di Lambo e qui scoprono che gli Arcobaleno, compreso lo stesso Reborn, sono stati eliminati da Byakuran e dai suoi sottoposti. Per resistere alle radiazioni anti-trinisette si fa costruire da Giannini degli apposti abiti schermanti. Prima dell'attacco alla Base Melone addestra Yamamoto e da una dimostrazione delle sue grandi capacità combattive. Promette anche al ragazzo che gli svelerà il segreto sugli Arcobaleno se lui riuscirà a colpire il suo cappello. Dopo aver affiancato Tsuna tramite un ologramma durante l'attacco alla Base Melone, assiste al Choice e impedisce a Byakuran di riprendere il controllo su Yuni, nipote di Luce, minacciando il Boss dei Millefiore e dicendogli che non si tratterrà se lui alzerà anche solo un dito sul capo degli Arcobaleno. Al ritorno dal futuro, Reborn annuncià a Tsuna l'imminente cerimonia di successione. Accompagna Tsuna e gli altri sull'isola degli Shimon e cerca di farsi svelare l'origine del ciucciotto bianco dai Vindice, che però si rifiutano di dargli spiegazioni. Dopo la sconfitta di Daemon Spade, Reborn riceve in sogno un messaggio da parte di Checkerface, l'uomo che ha trasformato Reborn e gli altri in Arcobaleno. Così Reborn si trova coinvolto in una battaglia per decidere l'Arcobaleno più forte. Il suo team è composto da Tsuna, Gokudera, Yamamoto, Dino, Ryohei e Chrome. In seguito lui e gli altri Arcobaleno si alleeranno per sconfiggere l'ottavo Arcobaleno e capo dei Vindice, Bermuda. Durante lo scontro fra Tsuna e Bermuda egli rimuove temporaneamente la maledizione per sparare a Tsuna un proiettile dell'ultimo desiderio con il quale il ragazzo riuscirà a vincere senza usare il Vongola Gear.

Abilità

Anche se bambino, Reborn possiede una forza, un'agilità e una velocità fuori dal comune, derivate da lunghi anni di allenamento. È un maestro nell'utilizzo di qualsiasi arma, anche se predilige le pistole e i fucili di precisione, essendo un ottimo cecchino. La sua arma principale, però, è il suo camaleonte Leon che è in grado di trasformarsi a suo piacimento in qualsiasi strumento. Leon è anche colui che produce i proiettili del coraggio di morire ed è in grado di tessere dei vestiti resistenti alle fiamme del coraggio di morire. Il suo attacco più potente è il "Chaos Shot", che consiste in un proiettile di Fiamme di Attributo Sole scagliato da Leon in versione pistola. Il colpo si divide poi in tanti colpi micidiali più piccoli che possono colpire più di un nemico.

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Mosquito Coast (film)

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Mosquito Coast (film)

Mosquito Coast (The Mosquito Coast) è un film del 1986 diretto dal regista Peter Weir, con protagonista Harrison Ford, tratto da un romanzo di Paul Theroux. La vicenda narrata nel film è raccontata da Charlie (River Phoenix), figlio del protagonista Allie Fox (Harrison Ford).
Scritto dallo sceneggiatore Paul Schrader, già autore di American Gigolò e Taxi Driver, sulla base dell'omonimo romanzo di Paul Theroux, all'inizio il film non ebbe successo, ma con gli anni è diventato un film di culto ed oggi è considerato uno dei migliori lavori del regista[senza fonte], che aveva già collaborato con Ford l'anno precedente in Witness - Il testimone.

Trama

Il sogno allucinato di Allie Fox, inventore, anticonformista e contestatore, si trasforma in una folle avventura. Indignato dal consumismo e dal capitalismo, incompreso nel suo lavoro, Allie lascia gli Stati Uniti con tutta la famiglia per la Costa dei Mosquito honduregna, dove acquista il villaggio di Jeronimo nella giungla. Al comando dei suoi, della famiglia Maywit e degli zambo locali, Allie insegue l'utopia di creare dal nulla il suo paradiso. In un primo momento il piccolo abitato si avvia a prosperare. L'inventore dota Jeronimo di un'enorme macchina ("Cicciobomba") in grado di produrre ghiaccio per refrigerare il paese. Intanto però si scontra con il reverendo Spellgood, una caricaturale figura di missionario che, deciso a evangelizzare la regione, minaccia di alienare gli abitanti di Jeronimo.
Quando tre banditi cercano rifugio al villaggio l'equilibrio si spezza. Pur di non sottostare al loro ricatto, Allie li attira con un tranello nel "Cicciobomba" per farli morire assiderati. Ma gli uomini, sentendosi in pericolo, si mettono a sparare. "Cicciobomba" esplode, Jeronimo viene distrutta e le acque circostanti restano gravemente inquinate. Nonostante la tragedia l'inventore non desiste dal suo proposito. Tenendo in ostaggio l'intera famiglia, egli si accampa in un nuovo fatiscente insediamento in riva al mare, finché una tempesta lo abbatte. I Fox scampano di nuovo al pericolo, ma la sopportazione è al limite. Allie infatti è ormai preda della più completa esaltazione e obbliga la famiglia a risalire il fiume. Lungo il percorso si imbatte di nuovo nel villaggio ove il missionario sta indottrinando gli indigeni con metodi da predicatore televisivo; Fox accecato dalla rabbia verso Spellgood appicca il fuoco nella chiesa con una tanica di benzina. Nello scontro che segue, Spellgood spara all'inventore ferendolo gravemente. Benché paralizzato, Allie continua a tiranneggiare i suoi, imponendo loro di proseguire; essi però stavolta lo ingannano e discendono invece il fiume. L'uomo, convinto di star ancora inseguendo il suo sogno, muore fra le braccia del primogenito Charlie.

Riconoscimenti

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Serpente (costellazione)

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Serpente (costellazione)

Il Serpente (in latino Serpens) è una delle 88 costellazioni moderne ed era anche una delle 48 elencate da Tolomeo. È l'unica delle moderne costellazioni ad essere divisa in due parti: la Testa del Serpente (Serpens Caput) ad ovest e la Coda del Serpente (Serpens Cauda) ad est. Tra queste due parti si trova la costellazione di Ofiuco, colui che porta il serpente.

Caratteristiche

Quando nel 1930 l'Unione Astronomica Internazionale decise di tracciare dei confini netti alle costellazioni, formati da archi orari e cerchi concentrici seguendo le coordinate celesti, si trovarono a dover stabilire i contorni del Serpente e dell'Ofiuco, le quali erano fortemente legate e sovrapposte in più parti; in parte basandosi sulla nomenclatura stellare, in parte basandosi sugli atlanti celesti precedenti, si stabilì che il Serpente dovesse essere diviso in due parti: la Testa e la Coda. la sigla della costellazione è Ser per entrambe le parti, ma talvolta, per indicare maggior precisione, si utilizzano le sigle Ser cp per la Testa e Ser cd per la Coda. Poiché il Serpente viene considerato una sola costellazione anche se è diviso in due metà, l'ordinamento della nomenclatura di Bayer segue l'ordine di luminosità di entrambe le costellazioni. La parte della Testa è quasi interamente a nord dell'equatore celeste, mentre la parte della Coda sta a cavallo di esso, lungo la parte terminale della Fenditura del Cigno, un complesso di nebulose oscure che attraversa la Via Lattea boreale in senso longitudinale. Il Serpente è una costellazione ben visibile nei mesi compresi fra maggio e settembre, da entrambi gli emisferi. Solo una delle stelle del Serpente è più luminosa della terza magnitudine, perciò la costellazione non è facile da scorgere, se non si dispone di cieli tersi. α Serpentis, chiamata Unukalhai, si trova nella Testa. δ Serpentis, anch'essa nella Testa, è una stella doppia posta a soli 27 anni luce dalla Terra. Anche θ Serpentis, nella Coda, è doppia. Le stelle sono divise in questo modo: α, β, γ, δ, ε, ι, κ, λ, μ, π, ρ, σ, τ, χ e ω Serpentis nella Testa. ζ, η, θ, ν, ξ, e ο Serpentis nella Coda.

Stelle principali

Stelle doppie

Il Serpente contiene alcune facili stelle doppie, alcune delle quali risolvibili anche con un semplice binocolo.

Stelle variabili

La costellazione contiene alcune stelle variabili, anche se la gran parte di esse sono poco luminose. Fra le Mireidi spicca la R Serpentis, che in fase di massimo è visibile anche ad occhio nudo, essendo di quinta magnitudine; in poco meno di un anno oscilla fra questa e la quattordicesima grandezza. Un'altra Mireide facile da osservare in fase di massimo è la S Serpentis, che raggiunge la magnitudine 7,0. Una variabile semiregolare semplice da osservare è la τ4 Serpentis, che al massimo della luminosità è di magnitudine 5,8, dunque visibile ad occhio nudo, mentre in fase di minimo scende fino alla settima grandezza; il suo periodo è di circa 100 giorni di media.

Oggetti del profondo cielo

La parte della Testa giace lontano dalla Via Lattea, in un punto in cui è possibile l'osservazione di galassie remote. La parte della Coda invece giace sulla Via Lattea, ma in direzione della base di quella che più a nord è nota come Fenditura del Cigno e dell'Aquila, un enorme complesso di polveri interstellari che oscura completamente stelle e oggetti galattici. A causa di ciò, gli oggetti non stellari non abbondano e quei pochi visibili risultano in genere deboli e poco attraenti. La testa del Serpente contiene tuttavia un interessante ammasso globulare, M5, situato a circa 8° a sudovest di α Serpentis, ed è tra i più belli del cielo. Tra le nebulose spicca la celebre Nebulosa Aquila (M16), la quale è una nebulosa diffusa associata ad un giovane ammasso aperto (ossia una regione H II); si trova verso il confine con lo Scudo e il Sagittario ed è una delle nebulose più conosciute e fotografate. La nebulosa fa parte di un vasto complesso nebuloso che ingloba anche la Nebulosa Omega e l'ammasso aperto NGC 6604, ben visibile nell'infrarosso. Sull'estremità settentrionale della coda del Serpente spicca l'ammasso aperto IC 4756, formato da diverse decine di componenti a partire dalla magnitudine 8, che forma una bella coppia col vicino NGC 6633, situato però entro i confini dell'Ofiuco.
Di grande interesse è l'ammasso di galassie Abell 2029, distante circa un miliardo di anni-luce; contiene al suo interno una galassia ellittica gigante, IC 1101 (quest'ultima in realtà ricade entro il confine della Vergine), che con il suo diametro di ben 6 milioni di anni-luce e le sue circa 100 000 miliardi di stelle è la galassia più grande finora conosciuta. Tra le singole galassie, spicca per la sua forma l'Oggetto di Hoag, una galassia ad anello vista perfettamente di faccia; la sua debolezza di luminosità però fa sì che sia visibile solo con telescopi di grandi dimensioni.

Sistemi planetari

Nel Serpente, e in particolare nella parte della coda, sono noti alcuni sistemi planetari extrasolari; uno dei più noti è CoRoT-2, il cui pianeta, CoRoT-2 b, è un pianeta gioviano caldo con una massa pari a oltre tre volte la massa gioviana. HD 168443 è conosciuto per avere un pianeta grande 7,2 volte Giove, più un corpo di 34 masse gioviane che potrebbe essere una nana bruna.

Mitologia

Questa costellazione è divisa in due parti - Serpens Caput, la testa, e Serpens Cauda, la coda, ma gli astronomi la considerano un'unica costellazione. Il Serpente è quell'enorme rettile tenuto tra le mani da Ofiuco nell'omonima costellazione. Con la mano sinistra Ofiuco afferra la sua testa, che è rivolta verso di lui, e con la mano destra tiene la coda. Arato di Soli e Manilio concordarono che il Serpente era attorcigliato attorno al corpo di Ofiuco, ma nella maggior parte degli atlanti celesti il serpente più semplicemente scivola tra le sue gambe. Nella mitologia Ofiuco si identificava con il guaritore Asclepio, figlio di Apollo, ma non è ben spiegato perché in cielo sia alle prese con un serpente. La sua connessione con i serpenti dipende dal fatto che una volta ne uccise uno che miracolosamente resuscitò, grazie a un'erba che un altro serpente gli appoggiò sopra. Da allora Asclepio usò quell'erba per resuscitare i morti. I serpenti sono simbolo di rinascita perché ogni anno mutano pelle. Si racconta inoltre che Asclepio ricevette dalla dea Atena il dono di cambiare il suo sangue con quello di Medusa la Gorgone. Da allora il sangue che sgorgava dalle vene del suo fianco sinistro era velenoso e portatore di sventure, ma quello del fianco destro aveva il potere di guarire qualsiasi malattia e persino di fare risorgere i morti. La stella Alfa del Serpente si chiama Unukalhai dall'arabo «il collo del serpente», che coincide con il punto in cui si trova. La punta della coda è segnata da Theta del Serpente, chiamata Alya, una parola araba che si riferisce però a una «coda di pecora». L'oggetto più famoso del Serpente è un ammasso stellare chiamato M16, racchiuso in una nuvola di gas nota come Nebulosa dell'Aquila.

Note

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Raffaello Lambruschini

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Raffaello Lambruschini

Raffaello Lambruschini (Genova, 14 agosto 1788Firenze, 8 marzo 1873) è stato un politico, agronomo e pedagogista italiano.

Biografia

I primi anni

Niente fonti!
Nato a Genova il 14 agosto del 1788 da Luigi Lambruschini e Antonietta Levrero. Inizia gli studi nella città natale, proseguendoli successivamente a Livorno, dove il padre si era trasferito con la famiglia a causa del suo commercio e anche per il rientro al governo dei francesi dopo la battaglia di Marengo. Successivamente, per assecondare il desiderio della sua famiglia, Raffaello si trasferì a Roma per seguire gli studi teologici e la carriera ecclesiastica, sotto la sorveglianza dei due zii paterni, mons. Giovanni Battista e il sacerdote paolino Luigi Lambruschini (futuro cardinale e Segretario di Stato). Terminò la sua preparazione al sacerdozio sotto la guida dei Gesuiti nel seminario Diocesano d'Orvieto. Qui migliorò non solo la sua formazione classica, indispensabile per chi voleva intraprendere una rapida e brillante carriera prelatizia, ma aveva potuto anche confrontarsi con le nuove idee di libertà, giustizia ed eguaglianza, portate da numerosi fuoriusciti napoletani. Il contatto con questi esuli ha influito sulla sua formazione civile e politica, aprendosi verso istanze più egualitarie e umanitarie, specie nel campo dell'educazione e della formazione dei giovani, definendo i principi morali e civili che dovranno essere sviluppati nei giovani attraverso l'educazione. Il 18 febbraio 1812 venne arrestato e deportato in esilio in Corsica, durante il quale tenne corrispondenza con Angelo Mai e lesse numerose opere, tra le quali possiamo citare la Théorie élémentaire de la botanique, che in futuro gli avrebbe aperto gli occhi sull'astrattezza dei procedimenti delle scienze teologiche e morali avviandolo a un modo più sperimentale e critico di porsi di fronte ai problemi, al fine di applicare i progressi raggiunti dalle scienze per attuare una cultura nuova. Questo periodo di esilio venne denominato più tardi dallo stesso Lambruschini come "la sua vera rigenerazione spirituale".

Il sacerdozio e la formazione culturale

Liberato nel 1814, entrava l'anno dopo nella carriera prelatizia delle Congregazioni Romane; ma non approvando il nuovo indirizzo della Chiesa, "che non cercava più di cattivare gli uomini, ma di sottometterli", se ne ritrasse presto e, nel 1816, fissò la sua dimora a Figline Valdarno, nella tenuta paterna di San Cerbone. Il Valdarno gli permise un'introspezione psicologica e un'osservazione empirica dettagliata dei vari problemi che agivano sulla coscienza italiana ed europea del tempo, riuscendo a cogliere le questioni basilari nella loro evoluzione storica. Tutto ciò era favorito dalla cultura toscana dell'epoca che, influenzata dal pensiero galileiano, si orientava verso il sensismo e il realismo, disinteressandosi della pura speculazione filosofica. La direzione della vasta tenuta di San Cerbone assorbiva molte ore della giornata: arava, zappava, potava...; aveva abbandonato la speculazione teorica per studiare i vari aspetti del sistema produttivo. Di tanto in tanto si recava a Firenze per ascoltare le lezioni di botanica del prof. Carlo Passerini e del prof. Ottaviano Targioni, per approfondire le sue conoscenze sull'agricoltura, animato com'era dal desiderio di apportare innovazioni anche in questo campo. Nel 1823-1824 Lambruschini cominciò a frequentare l'Accademia dei Georgofili per trovare una soluzione al problema agricolo che secondo lui era risolvibile attraverso un migliore e più razionale sfruttamento della terra, attraverso l'adozione di nuove tecniche, già sperimentate altrove, e l'introduzione di nuovi tipi di produzione. Fu lo stesso Passerini che lo introdusse nella redazione del Giornale Agrario; così ebbe la possibilità di incontrare e conoscere Giovan Pietro Vieusseux e tutti gli intellettuali affiliati al Gabinetto: Gino Capponi, Cosimo Ridolfi, Bettino Ricasoli, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Salvagnoli. Insieme a loro il Lambruschini si orienta al miglioramento delle condizioni del popolo e a destare lo spirito pubblico attraverso l'istituzione di scuole di mutuo insegnamento, d'arti e mestieri, di casse di risparmio, di asili infantili e rivista di stampa periodica. Tutte queste iniziative avevano lo scopo di stimolare un processo di crescita nazionale, dove l'equilibrio sociale e la formazione degli individui sono il cardine ultimo di tutto il pensiero del gruppo liberal-cattolico.

L'opera pedagogica

Il Lambruschini seguì con interesse l'evoluzione in Italia del metodo reciproco, tanto che il suo interessamento alla parte teorica, didattica e pedagogica del movimento, gli portò notevoli meriti. In quello stesso periodo vennero fondate in Toscana numerose scuole di questo genere, poiché considerate non solo efficaci, ma, soprattutto, a basso costo. Fiorirono inoltre, sull'esempio dell'esperienza aportiana, molti asili infantili e venne incoraggiata, mediante pubblici concorsi, una più ricca produzione letteraria per l'infanzia. Inizialmente l'istruzione popolare in Toscana venne affidata dal granduca Leopoldo II alle iniziative di privati, mossi da una sensibilità in campo sociale. Fu perciò il Gabinetto Vieusseux, attraverso le iniziative del Capponi, del Ridolfi, del Ricasoli e dello stesso Lambruschini che iniziarono quel processo di istruzione del popolo, attraverso l'offerta di istruzione tecnica e morale che avrebbe portato di conseguenza a un'elevazione della consapevolezza sociale delle classi agricole toscane.
Grand
In questo clima il Lambruschini fonda nel 1827, con Cosimo Ridolfi, Lapo de' Ricci e Gino Capponi, il Giornale Agrario Toscano, con lo scopo di istruire il popolo intorno ai processi e progressi agrari, di migliorare le condizioni di vita, di diffondere i principi dell'economia pubblica e di agronomia che erano propugnati dall'Accademia dei Georgofili. Nel 1830 l'educatore toscano accetta di istruire ed educare il più grande dei nipoti del Vieusseux, Paolino, e, più tardi, il minore, Emilio. Con loro nasce, nella villa di San Cerbone, un Istituto, che inizia ad accogliere fanciulli di famiglie agiate, ma mai più di dodici allievi. Questo istituto era improntato sullo stesso spirito e sulle nuove metodiche che ispiravano l'istituto di Vernier, diretto dal suo grande amico Francesco Naville. L'istituto di San Cerbone accoglieva sia i figli dei ceti agiati, che pagavano una retta mensile determinante per la sopravvivenza dell'Istituto stesso, sia i figli dei contadini, che provvedevano economicamente con offerte volontarie. Entrambi facevano gli stessi studi e ricevevano la stessa educazione, con l'unica differenza di abitare in parti diverse della villa. Il frutto di questa esperienza compare nella Guida dell'educatore, giornale fondato e diretto dal Lambruschini tra il 1836 e il 1845 "...quanto di meglio aveva Firenze e la Toscana", che per fortuna ebbe diffusione in ogni parte d'Italia, allo scopo di accostare al problema educativo genitori e maestri e attraverso il quale il Lambruschini pensava di coagulare il pensiero liberal-cattolico e moderato intorno alla problematica dell'educazione e della formazione del popolo. Tuttavia in Toscana, come d'altra parte anche nel resto d'Italia (con l'eccezione della Lombardia), a causa delle risibili cifre destinate dai Governi all'istruzione pubblica, era complicato istituire e mantenere scuole, in particolare nelle zone agricole. Anche per questo motivo, nel 1847 il sacerdote toscano scioglie il suo istituto di San Cerbone, lascia gli studi di agronomia e si trasferisce a Firenze. Qui dirige, tra il 1847 e il 1849, con Bettino Ricasoli e Vincenzo Salvagnoli, il giornale La Patria, di tendenze moderate con l'idea di preparare l'unità d'Italia. Tuttavia il giornale venne chiuso e il Lambruschini fu costretto a riparare nella sua tenuta. Collabora in seguito prima al giornale Nazionale e, dal 1849 al 1851 allo Statuto, scrivendo una serie di articoli politico-educativi. Scrive anche sull'Autorità e sulla Libertà, sugli uffizi del clero, sull'emancipazione degli ebrei e sulla liberazione della Polonia. Il Lambruschini in questi anni s'impegna politicamente, aderendo al neoguelfismo e coltivando la speranza di una conciliazione del papato con le aspirazioni liberali e nazionali italiane, seguendo le tesi di Vincenzo Gioberti sul "Primato" tra le nazioni d'Europa che l'Italia avrebbe ritrovato quando la Chiesa, rinnovata e rinvigorita, avesse ripreso la sua funzione universale; perciò auspicava un'unificazione nazionale attraverso una formula federativa di Stati sotto la presidenza del Pontefice, salvaguardando allo stesso tempo le singole dinastie regnanti.

I lavori nel parlamento toscano

Grand
Scoppiata la rivoluzione nel 1848, il Lambruschini sedette nel giugno 1848 Consiglio generale toscano con i moderati liberali, come il Salvagnoli e il Ricasoli, proponendo per la risoluzione del problema dell'Unità nazionale l'idea del Gioberti di una Federazione. Tuttavia il fallimento della proposta neo-guelfa, dovuto al ritiro dell'appoggio di papa Pio IX alla guerra, aprì la via all'egemonia piemontese, destinata successivamente a realizzare l'unità nazionale. Venne eletto Vicepresidente. Rieletto nel Parlamento toscano nel novembre dello stesso anno, non approvando il ministero Giuseppe MontanelliFrancesco Domenico Guerrazzi, succeduto al ministero Capponi, ne rimase in disparte e non si ricandidò nel marzo 1849.[1] Nel 1849 la fuga del Papa e quella del Granduca portarono il Lambruschini ad assumere una posizione marginale nella politica del tempo. Si rifugiò di nuovo a S. Cerbone dove venne assalito dai livornesi che cercavano il "pretaccio". In questo periodo riordinò e corresse tutto ciò che aveva pubblicato nella Guida dell'educatore. Frutto di questo studio fu, nel 1849, il trattato Dell'Educazione e dell'Istruzione. Il 27 aprile 1859 Leopoldo II, in seguito alla guerra vittoriosa dei franco-piemontesi e a rivolte popolari, lascia definitivamente la Toscana. La nuova situazione permise al Lambruschini di ritornare alla politica; divenne vicepresidente della Consulta di Stato e venne rieletto nell'ottobre 1859 deputato dell'Assemblea Toscana e nominato Ispettore generale delle scuole, gli furono compagni Gerolamo Buonazia, Augusto Conti e Aurelio Gotti. Il 15 marzo 1860 la regione votò l'annessione al Regno di Sardegna e pochi giorni dopo le truppe piemontesi entrarono in Firenze.
Cavaliere dell

Senatore del Regno

Nel 1860, insieme a Conti e Gotti, istituì il giornale La famiglia e la scuola, che ottenne notevole successo e contenne interventi sia di carattere pedagogico, sia politico, didattico e organizzativo. A questo giornale tenne dietro La gioventù, dove torna a esporre e perfeziona le sue idee sull'insegnamento del leggere, rinnovando così quel fecondo contatto fra i particolari problemi della didattica e i problemi più generali della pedagogia, che era stato la caratteristica fondamentale del suo pensiero educativo. Significativi i suoi interventi sulla "questione della lingua" intorno alla quale si intrecciavano questioni di antropologia, sostenere la radice comune di tutte le lingue era un modo per sostenere l'unità del genere umano, e questioni di politica linguistica quali l'uso didattico della lingua materna e dei dialetti. Con l'annessione della Toscana al Piemonte è nominato senatore del Regno di Sardegna il 23 marzo 1860; la nomina verrà poi convalidata in data 6 luglio 1860, e giurò come senatore del Regno d'Italia solo il 20 aprile 1861.[2] Nel frattempo venne eletto alla Camera dei deputati del Regno d'Italia all'elezioni politiche del 3 febbraio 1861[3] nel collegio di Cagli (Pesaro e Urbino), con voti 153 su 157 votanti, ma l'elezione decadde il 1º marzo 1861 in quanto già nominato senatore.

Gli ultimi anni

Dopo la morte di Cosimo Ridolfi, nel 1865, venne eletto Presidente dell'Accademia dei Georgofili; nel 1867, Professore di Pedagogia e Antropologia all'Istituto di Studi Superiori e sovrintendente nel medesimo istituto e, nel 1869, Arciconsole all'Accademia della Crusca. Tuttavia gli affari pubblici non gli impedirono di dedicarsi agli studi: si occupava di alcuni problemi di metodo, pubblicava sillabari e libri per fanciulli. Nel 1871 pubblicò Dell'Istruzione, nel 1872 Delle virtù e dei vizi e nel 1873 Elogi e Biografie. L'8 marzo 1873 morì, colto da paralisi, all'età di 85 anni, nella sua villa di S. Cerbone. Fu sepolto nella cappella di famiglia, nel cimitero di Figline Valdarno.

Il pensiero

Una citazione tratta da Pensieri di un solitario[4], messa in risalto da Ernesto Codignola, sintetizza l'originale pensiero religioso di Lambruschini: «La Chiesa è per le anime, non sono le anime per la Chiesa». Il suo umanesimo salvaguarda i diritti del credente senza negare la tradizione religiosa della Chiesa e in ciò è lontano da Rousseau e da Kant, pur avendone ereditato in qualche modo il pensiero. «Vuole spiritualizzare l'autorità, non abolirla» e in ciò è lontano dai protestanti.[5]

Onorificenze

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Note

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Boeing 737 Next Generation

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Boeing 737 Next Generation

Dati estratti da 737NG-boeing.comIl Boeing 737 Next Generation, comunemente abbreviato in Boeing 737 NG, è un aereo a fusoliera stretta per il corto-medio raggio prodotto dalla statunitense Boeing dal 1996. Il 737 Next Generation è prodotto in quattro differenti varianti, 737-600, 737-700, 737-800 e 737-900, che si differenziano per dimensioni e quindi capacità: la serie 737-600 ha una capacità massima di 130 posti a sedere, la serie 737-700 di 148, la serie 737-800 di 189 e la serie 737-900 di 220 posti a sedere. La 737 NG è la terza generazione aeromobile derivata dal Boeing 737, segue il 737 Classic (-300/-400/-500), prodotta tra 1979 e il 2000 e precede la generazione 737 MAX. Sono stati consegnati 7 040 737NG prima della fine del maggio 2017, con un totale di 7 070 ordini. Gli ordini rimanenti sono nelle varianti -700, -700BBJ, -800, -800BBJ e -900ER. Il diretto concorrente del 737 NG è la famiglia Airbus A320 dell'europea Airbus.

Storia del progetto

Contesto

Quando il cliente abituale della Boeing, la United Airlines, iniziò ad acquistare gli Airbus A320 la Boeing venne spinta ad aggiornare la famiglia dei 737 Classic, più lenti e con minore autonomia di volo.[4] Mentre la concorrente Airbus implementava tecnologie come il fly-by-wire, la Boeing iniziò i primi sviluppi di un nuovo modello più efficiente in seguito ad un lavoro di consultazione con potenziali acquirenti.[5] Fu così che il 17 novembre del 1993 venne annunciato il programma 737 Next Generation. La nuova famiglia di aeromobili includeva 4 varianti, la -600, la -700, la -800 e la -900. Le prestazioni di un 737NG sono essenzialmente quelle di un nuovo aereo, anche se rimangono importanti tratti comuni con le versioni precedenti. L'ala venne modificata, con un incremento della superficie alare del 25% e un incremento dell'apertura alare di 4,88 m, una sezione più sottile e un aumento totale della capacità del combustibile del 30%. I motori vennero sostituiti con i più silenziosi ed efficienti CFM56-7B. Tutti questi miglioramenti aumentarono l'autonomia di volo dell'aeromobile di 900 miglia nautiche.[5] Venne abilitato un programma di voli di prova coinvolgendo 10 aeromobili: 3 -600, 4 -700 e 3 -800.[5]

Produzione e collaudo

Il primo NG ad uscire dalla fabbrica fu -700, l'8 dicembre 1996. L'aereo, il 2,843º 737 realizzato volò per la prima volta il 9 febbraio 1997, con i piloti Mike Hewett e Ken Higgins al comando. Il primo prototipo dell' -800 uscì il 30 giugno 1997 e volò per la prima volta il 31 luglio 1997, pilotato da Jim McRoberts e di nuovo da Hewett. La variante più piccola, la -600, è identica in dimensione come la -500, uscì dalla fabbrica nel dicembre del 1997 ed effettuò il primo volo il 22 gennaio del 1998. Il 18 agosto del 1998 ottenne la certificazione dalla FAA.[5][6] Boeing aumentò la produzione dei 737 da 31,5 a 35 nel gennaio del 2012, a 38 al mese nel 2013, a 42 al mese nel 2014 ed è pianificato che raggiunga 47 esemplari per mese nel 2017, 52 per mese nel 2018 e 57 al mese nel 2019, anche se si potrebbe raggiungere il limite massimo di produzione pari a 63 aeromobili al mese.[7][8][9] La produzione di un aeromobile viene effettuata nella Boeing Renton Factory in 10 giorni, la metà del tempo impiegato fino a qualche anno fa. La fusoliera vuota raggiunge l'impianto nel primo giorno di produzione dalla Spirit AeroSystems da Wichita, Kansas. Nel secondo giorno vengono installati i collegamenti elettrici e l'impianto idraulico il terzo giorno. Il quarto giorno la fusoliera viene ruotata di 90 gradi e vengono installate le ali, in un'operazione che richiede 6 ore, insieme al carrello di atterraggio. L'assemblaggio finale inizia il sesto giorno in cui vengono montati i sedili scelti dalla compagnia aerea, i bagni e le cappelliere. I motori vengono montati nell'ottavo giorno. Il decimo giorno l'aereo è pronto per i voli di prova.[10]

Interni

Per quanto riguarda la cabina, l'interno del 737NG si incentra sullo stile utilizzato sul Boeing 757-200 e sul Boeing 737 Classic incorporando anche parti del 777, che è più largo, più arrotondato e con i pannelli superiori più curvi. Nel 2010, l'interno del 737NG fu aggiornato per sembrare più simile al Boeing 787. Conosciuto come Boeing Sky Interior (Boeing a cielo interno), introduce un nuovo sistema di portabagagli basculanti, nuove pareti, nuove unità di servizio per i passeggeri e illuminazione a LED. Lo Sky interior non può essere adattato per gli aerei esistenti; tuttavia, alcuni componenti prodotti da Health Tecna possono simulare, per i 737 e i 757 esistenti, un aspetto simile a quello dello Sky Interior.

Dati tecnici

Utilizzatori

Al giugno 2023, dei 7 104 esemplari consegnati, 6 393 sono operativi.[2]

Civili

Gli utilizzatori principali sono[16][17]:

Governativi e militari

Gli utilizzatori principali sono[16][17]:

Note

Bibliografia

Voci correlate

Aerei comparabili per ruolo, configurazione ed epoca Altro
Principali incidenti Sviluppo correlato

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In produzione: 737NG · 737MAX · 767 · 777 · 777X · 787 · BBJ
Bombardieri: Y1B-9 · B-17 · B-29 · YB-40 · B-47 · B-50 · B-52 · B-1
Trasporto: C-73 · C-75 · C-97 · C-98 · XC-105 · C-135 · C-137 · CC-137 · C-17 · C-22 · VC-25A · C-32 · C-40
Aerocisterne: KB-29 · KB-50 · KC-97 · KC-135 · KC-137 · KC-10 · KC-46 · KC-767
Ricognizione, pattugliamento e AWACS: NC-135 · OC-135B · RC-135 · WC-135 · P-8 · EC-135 · EC-18 · E-3 · E-4 · E-6 · E-8 · E-767 · 737 AEW&C
Addestratori: PT-13/PT-17/PT-18/PT-27 · T-43 · T-7 · T-45
UAV: A160 · ScanEagle

Salomone

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Salomone

Salomone (in ebraico: שְׁלֹמֹה, moderno Šəlomo o Šlomo, antico Šəlōmōh; in arabo: سليمان Sulaymān; in greco: Σαλωμών o Σολομών; in latino: Salomon; Gerusalemme, 1011 a.C. circa – Gerusalemme, 931 a.C. circa) è stato, secondo la Bibbia, il terzo re d'Israele, successore e figlio di Davide. Il suo regno è datato circa dal 970 al 930 a.C. e fu l'ultimo dei re del Regno unificato di Giuda e Israele. Secondo il racconto biblico era figlio di Davide e Betsabea, che era stata moglie di Uria l'Ittita. Gli succedette il figlio Roboamo, che Salomone aveva avuto dalla moglie ammonita Naama[1], ma solo sul regno di Giuda. Il suo regno viene considerato dagli ebrei come un'età ideale, simile a quella del periodo augusteo a Roma. La sua saggezza, descritta nella Bibbia, è considerata proverbiale[Nota 1]. Durante la sua reggenza venne costruito il tempio di Salomone, che divenne leggendario per le sue molteplici valenze simboliche. Particolari su vita, opere e saggezza di Salomone sono narrati anche nel Kebra Nagast (testo etiope redatto tra il IV e il VI secolo d.C., ma nella sua versione definitiva nel XII secolo). Venne ricordato per la sua sapienza e saggezza.

Nel resoconto biblico

Il regno

Di Salomone non esistono fonti documentali coeve, oltre ai libri dei Re e ai libri delle Cronache[Nota 2], e mentre alcuni studiosi ne sostengono la storicità, pur non concordando sulle dimensioni del suo regno, altri dubitano della sua esistenza storica[Nota 3].[2][3][4][5][6][7]
Del periodo precedente la sua incoronazione le scritture non dicono nulla di più. Salomone divenne re[Nota 4] per designazione divina (1Cr. 22,9[8]), e la congiura di Adonia, suo fratellastro[Nota 5], accelerò solo i tempi. Il primo atto della reggenza di Salomone fu la messa a morte del fratello Adonia e di Ioab, generale di Davide, per la congiura; condannò a morte anche Shimei per essere venuto meno al giuramento di residenza a Gerusalemme dopo che gli era stata condonata la vita per aver offeso Davide.[Nota 6] Importante fu anche la destituzione dalla carica di sommo sacerdote di Abiatar a favore di Sadoc. Il punto di snodo del regno di Salomone fu la richiesta a Dio di dargli il discernimento tramite il dono della sapienza, necessario secondo lui per governare un popolo[Nota 7]. Dopo questo fatto la sua potenza e ricchezza divennero leggendarie. L'argento di Re Salomone proveniva da Sardegna e Spagna, portato in oriente dalla flotta di Tartesso, ovvero l'Isola di Sardegna ("Thompson, C., and Skaggs, S. (2013) doi:10.11141/ia.35.6). Il Libro della Sapienza, scritto in greco, porta il suo nome: Sapienza di Salomone.[9] Alla metà del X secolo a.C.[10] iniziò la costruzione del tempio (1Re. 6,1[11]) che terminò in circa sette anni (1Re. 6,38[12]). Questo dato è importante per capire la grandezza di Salomone, poiché Erode impiegò ben quarantasei anni per ampliare il secondo tempio (Gv. 2,19[13]), probabilmente senza riuscire a riportarlo allo stato originario. Il Tempio di Salomone ha provocato numerosi dibattiti tra gli studiosi: gli studiosi di scuola minimalista (come Israel Finkelstein, Ze'ev Herzog e Thomas L. Thompson) ritengono infatti che il Tempio in realtà sarebbe stato edificato molto tempo dopo da re Giosia, che l'avrebbe retrodatato ai tempi di Salomone per motivi nazionalistici[14][15][16]; a questa tesi si oppongono gli studiosi della scuola massimalista e "centrista" (come Amihai Mazar, Kenneth Kitchen, William G. Dever e Baruch Halpern), che ritengono che il Tempio sia stato effettivamente costruito da Salomone, nonostante i testi biblici contengano senza dubbio delle esagerazioni.[3][4][5][6][7]
Ad esempio, le descrizioni bibliche del Tempio e del suo palazzo reale - dei quali, nonostante ripetute ricerche archeologiche, non sono state trovate tracce[Nota 8] - sono incompatibili con il periodo salomonico e lo storico ed archeologo Mario Liverani sottolinea come "questi edifici, nelle dimensioni riportate dal testo biblico, superano di molto lo spazio disponibile nella piccola Gerusalemme che l'archeologia consente di assegnare al X secolo (cioè la sola «città di David»). Si tratta di progetti di età persiana, proiettati indietro al tempo di Salomone per conferir loro un valore fondante"[17], e anche la Bibbia Edizioni Paoline evidenzia che "l'amplificata descrizione della fabbrica del tempio e del suo mobilio armonizza i dati del tempio di Salomone con quelli dell'epoca post-esilica"[18]. Va comunque rilevato come le cifre indicate nella Bibbia, in riferimento a Salomone, siano a volte sproporzionate e in contraddizione tra loro[Nota 9] e la sua figura, soprattutto nei Libri delle Cronache, venga spesso idealizzata.[19] Anche "le entrate di Salomone sono descritte in termini favolosi"[20] e le quantità d'oro riportate nel testo biblico del tutto inverosimili[Nota 10], mentre storicamente "non esiste neanche un singolo testo egiziano fra quelli noti che nomini David o Salomone per la loro ricchezza e la loro potenza"[21].
Le storie dell'amore tra Salomone e la regina di Saba, Makeda, e della nascita del loro figlio primogenito, Menelik, sono narrate con ricchezza di particolari nel libro sacro Gloria dei Re, il libro della Gloria dei Re. Questo antico testo sostiene anche che «un tempo tutto il mondo fu composto da tre regni (…) guidati da tre Re, i tre figli di Salomone», e che ci fu un lungo periodo in cui «i Re di tutto il mondo discendevano dalla stirpe di Sem».

La decadenza

Come ogni altro re di quel periodo, Salomone prese a circondarsi di mogli straniere (Moabite, Ammonite, Idumee, Sidonie, Ittite), sia per motivi politici (poteva così stringere alleanze coi popoli vicini) sia per dimostrare il proprio potere. Ma per questa via attuò anche una decadenza spirituale all'interno d'Israele, dato che ogni nuova moglie adorava diverse divinità e pure Salomone si lasciò corrompere dall'idolatria. Oltre alla figlia del faraone, Salomone aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine. Quando fu vecchio, le sue donne l'attirarono verso dèi stranieri. Seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, divinità degli Ammoniti. Fu allora che costruì, sul monte che sta di fronte a Gerusalemme, un alto luogo per Chemosh, la divinità di Moab, e per Moloch, la divinità dei figli di Ammon. Fece così per tutte le sue donne straniere, le quali offrivano profumi e sacrifici ai loro dèi. Il Signore gli era apparso due volte e gli aveva comandato di non seguire altri dèi, ma Salomone non osservò quanto gli aveva comandato. Il fatto di aver infranto il primo e più importante dei Dieci comandamenti, quello che vieta l'idolatria, portò alla decisione divina di dividere il regno in due parti, ma solo dopo la morte di Salomone: una parte a Roboamo, discendente legittimo, che regnò sulle tribù di Giuda e Beniamino e l'altra parte a Geroboamo, che regnò su tutte le altre, creando il regno di Israele. Il profeta Achia di Silo, sdegnato, gli predisse questo scisma politico e religioso dopo la sua morte, ungendo re delle tribù del nord il suo generale Geroboamo. Salomone tentò di ucciderlo, ma lui si rifugiò in Egitto. Secondo la tradizione ebraica, l'Arca Santa si trova invece ancora in uno dei meandri sotterranei del tempio di Gerusalemme: questi furono costruiti appositamente in previsione della futura distruzione del tempio.

Il giudizio di Salomone

Il primo Libro dei Re dà un esempio significativo della sapienza di Salomone. Nel mondo antico era un fatto comune chiedere il giudizio del re, non esistendo la moderna suddivisione dei poteri: i regnanti, quindi, erano i giudici supremi a cui venivano sottoposti i casi più difficili. E quello sottoposto al re d'Israele sembrava irrisolvibile. Due donne si presentarono da Salomone: ciascuna aveva partorito un figlio a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro ed entrambe dormivano nella stessa casa. Una notte accadde che uno dei due bambini morì e sua madre, secondo l'accusa, aveva scambiato il figlio morto con quello vivo dell'altra donna mentre questa dormiva. Salomone, dopo aver ascoltato le due donne sostenere più volte le loro tesi, fece portare una spada e ordinò che il bambino vivente fosse tagliato a metà per darne una parte a ciascuna di esse.
Allora la vera madre lo supplicò di consegnare il bimbo all'altra donna, pur di salvarlo. Salomone capì così che quella era la vera madre e le restituì il bambino[22]. Fu così reso noto a tutti che Salomone era veramente un re buono, santo, di fede e Zaddiq.

La fama

La saggezza, la ricchezza e la grandezza del regno di Salomone, secondo la Bibbia[23], divennero leggendarie. Attualmente, l'archeologia, inclusa quella israeliana, molto attiva nel campo dell'archeologia biblica[Nota 11], ridimensiona - anche supponendo l'esistenza di re Salomone, cosa che solleva molti dubbi tra gli storici[24] - la grandezza di tale regno e i fasti descritti per Gerusalemme: dall'inizio del XXI secolo[Nota 12], Gerusalemme "è stata scavata come mai prima di allora. Tuttavia, come concorderebbe la stragrande maggioranza degli archeologi [...], la capitale di un regno unificato di Davide e Salomone non è stata trovata" e, in merito alle miniere di Salomone - che furono associate, dagli anni Trenta, all'area della valle del Timna[Nota 13] - "nessun archeologo serio oggi pensa che se anche fosse esistito re Salomone, il suo dominio arrivasse fino a Timna nel sud"[25]. Le notizie su Salomone, secondo il testo biblico, si diffusero in Oriente, tanto che molti "potenti" di allora vollero metterlo alla prova, facendogli visita e portandogli doni. Nella Bibbia ci viene proposto l'incontro con la regina di Sheba (o Saba), molto probabilmente dell'antico regno sabeo, nella zona dell'attuale Etiopia, la cui mitica ricchezza era ben nota alla cultura biblica, che dei Sabei parla nel "Libro dei Popoli". Il libro sacro dell'Etiopia intitolato Kebra Nagast narra dettagliatamente del loro incontro, del loro figlio Menyelek (o Menelik) e dello spostamento dell'Arca dell'Alleanza: secondo la tradizione etiope, seguendo la linea monarchica di discendenza diretta, il duecentoventicinquesimo erede del trono di Salomone è Ras Tafari Makonnen, il negus, ultimo Re dei Re, incoronato Imperatore il 2 novembre 1930 col nome di Haile Selassie I, letteralmente Potere della Santa Trinità. Per questa ragione il re Salomone è tenuto in particolare considerazione anche dai credenti della livity (filosofia di vita) rastafari. La visita della regina di Saba a Salomone[26], secondo gli studiosi del Nuovo Grande Commentario Biblico, è "una leggenda popolare, ma può avere un nocciolo storico in una visita da parte di una delegazione commerciale araba"; secondo il racconto biblico, tra i doni che la regina portò a Salomone vi furono centoventi talenti d'oro, ovvero ben oltre le due tonnellate di oro, una quantità inverosimile[27].

Salomone autore biblico

A Salomone vengono attribuiti due salmi, la maggior parte del libro dei Proverbi e due libri del canone. Attualmente, comunque, anche la più autorevole esegesi cristiana riconosce come a Salomone non si possano attribuire libri biblici. Gli esegeti del Nuovo Grande Commentario Biblico ritengono, infatti, che "c'è un ampio accordo tra gli studiosi sul fatto che il contesto della composizione della letteratura sapienziale non vada collocato durante la vita di Salomone. La sua grande fama di saggio è senza alcun dubbio la ragione della sua «paternità» di tre libri sapienziali, ma nessuno dei tre [Proverbi, Qoelèt, Sapienza] può a buon diritto reclamarlo come autore […] Non c'è dubbio: l'attribuzione di questi libri a Salomone serviva ad accrescere la loro autorità"[28]; anche gli studiosi dell'interconfessionale Bibbia TOB sottolineano come per il Cantico dei Cantici "l'autore non è certamente Salomone: come è accaduto per Proverbi, Qoelèt, Sapienza, il Cantico gli è stato attribuito"[29] e quelli della Bibbia (Edizioni Paoline) - concordemente agli esegeti dell'École biblique et archéologique française (i curatori della Bibbia di Gerusalemme)[30] - evidenziano che nel Cantico dei Cantici "l'attribuzione a Salomone è quindi fittizia (come in Qohèlet e Sapienza) ed è indice che il redattore ha inteso collocare il suo libro nell'alveo della corrente sapienzale, di cui Salomone era l'alto patrono"[31]. Anche la paternità dei due salmi 72 e 127 non sembra attribuibile a Salomone: nei Salmi - il cui testo ci è, peraltro, giunto con numerosi casi di corruzione testuale - l'attribuzione nel titolo del salmo è spesso un'aggiunta successiva, che oltretutto non intendeva forse neppure riferirsi all'autore[32].
Le opere a cui ci si riferisce sono:

Salomone mago ed esorcista

In un periodo imprecisato il re Salomone viene considerato un medium e un esorcista: un'opera importante che ci dà testimonianza di ciò è il testamento di Salomone, in cui si narra come il re eserciti il suo potere magico sui demoni per costringerli a costruire il tempio di Gerusalemme.[Nota 14].
Al re d'Israele è stata attribuita la stesura della Chiave di Salomone, contenente preghiere ebraiche rivolte a Dio.

La scienza al tempo di re Salomone

È stato ipotizzato[33] che già al suo tempo fosse conosciuto il valore del π, noto ai Babilonesi del XX secolo a.C. e poi impiegato dagli Egizi nel XVII secolo, entrambi popoli confinanti coi primi israeliti vissuti nella Mezzaluna Fertile.
Al pi greco fu attribuito un potere magico-spirituale anche nei secoli successivi, le cui proprietà furono codificate dalla geometria sacra dei pitagorici nel VI secolo. Ciò sarebbe attestato nel:

Salomone raffigurato su amuleti

Tale ruolo magico di Salomone ricompare in una serie di amuleti, in pietra o metallo, con diverse rappresentazioni, accomunati dalla presenza di Salomone a cavallo (identificato solitamente dall'iscrizione) mentre trafigge un demone dalle fattezze femminili.[senza fonte]

Salomone nell'Islam

Salomone (in arabo سليمان?, Sulayman) è citato cinque volte nel Corano (2:102; 21:81-82; 27:15-45; 34:11-13 38:30-34) come profeta saggio ed in possesso della conoscenza di molteplici scienze tradizionali. A questo re sono inoltre legate numerose storie riportate da commentatori coranici antichi e da storici musulmani riguardo al suo rapporto con i jinn, che si dice fossero totalmente al suo servizio. Importante episodio coranico legato (Cor. 27:15-45) alla figura di Salomone è la storia (presente nella Bibbia) del suo incontro con Bilqis, la regina di Saba, episodio narrato nel libro sacro della Gloria dei Re, ovvero il Kebra Nagast. Salomone è anche ricordato come grande costruttore di edifici, strade e canalizzazioni. A tale proposito lo storico omanita al-‘Awtabi (secoli XI-XII) attribuisce a Salomone e ai suoi jinn lo scavo e la costruzione di 1000 canali, (in arabo ﻗﻨﺎﺕ , ﻗﻨﺎة?, qanāt) che costituiscono l'antico sistema irriguo ancora oggi in funzione in gran parte dell'Oman. Cor 34:11-13 si riferisce al dono divino ricevuto da Salomone di essere trasportato dal vento a una velocità che aveva del miracoloso, peculiarità ripresa da alcuni storici arabi fra cui si può ricordare Ṭabarī, che parla di un viaggio fra la Siria e Istakhr, in Iran, e al-‘Awtabi che parla di un viaggio fra Istakhr e Gerusalemme durante il quale sorvolò l'Oman dove vide a Salut, sito posto nella zona di Nizwa, un palazzo che sembrava appena terminato e abitato da un'aquila la quale, interrogata dal profeta, riferì di essere arrivata in quel luogo 800 anni prima e di avervi trovato già il palazzo disabitato ma in ottimo stato.

Frasi famose

Esegesi ebraica

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«Che cosa significa il versetto: "Ecco il giaciglio di Shelomò, 60 prodi lo circondano, tra i prodi di Israele. Tutti armati di spada, esperti nell'arte della guerra; ciascuno con la spada al fianco, per il terrore notturno"? Queste parole si riferiscono ad un episodio accaduto, in tarda età, a re Shelomò. Quando non riuscì a controllare a sufficienza le sue mogli per impedire loro di praticare idolatria, Hashem lo lasciò in potere dello shed Eshmadai. Shelomò fu terrorizzato da questo potente shed per il resto della sua esistenza. (Targum Yonatan, Qoelet). Accadde quanto segue...»
Shelomò è in realtà re Salomone. Si racconta che re Salomone aveva incatenato il re degli shedim Eshmade con una collana sulla quale era il Nome di Dio Onnipotente; esso rese notevoli servizi quando re Salomone aveva costruito il tempio di Gerusalemme. Un giorno re Salomone gli chiese sul motivo per cui Dio si fosse servito degli shedim per punire gli egizi come si era servito di angeli a favore del popolo ebraico, volendo sapere in che modo uno shed (il testo afferma che gli shedim dimorano sulla Terra e sanno volare) è superiore ad un angelo; lo shed gli chiese il suo (di re Salomone) anello con il tetragramma biblico e di slegarlo (lo shed). Re Salomone lo fece e subito si sentì afferrare dallo shed e scagliato ad una distanza di 400 parsa. Lo shed si sedette sul trono di re Salomone; lontano il re, trovandosi in un villaggio, chiese aiuto svelando chi era, ma non gli credettero sino a quando giunse al Sinedrio che, interrogato il suo consigliere, capì. Chiesero alle donne di controllare i piedi qualora il re Salomone fosse andato presso di loro perché il piede di uno shed assomiglia a quello di un gallo (Dio non terminò infatti queste creature perché stava giungendo lo Shabbat durante la Creazione); poi seppero che re Salomone copriva i suoi piedi. Lo accompagnarono al palazzo facendogli riavere la collana e l'anello e, quando entrò nella sala del trono, quando vide cosa aveva tra le mani Eshmade fu colto da terrore e volò via; da quel momento re Salomone fece circondare il proprio letto da 60 prodi, sapienti di Torah esperti di essa tutta e contro lo Yetzer ha-ra: ciascuno padroneggiava una particolare Massekhet (trattato del Talmud). (Bemidbar Rabbah 11, 9; Talmud Ghittin 68, secondo i commentatori; Rut Rabbah 5, 6). Già anche Nachmanide, come fondamento della fede ebraica, spiega come il popolo ebraico rivolge la propria tefillah a Dio.

Salomone nella cultura di massa

Note

«Io, Salomone, udito il nome dell'arcangelo, pregai e glorificai Dio, Signore del cielo e della terra. E serrai il dèmone e gli ordinai di andare a lavorare nella cava di pietre, perché tagliasse le pietre per il Tempio, quelle che, portate dal Mare d'Arabia, giacevano lungo la spiaggia. Ma quegli, timoroso dei ceppi, continuava a gridare, e diceva: "T'imploro, re Salomone, liberami. Ed io condurrò a te tutti i dèmoni". E poiché non voleva sottomettersi, pregai l'angelo Uriel di venire in mio soccorso; ed ecco che contemplai Uriel discendere dai cieli, l'angelo che suscita i leviatani dagli abissi.»
(Testamento di Salomone, 11)

Riferimenti

Bibliografia

Voci correlate

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Campionati europei juniores di slittino 2020

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Campionati europei juniores di slittino 2020

I Campionati europei juniores di slittino 2020 sono stati la quarantunesima edizione della rassegna europea juniores dello slittino, manifestazione organizzata annualmente dalla Federazione Internazionale Slittino. Si sono tenuti il 31 gennaio 2020 a Winterberg, in Germania, sulla pista Veltins EisArena, il tracciato sul quale si svolsero le rassegne continentali juniores del 1978, del 2012 e del 2018; sono state disputate gare in quattro differenti specialità: nel singolo donne e in quello uomini, nel doppio e nella gara a squadre. Anche questa edizione, come ormai da prassi iniziata nella rassegna di Igls 2011, si è svolta con la modalità della "gara nella gara" contestualmente alla quinta tappa della Coppa del Mondo juniores 2019/2020, premiando gli atleti europei meglio piazzati nelle suddette quattro discipline.

Risultati

Singolo donne

La gara è stata disputata il 31 gennaio 2020 nell'arco di due manches e hanno preso parte alla competizione 23 atlete in rappresentanza di 9 differenti nazioni. Campionessa uscente era l'italiana Verena Hofer, che ha confermato il titolo anche in questa edizione, sopravanzando la tedesca Jessica Degenhardt, argento olimpico giovanile a Losanna 2020 e vincitrice della medaglia d'argento, mentre il bronzo è andato ex aequo all'altra atleta tedesca Isabell Richter e alla lettone Sigita Bērziņa, giunte al traguardo con il medesimo tempo calcolato al millesimo di secondo. Per Degenhardt, Richter e Bērziņa si trattò della prima medaglia continentale di categoria nel singolo.[1][2]

Singolo uomini

La gara è stata disputata il 31 gennaio 2020 nell'arco di due manches e hanno preso parte alla competizione 15 atleti in rappresentanza di 8 differenti nazioni. Campione uscente era il tedesco David Nößler, giunto in dodicesima posizione, e il titolo è stato pertanto vinto dal russo Pavel Repilov, fratello minore dello slittinista Roman, sopravanzando il connazionale Matvej Perestoronin, vincitore della medaglia d'argento, e il tedesco Florian Müller, bronzo. Per tutti si trattò della prima medaglia continentale di categoria nel singolo.[1][3]

Doppio

La gara è stata disputata il 31 gennaio 2020 nell'arco di due manches e hanno preso parte alla competizione 20 atleti in rappresentanza di 6 differenti nazioni. Campioni uscenti erano i tedeschi Hannes Orlamünder e Paul Gubitz, vincitori anche nel 2017 e non presenti in questa edizione; il titolo è stato pertanto conquistato dai connazionali Max Ewald e Jakob Jannusch, già argento nel 2019, davanti alle due coppie russe formate da Dmitrij Bučnev e Daniil Kil'seev, già campioni nel 2018, e da Michail Karnauchov e Jurij Čirva, freschi vincitori del bronzo olimpico giovanile nel doppio maschile a Losanna 2020 ed entrambi alla loro prima medaglia continentale di categoria nel doppio.[1][4]

Gara a squadre

La gara è stata disputata il 31 gennaio 2020 su una sola manche composta da tre frazioni: quella del singolo femminile, quella del singolo maschile e quella del doppio e hanno preso parte alla competizione 20 atleti in rappresentanza di 6[5] differenti nazioni; campione uscente era la formazione tedesca, che ha riconfermato il titolo anche in questa edizione schierando Jessica Degenhardt, Florian Müller, Max Ewald e Jakob Jannusch, davanti alla compagine austriaca formata da Barbara Allmaier, Florian Tanzer, Juri Gatt e Riccardo Schöpf e a quella rumena costituita da Ioana-Corina Buzatoiu, Eduard-Mihai Crăciun, Mircea-Razvan Turea e Sebastian Motzca.[1][6][7]

Medagliere

Note

Voci correlate

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Magister militum

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Magister militum

Magister militum (in latino: "comandante dei soldati") era un grado usato nel tardo Impero romano entrato in uso dalla fine del regno di Costantino I[1] e poi evolutosi con Teodosio I. Era l'equivalente romano del Generale in quanto comandante supremo dell'esercito; più specificatamente il magister militum era a capo di un esercito in una Prefettura del pretorio mentre il magister militum praesentalis aveva il comando supremo dell'esercito.[2][3]

Funzione

Con questa riforma prima Costantino I, poi i suoi eredi, ed infine Teodosio, decentrarono il comando in ogni provincia, affidandolo appunto ad un magister militum; in precedenza invece il comando delle forze di fanteria imperiali era affidato ad un magister peditum mentre il comando della cavalleria era affidato ad un magister equitum (organizzazione inizialmente voluta da Costantino I, rielaborata nella seconda parte del suo regno, in funzione dei suoi quattro Cesari, poi tre Augusti, che dal 335337 ereditarono il suo impero). Il titolo era seguito dal nome della diocesi su cui esercitava potere militare (esempi: magister militum per Thracias, magister militum per Gallias). Il termine usato da solo, o meglio magister militum praesentalis indicava il comandante supremo dell'esercito romano che dirigeva le operazioni anche sul campo di battaglia. Secondo la Notitia dignitatum ce n'erano ben 5 in Oriente:
Al contrario in Occidente è menzionato un solo comandante militare supremo, il magister equitum per Gallias,[12] che comandava il comes tractus Argentoratensis, il dux Belgicae secundae, il dux Germaniae primae, il dux Mogontiacensis, il dux Sequanicae e il dux tractus Armoricani et Neruicani. Ma secondo recenti studi potrebbe esserci stato anche un Magister militum praesentalis per l'Occidente. Questa iniziale suddivisione risalirebbe a Costantino I e i suoi eredi, prevedendo: Ricoprirono la influente carica di magister militum i grandi generali tardo-romani quali Stilicone, Ezio, Ricimero. A volte il suo ruolo fu più importante di quello dell'imperatore stesso, soprattutto nell'Impero Romano d'Occidente, in cui l'azione combinata delle pressioni barbariche e della crisi sociale aveva reso il potere imperiale sempre meno influente.
Qui di seguito viene riportata una possibile evoluzione della carica di magister militum quale sintesi di quanto sopra riportato:

Lista di magistri militum

Qui di seguito una lista dei magistri militum dalla morte di Costantino I (337) a quella di Teodosio I (395).

Impero romano d'Occidente (dopo il 395)

Praesentalis (o utriusque militiae)

Per Gallias

Per Illyricum

Impero romano d'Oriente (dopo il 395)

Praesentialis

A questi vanno aggiunti Lucio, tra il 408 e il 450, e Idubingo tra il 466 e il 493.[20]

Per Orientem

Sono attestati anche Giordane alla fine IV/inizio V secolo o a metà del V secolo, e Urbicio Barbato alla fine V/inizio VI secolo.[21]

Per Thracias

Note

Bibliografia


Grails

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Grails

Grails è un framework open source per applicazioni web progettato per consentire un'elevata produttività. È basato sul linguaggio di programmazione Groovy, un linguaggio dinamico eseguito sulla piattaforma Java. Grails è stato creato per dare agli sviluppatori Java funzionalità per lo sviluppo di applicazioni web che non erano mai state disponibili prima. Siccome Grails è un framework web, non include nessuno strumento per servire altre architetture. Il lavoro di sviluppo cominciò nel luglio 2005 e la versione 0.1 venne pubblicata il 29 marzo 2006.

Panoramica

Grails è stato sviluppato con molteplici obiettivi:
Logo

Produttività

Grails ha tre caratteristiche che aumentano significativamente la produttività degli sviluppatori rispetto ai framework Java tradizionali:

Nessuna configurazione XML

Tipicamente, creare un'applicazione web in Java comporta la configurazione di ambienti e framework prima e durante lo sviluppo. Questa configurazione è molto spesso contenuta in file XML per facilitare il lavoro ed evitare di introdurre queste configurazioni all'interno del codice applicativo. L'XML fu inizialmente utilizzato in quanto dava maggiore coerenza alla configurazione delle applicazioni. Negli ultimi anni è però divenuto evidente che sebbene l'XML sia ottimo per la configurazione, esso diventa tedioso per la preparazione di un ambiente. Questo può incidere negativamente sulla produttività in quanto gli sviluppatori perdono tempo a comprendere e manutenere la configurazione del framework con il crescere dell'applicazione. Aggiungere o cambiare le funzionalità di un'applicazione che fa uso di una configurazione XML aggiunge un passo aggiuntivo allo scrivere il codice applicativo, che rallenta la produttività e può ridurre l'agilità dell'intero processo. Grails elimina la necessità di aggiungere configurazioni in file XML. Il framework fa invece uso di una serie di regole o convenzioni, analizzando il codice delle applicazioni basate su Grails. Per esempio, una classe il cui nome termina con Controller (ad esempio BookController) viene considerato un controller web.

Ambiente di sviluppo pronto all'uso

Utilizzando i tradizionali strumenti per la programmazione Java, la configurazione degli ambienti è a carico del programmatore. Grails fornisce fin dall'installazione un ambiente di sviluppo già operativo che non necessita di configurazione per poter iniziare a sviluppare. Tutte le librerie necessarie sono incluse nella distribuzione di Grails, che prepara automaticamente l'ambiente di deploy/esecuzione.

Funzionalità disponibili tramite Mixin

Grails fornisce metodi dinamici per diverse classi tramite mixin. Un mixin è una funzionalità (nel caso di Grails i mixin sono metodi) aggiunta dinamicamente ad una classe come se fosse compilata nel programma. Questi metodi dinamici permettono agli sviluppatori di eseguire operazioni senza dover implementare interfacce o estendere le classi base. Grails fornisce metodi dinamici in base al tipo di classe. Per esempio le classi di dominio hanno metodi per automatizzare le operazioni di persistenza come save, delete e find.

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Compagnia britannica delle Indie orientali

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Compagnia britannica delle Indie orientali

La Compagnia Britannica delle Indie Orientali (British East India Company), fino all'Atto di Unione del 1707 Compagnia inglese delle Indie Orientali, nacque il 31 dicembre 1600[1], quando la regina Elisabetta I d'Inghilterra accordò una "carta" o patente reale che le conferiva per 21 anni il monopolio del commercio nell'Oceano Indiano. Prima delle compagnie commerciali europee create nel XVII secolo per conquistare "le Indie" e dominare i flussi commerciali con l'Asia, trovò il suo posto accanto alla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, la celebre VOC (Vereenigde Oostindische Compagnie), e prese il sopravvento sulla Compagnia francese delle Indie Orientali, che condusse alla rovina conquistando tutti i suoi possedimenti in India, segnando profondamente il futuro Impero britannico. Il primo Governatore fu Thomas Smyth, nominato il 31 dicembre 1600, e che mantenne la carica solo per quattro mesi. Società anonima, sarebbe diventata l'impresa commerciale più potente della sua epoca, fino ad acquisire funzioni militari e amministrative regali nell'amministrazione dell'immenso territorio indiano. Colpita in pieno dall'evoluzione economica e politica del XIX secolo, declinò progressivamente e poi scomparve nel 1874. Dal suo quartier generale di Londra, la sua straordinaria influenza si estese a tutti i continenti: la Compagnia presiedette alla creazione dell'India britannica, il cosiddetto Raj, fondò Hong Kong e Singapore, ingaggiò Capitan Kidd per combattere la pirateria, impiantò la coltura del in India, tenne Napoleone prigioniero a Sant'Elena, e si trovò direttamente implicata nel celebre Boston Tea Party che funse da detonatore per la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti.

Creazione e sviluppo

Prima organizzazione della Compagnia

I profitti assai ingenti della Compagnia sui primi viaggi in India spinsero il re Giacomo I ad accordare licenze ad altre compagnie commerciali in Inghilterra. Ma, finalmente, nel 1609 la patente della Compagnia fu rinnovata: questa si vide concedere il monopolio del commercio con le Indie Orientali per un periodo indefinito, ma che includeva una clausola che prevedeva che questo sarebbe cessato se gli affari della Compagnia fossero diventati non profittevoli per tre anni di seguito. La Compagnia era dotata di un capitale iniziale di 72.000 sterline suddiviso tra 125 azionisti. Era gestita da un governatore e da 24 direttori che formavano la Corte dei Direttori. Questi venivano nominati ed erano responsabili davanti all'Assemblea dei proprietari.

L'inizio delle operazioni in India

Nel 1612 finalmente, i battelli appartenenti alla Compagnia approdarono a Surat (ove nel mare antistante fu combattuta tra il 29 e il 30 novembre di quell'anno la Battaglia di Suvali) che fu la prima filiale commerciale. Nel corso dei due anni successivi, si stabilì anche sulla Costa del Coromandel nel Golfo del Bengala. Fondò la sua prima manifattura a Surat. Durante i primi anni, la Compagnia ebbe poco successo nel commercio delle spezie largamente dominato dai Paesi Bassi e non poté stabilire avamposti durevoli nelle Indie Orientali. Nel 1615, Sir Thomas Roe fu inviato dal re Giacomo I presso l'imperatore moghul Jahangir. Lo scopo di questa missione era di ottenere per la Compagnia il diritto esclusivo di fondare filiali commerciali in certe piazze come Surat. In cambio la Compagnia proponeva di offrire all'imperatore prodotti europei. Fu dunque firmato un trattato e gli Inglesi poterono sviluppare piazzeforti a Surat, Bombay, Madras (dove fece fortuna Elihu Yale) e Calcutta. Nel 1647 la Compagnia disponeva in India di 23 filiali e 90 dipendenti.

Il dominio dell'India britannica

Nel 1670 il re Carlo II accordò per decreto alla Compagnia il diritto di acquisire nuovi territori, di battere moneta, di comandare delle truppe armate e di esercitare la giustizia sui propri territori. Si avviava quindi a divenire una formidabile macchina di potere, non solo in India ma anche in Inghilterra. Stanco del lobbismo politico e al fine di ridurre questa enorme influenza della compagnia, il Parlamento decise di rompere il monopolio della Compagnia e di permettere nel 1698 la creazione di una compagnia rivale, la "Compagnia Inglese per il Commercio verso le Indie Orientali" (English Company Trading to the East Indies). Ciononostante quest'ultima non sarebbe mai riuscita a competere con la "vecchia" Compagnia e questo tentativo di aumentare la concorrenza ebbe fine quando le due società si fusero nel 1702. Nel 1757, la vittoria di Robert Clive nella battaglia di Plassey, per conto della Compagnia, durante la Guerra dei sette anni segnò una battuta d'arresto alle pretese francesi in India, assicurando la supremazia britannica sulla penisola indiana e offrendo alla Compagnia il controllo del Bengala, la provincia più popolosa e redditizia. Incoronato dall'aureola delle sue numerose vittorie militari, e dopo un ritorno di cinque anni in Gran Bretagna, Clive fu nominato governatore del Bengala nel 1765.

Potenza e declino

Nel 1773 il Parlamento votò la "Legge di Regolamentazione" (Regulating Act) che impose alla Compagnia una serie di riforme economiche e amministrative. Venne inoltre nominato Warren Hastings alla carica di Governatore Generale delle Indie britanniche, creata per l'occasione. La Compagnia fu autorizzata a conservare il monopolio del commercio a certe condizioni, soprattutto finanziarie, che avrebbe determinato a poco a poco il suo declino. Nel 1784 il governo, presieduto da William Pitt il Giovane, fece votare una nuova legge (Indian Act) al fine di separare d'ora in poi chiaramente il governo dei territori delle Indie Orientali (che spettava alla Corona) e l'attività commerciale (che spettava alla Compagnia). Quest'ultima dovette dunque d'ora in poi rendere conto alla Corona, ma ciò non le impedì di continuare a svilupparsi. Verso la metà del XIX secolo, la dominazione della Compagnia si estese infatti sulla maggior parte dell'India, sulla Birmania, su Singapore e Hong Kong, un quinto della popolazione mondiale passò così sotto la sua autorità. La Compagnia inoltre occupò le Filippine e realizzò la conquista di Giava. Registrando un problema di liquidità nei suoi acquisti di dalla Cina, lo risolse esportando oppio indiano: gli sforzi della Cina per mettere fine a questo commercio scatenarono le due Guerre dell'oppio con la Gran Bretagna. Privata del suo monopolio commerciale nel 1813 e del commercio del tè della Cina venti anni più tardi, la Compagnia perse infine le sue funzioni amministrative nel 1858 in seguito ai Moti indiani del 1857 (chiamati anche "Rivolta dei Sepoy"). Al principio dell'anno 1860 tutti i possedimenti della Compagnia passarono sotto il controllo della Corona. Il 1º gennaio 1874 la Compagnia delle Indie Orientali fu infine sciolta per decreto regolare.

Organizzazione territoriale

La cosiddetta United East India Company per tutto il XVIII secolo aveva ampliato i propri territori indiani. La sua natura prettamente commerciale si trasformò rapidamente, nel corso del secolo, in una sorta di ente politico con una vera sovranità territoriale. La Compagnia era organizzata dapprima in "Presidenze" (Presidency): Nella prima metà del XIX secolo annesse rapidamente vastissimi territori indiani, costituendo così un vero e proprio Stato sotto l'egida del governo britannico. Andò così a costituirsi un sistema di governo, con i possedimenti diretti (cioè sotto la diretta amministrazione della compagnia inglese) e mediati (protettorati sui numerosi principati indiani). Intorno al 1840 i territori indiani della Compagnia erano così organizzati:

Possedimenti diretti

Bengala

Distretti

Vassalli

Bihar

Distretti

Vassalli

Oudh

Distretti

Vassalli

Allahabad

Distretti

Vassalli

Agra

Distretti

Vassalli

Delhi

Distretti

Vassalli

Orissa

Distretti

Vassalli

Ajmer

Distretto

Vassalli

Gondwana

Distretto

Vassalli

Garhwal

Distretti

Vassalli

Assam

Distretto

Vassalli

Presidenza di Madras

Circars

Distretti

Vassalli

Carnatic

Distretti

Vassalli

Kanara

Distretto

Balaghat

Distretto

Vassalli

Coimbatore

Distretti

Vassalli

Malabar

Distretto

Vassalli

Presidenza di Bombay

Gujarat

Distretti

Vassalli

Bijapur

Distretti

Vassalli

Kandeish

Distretti

Vassalli

Aurangabad

Distretto

Principati autonomi

Confederazione Sikh

Stati del Baluchistan

Stati di frontiera

Note

Bibliografia

Voci correlate

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Collegamenti esterni


Episodi di Distretto di Polizia (quarta stagione)

Episodi di Distretto di Polizia (quarta stagione)

La quarta stagione della serie televisiva italiana Distretto di Polizia, formata da 24 episodi, è andata in onda in prima serata su Canale 5, a partire dal 21 settembre al 2 dicembre 2003.

L'ostaggio

Trama

Roberto e Mauro sono riuniti davanti al municipio dove finalmente si sta per celebrare il matrimonio di Giulia e Paolo. Intanto al X Tuscolano c'è molto fermento per un'urgente operazione antidroga coordinata da un certo Valerio, che faceva la scorta al papà di Giulia e Sabina, ucciso 11 anni prima (cioè nel 1992) con la moglie in circostanze misteriose. Le rivelazioni dell'uomo sono sconvolgenti. In quest'occasione vi sarà uno scontro a fuoco con il ferimento di Mauro e Ardenzi verrà preso in ostaggio da tale D’Antonio mentre l’altro spacciatore, Fusco, riesce a fuggire. Mauro però una volta in ospedale, venuto a sapere del rapimento di Roberto, deciderà di dimettersi dall'ospedale per aiutare gli altri alla ricerca di Ardenzi, e arriverà in tempo per la cattura dello spacciatore D’Antonio. Valerio rivelerà a Paolo alcune verità sulla morte del padre di Giulia, sostenendo la tesi della presenza di una talpa nella scorta.

Senza via di fuga

Trama

Giulia e Paolo indagano su un traffico di eroina all'interno di un magazzino di animali macellati: in uno scontro a fuoco con Fusco, la Corsi rimane ferita e insieme al fidanzato viene rinchiusa nella cella frigorifera. Dopo molte ore passare al freddo, i due vengono salvati dai colleghi che si erano messi sulle loro tracce. Nel frattempo, Francesca Volta si rifà viva con Ardenzi chiedendogli di uscire insieme. Ingargiola acquista una bellissima moto che, tuttavia, risulta essere rubata a tale Del Duca.

La trattativa

Trama

Giulia è stata appena dimessa, quando al commissariato arriva la notizia che uno sfrattato, Mario Fiorini, ha reagito alle forze dell'ordine (Mauro compreso), sparando dall'appartamento in cui si è barricato e aprendo la bombola del gas. Valerio si unisce a Paolo e Giulia, il palazzo viene sgomberato ma nella confusione una bambina di sei anni, Livia, cercando la madre si avvicina all'appartamento di Fiorini. L'uomo ne approfitta per prendere un prezioso ostaggio e chiedere che gli venga lasciato l'appartamento. Valerio propone di andare a parlare con lui fingendo di essere il funzionario bancario incaricato della vendita dell'appartamento. Una volta all'interno dell'abitazione, Valerio consola la bambina che già accusa i primi malori e rivela la sua identità, cercando di creare con Fiorini un dialogo autentico. L'uomo, che ha perso il lavoro l'anno precedente, è stato subito lasciato dalla moglie che si è portata dietro il figlioletto e da quel momento la sua vita gli sembra finita. Mentre la madre di Livia viene colta da un malore, Giulia dà l'ordine a Mauro e Paolo di intervenire dall'appartamento attiguo: dovranno penetrare, senza fare rumore, da un ripostiglio in comune. Intanto i tentativi da parte di Roberto per convincere Gloria, la moglie di Fiorini, ad un incontro con lui, ma falliscono. Tutto è complicato da un errore del centralinista Ugo che fa saltare le linee telefoniche del X Tuscolano e dalla denuncia di un buffo ometto che dichiara di essere un inventore e di essere stato derubato di una valigetta sull'autobus, fondamentale contenitore di una delle sue invenzioni. Alla fine il tanto bistrattato inventore riesce a ripristinare i contatti fra il commissario e la squadra impegnata nell'operazione Fiorini. Mauro e Paolo riescono a penetrare nell'appartamento e a salvare la piccola. Nella colluttazione fra Valerio e l'uomo armato, invece, un colpo parte per errore e fa saltare in aria l'appartamento saturo di gas. I due vengono ricoverati d'urgenza mentre Mauro porta fuori la bambina sana e salva.

La rapina

Trama

Giulia e Paolo si trovano al capezzale di Valerio che, gravemente ferito, è in coma. Arriva anche suo padre, l'anziano ex poliziotto Vittorio, col quale Valerio non parla da anni. Intanto Roberto entra nella sua tabaccheria di fiducia dove l'anziano amico Mario è appena rimasto vittima di una rapina. Il malvivente, colto di sorpresa dall'entrata del poliziotto, si è nascosto dietro il bancone e minaccia il proprietario con una pistola. Roberto si rende conto che l'amico è a disagio e solo guardando lo specchio capisce perché: Mario ha una pistola puntata alle spalle. A quel punto Roberto prende tempo e chiama Mauro al cellulare, ma la situazione precipita e il rapinatore spara verso Mauro colpendo però l'anziano tabaccaio che viene subito ricoverato. Mauro insegue il giovane che riesce a farla franca. Roberto viene sottoposto a provvedimento disciplinare da parte del vicequestore Severino ed aspramente criticato dal giovane figlio del tabaccaio per il suo intervento. Giulia, invece, lo appoggia. Le ricerche di Francesco Bruti (questo il nome del rapinatore) proseguono: Mauro e Luca riescono a rintracciare la sua ragazza, tale Simonetta, e mettendole il cellulare sotto controllo arrivano a scoprire una complicità fra i due. Intanto Ingargiola, Vittoria e Parmesan ricevono una serie di strane denunce da parte di uomini che dichiarano di essere stati derubati sotto un certo cavalcavia, tutti in circostanze diverse. Indagando i nostri, scoprono che una graziosa prostituta è l'artefice dei furti e che i suoi clienti preferiscono mentire piuttosto che ammettere le loro responsabilità. Nonostante Roberto sia al di fuori del caso Bruti, sarà proprio lui a catturare il rapinatore pronto a svignarsela, con la complicità di Simonetta, nella folla di un grande centro commerciale. Nel frattempo Valerio si è svegliato dal coma e, in fin di vita, confessa a Giulia il nome del "traditore", la persona più vicina al giudice Corsi, l'unico che poteva sapere della lite fra di lui e la figlia ed inventarsi la scusa di andare a cercarla durante il concerto: si tratta di Luigi Greco, il caposcorta. Giulia, sconvolta, ne parla con il procuratore e decide di convocarlo immediatamente: l'uomo le fa capire che è meglio lasciar stare, mentre lei è determinata a riaprire l'inchiesta. Intanto Valerio muore poco dopo aver visto suo padre.

Paura sulla strada

Trama

Mauro e Roberto sono questa volta impegnati in un disperato inseguimento: una donna, dopo aver tentato di uccidere il marito, ha rapito la figlia di 8 anni, Cristina Mariani, e in uno stato di delirio perché sotto psicofarmaci, l'ha coinvolta in una folle corsa in auto per raggiungere l'amante del marito, ritenuta responsabile della fine del proprio matrimonio. Parmesan scopre che la sua carta di credito è stata clonata. Ingargiola, Vittoria e Ugo riusciranno a scoprire il responsabile della truffa: un ragazzo che lavora in un ristorante dove si recava Parmesan. Giulia riceve una misteriosa busta, contenente fotografie del padre con dei bambini.

Il dubbio

Trama

Giulia scopre che le foto che ritraggono il padre con dei bambini non sono fotomontaggi, ma sono foto autentiche. Questo la destabilizzerà tanto da voler chiedere l'aspettativa. Intanto al X Tuscolano arriva Mara, una donna incinta che ha subito una violenza sessuale. Tutti i sospetti sembrano cadere sul suo vecchio spacciatore di droga, che tuttavia ha un alibi di ferro, fornitogli dalla sua ragazza. Quest'ultima però poi ritratterà sostenendo di aver mentito, e porterà prove contro il suo ex fidanzato. Nel frattempo Mara è scappata dall'ospedale, ha preso la pistola del marito e vuole uccidere il suo ex fidanzato, ma gli uomini del X Tuscolano arriveranno in tempo. Intanto Paolo ha fatto analizzare nuovamente le foto del giudice Corsi da un’altra persona, scoprendo che in realtà sono contraffatte. L’idea delle foto è stata di Greco, il quale promette a un tramite, Ira Droscorcic, di fare di meglio, facendo il nome di Sabina. Giulia rientrando in casa, per dare alla sorella la notizia che le foto sono in realtà contraffatte, non la trova.

Follia omicida

Trama

Giulia chiede ai suoi collaboratori di risolvere il caso riguardante suo padre. Paolo e Luca individuano un sospetto. Il X Tuscolano inizia ad avere sospetti su Greco, l'ideatore dei foto-montaggi. Quest'ultimo, invitato da Ira Droscorcic, metterà un ordigno sotto l'auto della Corsi. Mentre Mauro e Roberto si confrontano con i reciproci problemi riguardanti le loro vite private, un barbone di nome Michy viene trovato assassinato in un parco e i due agenti iniziano subito le ricerche sul colpevole. Nonostante i sospetti inizialmente ricadano su un altro barbone, Giovanni Calogero, Mauro e Roberto riusciranno a scoprire il vero colpevole: un giovane meccanico, Danilo Parisi.

Kickboxing

Trama

Il risveglio di Roberto è particolarmente dolce quella mattina: accanto a lui c'è Francesca. Appena arriva al X Tuscolano l'atmosfera cambia: lo attende la lettera ufficiale di trasferimento cui deve rispondere subito e, se rifiuta, potrà dimenticarsi di diventare commissario. Inoltre, un amico di Mauro, il giovane Sandro Mengarini, aspirante boxeur, è in coma all'ospedale. Qualcuno l'ha picchiato fino a ridurlo in fin di vita, Mauro promette alla sorella di Sandro, Patrizia, che farà luce sul caso. Insieme a Paolo e Roberto, Mauro scopre un giro di scommesse clandestine ed una serie di locali in disuso adibiti a ring e intestati ad un certo Enzo Scalone, re delle scommesse nella capitale. È probabile che, solo per guadagnare un po' di soldi, il povero Sandro ci abbia quasi rimesso la pelle. Paolo si propone come infiltrato nella palestra dove andava il ragazzo: lui ha fatto otto anni di Kick-Boxing e sa come difendersi. Subito si mette in attrito col colosso Mario Maffei, il campione indiscusso del giro (lo stesso, poi, che ha mandato il giovane Sandro all'ospedale). Scalone lo nota e gli propone 2 000 Euro per battersi fuori dalla palestra. Paolo accetta, sorpreso dalla velocità con cui la preda ha abboccato e decide che, al termine dell'incontro, lui e Giulia faranno la promessa di matrimonio, in municipio. Il commissario, intanto, è alle prese con sua sorella Sabina che si è appena iscritta all'università ma è stata trovata con otto pasticche di "Speed" in borsa: la ragazza giura di non sapere nulla delle pasticche e spiega a Giulia che un suo compagno, Dario Lopez, potrebbe averla incastrata appena iniziata la perquisizione. Cercano il ragazzo assieme, la prima volta il ragazzo riesce a scappare ma, poi, Giulia lo incastra. Intanto Scalone mangia la foglia e all'ultimo momento cambia il luogo dell'incontro: Mauro e Roberto attendono inutilmente nel luogo pattuito per il pedinamento. Così solo poco prima dell'incontro Paolo riesce a chiamare Giulia al commissariato per avvertirla. Mentre tutti si mettono all'opera per capire dove si trova Paolo, Scalone lo presenta di fronte al pubblico urlante come il "campione del X Tuscolano" non avendo capito che aveva chiamato il commissariato. Paolo capisce di non avere più scampo ma si difende più che bene schivando i colpi di Maffei. Quando ormai sta per cedere, (Scalone è riuscito anche a drogarlo), Luca, Mauro e Roberto arrivano e arrestano tutti. Mentre Giulia corre per raggiungere Paolo, inseguita da una moto guidata da Greco, supera fatalmente i 90 Km, i comandi non rispondono più e il commissario si ribalta.

Legge criminale

Trama

Giulia esce illesa dall'incidente, a parte qualche contusione, ma Greco è intenzionato ad ucciderla anche all'interno dell'ospedale. Grazie all'intervento di Paolo e degli uomini del distretto, la Corsi si salva ancora una volta. L'ex capo scorta del giudice Corsi, visti i cattivi esiti dell'operazione ed i rischi che ha corso, va a casa del suo capo minacciando l'uscita dal clan ed intima la liquidazione del suo denaro. Nel frattempo, in un night club, un uomo viene cacciato per ubriachezza molesta. Accorre una volante della polizia, che però invece di portarlo in commissariato si ferma in un luogo appartato e il poliziotto che è al suo interno inizia a pestarlo ferocemente usando il manganello. Si scopre che quell'agente altri non è che un meccanico chiamato Pietro Aprile, che si spaccia per poliziotto usando la divisa del padre, appartenente alle unità cinofile, rimasto ferito durante l'adempimento del dovere. Inoltre, la volante che usa è una volante di servizio in quanto la sua officina è convenzionata con la Polizia. Saranno Luca e Roberto ad intercettarlo, scoprendo che non solo che il giovane Pietro sognava da sempre di seguire le orme del padre facendo il poliziotto, ma quest'ultimo credeva che lo avessero ammesso in Polizia mentre non lo era stato affatto in quanto "in possesso di una personalità instabile". Luca e Roberto lo aspettano nel garage dove lavora, mentre Aprile porta l'ultimo "arrestato": un uomo che aveva tentato di accoltellare la moglie. Vistosi scoperto, Pietro lascia perdere la sua vittima e, prendendo la pistola d'ordinanza del padre, tenta di spararsi un colpo alla tempia, ma viene fermato da Luca.

Corsa contro il tempo

Trama

Giulia torna in commissariato più combattiva che mai: l'unico modo per incastrare Greco è reperire un oggetto che gli appartiene e su questo fare la prova del Dna per confrontarlo con quello del sigaro ritrovato nel garage. Senza alcuna autorizzazione ufficiale, Mauro e Paolo si introducono nell'abitazione di Greco, coordinati da Roberto che li attende in strada. Ma una volta all'interno dell'appartamento, i due si accorgono che una donna è in bagno e si sta facendo la doccia. Inoltre Greco anticipa il suo ritorno. Fortunatamente gli agenti riescono ad uscire senza essere visti. Paolo consegna alla scientifica il reperto, assumendosi la responsabilità del grave atto: Greco non è mai stato indagato e quindi nessuna attività di ricerca nei suoi confronti può essere autorizzata. Intanto il trentenne Stefano Di Santo è ritrovato morto nella propria pizzeria, ucciso a coltellate. L'autore del delitto è il padre sessantenne, Natale, alla ricerca disperata di soldi che il figlio gli ha negato. La sorella ventenne dell'assassinato, Federica, accusa il padre tossicodipendente che però nega tutto e viene rilasciato per mancanza di prove. Federica reagisce malissimo e, al secondo interrogatorio del padre, prende in ostaggio Giulia, Ugo e Francesco, il figlio di Vittoria, e concede un'ora di tempo agli agenti per far luce sul caso, allo scadere della quale ucciderà il commissario e gli altri. Mauro, Luca e Roberto si recano quindi nell'appartamento di Natale dove trovano due sacchetti di eroina. Il fornitore dell'uomo, Mimmo Lo Giudice, viene acciuffato dai tre e costretto a confessare. Intanto Paolo, Parmesan ed Ingargiola si ingegnano per penetrare nella stanza chiusa a chiave dove si trovano Federica e gli ostaggi: l'ora è quasi scaduta quando gli agenti riescono a bloccare Federica. Quasi in contemporanea arrivano Roberto, Luca e Mauro con la prova che incriminerà Natale: un braccialetto d'oro appartenuto a Stefano ed identico a quello di Federica, usato dal padre come pegno per l'acquisto della droga. La ragazza è incriminata, Natale arrestato, Francesco torna tra le braccia di Vittoria. In quel momento arriva al commissariato un fax dalla scientifica che conferma i sospetti su Greco: la corrispondenza del Dna è totale. Gli uomini del X corrono a casa dell'uomo, ma una brutta sorpresa li attende: Greco sembra essersi impiccato.

Paura all'asilo

Trama

Il vicequestore Severini, della polizia disciplinare, avvia l’ennesima indagine sul comportamento degli agenti del X Tuscolano: Paolo viene sospeso a tempo indeterminato per le indagini non autorizzate su Greco, a Mauro e Roberto invece va una nota di demerito per averlo aiutato. Nel frattempo al X Tuscolano arriva la notizia choc di un minore in coma per aver accidentalmente ingerito della cocaina. Mauro si precipita in ospedale: grande è il suo sconcerto appena viene a sapere che Roberto è l’incriminato e Mauretta è la vittima. La narcotici perquisisce l’abitazione di Roberto e scopre tracce di cocaina; a Roberto, già disperato, viene tolto l’affidamento della bambina. Mauro decide quindi di correre in aiuto del suo caro amico e di indagare: s’introduce nella scuola di Mauretta sotto falsa identità, diventando l’aiutante della maestra. Impiega diverso tempo però per scoprire che il traffico di droga è fra il bidello Gianni e la mamma di Cristina, una delle compagne di Mauretta. Intanto Ingargiola raccoglie la denuncia di tale Rosa Civinini alla quale hanno rubato un portafogli. La bella donna è stata il primo amore dell’agente. Dopo essersi ritrovati, i due si perdono in ricordi nostalgici. In seguito Rosa riconosce chi l’ha derubata: un certo Pasquale Capozzi che però risulta… deceduto! Analoghe segnalazioni arrivano da altri commissariati. Sarà proprio Ingargiola a catturare il borseggiatore “zombie” che opera con metodo ai capolinea degli autobus. Risolto il caso, Rosa ed Ingargiola si salutano teneramente, sotto lo sguardo preoccupato di Vittoria. Nel frattempo Mauro ha scoperto che il bidello e la mamma di Cristina si scambiano la “merce” utilizzando l’orsacchiotto della bambina. Con la collaborazione di Luca e Roberto, che ha deciso di reagire e affrontare la situazione con la sua solita grinta, Mauro coglie il bidello in flagrante. A lui spetta anche il compito di consolare la smarrita Cristina. Germana gli è vicina, ma poi è costretta a comunicargli che il suo primo reportage sarà a Betlemme. Anche Francesca, avvertita da Mauro, corre a casa da Roberto che stavolta l’accoglie a braccia aperte, in compagnia di Mauretta, guarita e di nuovo insieme a suo padre. Intanto Giulia e Paolo, per sbloccare la situazione, visto che non credono alla tesi del suicidio di Greco, si recano in gran segreto a casa di questi per raccogliere elementi. Ira è già lì e, sentendoli entrare, si nasconde. Forzando un secrétaire, Giulia scopre dei CD-ROM e la foto di un bambino di dieci anni con un neo sul collo. Ira li spia e sembra sconvolto dalla loro scoperta.

Acque assassine

Trama

Luca viene avvertito del ritrovamento di un cadavere sulla riva del Tevere. L’uomo, assassinato da un colpo di arma da fuoco, è un certo Alberto Longhi, fotografo, maestro elementare e responsabile di un’associazione ambientalista, Libero ambiente. Mauro e Roberto si recano all’associazione dove informano due attivisti, Anna Paola e Mario, della sciagura. Alberto stava facendo un’indagine sull’inquinamento doloso del fiume e probabilmente per questo si trovava all’alba a scattare fotografie sulle rive del Tevere. Viene interrogato Birri, l’imprenditore proprietario di una cartiera che Antonio aveva contribuito a far chiudere perché non a norma. Ma questi ha un alibi di ferro. Intanto al X Tuscolano si presentano cinque scampati ad un incendio divampato nel supermercato di quartiere. I cinque sono stati salvati da un uomo che, rompendo un’impalcatura di lavori in corso, ha permesso loro una via di fuga: ora il gruppetto vuole che la polizia ritrovi l’eroe per poterlo adeguatamente ringraziare. Alla fine si scoprirà che l’involontario eroe è Ugo, arrivato in pauroso ritardo al lavoro a causa di un incidente fatto con la macchina nuova. Lo sbadato centralinista ha fatto marcia indietro con la sua auto nuova fiammante, distruggendo la parte posteriore: impaurito è fuggito, senza rendersi conto che l’ostacolo era un’impalcatura e che così facendo ha salvato delle persone. Nel frattempo la polizia fluviale draga il fiume e ritrova la macchina di Longhi, affondata dall’assassino dell’uomo. I poliziotti scoprono inoltre che uno dei condotti di scarico della cartiera, riaperta da poco, risulta murata. Birri viene interrogato nuovamente e dopo poco è trovato morto. Nella macchina di Longhi è rinvenuta invece la sua macchina fotografica. Questa è senza rullino, nascosto dall’uomo poco prima di morire nei pressi del luogo del delitto. I nostri riescono a trovarlo e Parmesan analizza le foto al computer. Mauro e Roberto scoprono così che Longhi ha fotografato il suo assassino prima di morire: con grande sorpresa di tutti, il volto dell’uomo corrisponde a quello dell’attivista Mario. Il giovane tenta di fuggire, ma alla fine è arrestato e confessa: ha agito per vendetta, lui prima lavorava come operaio alla cartiera e quando questa ha chiuso si è ritrovato disoccupato. Birri l’aveva poi usato per tentare di corrompere Longhi, ma questi si era rifiutato ed era stato eliminato. Il caso è chiuso. A Roberto non rimane che riflettere su quanto Francesca gli ha appena detto: suo marito Filippo vuole che tornino insieme e lei ha bisogno di tempo per pensare. Intanto a casa di Giulia, Paolo, Sabina e il suo ragazzo esperto di pc, Daniele, tentano di aprire i cd rom trovati a casa di Greco. Un sistema di difesa ne mangia uno, per l’altro i nostri sono più fortunati e scoprono foto pornografiche di bambini. Giulia convoca Altieri e tutti i suoi collaboratori: le immagini testimoniano un commercio pedopornografico a danno di minori. Altieri riconosce la foto del bambino col neo sul collo: il giudice Corsi l’aveva interrogato pochi giorni prima di essere ucciso. Nello stesso momento scopriamo inoltre che Ira ha lo stesso neo sul collo.

A tutta velocità

Trama

Mentre Paolo è costretto a restare a casa a scontare il provvedimento disciplinare, Giulia e Luca tentano di rintracciare il bambino col neo sul collo ritratto nella foto trovata a casa Greco e scattata in orfanotrofio. L’amore fra il commissario Corsi e Paolo è sempre più solido e i due decidono di sposarsi il giorno stesso in municipio: se Paolo riuscirà a convincere l’inflessibile impiegato del Comune a saltare la lista d’attesa. Intanto Mauro e Roberto si occupano del caso di un giovane, Angelo, investito da un’auto, lanciata a folle velocità, all’uscita dalla pizzeria in cui si trovava con la sua ragazza, Sonia. Angelo è in coma, Sonia è sconvolta ma dichiara di ricordare un’altra macchina che sembrava competere con quella che ha investito Angelo. Quest’ultima auto era guidata dal quarantenne Tommaso Conciani, ricoverato in ospedale con qualche frattura. I nostri due agenti orientano le indagini sulle corse clandestine, tanto più che in ospedale arriva il fratello diciottenne di Conciani, Claudio, che osa prendersela con la coppia vittima dell’incidente. Dal canto suo Roberto è in crisi perché Francesca gli ha appena annunciato la sua intenzione di tornare col marito, il padre di suo figlio. Anche Mauro risente della lontananza di Germana, impegnata col suo lavoro di giornalista, ed ancora non sa che il padre, Tiberio, è stato vittima di una truffa ordita da un consulente finanziario, Saverio Di Longo, che gli ha “rubato” ben ventimila euro di cui la metà è di Mauro. Tiberio voleva fare una sorpresa al figlio ed ora, annichilito, cerca aiuto da Ingargiola, Vittoria ed Ugo. I tre indagano sul presunto consulente finanziario e scoprono, nel suo appartamento, Dario, uno studente pugliese da poco iscritto all’università. Il ragazzo si dichiara un semplice inquilino che non sa proprio come aiutarli a rintracciare il proprietario della casa. Con la valida consulenza dell’archivista Parmesan i tre indagano sul passato di Di Longo e scoprono dei legami fra i due. In seguito con Ugo ordiranno una montatura per far uscire allo scoperto il consulente finanziario, cogliendolo in flagrante. Tiberio riavrà i suoi soldi e questa sarà anche l’occasione per un dialogo più sincero fra padre e figlio. Mauro e Roberto intanto sono venuti a capo dell’indagine sui fratelli Conciani e su un loro capo, tale Posini, organizzatore delle corse clandestine ed alla guida dell’auto pirata che si era dileguata dopo l’incidente di Conciani e l’investimento di Angelo. I nostri “torchiano” uno dei clienti dell’officina con precedenti in scommesse clandestine, Massimo Freghieri, che alla fine confesserà il trucco degli sms in codice per avvertire gli habitué della prossima corsa. Con questa “dritta” i due possono arrestare i fratelli Conciani ed il loro capo. Procedono invece a rilento le indagini sul giro di pedofilia: Giulia convoca i suoi agenti ed il professor De Santis, esperto nel settore, che li rende consapevoli delle sue cupe esperienze. Giulia parte dall’orfanotrofio nel quale suo padre, dieci anni prima, aveva incontrato il bambino ritratto in foto. Ad accompagnarla Altieri, amico di suo padre e procuratore capo. Ma la direttrice dell’orfanotrofio non può proprio aiutarli: l’archivio è andato distrutto per un incendio qualche anno prima e non è più rimasta alcuna traccia dei piccoli ospiti. Forse gli agenti possono provare con l’ex direttore, un uomo dalla memoria straordinaria, ma Michele Pretori è morto di cancro poco tempo prima. Non resta che recarsi dal fotografo ufficiale dell’orfanotrofio: Giulia e Luca non riconoscono nel commesso, Ira, il bambino della foto scattata anni prima, che subito va a chiamare il titolare e si nasconde. L’uomo sostiene di non aver scattato lui quella foto ma suo fratello, anche lui morto da poco. Giulia e Luca sono da capo a dodici. Paolo è invece riuscito a convincere l’impiegato del municipio ed ora aspetta impaziente la sposa. Al termine della faticosa giornata Giulia si ricorda della cerimonia, è in grande ritardo e convoca, con urgenza, Mauro e Roberto come testimoni. Il rito civile è semplice e bello e tutti partecipano all’emozione di Giulia e Paolo. Nello stesso momento, Ira riceve una chiamata.

Nessuna pietà

Trama

Raimondo Traversi, quarantacinquenne in profonda crisi depressiva, uccide la moglie Luisa ed il nuovo compagno di lei, Giacomo Scotti, cogliendoli di sorpresa nella loro nuova casa. L’uomo cerca poi la figlia diciottenne, Elisabetta, ma nella sua camera trova un biglietto. Nel secco messaggio alla madre, la ragazza dichiara di voler andare via e di non volere un nuovo padre. La giovane si trasferisce in un appartamentino che ha preso in affitto e, guardando la tv, scopre la tragedia: in singhiozzi chiama il X Tuscolano e subito Giulia, Luca, Mauro e Roberto accorrono per proteggerla. Raimondo, il padre, assiste alla scena non visto ed una volta in commissariato Elisabetta riceve una chiamata al cellulare: suo padre le dà un indirizzo dove incontrarsi ma, ad accogliere gli agenti nell’appartamento, c’è una webcam. La ragazza passerà la notte al X Tuscolano in compagnia di Parmesan che diventa per lei un sostituto positivo della figura paterna. Intanto Ugo ed Ingargiola raccolgono la testimonianza di Tilde, una novantenne sorda come una campana che denuncia la scomparsa delle sue vicine di casa, due sorelle sue coetanee con le quali era abituata a prendere il tè. I due agenti scoprono che in effetti il portiere ha impiantato un laboratorio di sartoria con cinesi clandestini a casa delle due donne partite per una crociera. Paradossalmente sarà Ugo ad essere picchiato con abili mosse kung-fu da due fanciulle cinesi apparentemente innocue. Intanto Paolo è in casa ed assiste al dramma di Sabina: la sorella del commissario Corsi è incinta ed ha litigato con il suo ragazzo Daniele che vorrebbe convincerla ad abortire. Sabina gli confida che forse le piacerebbe anche l’idea di un figlio ma non può dimenticare l’indagine sulla quale stava lavorando suo padre prima di essere ucciso, come sappiamo, legata alla tragedia della pedofilia. Di fronte al dramma della ragazza Paolo non riesce a stare con le mani in mano e si mette al lavoro sul CD scoperto a casa di Greco, cioè sulle centinaia di foto porno di bambini poi spariti nel nulla. Cerca una traccia e dopo ore ed ore al pc la trova: nell’ambiente apparentemente asettico in cui i piccoli venivano fotografati spicca, sullo sfondo, uno stucco sul soffitto. Le tre lettere “VMT” stanno per la nobile casata Visconti Morandini Terzani, di cui una villa si trova a Colonna in provincia di Roma. Paolo decide di recarsi lì immediatamente. Intanto Elisabetta è tornata a casa sua ma le entrate sono sorvegliate da Roberto e Luca. Giulia riceve lo psichiatra che aveva in cura Raimondo: il medico le conferma che lo stato fisico e psichico del paziente è quasi disperato. Il nuovo identikit in possesso degli agenti non corrisponde alla realtà, Raimondo è irriconoscibile. Infatti Luca lo lascia passare e viene preso in ostaggio. Elisabetta gli apre e si trova di fronte suo padre che vuole portarla via con sé e la obbliga a legare il poliziotto. Roberto, avvertito, interviene per sbloccare la situazione: occorre però l’intervento di Giulia e di Mauro ed il coraggio di Elisabetta per far arrestare l’uomo. Intanto Paolo è giunto alla villa di Colonna che sembra disabitata ed ha scavalcato il cancello. Al primo piano trova una stanza attrezzata da set cinematografico e prende un paio di VHS. Sta per uscire da quel luogo spettrale quando sente il pianto di un bambino provenire dal sottoscala. Cerca e cerca, alla fine trova uno stereo… ad attenderlo nella trappola c’è Ira con la pistola spianata.

Scomparso

Trama

Sabina non riesce a confessare il suo segreto a Giulia che, a sua volta, è preoccupatissima perché Paolo non è tornato a casa durante la notte. Il commissario ha già allertato Roberto e Mauro che entrano al X Tuscolano con faccia scura mentre tutti gli altri stanno festeggiando l’arrivo di un nuovo agente. Si tratta di Corrado, il presunto figlio di Ingargiola che nessuno si aspettava di rivedere nei panni di un poliziotto. Luca lo coinvolge immediatamente nella segnalazione di una rapina ad un distributore di benzina effettuata da due motociclisti, irriconoscibili per via dei caschi integrali. Dopo poco meno di un’ora arriva la denuncia di un’altra rapina, ma stavolta il benzinaio ha riconosciuto la voce di uno dei due: si tratta di un suo ex dipendente in prova e la cifra prelevata è consistente; ancora una volta i due sono andati a colpo sicuro dimostrando la conoscenza di nascondigli che solo un habitué poteva avere. Ne viene fuori l’identikit di tale Antonio Baldacci, una specie di spostato ma senza precedenti penali. Luca e Corrado si recano a casa di Baldacci dove scoprono il motivo che ha spinto Antonio e il suo complice ad effettuare tante rapine: una lettera minatoria chiede, per il giorno stesso, il pagamento di una grossa cifra. Luca riesce a capire, grazie ad un appunto trovato in casa, qual è il prossimo obbiettivo e vi si reca seguito da Corrado, alla sua prima azione, tanto emozionato da risultare quasi paralizzato. I due arrivano appena in tempo: un rapinatore sta ‘spogliando’ i clienti in fila visto che nella cassa non ha trovato un granché. Luca ne ferisce uno mentre l’altro riesce a fuggire. Una volta in commissariato, Corrado si sente male e comincia a dubitare delle sue capacità professionali. Ingargiola riuscirà a consolarlo col racconto del proprio esordio mentre Luca e Mauro interrogano il ferito. Scopriranno che le rapine sono dovute ad un debito di gioco da pagare ad un potente e pericoloso ‘baro’ entro la giornata. Corrado resterà al fianco di Luca nel cogliere il rapinatore ed il baro in flagranza di reato all’interno di una bisca affollata. Intanto, Mauro è rimasto in commissariato a coordinare le indagini sulla scomparsa di Paolo o mentre Giulia e Roberto stanno battendo ogni minima pista sul territorio. Mauro ha contattato tutti i suoi informatori, compreso il più fidato, Camomilla. Parmesan rintraccia un pagamento bancomat fatto da Paolo ad un distributore di benzina sul GRA il pomeriggio precedente e poi il segnale del telepass all’uscita di Colonna. Giulia e Roberto si precipitano seguendo quei minimi indizi. Capiranno solo che Paolo aveva cercato di telefonare dal bar del paese, in provincia di Roma, ma che il telefono era guasto. I nervi di Giulia cominciano a cedere quando Mauro riceve una dritta da Camomilla: la station wagon di Paolo si trova da uno sfasciacarrozze di Ostia. Giulia, Mauro e Roberto si incontrano lì ma, a parte fango sulle ruote ed uno strano gettone nel portaspiccioli del cruscotto, non ci sono altri indizi. Giulia torna in commissariato dove ad attenderla c'è Sabina sconvolta e i colleghi estremamente preoccupati.

Addio al celibato

Trama

Mentre la macchina di Paolo viene consegnata alla scientifica, il nuovo caso che coinvolge Luca e Corrado parte dal ritrovamento del cadavere di una giovanissima albanese. Nessun documento, solo sigarette e fiammiferi con su scritto l’indirizzo di un pub. Il proprietario del luogo, tale Misiti, ostenta un atteggiamento arrogante e maschilista e nega di conoscere la giovane: la notte precedente, tra l’altro, ha tenuto chiuso il locale per festeggiare l’addio al celibato di un suo amico. Luca e Corrado indagano nell’ambiente della prostituzione albanese e scoprono che il ‘capo’ è un certo Masur. Il tipo è sempre accompagnato da Ania, che scopriremo essere la migliore amica di Marica, questo è il nome della giovane morta in circostanze misteriose. L’autopsia rivela che la ragazza è stata uccisa da un’overdose di cocaina e, pian piano, il cerchio si stringe intorno a Masur, Misiti e due suoi compari, Benassi e Loreto, beccati in flagrante a consegnare una discreta somma a Masur. Decisiva si rivelerà la testimonianza di Ania che ha imparato, pian piano, a fidarsi del gentile Corrado e supererà la paura incastrando col suo racconto il crudele Masur. La verità di Ania è che il ‘pappone’ aveva consegnato Marica ai tre per farli divertire. Misiti, Benassi e Loreto l’avevano costretta ad ingerire cocaina per farla “sciogliere un po’ ” ma la poveretta ci aveva rimesso la vita. Ora Ania è destinata ad una casa-famiglia, mentre il suo ex capo e gli altri tre saranno accusati solo di spaccio di droga e occultamento di cadavere, visto che la ragazza è morta per arresto cardiocircolatorio. Vittoria ed Ingargiola affrontano invece il caso di Sergio, uno stimato professionista che si presenta in commissariato con l’amico di sempre, tale Manuel, il classico romano dalla battuta sempre pronta. Il problema di Sergio è che, da quando per gioco ha visitato con Manuel un sito porno, viene ricattato per telefono, con la minaccia di rivelare tutto alla moglie. Dopo varie indagini si scoprirà che è stato proprio Manuel, con la complicità della sua ragazza, Giusy Paternò, ad ordire la trama del ricatto. Da sempre invidioso dei successi dell’amico, Manuel pensava di potergli spillare un po’ di soldi. Nel frattempo Mauro, Roberto e Giulia hanno scoperto che il gettone trovato nella station wagon di Paolo non era, come si pensava all’inizio, adatto ai videopoker, bensì era di quelli usati per i dondoli. Inoltre il proprietario dello sfasciacarrozze ha fornito l’identikit del ragazzo che gli ha portato la macchina: è un ‘rasta’ dagli inconfondibili dreadlock. Ugo comincia a cercare per telefono tutti i parrucchieri di Ostia che fanno i dread e, mano a mano, il cerchio si stringe intorno a tale Scheggia, questo il soprannome di un rasta che di mestiere fa proprio il riparatore di dondoli. Giulia, Mauro e Roberto lo trovano nella casa occupata dove vive e riescono a fermarlo. Scheggia giura di non sapere nulla del proprietario della station wagon, la dritta gliel’hanno data dei suoi amici che hanno ritrovato la macchina in una discarica dove lui si offre di accompagnarli. Il commissario Corsi ed i suoi agenti, (Mauro e Roberto hanno appena saputo dalla scientifica che il sangue nel portabagagli appartiene a Paolo ma hanno preferito tacere con Giulia), si precipitano dietro a Scheggia, alla ricerca del punto esatto in cui ha ritrovato la macchina. Così, all’interno di una labirintica, inquietante discarica, semisommerso dai rifiuti, troveranno il cadavere di Paolo.

L'ultimo saluto

Trama

Giulia informa la sorella di quanto accaduto a Paolo e, senza darsi pace, cerca di trovare una spiegazione. A indagare sulla morte di Paolo se ne occupa la squadra mobile del commissario Evangelisti. Mauro indaga con Luca e Corrado su un sedicenne di nome Claudio trovato morto nel cortile della sua scuola. La commissione disciplinare reintegra Paolo. Vengono svolti i funerali di quest'ultimo. Intanto Sabina rivela a Giulia di aspettare un bambino.

Chat line

Trama

A casa di Mauro e Germana entrano i ladri che rubano la videocamera con le riprese del matrimonio di Giulia e Paolo. Mauro riesce nell’intento di farsela dare in un campo nomadi. Luca e Corrado intanto indagano sull'omicidio di una ragazza, amante della chat, trovata morta a casa sua davanti al PC. Mentre Giulia aspetta i risultati dell'autopsia su Paolo e guarda il filmino del matrimonio, Roberto riceve una lettera da Francesca e la raggiunge baciandola.

Sotto tiro

Trama

Gli agenti del X Tuscolano tentano di catturare un pericoloso cecchino. Giulia è determinata a proseguire le indagini sulla morte dei genitori e di Paolo. Vittoria e Giuseppe si avvicinano tanto da baciarsi.

I conti col passato

Trama

Un malavitoso, Otello Bacari, uccide un uomo davanti alla sua roulotte, tale Pippo Calenda, e il X Tuscolano inizia ad indagare. Mauro invece si occupa del caso di Lorenzo Valli, adolescente finito in ospedale con una gamba rotta per cause ignote, scoprendo che è stato il padre perché non sopportava di essere un ballerino e di essere, per questo, deriso dai suoi compagni. Giulia intanto fa fare delle analisi alla scientifica sulla foto del bambino che aveva incontrato suo padre poco prima della morte e capisce che si tratta dell’assistente del fotografo dell’orfanotrofio. Si chiama Ira Droscorcic ma il ragazzo è sparito insieme al suo materiale essendo stato avvertito per tempo.

Due di noi

Trama

Un clandestino viene trovato in fin di vita ferito alla mano con un'ascia. Giulia continua a indagare su Ira.

Alleluia

Trama

Mauro e Roberto si trovano in un convento per sorvegliare un quadro di alto valore, che viene comunque rubato durante la notte, nonostante il loro turno di guardia; a confessare sarà uno dei frati (che voleva usarlo per finanziare un orfanotrofio e i miglioramenti per il convento). In commissariato si presenta una donna, Lidia Zanelli, la quale denuncia il suo ex compagno Pietro che, dopo essere uscito di galera, continua a perseguitarla; Luca e Corrado lo arresteranno proprio mentre sta aggredendo la sua ex. Giulia è sulle tracce di Ira e scopre che il giovane utilizza nomi derivanti dall'anagramma di "Riccardo Corsi", il nome di suo padre, morto 10 anni prima. La squadra del X Tuscolano trova uno studio fotografico nascosto con diverse foto di bambini e la pistola di Paolo.

Lotta contro il tempo

Trama

Un poliziotto di nome Claudio Sirgi, esasperato dal problema del figlio bisognoso di un trapianto al cuore, in ospedale sequestra prima un'infermiera e poi l'ispettore Belli che si trovava lì per fare delle analisi insieme alla moglie Germana. Giulia intanto riesce a catturare Ira, l'assassino di Paolo e di Greco, mentre sta per rapire un altro bambino per l’organizzazione per cui lavora.

Faccia a faccia

Trama

Il procuratore Altieri sottopone Ira a un interrogatorio al X Tuscolano. Il ragazzo non vuole rivelare chi lo ha destinato a tale vita ma confessa di essere responsabile dell'omicidio di Paolo. Luca e Corrado indagano sul caso di un macellaio, Enzo Ricci, costretto a pagare dei malviventi e a vendere carne non controllata.

Sotto ricatto

Trama

Roberto scopre che Francesca e Mauretta sono state rapite, dopodiché una telefonata al cellulare gli intima di non chiedere aiuto a nessuno. Ben presto Roberto scopre che fra il rapimento e l'assassinio di Paolo ci sono evidenti e pericolosi collegamenti, giungendo alla conclusione che il X Tuscolano è tenuto sotto controllo attraverso dei microfoni-spia. Intanto, Luca e Corrado si occupano del caso di Giovanna Fusani, una donna scomparsa dopo un incidente stradale. Ardenzi viene costretto a convocare Ira in commissariato e a portarlo via da lì.

L'ultima sfida

Trama

Roberto ha rapito Ira sotto gli occhi di tutto il X Tuscolano. Telefonicamente gli viene detto dove recarsi e che deve recuperare un taccuino. Nel contempo al commissariato vengono trovate decine di microfoni microspia installati, grazie ai quali i criminali riuscivano sempre a sapere dove e come si sarebbero mossi gli agenti del X Tuscolano. Dopo una fitta ricerca gli agenti riusciranno a scoprire il luogo in cui è stato ordinato a Roberto di recarsi per lasciare libero Ira e liberare Francesca, e con il suo aiuto, riescono ad arrivare al casale in cui è ancora sotto sequestro Mauretta. Ira viene assassinato dal suo padrone. Nel frattempo Giulia, insieme ad Altieri, cerca di trovare un modo per decifrare un codice che potrebbe rivelare il nome del capo del clan. Giulia riesce a scoprire il mandante, che si rivela essere il professor De Santis, che verrà colpito dal commissario Corsi. Sabina decide di dare il nome di Paolo al suo nascituro. Mauro e Germana, non potendo avere figli, hanno chiesto in affido il figlio di Claudio Sirgi, il poliziotto disperato che aveva preso in ostaggio proprio Belli in ospedale non molto tempo prima: l’assistente sociale Marina Stopponi si occuperà si valutare la coppia. Al X Tuscolano si presentano la squadra di Evangelisti per portare via Roberto, in quanto ritenuto responsabile della morte di Ira, ma qui troveranno l'unità del X che non intende lasciar portare via l'ispettore.

Note


Shah-i-Zinda

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Shah-i-Zinda

Lo Shah-i-Zinda (in uzbeco Shohizinda?; in persiano شاه زنده‎, significa "Il re vivente") è una necropoli nella parte nord-est di Samarcanda, in Uzbekistan.

Storia

Moschea dello Shah-i-Zinda
Moschea dello Shah-i-Zinda
Il complesso Shah-i-Zinda comprende dei mausolei e altri edifici rituali dei secoli IX-XIV e XIX. Il nome Shah-i-Zinda ( significa "Il re vivente") ed è collegato con la leggenda che Kusam Ibn Abbas, il cugino del profeta Maometto sia stato sepolto lì. Come se fosse venuto a Samarcanda con l'invasione araba nel VII secolo a predicare l'Islam. Le leggende popolari narrano che egli, dopo essere stato decapitato per la sua fede, prese la propria testa e andò nel pozzo profondo (il Giardino del Paradiso), dove sta ancora vivendo.Il complesso di Shah-i-Zinda si è formato in più di nove secoli (dal XI al XIX) e ora include più di venti edifici.
Mausoleo Amirzade

Il complesso

L'ensemble è composto da tre gruppi di strutture: inferiore, medio e superiore collegate da quattro arcate di passaggi a cupola chiamati localmente chartak. I primi edifici risalgono ai secoli XI-XII. Principalmente le loro basi e le lapidi sono rimaste tuttora. La maggior parte risale ai secoli XIV-XV. Ricostruzioni dei secoli XVI-XIX non hanno cambiato la composizione e l'aspetto generale.[1]
Il corpo principale iniziale - del complesso Kusam-ibn-Abbas - è situato nella parte nord-orientale del complesso. Si compone di diversi edifici. Il più antico di essi, è il mausoleo Kusam-ibn-Abbas e la moschea (XVI secolo).[2]
Il gruppo superiore di edifici si compone di tre mausolei l'uno fronte all'altro. Il primo è il mausoleo Khodja-Akhmad (1340), che completa il passaggio da nord. Il Mausoleo del 1361, sulla destra, limita lo stesso passaggio da est.[3][4][5]
Il gruppo centrale è costituito dai mausolei dell'ultimo quarto del XIV secolo - prima metà del XV secolo e si occupa dei nomi dei parenti di Timur, dell'aristocrazia militare e del clero. Sul lato occidentale del Mausoleo di Shadi Mulk Aga, la nipote di Tamerlano, spicca. In questo portale con cupola vi è una cripta costruita nel 1372. Di fronte si trova il Mausoleo di Shirin Bika Aga, la sorella di Timur.[6][7][8]
Accanto al Mausoleo Shirin-Bika-Aga vi è il cosiddetto Ottaedro, una cripta insolita della prima metà del XV secolo.[9]
Vicino alla scala vi sono degli edifici ben proporzionati nella parte più bassa. Si tratta di un mausoleo a doppia cupola di inizio del XV secolo. Questo mausoleo è dedicato a Kazi Zade Rumi, che è stato scienziato e astronomo. Pertanto il mausoleo a doppia cupola che è stato costruito da Ulugbek sopra la sua tomba nel 1434-35 ha un'altezza paragonabile alle cupole dei mausolei della famiglia reale.[10]
Il cancello d'ingresso principale al complesso (Darvazakhana o il primo chartak) che svolta verso sud è stato costruito nel 1434-1435 sotto Ulugbek.[11]

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Note

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Alfredo Piacibello

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Alfredo Piacibello

Alfredo Piacibello (Casale Monferrato, 1º marzo 1912Ozzano Monferrato, 28 ottobre 1944) è stato un partigiano e militare italiano. Di sentimenti antifascisti si unì alle formazioni partigiane operanti nella zona di Casale Monferrato dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Catturato dopo un combattimento a Castagnone di Pontestura il 28 ottobre 1944 fu fucilato quello stesso giorno a Ozzano Monferrato, e per il coraggio dimostrato in quel frangente gli fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Biografia

Nacque a Casale Monferrato il 1 marzo 1912, all'interno di una famiglia di commercianti[N 1] Dopo aver frequentato le scuole elementari andò a lavorare come apprendista elettricista, e nel 1931 sposò la signorina Maria Borla.[N 2]. Nel 1938 fu assunto come elettricista presso l'ospedale di Casale Monferrato,[1] ma fu chiamato a prestare servizio di leva nel marzo 1940, inquadrato nell'82ª Compagnia radiotelegrafisti del 2º Reggimento del genio militare. Nel luglio successivo, dopo aver contratto una grave malattia, fu collocato in congedo. Con la proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre 1943 fu tra i primi ad aderire al movimento di Resistenza formatosi nel Monferrato. Partigiano combattente appartenente alla Brigata “Fox” della X Divisione Garibaldi “Italia”, operante in Val Cerrina al comando di Rinaldo Ronco (nome di battaglia di “Orlando Orlandi”), fu nominato ispettore militare della Brigata per le sue capacità di organizzatore.[2] Al mattino del 28 ottobre 1944 un nucleo di partigiani della “Garibaldi” uscì in perlustrazione, ma si scontrò a Castagnone di Pontestura[1] con un’ottantina di militi della Brigata Nera di Casale. In inferiorità numerica per uomini e per mezzi i partigiani furono immediatamente circondati da tre lati, e per permettere ai compagni di ritirarsi incolumi, egli affrontò in campo aperto i militi fascisti.[1] Morto in combattimento il collega Guido Bondesan, Alfredo Piacibello fu catturato quasi subito, e sebbene ferito a un ginocchio fu trasportato a Ozzano Monferrato legato per una gamba dietro a un camion,[1] e qui, sul piazzale della stazione, fu messo in scena un processo sommario, al termine del quale fu spogliato, bastonato e deriso.[1] Messo al muro venne ucciso con una scarica di mitra, ma prima di morire riuscì a gridare: Sono contento di quello che ho fatto. Viva l'Italia libera.[1] In suo onore la Brigata “Fox” si ridenominò da allora in avanti 181ª Brigata Garibaldi “Piacibello”."[3] Dopo la fine della guerra fu decretata la concessione della Medaglia d'oro al valor militare alla memoria,[4] mentre la città di Casale Monferrato gli ha intitolato una via. Il comune di Ozzano Monferrato ne ha onorato la memoria apponendo una lapide ricordo sulla facciata della Banca del Piemonte.
Medaglia d

Onorificenze

Note

Annotazioni

Fonti

Bibliografia

Voci correlate

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Canzonissima 1973

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Canzonissima 1973

Canzonissima 1973 è l'edizione 1973-1974 dell'omonima trasmissione musicale, abbinata alla Lotteria Italia, andata in onda tra il 7 ottobre 1973 ed il 6 gennaio 1974 sul Programma Nazionale. Vincitrice fu Gigliola Cinquetti con Alle porte del sole, davanti a Mino Reitano con Se tu sapessi amore mio ed i Vianella con Canto d'amore di Homeide.

Il programma

La trasmissione fu condotta da Pippo Baudo e Mita Medici, con la regia di Romolo Siena e la direzione musicale di Pippo Caruso. Gli autori erano Dino Verde, Marcello Marchesi, Sergio Paolini e Stelio Silvestri. Con quest'edizione, Canzonissima fu trasmessa per la prima volta la domenica pomeriggio anziché il sabato sera. La novità principale era rappresentata dalla modifica del sistema di punteggio: oltre alle votazioni delle giurie e del pubblico a casa tramite le cartoline, ciascun partecipante aveva una dote di punti (il cosiddetto briscolone) che poteva giocare nell'anteprima della trasmissione che andava in onda all'ora di pranzo (Anteprima Canzonissima). Un'altra novità fu costituita dalla presenza in gara dei gruppi musicali (allora chiamati "complessi"), ammessi per la prima volta alla trasmissione. Tra gli ospiti, si segnalano Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Ugo Pagliai, Isabella Biagini e Silvan. C'era anche un personaggio, il Gatto Briscolone, al quale dava la voce Franco Latini.
 
Vinse la gara il brano Alle porte del sole, interpretato da Gigliola Cinquetti, che grazie all'affermazione guadagnò l'accesso all'Eurovision Song Contest 1974 in qualità di rappresentante dell'Italia; al secondo posto si classificò Mino Reitano con Se tu sapessi amore mio. La sigla iniziale, Ruota libera, era cantata da Mita Medici; la sigla di chiusura inizialmente doveva essere Proprio così, sempre cantata dalla Medici, ma all'ultimo momento venne sostituita da un brano strumentale composto da Pippo Caruso, Mannaggia. Nel video della sigla finale compare Lando Buzzanca. Dal punto di vista della critica, Rino Funari dalle pagine di Noi donne bollò questa edizione come mediocre[1]

Classifica finale

Le altre canzoni

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So Real (singolo Mandy Moore)

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So Real (singolo Mandy Moore)

So Real è un singolo della cantante statunitense Mandy Moore, pubblicato il 13 giugno 2000 come terzo e ultimo estratto dal primo album in studio So Real e inserito anche nel secondo album in studio I Wanna Be with You. Il brano è stato scritto da Tony Battaglia e Shaun Fisher e prodotto dai The Wasabees.
 

Tracce

Classifiche

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Crvena jabuka

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Crvena jabuka

I Crvena jabuka sono un gruppo musicale bosniaco originario di Sarajevo e formatosi nel 1985.

Discografia parziale

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Faysal bin Turki bin Nasser Al Sa'ud

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Faysal bin Turki bin Nasser Al Sa'ud

Fayṣal bin Turkī bin Nāṣer Āl Saʿūd (in arabo فيصل بن تركي بن ناصر آل سعود?; Riad, 9 aprile 1973) è un principe, diplomatico e dirigente sportivo saudita, membro della famiglia reale Āl Saʿūd.

Biografia

Il principe Faysal è nato a Riad il 9 aprile 1973 ed è figlio del principe Turki bin Nasser e della principessa Noura, una delle figlie del defunto principe ereditario Sultan.[1] Completati gli studi con un master in politica internazionale, è entrato nel servizio diplomatico.[2]
Stemma
Presso l'ambasciata saudita a Washington è stato vice direttore dell'ufficio dell'istruzione, vice direttore dell'ufficio sanitario, membro del consiglio per gli affari politici, consigliere speciale dell'ambasciatore principe Bandar bin Sultan e infine vicepresidente del consiglio per gli affari politici. Nel 2009 è stato eletto presidente del club calcistico Al-Nassr. Durante il suo mandato la squadra ha vinto la Coppa del Principe della Corona nel 2014 e il campionato nazionale nel 2014 e nel 2015.

Vita personale

Fino al 2012 il principe era sposato con una cugina, la principessa Reema bint Bandar. Dalla loro unione sono nati i suoi primi tre figli. L'anno successivo si è risposato con Al Anoud bint Mish'al bin Mohammed bin Sa'ud che gli ha dato altre due figlie.

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Cargolux

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Cargolux

Cargolux Airlines International S.A., chiamata anche semplicemente Cargolux, è una compagnia aerea cargo lussemburghese con sede a Sandweiler con hub principale presso l'aeroporto di Lussemburgo-Findel e con hub secondario presso l'Aeroporto Internazionale di Zhengzhou-Xinzheng, Cina.[1]

Storia

La compagnia venne fondata il 4 marzo 1970 da Luxair, Loftleiðir e da un gruppo di investitori privati. Le operazioni iniziarono nel maggio successivo utilizzando un Canadair CL-44 sulla rotta Lussemburgo-Hong Kong.[2] Nel 1973, la flotta di Cargolux comprendeva cinque CL-44 e un Douglas DC-8; quest'ultimo permise alla società di entrare nel mercato dei jet diminuendo considerevolmente i tempi di consegna.[3] Nel 1974, Cargolux e Loftleiðir unirono i loro centri di manutenzione e nel 1975 Cargolux poté disporre di due nuovi hangar e di una nuova sede. Nel 1978 vennero gradualmente dismessi i CL-44 e vennero aperte nuove rotte in Asia e negli Stati Uniti; nel 1979 venne consegnato il primo Boeing 747-200F e nell'ottobre 1980 il secondo.[4] Nel 1984, in seguito alla consegna del terzo B747, venne dismesso il DC-8. Nel 1990 Cargolux fu la prima compagnia a firmare un contratto per l'acquisto di tre B747-400F. Gli aerei furono consegnati nel novembre 1993, nel dicembre 1993 e nel settembre 1995; sempre nel 1995 fu ordinato il quarto B747-400F.[5] Nel febbraio 2000, Cargolux fu la prima compagnia al mondo ad installare il simulatore di volo per l'addestramento sui B747-400F.[6]
Logo
Nel novembre 2005, la compagnia annunciò di aver ordinato dieci nuovi B747-8F diventandone il cliente di lancio insieme alla giapponese Nippon Cargo Airlines.[7] Nel mese di ottobre 2010, l'amministratore delegato di Cargolux fu incriminato negli Stati Uniti con l'accusa di aver creato un cartello con altri vettori cargo; in seguito alla condanna la compagnia accettò di pagare una multa pari a 119 milioni di dollari.[8] Nel novembre 2010, Cargolux è stata multata, insieme ad altre dieci compagnie, per lo stesso reato anche dalla Commissione europea.[9] L'8 settembre 2011, Qatar Airways ha acquisito una quota del 35% della società, diventando così il secondo maggiore azionista dopo Luxair (43,4%). Gli altri azionisti erano la Banque et Caisse d'Epargne de l'Etat (10,9%) e la Société Nationale de Crédit et d'Investissement (10,7%).[10] Nel novembre 2012, Qatar Airways ha annunciato l'intenzione di vendere la propria quota dopo divergenze strategiche con altri importanti azionisti.[11] Alla fine, la compagnia qatariota ha venduto la sua quota al governo del Lussemburgo, che ha poi ceduto tale quota a Henan Civil Aviation Development and Investment, una compagnia cinese, nel 2014. Nell'ambito di tale accordo, Cargolux ha lanciato un servizio dal Lussemburgo a Zhengzhou nell'Henan. Nel 2017, Cargolux ha stipulato una joint venture con Henan Civil Aviation Development and Investment per creare Henan Cargo Airlines detenendo una partecipazione del 25% nell'operazione.[12] A giugno 2020, Cargolux e Unilode hanno esteso la loro partnership con un nuovo accordo.[13]

Flotta

Flotta attuale

A gennaio 2025 la flotta di Cargolux è così composta[14]:

Flotta storica

Cargolux operava in precedenza con i seguenti aeromobili[14]:

Controllate

Cargolux Italia

Cargolux Italia SpA è la joint venture italiana che ha come nodo principale per le attività l'aeroporto di Milano-Malpensa. È stata fondata nel dicembre 2008 e le attività sono iniziate il 13 giugno dell'anno seguente. Opera con quattro Boeing 747-4R7F noleggiati dalla capofila verso differenti destinazioni come Hong Kong, Zhengzhou, Dubai, New York, Nairobi, Lussemburgo, Johannesburg.

Aquarius Aerial Firefighting

Aquarius Aerial Firefighting è una controllata creata nel 2023 per offrire assistenza nella lotta contro gli incendi.[17] Questa avrà come base l'aeroporto di Findel in Lussemburgo, dove verranno schierati i dodici AT-802F Fire Boss ordinati, i primi due dei quali sono stati consegnati il 22 dicembre 2023.[17]

Incidenti

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Ponte dell'Ammiraglio

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Ponte dell'Ammiraglio

Italia (bandiera)
Il ponte dell'Ammiraglio è un ponte a dodici arcate di epoca gotica visibile dall'attuale corso dei Mille a Palermo, dal 2015 Patrimonio dell'umanità protetto dall'UNESCO come parte della Palermo arabo-normanna.[1][2]
Map

Storia

Fu completato intorno al 1131 per volere di Giorgio d'Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II, un anno dopo la nascita del Regno di Sicilia, per collegare la città (divenuta capitale) ai giardini posti al di là del fiume Oreto[3]. Rappresenta per la vasta piazza, denominata Scaffa, un monumento simbolo del collegamento tra il centro della città e la zona periferica di Brancaccio.[4]
L'uso degli archi molto acuti caratteristici permetteva al ponte di sopportare carichi elevatissimi; interessante anche l'apertura d'archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante. Il ponte infatti resistette senza problemi persino alla terribile Alluvione di Palermo del febbraio 1931.[5]
Il 27 maggio dell'anno 1860, nel corso della spedizione dei Mille, Garibaldi proprio su questo ponte e nella vicina via di Porta Termini si scontrò con le truppe dei Borboni,[6] lì schierate perché il ponte era un ingresso nella città per chi veniva da mezzogiorno: Garibaldi proveniva infatti dal Monte Grifone, e precisamente dalla frazione di Gibilrossa. Lo scontro al ponte dell'Ammiraglio provocò l'insurrezione di Palermo.
 
Oggigiorno sotto gli archi del ponte normanno non scorre più il fiume perché il suo corso è stato deviato[7], a causa dei suoi continui straripamenti, consentendo l'allargamento del Corso dei Mille. Sotto il ponte dell'Ammiraglio oggi si trova un giardino, con attorno viali alberati, agavi e altre varietà di piante grasse.
 

Note

 

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Episodi di Luimelia (seconda stagione)

Episodi di Luimelia (seconda stagione)

La seconda stagione della serie televisiva spagnola #Luimelia[1], composta da 6 episodi da 10 minuti ciascuna, è stata distribuita in streaming sulla piattaforma Atresplayer Premium dal 16 agosto al 20 settembre 2020[2]. In Italia la stagione è inedita.

Luisita y Amelia 2

Trama

All'inizio di questa seconda stagione vedremo la riconciliazione di Luisita e Amelia. e dopo. Un dopo pieno di amore, riscoperta e, naturalmente, la discussione occasionale. Luisita e Amelia si sforzano di accettare ciò che non gli piace dell'altro, continuano a stupirsi e ad alimentare erotismo e voglia di non sistemarsi. Le cose non vanno sempre come si aspettano, ma cos'è il vero amore se non ami te stesso con le tue imperfezioni?

Improesía

Trama

Dopo essere stata rifiutata a un casting, Amelia è consapevole di dover lavorare sul suo "marchio personale" per ottenere maggiore visibilità. Luisita sostiene l'iniziativa della sua ragazza, ma non può fare a meno di essere inorridita nello scoprire come intende guadagnare follower sui social media.

BoicotLurelia

Trama

Amelia ha ottenuto un piccolo ruolo da capitolo in "Amar Eternamente", e cosa c'è di meglio... Luisita coprirà la registrazione realizzando un documentario per la comunità dei fan di Lurelia!

Kamchatka

Trama

Ingrid e Carla sono una coppia perfetta. Troppo perfetto, anche per Luisita e Amelia che faticano ad eguagliarli. Una competizione assurda in cui non mancheranno le risate.

Madrid

Trama

María soffre di una crisi esistenziale legata alla sua attività professionale e ai sogni che un giorno aveva sul suo futuro e che non si realizzano. Vorrebbe essere una scrittrice, una vita avventurosa, vivere a Londra e a New York. Si sente stagnante, con pochissimi stimoli, nonostante la volontà di Nacho, che indirettamente soffre di questa crisi senza comprendere appieno cosa sta succedendo.

Algo pasa con Mary

Trama

Maria ha deciso di andare a Londra per seguire un corso di scrittura creativa. Tuttavia, il modo in cui i suoi genitori si adatteranno alla notizia sarà l'ultimo dei suoi problemi, perché Ignacio si presenta a casa e il problema è servito.

Note

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Salmo responsoriale

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Salmo responsoriale

Il Salmo responsoriale fa parte della Liturgia della Parola, che nella Santa Messa segue i Riti introduttivi e precede la Liturgia Eucaristica. Esso è chiamato anche Graduale e segue la proclamazione della Prima lettura (che durante la Santa Messa feriale è anche l'unica). Esso è scelto fra i 150 Salmi della Bibbia e richiama il tema della Prima lettura, di cui è una continuazione sotto forma di preghiera comunitaria di tutta l'assemblea[1].

Struttura

Sacramenti e riti cristiani
Il Salmo responsoriale è composto da un'antifona, seguita da un ritornello proclamato dal lettore e ripetuto dall'assemblea, e da una serie di strofe (di solito da tre a cinque), pronunciate dal lettore o salmista, cui l'assemblea risponde con il ritornello. Esso può essere semplicemente letto da un lettore, o meglio ancora, cantato da un cantore. Nelle Messe festive è sempre preferibile recitarlo nella forma cantata. La forma cantata può essere espressa nel modo responsoriale o nel modo diretto. Nel modo responsoriale, che è da preferirsi, il cantore canta i versetti, e l'assemblea risponde cantando il ritornello. Nel modo diretto, il cantore canta il salmo e l'assemblea si limita ad ascoltare, senza rispondere col ritornello, oppure tutti insieme cantano le strofe del salmo senza ritornello.
Sacramenti e riti cristiani

Origine del termine

Il Salmo responsoriale viene così definito, perché nel recitarlo l'assemblea risponde al lettore o (se cantato) al cantore.

Note

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Liebauite

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Liebauite

La liebauite è un minerale.

Abito cristallino

Abbozzo mineralogia

Origine e giacitura

Forma in cui si presenta in natura

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The Raelettes

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The Raelettes

Le The Raeletts sono state un girl group operativo tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, nato come gruppo di coriste per Ray Charles.
Abbozzo
La loro prima formazione consisteva in Darlene McCrea, Margie Hendricks, Patricia Lyles e Gwendolyn Berry. Più tardi arrivarono anche Mable John, Merry Clayton, Clydie King, Minnie Riperton e Susaye Greene. Negli anni ottanta invece il gruppo era composto da Avis Harrell, Madlyne Qubeck, Estella Yarbrough, Trudy Cohran, Pat Peterson e Alexandra Brown, che incise il singolo (Come On), Shout, incluso nella colonna sonora del film Girls Just Want to Have Fun. Sebbene non raggiunsero mai il successo con i loro singoli, molte di loro hanno intrapreso promettenti carriere soliste. Secondo il film Ray, prima di diventare The Raelettes, il gruppo era conosciuto come The Cookies.

Singoli

 

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Robert Enke

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Robert Enke

Robert Enke (Jena, 24 agosto 1977Neustadt am Rübenberge, 10 novembre 2009) è stato un calciatore tedesco, di ruolo portiere, vicecampione d'Europa con la nazionale tedesca nel 2008.

Biografia

Si è tolto la vita nel tardo pomeriggio del 10 novembre 2009, all'età di 32 anni, gettandosi sotto un treno nei pressi di un passaggio a livello della città di Eilvese (Neustadt am Rübenberge), dopo aver abbandonato la sua auto a pochi metri di distanza dai binari; lasciò la moglie Teresa Reim e una bambina adottiva di dieci mesi.[1]
La vedova ha rivelato successivamente che il marito soffriva di depressione da circa sei anni, e che la sua situazione era peggiorata nel 2006 dopo che la figlia Lara, di due anni, era morta a causa di una rara malattia cardiaca. La polizia tedesca ha confermato l'esistenza di una lettera d'addio di Enke, nella quale il portiere si scusava con la moglie e il medico curante.[2][3][4][5] Una cerimonia funebre si è tenuta all'AWD-Arena di Hannover, stadio della squadra di calcio della città, in cui Enke militava dal 2004.

Carriera

Club

Inizia la carriera nelle squadre giovanili del club della sua città natale, il Carl Zeiss Jena, venendo promosso in prima squadra nella stagione 1995-1996. Debutta l'11 novembre contro l'Hannover 96, nella 2. Bundesliga, dopo che il portiere titolare Mario Neumann subisce 14 gol in tre partite. Viene a sua volta impiegato in tre gare, ma in seguito Neumann torna a essere il titolare sicché Enke non scende più in campo per il resto della stagione.
Non giocherà mai più per la squadra locale, in quanto viene acquistato dal Borussia M'gladbach, club della Bundesliga, nell'estate 1996. Gioca le prime due stagioni nel club Under-23 nelle serie inferiori, e debutta in prima squadra nel 1998-1999, quando il portiere titolare Uwe Kamps viene bloccato da un infortunio[senza fonte] e pertanto il tecnico Friedel Rausch gli dà la possibilità di debuttare nella massima serie. Esordisce in Bundesliga il 15 agosto 1998 in una partita vinta per 3-0 contro lo Schalke 04. Dopo la prima stagione da professionista viene acquistato dal Benfica dell'allenatore Jupp Heynckes, di cui diviene capitano.[senza fonte] In seguito allo stallo della trattativa per il rinnovo con il club lusitano, si accorda con il Barcellona dove si trasferisce a titolo gratuito nel 2002.[6] In seguito dichiarerà che la posizione di portiere azulgrana è «il ruolo più difficile d'Europa»,[7] e finisce per essere la seconda scelta dietro a Roberto Bonano. Il suo debutto coincide con una sconfitta del Barcellona che viene eliminato dalla Coppa di Spagna, nel primo turno dell'11 settembre 2002, dal Novelda, squadra di terza serie. La sua unica esperienza nella Primera División consiste in 20 minuti giocati come sostituto di Bonano contro l'Osasuna il 2 marzo 2003 (2-2). La stagione seguente, con Frank Rijkaard subentrato a Louis van Gaal, viene ceduto ai turchi del Fenerbahçe, allenati dal tedesco Christoph Daum, come contropartita di Rüştü Reçber che passa al club catalano. Anche in Turchia gioca una sola partita, ovvero la sconfitta per 3-0 contro i rivali dell'İstanbulspor il 10 agosto 2003. Dopo quattro mesi passati fuori squadra al Barcellona, nel gennaio 2004 scende nella seconda serie spagnola passando in prestito al Tenerife, dove gioca per il resto della stagione.
Germania (bandiera)
Al termine della stagione ritorna in Bundesliga, firmando per l'Hannover 96. In breve tempo diventa la prima scelta tra i pali della squadra sassone, finché per la stagione 2007-2008 ne viene nominato capitano.[8] Ha giocato l'ultima partita della sua vita l'8 novembre 2009, nel pareggio casalingo per 2-2 contro l'Amburgo.

Nazionale

Rappresenta la Germania per la prima volta nel 1998, venendo convocato nell'Under-21 tedesca, con cui gioca in totale 15 gare. Il manager della nazionale maggiore, Erich Ribbeck, lo include nella rosa che partecipa alla FIFA Confederations Cup 1999, non scendendo mai in campo durante la competizione. Resta fuori dal giro della nazionale negli anni seguenti, fino a quando il commissario tecnico Jürgen Klinsmann lo convoca in una gara di preparazione al campionato del mondo 2006, dai quali viene in seguito escluso. Torna poco tempo dopo, grazie al nuovo selezionatore Joachim Löw, in una gara amichevole contro la Georgia, e debutta nell'amichevole persa contro la Danimarca l'8 marzo 2007. Nell'estate 2008 fa parte della squadra finalista agli Europei in Svizzera e Austria.
Germania (bandiera)

Statistiche

Presenze e reti nei club

Statistiche aggiornate all'8 novembre 2009.

Cronologia presenze e reti in nazionale

Note

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Ritratto di giovane con la mela

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Ritratto di giovane con la mela

Il Ritratto di giovane con la mela (Ritratto di Francesco Maria della Rovere) è un dipinto a olio su tavola (47x35 cm) attribuito a Raffaello Sanzio, databile al 1505 circa e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Storia

Non si conoscono le origini del dipinto, né l'esatta identificazione dell'effigiato. Le ipotesi più accreditate, ormai da molti anni, legano l'opera alla committenza Montefeltro/Della Rovere di Raffaello, con una serie di opere che giunsero a Firenze da Urbino con la dote di Vittoria della Rovere nel 1631. Un po' come il Ritratto di Elisabetta Gonzaga, nello stesso museo, l'opera è stata assegnata a vari autori (Francesco Francia, Cesare Tamaroccio...), tra cui è ormai preponderante l'attribuzione proprio a Raffaello, anche per il livello artistico molto alto. Per quanto riguarda il soggetto, tradizionalmente si riferisce a Francesco Maria della Rovere, il giovane, figlio di Giovanna da Montefeltro e Giovanni della Rovere a cui spettò il ducato di Urbino dopo essere stato adottato dal Duca, per l'estinzione della linea maschile dei Montefeltro dovuta alla sterilità di Guidobaldo I. Alcuni, quali Lietzmann e Becherucci, pensarono invece che il ritratto ritraesse lo stesso Guidobaldo, di cui esiste un altro ritratto raffaellesco di altrettanto incerta identificazione.

Descrizione e stile

Il soggetto è ritratto a metà figura, con il busto di tre quarti verso sinistra e la testa leggermente ruotata verso lo spettatore, mentre lo sguardo diverge a destra, evitando un contatto visivo diretto e manifestando così un senso di schiva alterigia e austerità, consono all'atteggiamento di un potente. Le mani poggiano su un parapetto, reggendo una mela. Esse sono leggermente sottodimensionate, ma si adattano a un adolescente: infatti se il ritratto fosse veramente quello di Francesco Maria, all'epoca avrebbe avuto quattordici anni. L'abbigliamento è principesco: in testa indossa una berretta rossa, calzata leggermente inclinata, con un nastro scuro che sporge, mentre addosso ha una casacca lavorata (il robone) a inserti bianchi su rosso, con un vistoso collo di pelliccia di zibellino che copre anche i bordi e forse foderava tutto il busto; la veste è rossa e la camicia bianca si vede al collo e ai polsi. Il capelli castani sono tagliati a caschetto, gli occhi un po' sporgenti, il naso dritto e fine, le labbra sottili, che sembrano quasi serrate aristocraticamente, il mento ha una fossetta. I dettagli fisici, anche quelli esteticamente imperfetti, sono trattati dall'artista con un'oggettività aulica e raffinata, che non intacca per niente il senso di dignità della figura. La mela dorata sembra rafforzare simbolicamente l'identificazione con Francesco Maria: proprio nel 1504 venne scelto come erede del Ducato di Urbino dallo zio Guidobaldo e il pomo dorato alluderebbe alla scelta di Paride, che gli avrebbe fruttato la carica temporale futura. Il paesaggio dello sfondo richiama i modelli umbri con elementi genericamente tipici come il laghetto, le colline che sfumano in lontananza, qualche alberello fronzuto. Straordinaria è la freschezza cromatica del dipinto, basata sui toni rossi intensi in contrasto con il paesaggio dai colori freddi, facendo sì che si esaltino a vicenda.

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Umberto II di Savoia

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Umberto II di Savoia

Umberto II di Savoia (Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia; Racconigi, 15 settembre 1904Ginevra, 18 marzo 1983) è stato Principe di Piemonte dal 1904 al 1946, Luogotenente generale del Regno d'Italia dal 5 giugno 1944 al 9 maggio 1946 e infine ultimo Re d'Italia per abdicazione del padre Vittorio Emanuele III dal 9 maggio al 18 giugno 1946[2]. La brevissima durata del suo regno, appena quaranta giorni, gli valse il soprannome di «Re di maggio».[3] Il 13 giugno 1946, dato l'esito del referendum istituzionale del 2 giugno, il Consiglio dei ministri – con atto che il re definì «rivoluzionario» – trasferì le funzioni accessorie di capo provvisorio dello Stato al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Il giorno stesso, Umberto si recò in Portogallo in esilio volontario e non fece mai più ritorno in Italia[4] anche perché, poco tempo dopo, la Costituzione della Repubblica Italiana entrata in vigore il 1º gennaio 1948 avrebbe fra l'altro vietato l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale agli ex sovrani di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi (tale comma, presente nella Disposizione Transitoria e Finale XIII, decadde poi mediante Legge Costituzionale solo molti anni dopo la sua morte, nell'ottobre del 2002).
Stemma

Biografia

Infanzia

Umberto II era figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro e aveva quattro sorelle: Iolanda, Mafalda, Giovanna e Maria Francesca. Nacque nel castello di Racconigi alle 23:15 del 15 settembre 1904 e alla nascita pesava 4 chili e 550 grammi[6]. Vittorio Emanuele III telegrafò immediatamente dopo, nell'ordine, alla palazzina di caccia di Stupinigi, dove si trovava la madre, Margherita di Savoia: «Mamma, abbiamo avuto un figlio. Lo chiameremo Umberto», al sindaco di Roma e al presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, comunicando che avrebbe devoluto un milione di lire alla Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai. Quel giorno stesso la Camere del Lavoro di Milano aveva accolto la proposta di sciopero generale, il primo in Italia, che sarebbe durato altri cinque giorni. Per comodità fu dichiarato il giorno 15 e da allora rimane su tutti i documenti come data di nascita il 15 settembre. A causa di questo sciopero, l'avvenimento divenne di dominio pubblico in modo defilato, poiché il 16 settembre solo il Corriere della Sera poté andare in stampa, e contrastato: a Milano gli scioperanti costrinsero il sindaco Barinetti a togliere la bandiera dal balcone del municipio[7] e Giolitti, già impegnato a Roma col governo nel varare misure atte a risanare la pace sociale e politica, impiegò alcuni giorni ad arrivare, in veste di notaio della corona, a Racconigi, per stendere l'atto di nascita. Il bambino, battezzato la sera del 16 coi nomi di Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria[8], il 20 settembre venne infine regolarmente registrato, con atto firmato dal presidente del consiglio, controfirmato da Giuseppe Saracco, presidente del Senato, come ufficiale di stato civile, e da Vittorio Emanuele III e presenti come testimoni Costantino Nigra e Giuseppe Biancheri, presidente della camera.
Il 29 settembre veniva concesso con regio decreto (pubblicato il 18 ottobre) all'erede il tradizionale titolo nobiliare di Principe di Piemonte: il re era più propenso a "principe di Roma", ma la regina madre Margherita lo convinse a evitare un gesto che sarebbe stato recepito come ostile dal Vaticano, a cui bisognava chiedere il permesso per il battesimo ufficiale del bambino ancora da celebrare, gravando tuttora sui Savoia la scomunica inferta dopo la breccia di Porta Pia. Infatti, da tradizione, per i principi, al fine di venire incontro a ovvie richieste protocollari, si dava appena nati il battesimo con acqua e l'imposizione delle mani e in un secondo tempo, organizzata la cerimonia e giunti dall'estero i membri delle altre case regnanti, si procedeva con gli esorcismi, il sale, l'olio, il cero e la veste candida. Il battesimo ufficiale si ebbe solo tre mesi dopo, il 4 dicembre 1904, nella cappella paolina del palazzo del Quirinale, i cui altari erano dal 1870 sconsacrati per volontà di Pio IX, e fu celebrato con dispensa speciale da monsignor Giuseppe Beccaria: nessun membro dell'alto clero celebrava, ma la concessione per la prima volta del Quirinale per una cerimonia di casa Savoia venne ugualmente considerata un gesto di distensione da parte di Pio X. Padrini furono Guglielmo II di Germania, rappresentato dal fratello Enrico di Prussia, ed Edoardo VII del Regno Unito, rappresentato dal fratello duca di Connaught Arturo di Sassonia-Coburgo-Gotha; presenti esponenti di tutte le case reali europee, a partire da quelle più strettamente legate per vincoli familiari, quali Nicola I del Montenegro con la moglie Milena, Napoleone Vittorio Bonaparte, figlio di Maria Clotilde di Savoia, il duca di Oporto, figlio della regina di Portogallo Maria Pia.
Firma di Umberto di Savoia
La nascita di Umberto sollevava i genitori dal timore che la dinastia si estinguesse, lasciando il trono al ramo collaterale dei Savoia-Aosta: se Umberto I aveva avuto un unico figlio maschio (Vittorio Emanuele III), suo fratello Amedeo ne aveva avuti quattro, il primogenito dei quali, fino ad allora erede presuntivo al trono, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, era già padre di due figli ed era diviso dal cugino sovrano da una non velata rivalità. Agli albori della civiltà della comunicazione di massa, Vittorio Emanuele III, alto poco più di un metro e cinquanta, né bello né "affascinante" e dedito a una vita schiva e "borghese" (come molti gli rimproveravano), era oggettivamente sminuito nel confronto con i cugini Savoia-Aosta, tutti alti, belli, muscolosi per la vita attiva e all'aria aperta che conducevano[9] e dalla brillante vita sociale[10]. Il Quirinale impiegò l'immagine del piccolo erede al trono e le sue foto a tre anni vestito alla marinara, da piccolo corazziere, con l'uniforme storica della scuola militare Nunziatella e con l'uniforme da boy scout del Corpo nazionale dei giovani esploratori italiani, assieme alle sorelle nel parco della villa di san Rossore vennero fatte pubblicare sulla rivista L'Illustrazione Italiana o come cartoline, rendendo Umberto il nuovo simbolo di Casa Savoia[11]. Abitavano nella palazzina del segretario della cifra, detta anche palazzina del Fuga, al Palazzo del Quirinale, alla fine della cosiddetta "manica lunga": la regina e i figli al primo piano, il re al secondo. In estate soggiornavano prima a San Rossore e poi, dopo la chiusura estiva di Camera e Senato, a Racconigi, luogo cui il sovrano resterà sempre molto legato, sia per la relativa libertà di cui godeva sia per "le spedizioni e le corse nel parco e le scoperte delle soffitte, dove si conservavano abiti e cimeli antichi"[12].
Nei suoi primi anni di vita l'educazione venne lasciata in mano alla madre, donna di gusti estremamente semplici e casalinghi, dolce e sensibile, verso la quale il figlio avrebbe sviluppato un legame profondo e un affetto duraturo[13], che andava a compensare il rapporto distaccato col padre. Elena era una madre premurosa e protettiva, che cercava quanto più possibile di mitigare le asprezze del protocollo e della vita di corte[14], Vittorio Emanuele III era un uomo colto, ma «caratterialmente arido, riservato, diffidente, che nell'introspezione nasconde un groviglio di frustrazioni per l'inferiorità fisica e per il peso di una formazione troppo severa»[15]. I problemi derivati dalla modesta statura, l'educazione di stampo militaresco impartitagli dal colonnello Egidio Osio, suo governatore nella prima giovinezza, gli avevano reso estremamente difficile mettersi in relazione con gli altri, compresi i figli e soprattutto Umberto, in cui vedeva prima di tutto un erede al trono da educare come tale: vigevano nelle relazioni del padre verso il figlio «autorità, etichetta, rigore, un sostanziale distacco in cui si mescolano la naturale freddezza emotiva del sovrano e la volontà di imporre un modello regale di comportamento»[16].
Nel 1911 la famiglia si trasferì dal Quirinale, considerato una reggia troppo sfarzosa, nella più raccolta Villa Ada, circondata da un ampio parco che la rendeva quasi un doppione del paesaggio agreste di San Rossore. Nello stesso anno venne dichiarata guerra contro l'Impero ottomano per la sovranità sulla Libia e Umberto con le sorelle cominciarono a essere portati in visita dei feriti e dei mutilati alloggiati negli ospedali militari e anche, per volontà della regina, in un'ala del Quirinale e della reggia di Caserta.

Apprendistato da re

Il 13 novembre 1913 Vittorio Emanuele III conferì all'ammiraglio Attilio Bonaldi il compito di occuparsi dell'educazione del principe ereditario, seguendo quella tradizione educativa radicata in casa Savoia, di cui lo stesso sovrano aveva pagato il prezzo divenendo un «uomo dal cuore freddo e dalla testa chiara»[17]. Bonaldi impartì al giovanissimo Umberto un'educazione eccessivamente rigida, che ebbe certamente delle conseguenze sulla personalità del futuro sovrano. Se Vittorio Emanuele III mantenne fino all'ultimo dei rapporti addirittura affettuosi con il suo precettore Osio, Umberto preferì prendere le distanze dal suo austero educatore, fino al punto da non recarsi alle sue esequie. Anni dopo Umberto avrebbe commentato così: «Io stesso credo di aver dato il segno di non aver gradito il peso, ma allora nella mia casa si usava così. A nessuno sarebbe mai passato per la mente di farmi diventare un buon uomo di scienza o un esperto giurista. I Savoia erano re soldati e si preparavano fin da bambini a questo destino. Con mio padre avevo contatti normali nell'ambito di questa educazione»[18].
Nessuna scuola pubblica per l'erede, ma una decina di precettori coordinati da un militare: se un tipo di educazione simile poteva essere anche considerata accettabile nel 1880, dopo oltre trent'anni era del tutto anacronistica e fuori dai mutamenti pedagogici e sociali nel frattempo occorsi[19]. Obbediente e rispettoso, crebbe in solitudine e si formò un carattere dominato dall'ossequio all'autorità e alla gerarchia, fortemente dominato da un rigido autocontrollo.[16] Nel programma didattico ideato dall'ammiraglio Bonaldi per l'erede sabaudo non poteva mancare una buona istruzione marinara come parte della preparazione militare. Pochi mesi dopo il rientro in Italia, Umberto, che doveva prepararsi all'ingresso nella prima ginnasiale, il 29 agosto 1914, si imbatté in Adolfo Taddei, che lo seguirà nei suoi studi di italiano, latino e greco per otto anni. Questo insegnante, di grande cultura e di profonda umanità, fu una presenza benefica nella giovinezza del principe. Va tuttavia rilevato che Bonaldi costituì comunque per il principe un punto di riferimento e, se non c'era forse una profonda affinità di spirito, tra Bonaldi e Umberto ci fu sicuramente un grande affetto.
Secondo la prassi per ogni principe ereditario, Umberto compì una rapida carriera militare, frequentando la scuola militare di Roma dal 1918 al 1921 e divenendo generale dell'esercito. Dopo il 1925 si stabilì nel Palazzo Reale a Torino, dove fino al matrimonio condusse una vita spensierata. Visse in una realtà sostanzialmente estranea dalla politica attiva, essendo relegato, per volontà dello stesso regime fascista, in una posizione marginale. Di formazione liberal-conservatrice e - contrariamente alla tradizione familiare - profondamente credente, Umberto non suscitava particolari simpatie in Benito Mussolini.

Matrimonio

Nel 1929, Umberto si fidanzò con Maria José, principessa del Belgio. Era figlia di Alberto I del Belgio e di Elisabetta di Baviera. Il 24 ottobre 1929, mentre si trovava a Bruxelles nel giorno del fidanzamento con Maria José, Umberto fu vittima di un attentato. Fernando De Rosa, uno studente italiano residente a Parigi, gli sparò un colpo di pistola, mancandolo, mentre il principe deponeva una corona presso la tomba del Milite Ignoto. L'8 gennaio 1930, nella cappella paolina del Quirinale, si sposò con Maria José. L'evento venne commemorato in una serie di francobolli, nota come Nozze del principe Umberto II. Umberto vestiva l'uniforme di colonnello di fanteria.
Secondo la leggenda sarebbe stato un matrimonio d'amore, ma la storia sarà comunque contrastata a causa dei diversi interessi culturali, politici e sociali e soprattutto dal divario fra le due educazioni ricevute. Dopo la funzione gli sposi furono ricevuti da papa Pio XI, segnale di un progressivo disgelo fra l'Italia e il Vaticano.

Periodo torinese

Terminato il viaggio di nozze, i coniugi rientrarono a Torino il 2 febbraio, occupando gli appartamenti di Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide al Palazzo Reale di Torino. Da sposato, il principe ereditario fu a lungo diviso tra impegni ufficiali e di rappresentanza, e tale periodo della sua vita fu reso complicato dalla non facile vita coniugale con Maria José. Tra i coniugi affiorarono infatti forti differenze caratteriali e culturali e, pur continuando a non aver nessun peso sulla scena politica e di corte, Umberto finì al centro di pettegolezzi e indiscrezioni soprattutto in ambienti fascisti, tesi a denigrarlo e a sminuirlo. Pur avendo ambedue gli sposi mantenuto sempre uno strettissimo riserbo circa la loro vita privata, gli storici concordano su fondamentali differenze tra loro: Umberto era un uomo di carattere riservato e introverso, cresciuto con una madre molto affettuosa e un padre autoritario; Maria José era figlia di due genitori espansivi, interessati alla cultura contemporanea e molto informali, almeno nell'ambito familiare. Umberto era religioso, amava il rispetto dell'etichetta, lo sfarzo regale e si trovava a suo agio con l'alta nobiltà, il clero, gli accademici; Maria José, fumatrice e bevitrice in un'epoca in cui ciò era ragione di scandalo, specie per una nobildonna, si mostrava disinteressata alla religione e alle occasioni mondane formali, preferendo una vita spartana e ritirata e compagnie intellettualmente stimolanti.
L'ambiente di corte torinese era freddo, formale e subito ostile alla principessa, chiamata negresse blonde per via dei capelli ispidi e ricci; lei, d'altra parte, mostrava il minimo di simpatia richiesta verso la nobiltà locale e i suoi riti provinciali, che anni dopo sintetizzò con: «A Torino c'erano poche, o nessuna, cure intellettuali. [...] La nobiltà torinese [...] si rovinava in balli per il principe. La società era divisa in due clan: quelli che erano per il vermut non andavano dai produttori di Fiat, e viceversa. Persino la famiglia reale era divisa».[20] Mentre Umberto continuava la sua vita da ufficiale, trascorrendo la mattinata e buona parte del pomeriggio in caserma, per tenersi impegnata la principessa seguì un corso di crocerossina e organizzò concerti a Palazzo Reale, oltre a seguire attività caritatevoli, quando gli impegni ufficiali non ne richiedevano l'attenzione e la presenza. Il primo impegno ufficiale di rilievo della giovane coppia furono le nozze di Giovanna di Savoia con re Boris III di Bulgaria, ad Assisi, nell'ottobre del 1930.
Poi, dal 3 al 24 maggio 1931, vi fu l'ostensione della Sacra Sindone, la prima dal 1898, durante la quale casa Savoia (allora proprietaria della reliquia) fu sempre presente: Umberto nel pomeriggio del 3, in rappresentanza del re, con la moglie, la sorella Mafalda di Savoia e Maria Bona di Savoia-Genova con il marito Corrado di Baviera e Lydia d'Arenberg, moglie di Filiberto di Savoia-Genova, consegnò le chiavi dell'urna che la conteneva all'arcivescovo Maurilio Fossati e fornì gran parte dei 61 pezzi esposti nella mostra che accompagnò l'evento, come quadri e oggetti liturgici. In segno di devozione, Maria José donò il proprio manto di nozze, da cui vennero ricavate otto pianete. Infine, nel luglio 1931, ci furono le esequie solenni di Emanuele Filiberto, duca d'Aosta. A questi impegni, di carattere prettamente dinastico, se ne affiancavano di politici, nei quali il regime richiedeva la presenza del futuro sovrano: gare di sci per la Coppa delle Federazioni fasciste, l'inaugurazione della nuova Casa del fascio di Torino, sfilate della Milizia, l'inaugurazione della Casa torinese del balilla. Nonostante queste attività, però, l'OVRA vigilava e teneva strettamente sotto controllo Umberto, diffondendo voci malevole sulla vita sessuale del principe[21] (celebre l'epiteto di "Stellassa" che Gian Gaetano Cabella gli lanciò dalle colonne de Il popolo di Alessandria[22]) e raccogliendo, sin dagli anni venti, un dossier relativo alla sua presunta omosessualità. I moltissimi dispacci si contraddicevano l'un l'altro: parlavano di innumerevoli avventure con donne di tutti i ceti sociali oppure di tresche con giovani camerieri antifascisti e soldati[23], tra i quali - sembra - anche il giovane Luchino Visconti[24].
In proposito il futuro partigiano Enrico Montanari scriverà un libro di memorie, in cui narra d'esser stato corteggiato nel 1927 da Umberto, che gli avrebbe regalato un accendisigari d'argento con incisa la scritta "Dimmi di sì!"[25]. Inoltre è stata ipotizzata l'impossibilità fisica del principe di dare un erede alla casata e che - quanto meno - ci fossero delle incomprensioni a livello sessuale con la principessa, dovute forse alla freddezza dello sposo, non aiutato, d'altro lato, dalla passività della sposa, comunque naturale in una giovane donna del periodo[26][27][28]. La delicatezza delle notizie contenute nel dossier dell'OVRA, anche a scopo ricattatorio, appare evidente dal fatto che il 27 aprile 1945, al momento della sua cattura e dopo la fuga da Milano, Benito Mussolini lo aveva con sé, secondo le testimonianze di coloro che hanno dichiarato di aver ispezionato il suo bagaglio (partigiani, funzionari ecc.)[29][30]. Successivamente il comandante della 52ª Brigata Garibaldi, "Pedro" Bellini, curò di farlo consegnare al principe Umberto, allora luogotenente del regno[31]. Una copia del medesimo fu poi rinvenuta dall'agente segreto italiano Aristide Tabasso nel marzo del 1946, che la consegnò all'interessato e fu nominato da quest'ultimo commendatore della Corona d'Italia[32][33].
Alla fine quell'ambiente ipocrita e malevolo colmò la notevole pazienza di Umberto e una voce in particolare fece decidere al sovrano di trasferire in altra sede il figlio, promosso generale di brigata nel febbraio 1931; Vittorio Emanuele scelse personalmente Napoli, città leale alla monarchia e in cui egli stesso aveva trascorso gli anni da principe ereditario[34].

Inizio del periodo napoletano

Arrivò a Napoli il 4 novembre, prendendo residenza nel Palazzo Reale; l'indomani ci fu un solenne Te Deum in cattedrale, un ricevimento a palazzo San Giacomo e infine la serata di gala al teatro San Carlo, mentre i napoletani si dimostravano entusiasti dell'arrivo dei principi, profondendosi in molteplici manifestazioni – preparate e spontanee – d'omaggio[35]. La coppia lasciò ben presto la reggia borbonica, destinata a occasioni ufficiali, in favore di Villa Rosebery, presso Posillipo, dotata di spiaggia privata, dove Maria José e il marito amavano fare bagni notturni. La principessa di Piemonte in questo periodo poté contattare, tramite l'amico Umberto Zanotti Bianco, prima Benedetto Croce e poi altri esponenti dell'alta società avversi al fascismo, come lo stesso arcivescovo Alessio Ascalesi: Umberto lasciava fare, senza favorire o dissuadere la moglie. Naturalmente, come a Torino, l'OVRA vigilava e Arturo Bocchini ordinava di sorvegliare costantemente la vita della coppia alla ricerca di rotture e infedeltà, incrementando voci che naturalmente facevano il giro della città, alimentate a dismisura da soffiate anonime. Un viaggio a Bruxelles della principessa venne inteso come prodromo di una separazione, quando invece era solo sintomo della solitudine che la donna provava in climi tanto ostili[36].
Continuavano intanto le cerimonie ufficiali e di rappresentanza: l'incontro con il vecchio Gabriele D'Annunzio al Vittoriale nel novembre 1932 e la nuova ostensione della Sindone, dal 24 settembre al 15 ottobre 1933, in occasione dell'Anno santo. Dopo lunga attesa (tanto che all'inizio del 1932 Vittorio Emanuele III aveva mandato la nuora, accompagnata dal medico di corte, da un illustre ginecologo in Germania a farsi visitare) il 5 febbraio 1934 il ginecologo di casa Savoia, Valerio Artom di Sant'Agnese, poté confermare la prima gravidanza: due settimane dopo, in un incidente in montagna moriva Alberto I del Belgio e, per il suo stato, Maria José dovette rinunciare ad andare ai funerali. Il 24 settembre, a Palazzo Reale a Napoli, alla presenza anche di Elena di Savoia e di Elisabetta del Belgio, nasceva la primogenita Maria Pia: portava lo stesso nome della regina del Portogallo, sorella di Umberto I, che alla proclamazione della repubblica si era rifugiata in esilio in Italia, a Stupinigi, e di cui Umberto aveva alcuni affettuosi ricordi. Vennero distribuiti 2350 sussidi e borse di studio "Maria Pia di Savoia", Vittorio Emanuele III offrì un pranzo per 400 poveri e villa Rosebery venne ribattezzata "villa Maria Pia". Una settimana dopo ci fu il battesimo, madrina la zia paterna Maria Francesca di Savoia, padrino lo zio materno Leopoldo III del Belgio, rappresentato per procura da Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta.
La gravidanza, nei primi mesi, venne sommersa di voci maliziose su una sua possibile origine non naturale: si disse che era frutto di inseminazione artificiale, richiesta per l'inabilità di Umberto a procreare, pratica allora non ortodossa e guardata con sospetto. La voce divenne così di dominio pubblico che Luigi Pirandello in un caffè romano ne parlò scandalizzato ad Alberto Moravia[37] e ancora anni dopo, di nuovo incinta, Maria José volle smentirlo con Ciano, che al 30 dicembre 1939 registrò che la principessa «mi ha lasciato intendere che il figlio che nascerà è di lui, senza intromissioni di medici e siringhe». Interrogato in merito, Ferdinando Savignoni, assistente di Artom, dichiarò che «i figli del principe di Piemonte nacquero nel modo più naturale possibile»[38]. Oltretutto, nonostante le molteplici visite mediche che la principessa fece, l'ipotesi dell'applicazione di una pratica allora in fase di studio iniziale è abbastanza ardita e priva di fonti che la possano suffragare[39]. Umberto, nello stesso periodo, venne nominato comandante di divisione, assumendo il comando della Volturno, e poi membro del consiglio dell'esercito, ma questo non cambiò la sua situazione di escluso dall'ambiente politico che decideva, tanto che della prossima campagna d'Etiopia lo seppe da Italo Balbo. Alla fine del 1935, infatti, i principi di Piemonte partirono per un viaggio nel Nord Africa, prima tappa la colonia di Libia e poi l'Egitto, dove regnava re Farouk, amico di vecchia data di casa Savoia.
Il governatore, fresco del successo personale della crociera atlantica, offrì agli ospiti sorvoli aerei della Tripolitania e, nella sua residenza, As-Saraya al-Hamra (il Castello Rosso di Tripoli), il proprio punto di vista e i propri dubbi sul regime e sulla sua scarsa preparazione militare. «In Libia, Balbo ci parlò in modo molto scettico riguardo al regime e a Benito Mussolini. Disse che la ciambella del fascismo non era riuscita secondo le iniziative e che un paese dove non si può manifestare liberamente la propria opinione non ha futuro. Il governatore, inoltre, sembrava essere già al corrente delle intenzioni che il duce, di lì a qualche mese, avrebbe manifestato a proposito dell'Etiopia»[40]. Da quel momento iniziò un regolare scambio di missive tra i principi e Italo Balbo e altre visite di Maria José in Libia, tutti fatti che irritarono Mussolini e le alte gerarchie del partito[41]. In ogni caso, Umberto non disse nulla al padre, né chiese informazioni su quanto aveva sentito, nonostante egli stesso a Napoli salutasse molteplici truppe in partenza per il porto di Massaua, ufficialmente per esercitazioni.

Impero d'Etiopia e nuovo erede al trono

Il 2 ottobre Mussolini dichiarò guerra all'Etiopia e l'11 scattarono le sanzioni della Società delle Nazioni, cui il regime rispose con la "giornata della fede", sotto lo slogan "oro alla Patria". All'Altare della Patria la regina Elena consegnò le fedi nuziali sue e del re, pronunciando uno dei suoi rarissimi discorsi pubblici, mentre lo stesso facevano a Napoli Maria José e a Torino Jolanda di Savoia. Umberto donò il proprio collare dell'Annunziata, il re alcuni lingotti d'oro e d'argento, Luigi Pirandello la medaglia del Nobel, Benedetto Croce e Luigi Albertini beni personali: lo stato ottenne oltre 500 milioni in oro e l'iniziativa fu quindi un notevole successo[42]. Il re però non condivise il fascino dell'avventura militare e a Dino Grandi, davanti alle truppe in sfilata, disse: «Ed è con queste facce e queste pance da curati e da notai di campagna che il suo Duce vuole fare la guerra?»[43]. Nonostante lo scetticismo personale, Vittorio Emanuele III desiderava che anche il figlio prendesse parte alla campagna militare, ottenendo in tal modo un po' di gloria e prestigio, come fecero e avrebbero fatto per tutta la durata delle operazioni gerarchi di ogni grado, ottenendo encomi e medaglie non sempre meritate[44]. Ma Umberto restò confinato in patria per volere di Mussolini, che voleva che quella guerra fosse «una sfida del regime dalla quale la monarchia potrà ricevere l'incoronazione imperiale ma sulla quale non dovrà accampare meriti»[45]. La scusa ufficiale fu che il Duce non desiderava fosse messa in pericolo la vita dell'erede al trono; al fronte andarono i tre cugini Savoia-Genova, parenti di secondo piano, e Aimone di Savoia-Aosta, ma non Amedeo d'Aosta, allora secondo in linea di successione al trono, piccola vendetta del re contro l'aitante nipote di simpatie fasciste.
Umberto, a terra, passò in rassegna le truppe in partenza e così "garantisce la legittimità dell'impresa, ma a combattere in prima linea è il fascismo, cui andrà il merito della vittoria[46] e venne impegnato nelle solite occasioni ufficiali, come la presenza al funerale di Giorgio V del Regno Unito agli inizi del 1936: occasione impegnativa, trattandosi di un viaggio in un paese ostile, tra i primi sostenitori delle sanzioni. A marzo venne promosso al comando del corpo d'armata di Napoli, ma per l'Etiopia partì la moglie, che il 26 dello stesso mese si imbarcò come crocerossina sulla nave ospedaliera Cesarea. Alla proclamazione dell'Impero, il 5 maggio 1936, al balcone del Quirinale si affacciarono Vittorio Emanuele III, che rispose alle ovazioni della folla con il saluto militare, e Umberto, sull'attenti. "L'avvenire accanto al presente" scrisse Ugo Ojetti[47]. Ad agosto, per la chiusura delle Olimpiadi di Berlino, Umberto fu sul palco al fianco di Hitler, che disprezzava, ricambiato[48], e accettò la gran croce d'oro dell'ordine dell'Aquila nera[senza fonte] e poco dopo, a Napoli, ricevette in compagnia della moglie Primo Carnera. Anche in questa occasione le calunnie dell'OVRA non si fecero attendere e si registrò di avances al pugile, secondo alcuni fatte da Maria José, secondo altri da Umberto[49]. A queste menzogne si aggiunsero quelle, naturali considerato quanto già avvenuto nel 1934, sorte quando nell'ottobre del 1936 venne annunciata la nuova gravidanza della principessa di Piemonte, tutte tese ad attribuirla a padri illegittimi. Si osservò che era rimasta incinta a ridosso della partenza per l'Africa e si tirò fuori la storia dell'amicizia tra la principessa e gli aitanti, sportivi e gaudenti cugini Savoia-Aosta, Aimone e Amedeo: si disse che aveva incontrato due volte il secondo, mentre in realtà a incontrare Maria José, due volte, era stato Aimone, sulla Cesarea, alla presenza comunque di altre autorità[50]. Era nota infatti la simpatia tra lei e i due fratelli, anticonformisti, esuberanti e insofferenti all'etichetta: che vi fosse una particolare simpatia verso il futuro viceré d'Etiopia lo si pensò quando Maria José dedicò il suo primo libro A la memoire du valeureux et chavaleresque Amédée, pubblicando la foto di suo figlio Vittorio Emanuele appoggiato alla "quercia di Amedeo"[51].
Il 12 febbraio 1937, alle 14:30, nacque l'atteso erede maschio, cui venne imposto il nome del nonno, e a seguire molti altri di carattere dinastico o familiare[52]. A questa gioia e motivo di orgoglio seguì due mesi dopo, il 5 aprile 1937, il conferimento alla regina Elena, da parte di papa Pio XI, della Rosa d'oro, il più importante segno di benevolenza papale verso le sovrane. Il battesimo fu celebrato il 31 maggio nella Cappella Paolina, dove si erano sposati i genitori, e fu il primo battesimo di un erede al trono in pompa magna a Roma[53]. Alle undici del mattino, obbligatorio per gli uomini divisa o panciotto e marsina e coccarda di raso azzurro Savoia, per le donne velo bianco, bande di pizzo e l'iniziale in brillanti della regina o della principessa ereditaria. Il corteo era aperto dai padrini, Vittorio Emanuele III ed Enrichetta del Belgio, duchessa di Vendôme (in rappresentanza della madrina la regina Elisabetta del Belgio), Umberto con la madre Elena e Maria José al braccio del cugino monsignore, il principe Giorgio di Baviera[54]. Mussolini era assente, sia alla funzione sia al ricevimento, probabilmente perché insofferente di fronte a un rito che era una chiara autocelebrazione della monarchia, in un periodo in cui il duce si legava sempre più al Führer, che invidiava perché non aveva nessuno sopra di sé e non doveva dividere fama e onori con una dinastia sovrana[55][56]. La stampa, invece, sottolineava nella cerimonia i fasti della diarchia: "guardando la bellezza del bambino che sarà re, non c'è italiano che oggi non sia orgoglioso della sua Patria, della nostra Italia trionfante sui nemici, del Duce che ci guida"[57].

Crisi nella diarchia, antinazismo e velleità di golpe

Nel settembre del 1937 Mussolini, in visita in Germania, restò affascinato dalla potenza che sprigionava il regime nazista[58]: a novembre firmò il patto anti-Comintern e a dicembre uscì dalla Società delle Nazioni. Mentre Mussolini si avvicinava a Hitler e diventava sempre più insofferente nei confronti della casa reale, suo genero e ministro degli esteri, antitedesco, Galeazzo Ciano provava a stringere con i principi di Piemonte rapporti più stretti. I principi avevano di Ciano l'impressione di un uomo snob e di scarso acume (cui si aggiungeva una sana antipatia tra Maria José ed Edda Ciano)[59], ma in seguito ne apprezzarono l'antinazismo, le molte informazioni cui poteva arrivare e infine il modo di fare più garbato e intellettuale rispetto a quello tipico di altri gerarchi come Achille Starace, Ettore Muti o Roberto Farinacci[60]: era insomma uno dei pochi gerarchi frequentabili[61]. Ciano cominciò a organizzare vari incontri, più o meno casuali, con il principe ereditario, riportandone sempre le impressioni, che passarono da un "colloquio scialbo" il 31 agosto a un "gran calore" per le felicitazioni alla nascita del figlio Marzio il 19 dicembre.
Tale evoluzione fu forse dovuta anche a una reazione al fatto che Mussolini mostrava sempre più fiducia in Amedeo d'Aosta, proposto a Francisco Franco come possibile re di Spagna e intanto nominato viceré d'Etiopia al posto del maresciallo Rodolfo Graziani, mentre Umberto rimaneva in una posizione defilata. I sospetti esplosero quando ai principi divenne nota la clausola inerente alla successione al trono votata dal Gran consiglio nel 1928,che contemplava nell'eventualità di mancanza di eredi,la salita al trono di un membro dei Savoia-Aosta,e spinsero Maria José a irrompere a Palazzo Venezia per aver lumi: Mussolini rispose che la norma andava applicata solo in mancanza di discendenza diretta, cosa che in quel momento non si verificava[62].
Nell'aprile del 1938 la crisi tra corona e regime toccò il suo punto più alto, con il colpo di mano della creazione del grado di primo maresciallo dell'Impero: Starace e Ciano fecero approvare di sorpresa prima alla Camera, per acclamazione, poi al Senato, questo nuovo grado, attribuito sia al re sia al Duce, il che li equiparava di fatto, e violava gravemente i poteri regi. Le rimostranze di Vittorio Emanuele III furono veementi, ma alla fine firmò la legge. Un possibile motivo di arrendevolezza del sovrano in questo frangente è desumibile da quanto riportato il 2 aprile da Ciano nel suo diario: Pare realistico pensare che Vittorio Emanuele III, allora e altre volte in futuro, evitasse di coinvolgere il figlio negli affari di Stato o cedergli qualsiasi scampolo di potere effettivo per proteggerlo da queste oscure manovre del regime[64]. Di lì a poco si ebbe la visita di Hitler e del suo seguito a Roma: la corte si dimostrò palesemente antinazista e i capi del nazismo avversi alla monarchia, con uno scambio di battute di scherno dall'una e dall'altra parte[65]. Umberto era antinazista per più motivi: come cattolico (Pio XI aveva già condannato il nazismo con l'enciclica Mit brennender Sorge e in quei giorni andò a Castel Gandolfo, ordinando di lasciare al buio le chiese come segno di protesta), come uomo di una certa preparazione culturale, come figlio di Vittorio Emanuele, la cui avversione alla Germania durava dalla fine dell'Ottocento, e come principe ereditario davanti a un regime chiaramente antimonarchico. Maria José considerava l'espansionismo nazista un'ovvia minaccia al suo Belgio e detestava i fascisti (il 7 settembre 1938 andò al concerto di Lucerna di Arturo Toscanini, di fatto esule, perché gli era stato appena ritirato il passaporto). Queste ragioni, unite al sempre più forte legame che Mussolini stava creando tra fascismo e nazismo, li spinsero a complottare per un golpe.
Un documento del Foreign Office britannico[66] attesta che il 26 settembre Umberto avrebbe dovuto rinunciare ai propri diritti come erede al trono in favore del figlio con un documento da consegnare a un "avvocato di Milano" di cui non si conosce il nome, forse un politico del periodo pre-fascista. Maria José, costretto Vittorio Emanuele III ad abdicare, sarebbe stata proclamata reggente e Badoglio avrebbe ottenuto pieni poteri per mantenere l'ordine, a cui sarebbe seguito un nuovo governo guidato dall'avvocato milanese. L'esercito, sotto gli ordini di Graziani, avrebbe preso possesso dei punti vitali di Roma, Milano, Torino, Venezia e Verona nella mattina del 27 e il 28, alle 15, Umberto avrebbe messo davanti al padre il fatto compiuto e successivamente fatto mandare in onda alla radio le dichiarazioni della reggente e del nuovo primo ministro. Invece il pomeriggio del 25 Hitler emanò un ultimatum di sei giorni alla Cecoslovacchia e, in uno scenario internazionale così teso, Umberto indugiò: il 27 giunse la notizia dell'intenzione di Mussolini di mobilitare le truppe se l'avesse fatto Hitler e del dissenso del sovrano; l'indomani fu comunicata la notizia che Hitler avrebbe incontrato a Monaco i primi ministri d'Italia, Francia e Inghilterra per decidere le sorti della Cecoslovacchia. Apparendo così Mussolini uno dei difensori della pace europea, il piano venne archiviato, mentre anche in Germania un piano dei generali Beck e Halder era accantonato per simili motivi[67]. Appena un mese dopo, il 29 ottobre, partecipò alle nozze del cugino Eugenio di Savoia-Genova con Lucia di Borbone-Due Sicilie, che avvennero a Monaco di Baviera, dove viveva la famiglia della sposa, di idee antinaziste, e officiate dal cardinale Michael von Faulhaber, anch'esso inviso al regime: forse per riequilibrare quella presenza che denunciava le sue idee, chiese un incontro privato con Hitler: questi lo invitò due giorni dopo a un pranzo all'Obersalzberg, trasformando quella richiesta in un'occasione di propaganda per il regime ad appena un mese dal convegno di Monaco. Umberto ascoltò il monologo del Führer, che espresse la sua soddisfazione per la soluzione del problema cecoslovacco, per la crescente forza della Germania, l'avversione per gli Stati Uniti, il desiderio di un'alleanza duratura con l'Italia; l'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico, mandò una relazione a Roma; Mussolini fu probabilmente soddisfatto dell'incontro, il Re assolutamente no. Il principe di Piemonte, per ingenuità o per inesperienza politica, aveva scelto di incontrare per mera cortesia il dittatore, ma, tenuto conto che Umberto si era sempre tenuto rigorosamente al di fuori di attività o manifestazioni di simpatie politiche, l'avvenimento poté essere inteso come una sostanziale comunità di vedute o come ammirazione per l'uomo che aveva appena soppresso la libertà della Cecoslovacchia[68].
Divenuto intanto generale designato d'armata e ispettore di fanteria, Umberto cominciò a esprimere, a chi glielo domandava, il suo profondo scontento verso le risorse effettive delle truppe: Mussolini, che oramai non si fidava più e cominciava a ritenerlo, se non pericoloso, almeno palesemente avverso, gli impedì di andare a Parigi, covo dei fuoriusciti antifascisti, a inaugurare un busto del defunto suocero Alberto I del Belgio. In un clima così teso, le nozze dell'ultimogenita dei sovrani Maria con il principe Luigi di Borbone-Parma, avvenute il 23 gennaio 1939, ebbero il minimo dell'attenzione e dell'organizzazione possibile[69]. Tre mesi dopo, infatti, l'Italia invadeva l'Albania (di cui Vittorio Emanuele III era proclamato sovrano) e, il 22 maggio, veniva firmato il Patto d'acciaio. A marzo, incontratolo a Salisburgo, Italo Balbo aveva già anticipato l'avvenimento a Maria José, oramai certa di quale sarebbe stata la sorte del Belgio davanti all'aggressività tedesca. Le intenzioni, le idee e la "fronda" dei principi di Piemonte erano così note anche all'estero che nei giorni della firma del Patto d'acciaio sul Daily Mirror[70] uscì un articolo anonimo dal titolo "Il duce spedisce il principe in esilio", dove si diceva che Umberto e la moglie si sarebbero a breve rifugiati a Bruxelles in una "sorta di esilio dettato dal signor Mussolini [...] Il principe ereditario non ha mai nascosto la sua opposizione al fascismo"; inoltre si aggiungeva che erano sorte tensioni fra lui e Ciano (cosa possibile, poiché dopo l'incontro del 6 novembre 1938 il ministro ne ha uno solo il 18 novembre 1939); notizie tutte riprese lo stesso giorno dal News Chronicle. Naturalmente erano esagerazioni, ma davano l'idea di come la posizione dei principi ereditari fosse nota[71]. Fu quindi naturale che il Duce, nella preparazione dei comandi per la guerra prossima, scegliesse accuratamente di porre in secondo piano il principe ereditario, escludendolo non solo dalla possibilità di prendere decisioni, ma anche dal ricevere gloria militare, cosa che probabilmente sarebbe stata approvata da Hitler, il quale, il 22 agosto 1939, disse ai suoi generali che «Mussolini è messo in pericolo da quell'imbecille di un Re e da quel perfido furfante di un principe ereditario»[72]. La manovra naturalmente non sfuggì al Re, che, nel suo incontro con Ciano del 24 agosto, pretese che il duce «dia al principe di Piemonte un comando. Hanno il comando quei due imbecilli di Bergamo e di Pistoia, può ben averlo mio figlio, la cui testa vale quella del duca d'Aosta». Questa schiettezza e comunicatività del Re, notoriamente uomo di poche parole, col ministro degli esteri, novello collare dell'Annunziata, era motivata dal comune sentimento antitedesco, aumentato in Ciano dopo il suo incontro dell'11 agosto con von Ribbentrop e Hitler. Il colloquio terminò con una confidenza del sovrano: «paternamente ha aggiunto che il principe a me vuol bene, molto bene e che di me sempre gli parla con fiducia e speranza»[73]. In situazioni simili naturalmente la nuova gravidanza di Maria José non fu oggetto neppure delle calunnie dell'OVRA.
Ma la crisi tra regime e corona non coinvolgeva più solo i principi di Piemonte: il 1º luglio 1939 a Firenze, in Santa Maria del Fiore, Aimone di Savoia-Aosta si era sposato con Irene di Grecia, testimoni per lui il viceré Amedeo e Umberto: Mussolini non era intervenuto neppure a questa cerimonia di casa Savoia, sia per non incontrare il re Giorgio II di Grecia, fratello della sposa, contro il quale pochi mesi dopo avrebbe inviato delle truppe, sia perché dopo appena due anni di viceregno Amedeo aveva mutato del tutto opinione sulla preparazione dell'esercito e sulla reale solidità del regime e dei suoi uomini[74].

Non belligeranza e desiderio di neutralità

Il 1º settembre 1939 la Germania invase la Polonia, due giorni più tardi entrarono in guerra Francia e Regno Unito, l'Italia dichiarò la propria non belligeranza e tutti coloro che erano antitedeschi incominciarono ad avere contatti sempre più fitti, scambiandosi informazioni e opinioni. A fine ottobre Umberto espresse con Ciano la propria soddisfazione nella rimozione di Achille Starace dalla guida del PNF e lo informò che Hitler aveva chiesto la rimozione, tramite Filippo d'Assia, di Bernardo Attolico, ambasciatore a Berlino, ostile all'espansionismo tedesco. Il 27 novembre la regina Elena scrisse una lettera appello in favore della pace alle sovrane di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Bulgaria, che vennero fermate da Mussolini, con la motivazione che era un gesto inopportuno. Il 4 dicembre Maria José seppe dell'idea di suo fratello Leopoldo III del Belgio di indire una conferenza dei Paesi non belligeranti per il giorno di Natale, proposta che il Duce rifiutò. Il 21 dicembre i sovrani andarono in visita dal papa in Vaticano e il 28 dicembre Pio XII compì un viaggio di Stato fino al Quirinale, antico palazzo pontificio, dove dal 1870 nessun papa era più entrato: a colloquio con Vittorio Emanuele III si scagliò con forza contro Hitler. Due giorni dopo Ciano comunicò alla principessa di Piemonte che era imminente l'invasione del Belgio[75].
Il 22 febbraio 1940 si ebbe un nuovo colloquio tra Galeazzo Ciano e Umberto, dove questi, a detta del genero del Duce si mostrò «molto antitedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. Scettico - impressionantemente scettico - sulle possibilità effettive dell'esercito nelle attuali condizioni -che giudica pietose- di armamento»[76]. A Napoli, due giorni dopo, nacque la figlia Maria Gabriella e l'indomani a Roma il sottosegretario di Stato statunitense Sumner Welles fece capire al re che gli Stati Uniti contavano su di lui per mantenere l'Italia fuori dalla guerra, ottenendo per risposta «Ho l'impressione che il suo presidente non si renda conto di quanto poco possa fare io»[77]. Il 14 marzo il duca d'Acquarone espresse a Ciano, al circolo del golf dell'Acquasanta, il desiderio del sovrano di restare neutrali a tutti i costi, compreso quello di rimuovere Mussolini, purché avvenisse in maniera legale, al fine di evitare una guerra civile[78]: il ministro degli esteri confermò al re che Mussolini non avrebbe convocato il Gran consiglio per la dichiarazione di guerra, ma che avrebbe riflettuto se cercare di convincere il suocero in tal senso[79][80]. Due settimane dopo anche Umberto volle parlare con Ciano: il principe «non ha nascosto la sua preoccupazione [...] aggravata dalla sua conoscenza delle nostre condizioni militari. Nega che dal settembre a oggi siano stati realizzati effettivi progressi nell'armamento: il materiale è scarso e lo spirito depresso»[81]. Il 9 aprile 1940 la Germania invase Danimarca e Norvegia e il 24 Pio XII e Paul Reynaud chiesero ufficialmente a Mussolini di non entrare in guerra. Sei giorni dopo il pontefice incontrò i principi di Piemonte in Vaticano e «con un modo di fare affettuoso e paterno iniziò subito la conversazione. Insistette soprattutto sul pericolo del nazismo e delle persecuzioni religiose. Poi evocò l'imminenza di un'aggressione tedesca in Belgio e nei Paesi Bassi. Per tre volte affermò questo, voltandosi verso di me con aria angosciata, un po' interrogativa, aspettando forse un chiarimento, oppure una conferma da parte mia»[82]. Il 1º maggio Maria José avvisò del pericolo l'ambasciatore belga, che l'indomani la tranquillizzò affermando che erano tutte voci di agenti provocatori tedeschi operanti in Vaticano. Ciano, interpellato lo stesso giorno, confermò l'informazione aggiungendo che si trattava di 3 divisioni, e il 10 maggio si ebbe l'invasione. La principessa di Piemonte parlò poi con Italo Balbo e Amedeo d'Aosta, perché facessero recedere il duce dalle sue intenzioni, invano.

Campagna di Francia

Il 29 maggio il duce annunciò ai vertici militari la sua decisione irrevocabile di entrare in guerra a fianco della Germania, nonostante i più fossero contrari e Umberto esprimesse al padre tutta la sua contrarietà: «Gli dissi che non si poteva andare avanti rassegnati verso la catastrofe, che bisognava fare qualche cosa»[83].
Il 10 giugno al principe venne conferito il comando delle armate operanti al confine francese (Gruppo d'armate Ovest), 12.000 ufficiali e trecentomila soldati, praticamente inutili, poiché la Francia era prossima al tracollo e Mussolini stesso aveva vietato operazioni di attacco: dieci giorni dopo l'entrata in guerra si ebbe una manovra militare che durò tre giorni, dal 21 al 24 giugno e portò alla presa di Mentone con 600 caduti italiani circa, commentata in un protocollo segreto dal generale Alfredo Guzzoni, comandante della IV Armata con "Se non fosse stato per le condizioni climatiche sfavorevoli i francesi avrebbero continuato ad avanzare"[84]. Pochi giorni dopo, nei pressi di Mentone, Umberto incontrò la moglie, ispettrice nazionale del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, che riportò sul suo diario testimonianze del profondo scetticismo del principe sulla preparazione e sulle attrezzature della truppa. Il 25 ottobre Umberto incontrò a Torino il maresciallo Enrico Caviglia che scrisse sul proprio diario come Umberto gli raccontasse di essere dolente per l'inattività in cui la nuova situazione militare lo poneva (essendo escluso che l'erede al trono potesse essere dislocato su qualche lontano fronte), di Hitler che cercava l'aiuto della Svezia per una pace con l'Inghilterra e che a suo dire era necessario fermare le operazioni militari in Libia per concentrare uomini e mezzi in Grecia, opinione quest'ultima non condivisa da Caviglia. In Libia infatti il governatore Rodolfo Graziani già a giugno aveva chiesto più mezzi, o un rinvio dell'attacco, che a fine agosto Badoglio, capo di stato maggiore, aveva rifiutato: dal diario di Ciano, in data 6 settembre, si apprende che Umberto aveva espresso le «più ampie riserve sulla possibilità e sull'inopportunità dell'impresa»[85].

Forzata inattività

Nei mesi successivi il fronte greco-albanese mostrò l'inadeguatezza dell'esercito italiano e, a fronte dei rovesci e degli insuccessi, Umberto chiese di essere mandato in visita d'ispezione, cosa che Mussolini rifiutò, preferendo scegliere per l'occasione alti esponenti del partito, come Ciano, Farinacci, Bottai e infine sé stesso, nel marzo 1941. Ugualmente gli fu negata la possibilità di andare in Libia, durante l'offensiva inglese, anche per veto di Erwin Rommel. Di questi fatti il maresciallo Caviglia stese una rapida sintesi nel proprio diario, osservando come la politica dinastica di Mussolini fosse «ambigua. Egli sta [...] esaltando il duca d'Aosta, così come faceva con il defunto padre di lui. [...] Il principe di Piemonte è messo in disparte: non gli danno nessun comando. Non glielo diedero in Albania [...] e il re nulla fa per salvare la dinastia»[86].
E mentre Mussolini ufficiosamente osteggiava l'erede al trono, dal gennaio 1941 Umberto si trovava a Lucera, in provincia di Foggia, come generale d'armata, questi iniziava a stringere legami con Bottai e Ciano, che annota al 15 maggio di quell'anno un grave moto di scontento del principe in seguito alla stabilizzazione della situazione jugoslava dopo l'intervento tedesco: «Lui - sempre così prudente - ha criticato con parole aperte il sistema in genere, e la stampa in particolare. Vive nell'ambiente militare ed ha assorbito in questi mesi una buona dose di veleno, che in lui ha fatto effetto»[85]. Il 6 aprile 1941 i tedeschi avevano invaso la Jugoslavia, che s'era arresa il 18, si era costituito lo Stato indipendente di Croazia il 10 (cui re fu designato Aimone di Savoia, quarto duca d'Aosta come "Tomislavo II") e permesso l'erezione di un nuovo regno di Montenegro, di cui fu offerta la corona al nipote della regina Elena, Michele, teorico erede al trono della dinastia Petrović-Njegoš, ma questi rifiutò. La restaurazione era caldeggiata vivamente dai sovrani italiani. Poiché altri candidati rifiutarono la corona, fu istituita in Montenegro una reggenza.Questa poi con la benevolenza della Regina Elena fu assegnata all'Ambasciatore Serafino Mazzolini.[87] Elena aveva declinato l'offerta di salire sul trono del padre, soluzione che sarebbe stata ben vista dalla popolazione montenegrina.
Mentre i successi germanici iniziavano ad arrestarsi Umberto nascondeva sempre meno la propria radicata avversione ai nazisti, come si apprende da Ciano, sempre più presente nell'entourage del principe. A fine ottobre, durante una battuta di caccia con von Ribbentrop, questi, con il genero del duce, definì espressamente Umberto come ostile, dopo aver affermato che a corte "si intriga". Quanto il tedesco avesse ragione è sancito da ciò che Ciano scrisse poco dopo, al 7 novembre 1941: del principe era chiaro il suo preconcetto contro gli alleati che giudica insopportabilmente grossolani[88]. Intanto continuavano a essergli negati comandi effettivi: nel giugno 1941 quello del Corpo di spedizione italiano in Russia, le prime truppe italiane nella campagna di Russia, e poi quello dell'ARMIR, sempre in Russia, nel febbraio 1942, compensato pateticamente pochi mesi dopo dal comando del Gruppo d'armate Sud al posto del maresciallo Emilio De Bono. Questi avvenimenti suscitarono abbastanza scalpore nelle alte sfere politiche e militari. Caviglia osservò che su un esercito di 70 divisioni, 35 delle quali nei Balcani, al principe ne erano state affidate alcune peninsulari, con due di riserva strategica in caso di sbarco nemico[89]. Il conte di Torino, che pure non era tra i membri più importanti o più scaltri di casa Savoia, si lamentò con Giovanni Agnelli che Mussolini aveva apposta ostacolato Umberto che "dovrebbe invece poter acquistare maggior popolarità, altrimenti che cosa succederà alla morte del re?"[90].
A sintetizzare tutta la situazione, con i pro e i contro e un giudizio valido anche per gli avvenimenti futuri, fu ancora Caviglia nel suo diario, riportando un proprio colloquio con De Bono: Umberto non accettava sia perché aveva già delle armate assegnate, sia perché si sarebbe trovato gerarchicamente agli ordini dei tedeschi, cosa che Caviglia trovava anche accettabile. Eppure il maresciallo era d'idea che il principe dovesse andare lo stesso in Russia, così da farsi "fama di buon soldato. Se la situazione della dinastia, oggi, in Italia, fosse migliore, se l'attuale sovrano non fosse tanto scaduto nella opinione pubblica [...] non vi sarebbe bisogno del sacrificio del Principe di Piemonte. Perché, in caso di rovescio militare, quel sacrificio potrebbe salvare la dinastia"[91]. Così, scartata anche l'eventualità di un incarico in Africa Orientale Italiana, a Umberto e a Maria José rimase solo la possibilità di alleviare con gesti pratici le sorti degli italiani vittime delle ristrettezze dei lutti l apportati dalla guerra: si prodigò per il rientro dalla prigionia in mani inglesi del generale Alberto Cordero di Montezemolo e della famiglia;[l'unico generale noto è Giuseppe][senza fonte] a fine 1942 provvide, su richiesta di Enrico Marone Cinzano alla sistemazione di circa 200 persone, dipendenti e famiglie della Cinzano, tutti sfollati per i bombardamenti; donò indumenti ai sinistrati e fece restaurare a sue spese oggetti antichi delle collezioni d'arte torinesi danneggiate dai bombardamenti[92]. E mentre Maria José si intratteneva al Quirinale con antifascisti di vari ambienti come Benedetto Croce, monsignor Montini, Paolo Monelli, Guido Gonella, Umberto incontrò più volte il capo della polizia Carmine Senise, membri delle Forze armate come Caviglia e Cavallero, e del partito fascista come Bottai. Questi il 21 ottobre 1942 registrò sul suo diario che "Gente, per solito sennata, viene a confidarti [...] di complotti capitanati dal principe ereditario e dalla sua consorte. Si danno per veri ordini impartiti alla polizia di sorvegliare gli edifici tipici dei colpi di stato"[93].
In questo periodo si hanno le prime fonti sull'esistenza di un dossier scandalistico contro il principe di Piemonte "preparato contro di lui dal Partito per contrastare le sue ambizioni con la minaccia di rendere pubblici dei compromettenti documenti sulla sua vita privata", citato da una nota dell'ambasciatore polacco presso la Santa Sede al Foreign Office[94]. Domenico Bartoli scrisse che già a metà degli anni trenta Italo Balbo aveva fatto avvertire il re dell'esistenza di questo dossier da un suo uomo di fiducia, cui il ministro della real casa Alessandro Mattioli Pasqualini disse che il re già sapeva tutto. Da esso fu tratto qualche stralcio, che più tardi, durante il periodo della Repubblica Sociale, il Popolo di Alessandria utilizzò per costruirci su una storia pubblicata a puntate basata sui presunti vizi e deboscerie di un principe soprannominato "Stellassa". Eppure per motivi ancora non chiari Mussolini non lo utilizzò mai interamente e pubblicamente, neppure durante il periodo della Repubblica Sociale. Il suo pessimismo sulle sorti della guerra e del regime si acutizzò e si cristallizzò in una visione lucida ma priva di spunti d'iniziativa fedelmente registrata in molteplici passi del diario di Ciano,[95] che ne giudica le capacità "superiori alla fama"; lo stesso Mack Smith gli riconosce "idee politiche piatte e convenzionali, ma non reazionarie [...] disposto a imparare". Però, al di là del suo sempre maggiore scontento, non tessé una forte rete di contatti con le opposizioni liberali come la moglie, non elaborò una idea per deporre Mussolini e non riuscì neppure a uscire dal cono d'ombra politico in cui il padre e il regime lo avevano posto.
Probabilmente fu anche per blandire il principe, oggetto e soggetto di tante voci, che Mussolini lo propose per la nomina di maresciallo d'Italia, nomina che venne ratificata il 28 ottobre 1942, anniversario della Marcia su Roma.

Golpe ventilato

Ciononostante Umberto continuò ad affiancare i propri impegni ufficiali con i frequenti contatti con gli oppositori del regime e con militari come Badoglio e Vittorio Ambrosio, da poco nominato nuovo capo di stato maggiore generale. Probabilmente è in questo periodo che anche il principe ereditario iniziò a vedere Badoglio come una possibile carta spendibile per l'affossamento di Mussolini, pur dimostrando di non averne molta fiducia. Confidò a un uomo vicino a Caviglia (l'altro maresciallo in predicato di essere successore del duce alla guida del governo), che giudicava il collega Badoglio "un cane da pagliaio che va dov'è il boccone più grosso", che condivideva il giudizio[96], ma ugualmente vedeva nel militare piemontese l'unico in grado di avere la fiducia dei fascisti frondisti, del sovrano e degli alti papaveri dell'esercito[97]. Il 2 febbraio 1943 nacque al Quirinale l'ultimogenita dei principi di Piemonte, Maria Beatrice[98], il cui atto di nascita venne rogato il 4 febbraio da Ciano, che scrisse sul suo diario di aver avuto un breve colloquio con Umberto, che "vede le cose con molta esattezza. E ne è giustamente pensoso". Quella fu l'ultima incombenza ufficiale del genero del duce da ministro degli esteri: due giorni dopo divenne ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede.
Molto probabilmente furono anche le voci di fronda legate ai principi ereditari, oltre all'ostilità nazista, che nel rimpasto di governo del febbraio 1943 costarono il posto a Ciano, Bottai, Grandi e poi anche a Senise (quest'ultimo da capo della polizia). Lord Edward Halifax, ambasciatore britannico a Washington, scrisse nel suo rapporto che un italiano da poco rientrato in Turchia (non lo nomina, ma è possibile che fosse l'ambasciatore in quello Stato, il barone Raffaele Guariglia, futuro ministro degli esteri del governo Badoglio) aveva riferito che tutti quei mutamenti politici erano dovuti alla "scoperta da parte della Gestapo che c'era un complotto per dare il potere al principe di Piemonte e rovesciare il governo [...]. Grandi, il precedente ambasciatore a Londra, e il conte Ciano organizzarono il movimento sicuramente con la conoscenza del principe Umberto"[99]. Vittorio Emanuele III non gradiva affatto l'attivismo politico del figlio e della nuora. Per quanto riguardava Maria José, che manteneva contatti sia coi politici dell'Italia pre-fascista, con intellettuali di varia estrazione e con ambienti vaticani, il re non tollerava che fosse una donna a occuparsi di politica, che ci si fidasse di vecchi revenants (fantasmi, come con disprezzo definiva Bonomi, Nitti e gli altri notabili d'epoca giolittiana) e di preti (noto era il suo anticlericalismo)[100]. Quanto al figlio, il sovrano era dell'idea, leit-motiv di casa Savoia, che "si regna uno alla volta".
A posteriori, Umberto diede la sua versione dei fatti, spiegando che l'idea di rimuovere Mussolini venne in seguito al disastro di El Alamein "che irritò non soltanto il re mio padre, ma anche le sfere superiori militari [...] Fin dall'autunno 1942 cominciarono ad affluire in Quirinale alte personalità militari, persino il vecchissimo generale Zuppelli, per invocare l'intervento della corona [...] Nella primavera anche il generale Ambrosio fece conoscere il suo piano"[101] Nella primavera del 1943 Maria José facilitò un incontro tra Ivanoe Bonomi e il marito, che egli raccontò nel suo Diario di un anno: "gli dico che bisogna puntare su un generale, Badoglio o Caviglia. Lui dice di preferire Badoglio, perché Caviglia è troppo vecchio [...] Ma alla proposta di andare tutti dal re per spingerlo a decidersi, Umberto di nuovo tentenna. [...] la principessa mi aveva detto: il figlio non farà nulla contro il padre [...] Il principe ha idee chiare, peccato non abbia la ferma volontà di fare"[102].
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Tra marzo e aprile del 1943 Umberto ebbe un colloquio con il cognato Filippo d'Assia[103], che si concluse con la comune intenzione di chiedere a Hitler una pace prima che la situazione ancora peggiorasse. Il principe d'Assia ne parlò con il Führer nella prima settimana d'aprile al castello di Klessheim, appena terminati i colloqui con Horthy e Mussolini, causando la sua ira: accusò i Savoia di essere degli ingrati nei confronti del duce e affermò che tutto si sarebbe aggiustato anche sul fronte italiano. Pochi giorni dopo Filippo d'Assia venne consegnato a Berchtesgaden, e poi a Rastenburg, per essere infine arrestato l'8 settembre. Il 22 luglio, dalla sede del Gruppo d'armate Sud, che si trovava a Sessa Aurunca, Umberto tornò a Roma dove, l'indomani, incontrò il duca d'Acquarone e il cugino Aimone di Savoia-Aosta, e in seguito tornò a Sessa e qui venne sorpreso dal voto del Gran consiglio e dalla successivo arresto di Mussolini. Quello stesso giorno Hitler espresse il proprio desiderio di arrestare tutti i membri della casa reale, e Keitel osservò che il principe ereditario "era più importante del vecchio"[104]
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Il 26 luglio Umberto partì per Roma all'alba e nella mattinata incontrò di nuovo Acquarone, il cugino Aimone e il generale Sartoris, che lo resero edotto sugli ultimi avvenimenti, sui quali il re diede la sua versione durante il pranzo, a cui lui e Maria José erano invitati[105]. Probabilmente insoddisfatto dai colloqui, ebbe di nuovo un incontro nel pomeriggio con Acquarone, cui seguì uno con Roatta e Ambrosio. Umberto, da sempre antinazista, era probabilmente in disaccordo con il proclama di Badoglio, ma ligio all'autorità, non protestò né fece partecipe il padre dei suoi dubbi, continuando così a stare tra l'Abruzzo e la Campania, visitando città e accampamenti[106]. Il 4 agosto festeggiò il compleanno della moglie che, tre giorni dopo, venne mandata con le bambine per ordine di Vittorio Emanuele III nel castello di Sant'Anna di Valdieri in Piemonte, ufficialmente per motivi di sicurezza, ma in realtà perché l'attivismo politico e di stampo liberale di Maria José erano invisi al sovrano e a Badoglio.
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Da Roma a Brindisi

Nei giorni immediatamente precedenti alla resa italiana, Umberto ebbe un'intensa attività: il 6 settembre ispezionò la V armata a Orte, la mattina del 7 incontrò il maresciallo von Richtofen e, nel tardo pomeriggio, ad Anagni, il maresciallo Graziani, che lì viveva ritirato dal 1941. A una precisa domanda del militare sulla possibilità d'un armistizio il principe rispose "solo voci!", come gli era stato detto dal ministro della Real Casa, duca d'Aquarone il 3 settembre, a Roma (sebbene questi fosse al corrente che nel frattempo l'armistizio veniva firmato a Cassibile), e il 6, ad Anagni[107]. Partì per Roma alle 17:55 dell'8 settembre, giungendo al Quirinale dopo quasi un'ora ove, all'oscuro di tutto, venne finalmente informato circa l'armistizio da Acquarone. Il colloquio risulta essere avvenuto dopo le 19:10, come registrato dal primo aiutante di campo del principe nel proprio diario[108].
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Il Principe mandò una macchina ad Anagni per prelevare alcuni membri del suo entourage, tra i quali l'ammiraglio Bonetti e il generale Cavalli, e scrisse alcune lettere a ufficiali, compresa una a Graziani, non solo perché era "pur sempre maresciallo d'Italia", ma anche perché non voleva questi pensasse che gli avesse mentito: il latore della missiva, tenente colonnello Radicati, fu però arrestato il giorno dopo dai tedeschi e la lettera non giunse a destinazione[109]. Nella nottata il capitano maggiore pilota Carlo Maurizio Ruspoli, su incarico del principe, telefonò al ministro degli esteri Raffaele Guariglia, che avrebbe sostenuto in quella occasione di non essere stato avvisato da alcuno delle decisioni di Badoglio[110]. In verità Guariglia era informato, e anzi aveva reso edotto personalmente l'ambasciatore a Roma, von Mackensen, circa l'armistizio e il suo significato[111]. Poco prima che Umberto venisse informato, alle 18:45 dell'8 settembre si svolse al Quirinale una riunione presenti il Re, Badoglio, Acquarone, Carboni, i ministri della guerra e dell'aeronautica, durante la quale sarebbe stato riferito al Re che l'unica soluzione era spostarsi nell'unica zona d'Italia non ancora occupata dalle due parti del conflitto, così da "salvaguardare l'indipendenza del governo e negoziare condizioni d'armistizio più onorevoli"[112].
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Alle 19:30, i sovrani tornarono al Quirinale, dove giunsero anche i piccoli Ottone ed Elisabetta, figli di Mafalda e di Filippo d'Assia, con la "tata": la regina chiamò l'addetto alla sicurezza Nicola Marchitto e gli disse di portarli al sicuro in Vaticano, perché troppo piccoli per essere portati con loro. Alle 21:20 il corteo si diresse al ministero della guerra, e intorno alle 5 del mattino partì uscendo furtivamente da un portone secondario di palazzo Baracchini, sulla stretta via Napoli. Rosa Perone Gallotti, cameriera personale dei sovrani, definì la partenza come un "pandemonio […] Ministri, militari e gentiluomini volevano partire per primi, facevano ressa per la paura. Fu una vergogna, davvero."[113] Della partenza da Roma e di come si svolse Umberto II parlò durante un'intervista televisiva con lo storico Nicola Caracciolo, avvenuta nel 1979, confluita nel documentario Il piccolo re. Nella stessa intervista, alla precisa domanda sul perché il governo avesse deciso di lasciare la capitale senza organizzare alcuna resistenza militare, disse:
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Alla domanda di Nicola Caracciolo se fosse cambiato qualcosa se l'Armistizio fosse stato annunciato dagli Alleati il 16 settembre, Umberto II risposte: Tale parere di Umberto, tuttavia, è smentito da diverse fonti e da diversi dati storici. Sia il comandante tedesco del fronte Sud, feldmaresciallo Albert Kesselring, sia il suo capo di stato maggiore, Siegfried Westphal nel dopoguerra sostennero che, in presenza di resistenza armata italiana organizzata a Roma e visto il contemporaneo sbarco a Salerno, la situazione tedesca si sarebbe fatta "disperata" e le probabilità di occupare con successo Roma e gran parte d'Italia molto remote. Per altro, parallelamente alla fuga dei reali in auto lungo la via Tiburtina, avvenne quella del personale diplomatico tedesco via treno, inclusi l'ambasciatore germanico e il console Eitel Friedrich Moellhausen, che avevano in tutta fretta disposto la distruzione di tutti i documenti sensibili dell'ambasciata tedesca appena dopo esser stati personalmente informati da Guariglia della situazione, evidentemente giudicata anche da essi come disperata[111].
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Umberto partì quindici minuti dopo i genitori e per tutta la durata del viaggio espresse più volte la propria intenzione di restare, come comandante militare, a guidare una resistenza delle truppe e a rappresentare la corona nella capitale, contestando l'ordine del padre[114]. Era conscio che, sebbene apparisse ragionevole tentare di salvare la continuità delle istituzioni statali, il trasferimento del re e del governo, operato in quella maniera, si stava svolgendo nel modo peggiore, tale da arrecare un danno gravissimo anche al prestigio della corona[115]. Nel viaggio da Roma, al bivio per Brecciarola (presso Chieti, quasi giunti alla destinazione prevista di Ortona), fermatosi il convoglio per un carretto in mezzo alla strada, il principe scese e si affiancò alla macchina dove c'era il re per esprimergli l'intenzione di tornare indietro: il padre gli rispose in piemontese «Beppo, s'at piju, at massu» cioè «Beppo, se ti prendono ti ammazzano». Più tardi, giunti presso il castello di Crecchio, ospiti dai duchi di Bovino Giovanni e Antonia de Riseis, parlando con il maggiore pilota Carlo Maurizio Ruspoli, già suo compagno di corso al collegio militare, Umberto esplorò la possibilità di tornare nella capitale in aereo, e di questo parlò con il generale Paolo Puntoni[116], aiutante di campo del re. "La mia partenza da Roma è stato semplicemente uno sbaglio. Penso che sarebbe opportuno io tornassi indietro: la presenza di un membro della mia casa nella capitale, in momenti così gravi la reputo indispensabile"[117].
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Badoglio gli disse "Le devo ricordare che lei è un soldato, e poiché porta le stellette deve obbedire": egli, il re e Acquarone addussero motivi di sicurezza personale e politici: il suo gesto avrebbe screditato il governo e il sovrano[118]. La stessa duchessa di Bovino Antonia de Riseis cercò di convincerlo a tornare a Roma per organizzare una resistenza armata e galvanizzare il morale delle truppe, ma il principe le rispose che in quel momento un tale atto sarebbe parso una ribellione, mentre tutti dovevano collaborare per non indebolire l'autorità sovrana, stringendolesi attorno[119]. Ulteriore tentativo di Umberto di opporsi alle decisioni regie e governative avvenne all'aeroporto di Pescara, nel pomeriggio del 9 settembre, alla presenza di una nutrita parte della comitiva, quando egli espresse il desiderio di tornare a Roma per difendere l'onore di casa Savoia: fu la regina, questa volta, a dirgli "Beppo, tu n'iras pas on va te tuer" cioè "Non andrai Beppo, ti uccideranno"[117]. Nell'intervista del 1979, invece, Umberto II smentì questi fatti:
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Per alcuni questa affermazione fu una menzogna, frutto di lealismo dinastico e di insita disciplina familiare, tale da fargli preferire essere accomunato nelle critiche rivolte al padre e a Badoglio piuttosto che, dimostrando a posteriori di essere stato più lungimirante di loro, condannare le scelte paterne[118][121]. L'imbarco al molo di Ortona per Brindisi avvenne, sotto l'oscuramento, alle 23:30 e nella calca frenetica dei molti ufficiali e dignitari che volevano salire sulle due navi mandate dal ministro Raffaele de Courten, il principe dovette fendere personalmente la folla, per poter passare assieme ai genitori. A Brindisi il principe prese alloggio nella palazzina dell'ammiragliato, dove ebbe un colloquio con Roatta e il maggiore Ruspoli.
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Luogotenenza

Nel febbraio 1944 il governo del Sud si era trasferito a Salerno. Il 12 aprile 1944 un radiomessaggio diffondeva la decisione del Sovrano di nominare il figlio Umberto luogotenente a liberazione della Capitale avvenuta. Il 5 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio luogotenente generale del Regno, in base agli accordi tra le varie forze politiche che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale, e che prevedevano di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto.
Cavaliere straniero del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria
È una data che segna il passaggio dei poteri dal re al figlio Umberto, che così esercitò le prerogative del sovrano dal Quirinale, senza tuttavia possedere la dignità di re, con Vittorio Emanuele che rimase a vita privata a Salerno. Si trattava di un compromesso suggerito dall'ex presidente della Camera Enrico De Nicola, poiché i capi dei partiti antifascisti avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Il luogotenente del Regno si guadagnò ben presto la fiducia degli Alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filoccidentali. Umberto si insediò al Quirinale e su proposta del CLN affidò il 18 giugno l'incarico di formare il nuovo governo a Ivanoe Bonomi, estromettendo, quindi, Badoglio. Umberto firmò su pressione americana[122] il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, che stabiliva che "dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali" sarebbero state "scelte dal popolo italiano, che a tal fine" avrebbe eletto "a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato" dando per la prima volta il voto alle donne.
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Formò quindi la commissione (Consulta regionale siciliana) per redigere lo statuto autonomo della Sicilia, in conformità con il suo intento di evitare la secessione dell'isola a opera dei movimenti indipendentisti. Nel 1944 Umberto firmò anche il decreto luogotenenziale del 10 agosto n. 224, che abolì la pena di morte, tranne per alcuni reati in tempo di guerra; fu reintrodotta, con effetto temporaneo, nel maggio 1945 per alcuni gravi reati su iniziativa del governo De Gasperi e abolita definitivamente solo dalla Costituzione repubblicana del 1948. Umberto era difatti contrario alla pena capitale e, nel caso dei condannati per reati della guerra conclusa, avrebbe probabilmente firmato tutte le domande di grazia, salvo forse, alcuni casi di delitti particolarmente efferati; il Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti (che poi promulgò l'amnistia) era invece ostile ad accogliere gran parte delle domande.[123]
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Alla fine della guerra, Umberto apprese dal dottor Fausto Pecorari la notizia della morte di sua sorella Mafalda, prigioniera dei nazisti e deceduta nel 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald per le ferite riportate durante un bombardamento aereo statunitense.[124] Nel giugno 1945 insediò il Governo Parri, e nel dicembre dello stesso anno il primo governo De Gasperi.
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Nel corso dei due anni trascorsi al Quirinale, Umberto fu assecondato da una piccola cerchia di fedelissimi formata più da tecnici che da politici. Il suo consigliere più ascoltato era il ministro della real casa Falcone Lucifero. I margini di azione della corte erano però limitati, anche a causa dell'esiguità dei fondi a disposizione (il luogotenente disponeva solo della metà della "lista civile", il resto spettante al padre). La celebre storia dei cosiddetti "conti di Ciampino" o "conti della scaletta" appare infondata: Umberto II, quando si era recato a Ciampino il 13 giugno 1946, era stato accompagnato da un folto seguito, nel quale si trovavano anche alcune persone che avevano richiesto un titolo nobiliare. Nella confusione del momento, Umberto II si stava raccomandando con il ministro della real casa Falcone Lucifero di "far bene tutti i conti". Il riferimento era relativo alle spese che erano state sostenute nei giorni precedenti al referendum. Questa sua raccomandazione, però, è stata fraintesa da alcuni storici, che hanno ritenuto invece che, per gratitudine nei confronti di quei fedeli, Umberto II avesse voluto «farli tutti conti».
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Re per abdicazione del padre

Il 9 maggio 1946, un mese prima dello svolgimento del referendum istituzionale che doveva decidere tra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III a Napoli abdicò a favore del figlio Umberto.[125] La sera stessa si imbarcò sul Duca degli Abruzzi e in volontario esilio si trasferì in Egitto con la regina Elena, assumendo il titolo di conte di Pollenzo[126].
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Gli esponenti dei partiti di sinistra e i repubblicani denunciarono la violazione della tregua istituzionale negoziata attraverso l'istituto della luogotenenza, che avrebbe dovuto essere mantenuta fino alla risoluzione del nodo istituzionale (anche se il presidente del consiglio Alcide De Gasperi cercò di minimizzare parlando di "fatto interno a casa Savoia"). La speranza di casa Savoia era di far recuperare consensi all'istituto monarchico con l'uscita definitiva di scena del vecchio re e grazie anche alla maggiore popolarità del nuovo sovrano Umberto II. Non vennero effettuate cerimonie formali di successione, in quanto lo stesso statuto albertino prevedeva che all'abdicazione del sovrano seguisse ipso facto la successione come monarca del principe ereditario. Il 15 maggio 1946 Umberto II promulgò con decreto (Regio Decreto Legislativo 455/1946), approvato dal primo governo De Gasperi, lo statuto della Sicilia, che rese la regione autonoma. Fu la prima volta che in Italia si iniziò a parlare di autonomia regionale nell'ottica del rispetto delle particolarità locali. Il decreto, poi convertito dall'Assemblea Costituente in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, è ancora oggi la norma statutaria speciale della Regione Siciliana.
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Referendum istituzionale

Il 16 marzo 1946 il principe Umberto aveva decretato[127] che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum, contemporaneo alle elezioni per l'Assemblea costituente. Il decreto per l'indizione del referendum recitava, in una sua parte: "... qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci... "[128] Tale frase sembrava configurare anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la "maggioranza degli elettori votanti", ossia la somma non soltanto dei voti attribuiti alla monarchia o alla repubblica, ma anche delle schede bianche e delle schede nulle. Assunta la corona, il nuovo re confermò la promessa fatta di rispettare il volere dei cittadini, liberamente espresso, circa la scelta della forma istituzionale.
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Durante la campagna referendaria, alcuni esponenti repubblicani fecero riferimento alla presunta omosessualità di Umberto. L'11 maggio 1946, durante un comizio in piazza del Popolo a Roma, il generale Arnaldo Azzi definì il sovrano «re pederasta», suscitando dure polemiche. Il regista Carlo Lizzani testimoniò di aver assistito a un comizio durante il quale il segretario socialista Pietro Nenni avrebbe domandato alla folla: «volete voi un re pederasta?». Negli stessi giorni Randolfo Pacciardi, segretario del Partito Repubblicano Italiano, durante un suo comizio a Siena, ammonì il pubblico sul fatto che «in un regime monarchico il popolo deve subire un re anche se idiota e pederasta»[129]. Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. La maggioranza in favore della soluzione repubblicana fu di circa due milioni dei voti validi, anche se non mancarono tentativi di ricorsi e voci filo-monarchiche di presunti brogli.
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Il 10 giugno, alle ore 18:00, nella sala della Lupa a Montecitorio la Corte di cassazione, secondo quanto attestato dai verbali, proclamò i risultati del referendum (e cioè: 12 672 767 voti per la repubblica, e 10 688 905 per la monarchia), rimandando ad altra adunanza il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami, il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli[130][131]. La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di De Gasperi. De Gasperi aveva ricevuto in giornata una comunicazione scritta dal Quirinale nella quale il re si dichiarava intenzionato a rispettare il responso degli "elettori votanti", come stabilito dal decreto di indizione del referendum, aggiungendo che avrebbe atteso il giudizio definitivo della Corte di cassazione secondo quanto stabilito dalla legge. La lettera, che sollevava la questione del quorum, suscitò le preoccupazioni dei ministri intenzionati alla proclamazione immediata della repubblica (secondo la celebre frase di Pietro Nenni: «o la repubblica o il caos!»), mentre, nello stesso tempo, era necessario far fronte alle crescenti proteste dei monarchici, represse sanguinosamente dagli ausiliari di Romita il giorno prima a Napoli in via Medina, dove 9 manifestanti avevano perso la vita e 150 erano rimasti feriti[132]. Lo stesso 12 giugno una manifestazione monarchica era stata dispersa violentemente[133].
Gran collare dell
Il consiglio dei ministri stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, si era creato un regime transitorio e di conseguenza le funzioni di capo provvisorio dello Stato passavano ope legis e con effetto immediato (si era alla mattina del 13) al presidente del consiglio dei ministri, in esecuzione dell'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98[134]. Il ministro del tesoro Epicarmo Corbino chiese a De Gasperi se si rendesse conto della responsabilità che si assumeva, dal momento che l'indomani sarebbe potuto apparire come un usurpatore del trono[135]. Da parte monarchica si sostiene che il governo non volle dare il tempo alla suprema corte di ricontrollare le schede elettorali, ricontrollo che avrebbe potuto portare alla luce eventuali brogli[136]. Lo stesso 13 giugno Umberto reagì diramando un polemico proclama, nel quale parlava di "gesto rivoluzionario" compiuto dal governo[137].
Collare pro merito melitensi (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria
(Umberto II, proclama agli italiani del 13 giugno 1946)Messo di fronte all'azione del governo, Umberto II, informato dal generale Maurice Stanley Lush che gli angloamericani non sarebbero intervenuti a difesa del sovrano e della sua incolumità neanche in caso di palese spregio delle leggi e in particolare nel caso di un possibile assalto al Quirinale sostenuto dai seguaci dei ministri repubblicani, volendo evitare qualsiasi possibilità di innesco di guerra civile, cosa che era nell'aria dopo i morti di Napoli, decise di lasciare l'Italia[138]. Il motivo per cui Umberto non volle attendere la seduta della Corte di cassazione fissata per il 18 giugno, prima di partire dall'Italia, non è mai stato ufficialmente chiarito. La partenza del re dava comunque via libera senza ulteriori intralci all'istituzione della forma repubblicana, dal momento che anche la Corte di cassazione ne confermò la vittoria. Inoltre la corte, con dodici magistrati contro sette e sia pur con il voto contrario del presidente Giuseppe Pagano[139] stabilì che per "maggioranza degli elettori votanti", prevista dalla legge istitutiva del referendum (art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98[134]), si dovesse intendere "maggioranza dei voti validi", diversamente da quanto sostenuto dai sostenitori della monarchia. In ogni caso, i voti favorevoli alla Repubblica risultarono di un numero superiore anche della maggioranza degli elettori votanti, e cioè 12 718 641[140], contro la inferiore somma dei 10 718 502 di voti per la monarchia[140] e 1 498 136 di voti nulli[141] (pari a 12 216 638 voti).
Gran Cordone dell
Nel 1960 il presidente della Corte di cassazione, Pagano, in un'intervista a Il Tempo di Roma affermò che la legge istitutiva del referendum era di applicazione impossibile, in quanto non lasciava il tempo alla Corte di svolgere i suoi lavori di accertamento, e che ciò fu reso ancor più evidente dal fatto che numerose corti di appello non riuscirono a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista. Infine, "l'angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al "colpo di Stato" prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi"[142].

Esilio

Balì Cavaliere di gran croce di Onore e Devozione con Croce di Professione ad honorem del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria
(Umberto II, lettera a Falcone Lucifero scritta dal Portogallo il 17 giugno 1946[143])Benché da parte filomonarchica gli pervenissero inviti a resistere in quanto si sospettavano brogli elettorali, Umberto II preferì prendere atto del fatto compiuto; l'alternativa poteva essere una guerra civile fra monarchici e repubblicani, cosa che era nell'aria dopo la strage di via Medina a Napoli, ma il Re volle proprio evitare quest'ulteriore tragedia all'Italia, già duramente provata da una guerra disastrosa appena terminata. Così il 13 giugno, accompagnato dai suoi più stretti collaboratori – il generale Giuliano Cassiani Ingoni, il generale Carlo Graziani e il dottor Aldo Castellani – Umberto II partì in aeroplano da Ciampino dopo aver diramato un proclama[144] dove si parlava, fra l'altro, di un «gesto rivoluzionario» del Consiglio dei Ministri nel consegnare ad Alcide De Gasperi le funzioni di capo provvisorio dello Stato.
Cavaliere di gran croce dell
Giorni prima, Umberto II, nel considerare la legittimità della monarchia come forma di regime di una nazione nei confronti del risultato referendario, aveva detto: (Umberto II[145][146])Come meta per l'esilio Umberto II scelse il Portogallo (all'epoca sotto dittatura), risiedendo dapprima a Colares, località vicino Sintra, ospite a Villa "Bela Vista" e, in seguito, a Cascais in una residenza accanto alla futura "Villa Italia" in cui si trasferì nel 1961[147]. Le nazioni confinanti l'Italia non l'avrebbero infatti accolto, e il re voleva evitare la Spagna dove il dittatore Francisco Franco, reggente della monarchia, era salito al potere anche grazie all'Italia fascista. In Portogallo, inoltre, era stato in esilio anche il suo trisnonno, il re Carlo Alberto, morto a Porto nel 1849.[148]
Collare del Reale e Distinto Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria
Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1º gennaio 1948 l'esilio di Umberto II di Savoia acquisì forza di legge costituzionale, essendo previsto dal primo capoverso della XIII disposizione finale e transitoria, i cui effetti sarebbero cessati solo nell'ottobre 2002 a seguito di una legge di revisione costituzionale. In numerose interviste Umberto fece trasparire la sua amara sorpresa per l'esilio che gli fu decretato per legge: (Umberto II, intervista con Edith Wieland[149])(Umberto II, intervista a Bruno Gatta[149])Umberto II non abdicò e non rinunciò mai ai suoi diritti e continuò sempre a considerarsi un sovrano. In tale veste continuò a concedere titoli nobiliari e a nominare i componenti della Consulta dei senatori del Regno[150].
Ordine di Michele il Coraggioso di 1ª classe (Regno di Romania) - nastrino per uniforme ordinaria
Dopo il 1950 Umberto II di Savoia riprese l'esercizio della Regia prerogativa e, da allora, emanò numerosi provvedimenti nobiliari sia di grazia sia di giustizia, i cosiddetti "titoli nobiliari umbertini"[151]. I suddetti provvedimenti venivano predisposti a seguito di un'istruttoria svolta dal Segretario del re per l'araldica, nominato da Umberto II, in molti casi con la consulenza degli organi del Corpo della Nobiltà Italiana[152]. Umberto II godette in vita del trattamento riservato ai Regnanti da varie monarchie europee, dalla Santa Sede e dal Sovrano Militare Ordine di Malta. I titoli nobiliari concessi da Umberto II durante l'esilio sono riconosciuti dal Sovrano Militare Ordine di Malta e dal Corpo della Nobiltà Italiana[153].
Cavaliere di gran croce dell
Umberto II, considerandosi sempre sovrano non abdicatario e non colpito da debellatio, con atto del 20 gennaio 1955 invitò i Senatori del Regno a riprendere la loro attività sotto forma consultiva verso la nazione. Si costituì quindi il 5 giugno 1955, con l'approvazione di Umberto II, il "Gruppo dei Senatori del Regno" che si trasformò nel 1965 nella Consulta dei Senatori del Regno[150]. L'unione con Maria José, già in crisi da lungo tempo, si incrinò definitivamente. L'ex regina lasciò ben presto il Portogallo per trasferirsi a Merlinge, nei pressi di Ginevra, con il piccolo Vittorio Emanuele. Con Umberto rimasero le tre figlie Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, che sovente furono oggetto di morbose attenzioni da parte della stampa popolare e in qualche caso fonte di ulteriori dispiaceri per il padre[154]. Gli anni successivi furono anche segnati dal conflitto famigliare col figlio Vittorio Emanuele, principalmente per motivi economici e per il contrastato matrimonio di Vittorio Emanuele con Marina Ricolfi Doria, mai approvato da Umberto.[155][156][157]
Cavaliere di gran croce dell
Nel suo esilio quasi quarantennale Umberto II svolse opera di aiuto e sostegno verso gli italiani indiscriminatamente, in occasione di bisogni personali o di eventi drammatici.[158] Si impegnò particolarmente per la causa della Venezia Giulia e dell'Istria, indirizzando numerosi messaggi di vicinanza agli istriani e ai giuliani e criticando il trattato di Osimo.[159] Tramite suoi rappresentanti fu presente, anche come sponsor, a manifestazioni culturali, patriottiche o sociali. A Cascais ricevette decine di migliaia di italiani in visita e a tutti coloro che gli scrivevano rispondeva.[158] Appassionato collezionista, costituì un'importante collezione di cimeli sabaudi. Scrisse un vastissimo volume sulla medaglistica sabauda.[160]
Cavaliere di gran croce dell

Ultimi anni e morte

A partire dal 1964 Umberto II subì una serie di interventi chirurgici piuttosto invasivi, probabilmente dovuti al tumore che, dopo lunghe sofferenze, causò la sua morte a Ginevra, alle 15:45 del 18 marzo 1983, in una clinica dove era stato trasferito pochi giorni prima da Londra, in un estremo quanto inutile tentativo di allungargli la vita. Al momento della fine era solo: un'infermiera, entrando nella stanza, si accorse del suo stato e gli prese la mano negli ultimi istanti di vita, mentre il morente Umberto mormorava la parola "Italia".[158][161][162]
Cavaliere dell
Nel suo testamento Umberto lasciò al papa la Sindone di Torino, dal 1578 conservata nel duomo torinese a titolo di deposito; la legittimità di tale lascito testamentario è controversa e dibattuta, stante il tenore letterario del terzo comma della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione[163] il quale dispone che i beni presenti in Italia degli ex re di Casa Savoia siano avocati dallo Stato e sancisce la nullità dei trasferimenti avvenuti successivamente alla celebrazione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946.[164][165] Le spoglie dell'ultimo sovrano d'Italia riposano, per suo espresso volere, nell'abbazia di Altacomba a fianco di quelle del re Carlo Felice, nel dipartimento francese della Savoia dalla quale casa Savoia traeva le sue origini storiche.[166]
Decorato della Royal Victorian Chain (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria
Al suo funerale – disertato dalle autorità italiane ad eccezione di Maurizio Moreno, console generale d'Italia a Lione, in rappresentanza del governo – parteciparono diecimila italiani che raggiunsero l'abbazia di Altacomba vicino ad Aix-les-Bains in Savoia.[166] La Rai non trasmise la diretta televisiva. Alle esequie erano presenti, oltre a membri di casa Savoia: Juan Carlos I di Spagna e Sofia di Grecia, Baldovino e Fabiola del Belgio, Giovanni di Lussemburgo e Giuseppina Carlotta del Belgio, il principe Ranieri di Monaco col figlio Alberto, il duca Edoardo di Kent in rappresentanza di Elisabetta II del Regno Unito, i re detronizzati Simeone II di Bulgaria, Michele I di Romania e Costantino II di Grecia, Ottone d'Asburgo-Lorena con il figlio Carlo d'Asburgo-Lorena, Ferdinando di Borbone delle Due Sicilie con il figlio Carlo, Enrico d'Orléans, Carlo Napoleone Bonaparte, Duarte Pio di Braganza del Portogallo e i rappresentanti di altre case già regnanti. La Santa Sede era rappresentata dal nunzio apostolico a Parigi.[166] I giocatori della Juventus, nella partita del 20 marzo contro il Pisa, portarono il segno del lutto al braccio: questa fu la sola manifestazione di cordoglio, resa pubblicamente in Italia al suo ultimo Re.[167]
Balì Cavaliere di Gran Croce di giustizia decorato di Collare del Sacro militare Ordine costantiniano di San Giorgio (Real Casa di Borbone delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria
Secondo una ricostruzione, Umberto volle che, nella propria bara, fosse riposto il sigillo reale, grosso timbro che si trasmette di generazione in generazione quale simbolo visibile della legittimità della successione dinastica e simbolo del gran maestro degli ordini cavallereschi di casa Savoia; in tal modo, si ritiene che egli avrebbe inteso distinguere i suoi "eredi dinastici" da quelli "civili".[168] Tuttavia il nipote Emanuele Filiberto ha negato questo fatto, affermando che nella bara è stato posto l'anello con lo stemma, mentre il sigillo si trova in un ufficio dei Savoia a Ginevra.[169] Umberto II è stato, dunque, l'ultimo Capo della Real Casa unanimemente riconosciuto: non avendo indicato espressamente un successore e alla luce dei contrasti con il figlio Vittorio Emanuele circa il suo matrimonio e la sua posizione in seno alla Casa reale, nacque la questione dinastica, ancor oggi irrisolta.
Gran collare dell

Dediche e riconoscimenti

Il comune portoghese di Cascais, luogo di residenza del suo lungo esilio, ha intitolato a Umberto II il viale che conduce a Villa Italia (l'Avenida Rei Humberto II de Itália) e gli ha dedicato una sala del museo locale. Dopo anni di abbandono, dal 2014 Villa Italia, la dépendance e il suo terreno circostante sono stati acquistati da un gruppo immobiliare giapponese che, dopo un attento restauro, ha trasformato l'edificio in un lussuoso albergo con parco e piscina. Per poter continuare a chiamare la struttura "Villa Italia" è stato chiesto un consenso formale alla famiglia Savoia e anche al ramo collaterale degli Aosta, poiché la residenza di Amedeo d'Aosta e della sua famiglia a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, reca il medesimo nome.[170][171] Sulla struttura è stata apposta una lapide che ricorda il soggiorno del sovrano.
Cavaliere di Gran Croce dell
Il comune di Roma gli ha intitolato un largo nel 2012[172]. Il comune di Tuscania ha intitolato a Umberto II i giardini pubblici dove si trova un suo busto in bronzo. Anche a Racconigi, dove nacque, è stato posto un busto in marmo di Umberto II.

Nella cultura di massa

Cavaliere di gran croce dell

Ascendenza

Ascendenza patrilineare

Stendardo reale d

Titoli

Sua Maestà Umberto II
Stendardo del Presidente della Repubblica Italiana
Umberto II era il personaggio più titolato al mondo; seguivano, a gran distanza, la spagnola Duchessa d'Alba con 45 titoli nobiliari, la regina Elisabetta II del Regno Unito con 41 titoli, tre grandi famiglie napoletane con 36 titoli e Ranieri di Monaco con 24 titoli[177].

Onorificenze

Onorificenze italiane

Onorificenze straniere

Note

Bibliografia

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Democrazia jacksoniana

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Democrazia jacksoniana

Con democrazia jacksoniana si intende la filosofia politica degli Stati Uniti d'America che dominò la politica americana durante la presidenza di Andrew Jackson, generale eroe della guerra del 1812.
La democrazia jacksoniana fu la prima vera forma di democrazia americana, poiché prima della presidenza di Jackson, iniziata nel 1829, la vita politica americana era stata dominata dai grandi latifondisti del Profondo Sud e dai ricchi imprenditori del New England. Entro il 1856, la quasi totalità degli Stati aveva introdotto leggi che consentivano il suffragio universale maschile per i bianchi.[1] La presidenza assunse anche maggiore importanza, lasciando il Presidente con più poteri decisionali, a scapito del Congresso. Lo storico Robert V. Remini sostiene che la democrazia jacksoniana ampliò la concezione americana della democrazia, ispirando futuri programmi come il New Deal, la Nuova Frontiera e la Grande società.[2]

Ideologia

La democrazia jacksoniana si basava sui diversi principi,[3] rintracciabili negli ideali conservatori,[4] progressisti[5] e populisti.[6] Il fulcro del programma Jacksoniano era il coinvolgimento dell'uomo comune nella vita politica del Paese. Perciò il principale obiettivo di Jackson divenne l'allargamento del diritto di voto a tutti i maschi bianchi, a prescindere dal censo.[7] Questo obiettivo fu realizzato nel 1856, quando tutti gli Stati americani adottarono leggi che abolirono il suffragio censitario, fatta eccezione per Massachusetts, Rhode Island, Pennsylvania, Delaware e Carolina del Nord che lo mantennero fino al 1860.[1] Per poter realizzare le sue riforme, Jackson credeva fosse necessario avere quanti più uffici ed incarichi da affidare a coloro che, una volta in carica, avrebbero eseguito tutte le sue direttive. Anche se questo sistema, definito spoils system ("sistema del bottino"), facilitò le riforme di Jackson, creò anche un sistema di clientelismo, dove spesso i pubblici ufficiali erano corrotti e negligenti.[8]
Proprio come Thomas Jefferson ed i suoi sostenitori, i Jacksoniani credevano fermamente nelle libertà individuali[9] e si opponevano ad un forte governo centrale, mentre volevano delegare la maggior parte dei poteri ai singoli Stati. Sui temi economici, il movimento Jacksoniano sosteneva il liberalismo economico e si opponevana sia alla modernizzazione che al protezionismo sostenuti dai Whig, preferendovi rispettivamente l'intervento di soggetti privati ed il libero scambio.[10][11] Basandosi su una stretta interpretazione della Costituzione, i seguaci di Jackson si opponevano tenacemente a qualsiasi monopolio di stato, specie quello bancario espresso dalla Seconda Banca nazionale. Sostenevano infatti che il compito di emettere moneta spettasse al Dipartimento del Tesoro, che doveva regolarne il valore in base a quello dell'oro e dell'argento, proibendo qualsiasi obbligazione. Jackson odiava personalmente le banche perché credeva fossero un sistema per truffare la gente comune.[12] In politica estera, i Democratici di Jackson si fecero promotori del cosiddetto "Destino manifesto", secondo cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto espandersi verso l'occidente, sulle Grandi Pianure e la West Coast, anche a costo di guerre contro i vicini. Questo ideale aveva come scopo permettere ai poveri agricoltori bianchi di stabilirsi in nuove terre dove poter prosperare. In seguito, i Democratici "suolo-libero", come Martin Van Buren, osteggiarono questo principio in funzione abolizionista, opponendosi al mantenimento della schiavitù nei nuovi territori.

Storia

Origini

Nel 1816, dopo la sconfitta elettorale del rivale Partito Federalista, il Partito Democratico-Repubblicano era divenuto l'unico partito politico attivo, creando un "regime monopartitico". Tuttavia, la pluralità fu mantenuta dall'eterogeneità dei Democratici-Repubblicani che si erano divisi in diverse fazioni, una delle quali guidata dal generale Andrew Jackson. In vista delle controverse elezioni del 1824, le quattro maggiori fazioni, inclusa quella di Jackson, avevano presentato ognuna il proprio candidato. Pur rimanendo sconfitto da un accordo tra i candidati John Quincy Adams (asceso alla presidenza) ed Henry Clay, Jackson vinse la maggioranza degli stati e del voto popolare, segnando l'inizio del movimento Jacksoniano. Quando il Partito Repubblicano di disciolse nel 1828, il sistema politico statunitense vide contrapporsi il Partito Democratico (chiamato semplicemente "Jacksoniano" prima del 1834) ed il Partito Repubblicano Nazionale.
Il Partito Democratico fu il primo partito politico organizzato della storia americana,[13] consistente in una vasta coalizione di partiti politici statali, boss politici e redattori di giornali, elettoralmente supportata da agricoltori, operai urbani ed immigrati cattolici, soprattutto irlandesi.[14] Nelle elezioni del 1828, Jackson trionfò nettamente sul rivale John Quincy Adams, segnando l'inizio della "Età jacksoniana".

Il dominio di Jackson

Divenuto Presidente, Jackson mantenne le sue promesse, attuando riforme che permisero anche ai cittadini di ceto medio-basso di influenzare la vita politica del Paese, anche se si registrarono violenze ed intimidazioni durante il percorso legislativo che portò all'estensione del suffragio.[15] Andrew Jackson appose ben 12 veti alle leggi, battendo i record dei suoi predecessori.[16] Va notata anche la strenua opposizione dei Democratici alla proposta di istituire un'educazione pubblica obbligatoria, poiché pensavano che ciò avrebbe limitato la libertà individuale interferendo con la volontà dei genitori e indebolito le scuole private. Tuttavia, fra i decreti firmati da Jackson figura anche il famigerato Indian Removal Act (1830), che costringeva i nativi americani di Georgia, Tennessee e Mississippi a trasferirsi nel Territorio indiano, una terra priva di coloni bianchi che divenne poi lo Stato dell'Oklahoma.[17]
I Jacksoniani, come la maggior parte dei bianchi americani dell'epoca, credevano nella supremazia bianca, ed erano fortemente contrari a forme di emancipazione per neri e per nativi americani. Jackson tuttavia vedeva la "questione indiana" come un problema militare e giuridico, non come uno razziale.[18] A prova di questo va detto che nel 1813, Andrew Jackson adottò un orfano indiano di 3 anni chiamato Lyncoya, verso cui provava una forte simpatia.[19] Nonostante i principi dei Democratici fossero decisamente federalisti, Jackson aveva anche rilevato le debolezze di un governo centrale troppo debole durante la Crisi della Nullificazione (1832–1837), in cui la Carolina del Sud minacciò la secessione. Fu uno dei motivi per cui i Democratici divennero sostenitori di una presidenza forte che controbilanciasse sia uno strapotente Congresso che le eccessive autonomie dei singoli Stati.[20] Le politiche di Jackson portarono inevitabilmente ad una forte opposizione sia dai sostenitori del potere legislativo, sia dai sostenitori dei diritti degli Stati. In particolare, gli oppositori dei Jackson e della sua "democrazia" lo vedevano come un individuo iracondo e tirannico, cosa che gli valse il soprannome di "Re Andrea, il Primo" (King Andrew, the First). Le forti critiche contro Jackson si rilevarono tuttavia ininfluenti: nelle elezioni presidenziali del 1832, Jackson fu rieletto a largo margine, ottenendo il 54% del voto popolare, sconfiggendo il Repubblicano Nazionale Henry Clay, il "nullificatore" John Floyd e l'anti-massonico William Wirt. In seguito alla vittoria di Jackson, i "nullificatori" divennero deboli e confluirono nei Democratici nel 1839, mentre i Nazionali Repubblicani e gli anti-massonici si coalizzarono creando il Partito Whig, volendo sottolineare la propria opposizione a quello che reputavano un Presidente di simpatie monarchiche.
Una questione che infiammò il secondo mandato di Jackson fu quella che venne definita "Guerra della Banca". Andrew Jackson ed i suoi sostenitori si erano sempre opposti all'idea di una banca centrale, poiché credevano violasse la sovranità dei singoli Stati. Jackson, che odiava le banche soprattutto per convinzioni personali, trovò alleati nella sua crociata contro la Seconda Banca degli Stati Uniti nel giornale Washington Globe, nel Presidente della Corte Suprema Roger Brooke Taney e negli agricoltori e schiavisti del Sud. Dal canto suo, il presidente della Seconda Banca Nicholas Biddle poteva vantare il supporto dei Whig e dagli industriali del nord-est, che necessitavano di prestiti governativi da poter reinvestire. La guerra fu vinta da Andrew Jackson, che nel 1836 riuscì a non rinnovare il mandato ventennale della Banca.

Eredità

Il 4 marzo 1837, Jackson aveva ormai 69 anni e aveva deciso di non ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 1836, che furono però vinte dal Democratico Martin Van Buren, favorito anche dalla divisione dei Whig. Van Buren era stato il fedele Vice Presidente di Jackson,[21]. La popolarità del suo predecessore tuttavia non lo salvò dalla sconfitta elettorale subita alle elezioni presidenziali del 1840 da parte del Whig William Henry Harrison. La presidenza Harrison durerà appena un mese, interrompendosi bruscamente a causa della morte precoce del presidente, e i suoi successori John Tyler e James Knox Polk mantennero intatte le riforme della democrazia Jacksoniana. Dopo una breve parentesi Whig, durata dal 1848 al 1852 con le presidenze Taylor e Fillmore, il Democratico Franklin Pierce, un Jacksoniano,[22] divenne Presidente con un'ampia maggioranza. Gli insuccessi della presidenza Pierce però furono decisivi nel declino dell'era Jacksoniana.[23] Il successore di Pierce, James Buchanan, non era infatti un Jacksoniano, ma molte delle riforme di Jackson, come il suffragio universale maschile, divennero un'eredità permanente negli Stati Uniti. La democrazia Jacksoniana divenne una sorta di "guida" per il Partito Democratico, modellando i suoi sviluppi nel corso del XIX secolo. L'ultimo Presidente degli Stati Uniti dichiaratamente Jacksoniano fu Andrew Johnson; la presidenza Johnson governò dall'assassinio di Lincoln nel 15 aprile 1865 al 4 marzo 1869.[24]

Note

Voci correlate

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Benetton Rugby Treviso

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Benetton Rugby Treviso

Il Benetton Rugby Treviso è un club professionistico italiano di rugby a 15 fondato nel 1932 come GUF Treviso. Ribattezzato nel 1945 A.S. Rugby Treviso, deve la sua attuale denominazione all'acquisizione da parte del gruppo Benetton nel 1978.
Vanta la vittoria in 15 campionati nazionali, il più recente nel 2010, e quattro Coppe Italia, che ne fanno il club più titolato del rugby italiano dopo l'Amatori Milano (18 scudetti). Dalla stagione sportiva 2010-11 la squadra non partecipa più al campionato italiano, detenendo da allora la licenza di franchigia per lo United Rugby Championship, competizione interconfederale inizialmente riservata a squadre di club gallesi, irlandesi e scozzesi, poi ampliata con l'apertura ai club italiani in tale anno e, dal 2017, a quelli sudafricani. È il club che, al 2018, ha maggiormente rappresentato l'Italia in Champions Cup, la massima competizione rugbistica di club in Europa, cui ha preso parte 21 volte su 24 edizioni. Dal 1982 il club ha anche una sezione femminile, chiamata familiarmente Red Panthers, vincitrice di 16 scudetti.
Maglietta
La squadra disputa le proprie gare interne allo stadio di Monigo, a Treviso.

Storia

Le origini

Il club nacque nel 1932 come GUF Treviso[1] e compì solo attività sportiva studentesca, essendo espressione del locale Gruppo Universitario Fascista.
Pantaloncini
Nell'immediato dopoguerra cambiò nome in Associazione Sportiva Rugby Treviso[2]. Gli anni cinquanta videro l'avvento delle compagini venete (Rovigo vinse cinque campionati di fila dal 1951 al 1954-55) e il 1956 vide la prima affermazione del Rugby Treviso, sponsorizzato dalla Faema[3], che già nel 1954 era arrivato alla finale-scudetto; successivamente fu il turno delle Fiamme Oro di Padova, che, sempre in alternanza con Rovigo, dominarono la scena a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Nel 1970 la squadra vinse la sua prima Coppa Italia; fu il prodromo dell'inizio della dominazione del Veneto nel successivo ventennio (18 scudetti su 21 campionati fino al 1992)[4], iniziato nella stagione successiva con il quinquennio del Petrarca. Nel 1977-78 il Treviso, sponsorizzato Metalcrom, si aggiudicò per la seconda volta nella sua storia il campionato[5].
Calzettoni
Tra i protagonisti di quella vittoria, ottenuta sotto la guida di Umberto Cossara, l'apertura Oscar Collodo e il pilone Guido Rossi, il primo futuro allenatore del club negli anni novanta, ed entrambi internazionali per l'Italia alla Coppa del Mondo di rugby 1987. Rossi e Collodo furono i primi di una lunga serie di giocatori forniti dal club alla nazionale durante le Coppe del Mondo a venire.

L'era Benetton

Sempre nel 1978 avvenne la svolta societaria che caratterizzò la politica sportiva del club e lo trasformò nella società più vincente della storia recente del rugby italiano: il gruppo di abbigliamento Benetton divenne sponsor del club e, successivamente, lo acquisì, trasformandone la ragione sociale in Benetton Rugby Treviso.
Maglietta
Alla presidenza del club fu confermato Arrigo Manavello, sotto la cui dirigenza la squadra aveva vinto lo scudetto. Il primo scudetto del nuovo corso societario giunse nel 1982-83, dopo due terzi posti consecutivi e un secondo posto; a metà decennio arrivarono a Treviso giocatori di riconosciuto valore internazionale quali i neozelandesi John Kirwan[6] e Craig Green, destinati a diventare campioni del mondo con la maglia degli All Blacks, che insieme ai numerosi nazionali italiani in squadra (Stefano Bettarello, Gianni Zanon, “Lello” Dolfato, Stefano Annibal), dal 1986 al 1993 disputarono sette finali scudetto consecutive, vincendone due; furono, quelli, gli anni della rivalità con l'Amatori Milano, dapprima sponsorizzato Mediolanum e poi, definitivamente entrato nell'orbita societaria di Silvio Berlusconi, rinominato Milan Rugby. A guidare la squadra nel decennio, nomi come Roy Bish e Pierre Villepreux, entrambi già C.T. della Nazionale italiana (e Villepreux anche di quella francese). Il 1982 fu anche l'anno dell'inaugurazione della Ghirada, la club house del gruppo sportivo Benetton.
Pantaloncini
Dopo una semifinale persa nel 1994, la coppia Oscar Collodo-Gianni Zanon che guidò la squadra per il triennio successivo giunse ad altre tre finali scudetto consecutive, tutte contro il Milan — le prime due perse, la terza, quella del 1997[7], vinta — con in squadra elementi come Giovanni Grespan, Alessandro Troncon, Mark Giacheri, Francesco Mazzariol e soprattutto Ivan Francescato, che in azzurro fu anche tra i protagonisti della prima, storica vittoria contro la Francia nel 1997 e scomparve prematuramente nel 1999. In quel periodo il club aveva cambiato ragione sociale ed era divenuto una società a responsabilità limitata, nonché parte di un gruppo sportivo più ampio che aveva inglobato il basket (Pallacanestro Treviso), la pallavolo (Sisley) e, per un periodo, anche la Formula 1 (la scuderia automobilistica Benetton Formula, due volte campione del mondo nel 1994 e 1995 con Michael Schumacher). Dal 1997 Amerino Zatta è il presidente del club in sostituzione di Manavello che in quell'anno lasciò la carica. Dal 1995 presente nelle coppe europee (fin dalla prima edizione a inviti della Heineken Cup), nel primo decennio del nuovo secolo la squadra consolidò il suo primato nazionale, raggiungendo la quota di 15 scudetti nel 2009-10[8] e arrivando in altre tre occasioni in semifinale e in un'altra in finale (nel 2008, persa contro il Calvisano).
Calzettoni
A fare parte dello staff societario figuravano nomi che da giocatori avevano scritto la storia recente del club: Franco Properzi (fino al 2010 assistente allenatore), già Amatori Milano e poi Benetton dal 1998 al 2004, Sergio Zorzi, allenatore della squadra Under-19, Giovanni Grespan, allenatore delle giovanili e dirigente responsabile ai corsi.

Lo United Rugby Championship

A seguito dell'ampliamento della Celtic League all'Italia, il Benetton fu una delle squadre ammesse alla competizione; inizialmente escluso a favore dei Praetorians, franchise di Roma, in sede di riesame delle candidature fu riammesso a scapito della squadra della Capitale[9]; dalla stagione 2010-11 la squadra partecipa quindi alla competizione celtica[10], con conseguente abbandono del campionato domestico. L'esordio assoluto del Benetton in Celtic League è del 4 settembre 2010, una vittoria 34-28 sui gallesi Scarlets[11]; il campionato si concluse con 9 vittorie e 10º posto, bissato l'anno seguente.
Nel 2013 la squadra chiuse al 7º posto con 50 punti, a 31 punti dalla vetta, 40 dalla coda e 16 dai play-off. Franco Smith lasciò il club a dicembre 2013[12] e la squadra fu affidata a Umberto Casellato, con cui la squadra registrò due penultimi e un ultimo posto. Dal 2016 la squadra è guidata dal neozelandese Kieran Crowley[13]. Nel 2016-17 la squadra terminò al 10º posto; nella stagione successiva, aperta al Sudafrica e portata a 14 squadre, il torneo fu diviso in due conference e il Benetton terminò al 5º posto. Crowley chiuse la sua esperienza alla Benetton nel 2021, dopo la vittoria della Raimbow Cup, prima storica vittoria di una squadra italiana in una competizione internazionale di prima fascia. Kieran Crowley proseguì il suo percorso come allenatore della Nazionale, e la squadra venne affidata a Marco Bortolami, già allenatore della touche a Treviso dal 2016. Sotto la gestione Bortolami la squadra raggiunge, nella stagione 2022/2023 e per la prima volta nella storia del rugby italiano, la semifinale di Challenge Cup, persa contro il Tolone per 23-0, che avrebbe vinto la competizione battendo i Glasgow Warriors in finale.[14].
Oltre ai titoli della prima squadra (ai 15 scudetti vanno sommate 4 Coppe Italia, 2 Supercoppe e una Rainbow Cup), il Benetton Treviso vanta 10 scudetti giovanili U-19/21 tra il 1950 e il 2006, 7 scudetti Under-18 tra il 1979 e il 2014 e 8 scudetti Under-16 tra il 1979 e il 2018.

Le Red Panthers

Dal 1982 il Benetton Rugby Treviso ha anche una divisione femminile, le cui atlete sono note con il nome di Red Panthers: la squadra, dal 1985 al 2003, vinse 19 campionati italiani consecutivi (11 ufficiali), e vanta in totale 23 titoli (16 dei quali riconosciuti dalla FIR), l'ultimo dei quali nella stagione 2010-11.

Cronistoria

Colori e simboli delle uniformi

Dall'epoca dell'entrata del club nel gruppo Benetton i colori sociali sono sempre stati il bianco e il verde: l'uniforme di gioco più usata è quella che prevede una maglia a strisce orizzontali di tali colori e, a completare la tenuta, pantaloncini bianchi e calzettoni verdi. In determinate stagioni, come nei primi anni ottanta e, più recentemente, dal 2018, la maglia è completamente verde, mentre calzoncini e calzettoni rimangono rispettivamente bianchi e verdi. La seconda tenuta generalmente omaggia la vecchia maglia, che riprende i colori della provincia di Treviso; a seconda delle stagioni variano i temi ma i colori di base sono sempre il bianco e il blu.
Lo sponsor tecnico del club è l'azienda italiana di abbigliamento sportivo Erreà di Parma[15]; l'accordo di fornitura dell'equipaggiamento sportivo va dalla stagione 2017-18 a quella 2019-20. Il simbolo della squadra maschile è un leone, che richiama quello di san Marco, antico simbolo della Serenissima e attualmente presente nello stemma del Veneto e di molte amministrazioni comunali e provinciali di quella Regione. Le maglie della squadra femminile invece presentano un'aggiunta rossa come omaggio all'altro club cittadino, il Tarvisium[16], e sebbene tengano il leone sui pantaloncini, e a dispetto del nome di Pantere Rosse, sul petto recano il simbolo di un giaguaro (panthera onca).

Stadio e struttura

Nel Dopoguerra, il club giocò dapprima allo "Scalo Motta" e poi, dal 1952, allo stadio Omobono Tenni. Nel 1966 avvenne il trasferimento al campo "Aldo Milani", il primo terreno di gioco in città riservato esclusivamente al rugby[17]. L'impianto interno del Benetton Rugby è, dal 1973, lo stadio di Monigo, situato nella località omonima a circa 4 km a nord-ovest del centro di Treviso. Può ospitare 5'000 spettatori, di cui 2.700 nella tribuna ovest e 2.300 nella tribuna est, entrambe coperte[18]. La sede degli allenamenti della prima squadra e delle giovanili è la Ghirada, vasta area di più di 200 000 metri quadrati, situata nell'immediata periferia a sud di Treviso e inaugurata nel 1982[17].
È anche la sede sociale di tutto il gruppo sportivo Benetton ed è attrezzata per diverse attività tra cui gli incontri della squadra femminile, pallacanestro, pallavolo, golf, nuoto e ginnastica.

Giocatori rappresentativi

Sono di seguito elencati alcuni tra i giocatori più rappresentativi della storia del club. Tra di essi, due sono scomparsi prematuramente: Raffaele “Lello” Dolfato (1963-97), flanker che militò nel Benetton per tutta la sua carriera dal 1981 al 1994, e partecipò alla Coppa del Mondo di rugby 1987 in Australia e Nuova Zelanda che morì in un incidente stradale fuori Treviso; e il citato Ivan Francescato (1967-99), tre quarti centro campione d'Europa con la Nazionale italiana nel 1997, titolare nelle Coppe del Mondo 1991 in Inghilterra e 1995 in Sudafrica, morto ancora in attività a 32 anni a causa di una malformazione cardiaca.
La nazionalità indicata è quella secondo le regole World Rugby, non necessariamente coincidente con la cittadinanza amministrativa.

Palmarès

Stagioni

Stagione attuale

Stella d

Letteratura di approfondimento

Onorificenze

Note

Bibliografia

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Andreas Hadik von Futak

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Andreas Hadik von Futak

Il Conte Feldmaresciallo Andreas Hadik von Futak (in ungherese futaki Hadik András gróf) (Kőszeg, 16 ottobre 1710Vienna, 12 marzo 1790) fu Conte del Sacro Romano Impero.

Biografia

I primi anni

Hadik von Futak era figlio di un ufficiale di cavalleria ungherese di origini slave, Mihály Hadik de Futak, e di sua moglie, Franziska Hardy (lussemburghese). Intrapresa la carriera degli studi giuridici, entrò però al servizio degli ussari di Ghilányi e quindi nelle armate del Sacro Romano Impero dal 1730 e già nel 1735 divenne capitano di un corpo di guardia di stanza a Philippsburg, partecipando poco dopo (1738) alla guerra contro i Turchi ed alla Guerra di successione austriaca. Egli partecipò alle vittorie dell'esercito russo in Bessarabia ed agli assedi di Oczakow e Bender. Nel 1744 venne promosso a Colonnello di reggimento degli ussari dopo aver respinto coraggiosamente un attacco delle forze francesi alla città di Nidderau. Per questo ed altri meriti venne in seguito promosso Maggiore Generale dal 1748 e nominato già dal 1756 Feldmaresciallo Secondo Luogotenente.

La guerra dei sette anni

Nel corso della guerra dei sette anni Hadik partecipò il 7 settembre 1757 alla Battaglia di Görlitz, prendendo dall'ottobre di quello stesso anno il possesso di un corpo di soldati ungheresi e croati di circa 5.000 uomini. Egli occupò successivamente Berlino il 16 ottobre di quello stesso anno, costringendo il governo prussiano al pagamento della somma di 200.000 talleri come riscatto della città. Il 5 settembre 1758 egli prese Pirna con la sua fortezza e quello stesso anno venne nominato Generale di Cavalleria. Nel 1762 ottenne il comando supremo delle armate austriache impegnate nel conflitto, operando inizialmente con successo, ma venendo poi sempre più sopraffatto dalla figura del Principe Enrico di Prussia che lo sconfisse il 29 ottobre 1762 a Freiberg. Nel 1763 venne nominato conte dell'Impero Asburgico con un latifondo immenso.

Governatore e politico

Hadik dal 1764 venne nominato Governatore della Transilvania, partecipando nel 1769 al Congresso di Karlowitz di cui ottenne la presidenza ed infine, nel 1773, divenne Governatore della Galizia, passata da poco dalla Polonia all'Austria dopo la spartizione del regno polacco. Nel 1777 venne nominato conte del Sacro Romano Impero e divenne presto presidente del Consiglio di Guerra dell'imperatore Giuseppe II. Nel 1789 divenne comandante delle truppe imperiali contro i Turchi, presenziando al letto di morte dell'Imperatore Giuseppe II il 20 febbraio 1790. Andreas Hadik von Futak morì il 12 marzo 1790 a Vienna e venne sepolto a Futak. Della sua vita, egli lasciò un diario ricco di rilevanti informazioni storiche sulla storia della sua epoca.
Cavaliere di Gran Croce dell
Una sua statua, tra le personificazioni dei comandanti militari più noti dell'Impero, è presente nel Monumento a Maria Teresa a Vienna e un'altra a cavallo nel Castello di Buda a Budapest.

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Facciamola finita

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Facciamola finita

Facciamola finita (This Is the End) è un film del 2013 scritto e diretto da Evan Goldberg e Seth Rogen. Con protagonisti lo stesso Rogen, James Franco, Jonah Hill, Jay Baruchel, Danny McBride, Emma Watson e Craig Robinson, i quali interpretano una versione fittizia di loro stessi, il film si basa sul cortometraggio del 2007 Jay and Seth vs. The Apocalypse e rappresenta l'esordio alla regia di Goldberg e Rogen.[1]

Trama

Seth Rogen sta aspettando l'arrivo del suo amico Jay Baruchel all'Aeroporto Internazionale di Los Angeles. Giunti a casa di Seth, i due passano l'intera giornata insieme fumando marijuana; verso la fine della serata Seth propone a Jay di partecipare a una festa a Beverly Hills nella nuova villa di James Franco, alla quale sono presenti molte celebrità fra cui Rihanna, Jonah Hill, Emma Watson e Michael Cera che, drogandosi e facendo battute sessiste, diventa il più odiato della festa. Jay, infastidito, si inventa la scusa di dover andare a comprare le sigarette e si fa accompagnare al negozio da Seth. Una volta giunti al negozio, però, scoppia improvvisamente un violento terremoto che uccide alcune persone, mentre altre vengono risucchiate da un fascio di luce blu che le porta in cielo. Jay e Seth corrono a casa di James Franco per avvertire i presenti di quanto sta accadendo, ma nessuno crede alla loro storia, pensando che i due siano solamente storditi dagli effetti collaterali di alcol e droga assunti durante il party. Poco dopo un'altra forte scossa colpisce anche il quartiere di Hollywood e la casa di James, tutti gli invitati scappano in giardino. A quel punto si apre un'enorme voragine che risucchia la maggior parte dei presenti, mentre Michael Cera viene trafitto da un palo della luce. Anche Jay cade nella voragine ma riesce ad aggrapparsi a un appiglio e si salva. I cinque superstiti (James Franco, Craig Robinson, Jonah Hill, Seth Rogen e Jay Baruchel) si barricano in casa, usando tutto quello che trovano, e fanno l'inventario delle provviste rimaste. La mattina dopo scoprono che anche Danny McBride (che non era stato invitato alla festa) è vivo e che ha utilizzato gran parte delle provviste per preparare la colazione. Anche Emma Watson è sopravvissuta ed entra improvvisamente nella casa sfondando la porta con un'accetta. I protagonisti la accolgono e la portano in una camera da letto per farla riposare, tuttavia, temendo di venir stuprata dopo aver frainteso un loro discorso fatto in corridoio, Emma li minaccia con l'accetta e li deruba di tutte le bevande in loro possesso. Nei giorni seguenti Danny comincia a comportarsi da idiota, sprecando la poca acqua potabile rimasta, solo per fare un dispetto agli altri; i protagonisti decidono perciò di buttarlo fuori di casa dopo una votazione in stile isola dei famosi. Dopo qualche giorno passato a giocare e a drogarsi, arriva il momento di cercare provviste, così Jay e Craig decidono di andare a prenderle nella casa del vicino. Nel frattempo però Jonah viene posseduto da un demone, mentre nella casa accanto Jay e Craig vengono attaccati da un altro demone, riuscendo comunque a salvarsi. I protagonisti capiscono che tale catastrofe in realtà è l'Apocalisse e che essi non hanno raggiunto il paradiso per i peccati commessi durante la loro vita. A questo punto Jay tenta di esorcizzare Jonah, ma senza successo, e poco dopo si accende un diverbio fra lui e Seth per questioni personali, facendo così cadere una candela che prima incendia il letto sul quale era legato Jonah e poi l'intera abitazione. Craig, James, Jay e Seth abbandonano la casa, ma mentre cercano di scappare un demone blocca loro la strada. Craig decide di sacrificarsi per permettere agli amici di prendere la macchina e mettersi in salvo. Dopo questo gesto altruista l'uomo viene risucchiato dal fascio di luce raggiungendo così il paradiso. Intanto James, Jay e Seth cercano di scappare in macchina, ma vengono bloccati dal camion di Danny, che, insieme con altri cannibali, ha intenzione di mangiarli. James decide di restare indietro per far scappare Jay e Seth, e per questo viene inizialmente premiato con l'accesso in paradiso; mentre sta per essere portato via, però, Franco comincia a vantarsi di fronte a Danny e per quest'atto di presunzione la sua ascesa viene interrotta e così viene mangiato vivo dai cannibali.
Jay e Seth si ritrovano soli di fronte a Satana in persona, e dopo essersi riappacificati decidono allora di morire assieme. Mentre stanno per essere attaccati anche Jay viene risucchiato dal fascio di luce e cerca di portare con sé anche Seth. Tuttavia i due amici non riescono a raggiungere il paradiso poiché soltanto Jay può essere ammesso. Seth decide quindi di sacrificarsi per permettere all'amico di raggiungere il paradiso e si lascia cadere nel vuoto. Questo gesto altruista permette però anche a lui di essere risucchiato dal fascio di luce, oltretutto evirando lo stesso Satana, e di raggiungere il paradiso insieme con Jay. Una volta ascesi in cielo, i due amici ritrovano Craig, che spiega loro come in paradiso ogni loro sogno si possa realizzare; Jay chiede quindi di far apparire i Backstreet Boys, che sulle note di Everybody chiudono il film con uno spettacolare ballo di gruppo.

Produzione

Il film doveva inizialmente intitolarsi The Apocalypse,[1] ma il titolo venne successivamente cambiato in The End of the World e infine modificato in quello attuale il 20 dicembre 2012, giorno della distribuzione della prima locandina e del primo trailer.[2]

Promozione

Il primo trailer è stato distribuito online il 20 dicembre 2012, in concomitanza con le profezie sul 21 dicembre 2012.[3] Il 1º aprile 2013 venne inoltre distribuito da Machinima.com un secondo trailer[4] e il successivo 30 maggio venne distribuito anche un trailer internazionale.[5] Il primo trailer in lingua italiana è stato distribuito il 14 giugno 2013.[6]

Distribuzione

La pellicola doveva inizialmente essere distribuita nelle sale statunitensi a partire dal 14 giugno 2013,[1] ma la data di uscita è stata successivamente anticipata al 12 giugno.[7] In Italia è uscito il 18 luglio.[8]

Divieti

In Italia il film è stato vietato ai minori di 14 anni per linguaggio volgare e contenuti non adatti ai minori.[9] Negli USA è stato invece vietato ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto (Rating R).

Accoglienza

Incassi

Il film è stato accolto molto positivamente dal pubblico; ha incassato 101 500 000 dollari negli Stati Uniti d'America[10] e 25 100 000 dollari nel resto del mondo, guadagnando globalmente un totale di 126 500 000 dollari.[11] Nella prima settimana di distribuzione negli Stati Uniti d'America la pellicola si è classificata seconda al box office, preceduta solamente da L'uomo d'acciaio di Zack Snyder, con un guadagno di 20 719 162 dollari.[12]

Riconoscimenti

Note

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Reazione endergonica

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Reazione endergonica

{\displaystyle \Delta G^{\circ }>0}
Nella termodinamica chimica, una reazione endoergonica (chiamata anche reazione non spontanea di assorbimento di calore o reazione sfavorevole) è una reazione chimica in cui la variazione standard di energia libera è positiva ed è necessaria una forza aggiuntiva per eseguire questa reazione. In parole povere, la quantità totale di energia utile è negativa (ci vuole più energia per avviare la reazione di quella che si ottiene da essa) quindi l'energia totale è un risultato netto negativo. Per un guadagno complessivo nel risultato netto, si veda la reazione esoergonica. Un altro modo per esprimerlo è che l'energia utile deve essere assorbita dall'ambiente circostante nel sistema funzionante affinché la reazione avvenga.
{\displaystyle K=e^{-{\frac {\Delta G^{\circ }}{RT}}}}
In condizioni di temperatura e pressione costanti, ciò significa che la variazione dell'energia libera di Gibbs standard risulta positiva,
{\displaystyle K<1\,}
per la reazione in condizioni standard (cioè a pressione = 1 bar e concentrazioni standard = 1 molare di tutti i reagenti).
{\displaystyle \Delta G=\Delta H-T\cdot \Delta S}
Nel metabolismo, un processo endoergonico è anabolico, il che significa che l'energia viene immagazzinata; in molti di questi processi anabolici l'energia viene fornita accoppiando la reazione all'adenosina trifosfato (ATP) e conseguentemente producendo un fosfato organico ad alta energia, caricato negativamente, e adenosina difosfato (ADP) positivo.
{\displaystyle \Delta _{\mathrm {R} }G<0}

Equilibrio costante

{\displaystyle \Delta _{\mathrm {R} }G>0}
La costante di equilibrio per la reazione è correlata all'energia Δ G ° dalla relazione:
{\displaystyle \Delta _{\mathrm {R} }G}
dove T è la temperatura assoluta e R è la costante dei gas. Un valore positivo di Δ G ° implica quindi:
in modo che a partire da quantità stechiometriche molari una tale reazione si muoverebbe all'indietro verso l'equilibrio, non in avanti. Tuttavia, le reazioni endoergoniche sono abbastanza comuni in natura, specialmente in biochimica e fisiologia. Esempi di reazioni endoergoniche nelle cellule includono la sintesi proteica e la pompa Na + / K + che guida la conduzione nervosa e la contrazione muscolare.

Energia libera di Gibbs per reazioni endoergoniche

Tutti i sistemi fisici e chimici nell'universo seguono la seconda legge della termodinamica e procedono in direzione discendente, cioè in maniera esoergonica. Quindi, lasciato a se stesso, qualsiasi sistema fisico o chimico procederà, secondo la seconda legge della termodinamica, in una direzione che tende ad abbassare l'energia libera del sistema, e quindi a consumare energia sotto forma di lavoro. Queste reazioni si verificano spontaneamente. Una reazione chimica è endoergonica quando non spontanea. Quindi in questo tipo di reazione l'energia libera di Gibbs aumenta. L'entropia è inclusa in ogni variazione dell'energia libera di Gibbs. Ciò differisce da una reazione endotermica in cui l'entropia non è inclusa. L'energia libera di Gibbs viene calcolata con l'equazione di Gibbs – Helmholtz: dove: Una reazione chimica progredisce in modo non spontaneo quando l'energia libera di Gibbs aumenta, ovvero quando il Δ G è positivo. Nelle reazioni esoergoniche il Δ G è negativo e nelle reazioni endoergoniche il ΔG è positivo: dove:

Voci correlate


Ladytron

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Ladytron

I Ladytron sono un gruppo musicale britannico, formato a Liverpool, Inghilterra, nel 1999. Il gruppo ha preso il nome dall'omonima canzone dei Roxy Music, presente nel loro album di debutto del 1972.

Storia

Esordi e 604

I produttori e DJ Daniel Hunt e Reuben Wu si sono incontrati a Liverpool negli anni novanta. Hunt aveva fondato una label indipendente e gestiva un locale, mentre Wu lavorava presso l'università di Sheffield come designer. Con lo pseudonimo Ladytron, i due realizzano il singolo He Took Her to a Move, cantato da Lisa Eriksson (che farà poi parte dei Techno Squirrels) e pubblicato nel luglio 1999.
Nell'estate 1999 Hunt e Wu conoscono le studentesse Helen Marnie (scozzese) e Mira Arojo (bulgara, poi dottoressa in genetica), che entrano nel gruppo come cantanti e tastieriste. Nel dicembre 1999 il gruppo pubblica l'EP Miss Back and Her Friends solo in Giappone. Questo EP è seguito da Commodore Rock (giugno 2000) e Mu-Tron EP (ottobre 2000). Quasi tutte le tracce che costituiscono questi EP verranno inserite successivamente nell'album discografico di debutto dei Ladytron. Il 6 febbraio 2001 il gruppo pubblica l'album 604 attraverso l'etichetta statunitense Emperor Norton. Il disco viene pubblicato anche in Europa e Stati Uniti da diverse etichette. L'album, scritto per la maggior parte da Daniel Hunt, è stato coprodotto dallo stesso Hunt con Lance Thomas. I singoli estratti sono He Took Her to a Movie, Playgirl e The Way That I Found You. Per tutto il 2001 il gruppo si esibisce dal vivo e partecipa a diversi festival anche in Spagna (Festival Internacional de Benicàssim), Francia (La Route du Rock) e Regno Unito (Reading Festival). Inoltre la band apre i concerti dei Soulwax nel Regno Unito. Nell'ottobre 2001 viene pubblicata la compilation Reproductions: Songs of The Human League, che include il brano Oper Your Heart degli Human League interpretato dai Ladytron.

Light & Magic e Witching Hour

Il secondo album Light & Magic viene pubblicato il 17 settembre 2002 in Regno Unito e Stati Uniti e, nel giro di alcuni mesi, anche nel resto d'Europa e in Giappone. In questo disco lo stile del gruppo si fa più dark rispetto al precedente. L'album è stato scritto e prodotto a Los Angeles con la collaborazione di Mickey Petralia. Le canzoni più conosciute estratte da Light & Magic sono Seventeen, Blue Jeans e Evil.
Helen Marnie
Nel 2003 partecipano alla compilation Softcore Jukebox con due brani: il remix della loro Blue Jeans e la cover di Oops (Oh My) di Tweet. Sempre nel 2003 il gruppo è "open act" di Björk. Nel periodo settembre-ottobre 2004 il gruppo si esibisce per alcune date in Cina. Il terzo album in studio, Witching Hour, è quello più acclamato dalla critica. Esso esce il 3 ottobre 2005 per la Island Records e, come per i precedenti, sarà distribuito in diversi Paesi sotto diverse etichette. L'album è stato registrato presso gli Elevator Studios di Liverpool e prodotto dagli stessi Ladytron con Jim Abbiss. Inoltre si avvale della collaborazione di diversi musicisti, tra cui Pop Levi (basso) e Keith York (batteria). Le canzoni Sugar, Destroy Everything You Touch, International Dateline, Weekend e Soft Power vengono estratte come singoli. Senza una precisa etichetta di supporto, il gruppo affronta un tour ricco di date e di seguito lungo circa due anni, e che include tappe in Nord e Sud America ed Europa. Nel 2007, inoltre, il gruppo si esibisce in Europa aprendo i concerti dei Nine Inch Nails. Nel 2006 vede la luce Extended Play, un doppio EP/DVD contenente materiale riarrangiato, remix e B-side, nonché un documentario, intitolato Once Upon a Time in the East: Ladytron in China, che documenta i concerti del gruppo tenutisi in Cina nel 2004. Nello stesso anno (2006) il gruppo registra The Harmonium Sessions, disco contenente quattro canzoni suonate in unplugged. Verso la fine del 2007 il gruppo firma un contratto con la Nettwerk.

Velocifero e la raccolta

Mira Arojo
Il 2 giugno 2008 viene pubblicato l'album Velocifero (Nettwerk), registrato a Parigi con l'ausilio di Alessandro Cortini (Nine Inch Nails, Modwheelmood) e Vicarious Bliss. Dal disco vengono estratti i singoli Ghosts, Runaway e Tomorrow. In seguito il gruppo compone tre tracce per la colonna sonora del videogioco The Sims 3. Nell'aprile 2009 la Nettwerk pubblica la compilation di remix Velocifero (Remixed & Rare). Nel 2009 il gruppo si esibisce in alcune date con The Faint, Brian Eno. Sempre nel 2009 viene pubblicato il disco autoprodotto Live at London Astoria 16.07.08. Nel periodo immediatamente seguente, i Ladytron lavorano con Christina Aguilera, collaborando a diversi brani inseriti nell'edizione deluxe dell'album Bionic (pubblicato nel giugno 2010). Inoltre il gruppo realizza un brano (Ace of Hz) che viene inserito nella colonna sonora del videogioco FIFA 11 e che viene pubblicato come singolo in formato digitale il 30 novembre 2010. L'11 gennaio 2011, invece, viene distribuito l'EP Ace of Hz, contenente sei tracce. Il 28 marzo 2011 il gruppo pubblica la raccolta Best of 00-10, che include 17 tracce (nell'edizione standard) tra cui un inedito, ossia la cover dei Death in June Little Black Angel. Sempre nel 2011 vengono pubblicati Best of Remixes e Best of 00-10 Videos.
Daniel Hunt
Nel periodo aprile-luglio 2011 il gruppo intraprende un tour che vanta tappe in Russia, Europa e Cina. Il 20 dicembre 2011 vengono pubblicate altre tre compilation di remix.

Gravity the Seducer

Il quinto album in studio del gruppo viene pubblicato nel Regno Unito il 12 settembre 2011. Si tratta di Gravity the Seducer. L'album viene realizzato nelle campagne di Kent ed è prodotto insieme a Barny Barnicott (Kasabian, Arctic Monkeys). Il primo singolo estratto da Gravity the Seducer (escludendo Ace of Hz) è White Elefant, diffuso il 17 maggio 2011 e accompagnato da un videoclip pubblicato su YouTube nel luglio seguente. Viene anche estratto il brano Mirage (8 agosto, video l'11 novembre 2011). Nel periodo settembre-dicembre 2011 il gruppo si esibisce in un tour che tocca Stati Uniti, Canada, Messico, Brasile, Cile, Thailandia, Indonesia e Singapore. Nei concerti relativi al Nord America, il gruppo è supportato da SONOIO, VHS or Beta e Geographer. Viene poi realizzato il brano Tesla, facente parte della colonna sonora del videogame The Sims 3: Supernatural. Nel 2012 Helen Marnie intraprende la carriera solista come Marnie: pubblica infatti l'album Crystal World nel giugno 2013 (PledgeMusic). Il disco è stato prodotto a Reykjavík con il supporto del suo compagno di band Daniel Hunt e del musicista islandese Barði Jóhannsson.
Reuben Wu
Il 29 novembre 2013 i Ladytron pubblicano l'album di remix Gravity the Seducer Remixed.

L'eponimo album

Dopo un lungo periodo di tempo in cui i componenti della band si sono dedicati ad altri progetti artistici (Helen Marnie ha pubblicato due album da solista), il 1º febbraio 2019 il gruppo pubblica l'eponimo album Ladytron, il sesto in studio.

Altre attività

I diversi membri del gruppo sono attivi in maniera autonoma come DJ. Inoltre i Ladytron hanno remixato brani di e per diversi artisti come David Gahan, Goldfrapp, Placebo, Gang of Four, Blondie, Christina Aguilera, Bloc Party, Kings of Convenience, Indochine, She Wants Revenge, Nine Inch Nails e Soulwax. Come già citato, Helen Marnie ha pubblicato un album solista (Crystal World) nel 2013, anticipato dal video di The Hunter.
Daniel Hunt ha lavorato sulle colonne sonore di diversi film, tra cui Would You Rather, ed ha prodotto Crystal World di Marnie, oltre a Marina Gasolina e Niue. Reuben Wu è attivo anche come fotografo. A tal proposito, nel 2011 ha pubblicato un libro di foto scattate prevalentemente in Norvegia. Nel 2010 ha lavorato con gli Electric Six per l'album Zodiac. Hunt e Wu, insieme a DJ Revo, gestiscono un locale chiamato Evol a Liverpool, aperto nel settembre 2003. Mira Arojo ha collaborato con la band indie pop The Projects (in Don't Eat Meat) e con John Foxx & The Maths (in Watching a Building on Fire). I Ladytron, infine, hanno lavorato come produttori ed autori per due brani (Birds of Prey e Little Dreamer) inseriti nell'edizione 2011 dell'album Bionic di Christina Aguilera.

Formazione

Stile ed elementi musicali

 
Il sound del gruppo combina electro pop ed elementi di new wave e shoegaze. Sono frequenti anche i duetti (generalmente tra Marnie e Arojo) e i brani strumentali. I Ladytron mescolano elementi di genere elettronico. I loro concerti dal vivo si basano sia su chitarre e percussioni, che su strumenti elettronici. Diversamente da altri artisti elettronici, evitano l'utilizzo di campionamenti nei loro spettacoli, mentre suonano tutto dal vivo con i sintetizzatori, similmente agli Human League, che sono tra i loro gruppi ispiratori. I loro testi sono spesso oscuri, dominati da racconti di vita quotidiana, e alcune volte sono in bulgaro, lingua di Mira Arojo, componente della band. La loro prima esperienza discografica, il singolo He Took Her to a Movie, era con una cantante diversa, mentre tutto il resto del materiale del loro primo disco, dal titolo 604, era eseguito dalle attuali cantanti. Fino ad oggi, obbiettivo dei musicisti è stato mantenere l'equilibrio tra le strutture pop e un suono retro, contemporaneamente a inclinazioni molto più sperimentali.

Strumenti

Durante i concerti, il gruppo utilizza sintetizzatori d'epoca, tra cui un Korg MS-10 e un MS-20, un Roland SH-2 e quattro MS-2000B, che sono rielaborazioni moderne per quanto riguarda la tecnologia, ma carrozzati come gli originali. Questi ultimi sono soprannominati Babylon, Ulysses, Gloria e Cleopatra, e i nomi sono scritti a grandi caratteri bianchi sul retro: Hunt spiega che è solo un accorgimento tecnico, per riconoscere gli strumenti in fase di sound check.

Discografia parziale

Album in studio

Album dal vivo

Raccolte

EP

Singoli

Videografia

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Anne Archer

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Anne Archer

Anne Archer (Los Angeles, 24 agosto 1947) è un'attrice statunitense, candidata ai Premi Oscar 1988 come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in Attrazione fatale.
Niente fonti!

Biografia

Figlia degli attori John Archer e Marjorie Lord, ha un fratello, Gregg. I suoi genitori divorziarono quando lei aveva sei anni. Nel 1978 recita in Taverna Paradiso e Commando Black Tigers, rispettivamente al fianco di Sylvester Stallone e Chuck Norris, mentre nel 1987 interpreta il ruolo della moglie di Michael Douglas in Attrazione fatale. È nota, inoltre, per le sue interpretazioni nei film Giochi di potere (1992) e Sotto il segno del pericolo (1994), in entrambi i quali recita al fianco di Harrison Ford.

Vita privata

Abbozzo attori statunitensi
È stata sposata dal 1969 al 1977 con l'uomo d'affari William Davis da cui ha avuto un figlio, Tommy, nato nel 1972. Dal 1978 è sposata con il produttore Terry Jastrow, da cui ha avuto un altro figlio, Jeffrey Tucker, nato nel 1984.

Filmografia parziale

Cinema

Televisione

Riconoscimenti

Doppiatrici italiane

Nelle versioni in italiano dei suoi film, Anne Archer è stata doppiata da:

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Elezioni politiche in Italia del 1924

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Elezioni politiche in Italia del 1924

Le elezioni politiche in Italia del 1924 per l'elezione della Camera dei deputati si svolsero il 6 aprile 1924. Furono le ultime elezioni multi-partitiche a sovranità popolare svoltesi in Italia prima dell'avvento della dittatura fascista.
1 - Monte Etna con le parole Patria Lavoro Libertà

Contesto storico

2 - Bandiera nazionale con scudo sabaudo
La frammentazione elettorale delle precedenti elezioni (del 1921) spinse il Partito Nazionale Fascista a presentare un progetto di legge elettorale in nome della governabilità.
3 - Sole nascente con le parole Libertà e Socialismo
La cosiddetta legge Acerbo (n. 2444 del 18 novembre 1923), un proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza, fu approvata in un clima intimidatorio come dimostra il discorso di Filippo Turati:
4 - Aquila romana con fascio littorio. Simbolo della Lista Nazionale Bis
5 - Scudo crociato con la parola Libertas
«Sotto l'intimidazione non si legifera; non si legifera tra i fucili spianati e con la minaccia incombente delle mitragliatrici [...] Una legge, la cui approvazione vi è consigliata dai 300 mila moschetti dell'esercito di dio e del suo nuovo profeta, non può essere che la legge di tutte le paure e di tutte le viltà. Quindi non sarà mai una legge. Voi continuate a baloccarvi, signori del Governo, in quella quadratura del circolo che è l'abbinamento del consenso e della forza. Or questo è l'assurdo degli assurdi. O la forza o il consenso. Dovete scegliere. La forza non crea il consenso, il consenso non ha bisogno della forza, a vicenda le due cose si escludono.»
6 - Orologio
(Filippo Turati, 15 luglio 1923[1])La campagna elettorale e le elezioni furono segnate da un clima di intimidazione e da ripetute violenze da parte dei sostenitori del Partito Nazionale Fascista, denunciate nella seduta parlamentare del 30 maggio dal segretario socialista Matteotti.
7 - Fiaccola e lettere D. S.

Diritto di voto

8 - Stella nera a cinque punte
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9 - Bilancia
Percentuale degli elettori rispetto ai residenti.Non avevano diritto di voto le cittadine maggiorenni di sesso femminile. Erano temporaneamente privati del diritto di voto sottufficiali e soldati dell'Esercito, della Marina e dei corpi organizzati militarmente per servizio dello Stato.
10 - Vanga entro corona d

Candidati

11 - Stella a cinque punte bianca, raggiata
Alla consultazione parteciparono 23 liste con 1306 candidati, di cui 346 erano deputati uscenti e 41 avevano esercitato il loro mandato nel corso della XXV Legislatura.
12 - Gnafalio e foglia di tiglio
Oltre alla Lista Nazionale (nota anche come "listone") e alla Lista Nazionale bis, si presentarono sette liste liberali e quattro liste democratiche di opposizione, due liste socialiste, due liste autonomiste (slavi-tedeschi e sardisti) e una lista ciascuna per popolari, comunisti, repubblicani, demosociali ed agrari. Solo tre liste si presentavano in tutto il regno: Lista Nazionale, PPI e PSU.
13 - Cavallo

Simboli

14 - Aquila sormontata da una stella a cinque punte raggiata
Di seguito sono rappresentati i simboli delle liste, nell'ordine sopra descritto.
15 - Tre spighe, due grappoli d

Modalità di voto

16 - Stemma della città di Bari
Con la nuova legge elettorale era introdotta la scheda di Stato (sostituendo la precedente busta di Stato) stampata su carta bianca, che riportava i contrassegni delle liste ammesse per le votazioni nella circoscrizione.
17 - Bandiera sarda con quattro mori
L'elettore poteva esprimere il proprio voto tracciando un segno sul simbolo della lista prescelta; poteva anche esprimere il voto di preferenza per tre candidati se nella circoscrizione erano eletti più di 20 deputati oppure per due candidati nelle altre circoscrizioni.
18 - Bandiera nazionale con scudo sabaudo

Risultati

19 - Falce e martello con il sol dell
In base alla nuova legge elettorale (legge 18 novembre 1923 n. 2444, nota come "legge Acerbo"), alla lista più votata a livello nazionale - purché avesse almeno il 25% dei voti validi - venivano assegnati i 2/3 dei seggi in tutte le circoscrizioni (ciò significava l'elezione in blocco di tutti i candidati della lista, essendo essi 356), mentre gli scranni rimanenti erano assegnati alle altre liste in proporzione ai voti ottenuti e secondo ordine di preferenza personale.
20 - David fromboliere
Il "listone", al quale spettavano 356 seggi, a causa della morte di uno dei propri candidati (Giuseppe de Nava) perse un seggio nella circoscrizione Calabria e Basilicata; il seggio fu inizialmente assegnato a Fausto Gullo del Partito Comunista, ma nella seduta parlamentare del 17 dicembre 1924 la Camera approvò la decisione della Giunta delle elezioni per l'elezione del deputato Nicola Siles del Partito Popolare Italiano.[2] Il numero di deputati del Partito Comunista e quello dei deputati del Partito Popolare passarono rispettivamente da 19 a 18 e da 39 a 40.
21 - Fascio littorio Simbolo della Lista Nazionale

Risultati per circoscrizione

22 - Bandiera nazionale con corona reale

Partecipazione al voto

23 - Falce, martello e libro
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Percentuale dei votanti rispetto al numero degli aventi diritto al voto.

Eletti

I 531 inizialmente eletti (4 deputati furono eletti in due circoscrizioni) comprendevano:
Si riporta l'attribuzione finale dei seggi, per partito, alla Camera.

La contestazione dei risultati e l'omicidio di Matteotti

Il 30 maggio 1924, al momento di convalidare le decisioni della Giunta delle elezioni, diversi parlamentari di minoranza segnalarono proteste per le modalità di voto in alcune circoscrizioni (Abruzzi, Campania, Calabria, Puglie e Sicilia) e fu presentata una richiesta degli onorevoli Labriola, Matteotti e Presutti per il rinvio degli atti alla Giunta.
«Data la unicità del collegio, l'annullamento delle elezioni in una circoscrizione evidentemente avrebbe per conseguenza la nullità di tutte le elezioni.»
(Presutti, 30 maggio 1924[6])
«Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso.»
(Matteotti, 30 maggio 1924[6])La richiesta fu negata dalla Camera e fu approvata in blocco l'elezione dei componenti la maggioranza. In seguito al celebre discorso di denuncia dei brogli, Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, fu rapito e assassinato da una squadra fascista: essa era capeggiata da Amerigo Dumini ed al suo interno vi era un elemento per il cui arruolamento "era stato indispensabile addirittura scomodare Marinelli e De Bono e chiamare in causa il ministro dell'interno Mussolini"[7]. Il corpo di Matteotti fu ritrovato circa due mesi dopo.
«Le elezioni del 6 aprile avevano dimostrato chiaramente come il fascismo fosse una minoranza infima della popolazione, anche se la forza armata aveva procurato al fascismo milioni di schede e 400 deputati alla Camera. La fulminea crisi in cui il fascismo piombò, dopo che la scomparsa dell'on. Matteotti fu conosciuta dal pubblico, non era un fenomeno imprevisto e imprevedibile: essa era legata alla situazione generale, carattere del regime fascista, allo stato d'animo diffuso nelle masse popolari e rivelato dalle elezioni del 6 aprile»
(Da un editoriale non firmato, attribuito ad Antonio Gramsci[8])

Note

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

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How Soon Is Now?

Indice

How Soon Is Now?

How Soon Is Now? è un singolo del gruppo musicale britannico The Smiths, pubblicato il 1º febbraio 1985 come terzo estratto dalla prima raccolta Hatful of Hollow.

Descrizione

Il brano, originariamente uscito un anno prima come b-side di William, It Was Really Nothing, venne poi pubblicato come singolo, il 1º febbraio 1985 dalla Rough Trade, raggiungendo la posizione numero 24 nella UK Singles Chart, la classifica inglese di vendite. Il brano è contenuto anche in alcune versioni dell'album Meat Is Murder. Johnny Marr compose la melodia di How Soon Is Now?, insieme a quella di William, It Was Really Nothing e Please, Please, Please Let Me Get What I Want, durante un periodo di quattro giorni nel giugno 1984.[4] Quando la band entrò poi in sala (al Jam Studios di Londra) per registrare il tutto, nel luglio seguente, il produttore John Porter rimase subito colpito dal riff che Marr gli mostrò, ma sentiva che ci fosse bisogno anche di qualcos'altro e, nella discussione che ne seguì, i due iniziarono a parlare delle prime registrazioni di Elvis Presley, per poi eseguire, nella jam session che venne subito dopo improvvisata, una versione del classico That's All Right. Durante la stessa jam, Marr iniziò a lavorare su una progressione di accordi che, di lì a poco, sarebbe diventata quella di How Soon Is Now?.[4]
A lavoro concluso, Geoff Travis, proprietario della Rough Trade, ascoltò la registrazione e pensò subito che il brano fosse troppo poco rappresentativo del suono degli Smiths per essere pubblicato come singolo. Nonostante le pressioni di Porter, per salvare la canzone e tenerla per un'uscita successiva come lato A, il brano quindi venne incluso come B-side sul 12" del singolo William, It Was Really Nothing, pubblicato nel mese di agosto del 1984.[5] Come ricorda Porter, intervistato da Q Magazine, anni dopo: "Ognuno era un po' sbronzo, dalla sera prima. Non so quello che era successo. Avevano William It Was praticamente fatta, così l'abbiamo messa giù molto velocemente. E Johnny (Marr, ndr) mi ha suonato un po' di sequenze di accordi che ho pensato fossero interessanti, molto carine. E mi sembra di ricordare che gli dicevo: Suona That's All Right sapete, il vecchio classico di Arthur Crudup. Suonalo come te lo ricordi. Così fece. E quindi dissi: Bene, ora suona la stessa sequenza di accordi due ottave sotto rispetto a come l'hai fatta. Fecero tre takes. Ma non penso che Morrissey fosse lì. Poi l'ho spedito, o qualcuno l'ha spedito via posta a Morrissey quella notte stessa e poi lui è venuto il giorno dopo con i suoi appunti e l'ha cantata, forse una o due volte. Ed era fatta! E poi ho pensato: bene, bene, ora stiamo iniziando a muoverci in seconda marcia. Ora abbiamo qualcosa che possiamo vendere in America. Ora abbiamo una band che potrebbe essere come i REM sono adesso. Eravamo tutti molto eccitati. La sera stessa ho chiamato Scott e lui è venuto giù e gli è subito piaciuta. Disse: Sì! Fantastica! e si e preso il nastro. Poi siamo tornati alla Rough Trade e a Geoff (Travis, ndr) non piacque proprio. La cosa mi smontò del tutto. E poi non hanno fatto altro che pubblicarla come una fottuta B-side. Voglio dire, l'hanno uccisa del tutto!"[6] Le radio britanniche iniziarono quasi subito a trasmettere la canzone e, in autunno, divenne addirittura il brano più richiesto nel popolare show radiofonico di John Peel e quindi, il 28 gennaio 1985, venne finalmente pubblicato come singolo. "Hanno fatto delle campagne di marketing disastrose che sono state veramente molto invalidanti per noi" ricorda Morrissey intervistato da Creem "come per esempio l'uscita dell'ultimo singolo How Soon Is Now? che è stato pubblicato con una copertina aberrante. E il tempo e la dedizione che abbiamo messo in quell'artwork...ero in lacrime quando abbiamo finalmente visto il disco. Per non parlare poi del video che hanno fatto. Aveva assolutamente nulla a che fare con gli Smiths. Naturalmente siamo stati inondati di lettere di amici americani molto angosciati che ci chiedevano Perché mai avete fatto questo cavolo di video? La Sire fece quel video e quando lo abbiamo visto abbiamo detto all'etichetta: Non potete far uscire questo... questo video degradante. E loro risposero: Be', allora voi non dovreste essere nella nostra etichetta. È stato tutto abbastanza disastroso."[7] A seguito poi dell'acquisizione del catalogo Rough Trade da parte della WEA, How Soon Is Now? venne di nuovo pubblicato come singolo nel Regno Unito, nel settembre 1992, raggiungendo la posizione numero 16 nella Official Singles Chart. How Soon Is Now? può essere indubbiamente considerata come la canzone più famosa degli Smiths, coi lunghi intervalli strumentali fra le varie parti vocali di Morrissey e con un sound unico dovuto, soprattutto, ad particolare effetto vibrato della chitarra di Marr che è stato paragonato a quello utilizzato nella canzone Mona, originariamente interpretata da Bo Diddley e, successivamente, anche dai Rolling Stones. Durante la registrazione, infatti, Marr creò un particolare effetto di oscillazione di volume elettricamente indotto che poi usò, sulla sua chitarra, per l'intera canzone e che ancora oggi ne è il suo tratto distintivo. L'effetto è quello di un accordo suonato che rimbalza avanti e indietro sulla scala del volume e che lo stesso Marr dovette poi affinare mascherando i vari cambi di volume, come raccontato dal chitarrista, intervistato da Guitar Player, nel 1990: "Il suono vibrato è incredibile, e ci volle molto tempo. Ho messo giù la traccia ritmica su una Epiphone Casino attraverso un amplificatore Fender Twin Reverb, senza vibrato. Poi abbiamo fatto suonare la traccia attraverso quattro Twin"[8].

Testo

 
Immediatamente dopo la registrazione della base musicale, il produttore Porter, inviò a Morrissey un demo con una versione grezza del brano. Il mattino seguente, il cantante arrivò in studio già con delle rime appuntate nel suo taccuino che, nel giro di poche ore, diventarono il testo del brano. La canzone, che in realtà contiene una sola strofa (più un ritornello e un bridge) che si ripete due volte, racconta la storia di un individuo che non riesce a vincere la sua atavica timidezza ("I am the son, and the heir, of a shyness that is criminally vulgar / I am the son and heir, of nothing in particular), ed è una citazione adattata di un passo del romanzo Middlemarch della scrittrice britannica George Eliot ("To be born the son of a Middlemarch manufacturer, and inevitable heir to nothing in particular").

Copertina

La copertina del singolo originale ritrae l'attore britannico Sean Barrett ripreso in un momento di preghiera, tratta dal film Dunkirk, diretto da Leslie Norman nel 1958. La posa fu ritenuta troppo simile a un gesto osceno e per questo motivo negli Stati Uniti le copertine vennero censurate[9] e sostituite con un artwork e una fotografia della band realizzata nel backstage del Glastonbury Festival, nel 1984.[10] La ristampa del 1992, invece, ritrae una foto di Vanessa Redgrave e David Hemmings tratta dal film Blow-up, diretto da Michelangelo Antonioni ed uscito nel 1966.[11]

Versione “unfinished”

Nel retro dell’edizione italiana del singolo 12” William, It Was Really Nothing (Virgin VINX71)[12] venne pubblicata per errore una versione non finita e più lunga di How Soon Is Now?, in molte parti diversa da quella definitiva, sia nell’arrangiamento che nel testo. Poche centinaia di copie vennero inviate ai negozi prima che alla Virgin si accorgessero dell’errore, bloccando la distribuzione, facendo così diventare questo singolo uno dei più rari e costosi della produzione degli Smiths.[13]

Video musicale

Il videoclip, diretto da Paula Grief and Richard Levine e realizzato senza la supervisione della band, mostra alcune immagini di un concerto degli Smiths, montati con del materiale di repertorio di una ragazza che balla e di scorci di una città industriale.[14][15]

Tracce

Ristampa 1992

Formazione

Cover

How Soon Is Now? è stata reinterpretata, nel corso degli anni, da numerosi artisti: la band hardcore americana Quicksand ha incluso una sua versione del brano nell'album Slip, uscito nel 1993; la cover realizzata dagli Snake River Conspiracy, contenuta anche nel loro album Sonic Jihad del 2000, ha addirittura raggiunto la posizione numero 38 della Alternative Airplay stilata dalla rivista Billboard; il duo pop t.A.T.u. ha reinterpretato il brano nel 2002, all'interno dell'album 200 km/h in the Wrong Lane, versione che lo stesso Morrissey ha giudicato "magnifica"[16]; un campione dell'intro di chitarra del brano è stato usato dal trio pop inglese Soho, nel 1990, nel loro brano Hippychick; la versione più conosciuta è quella realizzata nel 1995 dai Love Spit Love usata come sigla d'apertura del telefilm Streghe e nella colonna sonora del film Giovani streghe.[17]

Note

Collegamenti esterni


Federazione Italiana Sport Orientamento

Indice

Federazione Italiana Sport Orientamento

La Federazione Italiana Sport Orientamento (o F.I.S.O.) è disciplina associata al CONI.

Storia

In Italia l'orientamento vede un primo sostegno dai gruppi sportivi militari che, negli anni '50, cartografano la zona di Monticolo (in provincia di Bolzano, sono famosi i Laghi di Monticolo) e vi disputano il "Trofeo Buffa". La prima vera competizione di corsa orientamento si svolse il 6 dicembre 1967 nel Lazio, la gara voluta dalla Società sportiva ENEA Casaccia fu organizzata da Sergio Grifoni. In seguito, grazie all'impulso di Vladimir Pacl, l'orientamento prende piede anche in Trentino. Poco dopo nasce il Comitato Trentino di Orientamento (CTO). Istituito il 26 ottobre 1975, come primo atto ufficiale, ospita una riunione della Commissione Promozione e Propaganda dell'IOF a Trento dal 13 al 15 novembre 1975. Il Comitato Trentino viene poi trasformato in C.I.S.O. ovvero Comitato Italiano Sport Orientamento, attivo inizialmente solo nella regione Trentino. Nel 1976 la cartina militare di Ronzone diventa una vera carta da orientamento e in questo impianto cartografico si disputano i primi campionati italiani[1]. Lentamente l'orientamento prende piede su tutto il territorio nazionale e nel 1986 nasce la FISO, Federazione Italiana Sport Orientamento, con il riconoscimento del CONI, inizialmente come federazione associata alla Fidal poi come Federazione autonoma in seno al CONI, con lo status di DSA - Disciplina Associata. Tra gli eventi più importanti disputati in Italia si ricordano i campionati Mondiali Junior di corsa di orientamento di Castelrotto nel 1993[2]. Più recentemente si ricordano i Campionati Mondiali di Corsa Orientamento e Orientamento di Precisione (WOC/WTOC) nel 2014 in Trentino/Veneto, i Campionati Mondiali di Mountain Bike Orientamento (WMTBOC) nel 2011 in Veneto e gli Europei nel 2007 in Toscana, oltre ai Campionati Mondiali Junior di Corsa Orientamento (JWOC) nel 2009 in Trentino e i Campionati Mondiali Master (WMOC) del 2004 in Veneto e del 2013 in Piemonte. La FISO è anche affiliata alla Federazione Internazionale di Orientamento (International Orienteering Federation o IOF) e si impegna a organizzare periodicamente numerose manifestazioni di orientamento a livello internazionale (le manifestazioni locali sono organizzate dalle singole società).

Attività agonistica

Dagli anni ’80 ad oggi, l’attività Federale ha avuto un continuo sviluppo verso l’agonismo di eccellenza. Dal punto di vista agonistico i primi risultati più importanti sono arrivati nella disciplina dello Sci-orienteering dove Nicolò Corradini ha vinto ben 4 titoli mondiali tra il 1994 e il 2000, in Norvegia a Lillehammer, in Alta Val di Non ed in Russia.
Abbozzo
Nella disciplina della Corsa Orientamento l’atleta azzurro, di origine russa, Mikhail Mamleev ha strappato un bronzo ai Campionati Mondiali del 2009 in Ungheria. Più recentemente Riccardo Scalet, allora appena 18enne, ha conquistato un argento ai JWOC del 2014 in Bulgaria. Molte più soddisfazioni sono arrivate dalle altre due discipline. Nell'Orientamento di Precisione (Trail-O), dopo un primo titolo mondiale vinto da Roberta Falda nella categoria "Paralimpici" nel 2007, Michele Cera si è laureato campione del mondo "Open" nel 2015 in Croazia. Lo stesso Cera, in squadra con Remo Madella e Alessio Tenani, ha conquistato anche un titolo a staffetta agli Europei del 2016 in Repubblica Ceca. Anche nella Mountain Bike Orientamento, con i Mondiali in casa del 2011 a fare da volano per portare la squadra azzurra all'eccellenza (diversi medagliati sia Assoluti che Junior, come Laura Scaravonati e Riccardo Rossetto) si contano ben due titoli mondiali ottenuti da Luca Dallavalle, vincitore della prova sprint nel 2015 in Repubblica Ceca e della mass start nel 2017 in Lituania.

Scuola

In Italia l'orientamento, in particolare la corsa orientamento, è molto praticata anche a livello scolastico (Scuola secondaria di 1º e 2º Grado). Gli studenti competono a livello provinciale e regionale; per ciascuna regione si possono qualificare alla fase nazionale una squadra maschile ed una femminile ed un atleta individuale (sia maschile che femminile).

Presidenti

Segretari

Albo d'oro

Logo

Corsa orientamento

Campionato italiano sprint

Campionato italiano middle

Campionato italiano long

Campionato italiano di società

Coppa Italia bosco

Coppa Italia sprint (Sprint Race Tour)

MTB orientamento

Campionato italiano sprint

Campionato italiano middle

Campionato italiano long

Campionato italiano di società

Coppa Italia

Sci orientamento

Campionato italiano sprint

Campionato italiano middle

Campionato italiano long

Campionato italiano di società

Coppa Italia

Trail orientamento

Campionato italiano PreO

Campionato italiano TempO

Michele Cera

Campionato italiano di società

Coppa Italia

Note

Voci correlate

Collegamenti esterni


Augusto

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Augusto

Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus; nelle epigrafi: C·IVLIVS·C·F·CAESAR·IIIVIR·RPC[33]; Roma, 23 settembre 63 a.C.Nola, 19 agosto 14), nato come Gaio Ottavio (Gaius Octavius) con in seguito aggiunto l'agnomen di Turino (Thurinus)[34] e meglio conosciuto come Ottaviano e/o Augusto, è generalmente riconosciuto come il fondatore dell'Impero romano e primo imperatore di esso, per 40 anni, dal 27 a.C. al 14 d.C. Insieme a Marco Antonio e Marco Emilio Lepido fondò il secondo triumvirato, ottenendo il proconsolato sulle province di Sicilia, Sardegna e Corsica, Africa Vetus e Africa Nova. Con il ritiro di Lepido e gli accordi di Brindisi del 40 a.C. Ottaviano divenne proconsole in tutte le province occidentali (Sicilia, Sardegna e Corsica, Spagna Citeriore, Spagna Ulteriore, Gallia Narbonense, Gallia Cisalpina [con Illyricum settentrionale], Gallia Comata e Africa Nova) e in più ottenne in affidamento l'Italia. Nel 27 a.C. egli rimise le cariche nelle mani del Senato; in cambio ebbe un imperio proconsolare che lo rese capo dell'esercito e il Senato romano, dietro suggerimento di Lucio Munazio Planco, gli conferì il titolo onorifico di Augustus il 16 gennaio 27 a.C.,[35] cioè "degno di venerazione e di onore". Il suo nome ufficiale fu da quel momento Imperator Caesar Divi filius Augustus (nelle epigrafi IMPERATOR·CAESAR·DIVI·FILIVS·AVGVSTVS).[36]
Augusto volle essere identificato come l'artefice del ripristino della Repubblica, dei Costumi degli Antenati (mores) e, soprattutto, come il portatore della Pax Romana, cioè quel clima di pace e di ordine che imponeva su tutto l'impero di Roma le stesse leggi, la stessa lingua e un'unica economia. Questa idea di Roma come trionfatrice universale venne creata attraverso un uso accorto delle immagini, l'abbellimento della città, la tutela degli intellettuali che celebravano il principato, la riqualificazione del Senato e dell'ordine degli equites. La storiografia contemporanea si è occupata dell'eredità storica di Augusto, che ha bisogno di essere ridefinita dopo le iperboli del ventennio fascista.[37] Lo stesso Augusto ha voluto lasciare di sé un'immagine eroica nelle Res gestae, consapevolmente sostenne Virgilio in questa celebrazione nell'Eneide: durante la sua vita Augusto aveva evitato di attribuirsi appellativi divini, ma subito dopo la sua morte fu subito considerato figlio di Dio.[38] L'attributo "Augustus" indica un riconoscimento religioso e in seguito ebbe anche quello di "Princeps". Alcuni storici come Seneca il Vecchio, Lucio Anneo Seneca, Sallustio, Svetonio e Appiano indicano anche le proscrizioni, la conquista astuta del potere e la politica autocratica di Augusto. Augusto contribuì enormemente a fare di Roma la meraviglia dei secoli. Rimodellò l'Urbe lasciando la frase: "Ho trovato una città di mattoni, ne lascio una di marmo". In architettura Roma arrivò a uno splendore elevatissimo. Dal punto di vista amministrativo, le riforme di Augusto furono importanti e durature. Attribuì le province non pacificate a legati imperiali scelti da lui stesso, lasciando le altre a proconsoli di rango senatorio; tutti però rispondevano all'imperatore. Augusto tenne per sé l'Egitto, sotto il governo di un suo prefetto. Riformò il sistema fiscale e monetario. Riorganizzò l'amministrazione della città di Roma, attribuendo ad alti funzionari statali la cura dell'urbanistica, la responsabilità dell'approvvigionamento alimentare e la gestione delle acque.

Descrizione

Nel 23 a.C. gli fu riconosciuta la tribunicia potestas (che mantenne poi a vita[1]) e l'Imperium proconsulare a vita;[39] mentre nel 12 a.C. divenne Pontefice massimo con la morte di Marco Emilio Lepido.[4][40] Restò al potere sino alla morte e il suo principato fu il più lungo della Roma imperiale.[41][42]
«Ottenne magistrature e onori prima del tempo [legale]: alcune furono create appositamente per lui o gli furono attribuite in modo perpetuo.»
(SvetonioAugustus, 26)L'età di Augusto ha rappresentato un momento di svolta nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo repubblicano al principato. La rivoluzione dal vecchio al nuovo sistema politico contrassegnò anche la sfera economica, militare, amministrativa, giuridica e culturale. Augusto, nei decenni di principato, introdusse riforme d'importanza cruciale per i successivi tre secoli:[43]

Fonti e storiografia

Le principali fonti per la vita e il ruolo di Augusto e degli altri membri della famiglia imperiale sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari), oltre ad Appiano di Alessandria (Historia Romana), Aurelio Vittore (De Caesaribus), Cassio Dione (Historia Romana), Tacito (Annales), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) e lo stesso Augusto (Res gestae divi Augusti).

Nome

Nel corso della sua vita, Augusto ebbe modo di cambiare più volte il suo nome. Si riportano di seguito i nomi utilizzati nelle varie fasi della sua vita:

Aspetto fisico

Secondo quanto riportato da Gaio Svetonio Tranquillo nelle Vite dei Cesari, Augusto aveva occhi chiari e nitidi, denti piccoli e mal tenuti, capelli castano chiaro dorato leggermente ricci e tenuti corti, orecchie non troppo grandi e il naso dritto leggermente aquilino. Non era inoltre particolarmente alto, ma aveva comunque un corpo molto proporzionato.[63]

Biografia

Origini della sua famiglia

Era figlio di Gaio Ottavio, uomo d'affari che aveva ottenuto, primo della gens Octavia (ricca famiglia di Velitrae),[64][65] cariche pubbliche e un posto in Senato (era quindi un homo novus).[66] La madre, Azia maggiore, proveniva invece da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare sia con Gneo Pompeo Magno.[67] Azia era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare.[28]

Giovinezza (63-44 a.C.)

Nacque a Roma nove giorni prima delle Calende di ottobre prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («teste di bue»), dove dopo la sua morte venne costruito un santuario a lui dedicato.[25] Svetonio aggiunge che inizialmente abitò nei pressi del Foro Romano, sopra le "scale degli orefici", nella casa che era stata dell'oratore Gaio Licinio Calvo, nei pressi del colle Velia.[68] In seguito si trasferì sul Palatino, in una casa ugualmente modesta che era appartenuta al consolare e oratore Quinto Ortensio Ortalo, di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici piuttosto basse, erano di pietra del monte Albano, mentre nelle stanze non c'era né marmo, né mosaici. Dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma.[68]
Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, cui fu aggiunto Turino quando era fanciullo (Gaius Octavius Thurinus), soprannome in ricordo di suo padre Ottavio, vittorioso contro gli schiavi fuggitivi nella regione di Thurii.[69] Circa a quattro anni perse il padre (nel 59 a.C.). A dodici anni circa pronunciò l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia (nel 51 a.C.).[70] Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo secondo il quale, Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente. Nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Ottaviano, che lo zio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.[65] Quattro anni dopo all'età di sedici anni indossò la toga virile[65] e ottenne alcune ricompense militari in Africa, in occasione del trionfo del prozio Gaio Giulio Cesare, senza nemmeno aver partecipato alla guerra per la giovane età. Quando poi lo zio partì per la Spagna per combattere contro i figli di Pompeo, lo seguì, sebbene ancora convalescente da una grave malattia. Raggiunse Cesare con una scorta ridotta, dopo aver percorso strade infestate da nemici e dopo un naufragio. Si fece subito apprezzare dallo zio per il coraggio dimostrato. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo inviò ad Apollonia, dove poté dedicarsi allo studio.[70] Svetonio racconta che durante il soggiorno ad Apollonia, Ottaviano era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene. Fu Agrippa a consultarlo per primo, ricevendo splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Ottaviano, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, vi acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò. Per questo motivo Ottaviano ebbe così tanta fiducia nel suo destino che fece pubblicare il suo oroscopo e coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, suo ascendente: in epoca imperiale si dava più importanza a quest'ultimo piuttosto che al segno di nascita (Bilancia per Augusto).[65] Nel 44 a.C., in occasione della morte di Cesare, seppe di essere stato adottato per testamento dal prozio come figlio ed erede e, secondo la consuetudine, assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere come tradizione un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in -anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar).[69] Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali. Si narra che poco prima di venire assassinato, Cesare lo avesse nominato magister equitum in seconda,[71] accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti, inviandolo appena diciottenne ad Apollonia a verificare i preparativi per la futura guerra. È qui che Ottaviano fu informato dell'uccisione del prozio (15 marzo 44 a.C.); pur restando indeciso sul da farsi, se chiamare in aiuto le legioni orientali o lasciar perdere, preferì desistere da un'impresa tanto temeraria e tornare a Roma a reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare.[70] Ancora Svetonio racconta di un episodio curioso:
«Tornando da Apollonia a Roma, dopo la morte di Cesare, nel cielo limpido e puro apparve all'improvviso un cerchio, simile all'arcobaleno, che circondò il sole, mentre la tomba di Giulia, figlia di Cesare, fu colpita più volte da un fulmine. […] Tutti l'interpretarono come un presagio di grandezza e prosperità.»
(SvetonioAugustus, 95.)Giunto nella capitale rivendicò la sua eredità, nonostante le esitazioni di sua madre e l'opposizione del patrigno Lucio Marcio Filippo, ex console che aveva sposato la madre Azia dopo la morte del padre (59 a.C.)[70]
«Da questo momento, Ottaviano si procurò un esercito e governò la Res publica prima con Marco Antonio e Marco Lepido, poi per circa 12 anni con il solo Antonio (dal 42 al 30 a.C.), e infine per 44 anni da solo (dal 30 a.C. al 14).»
(SvetonioAugustus, 8)

Ascesa al potere (44-23 a.C.)

Come erede principale di Cesare, Ottaviano aveva diritto a tre quarti delle sue ricchezze. Informato dell'uccisione del prozio, decise di tornare a Roma per reclamare i suoi diritti di figlio adottivo. Assieme a lui erano stati nominati eredi Lucio Pinario e Quinto Pedio, a cui spettava il restante quarto del patrimonio di Cesare; solo Ottaviano, però, poté prendere, in quanto unico figlio adottivo, il nome del defunto, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Cesare lasciava, inoltre, agli abitanti di Roma trecento sesterzi ciascuno, oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (Horti Caesaris).[72] Svetonio sintetizzò il periodo che seguì delle guerre civili come segue:
«Augusto combatté cinque guerre civili: a Modena, a Filippi, a Perugia, in Sicilia e ad Azio. La prima e l'ultima contro Marco Antonio, la seconda contro Bruto e Cassio, la terza contro Lucio Antonio, fratello del triumviro, la quarta contro Sesto Pompeo, figlio di Gneo
(SvetonioAugustus, 9)

Erede di Cesare

Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, Ottaviano si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania.
«Ritenendo che la cosa più importante fosse quella di vendicare la morte di suo zio e di difendere ciò che aveva fatto, appena tornò da Apollonia, decise di essere estremamente duro con Bruto e Cassio, i quali non se lo aspettavano, e quando questi capirono di essere in pericolo, fuggirono; [allora Ottaviano] li perseguì con un'azione legale atta a farli condannare per omicidio.»
(SvetonioAugustus, 10)Ottaviano giunse a Roma il 21 maggio, dopo che i cesaricidi avevano già da più di un mese lasciato la città, grazie a un'amnistia concessa dal console superstite, Marco Antonio. Il giovane si affrettò a rivendicare il nome adottivo di Gaio Giulio Cesare, dichiarando pubblicamente di accettare l'eredità del padre e chiedendo pertanto di entrare in possesso dei beni familiari. Antonio, che in qualità di console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il controllo del patrimonio, procrastinò però il versamento adducendo la necessità di attendere che una lex curiata del Senato ratificasse il testamento del defunto. Ottaviano decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare al popolo le somme che Cesare aveva lasciato nel suo testamento e di eseguire i giochi per la vittoria di Farsalo. Ottenne così che molti dei cesariani si schierassero dalla sua parte contro Antonio, suo diretto avversario nella successione politica a Cesare.
Il Senato, e in particolare Marco Tullio Cicerone, che lo vedeva in quel momento come un principiante inesperto data la sua giovane età (e così Antonio che lo riteneva un ragazzo "di tutto debitore al nome" del padre),[73] pronto a essere manovrato dall'aristocrazia senatoria, e che apprezzava l'indebolimento della posizione di Antonio, approvò la ratifica del testamento, riconoscendo a Ottaviano lo status di erede legittimo di Giulio Cesare. Con il patrimonio di Cesare ora a sua disposizione, Ottaviano poté quindi reclutare in giugno un esercito privato di circa 3 000 veterani, garantendo a ciascuno di loro un salario di 500 denari, mentre Marco Antonio, ottenuta con legge speciale (lex de permutatione provinciarum) l'assegnazione - al termine del suo anno consolare - della Gallia cisalpina già affidata al propretore Decimo Bruto, si accingeva a portare guerra ai cesaricidi per recuperare il favore della fazione cesariana. In quest'occasione Cicerone scriveva ad Attico manifestando certezza sulla fedeltà di Ottaviano alla causa repubblicana, sicuro della possibilità di sfruttare le potenzialità di quel giovane rampollo per eliminare Antonio,[74] uscito indenne (con grave dispiacere dell'oratore) dalle Idi.[75] Tacito commenterà che in quell'occasione l'erede di Cesare simulò soltanto la fedeltà al partito neo-pompeiano comandato in quel momento da Cicerone, con l'idea - come si vedrà in seguito - di trarre profitto dalla situazione.[76] Frattanto Ottaviano, poiché i magistrati incaricati non osavano celebrare i Ludi per la vittoria del prozio Cesare, si occupò personalmente di organizzarli (dal 5 al 19 settembre 44 a.C.). In seguito, per riuscire a portare a termine altri suoi progetti, sebbene fosse patrizio ma non ancora senatore, si presentò come candidato per sostituire un tribuno della plebe, che era appena deceduto. La sua candidatura incontrò l'opposizione del console Marco Antonio, sul cui appoggio il giovane Ottaviano contava, ma che evidentemente aspirava a ottenere una grossa ricompensa. Questa prima incomprensione con Antonio lo indusse a passare dalla parte degli ottimati.[77]

Primo conflitto con Antonio (43 a.C.)

Quando nel mese di ottobre, l'appoggio del Senato a Ottaviano si fece più pressante, con Cicerone che tuonava con le sue Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano a novembre richiamò allora i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IV e la Martia, appena sbarcate. Fallito, per l'opposizione del Senato (Cicerone è infatti sicuro della fedeltà del giovane), il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l'autorità (in realtà sarà Antonio a essere indicato come nemico dello Stato avendo preso d'assedio illegalmente un legittimo propretore), il console decise allora di accelerare i tempi dell'occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l'anno successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto alla cessione della Cisalpina, Antonio, grazie al consenso del Senato, poté marciare su Modena, dove strinse d'assedio Bruto.[77]
Intanto Ottaviano, su consiglio di alcuni ottimati, provò ad assoldare alcuni sicari perché uccidessero Antonio, ma scoperto il suo tentativo, credendosi a sua volta in pericolo, arruolò una buona parte dei veterani di Cesare, facendo loro grandi largizioni per ottenerne il loro aiuto.[77] Il 1º gennaio 43 a.C., giorno dell'insediamento dei nuovi consoli Pansa e Irzio, il Senato decretò l'abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordinò a questi di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto. Ottenutone un netto rifiuto, i consoli vennero incaricati di marciare contro Antonio assieme a Ottaviano, cui venne conferito eccezionalmente l'imperium di pretore sì da legalizzare la condizione del suo esercito privato.[77] Il 14 aprile e il 21 aprile Antonio venne sconfitto nella battaglia di Forum Gallorum e nella battaglia di Modena, nelle quali, però, rimasero uccisi i due consoli Irzio e Pansa, Ottaviano prese parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all'interno del campo di Antonio e alla fine rimase unico comandante delle legioni repubblicane.[78]
«Durante il primo scontro, se dobbiamo credere a quanto scrive Antonio, Ottaviano si diede alla fuga e ricomparve due giorni dopo, senza il suo mantello di comandante ed il cavallo; ma nella seconda sappiamo che fece il suo dovere non solo come generale, ma anche come soldato: vedendo, nel mezzo della battaglia, che l'aquilifer della sua legione era ormai ferito gravemente, prese con sé l'aquila sulle spalle e la tenne con sé per il tempo necessario.»
(SvetonioAugustus, 10)Svetonio aggiunge che corse voce allora che fosse stato Ottaviano a far uccidere Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, poiché, una volta messo in fuga Antonio e tolti di mezzo entrambi i consoli, potesse rimanere unico padrone degli eserciti vincitori. Tanto è vero che da Cicerone apprendiamo che, al termine della battaglia di Forum Gallorum, Pansa si ritirò al campo ferito, ma ancora in vita.[79] Una lettera a Cicerone scritta da Servio Sulpicio Galba, testimone oculare della battaglia, tace su eventuali ferite a danno del console.[80] Nel resoconto appianeo l'altro console, Irzio, risulta invece morire durante l'assalto al campo di Antonio, ma questa notizia è sospetta in quanto è quasi certo che Appiano abbia attinto all'autobiografia perduta di Augusto.[81]
A ogni modo la morte di Pansa sembrò talmente sospetta che Glicone, il suo medico, fu messo in prigione con l'accusa di aver lavato la ferita con il veleno. Aquilio Nigro sostenne, infine, che nella confusione della battaglia l'altro console, Irzio, fu ucciso dallo stesso Augusto.[78] E quando venne a sapere che Antonio, dopo la sconfitta, era stato accolto da Marco Emilio Lepido e che anche altri comandanti, insieme ai loro eserciti, si stavano avvicinando al partito a lui avverso, abbandonò la causa degli ottimati.[82] La tesi del complotto di Ottaviano sembra essere sostenuta anche da Tacito, che scrive:
«… tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe; che aveva estorto il consolato a un senato riluttante e rivolto le armi, avute per combattere Antonio, contro lo stato…»
(Tacito, Annales, I, 10)Tornato a Roma con l'esercito, infatti, malgrado la giovane età (aveva soli vent'anni), Ottaviano si fece eleggere console suffectus[32] assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia contro i cesaricidi. In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, che, in fuga, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio. Svetonio racconta che:
«A vent'anni prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma (urbem) e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell'esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l'impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: "Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà".»
(SvetonioAugustus, 26)

Il secondo triumvirato (43-33 a.C.)

Dalla sua nuova posizione di forza, divenuto legalmente capo dello Stato romano, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei pressi di Bononia. Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre, tra lui, Antonio e Lepido[83] della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia, in cui veniva creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare".
«Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. […] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. […] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone, quando era proscritto.»
(SvetonioAugustus, 27)Il patto prevedeva la divisione dei territori romani: a Ottaviano toccarono Siria, Sardegna e Africa proconsolaris. I triunviri redassero delle liste di proscrizione, sull'esempio di Silla, contro gli oppositori di Cesare, che portarono alla confisca dei beni e all'uccisione di un gran numero di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone che pagò le Filippiche rivolte contro Antonio. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2 000 cavalieri ne seguirono la sorte. Si preparò nel contempo la guerra contro Bruto e Cassio e i cesaricidi. Tra questi fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui, raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita. Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25 000 denari agli uomini liberi, 10 000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione e della cittadinanza.
La battaglia di Filippi (42 a.C.)
«Mandai in esilio quelli che trucidarono mio padre punendo

il loro delitto con procedimenti legali; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.»

il loro delitto con procedimenti legali; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.»
(Augusto, Res gestae divi Augusti)Nell'ottobre del 42 a.C. Antonio e Ottaviano, lasciato Lepido al governo della capitale, si scontrarono con i cesaricidi Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino e li sconfissero in due scontri a Filippi, nella Macedonia orientale.[83] I due anticesariani trovarono la morte suicidandosi.[84] La battaglia fu vinta soprattutto per merito di Antonio e la parte di Ottaviano non fu certo gloriosa visto che Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis historia, afferma che "alla battaglia di Filippi [Ottaviano] cadde malato, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude" o come riferisce Svetonio "il suo campo venne preso dal nemico e riuscì a scappare a stento, rifugiandosi dalla parte dove si trovava l'esercito di Antonio".[83] La versione ufficiale fu che Ottaviano era stato esortato a fuggire in un sogno avuto dal suo medico.[85]
«Non fu certo moderato dopo la vittoria. Al contrario inviò a Roma la testa di Bruto affinché fosse gettata ai piedi della statua di Cesare; si accanì contro tutti i prigionieri nobili, riempiendoli di insulti; […] due prigionieri, padre e figlio, chiedevano la grazia di essere lasciati in vita, ma egli dispose che tirassero a sorte o giocassero alla morra per sapere chi dei due si sarebbe salvato. Poi assistette mentre morivano, poiché il padre, che si era offerto, venne sgozzato dallo stesso Ottaviano, mentre il figlio si suicidò. Ciò indusse tutti gli altri prigionieri […] quando vennero condotti al supplizio in catene, a salutare rispettosamente Antonio con il titolo di generale, non invece Ottaviano che ricoprirono dei più mostruosi insulti.»
(SvetonioAugustus, 13)Ottaviano, Antonio e Lepido trovandosi padroni, ora, dei territori orientali procedettero a una nuova spartizione delle province: a Lepido furono lasciate la Numidia e l'Africa proconsolaris, ad Antonio, la Gallia, la Transpadania e l'Oriente romano, a Ottaviano spettarono l'Italia, la Sicilia, l'Iberia, e la Sardegna e Corsica.
Primi contrasti (41-39 a.C.)
Successivamente nacquero i primi contrasti: Lucio Antonio, fratello di Antonio, nel 41 a.C. si ribellò a Ottaviano poiché pretendeva che anche ai veterani del fratello fossero distribuite terre in Italia (oltre ai 170 000 veterani di Ottaviano), ma fu sconfitto a Perugia nel 40 a.C. Svetonio racconta che durante l'assedio di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio non molto distante dalle mura cittadine, Ottaviano per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano compiuto una sortita dalla città.[86] Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello ma, dopo la sconfitta di quest'ultimo,[86] tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all'accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in Spagna come governatore).[67] Contemporaneamente a questi fatti, il legato di Antonio in Gallia, un certo Quinto Fufio Caleno, morì e le sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté appropriarsi di nuove province del rivale. Svetonio aggiunge:
«Dopo l'occupazione di Perugia, [Ottaviano] prese provvedimenti contro un gran numero di prigionieri e a chi chiedeva la grazia e di essere perdonato, rispose: «Si deve morire.» Altri dicono che, tra quelli che si erano arresi, ne scelse trecento tra i due ordini [senatorio ed equestre] e li mandò a morte per le idi di marzo, di fronte ad un altare posto in onore del divo Giulio. Altri ancora raccontano che Ottaviano prese le armi in accordo con Antonio, per smascherare gli avversari che si nascondevano, […] Dopo averli sconfitti, confiscò i loro beni per poter mantenere le promesse di donativa fatte ai veterani
(SvetonioAugustus, 15)Ottaviano a questo punto sposò Scribonia, parente di Sesto Pompeo: da questa donna, Ottaviano ebbe la sua unica figlia, Giulia.[29][67] In realtà, però, né l'intesa, né il matrimonio durarono a lungo. Nell'estate del 40 a.C. Ottaviano e Antonio vennero ad aperte ostilità: Antonio cercò di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, misero da parte le discordie. Con il trattato di Brindisi (settembre del 40 a.C.) si venne a una nuova divisione delle province: ad Antonio restò l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e l'Acaia; a Ottaviano l'Occidente compreso l'Illirico; a Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia; a Sesto Pompeo fu confermata la Sicilia per metterlo a tacere, affinché non arrecasse problemi in Occidente.[67] Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulvia era morta da poco, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo la pace di Brindisi, Ottaviano ruppe inoltre l'alleanza con Sesto Pompeo, ripudiò Scribonia, e sposò Livia Drusilla, madre di Tiberio e in attesa di un secondo figlio. Nel 39 a.C., a Miseno, Ottaviano attribuì a Sesto Pompeo la provincia di Sardegna e Corsica, fondando dunque la città di Turris Libisonis, porto granario di Roma e promettendogli l'Acaia, ottenendo in cambio la ripresa dei rifornimenti a Roma (Pompeo con la sua flotta bloccava le navi provenienti dal Mediterraneo). Sesto Pompeo, però, stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano decise di disfarsene di lì a poco. Si arrivò così a una prima serie di scontri non particolarmente felici per Ottaviano: la flotta preparata per invadere la Sicilia fu infatti distrutta sia da Sesto sia da un violento fortunale.[67]
Rinnovo e fine del triumvirato (38-33 a.C.)
Nel 38 a.C. Ottaviano si risolse a incontrarsi a Brundisium con Antonio e Lepido per rinnovare il patto di alleanza per altri cinque anni. Nel 36 a.C., però, grazie all'amico e generale Marco Vipsanio Agrippa, Ottaviano riuscì a porre fine alla guerra con Sesto Pompeo. Quest'ultimo, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio, fu infatti sconfitto definitivamente presso Nauloco.[5]
«La guerra di Sicilia fu una delle prime che [Ottaviano] cominciò, ma venne trascinata per lungo tempo, poiché fu interrotta più volte, sia per ricostituire le sue flotte che erano state distrutte dalle tempeste in due circostanze, nel bel mezzo dell'estate; sia perché, essendo stati interrotti i rifornimenti di grano alla città di Roma fu costretto a chiedere la pace, su insistenza del popolo, visto che la fame andava aggravandosi.»
(SvetonioAugustus, 16)Ancora Svetonio racconta di altri episodi curiosi di questa guerra contro Pompeo, che vide Ottaviano:
«al momento di combattere, fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono molto per svegliarlo, affinché desse il segnale d'attacco. Per questo motivo Antonio, lo credo io [Svetonio], aveva tutte le sue buone ragioni per rimproverarlo, sostenendo che egli non avesse avuto neppure il coraggio di osservare una flotta schierata a battaglia, al contrario di essere rimasto sdraiato sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, terrorizzato, rimanendo in quella posizione, senza presentarsi ai soldati, fino a quando Agrippa non mise in fuga la flotta nemica. […] Dopo aver fatto passare in Sicilia un'armata, tornò in Italia a prendere le restanti truppe, ma fu assalito all'improvviso da Democaro e Apollofane, luogotenenti di Pompeo; fu un miracolo se riuscì a salvarsi, fuggendo su una sola imbarcazione. Un'altra volta, quando si trovava a piedi nei pressi di Locri, in direzione di Reggio, vide da lontano le navi di Pompeo lungo la costa. Convinto che fossero le sue, si diresse in spiaggia e per poco non venne fatto prigioniero. E proprio in questa circostanza, mentre fuggiva per sentieri impraticabili in compagnia di Paolo Emilio, uno schiavo di quest'ultimo, poiché lo odiava in quanto in passato [Ottaviano] aveva proscritto il padre del suo padrone, provando a vendicarsi, tentò di ucciderlo.»
(SvetonioAugustus, 16)La Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio.[67] A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle ambizioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse toccare a lui e, rompendo il patto di alleanza, mosse per impossessarsene con venti legioni. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di pontifex maximus.[5] Dopo l'eliminazione graduale di tutti i contendenti nell'arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell'Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.).[32] Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti dieci anni[1]). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra.

Guerra con Antonio e la vittoria di Azio (33-31 a.C.)

Il conflitto era ora inevitabile. Mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò nel testamento di Antonio, in cui risultavano le sue decisioni di lasciare i territori orientali di Roma a Cleopatra VII d'Egitto e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare.[87] Svetonio ricorda infatti che nel 32 a.C.:
«La sua alleanza con Antonio era sempre stata dubbia e poco stabile, mentre le loro continue riconciliazioni altro non erano che momentanei accomodamenti; alla fine si giunse alla rottura definitiva e per meglio dimostrare che Antonio non era più degno di essere un cittadino romano, aprì il suo testamento, da Antonio lasciato a Roma, e lo lesse davanti all'assemblea, dove designava come suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra
(SvetonioAugustus, 17)Ancora Svetonio aggiunge che Antonio scriveva ad Augusto in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro:
«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d'amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?»
(SvetonioAugustus, 69.)In seguito quando fece dichiarare nemico pubblico Antonio, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici, tra cui i consoli Gaio Sosio e Domizio Enobarbo.[87] Poi il Senato di Roma dichiarò guerra a Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C. Antonio e Cleopatra furono sconfitti nella battaglia di Azio, del 2 settembre 31 a.C. e si suicidarono entrambi, l'anno successivo in Egitto.[87][88]

Da Ottaviano ad Augusto (30-23 a.C.)

Dopo Azio, Ottaviano non solo ordinò di uccidere il figlio di Cleopatra, Cesarione (la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Cesare),[87] ma decise di annettere l'Egitto (30 a.C.), compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto d'Alessandria ed Egitto.[89] L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che in questa circostanza, quando si trovava ancora ad Alessandria, Ottaviano:
«[…] si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, prelevato dalla sua tomba: gli rese omaggio mettendogli sul capo una corona d'oro intrecciata con fiori. E quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose che voleva vedere un re, non dei morti.»
(SvetonioAugustus, 18)Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo provinciale riservata all'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare la popolazione indigena della perdita del loro monarca-dio (il faraone), con la nuova figura del Princeps;[90] in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al neo-governatore collegato alla soppressione della Bulè di Alessandria, fu dettata dal contesto in cui avvenne la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-occidente o pro-oriente, l'importanza del grano egiziano[89] per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver, infatti, potuto mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì a Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie,[44] sparse in tutto il mondo romano.[91] Svetonio aggiunge che Ottaviano:
«[…] per meglio ricordare la vittoria di Azio, fondò nelle vicinanze la città di Nicopoli, dove vennero istituiti dei giochi quinquennali; fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte dove aveva posto gli accampamenti, adornandoli con le spoglie navali.»
(SvetonioAugustus, 18)Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello Stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle Res Gestae riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "potitus rerum omnium per consensum universorum" ("consenso generale"), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas[1] (certamente un fatto extra-costituzionale).[92] Finché questo consenso continuò a comprendere l'appoggio leale degli eserciti, Ottaviano poté governare al sicuro, e la sua vittoria costituì, di fatto, la vittoria dell'Italia sul vicino Oriente; la garanzia che mai il dominio romano avrebbe potuto trovare altrove il suo equilibrio e il suo centro al di fuori di Roma. Il Senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del Senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita dictator). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò:
«Il popolo con grande insistenza offrì ad Augusto la dittatura, ma lo stesso, dopo essersi inginocchiato, fece cadere la toga dalle spalle e, a petto nudo, supplicò che non gli fosse imposta.»
(SvetonioAugustus, 52)Egli considerò il titolo di dominus («signore») come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna. Svetonio racconta che un giorno, durante una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo esclamò: O dominum aequum et bonum! («O signore giusto e buono!»). Tutti gli spettatori approvarono esultanti, quasi che l'espressione fosse rivolta ad Augusto, ma egli, non solo pose fine a queste adulazioni con un gesto e lo sguardo, ma il giorno seguente emise anche un severo proclama che ne vietasse ulteriori piaggerie. Egli, infine, non permise che lo chiamassero dominus né i figli o i nipoti, che fosse per gioco o in tono serio.[93] Ancora Svetonio racconta che Ottaviano:
«Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, memore che quest'ultimo gli aveva ripetuto spesso che era lui il solo ostacolo al ritorno [della Repubblica]; [la seconda volta] di nuovo nella stanchezza di una malattia persistente. In quella circostanza convocò a casa sua magistrati e senatori dando loro un resoconto dell'Impero. Ma pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e temendo di lasciare la Res publica in mano all'arbitrio di molti, continuò a mantenere [il potere]. Non sappiamo quale sia stata la cosa migliore da fare.»
(SvetonioAugustus, 28)Nel 27 a.C., Ottaviano restituì formalmente nelle mani del Senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Cleopatra, ricevendo in cambio: il titolo di console da rinnovare annualmente, una potestas con maggiore auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato;[94] l'imperium proconsolare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito;[95] il titolo di Augusto (su proposta di Lucio Munazio Planco),[69] cioè "degno di venerazione e di onore",[96] che sancì la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano; l'utilizzo del titolo di Princeps ("primo cittadino"); il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.[97]
Questi poteri decretarono che le province fossero divise in senatorie, rette da magistrati eletti dal Senato, e imperiali, rette da magistrati sottoposti al diretto controllo di Augusto; faceva eccezione l'Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito di un imperium delegato da Augusto ad similitudinem proconsulis. L'imperium gli consentì di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province "non pacatae" e di avere così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del suo potere, nel nesso inscindibile tra esercito e proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia di quasi un secolo. L'imperium gli garantiva, inoltre, la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo. Sotto il controllo del Senato restarono le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali furono rette da un proconsole o propretore. Formalmente, il Senato avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum limitando, o revocando del tutto, i poteri conferiti. Nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto la tribunicia potestas a vita[1] (che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28 a.C.), la quale divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva divenne imperium proconsulare maius et infinitum, in modo da comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello Stato romano dipendevano ora da lui.[98]
«Egli stesso [Augusto] fece voto di compiere ogni sforzo, affinché nessuno potesse rammaricarsi del nuovo stato di cose
(SvetonioAugustus, 28)E ancora gli furono conferite nuove onorificenze negli anni a venire. Nel 13 a.C., quando il Pontefice massimo Lepido morì, Ottaviano assunse anche questa carica divenendo il capo religioso dello Stato.[4][40][99]
«[divenuto pontefice massimo] radunò tutte le profezie greche e latine che […] erano tramandate tra il popolo, circa duemila, e le fece bruciare. Conservò solo i libri sibillini e, dopo un'attenta selezione, li pose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino
(SvetonioAugustus, 31.)Nell'8 a.C. fu emanata la Lex Iulia maiestatis, con cui per la prima volta venne punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, in seguito foriera di conseguenze negative per tutto il periodo successivo. E per finire, nel 2 a.C., anno dell'inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, gli fu conferito il titolo onorifico di "Padre della patria" (Pater Patriae).[6]

Il principato (23 a.C. - 14)

L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps (primo fra pari), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali.[100] Ottaviano, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle Province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis[101]), ripristinò la carica magistratuale del censore,[101] aumentò il numero dei pretori[101] e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de Maritandis Ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge).

La pax Augusta

Con l'avvento del principato di Augusto iniziò un lungo periodo di pace interna. Restavano da pacificare la Spagna e alcune zone della Gallia e l'imperatore portò a termine il compito con decisione, guidando alcune campagne personalmente e affidandone altre ad Agrippa. Da quel momento gli eserciti furono impegnati solo nell'allargare i confini dell'Impero. Per decreto del Senato, nel 17 a.C. si celebrò l'inizio di una nuova epoca, un nuovo saeculum di pace e si riprese la tradizione dei ludi saeculares, che durante la repubblica si erano tenuti ogni cent'anni. Per celebrare questo grande momento, nel 9 a.C. fu costruito nel Campo Marzio un grande altare alla Pace di Augusto, l'Ara Pacis Augustae.

Politica interna

Politica sociale e di moralizzazione
I molti abusi che esistevano ancora dopo la fine della guerra civile, particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico, vennero in gran parte ridimensionati dalla nuova politica autoritaria del princeps. Augusto represse il brigantaggio mettendo posti di guardia nelle località più opportune, spesso facendo ispezionare luoghi dove si credeva vi fossero in corso sequestri, disciolse poi tutte le associazioni (collegia), con l'eccezione di quelli più antichi.[102] Considerando importante conservare la purezza della razza romana, evitando potesse mescolarsi con sangue straniero e servile, fu molto restio nel concedere la cittadinanza romana, ponendo anche precise regole riguardo all'affrancamento.[103] E così degli schiavi, una volta tenuti lontani dalla libertà parziale o totale, stabilì il loro numero, la condizione e la divisione in differenti categorie, in modo da stabilire chi potesse essere affrancato.[103] Riorganizzò e ripulì l'ordine senatorio di quegli elementi giudicati deformi et incondita turba. Ne ridusse poi il numero alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì la sua antica dignità attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa.[104] Elevò poi il censo senatoriale, portandolo da ottocentomila a un milione e duecentomila sesterzi, e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza.[105] Fece bruciare le liste dei vecchi debitori dell'erario, spesso utilizzate per accuse calunniose; a Roma lasciò ai proprietari del momento quei terreni che, in modo discutibile, la Res publica aveva ritenuto fossero suoi; fece distruggere i nomi di coloro che venivano costantemente accusati in modo sadico, senza che nessuno si lamentasse di loro, salvo i propri nemici; dispose inoltre che, qualora qualcuno avesse voluto nuovamente perseguitare costoro, avrebbe corso il rischio di essere a sua volta accusato e di subire la stessa pena.[102]
Politica religiosa
Riguardo invece alla politica religiosa, sappiamo che dopo il lungo periodo delle guerre civili, la crisi della religione romana, incominciata nella tarda età repubblicana, venne fermata in parte dagli interventi di Augusto, il quale
«… ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute, la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate.»
(SvetonioAugustus, 31)Ebbe il massimo rispetto per i culti religiosi stranieri, ma solo per quelli di antica tradizione. Disprezzò invece gli altri. Egli ricevette infatti l'iniziazione ad Atene. Quando visitò l'Egitto, evitò di andare a vedere il bue Api, e si complimentò con il nipote Gaio Cesare, il quale passando per la Giudea non si era recato a Gerusalemme per farvi dei sacrifici.[106]
Amministrazione della giustizia
Anche la giustizia e il diritto romano vennero riformati. Augusto, infatti, per ottenere che nessun delitto risultasse impunito o archiviato a causa di continui ritardi, dispose che per gli atti forensi fossero previsti più di trenta giorni. Alle tre decurie di giudici ne aggiunse una quarta, seppure di censo inferiore, chiamata «dei ducenari»,[107] con il compito di giudicare riguardo a importi inferiori.[102] I processi in appello a Roma, vennero affidati a un pretore urbano, quelli in provincia a consoli anziani, preposti dall'imperatore a questo genere di funzione.[108] Lo stesso Augusto giudicava con assiduità e, qualche volta, anche di notte. Emise sentenze con il massimo scrupolo, ma anche con estrema indulgenza.[108] Svetonio racconta che quando testimoniava in tribunale, permetteva che lo interrogassero e lo contraddicessero con la più grande disponibilità e pazienza.[109] Il princeps ritoccò alcune leggi, altre le rifece completamente, come la legge sugli adulteri (tra il 18 e 16 a.C.[110]), il broglio e il matrimonio tra gli ordini sociali.[111] In quest'ultimo caso egli aveva ritenuto necessario assumere precisi provvedimenti per frenare il diffondersi del celibato e incoraggiare la natalità.
«Quando scoprì che la legge era aggirata, sia prendendo fidanzate troppo giovani, sia cambiando frequentemente la moglie, diminuì i tempi del fidanzamento e regolò i divorzi.»
(SvetonioAugustus, 34)
Amministrazione dell'Italia e di Roma
Augusto divise l'Italia in undici regioni arricchendola di nuovi centri. Svetonio e le Res gestae divi Augusti parlano della fondazione di ben 28 colonie.[44][45][112] Riconobbe, in un certo qual modo, l'importanza di queste colonie, attribuendo diritti uguali a quelli di Roma, permettendo ai decurioni delle colonie di votare, ciascuno nella propria città, per l'elezione dei magistrati di Roma, facendo pervenire il loro voto nell'Urbe, il giorno delle elezioni.[44] Rispetto alle province fu soprattutto l'Italia a essere privilegiata da Augusto, che vi costruì una fitta rete stradale e abbellì le città dotandole di numerose strutture pubbliche (fori, templi, anfiteatri, teatri, terme...)[47] e di uffici di raccolta tributari.[44] L'economia italica era florida: agricoltura, artigianato e industria ebbero una notevole crescita, che permise l'esportazione dei beni verso le province. L'incremento demografico fu rilevato da Augusto tramite tre censimenti.[1]
Fece, infatti, di Roma una monumentale città di marmo e istituì due curatores aedium sacrarum et operum locorumque publicorum per preservare i templi e gli edifici pubblici; aumentò l'approvvigionamento idrico con la costruzione di due nuovi acquedotti[49] e creando un corpo di tre curatores aquarum per l'approvvigionamento idrico; la divise in 14 regiones per meglio amministrarla oltre a istituire cinque curatores riparum et alvei Tiberis, per proteggere Roma da eventuali inondazioni;[47] curò personalmente gli approvvigionamenti di cibo necessari alla popolazione della capitale, con la creazione del praefectus annonae e di due praefecti frumenti dandi (di rango senatorio) per somministrare i sussidi; incrementò, infine, il livello di sicurezza cittadina ponendo a salvaguardia dell'Urbe tre nuove prefetture: la praefectura vigilum per far fronte agli incendi di Roma;[46][47] la praefectura Urbi al fine di mantenere l'ordine pubblico; la Guardia pretoriana, quale guardia personale del princeps.[113]
Opere pubbliche
Sotto il suo governo vennero spese ingenti somme di denaro per fornire Roma di riserve di grano, acqua e di corpi di polizia,[46] e per l'erezione o il restauro di pubblici edifici.
«Roma non era all'altezza della grandiosità dell'Impero ed era esposta alle inondazioni e agli incendi, ma egli l'abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo la città che aveva trovato fatta di mattoni. Oltre a questo la rese sicura anche per il futuro, per quanto poté provvedere per i posteri.»
(SvetonioAugustus, 28)Numerosi furono, infatti, gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato:
«[…] spesso esortò anche i privati affinché, ognuno secondo le proprie possibilità, adornasse la città con nuovi templi oppure restaurando e arricchendo quelli già esistenti.»
(SvetonioAugustus, 29)Basterebbe ricordare, a titolo d'esempio: Tra le opere principali fatte da Augusto, Svetonio ricordò anche il portico di Livia e il tempio di Giove Tonante.
Amministrazione provinciale
«Di alcune province cambiò condizione, e visitò spesso la maggior parte sia delle une sia delle altre. Certe città, per altro federate, ma che la dissolutezza stava mandando in rovina, furono private della loro libertà, altre, sotto il peso dei debiti, furono aiutate, altre ancora, distrutte dal terremoto, furono aiutate nella ricostruzione, e quelle che avevano dei meriti nei confronti del popolo romano, gli venne donato il diritto di cittadinanza o quello dei Latini. E non mi sembra che una sola provincia non sia stata dallo stesso visitata, ad eccezione dell'Africa e della Sardegna.»
(SvetonioAugustus, 47.)Nel 27 a.C., riorganizzò le province da un punto di vista fiscale e amministrativo, delegando l'amministrazione delle province nel seguente modo: Creò, inoltre, nuovi e numerosi municipi e colonie, al fine di portare avanti l'opera di romanizzazione nelle province.[44][116] Nel 25 a.C. (in occasione della vittoria dei Romani sui Salassi), per volere dell'imperatore Augusto, venne fondata Augusta Praetoria (l'attuale Aosta). Durante il suo regno, venne fondata Iulia Augusta Taurinorum, (l'attuale Torino). Per quanto riguarda Bononia (Bologna), che era colonia di veterani di Antonio, Augusto ne confermò lo statuto, venendo onorato come padre della città (Storia di Bologna, 2005, A. Donati, G. Sassatelli editori). Creò inoltre il cosiddetto cursus publicus, vale a dire il servizio imperiale di posta che assicurava gli scambi all'interno dell'Impero romano.
«Affinché si potesse facilmente e più rapidamente annunciargli e portare a sua conoscenza ciò che succedeva in ciascuna provincia, fece piazzare, di distanza in distanza, sulle strade strategiche, dapprima dei giovani a piccoli intervalli, poi delle vetture. Il secondo procedimento gli parve più pratico, perché lo stesso portatore del dispaccio faceva tutto il tragitto e si poteva, inoltre, interrogarlo in caso di bisogno.»
(SvetonioAugustus, 49.)
Amministrazione finanziaria
Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano. Attribuì infatti un salario e una gratifica di congedo a tutti i soldati dell'esercito imperiale (sia ai legionari sia agli ausiliari); assegnò un salario (salaria) per il servizio pubblico per tutti i rappresentanti del Senato, per poi estenderlo gradualmente anche alle magistrature ordinarie. La magistratura di tipo repubblicano fu retribuita con indennizzi e cibaria, piuttosto che con salaria. Costituì inoltre il fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori),[117] ma Augusto fu autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le funzioni amministrative e militari. L'imperatore, di fatto, poteva dirigere la politica economica di tutto l'impero e assicurarsi che le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione, non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i compensi da dare ai veterani.[118] Promosse, quindi, la rinascita economica, del commercio e dell'industria attraverso l'unificazione dell'area mediterranea, debellando completamente la pirateria e migliorando la sicurezza lungo le frontiere e internamente alle province. Creò una fitta rete stradale con un ottimo livello di manutenzione (affidandole alla cura dei suoi generali, che dovettero farle ripavimentare con l'argento dei loro bottini),[47] istituendo numerosi curatores viarum per la manutenzione delle strade in Italia e nelle province; nuovi porti commerciali e nuove attrezzature portuali come moli, banchine, fari; finanziò l'escavazione di canali e nuove esplorazioni (a volte anche militari oltreché commerciali) in terre lontane come l'Etiopia, la penisola arabica (fino all'attuale Yemen), le terre dei Garamanti, dei Germani del fiume Elba e l'India. In questa maniera restaurò la pax romana in tutto l'impero.[119]
Inoltre, nel 23-15 a.C., riordinò il sistema monetario, fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d'argento e a 100 sesterzi di rame, che restò praticamente immutato per due secoli.[120] E infine, sappiamo che concesse numerosi congiaria, vale a dire distribuzioni di grano gratuite alla popolazione di Roma, o prestiti a tassi agevolati, come ci tramanda Svetonio:
«Fece il censimento del popolo per quartieri e affinché i plebei non fossero allontanati dalle loro occupazioni troppo spesso a causa della distribuzione di grano, assegnò tre volte all'anno tessere per l'approvvigionamento di quattro mesi; ma poiché essi desideravano tornare alla vecchia abitudine, concesse nuovamente che ciascuno prelevasse ogni mese ciò che gli era dovuto.»
(SvetonioAugustus, 40.)
Caratteristiche demografiche, economiche e sociali dell'Impero romano sotto Augusto
Al tempo di Augusto l'Impero romano dominava su una popolazione di circa 55 milioni di persone (di cui 8-10 in Italia) su una superficie di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati. Rispetto ai tempi moderni, la densità era piuttosto bassa: 17 abitanti per chilometro quadrato, i tassi di mortalità e natalità molto elevati e la vita media non superava i 20 anni. Solo un decimo della sua popolazione viveva nelle sue 3 000 città, più in particolare: 3 milioni circa abitavano nelle quattro città più grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria), di questi almeno un milione abitava nell'Urbe. Secondo calcoli approssimativi il prodotto interno lordo di quell'Impero era a quell'epoca attorno ai 20 miliardi di sesterzi e caratterizzato da vertiginose concentrazioni di ricchezze. Il reddito annuale dell'imperatore era attorno ai 15 milioni di sesterzi, quello dei 600 senatori ammontava a circa 100 milioni (0,5% del PIL), il 3% dei percettori di redditi godeva del 25% delle ricchezze prodotte. L'Italia, centro dell'Impero augusteo, godeva di una posizione privilegiata: grazie alle nuove conquiste di Augusto poteva disporre di nuovi grandi mercati di approvvigionamento (grano, in primo luogo, proveniente dalla Sicilia, dall'Africa, dall'Egitto) e di nuovi mercati di sbocco per le proprie esportazioni di vino e olio; le terre confiscate alle popolazioni sottomesse erano immense e dalle province arrivavano tributi in moneta e in natura (bottini di guerra, milioni di schiavi, tonnellate d'oro).[47][121]

Letteratura latina

Allo sforzo politico di Augusto si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. Poeti e letterati contribuirono nell'essere i portavoce del programma civico e politico del princeps;[122][123] successivamente subentrò una fase dove le energie spirituali andarono spegnendosi e dove prevalse una letteratura accademica, intesa come mero esercizio retorico, priva di quei contenuti morali e civili necessari.[124] Augusto si avvalse dell'aiuto dei letterati dell'epoca per rielaborare il mito delle origini di Roma, andando a prefigurare una nuova età dell'oro che trovò come principali interpreti, autori come Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, Properzio e Vario Rufo, facenti parte del cosiddetto "circolo letterario di Mecenate".[123][125][126] A quest'ambiente letterario appartenne anche Gaio Cornelio Gallo, che fu sia poeta sia uomo politico: come tale divenne il primo Prefetto di Alessandria e d'Egitto. A fianco, vi era poi un altro circolo, quello "di Messalla", che ruotava attorno alla figura aristocratica di Marco Valerio Messalla Corvino, e che raccoglieva poeti di ispirazione bucolica ed elegiaca, in antitesi con gli interessi civili dei poeti di Mecenate.[127] Di questo secondo circolo facevano parte Tibullo,[128] Ligdamo e la poetessa Sulpicia; egli era legato anche da amicizia con Orazio e Ovidio. Messalla a suo tempo era stato un valoroso generale e collaboratore di Ottaviano, che si ritirò a vita privata dopo il 27 a.C. Questo circolo, in antitesi con quello di Mecenate, rinunciò all'impegno morale e civico, a favore di un'ispirazione idilliaca, agreste ed elegiaca.[129]
L'età di Augusto è considerata uno fra i più importanti e fiorenti periodi della storia della letteratura mondiale per numero di ingegni letterari, dove i principi programmatici e politici di Augusto erano appoggiati dalle stesse aspirazioni degli uomini di cultura del tempo.[122] Del resto la politica a favore del primato dell'Italia sulle province, la rivalutazione delle antiche tradizioni, accanto a temi come la santità della famiglia, dei costumi, il ritorno alla terra e la missione pacificatrice e aggregante di Roma nei confronti degli altri popoli conquistati, furono temi cari anche ai letterati di quell'epoca.[125] I tempi erano ormai maturi perché la letteratura latina sfidasse quella greca, che allora veniva considerata insuperabile. Nella generazione successiva, sotto il principato di Augusto, fiorirono i maggiori poeti di Roma: Orazio, che primeggiò nella satira e nella lirica, emulava i lirici come Pindaro e Alceo, Virgilio, che si distinse nel genere bucolico, nella poesia didascalica e nell'epica, rivaleggiava con Teocrito, Esiodo e addirittura Omero; e poi ancora Ovidio, maestro del metro elegiaco, e Tito Livio nella storiografia. Lo stesso Augusto fu un letterato dalle molteplici capacità: scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi[130] fino alle opere storiche. Coltivò l'eloquenza fin dalla prima giovinezza, con grande passione e impegno.[131]

Letteratura greca

Vissero in epoca augustea Dionigi di Alicarnasso (autore delle Antichità romane, pubblicata dal 7 a.C), Strabone (autore de la Geografia, iniziata sotto Augusto e finita sotto Tiberio) e Diodoro Siculo (autore della Bibliotheca historica, terminata quando Augusto era ancora Ottaviano, tra il 36 a.C. e il 30 a.C.). Tra gli altri si ricordano: gli eruditi Giuba II, Didimo Calcentero, Aristonico d'Alessandria e Teone; i grammatici Tirannione, Trifone di Alessandria, Tolomeo di Ascalona e Trasillo di Mende; gli storici Timagene e Nicola Damasceno; i retori Cecilio di Calacte, Dionisio Attico ed Ermagora Carione; i poeti Crinagora di Mitilene, Antipatro di Tessalonica, Marco Argentario e Filistione; il medico Anassilao di Larissa; i filosofi Senarco di Seleucia, Nestore di Tarso e Atenodoro Cananita. L'oratoria greca di età augustea è dominata dagli «Apollodorei» (da Apollodoro di Pergamo, precettore di Augusto) e dai «Teodorei» (da Teodoro di Gadara, maestro di Tiberio). In filosofia fu attiva la Scuola dei Sextii. Sono talvolta datati all'età di Augusto il Trattato del Sublime, il carme su Roma della poetessa Melinno e alcuni romanzi greci, ma occorre ricordare che la datazione di queste opere oscilla anche di secoli.

Riorganizzazione dell'esercito

Augusto riorganizzò l'esercito legionario e ausiliario, distribuendolo nella province.[118] Introdusse un esercito permanente di volontari, disposti a servire inizialmente per sedici anni, e poi per vent'anni dal 6, unicamente dipendente da lui; istituì un cursus honorum anche per coloro che aspiravano a ricoprire i più alti incarichi nella gerarchia dell'esercito, con l'introduzione di generali professionisti, non più comandanti inesperti mandati allo sbaraglio nelle province di confine; creò l'aerarium militare.[118]
«In campo militare introdusse molte nuove riforme e ristabilì anche alcune antiche usanze. Mantenne la più severa disciplina: dove i suoi legati non ottennero, se non a fatica e solo durante i mesi invernali, il permesso di andare a trovare le loro mogli. [...] Congedò con ignominia l'intera X legione, poiché ubbidiva con una certa aria di rivolta; allo stesso modo lasciò libere altre, che reclamavano il congedo con esagerata insistenza senza dare le dovute ricompense per il servizio prestato. Se alcune coorti risultava si fossero ritirate durante la battaglia, ordinava la loro decimazione e nutrire con orzo. Quando i centurioni abbandonavano il loro posto di comando erano messi a morte come semplici soldati, mentre per altre colpe faceva infliggere pene infamanti, come il rimanere tutto il giorno davanti alla tenda del proprio generale, vestito con una semplice tunica, senza cintura, tenendo in mano a volte una pertica lunga dieci piedi, oppure una zolla erbosa.»
(SvetonioAugustus, 24)Delle legioni sopravvissute alla guerra civile, 28 rimasero dopo Azio, e 25 dopo la disfatta di Teutoburgo; vennero istituite le ali di cavalleria e le coorti di fanteria (o misti) di auxilia provinciali, traendoli da volontari non-cittadini, desiderosi di diventare cittadini romani al termine della ferma militare (della durata di 20-25 anni). In totale erano circa 340 000 uomini, di cui 140 000 servivano nelle legioni. Furono formate anche le coorti pretoriane e urbane (di Roma, Cartagine, Lione e d'Italia) e dei Vigili di Roma;[47] la flotta imperiale divisa in squadre a Ravenna, Miseno[118] (in precedenza posta a Portus Iulius presso Pozzuoli[5]) e Forum Iulii, e quelle provinciali di Siria ed Egitto, e le flottiglie fluviali su Reno, Danubio e Sava.[132]

Politica estera


Quasi a dispetto dell'indole apparentemente pacifica di Augusto, il suo principato fu più travagliato da guerre di quanto non lo siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori. Solo Traiano e Marco Aurelio si trovarono a lottare contemporaneamente su più fronti, al pari di Augusto. Sotto Augusto, infatti, furono coinvolte quasi tutte le frontiere, dall'oceano settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della Cantabria fino al deserto dell'Etiopia, in un piano strategico preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo l'intero bacino del Mediterraneo e in Europa, con lo spostamento dei confini più a nord lungo il Danubio e più a est lungo l'Elba (in sostituzione del Reno).[133] Le campagne di Augusto furono effettuate con il fine di consolidare le conquiste disorganiche dell'età repubblicana, le quali rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori. Mentre l'Oriente poté rimanere più o meno come Antonio e Pompeo lo avevano lasciato, in Europa fra il Reno e il Mar Nero fu necessaria una nuova riorganizzazione territoriale in modo da garantire una stabilità interna e, contemporaneamente, frontiere più difendibili.[134] Gli storici contemporanei si sono spesso trovati d'accordo nel negare le qualità militari di Augusto, insistendo sul fatto che raramente egli andò personalmente sui campi di battaglia.[135] Aurelio Vittore, ricordando una tradizione antica, diede di questo principe un ritratto più lusinghiero. Egli si dimostrò, invece un abilissimo uomo politico e geniale stratega,[136] forse l'esatto contrario di ciò che fu Annibale: validissimo generale e tattico, ma con una dubbia visione politico-strategica del suo tempo, accecata dall'odio per i Romani.
Prima di tutto, Augusto in persona si dedicò, con l'aiuto di Agrippa, a portare a compimento una volta per tutte la sottomissione di quelle "aree interne" all'impero non ancora conquistate completamente, a partire dalla parte nord-ovest della penisola iberica, che ormai creava problemi da decenni e che fu condotta sotto il dominio romano, dopo una serie di pesanti campagne militari in Cantabria durate dieci anni (dal 29 al 19 a.C.). In seguito venne conquistato l'interno arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai valichi e alle relazioni fra Gallia e Italia. Le azioni nell'area furono numerose e spesso combinate su più fronti. I figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, nel 15 a.C., sottomisero la Rezia, Vindelicia e Vallis Poenina, con un'operazione "a tenaglia", il primo proveniente dal Brennero e il secondo dalla Gallia.[134][137] Ma fu la frontiera dell'Europa continentale che preoccupò Augusto più di ogni altro settore strategico. Essa comprendeva due settori principali: quello danubiano e quello renano. Dal 29 al 19 a.C. si procedette ad azioni combinate insieme ai re "clienti" traci, contro le popolazioni pannoniche, mesie, sarmatiche, getiche e bastarne fino ai confini macedoni. Il primo a intraprendere campagne nell'area balcanica fu il proconsole di Macedonia, Marco Licinio Crasso, in quale batté ripetutamente le popolazioni di Mesi, Triballi, Geti e Daci (nel 29 e 28 a.C.). A partire poi dal 14 al 9 a.C. i legati di Dalmazia e Macedonia, sotto l'alto comando prima di Agrippa[138] e poi di Tiberio, domarono Scordisci (sottomessi da Tiberio nel 12 a.C.[139]), Dalmati e Pannoni e respinsero le scorrerie di Bastarni, Sarmati e Daci d'oltre Danubio, mentre Pannonia e Dalmazia furono finalmente condotte sotto il dominio romano. Fu solo in seguito alla soppressione della rivolta durata per ben tre anni nell'area dell'Illirico romano (dal 6 al 9), che Tiberio poté fissare definitivamente il confine al fiume Drava.[134][140] Le popolazioni germaniche avevano più volte tentato di passare il Reno: nel 38 a.C. (anno in cui gli alleati germani, Ubi, furono trasferiti in territorio romano)[141] e nel 29 a.C. i Suebi, mentre nel 17 a.C. i Sigambri, insieme a Usipeti e Tencteri (clades lolliana).[142] Augusto ritenne fosse giunto il momento di annettere la Germania, come aveva fatto suo padre Gaio Giulio Cesare con la Gallia. Desiderava portare i confini dell'Impero romano più a est, dal fiume Reno al fiume Elba. Il motivo era di ordine prettamente strategico, più che di natura economico-commerciale. Si trattava infatti di territori acquitrinosi e ricoperti da interminabili foreste ma il fiume Elba avrebbe ridotto notevolmente i confini esterni dell'impero.[134][137] Toccò al figliastro di Augusto, Druso maggiore, il gravoso compito di operare in Germania. Le campagne che si susseguirono furono numerose, discontinue, e durarono per circa un ventennio dal 12 a.C. al 6 portando alla costituzione della nuova provincia di Germania con l'insediamento di numerose installazioni militari a sua difesa. Tutti i territori conquistati in questo ventennio furono però definitivamente compromessi quando nel 7 Augusto inviò in Germania Publio Quintilio Varo, sprovvisto di doti diplomatiche e militari, oltreché ignaro delle genti e dei luoghi. Nel 9 un esercito di 20 000 uomini composto da tre legioni venne massacrato nella selva di Teutoburgo, portando alla definitiva perdita di tutta la zona tra il Reno e l'Elba.[67][134][137] La presenza di Augusto in Oriente subito dopo la battaglia di Azio, nel 30-29 a.C. e dal 22 al 19 a.C., oltre a quella di Agrippa fra il 23-21 a.C. e ancora tra il 16-13 a.C., dimostrava l'importanza di questo settore strategico. Fu necessario raggiungere un modus vivendi con la Partia, l'unica potenza in grado di creare problemi a Roma in Asia Minore. Per questi motivi la politica di Augusto si differenziò in base a due aree strategiche dell'Oriente antico.[134][143]
A occidente dell'Eufrate, dove Augusto provò a inglobare alcuni Stati vassalli, trasformandoli in province, come la Galizia di Aminta nel 25 a.C., o la Giudea di Erode Archelao nel 6; rafforzò vecchie alleanze con re locali, divenuti "re clienti di Roma", come accadde ad Archelao, re di Cappadocia, ad Asandro re del Bosforo Cimmerio, e a Polemone I re del Ponto,[144] o ai sovrani di Emesa e Iturea.[143][145] A oriente dell'Eufrate, in Armenia, Partia e Media, Augusto ebbe come obbiettivo quello di ottenere la maggiore ingerenza politica senza intervenire con dispendiose azioni militari. Ottaviano mirò infatti a risolvere il conflitto con i Parti in modo diplomatico, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.C. Augusto avrebbe potuto rivolgersi contro la Partia per vendicare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio, al contrario ritenne invece possibile una coesistenza pacifica dei due imperi, con l'Eufrate come confine per le reciproche aree di influenza. Di fatto entrambi gli imperi avevano più da perdere da una sconfitta, di quanto potessero realisticamente sperare di guadagnare da una vittoria. Infatti, durante tutto il suo lungo principato, Augusto concentrò i suoi principali sforzi militari in Europa. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal Regno d'Armenia che, a causa della sua posizione geografica, era da un cinquantennio oggetto di contesa fra Roma e la Partia. Egli mirò a fare dell'Armenia uno Stato-cuscinetto romano, con l'insediamento di un re gradito a Roma, e se necessario imposto con la forza delle armi, come avvenne nel 2 quando, di fronte a una possibile invasione romana dell'Armenia, Fraate V riconobbe la preminenza romana davanti a Gaio Cesare, mandato in missione da Augusto.[143] La frontiera meridionale africana, per finire, poneva problemi diversi nei suoi settori orientale e occidentale.[146] A oriente, dopo la conquista nel 30 a.C., l'Egitto divenne la prima provincia imperiale, retta da un prefetto di rango equestre, il prefetto d'Egitto, a cui Ottaviano aveva delegato il proprio imperium sul paese, con ben tre legioni di stanza (III Cyrenaica, VI Ferrata e XXII Deiotariana). L'Egitto costituì negli anni seguenti una base di partenza strategica per spedizioni lontane; il primo prefetto, Cornelio Gallo, dovette reprimere un'insurrezione nel Sud dell'Egitto, Elio Gallo esplorò l'Arabia Felix, Gaio Petronio si spinse in direzione dell'Etiopia (25-22 a.C.) fino alla sua capitale.[134][147] A occidente la provincia d'Africa e la Cirenaica conobbero due guerre: fra il 32 e il 20 a.C. contro i Garamanti dell'attuale Libia, mentre fra il 14 a.C. e il 6 fu la volta dei Nasamoni della Tripolitania, dei Musulami della regione di Theveste, dei Getuli e dei Marmaridi delle coste mediterranee centrali.[134][148]
I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di annessione graduale, lasciando l'organizzazione provvisoria affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Augusto, infatti, dopo essersi impadronito per diritto di guerra (belli iure) di numerosi regni, quasi sempre li restituì agli stessi governanti a cui li aveva sottratti oppure li assegnò a principi stranieri.[149] Riuscì anche a unire all'Impero i re alleati attraverso legami di parentela. Si preoccupò di questi regni come se fossero parte del sistema provinciale imperiale, giungendo ad assegnare a principi troppo giovani o inesperti un consigliere, in attesa che crescessero e maturassero; allevando ed educando i figli di molti re, affinché molti di loro tornassero nei loro territori a governare come alleati del popolo romano.[149] In seguito, quando i regni raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le condizioni di Stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura transitoria. Tale disegno politico fu applicato all'Armenia, alla Giudea (fino al 6), alla Tracia, alla Mauretania e alla Cappadocia. A questi re clienti fu lasciata piena libertà nell'amministrazione interna, e probabilmente non furono tenuti a pagare tributi regolari, ma dovevano provvedere a fornire truppe alleate al bisogno oltre a concordare preventivamente la loro politica estera con l'imperatore.[150]

Il problema della successione al principato

«Ma il destino (Fortuna) non gli permise di essere soddisfatto, fiducioso e di avere una progenie e una casa ben disciplinata. Le due Giulie, la figlia e la nipote, colpevoli di ogni atto empio, le esiliò; nello spazio di diciotto mesi perse Gaio e Lucio, il primo in Licia, il secondo a Marsiglia. Adottò allora, nel Foro con la legge curiata, il terzo nipote Agrippa e il figliastro Tiberio; ben presto, a causa della natura infame e feroce di Agrippa, lo rinnegò e lo esiliò a Sorrento.»
(SvetonioAugustus, 65)La successione, che toccò alla fine a Tiberio, al termine del suo principato, fu una delle più grandi preoccupazioni della vita di Augusto. Ottaviano, che in gioventù ebbe come fidanzata la figlia di Publio Servilio Vatia Isaurico, sposò nel 42 a.C. la figliastra di Antonio, Clodia Pulcra, una volta riconciliatosi con lui. L'anno successivo (41 a.C.), ripudiò Clodia per sposare prima Scribonia e, poco dopo, si innamorò di Livia Drusilla (appartenente a una delle più illustri famiglie patrizie romane), moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone. Dopo la vittoria di Perugia (40 a.C.), Ottaviano riuscì a imporre loro il divorzio, mentre Livia era ancora gravida del secondogenito, Druso, e la sposò (fine del 39 a.C.), portando nella sua nuova casa sia la figlia, Giulia, avuta da Scribonia,[29] sia il primogenito di Livia, Tiberio. Svetonio racconta che egli non ebbe nessun figlio da Livia, benché lo desiderasse moltissimo. Lei ebbe una gravidanza, ma il bambino nacque prematuramente.[29] Per alcuni anni Augusto sperò di avere come erede il nipote Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale, nel 25 a.C., diede in moglie la figlia, Giulia,[29][151] suscitando, però, il malumore di Agrippa, che per questo motivo fu allontanato da Roma. Due anni più tardi Marcello moriva (23 a.C.) e Ottaviano fu costretto a richiamare Agrippa, costringendolo a divorziare da Claudia Marcella maggiore (figlia anch'ella della sorella Ottavia), per dargli in moglie la giovanissima Giulia, ormai vedova di Marcello da due anni.[29] Agrippa apparve, così, suo successore designato in caso di morte prematura, facendo ormai parte della famiglia Giulia. Nel 18 a.C., infatti, ad Agrippa fu conferito l'imperium proconsulare maius (come quello di Augusto) per cinque anni, e la tribunicia potestas,[1] per quanto egli non avesse gli stessi poteri di Augusto, né la sua auctoritas. Nel 20 a.C. Giulia diede al marito un primo figlio, Gaio,[152] e un secondo nel 17 a.C., Lucio, entrambi adottati da Augusto.[29][30][153] In quegli anni, intanto, andavano distinguendosi i due figli di Livia, Tiberio, e Druso,[154] quest'ultimo si dice fosse preferito da Augusto perché figlio naturale del princeps, come suggerisce Svetonio:
«… vi fu anche chi sospettò che Druso fosse figlio adulterino del patrigno, Augusto. Poco dopo venne infatti divulgato un verso: "La gente fortunata riesce ad avere dei figli in tre mesi". […] Augusto amò immensamente Druso da vivo, tanto da nominarlo sempre coerede insieme ai suoi figli… e da morto lo lodò in pubblico… al punto di pregare gli Dei affinché i due Cesari fossero simili a lui.»
(SvetonioClaudius, 1)Con la morte di Agrippa, nel 12 a.C.,[155] e poi quella prematura di Druso in Germania nel 9 a.C. (la cui morte sconvolse così tanto Augusto da spingerlo a spostarsi nel cuore dell'inverno a Ticinum, per accogliere le spoglie di Druso[156]), la successione sarebbe ricaduta sui due figli di Giulia e di Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare,[30] mentre Tiberio, fu costretto da Augusto a separarsi dalla moglie Vipsania Agrippina, per sposare la figlia dell'imperatore, Giulia, vedova di Agrippa.[29][157] In caso di morte prematura del princeps, Tiberio doveva prenderne il posto fino a quando i giovani Gaio e Lucio non fossero cresciuti. Questo matrimonio si rivelò infelice e costituì la causa non ultima del volontario esilio di Tiberio a Rodi (dal 6 a.C. al 2), tanto più che Augusto vedeva nei due figli adottivi i futuri eredi. Ma la sorte fu favorevole a Tiberio. Giulia, la cui condotta formava argomento di pubblico scandalo, fu allontanata dal padre da Roma (2 a.C.),[158] e pochi anni dopo i due Cesari morivano: Lucio nel 2 a Marsiglia, mentre si apprestava a raggiungere la Spagna, e Gaio nel 4, per i postumi di una ferita mai guarita, mentre si apprestava a tornare a Roma dall'Oriente.[159] Ad Augusto non restava che Tiberio. Il 26 giugno del 4 Augusto annunciò la sua decisione: adottava Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poco dopo ripudiato e mandato in esilio), l'ultimo figlio ancora in vita di Agrippa e Giulia, e Tiberio.[31]
Gaio Cesare[30] (a quest'ultimo conferì in seguito la tribunicia potestas[1]). Benché quest'ultimo avesse già un figlio, Druso minore, Augusto lo costrinse ad adottare il nipote prediletto, Germanico Giulio Cesare (figlio del fratello di Tiberio, Druso maggiore, morto in Germania nel 9 a.C., e di Antonia minore, figlia di Ottavia minore e Marco Antonio).[160] Germanico era di un solo anno più vecchio rispetto al figlio di Tiberio, perciò aveva precedenza nella successione.[161] Tiberio diventò così il nuovo imperatore di Roma alla morte di Augusto nel 14, dando origine alla dinastia giulio-claudia.

Morte e testamento

Secondo quanto racconta Svetonio, vi sarebbero stati, infine, segni evidenti che ne preannunciarono la sua morte e la sua divinizzazione. Mentre stava compiendo la cerimonia della lustratio nel Campo Marzio, davanti al popolo romano, un'aquila gli volò più volte attorno; subito dopo si diresse verso il vicino tempio, sedendosi sulla prima lettera del nome di Agrippa. Visto ciò chiese a Tiberio, suo collega, di pronunciare i voti per la lustratio successiva, poiché non se la sentiva di pronunciare ciò che non poteva mantenere in futuro.[162] Sempre in questo stesso periodo un fulmine fece cadere dall'iscrizione della sua statua la prima lettera del suo nome; gli venne annunciato che sarebbe vissuto solo cento giorni da questo evento, pari al numero indicato dalla lettera "C", e che sarebbe stato divinizzato poiché «aesar», ovvero quanto rimaneva della parola «Caesar», in lingua etrusca, significa «Dio».[162] Augusto allora, dopo aver disposto che Tiberio partisse per l'Illyricum, si mise in viaggio per accompagnarlo fino a Benevento. Giunto ad Astura, si imbarcò di notte, per approfittare del vento favorevole, ma cominciò ad avere attacchi di dissenteria.[162] Costeggiò, quindi, i lidi della Campania e fece il giro delle isole vicine, fermandosi per quattro giorni a Capri. Qui assistette agli esercizi degli efebi, in virtù di un'antica istituzione. Fece anche servir loro un banchetto in sua presenza, permettendo loro di divertirsi senza freni, saccheggiando i cesti di frutta, di cibo e altre cose che faceva lanciare. Sapendo che era ormai prossimo alla morte, non volle privarsi di alcun divertimento. In seguito passò da Napoli e, sebbene continuasse a soffrire al ventre, seguì il concorso quinquennale di ginnastica istituito in suo onore. Poi accompagnò Tiberio fino al luogo stabilito nei pressi di Benevento. Sulla strada del ritorno la sua malattia si aggravò, tanto da costringerlo a fermarsi a Nola. Qui chiese a Tiberio di tornare indietro, e con lo stesso si trattenne in un lungo colloquio segreto.[163] L'ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva:[164]
(greco)
«εὶ δέ τι Ἐπεὶ δὲ πάνυ καλῶς πέπαισται, δότε κρότον Καὶ πάντες ἡμᾶς μετὰ χαρᾶς προπέμψατε.»
(italiano)
«Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia.»
(SvetonioAugustus, 99)Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole:[164]
(latino)
«Livia, nostri coniugii memor vive, ac vale!»
(italiano)
«Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!»
(SvetonioAugustus, 99)Ebbe una morte dolce, come aveva sempre auspicato. Prima di morire mostrò un solo segno di delirio mentale, quando si lamentò di essere trascinato da quaranta giovani. In effetti fu un presagio, poiché proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono sulla piazza pubblica.[164] Morì nella stessa camera in cui spirò il padre, Gaio Ottavio, durante il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle calende di settembre (19 agosto 14), alla nona ora del giorno, alla veneranda età di quasi settantasei anni (mancavano trentacinque giorni al suo compleanno).[165] Il suo corpo venne trasportato da Nola a Roma. Ebbe due orazioni funebri: una di Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, l'altra di Druso, il figlio di Tiberio, dall'alto dei rostri antichi. Subito dopo i senatori lo portarono a spalla fino al Campo Marzio dove venne cremato. Un vecchio pretoriano giurò di aver visto salire al cielo il fantasma di Augusto, subito dopo la sua cremazione. I personaggi più influenti dell'ordine equestre, in tunica, senza cintura, a piedi nudi, deposero i suoi resti nel mausoleo a lui dedicato, fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere durante il suo sesto consolato, avendo poi aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato.[165] In seguito le ceneri dei suoi successori, della dinastia giulio-claudia, vennero qui deposte. Sappiamo però da Svetonio che Augusto vietò, nel suo testamento, che sua figlia Giulia e sua nipote, Giulia anche lei, venissero deposte anch'esse nel suo sepolcro, dopo la loro morte.[166] Augusto aveva redatto il suo testamento un anno e quattro mesi prima di morire. Lo aveva scritto su due fogli e lo aveva depositato presso le Vergini Vestali, che lo consegnarono unitamente ad altri tre rotoli anch'essi sigillati. Questi documenti furono aperti e letti in Senato. Egli aveva designato come eredi:[166] Lasciò poi allo Stato e al popolo romano quaranta milioni di sesterzi (43 500 000 sesterzi secondo Tacito), alle tribù tre milioni e mezzo, ai pretoriani mille sesterzi ciascuno, cinquecento a ciascun soldato delle coorti urbane e trecento ai legionari. Ordinò poi che questa somma fosse pagata senza ritardo, avendola tenuta come sua riserva personale.[166] Fece anche altri lasciti, dove alcuni non superavano i ventimila sesterzi. Stabilì che tutte queste cifre fossero pagate entro un anno e dichiarò che i suoi eredi non avrebbero preso più di centocinquanta milioni di sesterzi. Si giustificò infine sul totale del lascito, scrivendo che, sebbene negli ultimi venti anni i testamenti degli amici gli avessero lasciato mille e quattrocento milioni di sesterzi, questi erano stati spesi per la maggior parte per il bene della Res publica, insieme ai suoi due patrimoni e le altre eredità.[166]

Res Gestae

Augusto lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lasciò tre rotoli, che contenevano: Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione, sia in latino sia in traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l'odierna Ankara, la capitale della Turchia) e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti dei templi a lui dedicati. In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra. Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio.

Titolatura e monetazione

Il princeps ottenne nel corso degli anni:
«Due volte entrò in Roma con gli onori dell'ovazione: la prima volta dopo la guerra di Filippi, la seconda dopo la guerra di Sicilia. Tre volte celebrò il trionfo curule: per la Dalmazia, per Azio e per Alessandria, tutti e tre in tre giorni consecutivi.»
(SvetonioAugustus, 22)

Eredità culturale

Ascendenza

Note

«Alcuni volevano, quasi fosse anche lui il fondatore della città, che fosse chiamato Romolo; alla fine venne scelto il nome di Augusto, per novità e importanza. Il termine deriva da auctus come pure da avium gestus o gustus applicandosi ai luoghi sacri della tradizione religiosa nei quali si compivano sacrifici dopo aver preso gli auspici, come riferiscono i versi di Ennio: "Dopo che l'illustre Roma venne fondata sotto augusti auspici
(SvetonioAugustus, 7)

Bibliografia

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Shadow Moses (Metal Gear)

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Shadow Moses (Metal Gear)

Shadow Moses è il nome dell'immaginaria isola-fortezza creata da Hideo Kojima[2] e apparsa per la prima volta come ambientazione principale nel videogioco stealth Metal Gear Solid uscito su PlayStation nel 1998.[1]

Origini ed esistenza

L'isola di Shadow Moses si è formata in seguito all'eruzione di un vulcano sottomarino vicino ad Unimak, una delle isole Fox all'estremità orientale della catena delle isole Aleutine.[4] Le dimensioni dell'isola sono sconosciute, ma Shadow Moses risulta troppo piccola anche solo per costruire una pista di atterraggio.[4] La stabilità del luogo risulta compromessa, e ha portato il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico anche a pensare che all'inizio degli anni 2010 le isole Fox potessero affondare, insieme a Shadow Moses, in seguito al cedimento dovuto all'attività crostale e all'innalzamento dei livelli del mare causato dal riscaldamento globale.[5]

Apparizioni

Metal Gear Solid

Shadow Moses è divenuta un'isola-fortezza simile a Suomenlinna in seguito alla militarizzazione da parte degli Stati Uniti d'America e alla creazione di un impianto di smaltimento per armi nucleari nel 2002.[4][6] Segretamente però, la base militare sull'isola funge da laboratorio scientifico e complesso per lo sviluppo di armamenti; inoltre la base ha una propria centrale elettrica e una fonderia, che la rendono autosufficiente.[4] Nel 2005 si verificò poi un evento sconvolgente noto come "Incidente di Shadow Moses":[7] un giorno prima della rettifica degli accordi START, l'unità FOXHOUND delle forze speciali, capitanata da Liquid Snake, diede il via a una rivolta armata durante un'esercitazione di addestramento sull'isola, per chiedere al governo americano un riscatto in cambio della liberazione del capo della DARPA e del presidente di ArmsTech, che si trovavano sul posto per avere i dati dei testi di nuovo tipo di arma, il Metal Gear REX.[7] Minacciarono inoltre di utilizzare questa terrificante arma per lanciare un attacco nucleare in Cina o in Russia, scatenando la terza guerra mondiale, se le loro richieste non fossero state soddisfatte nel giro di 24 ore.[7] La situazione venne però salvata da Solid Snake, che sconfisse la squadra FOXHOUND, incluso Liquid Snake, e debilitò il Metal Gear REX, per poi fuggire in seguito dalla base militare.[7]

Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots

A seguito dell'incidente, dopo aver recuperato i materiali pericolosi dall'impianto di smaltimento nucleare, lo United States Army ha abbandonato il controllo dell'isola, lasciando la base militare e il laboratorio scientifico abbandonati a se stessi.[5] Nove anni dopo l'incidente, Solid Snake torna sull'isola di Shadow Moses per infiltrarsi nuovamente nella base militare ormai dismessa ed impedire che Liquid Ocelot recuperi il cannone a rotaia del REX rimasto nell'impianto di ricerca, per poi usarlo per distruggere la rete neurale Sons of the Patriots.[8] A differenza di nove anni prima, la missione di Snake fallirà e Liquid riuscirà nel recuperare l'arma.[8]

Shadow Moses nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo

Come parte integrante dell'universo di Metal Gear, per ambientazione, eventi e fatti storici, Shadow Moses è stata inserita al 33º posto nella lista dei 50 migliori universi videoludici redatta da IGN.[9] Il gruppo musicale metalcore britannico Bring Me the Horizon ha dedicato una canzone a Metal Gear Solid intitolandola proprio Shadow Moses.[10] Nel 2014, Google Maps omaggiò Shadow Moses inserendo screenshot di Metal Gear Solid nel census-designated place di Nikolski in Alaska, non a caso nelle isole Fox.[11][12] Shadow Moses era anche il nome di un remake amatoriale di Metal Gear Solid, realizzato con l'Unreal Engine,[13] ma mai completato in quanto Konami ne ha bloccato lo sviluppo nel 2016.[14]

Note

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Franco Fumagalli

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Franco Fumagalli

Franco Fumagalli, (anche: Gianfranco Fumagalli) (...), è uno scenografo italiano.

Carriera

Abbozzo
Durante la sua lunga carriera (1962-2010) Fumagalli ha lavorato in film di vari generi, soprattutto d'avventura e d'azione. Sin dall'inizio della sua carriera ha lavorato con registi statunitensi. Ha fatto tutti i suoi progetti cinematografici con registi differenti. Nel corso della sua carriera ha lavorato assieme allo scenografo Aurelio Crugnola in numerosi film: L'avventura di un italiano in Cina (1962), Accadde in Atene (1962), Il magnifico avventuriero (1963), Disneyland (episodio, "The Ballad of Hector the Stowaway Dog: Who the Heck Is Hector?", 1964), L'ultimo avventuriero (1969), Storia di una donna (1970), Che? (1972), Laure (1976), Sahara Cross (1978), The Black Stallion Returns (1983), King David (1985), Poliziotto in affitto (1987), Vanille fraise (1989), L'anno del terrore (1991) e Il paziente inglese (1996).

Filmografia

Scenografo

Architetto-scenografo

Arredatore

Dipartimento artistico

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Aston Martin F1 Team

L'Aston Martin F1 Team, nota dal 2019 al 2020 come Racing Point, è una scuderia britannica di Formula 1 con sede a Silverstone, sezione sportiva della casa automobilistica Aston Martin. Dal 2024 viene iscritta al campionato mondiale di Formula 1 con il nome di Aston Martin Aramco F1 Team,[1] in base all'accordo di sponsorizzazione con l'azienda saudita Aramco iniziato nel 2022.[2] Il team è stato fondato da un consorzio guidato dall'investitore canadese Lawrence Stroll, dopo l'acquisto della scuderia indiana Force India.

Storia

L'acquisizione della Force India (2018)

Nel corso della stagione 2018, dopo il Gran Premio d'Ungheria, il canadese Lawrence Stroll rileva la scuderia Force India, in difficoltà finanziarie, diventandone il nuovo proprietario.[3] L'impossibilità regolamentare di cambiare completamente denominazione a stagione in corso, porta a rinominare la squadra in Racing Point Force India F1 Team per i restanti 9 Gran Premi a partire dal Gran Premio del Belgio (con conseguente azzeramento dei punti in campionato), in luogo della vecchia denominazione Sahara Force India F1 Team.[4] Dopo l'ultima gara stagionale ad Abu Dhabi, la Force India viene definitivamente sostituita dalla nuova scuderia Racing Point F1 Team.[5]

Il periodo Racing Point (2019-2020)

2019

A pochi giorni dal termine della stagione 2018, il 30 novembre, viene annunciata la line-up della neonata scuderia che prenderà parte alla sua prima stagione di Formula 1 nel 2019: al confermato pilota messicano Sergio Pérez, "ereditato" dalla Force India, viene affiancato il giovane canadese Lance Stroll della Williams, figlio del proprietario Lawrence Stroll, che ha preso il posto di Esteban Ocon, pilota titolare Force India nel 2018, retrocesso al ruolo di terzo pilota del nuovo team, oltre che della Mercedes.[6] Il 13 febbraio 2019, giorno della presentazione ufficiale della nuova RP19, la scuderia annuncia la partnership con SportPesa, che ricopre il ruolo di title sponsor.[7] Inoltre lo sponsor austriaco BWT, già partner della Force India nelle stagioni 2017 e 2018, compare nella denominazione dei motori, ribattezzati BWT Mercedes.[8] La scuderia nelle prime dodici gare della stagione ha un rendimento alterno e inferiore alle ultime annate della Force India, ma Stroll riesce comunque a strappare un prestigioso quarto posto nel Gran Premio di Germania, dopo essere stato addirittura secondo e terzo nel corso della gara. Dopo la pausa estiva i piazzamenti in zona punti si fanno più frequenti, soprattutto con Pérez, mentre Stroll fa più fatica e riesce nell'impresa soltanto in due occasioni: in Belgio e in Giappone. Il bilancio finale della prima stagione in Formula 1 della scuderia è di 73 punti, e vale la settima posizione nella classifica costruttori.

2020: la vittoria di Pérez a Sakhir

Nella stagione 2020, confermati entrambi i piloti, la scuderia cambia il title sponsor: SportPesa viene infatti sostituito da BWT, che oltre al nuovo ruolo continua, come nel 2019, a comparire nella denominazione dei motori Mercedes.[9] La livrea non subisce radicali modifiche, in quanto rimane predominante il colore rosa dovuto alla partnership con BWT; scompare il blu sul cofano motore, sull'alettone posteriore e sulle prime due ciglia dell'alettone anteriore, in passato dovuti alla presenza di SportPesa. La stagione inizia in maniera decisamente migliore rispetto alla precedente, con i due piloti Sergio Pérez e Lance Stroll che riescono a segnare tempi interessanti durante i test prestagionali a Barcellona; un aumento di competitività dovuto all'adozione di soluzioni aerodinamiche molto simili alla Mercedes W10 della stagione precedente.[10] Alla vigilia del Gran Premio di Gran Bretagna, il tedesco Nico Hülkenberg prende il posto di Sergio Pérez, dopo che il messicano è stato trovato positivo al SARS-CoV-2 alla vigilia delle prime prove libere.[11] Il 7 agosto la Racing Point viene penalizzata di 15 punti nel campionato costruttori e multata di 400 000 dollari dalla FIA, in seguito al reclamo presentato dalla Renault nei tre Gran Premi precedenti sulla regolarità della vettura inglese. In seguito a un tampone con esito negativo, Pérez riprende regolarmente il suo posto a partire dal Gran Premio di Spagna, dopo due gare di assenza. Al Gran Premio d'Italia il canadese Lance Stroll regala il primo, storico podio alla scuderia, tagliando il traguardo in terza posizione. Nico Hülkenberg torna in pista nel Gran Premio dell'Eifel, in questo caso per sostituire l'altro pilota Lance Stroll, vittima di problemi di salute. Il canadese risulta anch'egli positivo al SARS-CoV-2 il lunedì seguente la disputa della gara. Una volta guarito, Stroll riprende il suo posto a partire dal successivo Gran Premio del Portogallo.[12] Nel corso delle qualifiche del Gran Premio di Turchia, caratterizzate dalla pioggia, Stroll conquista la prima storica pole position per sé e per la scuderia. In gara però conclude solo al nono posto, mentre l'altro pilota Pérez, partito dalla terza piazza, conclude al secondo posto, regalando il secondo podio stagionale al team. Nel Gran Premio di Sakhir arriva anche la prima storica vittoria della Racing Point, grazie a Sergio Pérez, anch'egli al primo successo in Formula 1; la giornata trionfale del team si completa con il terzo posto di Lance Stroll. Il bilancio finale della seconda stagione in Formula 1 della scuderia è di gran lunga migliore rispetto alla prima, con un totale di 195 punti (210 senza la penalizzazione), e vale la quarta posizione nella classifica costruttori, miglior risultato della sua ancor breve storia.

Il cambio di denominazione in Aston Martin (2021-oggi)

Nei primi mesi del 2020, viene annunciato che a partire dal 2021 la scuderia prenderà il nome di Aston Martin F1 Team, dopo l'acquisizione da parte di Lawrence Stroll di alcune quote della casa automobilistica britannica Aston Martin.[13] Viene così abbandonata dopo soli due anni la denominazione Racing Point.[14]

2021

Dal punto di vista dei piloti, per la stagione 2021 il team saluta il messicano Pérez che si trasferisce alla Red Bull, e lo sostituisce con il quattro volte campione del mondo tedesco Sebastian Vettel proveniente dalla Ferrari, al fianco del confermato Lance Stroll.[15] Il 7 gennaio viene annunciata la collaborazione con la società statunitense Cognizant, che ricopre il ruolo di title sponsor della scuderia, ufficialmente rinominata Aston Martin Cognizant F1 Team,[16] sostituendo il vecchio title sponsor BWT, che scompare anche dalla denominazione dei motori, ma rimane comunque tra gli sponsor della scuderia.[17] La vettura, la prima della nuova era Aston Martin, è la AMR21[18], presentata il 3 marzo[19] e portata in pista per la prima volta il giorno dopo dai piloti Vettel e Stroll, durante lo shakedown a Silverstone.[20] Già dai test prestagionali in Bahrein la vettura sembra aver perso la competitività che era valsa il quarto posto nella classifica costruttori l'anno precedente a causa delle modifiche regolamentari riguardanti il fondo,[21] impressioni che vengono poi confermate dalle prestazioni deludenti dei primi quattro Gran Premi, dove la squadra riesce a conquistare solamente 5 punti grazie a due piazzamenti di Stroll. La prima prestazione soddisfacente avviene al Gran Premio di Monaco, dove l'Aston Martin piazza entrambe le vetture a punti, e così Vettel conquista i suoi primi punti con la scuderia grazie ad un quinto posto. Al successivo Gran Premio d'Azerbaigian poi, Vettel si migliora, concludendo secondo e conquistando il primo podio della stagione per lui e per la scuderia. La scuderia poi riesce a piazzare entrambe le vetture a punti nel Gran Premio di Francia e Stroll va a punti anche in Stiria e in Gran Bretagna. Il pilota tedesco invece si ripete al Gran Premio d'Ungheria, giungendo di nuovo al secondo posto, ma dopo il termine della gara viene squalificato per carburante insufficiente sulla sua vettura. Nella seconda parte del campionato arrivano altri piazzamenti a punti di entrambi i piloti, ma che non permettono all'Aston Martin di compiere il salto di qualità, infatti il bilancio finale della terza stagione in Formula 1 della scuderia, la prima con la nuova denominazione, è di 77 punti, e vale la settima posizione nel mondiale costruttori.

2022

Nella stagione 2022 il team conferma entrambi i piloti. Il 3 febbraio viene annunciata la collaborazione con la società saudita Aramco, che ricopre il ruolo di co-title sponsor della scuderia, ufficialmente rinominata Aston Martin Aramco Cognizant F1 Team.[2] In occasione del Gran Premio del Bahrein, prima gara stagionale, Sebastian Vettel risulta positivo al SARS-CoV-2: al suo posto viene chiamato il pilota di riserva Nico Hülkenberg,[22] già protagonista con la scuderia di due gare nel 2020, che lo sostituisce anche nel Gran Premio d'Arabia Saudita della settimana successiva. Vettel, una volta guarito, riprende regolarmente il suo posto a partire dal Gran Premio d'Australia, terzo appuntamento stagionale. Nel successivo Gran Premio dell'Emilia-Romagna, l'Aston Martin ottiene i suoi primi punti in campionato, grazie all'ottavo posto di Vettel e al decimo di Stroll. Il resto del campionato non vede molti piazzamenti di rilievo in zona punti per i due piloti, che non riescono ad andare oltre il sesto posto: questo porta il team britannico a totalizzare solo 55 punti nella sua quarta stagione in Formula 1, che però sono sufficienti per confermare la settima posizione nel mondiale costruttori dell'anno precedente.

2023

Il 28 luglio 2022 Sebastian Vettel ha annunciato sul suo profilo Instagram il suo ritiro dalla Formula 1 a fine stagione.[23] Il 1º agosto seguente la scuderia britannica ha annunciato Fernando Alonso, proveniente dall'Alpine, come suo sostituto dalla stagione 2023.[24] Confermato invece l'altro pilota Lance Stroll. Fin dai primi test invernali, la nuova vettura si dimostra decisamente competitiva. Il primo risultato di rilievo arriva già nel Gran Premio del Bahrein, con Alonso che alla prima uscita col nuovo team conquista il terzo posto, mentre Stroll termina sesto, malgrado i postumi di un infortunio in bicicletta patito poche settimane prima. Nelle successive gare l'Aston Martin si conferma come principale inseguitrice delle imprendibili Red Bull, aggiudicandosi 4 podi nelle prime 5 gare, tutti per opera di Alonso.
Il logo della Racing Point usato dal 2019 al 2020
Il 24 maggio viene annunciato l'accordo con Honda per la fornitura delle power unit in esclusiva a partire dal 2026. Dopo ulteriori due podi sempre da parte del pilota spagnolo, nelle ultime gare prima della pausa estiva il team inglese accusa un calo di prestazioni vistoso, che non solo gli fa perdere il secondo posto nei costruttori in favore della Mercedes, ma mette a rischio anche la terza posizione, con la Ferrari sempre più vicina. Nella seconda parte del campionato infatti, dopo un illusorio secondo posto di Alonso in Olanda, con tanto di giro più veloce (il primo nella storia della scuderia), l'Aston Martin si fa sorpassare non solo dalla squadra di Maranello, ma perde anche la quarta posizione in favore della McLaren. Un ritorno alla competitività si ha soltanto nel Gran Premio di San Paolo, nel quale Alonso conquista l'ottavo podio stagionale giungendo terzo, mentre Stroll chiude quinto. Il bilancio finale della quinta stagione in Formula 1 del team britannico, cominciata in modo entusiasmante ma complicatasi parecchio nel prosieguo, è di 280 punti, che valgono dunque la quinta posizione nel mondiale costruttori.
Il composit logo di SportPesa Racing Point usato nella stagione 2019

2024

Il 14 dicembre 2023 viene annunciata la nuova denominazione della scuderia per la stagione 2024: lo sponsor Cognizant viene abbandonato e la squadra ex Racing Point diviene ufficialmente Aston Martin Aramco F1 Team.[1] Confermata la coppia di piloti formata da Lance Stroll e Fernando Alonso. All'inizio della stagione la nuova vettura sembra essere meno performante rispetto alla precedente, pur permettendo ad Alonso di lottare costantemente all'interno della zona punti, mentre Stroll appare più in difficoltà sia in qualifica che in gara. Nel Gran Premio di Cina arriva il secondo giro più veloce nella storia della scuderia, sempre per opera dell'esperto pilota spagnolo, che si ripete anche nel Gran Premio d'Austria. Con il proseguire dell'annata il team britannico, anche a causa di aggiornamenti non efficaci, conferma il trend d'inizio campionato, anche se gli arrivi in zona punti di Alonso soprattutto, ma anche di Stroll, si fanno meno frequenti. L'11 settembre viene confermato l'ingaggio di Adrian Newey in qualità di Managing Technical Partner e co-proprietario del team;[25] oltre all'ingegnere britannico, la squadra si rinforza con l'arrivo di Enrico Cardile dalla Ferrari in qualità di Chief Technical Officer (CTO), entrambi a partire dal 2025.[26]
Il composit logo di BWT Racing Point Formula One Team usato nella stagione 2020
Il bilancio conclusivo della sesta stagione in Formula 1 della scuderia è di 94 punti, che malgrado siano molti di meno rispetto alla stagione precedente le permettono di confermare il quinto posto nella classifica costruttori.

2025

Anche nel campionato 2025, per il terzo anno consecutivo, l'accoppiata di piloti è formata dal canadese Lance Stroll e dallo spagnolo Fernando Alonso.

Gestione Sportiva

Il composit logo di Aston Martin Cognizant Formula One Team usato nella stagione 2021
Di seguito l'organigramma della Gestione Sportiva:

Statistiche

Vittorie

Podi

Il composit logo di Aston Martin Aramco Cognizant Formula One Team usato dal 2022 al 2023

Pole position

Giri veloci

Piloti

Risultati in Formula 1

Il composit logo di Aston Martin Aramco Formula One Team in uso dal 2024
* – Indica il pilota ritirato ma ugualmente classificato avendo coperto, come previsto dal regolamento, almeno il 90% della distanza di gara.

Loghi

Note

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Regno Unito (bandiera) McLaren
81 Australia (bandiera) Piastri
4 Regno Unito (bandiera) Norris

Italia (bandiera) Ferrari
16 Monaco (bandiera) Leclerc
44 Regno Unito (bandiera) Hamilton

Austria (bandiera) Red Bull
1 Paesi Bassi (bandiera) Verstappen
30 Nuova Zelanda (bandiera) Lawson
22 Giappone (bandiera) Tsunoda Germania (bandiera) Mercedes
63 Regno Unito (bandiera) Russell
12 Italia (bandiera) Antonelli

Regno Unito (bandiera) Aston Martin
18 Canada (bandiera) Stroll
14 Spagna (bandiera) Alonso

Francia (bandiera) Alpine
10 Francia (bandiera) Gasly
7 Australia (bandiera) Doohan

Stati Uniti (bandiera) Haas
31 Francia (bandiera) Ocon
87 Regno Unito (bandiera) Bearman

Italia (bandiera) Racing Bulls
6 Francia (bandiera) Hadjar
22 Giappone (bandiera) Tsunoda
30 Nuova Zelanda (bandiera) Lawson Regno Unito (bandiera) Williams
23 Thailandia (bandiera) Albon
55 Spagna (bandiera) Sainz Jr.

Svizzera (bandiera) Sauber
27 Germania (bandiera) Hülkenberg
5 Brasile (bandiera) Bortoleto


UEFA Conference League 2024-2025

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UEFA Conference League 2024-2025

La UEFA Conference League 2024-2025 è la 4ª edizione della UEFA Conference League (già UEFA Europa Conference League), la terza manifestazione calcistica europea per importanza. A partire da questa stagione, la UEFA ha cambiato il nome della manifestazione da Europa Conference League a Conference League. Il torneo è iniziato il 10 luglio 2024 e si concluderà il 28 maggio 2025 con la finale al Wroclaw Stadium di Breslavia, in Polonia. L'Olympiacos è la squadra campione in carica, avendo vinto l'edizione precedente. Questa edizione rappresenta la prima con il nuovo formato a 36 squadre a girone unico: ognuna delle squadre partecipanti sfiderà sei avversarie diverse, tre in casa e tre in trasferta, secondo la modifica al regolamento varato dall'UEFA.[1] I vincitori di questa edizione otterranno la qualificazione automatica alla UEFA Europa League 2025-2026.

Squadre partecipanti

Un totale di 77 squadre delle 55 associazioni affiliate all'UEFA parteciperanno alla competizione[2] secondo la seguente tabella: In aggiunta, 15 squadre eliminate nei turni di qualificazione di Champions League e 41 squadre eliminate dai turni di qualificazione di Europa League verranno trasferite in Conference League. A partire da questa edizione, non ci sono più retrocessioni dall'Europa League alla Conference League. (52 squadre) (102 squadre) (14 squadre) (88 squadre) (60 squadre) (8 squadre) (52 squadre) (48 squadre)
(10 squadre) (38 squadre) (36 squadre) (24 squadre) A causa della sospensione della Russia per la stagione europea 2024-2025 sono state apportate le seguenti modifiche alla lista di accesso:

Ranking delle federazioni

Per la UEFA Europa League 2024-2025, le associazioni avranno un numero di squadre determinato dal coefficiente UEFA del 2023, che prende in esame le loro prestazioni nelle competizioni europee dalla stagione 2018-2019 alla stagione 2022-2023.

Squadre partecipanti

Tra parentesi viene indicata la modalità secondo cui le squadre hanno ottenuto la qualificazione.

Date

Il programma della competizione è il seguente.[10] Tutti i sorteggi si tengono nel quartier generale dell'UEFA a Nyon, tranne quello della fase campionato a Monaco. Le partite sono programmate per il giovedì, incluso una giornata esclusiva prevista per il 19 dicembre, tranne la finale che si terrà di mercoledì, a meno di conflitti di programmazione con altre partite che potrebbero portare all'anticipo di martedì o mercoledì.

Partite

Qualificazioni

Primo turno di qualificazione

Secondo turno di qualificazione

Terzo turno di qualificazione

Spareggi

UEFA Conference League

Fase campionato

Classifica finale
Legenda: Regolamento
Calendario


Classifica in divenire

Fase a eliminazione diretta

Spareggi
Ottavi di finale
Quarti di finale
Semifinali
Finale
Assistenti arbitrali:


Quarto ufficiale:

Assistente di riserva:

VAR:

Assistente al VAR:

Supporto al VAR:

Classifica marcatori

Aggiornata al 17 aprile 2025.[12]

Note

Voci correlate

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Causeway

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Causeway

Causeway è un film del 2022 diretto da Lila Neugebauer.

Trama

Lynsey, un soldato statunitense, subisce un trauma cranico dopo un'esplosione in Afghanistan che la costringe a tornare a casa a New Orleans. Fatica per tornare alla sua vita quotidiana con sua madre mentre aspetta di poter tornare a combattere per star lontana da casa. Il suo medico è riluttante a firmare la sua rinuncia a tornare poiché ritiene che il trauma abbia un forte legame con la sua depressione. Man mano che migliora con la riabilitazione, Lynsey diventa amica di James, un meccanico di automobili, che ha anche un trauma fisico e mentale dopo un incidente d'auto in cui suo nipote è rimasto ucciso sul Lake Pontchartrain Causeway. Causeway, il titolo del film, è una metafora dei viaggi dei personaggi nel film in quanto potrebbe essere "terrificante attraversarlo quando ci sei sopra, non puoi vedere".

Produzione

Nell'aprile 2019 viene annunciato che Jennifer Lawrence e Brian Tyree Henry si erano uniti al cast di un film drammatico, allora senza titolo, con Lila Neugebauer alla regia e Elizabeth Sanders alla sceneggiatura.[1] La produzione è iniziata nell'estate del 2019 a New Orleans, ma è stata ritardata a causa dell'uragano Barry. La produzione è in seguito ripresa a marzo 2020, ma è stata nuovamente ritardata a causa della pandemia di COVID-19 ed è stata completata nell'estate del 2021.[2]

Distribuzione

Nel luglio 2022 viene annunciato che Apple TV+ avrebbe distribuito il film.[3][4] Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival il 10 settembre 2022.[5] La prima europea si è tenuta l'8 ottobre 2022 al BFI London Film Festival. È stato inoltre presentato alla Festa del Cinema di Roma nell'ottobre dello stesso anno.[6] Ha avuto una distribuzione limitata nelle sale statunitensi il 28 ottobre 2022,[7] ed è stato distribuito su Apple TV+ il 4 novembre 2022.[8]

Accoglienza

Critica

Sull'aggregatore Rotten Tomatoes, il film ha un indice di gradimento dell'87% basato su 98 recensioni, con una valutazione media di 7,10 su 10. Il consenso della critica del sito web recita: "Causeway dà uno sguardo potentemente sommesso agli effetti persistenti del trauma, guidato dalle avvincenti performance di Jennifer Lawrence e Brian Tyree Henry".[9] Su Metacritic, il film ha un punteggio di 65 su 100 basato su 31 recensioni, che indicano "recensioni generalmente favorevoli".[10]

Riconoscimenti

Note

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Mergus merganser

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Mergus merganser

Erlo
Lo smergo maggiore o smergo comune, (Mergus merganser), è un'anatra di grosse dimensioni, distribuita in tutta l'Europa, l'Asia settentrionale e il Nordamerica. È più comune in laghi e fiumi. I suoi nidi possono trovarsi nelle cavità degli alberi. Ne esistono tre sottospecie: Maschi e femmine sono facilmente distinguibili, dal momento che lo smergo maschio ha la testa verde scura, mentre la testa della femmina è bruno-rossastra. Lo smergo maggiore è lungo 70 cm ed ha 78–94 cm di apertura alare.
Questi grandi mangiatori di pesci hanno i margini dei loro becchi seghettati per far meglio presa sulle loro prede. Insieme alla pesciaiola e agli altri smerghi, sono noti spesso come "becchi a sega". Si nutrono anche di cozze e gamberetti; i giovani uccelli si nutrono soprattutto di insetti acquatici. Gli uccelli nordamericani migrano verso sud in piccoli gruppi fino agli Stati Uniti ovunque sia possibile trovare stagni, laghi e fiumi liberi dal ghiaccio; sulla costa occidentale, alcuni uccelli sono permanentemente stanziali. Anche gli uccelli scandinavi e russi migrano verso meridione, ma gli uccelli europei occidentali sono per la maggior parte stanziali.
Lo smergo maggiore è una delle specie protette dall'Agreement on the Conservation of African-Eurasian Migratory Waterbirds (AEWA).

Descrizione

Lo smergo maggiore presenta una forma piuttosto slanciata e il suo profilo sull'acqua risulta essere basso. Un carattere molto evidente è il becco che è spesso alla base che via via si restringe e termina con un leggero ripiegamento verso il basso. La femmina presenta un cappuccio marroncino che arriva fino alla gola e ha un bordo netto. Il mento è bianco e vi è una parte più scura tra l'occhio e la base del becco. I fianchi, come anche il dorso sono grigi e si schiariscono in prossimità del petto.
Il giovane è molto simile alla femmina da cui si differenzia per dei segni chiari tra il becco e l'occhio. Il maschio in abito riproduttivo è molto particolare e facilmente riconoscibile. Infatti presenta i fianchi rosati e il dorso nero. Inoltre il becco rosso vivo contrasta con il cappuccio verde smeraldo. Nel piumaggio eclissale, risulta invece essere molto simile alla femmina da cui però si differenzia per una grande macchia alare bianca. In volo la femmina mostra uno specchio alare bianco e le copritrici alari grigie chiare, mentre le primarie sono più scure. Il maschio invece ha copritrici, terziarie e secondarie bianche e le primarie sono invece nere. Inoltre nel maschio è molto evidente il distacco tra il collo bianco e il cappuccio verde smeraldo.

Nella cultura di massa

Lo smergo maggiore, una volta diffuso anche in Italia, ora più raro, è conosciuto, specialmente in Piemonte, anche con il nome comune di erlo (fare l'erlo è una locuzione con il significato di fare il gradasso oppure mostrare baldanza; tale locuzione è citata, con relativa spiegazione, nell'opera La chiave a stella di Primo Levi nel racconto Senza tempo[1]).

Note

Bibliografia

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Russell Crowe

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Russell Crowe

Russell Ira Crowe (Wellington, 7 aprile 1964) è un attore, regista e cantante neozelandese. È noto soprattutto per avere interpretato il ruolo del comandante e generale Massimo Decimo Meridio nel film Il gladiatore di Ridley Scott, ruolo che gli ha dato molta popolarità e gli ha consentito di aggiudicarsi il Premio Oscar come miglior attore protagonista nel 2001. Ha interpretato inoltre il matematico John Nash in A Beautiful Mind di Ron Howard, grazie al quale ha ottenuto un BAFTA, un Golden Globe e la sua terza candidatura all'Oscar, il capitano Jack Aubrey in Master & Commander - Sfida ai confini del mare di Peter Weir, il pugile James J. Braddock in Cinderella Man - Una ragione per lottare, sempre di Ron Howard, e lo psicopatico Tom Cooper nel film Il giorno sbagliato di Derrick Borte. Tra gli altri ruoli più noti vi sono Hando in Skinheads, il dottor Jeffrey Wigand in Insider - Dietro la verità di Michael Mann (che nel 1999 gli ha fruttato la sua prima candidatura all'Oscar), Robin Hood nell'omonimo film del 2010 (diretto ancora da Ridley Scott) e l'ispettore Javert in Les Misérables di Tom Hooper, adattamento cinematografico dell'omonimo musical di Claude-Michel Schönberg (a sua volta tratto dal romanzo di Victor Hugo). Nel 2020 si è aggiudicato per la seconda volta il Golden Globe per la sua interpretazione di Roger Ailes nella miniserie The Loudest Voice - Sesso e potere. È stato iscritto fra le celebrità della Hollywood Walk of Fame: la sua stella ha il numero 2 404[1][2].

Biografia

I suoi genitori, Jocelyn Yvonne Wemyss e John Alexander Crowe, sono gestori dei catering dei set cinematografici. Il padre ha inoltre gestito un albergo in passato. Il nonno materno, Stan Weymess, era un regista che ricevette l'Ordine dell'Impero Britannico per aver filmato gli eventi della seconda guerra mondiale, nonché membro della New Zealand Film Unit. È di origini gallesi, scozzesi, irlandesi, tedesche, italiane[3][4][5][6], norvegesi e svedesi. Suo zio e i suoi cugini sono tutti membri della squadra nazionale di cricket della Nuova Zelanda.[7][8][9][8][9][10][11][12] Dopo avere partecipato a numerose serie televisive e soap opera come Neighbours ottiene la parte di protagonista in alcuni film australiani tra cui Skinheads, nel 1992, per il quale ottiene il premio come miglior attore protagonista dall'Australian Film Institute, e considerato il suo vero esordio cinematografico, oltre che suo primo film importante. Skinheads ebbe un notevole successo di critica. Nel 1993 affiancò Charlotte Rampling nel film Un piccolo grande eroe. Nel 1995 Sharon Stone, in veste di produttrice e protagonista del western Pronti a morire, lo chiama per interpretare una parte in questo film. Nonostante il cast, composto da stelle del cinema (oltre alla Stone e Crowe, Gene Hackman, Leonardo DiCaprio e la regia di Sam Raimi) il film si rivela un flop dal punto di vista del botteghino come da quello della critica. Nello stesso anno partecipa ad altri due film, Miss Magic e Fino alla fine. Seguono altri insuccessi fin quando, nel 1997, l'interpretazione dell'agente Bud White in L.A. Confidential lo lancia tra le stelle di Hollywood. Nello stesso anno interpreterà altri due film, ovvero Paradiso di fuoco e Breaking Up - Lasciarsi. Dopo avere interpretato John Biebe accanto a Burt Reynolds in Mistery, Alaska, per Crowe iniziano gli anni 2000 e il periodo di grandi consensi. Il primo è per Insider - Dietro la verità di Michael Mann, nel quale interpreta il dottor Jeffrey Wigand; qui Crowe viene candidato sia al premio Golden Globe sia all'Oscar come miglior attore protagonista, ma viene battuto prima da Denzel Washington per Hurricane - Il grido dell'innocenza, poi da Kevin Spacey per American Beauty. Sarà l'anno seguente, il 2000, a vedere Crowe travolto da una grande notorietà internazionale: l'interpretazione del generale romano Massimo Decimo Meridio nel film Il gladiatore di Ridley Scott, da cui comincerà quel sodalizio con il regista che dura tutt'oggi, gli farà vincere l'Oscar al miglior attore (al Golden Globe in detta categoria viene battuto da Tom Hanks per Cast Away). Nel tempo libero Russell Crowe è anche un apprezzato cantante e con la sua band si è esibito, tra l'altro, al Festival di Sanremo 2001. Nel 2010 si è esibito in Piazza di Spagna, a Roma, assieme agli attori co-protagonisti di Robin Hood, Alan Doyle, frontman della band canadese Great Big Sea e suo grande amico, Scott Grimes e Kevin Durand.
L'anno successivo Ron Howard lo contatta per il ruolo del professore di matematica schizofrenico John Nash nella pellicola A Beautiful Mind. Per la sua interpretazione, Crowe conquista il Golden Globe e il BAFTA Award come miglior attore protagonista, arrivando perciò come favorito principale alla 73ª notte degli Oscar; similmente a quanto avvenuto ai Golden Globe del 2000, gli giurati dell'Academy gli preferiscono Denzel Washington, stavolta per Training Day. A questo punto si prende una piccola pausa e torna sullo schermo due anni dopo nel nuovo film di Peter Weir Master & Commander - Sfida ai confini del mare, un film che fonde avventura, storico, drammatico e di guerra dove Crowe interpreta il capitano Jack Aubrey e viene nominato ai Golden Globe. Due anni dopo, nel 2005, è protagonista di Cinderella Man - Una ragione per lottare di Ron Howard; qui riceve la sua quinta candidatura ai Golden Globe. Poi nel 2006 è protagonista di Un'ottima annata - A Good Year di Ridley Scott. Nel 2007 è protagonista con Christian Bale del remake del film Quel treno per Yuma e con Denzel Washington in American Gangster di Ridley Scott. Interpreta poi Nessuna verità, nuovamente di Ridley Scott, dove Crowe interpreta un boss della CIA, dividendo lo schermo con Leonardo DiCaprio. Nel 2008 Crowe è voce narrante nel film documentario Bra Boys, scritto e diretto da Sunny Abberton. Nel 2009 è tra i protagonisti, assieme a Ben Affleck, Rachel McAdams e Helen Mirren, del thriller politico State of Play, mentre nel 2010 torna ancora una volta a collaborare con Ridley Scott in Robin Hood. Nel 2012 interpreta il ruolo dell'ispettore Javert nel film musicale Les Misérables, in cui recita assieme all'amico Hugh Jackman. Sempre nel 2012 si sono svolte le riprese dell'adattamento cinematografico del racconto biblico del diluvio universale, progetto del regista Darren Aronofsky, dove Crowe interpreta il protagonista Noè. L'uscita del colossal biblico, intitolato Noah e prodotto da Paramount Pictures e New Regency Productions, è avvenuta nella primavera del 2014.[13][14] Nel 2013 interpreta Jor-El, padre kryptoniano di Superman, interpretato da Henry Cavill, nel film L'uomo d'acciaio.[15] Il film è stato diretto da Zack Snyder e nel cast sono presenti anche Amy Adams, Kevin Costner e Diane Lane. L'anno successivo prende parte al film Storia d'inverno accanto a Colin Farrell.[16] Nel 2014 esordisce alla regia con il film The Water Diviner, dove interpreta anche il ruolo del protagonista, un uomo che, dopo la prima guerra mondiale, si reca in Turchia dalla nativa Australia per cercare i suoi figli dispersi.[17] Nel 2015 esce nelle sale Padri e figlie, dove l'attore recita a fianco di Amanda Seyfried. Il film narra del rapporto tra un padre e sua figlia nell'arco di 25 anni. Nel 2016 è protagonista, insieme a Ryan Gosling, della commedia d'azione The Nice Guys, diretta da Shane Black; nello stesso anno prende parte a La mummia, reboot del film sulla mummia, dove interpreta il Dr. Henry Jekyll. Nel 2020, a seguito della sua interpretazione nella miniserie The Loudest Voice della controversa figura di Roger Ailes, ex amministratore delegato di Fox News, molto apprezzata da parte della critica, riceve il Golden Globe come miglior attore in una miniserie o film televisivo. Nel 2022 interpreta Zeus nel film Thor: Love and Thunder.
Nel 2023 interpreta padre Gabriele Amorth nel film L'esorcista del papa. Nello stesso periodo inizia un tour con la sua band, The Gentlemen Barbers, esibendosi anche al Festival di Sanremo 2024 nel corso della terza serata a distanza di 23 anni dall'ultima volta (nel 2001 aveva suonato con la band 30 Odd Foot of Grunts).[18][19] In estate la band gira l’Italia in tour per diverse date e Crowe viene intervistato a Noos, programma documentaristico di Alberto Angela, dove racconterà la sua esperienza da attore ne Il gladiatore venendo doppiato nuovamente da Luca Ward come nel film.[20][21]

Vita privata

Il 7 aprile 2003 ha sposato la cantante australiana Danielle Spencer.[22] Dal loro matrimonio sono nati due figli: Charles Spencer Crowe (nato il 21 dicembre 2003[23]) e Tennyson Spencer Crowe (nato il 7 luglio 2006[24]). Dopo essersi separati nel 2012,[25] nell'aprile 2018 la coppia divorzia.[26] Nel 2005 a New York Crowe fu arrestato per aggressione dopo avere colpito in faccia, con un telefono, un impiegato dell'albergo dove alloggiava.[27]

Filmografia

Attore

Cinema

Televisione

Regista

Produttore

Riconoscimenti

Doppiatori italiani

Nelle versioni in italiano delle opere in cui ha recitato, Russell Crowe è stato doppiato da: Da doppiatore è sostituito da: In L.A. Confidential la scelta di Luca Ward è stata fatta dallo stesso Crowe[28], mentre in American Gangster la scelta di Fabrizio Pucci è stata fatta dal regista Ridley Scott assieme al montatore italiano Pietro Scalia[29].

Note

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Voxeurop

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Voxeurop

Voxeurop è un sito di informazione multilingue rivolto a un pubblico europeo. Lanciato nel 2014, è il successore di Presseurop.

Storia

Voxeurop è stato cofondato nel 2014.[1] Il patrimonio di Presseurop, composto da circa 1700 articoli[2], è stato recuperato nel nuovo progetto editoriale.[3] Il team, inizialmente composto principalmente da volontari[4], è ora costituito da una rete di cinquanta traduttori professionisti[5], ma anche da freelance e collaboratori occasionali.[6] Nel 2016, il sito ha avuto 1,25 milioni di visitatori unici[7], raggiungendo quasi l'obiettivo fissato all'epoca da Presseurop.[8]

Linea editoriale

Pubblicazioni

Le sei rubriche principali che hanno definito la linea editoriale di Presseurop sono state trasmesse a Voxeurop: politica, società, economia, scienza e ambiente, cultura e idee, Eu e mondo.[3][9] Il sito multilingue destinato a un pubblico paneuropeo[10] si presenta in dieci lingue: inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo, ceco, olandese, polacco, portoghese e rumeno.[11] Tuttavia, le lingue principali sono l’inglese, il francese, il tedesco[7], l’italiano e lo spagnolo. Ogni giorno vengono tradotti e pubblicati articoli selezionati da 200 testate[12] giornalistiche internazionali ed europee.[13] Voxeurop pubblica contenuti originali[5] e vignette[14], in particolare in collaborazione con il Cartoon Movement.[15][16] Oltre alle collaborazioni con 200 testate internazionali ed europee sulla traduzione degli articoli, il giornale ha concluso diversi accordi con dei media francesi e stranieri per pubblicare gli articoli sui loro siti web, tra cui Alternatives économiques[17], Internazionale[18], Zeit Online[19], Investigative Europe[20], Cosmocène[21] e BVC News.[22]

Indipendenza del giornale

Voxeurop è editorialmente e finanziariamente indipendente[3][23]. L'adesione alla Carta di Monaco di Baviera riguardante i diritti e i doveri dei giornalisti e alla Global Charter of ethics for journalists, la cui osservanza è controllata dal comitato scientifico, è destinata a garantire la stretta indipendenza editoriale del giornale.[24] In quanto società cooperativa di interesse collettivo (Scic), è indipendente dai suoi azionisti[25] che sono per lo più lettori, giornalisti e traduttori di 23 nazionalità diverse.

Organizzazione

Status giuridico

Voxeurop è stato inizialmente istituito come associazione. Manterrà questo status per tre anni, per poi diventare nel 2017[23] una società cooperativa europea di stampa (SCE). Nel 2019 diventa una società cooperativa di lavoro e poi una società cooperativa di interesse collettivo.[25]

Modello economico

Il modello economico è fondato sul sostegno finanziario dei lettori[26], simile al modello del The Guardian[23] ma con pubblicità ai lettori non membri del giornale. L'accesso alla homepage è gratuito, così come la lettura di alcuni articoli, ma la maggior parte del giornale è accessibile solo con un abbonamento a pagamento. L'iscrizione a pagamento è un modo per garantire al lettore qualità editoriale e indipendenza[27], in cambio dell'accesso a contenuti esclusivi e senza pubblicità. Con i "Voxeurop Services", il giornale estende le sue attività offrendo servizi editoriali su misura e traduzioni multilingue in tutte le lingue europee.[28] Voxeurop riceve una sovvenzione dalla Commissione europea per il coordinamento del progetto European Data Journalism Network (EDJNet)[7][29], così come Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e Alternatives économiques. È anche sostenuto da varie fondazioni europee, tra cui la Fondazione Europea per la Cultura[30] e IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).[31]

Premi e riconoscimenti

Note

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La promessa dell'assassino

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La promessa dell'assassino

«Ogni peccato è macchiato col sangue.»
(Tagline del film)La promessa dell'assassino (Eastern Promises) è un film del 2007 diretto da David Cronenberg, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival.

Trama

Anna Chitrova, di origine russa, svolge la sua attività di ostetrica a Londra; un giorno rimane molto turbata dalla tragica morte di una quattordicenne, avvenuta a causa di un'emorragia dopo aver dato alla luce una bambina; della ragazza non si conosce l'identità e Anna cerca di scoprirla tramite un diario che la giovane aveva con sé, che però è scritto completamente in russo. Tra le pagine del diario Anna trova un biglietto di un ristorante chiamato Trans-Siberian, dove si reca per cercare notizie al fine di rintracciare la famiglia di origine della ragazza a cui affidare la neonata. Il ristorante è gestito dal cordiale Semën, ma dietro la facciata disponibile dell'anziano si nasconde in realtà il capo di una fratellanza criminale chiamata Vory v zakone, al cui vertice, oltre a lui, c'è anche il figlio Kirill, un uomo alquanto instabile e poco apprezzato dal padre.
Nikolai Lužin è il carismatico e imperturbabile autista di fiducia di Kirill, con cui ha stretto un legame profondo ed ambiguo, il cui scopo sembra quello di voler arrivare, proprio tramite questi, alle grazie del padre; un rapporto ambiguo nasce anche tra lui e la bella Anna, la quale, alla disperata ricerca di una famiglia a cui affidare la neonata, non riesce a capire la vera natura dell'uomo. Una volta tradotto il diario si scopre che Tatiana, la ragazzina, era arrivata in Inghilterra dopo la morte del padre per cercare una vita migliore, ma era caduta nel giro della prostituzione gestito da Semën e per giunta era stata violentata da quest'ultimo rimanendo incinta. Nel frattempo Nikolai diviene sempre di più l'uomo di fiducia di Semën, tanto da acquisire ufficialmente i "gradi" della Vory v zakone, ma l'uomo decide di venderlo ad alcuni rivali ceceni per salvare la vita di Kirill, il quale aveva ordinato l'uccisione del fratello di questi uomini poiché spargeva in giro la voce che fosse gay (voce che lo stesso Semën sembra confermare, così come i comportamenti ambigui che Kirill manifesta nei confronti di Nikolai). Nikolai viene attaccato dai ceceni mentre si trova in una sauna, ma riesce a salvarsi e in ospedale viene visitato dal capo della sezione russa di Scotland Yard: Nikolai infatti è un agente infiltrato. Anna si prende cura di lui finché non intravede nell'ascensore Kirill: questi ha rapito la piccola Christine dopo che la polizia, seguendo le indicazioni di Nikolai, ha prelevato il sangue di Semën per dimostrare che è lui il padre della bambina e di conseguenza accusarlo di stupro e corruzione di minore. Anna e Nikolai riescono a fermare Kirill appena in tempo salvando la bambina; i due si salutano con un bacio e, qualche tempo dopo, si scopre che la piccola è ormai nelle amorevoli mani dell'ostetrica e della sua famiglia mentre Nikolai, proseguendo imperterrito nella sua missione, ha ormai preso il posto di Semën nelle gerarchie criminali dell'organizzazione.

Produzione

Questo è il primo film di Cronenberg girato completamente fuori dal Canada. Cronenberg torna a dirigere Viggo Mortensen dopo A History of Violence. Lo sceneggiatore Steven Knight ha scritto la sceneggiatura, dopo aver già ricevuto una candidatura all'Oscar per il film Piccoli Affari Sporchi (2002) di Stephen Frears. Mortensen dà vita ad un personaggio memorabile per intensità e suggestione. In perfetta continuità con il precedente cinema di Cronenberg, anche per il protagonista di questo film la fisicità riveste un ruolo di primaria importanza[1]: il corpo di Nikolai è infatti ricoperto da 43 vistosi tatuaggi. Mortensen ha studiato per mesi i tatuaggi criminali grazie ad un libro e al documentario girato nelle prigioni russe da Alix Lambert.
Per ricoprire il corpo di Viggo Mortensen di tatuaggi, il truccatore Stephan Dupuis impiegò più di quattro ore.[2] La scena in cui a Nicolai vengono tatuate delle stelle sulle ginocchia, sta a significare che "egli non si inginocchierà mai di fronte a nessuno"; inoltre, le stelle sul petto significano che è entrato nella famiglia come membro effettivo. Per la scena di lotta nella sauna, Cronenberg chiese a Mortensen di girare la scena completamente nudo per renderla più credibile.[3][4]

Riconoscimenti

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Casino Salviati

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Casino Salviati

Il Casino Salviati o Borghese si trova in Borgo Pinti 80-82 a Firenze.

Storia e descrizione

Il terreno fu acquistato dai Salviati fin dal Cinquecento, ma era destinato prevalentemente a giardino. Solo nel Seicento venne realizzata una "casa da signore" su progetto dell'architetto Gherardo Silvani, su committenza di Vincenzo Salviati, con un cantiere aperto attorno al 1653. In questo periodo vennero aggiunti anche nuovi edifici, tra cui quello per il gioco della pallacorda e il pallottolaio. Nel 1794 il cardinale Gregorio Salviati, ultimo discendente della casata, ne passò la proprietà al principe Camillo Borghese, figlio di sua sorella Marianna.
Risale all'epoca del matrimonio tra Camillo e Paolina Bonaparte la ristrutturazione del "casino" ad opera dell'architetto Gaetano Baccani (1834) e la riconversione del giardino secondo la moda allora dominante, da giardino all'italiana a parco romantico. Del giardino, già noto per le piante rare, i gelsomini di Catalogna e l'uva zibibbo, si mantenne l'antica tradizione botanica, in particolare per la produzione di ananassi. Dai Borghese il possesso tornò successivamente a un altro ramo dei Salviati. Alla fine degli anni sessanta una porzione del giardino fu acquisita dal Comune e tuttora, con la denominazione di Giardino del Borgo, è aperta al pubblico (ingresso al n. 76), gestita per conto del Comune dalla cooperativa sociale Gaetano Barbieri. Per quanto riguarda il palazzo - che attualmente si propone sulla strada con un'ampia facciata di nove assi per quattro piani, l'ultimo frutto di una tarda soprelevazione - spicca l'inconsueto ingresso di forme neoclassiche (riconducibile agli interventi di Gaetano Baccani), con un pronao a quattro colonne d'ordine ionico che sorreggono un terrazzino di ben più modeste pretese, comunque arricchito da un'ancor più inconsueta ringhiera raggiata; al centro è un piccolo scudo con l'arme dei Salviati (bandato doppiomerlato d'argento e di rosso).

Bibliografia

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Maurizio Sarri

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Maurizio Sarri

Maurizio Sarri (Napoli, 10 gennaio 1959) è un allenatore di calcio italiano. Nella sua carriera, iniziata nel 1990 tra i dilettanti della Seconda Categoria[3] e proseguita nel successivo trentennio fino ai massimi livelli internazionali,[4] ha vinto un campionato di Eccellenza (2000-2001) e una Coppa Italia Serie D (2002-2003) con la Sansovino, una UEFA Europa League (2018-2019) con il Chelsea e un campionato di Serie A (2019-2020) con la Juventus. Ha inoltre ottenuto sei promozioni in carriera: due con la Sansovino e una a testa con Cavriglia, Antella, Sangiovannese ed Empoli.[5]

Biografia

Figlio di un operaio toscano (il padre Amerigo, ex ciclista dilettante e indipendente,[6] lavorava come gruista all'Italsider di Bagnoli, quartiere di Napoli), Sarri è cresciuto a Castro (in provincia di Bergamo) e successivamente a Figline Valdarno (in provincia di Firenze); in gioventù si divide tra il ruolo di calciatore dilettante ed impiegato della Banca Toscana, per la quale lavora anche a Londra, in Germania, in Svizzera e in Lussemburgo.[7] Nel 2002, quando è alla guida della Sansovino, lascia il lavoro bancario per dedicarsi esclusivamente alla carriera di allenatore.[8] Sposato con Marina, ha un figlio, Nicolè, che insieme alla madre si è occupato di gestire una ditta di articoli da ufficio a Matassino, frazione di Figline Valdarno.[9] Suo nonno Goffredo, partigiano durante la seconda guerra mondiale, ha salvato la vita a due soldati statunitensi.[10]

Nella cultura di massa

Il 20 marzo 2018 viene pubblicato dal rapper Anastasio il brano Come Maurizio Sarri, dedicato all'allora allenatore del Napoli e che ha riscosso notevole successo soprattutto tra i tifosi partenopei.[11]

Caratteristiche tecniche

Allenatore

«Ho scelto come unico mestiere quello che avrei fatto gratis. Ho giocato, alleno da una vita, non sono qui per caso. Mi chiamano ancora l'ex impiegato. Come fosse una colpa aver fatto altro.»
(Maurizio Sarri, Il Foglio, 30 novembre 2014[12])I capisaldi del gioco di Sarri, definito anche «sarrismo»,[13] sono: difesa a quattro con giocatori schierati in linea alta; il riferimento dei suddetti non è l'uomo bensì la palla, come da tradizione della difesa a zona.[14] Si diploma presso il Centro Tecnico di Coverciano nel 2006, con la tesi "La preparazione settimanale della partita".[15] I suoi metodi di allenamento prevedono anche l'ausilio della tecnologia, con droni utilizzati per registrare dall'alto i movimenti della linea difensiva, ma soprattutto per studiare al meglio le distanze tra i reparti.[16]

Carriera

Giocatore

Fin da ragazzo, dopo le giovanili nel locale Figline,[17] Sarri prova a entrare nel grande calcio sostenendo due provini con il Torino e con la Fiorentina.[1] Trascorre quindi diversi anni nel calcio dilettantistico toscano come giocatore, nel ruolo di difensore, sia come terzino sinistro (soprannominato il Secco) sia come stopper «duro e arcigno»,[2] ma sempre tormentato da infortuni.[1] La sua carriera resta comunque legata soprattutto al Figline, con cui esordisce in Serie D nella stagione 1975-76.[18] Nel 1978, a 19 anni, è richiesto dal Montevarchi, ma il Figline chiede 50 milioni di lire per il cartellino, che vengono ritenuti troppi dalla dirigenza montevarchina, mentre poco dopo è Sarri stesso a rifiutare il trasferimento al Pontedera, destinato alla promozione in C1.[19] Sarri gioca nel Figline fino ai 23 anni, quando, nel 1982, subisce il suo primo grave infortunio.[20] La sua carriera continuerà in squadre di seconda e terza categoria, fino all'ultima stagione giocata nelle file dello Stia.

Allenatore

Gli inizi: dalla Seconda Categoria fino alla Serie C1

Sarri inizia la carriera di allenatore in Seconda Categoria con lo Stia, squadra nella quale militava come calciatore, portandolo al quarto posto finale da subentrato a metà stagione 1990-1991,[2] e prosegue con la Faellese, guidata al primo anno al quinto posto e nella stagione successiva al terzo, sfiorando la promozione in Prima Categoria. Dal 1993 compie un doppio salto andando ad allenare squadre di Promozione, con risultati importanti ottenuti alla guida di Cavriglia ed Antella, entrambe portate in Eccellenza.[3] Seguono poi le esperienze sulla panchina del Valdema (esonerato) e del Tegoleto (undicesimo posto da subentrato). Nel 2000 è scelto dalla Sansovino, che in tre stagioni guida dall'Eccellenza alla promozione in Serie C2, vincendo play-off e Coppa Italia Serie D nella stagione 2002-2003.[21] Nella sua ultima stagione alla Sansovino è soprannominato Mister 33 dal giornalista Fabrizio Ferrari. Trentatré non rappresentava il numero preciso delle soluzioni adottate sulle palle inattive, ma voleva dare un'idea della grande varietà di schemi e quindi di quanto lavoro dedicasse Sarri alla cura dei particolari.[22] Nel 2003, in seguito alla vittoria della Coppa Italia Serie D, riceve la deroga per allenare in C2 e il presidente della Sangiovannese, Arduino Casprini, lo prende alla guida della squadra valdarnese. All'esordio nel calcio professionistico ottiene la promozione in C1 nell'annata 2003-2004 e l'ottavo posto nel successivo campionato di terza serie.[23] Il 18 giugno 2005 si dimette.[24]

L'esordio in Serie B con il Pescara e passaggio all'Arezzo

Il 9 luglio 2005 Sarri firma col Pescara[25] ed esordisce in Serie B, nella stagione 2005-2006 traghettandola all'undicesimo posto, con conseguente salvezza con tre giornate di anticipo. Il 30 giugno 2006 si dimette;[26] in seguito l'allenatore toscano dichiarerà che l'esperienza con la squadra abruzzese è stata una delle migliori della sua carriera.[27] Il 31 ottobre passa all'Arezzo dopo l'esonero di Antonio Conte. In Coppa Italia la squadra amaranto raggiunge i quarti di finale, superando il Livorno che milita in Serie A, venendo poi eliminata dal Milan di Ancelotti (0-2 al Meazza, 1-0 al ritorno). Il 13 marzo 2007 viene esonerato, lasciando però alla storia dei risultati che rimarranno negli annali del club aretino: il 2-2 in casa della Juventus di Deschamps e il 2-2 al San Paolo contro il Napoli di Reja.[28]

Avellino, Verona, Perugia e Grosseto

Il 18 luglio 2007 Sarri inizia una brevissima esperienza con l'Avellino:[29] si dimette il 23 agosto, dopo la gara di Coppa Italia persa con l'Ascoli 0-2, senza cominciare il campionato di Serie B, ritenendo di non poter lavorare in quella che viene da lui descritta come «una situazione priva di programmazione e organizzazione».[30][31] Il 31 dicembre subentra all'esonerato Davide Pellegrini sulla panchina del Verona in Serie C1.[32] Il 28 febbraio 2008 viene esonerato dopo aver ottenuto un solo punto in 6 giornate con 5 sconfitte consecutive, e col Verona all'ultimo posto in classifica.[33][34][35] Il 23 settembre subentra all'esonerato Giovanni Pagliari a guida del Perugia in Lega Pro Prima Divisione[36] e viene esonerato il 15 febbraio 2009 dopo la pesante sconfitta per 4-1 contro il Gallipoli.[37] Il 24 marzo 2010 sostituisce l'esonerato Elio Gustinetti al Grosseto, nelle ultime 11 giornate del campionato di Serie B,[38][39] portando la compagine toscana al settimo posto finale.

Alessandria e Sorrento

Nell'estate del 2010 Sarri, che pure dopo l'esperienza col Perugia aveva manifestato l'intenzione di non voler allenare più in terza serie, fu convinto dai nuovi presidente e direttore sportivo dell'Alessandria (Giorgio Veltroni e Nario Cardini, con cui aveva positivamente lavorato alla Sansovino) a firmare per la squadra piemontese, in Lega Pro Prima Divisione;[40] l'ingaggio fu sottoscritto il 6 luglio.[41] L'Alessandria balzò ai vertici della classifica già dopo le prime giornate del campionato 2010-2011; Sarri consolidò l'utilizzo del modulo 4-2-3-1 (che già in precedenza aveva sperimentato in luogo del 4-3-3), valorizzò un buon numero di calciatori destinati a salire di categoria (Pucino, Ciancio, Croce, Scappini) e dimostrò abilità nella gestione del gruppo soprattutto quando, nel corso del girone di ritorno, la società si ritrovò alle prese con gravi difficoltà economiche, con l'improvviso abbandono del presidente e con il coinvolgimento di questi nel caso «Scommessopoli»;[40][42] in questo senso l'allenatore toscano fu protagonista di gesti eclatanti, proteggendo pubblicamente i suoi calciatori («Questo è il gruppo più pulito che ho avuto la fortuna di allenare, è un affronto vedersi inseriti in quell'elenco»)[42] e manifestando l'intenzione di dimettersi quando si paventò la sostituzione di alcuni componenti dello staff.[43] Adottò in questo periodo, infine, l'utilizzo della tuta durante le gare ufficiali, abitudine che lo contraddistinse negli anni a venire (in precedenza utilizzava abiti di colore nero, abbandonati per ragioni scaramantiche).[44] L'Alessandria chiuse il campionato al terzo posto, ottenendo il suo migliore risultato sportivo in oltre 35 anni e la qualificazione ai play-off per la promozione in Serie B; raggiunto quest'ultimo obiettivo, al termine di una gara contro la SPAL, Sarri dichiarò:
«Sappiamo tutti bene come siamo partiti, in otto e un paio di "Berretti" il 20 luglio, e soprattutto quello che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, senza una società alle spalle, perché sono tre mesi che il presidente non si fa vedere e sono quattro mesi abbondanti, da dicembre, che non vediamo gli stipendi. E sono 40 giorni che viviamo in questo vortice di notizie societarie [...] con la testa che, inevitabilmente, va anche a quello che succede, o non succede, fuori dal campo, ma anche con l'obbligo di ritagliarci, comunque, qualche ora, quotidianamente, per lavorare, per allenarci, per preparare la partita. In mezzo alle difficoltà, ma con questi ragazzi straordinari che si sono meritati questo traguardo.[45]»
Ai play-off i grigi furono estromessi per mano della Salernitana di Breda in semifinale, esperienza che l'ambiente alessandrino ricorda con rammarico e rivendicando pesanti torti arbitrali.[42]
Terminata la stagione, l'Alessandria – già provata dalla crisi societaria – fu retrocessa a tavolino in Lega Pro Seconda Divisione a seguito della già citata inchiesta sul calcioscommesse;[42] Sarri, che era stato rinviato a giudizio per omessa denuncia, venne prosciolto.[46] Allettato dalle offerte dell'ambizioso Sorrento, nell'estate 2011 il tecnico di origine napoletana scelse di lasciare la compagine piemontese; ricordato a tutt'oggi dalla tifoseria grigia – nonostante la breve permanenza – come uno dei tecnici preferiti (in un sondaggio svolto dal giornale locale «Il Piccolo» nel 2012 risultò il secondo allenatore più amato della storia dell'Alessandria),[47] in seguito ebbe a dichiarare che «l’Alessandria insieme al Pescara sono le due squadre dove mi sono trovato meglio».[27] Il 7 luglio firma col Sorrento, militante nel campionato di Lega Pro Prima Divisione.[48] Il 14 dicembre è esonerato con la squadra sesta in classifica (partita con penalizzazione di 2 punti), sostituito da Gennaro Ruotolo.[49]

Empoli

Il 25 giugno 2012 Sarri firma per l'Empoli.[50] L'avvio in campionato nell'annata 2012-2013 è avaro di risultati, e dopo 9 giornate l'Empoli si ritrova in ultima posizione con solo 4 punti totalizzati, ma dopo alcune settimane la squadra comincia la rimonta e chiude al quarto posto: qualificatasi ai playoff, perde la finale per l'accesso in Serie A col Livorno di Nicola, dopo aver sconfitto il Novara in semifinale. Nella stagione 2013-2014 l'Empoli finisce al secondo posto, ed è quindi promosso nella massima serie. Nella stagione 2014-2015 esordisce con gli azzurri toscani in Serie A, all'età di 55 anni, conquistando la salvezza con 4 giornate d'anticipo: conclude il torneo al 15º posto ottenendo 42 punti (8 vittorie, 18 pareggi, 12 sconfitte) e l'Empoli viene considerata la rivelazione del campionato.[51][52] Il 19 maggio 2015 l'ex capitano della squadra empolese Ighli Vannucchi consegna a Sarri il premio "Leone d'Argento".[53] Si dimette il 4 giugno seguente.[54][55] Lo stesso giorno ritira ad Amalfi il premio "Football Leader - Panchina Giusta" assegnato dall'Associazione Italiana Allenatori Calcio.[56][57]

Napoli

L'11 giugno seguente firma col Napoli,[58][59] ereditando la panchina azzurra da Rafael Benítez. Esordisce in campionato il 23 agosto 2015 al Mapei Stadium di Reggio Emilia affrontando il Sassuolo di Eusebio Di Francesco, perdendo 2-1.[60] Il 17 settembre esordisce da allenatore nelle coppe europee, nel netto 5-0 del Napoli sul Club Bruges in una sfida di UEFA Europa League, prima vittoria di Sarri sulla panchina partenopea.[61] Tre giorni dopo, il 20 settembre, ottiene la sua prima vittoria in campionato, battendo al San Paolo la Lazio con un altro 5-0.[62] Il 30 novembre, grazie alla vittoria per 2-1 sull'Inter, riporta il Napoli al primo posto solitario in massima serie, a distanza di oltre 25 anni dall'ultima volta (stagione 1989-90, anno del secondo scudetto del Napoli).[63] Il 10 dicembre 2015 conquista la sesta vittoria su sei partite in Europa League, ottenendo il record di punti (18 su 18) della competizione nella fase a gironi, il record di gol fatti (22 in 6 partite) e subiti (3 in 6 partite) sempre nella fase a gironi della competizione.[64] Il 10 gennaio 2016, vincendo 1-5 sul campo del Frosinone, il Napoli si laurea Campione d'Inverno in Serie A con 41 punti in 19 partite, l'ultima volta fu nella stagione 1989-1990, anno del secondo scudetto.[65] Il 7 febbraio, vincendo in casa 1-0 (goal su rigore di Higuaín) contro il Carpi, il Napoli centra l'ottava vittoria consecutiva in campionato, record assoluto per la società partenopea in Serie A.[66] Chiude la prima stagione sulla panchina azzurra al secondo posto in campionato, con conseguente qualificazione diretta in UEFA Champions League, facendo inoltre registrare i nuovi record societari di punti (82) e vittorie in campionato (25), reti stagionali in tutte le competizioni (106), maggior numero di reti realizzate (80) e minor numero di reti subite (32) nei tornei di A a 20 squadre.[67] Il secondo anno sulla panchina azzurra termina al terzo posto in campionato, qualificandosi per i preliminari (poi vinti) di Champions contro il Nizza. Riesce, inoltre, a migliorare alcuni dei record della società partenopea, raggiunti nella stagione precedente, stabilendo nuovi primati per quanto riguarda punti (86),[68] vittorie in campionato (26), reti stagionali in tutte le competizioni (115) e reti realizzate (94) nei tornei di A a 20 squadre.
Il terzo anno sulla panchina azzurra termina, nuovamente, al secondo posto in campionato con conseguente qualificazione diretta in Champions. In questa stagione migliora ulteriormente il record di punti (91),[68][69] vittorie in campionato (28) e minor numero di reti subite (29) nei tornei di A a 20 squadre. Il 23 maggio 2018, dopo tre stagioni alla guida degli azzurri, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis annuncia l'interruzione del rapporto con il tecnico.[70]

Chelsea

Il 14 luglio 2018 Sarri approda sulla panchina del Chelsea, coadiuvato dai vice Gianfranco Zola e Luca Gotti.[71][72] Esce sconfitto dalla prima partita ufficiale, il Community Shield perso contro il Manchester City di Pep Guardiola. Esordisce in Premier League l'11 agosto, vincendo per 3-0 in trasferta contro l'Huddersfield Town. Il 24 febbraio perde, dopo i tiri di rigore (3-4), la finale di Coppa di Lega sempre contro i Citizens. Sei giorni prima era uscito dalla FA Cup agli ottavi per mano del Manchester Utd. Il 9 maggio 2019, vincendo ai rigori contro l'Eintracht Francoforte dopo l'1-1 dei tempi regolamentari, raggiunge la finale di UEFA Europa League. In Premier arriva invece terzo con 72 punti, a 26 lunghezze dalla capolista Manchester City.[73][74] Il 29 maggio 2019, battendo per 4-1 l'Arsenal in un North-West London Derby che vale la finale, vince l'Europa League, il suo primo trofeo internazionale nonché primo assoluto tra i professionisti:[75] l'ultimo allenatore italiano a trionfare nella competizione, quando ancora si chiamava Coppa UEFA, era stato Alberto Malesani nell'edizione 1998-1999.[76] Al contempo diventa l'allenatore più anziano ad avere vinto il trofeo all'età di 60 anni e 139 giorni.[77]

Juventus

Il 16 giugno 2019, dopo l'annuncio della risoluzione contrattuale con i Blues,[78] Sarri è chiamato alla guida della Juventus,[79] ereditando una squadra reduce dal vittorioso primo ciclo di Massimiliano Allegri. Poco prima dell'inizio di stagione viene colpito da una forma di polmonite che non gli permette di dirigere i bianconeri in avvio di campionato,[80] venendo temporaneamente sostituito alla guida tecnica dal suo vice, Giovanni Martusciello,[81] nelle prime due giornate di Serie A. Esordisce sulla panchina torinese il successivo 14 settembre,[82] nella trasferta di campionato sul terreno della Fiorentina (0-0); quattro giorni dopo esordisce con la squadra in UEFA Champions League, nel pareggio di Madrid contro l'Atlético Madrid (2-2).[83] Nel corso di una stagione sportiva spezzata, segnata dallo stop forzato causato dalla sopraggiunta pandemia di COVID-19, prima della pausa natalizia perde la sfida di Supercoppa italiana contro la Lazio;[84] nel giugno seguente, alla ripresa dell'attività, raggiunge la finale di Coppa Italia, anch'essa persa, questa volta ai tiri di rigore (2-4), contro il Napoli.[85] Il 26 luglio 2020, con due turni di anticipo, guida la Juventus alla vittoria del suo nono scudetto consecutivo, il primo della carriera per Sarri: all'età di 61 anni diventa, all'epoca, il tecnico più anziano a fregiarsi del titolo italiano nell'era del girone unico, superando il precedente record stabilito dal romanista Nils Liedholm nella stagione 1982-1983, oltreché il più vecchio a vincerlo per la prima volta, battendo il primato del sampdoriano Vujadin Boškov nell'edizione 1990-1991[86] – record poi battuti da Luciano Spalletti tre anni più tardi.[87] Nonostante l'affermazione in campionato, i deludenti risultati maturati dall'allenatore nelle altre competizioni stagionali, su tutti la precoce eliminazione agli ottavi di finale della Champions per mano del meno quotato Olympique Lione,[88] portano la società a sollevarlo dall'incarico l'8 agosto 2020.[89]

Lazio

Il 9 giugno 2021, dopo un anno sabbatico, Sarri viene annunciato come nuovo tecnico della Lazio.[90] Il successivo 21 agosto debutta sulla panchina biancoceleste, nella gara di campionato vinta 3-1 sul terreno dell'Empoli.[91] In campionato si piazza al quinto posto;[92] in UEFA Europa League perde il doppio confronto con il Porto nella fase a eliminazione diretta.[93] In Coppa Italia i capitolini sono stati eliminati ai quarti dal Milan (4-0).[94] Nella sua seconda stagione romana, migliora il piazzamento rispetto all'annata precedente, issando la squadra biancoceleste al secondo posto della classifica e ottenendo pertanto la qualificazione in UEFA Champions League;[95] rimane tuttavia negativo il ruolino nelle coppe europee, con la Lazio estromessa dapprima dall'UEFA Europa League[96] e poi, dopo ripescaggio,[96] anche dalla UEFA Europa Conference League.[97] In Coppa Italia i biancocelesti sono stati nuovamente eliminati ai quarti, questa volta dalla Juventus (1-0).[98] Il terzo anno si apre con delle frizioni con la società, dovute al calciomercato estivo.[99][100][101][102] Nell'arco della stagione la squadra ha un andamento altalenante:[103][104][105] da una parte ci sono buoni risultati nelle coppe, con la Lazio che supera la fase a gironi di UEFA Champions League per poi venire estromessa agli ottavi dal più quotato Bayern Monaco,[106] mentre in Coppa Italia, al contrario degli altri anni, supera i quarti vincendo per 1-0 la stracittadina contro la Roma;[107] di converso, in campionato i capitolini non riescono a replicare il cammino di vertice dell'edizione precedente. Il 13 marzo 2024, con la squadra relegata al nono posto in classifica,[104][105] Sarri rassegna le dimissioni.[108]

Controversie

Tra gli indagati nell'ambito dello scandalo calcioscommesse del 2011, il 1º giugno 2012 il procuratore federale Stefano Palazzi richiede per lui un anno di squalifica per omessa denuncia:[109] il 18 dello stesso mese viene prosciolto dall'accusa in primo grado.[110] Il 19 gennaio 2016, durante il quarto di finale di Coppa Italia perso dal Napoli contro l'Inter, durante un diverbio con l'allenatore interista Roberto Mancini si lascia andare a degli insulti omofobi:[111] due giorni dopo il giudice sportivo lo condanna a due turni di squalifica nella manifestazione e a un'ammenda di ventimila euro per insulti pesanti.[112] Già il 25 marzo 2014, sulla panchina empolese, si era reso protagonista di un episodio simile durante la trasferta a Varese.[113]

Statistiche

Statistiche da allenatore

Statistiche aggiornate all'11 marzo 2024. In grassetto le competizioni vinte.

Palmarès

Allenatore

Club

Competizioni regionali
Competizioni nazionali
Competizioni internazionali

Individuale

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Cetuximab

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Cetuximab

Il cetuximab, nome commerciale Erbitux, è un anticorpo monoclonale chimerico IgG prodotto in una linea cellulare di mammifero (Sp2/0) mediante tecniche di DNA ricombinante, diretto contro il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) e somministrato tramite fleboclisi per il trattamento del cancro del colon-retto e del tumore di testa e collo e, secondo recenti studi, anche del tumore del polmone non a piccole cellule. Scoperto dalla ImClone Systems è distribuito in nord America dalla Bristol-Myers Squibb e nel resto del mondo dalla Merck Serono.

Indicazioni terapeutiche e posologia

Cetuximab è indicato per:[1]
- il trattamento di pazienti affetti da carcinoma del colon-retto in fase metastatica con espressione del recettore per il fattore di crescita epidermico (EGFR) e con il gene K-ras non mutato (wild-type) in combinazione con chemioterapia in tutte le linee terapeutiche o in monoterapia nei pazienti nei quali sia fallita la terapia a base di oxaliplatino e irinotecan e che siano intolleranti a irinotecan;
- il trattamento di pazienti affetti da carcinoma a cellule squamose di testa e collo, in combinazione con radioterapia per la malattia localmente avanzata, o in combinazione con chemioterapia a base di platino nella malattia ricorrente e/o metastatica. Il farmaco viene somministrato una volta alla settimana in tutte le indicazioni. La prima dose è di 400 mg per m² di superficie corporea. Tutte le successive dosi settimanali sono di 250 mg/m² ciascuna. Va considerato però che le suddette dosi variano a seconda della corporatura del paziente. Viene somministrato per via endovenosa con filtrazione in linea mediante una pompa per infusione, fleboclisi a goccia o una pompa a siringa. Per la dose iniziale, il tempo di infusione raccomandato è di 120 minuti. Per le dosi settimanali successive, il tempo di infusione raccomandato è di 60 minuti. La velocità massima di infusione non deve superare i 10 mg/min, equivalenti a 5 ml/min 2 mg/ml. Prima di iniziare il trattamento combinato, andranno esaminate le controindicazioni relative agli agenti chemioterapici usati in combinazione o quelle relative alla radioterapia.

Efficacia clinica

Nei pazienti con tumore in fase avanzata e in metastasi, gli obiettivi di una terapia in associazione comprendono la riduzione delle dimensioni della neoplasia per rendere possibile un intervento chirurgico, il prolungamento della sopravvivenza, il miglioramento della qualità della vita, il ritardo della progressione della malattia. L'uso di un farmaco anti-EGFR ha dimostrato di poter incrementare i risultati della chemioterapia nel tumore del colon-retto metastatico.[2]. Una recente metanalisi conferma il ruolo di biomarker di risposta farmacologica dello stato mutazionale del gene KRAS per il trattamento di prima linea con anticorpo monoclonale anti-EGFR nel [carcinoma del colon-retto|Ca metastatico del colon-retto] (mCRC). Condotta sui dati di 845 pazienti, studiati in due successivi trial randomizzati e controllati (lo studio CRIYSTAL e lo studio OPUS), la metanalisi ha dimostrato che, nei pazienti con mCRC con gene KRAS non mutato (KRAS wild-type), l'associazione della Ig1 mAb anti-EGFR (cetuximab) con la chemioterapia standard consente di ottenere: una riduzione del 34% del rischio di progressione del tumore (PFS) permette di raddoppiare la risposta alla terapia (OR) e migliora la sopravvivenza globale (OS), rispetto ai pazienti trattati con la sola chemioterapia. La metanalisi, presentata in occasione del Congresso annuale delle Società ECCO ed ESMO 2009 da Vanm Cutsnen e coll, conferma, quindi, e rafforza le conclusioni dei due studi CRYSTAL e OPUS sui benefici significativi ottenibili dall'aggiunta di cetuximab alla chemioterapia nel trattamento di prima linea dei pazienti con KRAS wild-type.[3] Lo studio CRYSTAL - randomizzato, controllato, di fase III su 1.198 pazienti - ha valutato l'efficacia e la sicurezza di una terapia di prima linea con anticorpo monoclonale anti-EGFR, associato alla chemioterapia standard. Tra i pazienti con K-ras non mutato (wild-type) il trattamento in associazione ha consentito di ottenere lo stesso un significativo aumento della percentuale di risposta e una significativa riduzione del rischio di progressione della malattia pari al 30% ed unaumento significativo di 3,5 mesi in sopravvivenza mediana.[4] Lo studio OPUS - randomizzato, controllato, di fase II, su 337 pazienti - ha confrontato l'efficacia e la sicurezza della terapia con anticorpo monoclonale anti-EGFR in associazione con la chemioterapia standard, con quelle offerte dalla sola chemioterapia nel trattamento di prima linea del tumore metastatico del colon-retto. Circa il 60% dei pazienti che ha ricevuto la terapia combinata ha ottenuto una risposta (vs 37% dei pazienti trattati con la sola chemioterapia), il rischio di progressione della malattia è diminuito del 43% e il tasso di resecabilità completa del tumore è più che raddoppiato rispetto al gruppo di pazienti trattati con la sola chemioterapia.[5]

Effetti indesiderati

I principali effetti indesiderati di cetuximab sono reazioni cutanee, che si verificano in più dell'80% dei pazienti, ipomagnesiemia (bassi livelli di magnesio nel sangue), che si osserva in più del 10% dei pazienti, e reazioni correlate all'infusione, che si manifestano con sintomi da lievi a moderati (fra cui febbre, brividi, capogiri e difficoltà a respirare) in più del 10% dei pazienti e con sintomi gravi in più dell'1% dei pazienti. Sono possibili gravi reazioni allergiche (per evitare le quali il paziente deve ricevere un antistaminico e un corticosteroide) per cui in questa fase il paziente va tenuto sotto stretta osservazione.

Meccanismo d'azione

Cetuximab è specificamente diretto contro il recettore per il fattore di crescita epidermico (EGFR). Le vie di trasduzione del segnale dipendenti dall'EGFR sono coinvolte nel controllo della sopravvivenza cellulare, della progressione del ciclo cellulare, dell'angiogenesi, della migrazione cellulare e dell'invasione/metastasi cellulare. Il cetuximab si lega all'EGFR (e non ad altri recettori facenti parte della famiglia HER) con un'affinità che è circa 5-10 volte più alta di quella dei ligandi endogeni, bloccando così il legame con tali ligandi e inibendo la funzione stessa del recettore. In assenza di cetuximab, quest'ultimo attiverebbe il gene KRAS, contribuendo ad aumentare la proliferazione, la sopravvivenza e la produzione di fattori pro-angiogenici. Cetuximab induce, inoltre, l'internalizzazione dell'EGFR, il che può provocare la sotto-regolazione dell'EGFR stesso. Infine, Cetuximab ha una citotossicità cellulo-mediata anticorpo-dipendente, poiché indirizza le cellule immunitarie effettrici citotossiche verso le cellule tumorali che esprimono l'EGFR. Le mutazioni del gene K-ras in determinati 'punti caldi' (principalmente i codoni 12 e 13, ma negli ultimi anni anche 61 e 146 stanno riscuotendo molto interesse) comportano l'attivazione costitutiva della proteina K-ras indipendentemente dai segnali dell'EGFR. Per tale ragione, nei pazienti con carcinoma metastatico del colon-retto, si raccomanda di effettuare la ricerca dello stato mutazionale del gene K-ras, con apposito Test K-ras, presso un laboratorio competente che utilizzi un metodo di analisi validato, prima di decidere il trattamento con cetuximab. Lo stato del gene KRAS è stato riconosciuto come fattore predittivo per il trattamento con cetuximab in 4 degli studi controllati randomizzati.

Effetti farmacodinamici

In esperimenti sia in vitro che in vivo, cetuximab inibisce la proliferazione e induce l'apoptosi di cellule tumorali umane che esprimono l'EGFR. Inoltre in vitro inibisce la produzione di fattori angiogenici da parte delle cellule tumorali, e blocca la migrazione delle cellule endoteliali. In vivo cetuximab inibisce l'espressione di fattori angiogenici da parte delle cellule tumorali e causa una riduzione della neo-vascolarizzazione tumorale e delle metastasi.

Proprietà farmacocinetiche

Cetuximab a una dose iniziale di 400 mg/m2 di superficie corporea, ha un volume medio di distribuzione all'incirca equivalente allo spazio vascolare (2,9 l/m2, con un range fra 1,5 e 6,2 l/m²). La Cmax media (± deviazione standard) è pari a 185±55 microgrammi per ml. La clearance media era 0,022 l/h per m² di superficie corporea. Cetuximab ha una lunga emivita di eliminazione, con valori variabili da 70 a 100 ore alla dose di mantenimento.

Farmacogenetica

Recentemente l'EMA ha aggiornato il foglio illustrativo del farmaco facendo espresso riferimento all'importanza delle eventuali mutazioni del KRAS nella risposta al farmaco: "Erbitux/Cetuximab è usato nei pazienti le cui cellule tumorali presentano sulla superficie una proteina detta recettore del fattore di crescita epidermica (EGFR) e contengono un gene “wild type” (non mutato) chiamato “KRAS”. Erbitux è indicato in associazione con altri farmaci antitumorali oppure da solo se un precedente trattamento antitumorale con oxaliplatino e irinotecan non ha dato risposta e il paziente non è in grado di ricevere irinotecan".[6] Va notato che sebbene una buona parte delle mutazioni siano registrate sui codoni 12 e 13 del gene, vi sono diversi altri 'punti caldi'[7] che comportano l'attivazione costitutiva della proteina KRAS indipendentemente dai segnali dell'EGFR e quindi una mancata risposta al trattamento. Si rende quindi necessario sottoporre il paziente ad un accurato esame dell'eventuale stato mutazionale del KRAS presso un laboratorio competente che utilizzi un metodo di analisi validato e possibilmente certificato CE-IVD.

Note

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"-govo-" (Tumore dell'ovaio): Abagovomab • Igovomab • Oregovomab "-pro-" (Tumore prostatico): Capromab pendetide

Buc de Nubiera

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Buc de Nubiera

Il Buc de Nubiera (3215 m s.l.m.) è una montagna delle Alpi Cozie situata tra l'alta valle Maira e l'alta valle dell'Ubaye, sul confine tra Italia e Francia.

Caratteristiche

Mappa di localizzazione: Italia
La montagna si trova sullo spartiacque alpino principale, nel gruppo dello Chambeyron, poco a sud del Brec de Chambeyron. La vetta sorge sulla cresta principale, che sale dal col de Nubiera (2865 m) in direzione nord, raggiungendo prima una punta secondaria a quota 3016 m (senza nome sulle carte IGM), poi la vetta; da qui la cresta piega brevemente verso ovest, prosegue di nuovo in direzione nord raggiungendo la quota 3236, poi il Parias Coupà (3248 m), dirigendosi quindi verso il Brec de Chambeyron. Dalla vetta dirama una cresta secondaria arcuata, con direzione prima sud-ovest poi decisamente ovest; un'altra cresta circa parallela dirama dalla quota 3016, chiudendo un valloncello secondario sul versante francese. Sul versante italiano, il pendio è erto e scosceso in maniera circa uniforme; uno sperone secondario scende in direzione est dalla cresta tra la quota 3016 e la vetta, mentre un ripido canalone si distacca in direzione nord-est dal breve tratto di cresta che piega verso ovest.[1]
Mappa di localizzazione: Alpi
La cartografia francese mostra alcune differenze nei nomi e nelle quote. La vetta principale è riportata con una quota di 3219 m, ed è priva di nome; per contro, la quota 3016 è riportata con una quota di 3024 m ed il nome le Massour.[1] Dal punto di vista geologico, la montagna è composta da formazioni del complesso brianzonese; in particolare, in vetta affiorano calcari micritici rosati del Giurassico, mentre sul versante est si trovano calcari dolomitici e dolomie del Triassico.[2] La montagna è interessata da un'evidente faglia, la cui traccia, vista da est, culmina poco a sud della vetta e scende diagonalmente verso destra con un'inclinazione di circa 30°.[3]
In prossimità della vetta, sul versante francese, sorge un bivacco, il bivacco Renato Montaldo al Buc di Nubiera, di proprietà dell'associazione alpinistica Giovane Montagna di Genova.[4][5]

Ascensione alla vetta

La via normale dal versante italiano può essere percorsa partendo dalla frazione Chiappera di Acceglio. Si risale alla montagna di Stroppia seguendo il sentiero Dino Icardi, poi si seguono le indicazioni per il colle di Nubiera. Prima di arrivare al colle, si prende un canalino sul versante est della montagna, che conduce alla cresta a sud della vetta; da qui si risale la cresta verso nord fino in vetta. Questo itinerario è di tipo alpinistico, con grado di difficoltà valutato in PD.[5] Per accedere dal versante francese si parte dalla frazione Fouillouse di Saint-Paul-sur-Ubaye; da qui si segue il sentiero per il colle di Nubiera (in francese, col de Stroppia)[1] fino ad incontrare il canalone che scende dalla cresta sud contornato dai due speroni diretti verso ovest. Si risale il canalone fino al bivacco, e da qui alla vetta. La difficoltà di questo percorso è valutata in F.[5]

Accesso invernale

La normale francese estiva è percorribile anche in inverno con gli sci; si tratta di un itinerario di sci alpinismo impegnativo ma senza passaggi alpinistici rilevanti.[6]

Note

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Raoul Stojsavljevic

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Raoul Stojsavljevic

Raoul Stojsavljevic (Innsbruck, 28 luglio 1887a nord di Garmisch-Partenkirchen, 2 settembre 1930) è stato un aviatore e militare austro-ungarico, ed asso dell'aviazione della prima guerra mondiale accreditato con dieci vittorie aeree. La sua successiva carriera lo portò al servizio postbellico nell'aviazione austriaca, sia militare che civile.
Cavaliere dell

Biografia

Ordine della Corona ferrea di III classe - nastrino per uniforme ordinaria
Nacque da un matrimonio etnicamente misto ad Innsbruck,[1] suo padre era un serbo di Velika Popina di Gračac in Croazia, di professione ufficiale dell'esercito comune, e sua madre, Adelheid Hohenauer, era austriaca del Tirolo.[2] Frequentò una scuola media militare prima di diplomarsi all'Accademia militare Teresiana[1] di Wiener Neustadt il 18 agosto 1908,[3] diventando tenente[1] in forza al Feldjäegerbataillon n. 21[4] di stanza a Bruck an der Mur.[2] Divenuto comandante di compagnia nel 1911, oltre ai suoi doveri ricoprì anche il ruolo di un istruttore di sci.[2] Il 14 aprile 1913 iniziò i corsi a Wiener-Neustadt per ottenere il brevetto di aviatore,[1] che conseguì[5] il 2 luglio[1] dello stesso anno.[2]
Medaglia d
Il 14 ottobre 1913 partecipò al primo volo sulle Alpi da Vienna a Gorizia a bordo di un biposto pilotato dall'oberleutnant Eugen Elsner[2] ottenendo successivamente la nomina a pilota di campo il 7 aprile 1914.[2] Allo scoppio della prima guerra mondiale, si trovava in servizio presso la Fliegerkompanie 1 (Flik 1),[6] di stanza sul fronte nord-orientale in Galizia,[1] dove eseguì numerose missioni di ricognizione[2] volando sui biplani Lohner Pfeilflieger.[1]
Medaglia d

Prima guerra mondiale

Croce al merito militare - nastrino per uniforme ordinaria
L'11 settembre 1914 fu insignito della Medaglia al merito militare di bronzo,[3] e nel mese di novembre venne trasferito presso la Flik 13 come pilota anziano[1] e secondo in comando.[2] Durante la sua 49ª missione precipitò al suolo nel corso di una tempesta di neve il 16 febbraio 1915[1] e, dopo aver distrutto il suo velivolo incendiandolo, venne catturato dai russi insieme all'osservatore, leutnant Johannes Reichel.[2] Il giorno 22 i due aviatori riuscirono a fuggire,[1] e trascorsero i due mesi successivi schivando i soldati russi, venendo finalmente rimpatriati nel corso della fortunata offensiva di Gorlice-Tarnów, quando Leopoli[1] fu riconquistata il 22 giugno.[2] Mentre risultava tra i dispersi, fu insignito della Croce di Ferro di seconda classe tedesca il 28 maggio 1915, e della Croce al merito militare austro-ungarica[3] il 19 luglio successivo.[2]
Croce di Carlo per la truppa - nastrino per uniforme ordinaria
Dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia fu trasferito sul relativo fronte[1] per servire nella Flik 17 di stanza in Alto Adige, venendo promosso hauptmann il 1º settembre 1915.[2] Fu inviato nello stesso mese nella Flik 16 equipaggiata in seguito con gli Hansa-Brandenburg C.I,[1] in missioni di ricognizione che gli valsero la concessione l'Ordine della Corona di Ferro di terza classe con decorazioni di guerra in data 20 giugno 1916.[2] Dal 4 luglio al 1º settembre 1916, riuscì ad ottenere quattro vittorie, tre delle quali in collaborazione con Josef Friedrich, che operava a bordo dell'aereo in qualità di osservatore.[1]
Croce militare del giubileo - nastrino per uniforme ordinaria
Il 4 luglio il Farman del Caporale Arturo Cortellini e dell'osservatore Tenente Italo Tacchini della 29ª Squadriglia viene abbattuto su Malborghetto-Valbruna, in territorio austro-ungarico, dall'Hansa-Brandenburg C.I di Stojsavljevic e Friedrich.
Croce di Ferro di I classe (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria
Chiese poi il permesso di addestrarsi come pilota da caccia, passando in forza alla Flik 34,[1] dotata degli Hansa-Brandenburg D.I.[2] Divenne asso dell'aviazione il 13 febbraio 1917, quando abbatte un biposto Farman a sud di Kostanjevica,[1] nel settore dell'altopiano di Doberdò del Lago.[2] Rimase a terra per molto tempo a causa di un infortunio al ginocchio subito durante un incidente in fase di atterraggio a Zaule. Ritornato a volare dopo due mesi, con il suo C.I conseguì la sua sesta vittoria, a spese di un Farman, il 17 aprile.[2] Nel mese di maggio venne distaccato sul fronte occidentale per maturare esperienza ed addestramento alle tattiche da caccia con la Jagdstaffel 6[1] di stanza a Cambrai, anche se non conseguì alcuna vittoria in quel settore.[2]
Croce di Ferro di II classe (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria
Al suo ritorno in Italia assunse il comando della Flik 16 e divenne pioniere della ricognizione fotografica[1] ad alta velocità sui D.I.[2] Successivamente conseguì ulteriori due vittorie a spese di altrettanti Farman, il 14 e 23 luglio 1917.[1] Le ultima due le colse il 7 settembre,[7] e il 21 novembre[8] a spese di altrettanti SAML,[1] mentre volava sui nuovi Albatros D.III.[2]
Il 21 novembre il SAML dei Tenenti Mario Vannuccini ed osservatore Antonio Mangano della 114ª Squadriglia viene abbattuto su Feltre e Stojsavljevic arriva alla 10ª vittoria. Il 12 gennaio 1918,[9] mentre stava svolgendo una missione di ricognizione su un Hansa-Brandenburg C.I, fu abbattuto vicino a Seren del Grappa da un aereo del No. 66 Squadron RFC ed ebbe il femore spezzato da un proiettile nemico.[9] Riuscì a ad atterrare in emergenza dietro le proprie linee, e dopo essere stato operato rientrò in servizio[10] nel mese di ottobre, posto al comando[9] della scuola di pilotaggio di Wiener-Neustadt.[2] Mentre si stava riprendendo fu decorato con la Medaglia d'onore al valor militare in oro[3] per gli ufficiali il 18 aprile, la Croce di Ferro di prima classe tedesca[3] e la Croce di Cavaliere dell'Ordine di Leopoldo.[2]

Il dopoguerra

Dopo la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico declinò l'offerta[11] di ottenere la cittadinanza[9] del Regno di Jugoslavia e scelse di divenire cittadino della nuova Repubblica austriaca.[2] Prestò servizio nella Volkswehr[9] e poi nella paramilitare Flugpolizei[9] fino al 1921.[2] Lasciata la vita militare tentò di avviare un servizio aereo commerciale tra Vienna e Budapest, che fu chiuso su ordine della Commissione di controllo alleata.[2] Nel 1922 tornò per un breve periodo in servizio attivo con il grado di maggiore[9] in forza[11] all'Alpenjäegerregiment 2 di stanza a Innsbruck, dove nel 1925, fondò e diresse il nuovo aeroporto cittadino.[2] Nel 1927, fondò una nuova compagnia aerea commerciale; l'anno seguente,[11] si unì alla compagnia aerea pionieristica ÖLAG.[2][11] Il 2 settembre 1930,[9] mentre pilotava uno Junkers F 13 attraverso la fitta nebbia nella montagna Krottenkopf[11] ebbe un incidente a nord di Garmisch-Partenkirchen e perse la vita.[9] Fu sepolto con tutti gli onori presso il Westfriedhof di Innsbruck.

Onorificenze

Onorificenze austro-ungariche

Onorificenze estere

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Dark Mountain

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Dark Mountain

Dark Mountain è un film del 1944, diretto da William Berke.

Trama

Il ranger Don Bradley ha atteso la sua promozione ad una mansione di maggiore responsabilità e retribuzione per dichiararsi finalmente a Kay, solo per scoprire che la ragazza si è da poco piuttosto precipitosamente sposata con Steve Downey.
Kay non tarda a scoprire che il marito è un malvivente, e vorrebbe lasciarlo. Ma quando quest'ultimo uccide un investigatore ed uno dei suoi propri uomini, anche lei, in quanto co-intestataria dell'azienda tramite la quale il marito dirige le proprie operazioni criminose, è ricercata dalla polizia. Nella fuga Kay e Steve prendono strade diverse, e Kay chiede aiuto a Don, che le trova un nascondiglio in una isolata casupola montana non lontana dalla postazione dei ranger, che Don presiede insieme al collega Willie e al cane Luther. Steve dopo qualche tempo rintraccia la moglie, e condivide il suo nascondiglio, minacciandola di morte nel caso avesse rivelato la sua presenza a Don, che ogni giorno va a rifornirla di vettovaglie. Don tuttavia, messo sull'all'erta da alcuni indizi, sospetta che Kay nasconda con sé il marito. Un giorno Don e Kay, dalla casupola montana, sentono alla radio che l'omicida Steve Downey sarebbe stato avvistato nel sud del paese, lontano da lì. Steve, nascosto nella stanza attigua, basandosi su quanto ha sentito alla radio si convince che le acque si siano calmate e reputa quello il momento giusto per fuggire: esce dunque allo scoperto, e tiene Don sotto tiro. Ma nella casa compare Willie: la notizia radiofonica era in realtà un falso, architettato dai due ranger per stanare l'omicida. Steve sfugge all'arresto facendosi scudo di Kay, e con lei si dà alla fuga sul furgoncino dei ranger, che li inseguono su un'altra auto. Il cane riesce a balzare sul mezzo dei fuggitivi, infastidisce Steve alla guida, poi si getta dal veicolo insieme a Kay, che, nella caduta, rimane illesa. Steve perde il controllo del mezzo, che finisce contro un albero, in quello che sarebbe stato un incidente minore se il furgone non fosse stato carico di dinamite, che i ranger detenevano per motivi di servizio, e che esplode rovinosamente.

Produzione

Il film è basato sulla sceneggiatura originale Thunder Mountain, di Dean Franklin e Charles Royal, acquistata nel gennaio 1944 dalla Pine-Thomas Productions ed intesa come veicolo di lancio per Chester Morris [1], il quale tuttavia optò per il film della Columbia Pictures The Adventure of Jim Burke e venne rimpiazzato da Regis Toomey. La prevista protagonista femminile, Helen Walker, lasciò il suo ruolo a Ellen Drew per girare invece In giro con due americani[2].
Dick Purcell morì d'infarto poco prima di girare il film, e fu rimpiazzato da Carroll Nye, che aveva appena finito di prendere parte al cortometraggio Soldiers of the Soil per la Pine-Thomas[3][4]. Le riprese ebbero inizio il 9 aprile 1944[5].

Note

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Cromosoma Y

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Cromosoma Y

Il cromosoma Y è uno dei due cromosomi che nei mammiferi determinano il sesso (l'altro cromosoma sessuale è il cromosoma X). In particolare la presenza della coppia XY determina il sesso maschile, mentre la combinazione XX quello femminile. Tra le coppie di cromosomi (23 coppie nell'uomo), ci si riferisce a X Y come eterosomi, per distinguerli dagli altri, definiti autosomi, che formano 22 coppie di cromosomi omologhi.

Nell'essere umano il cromosoma Y conta circa 65 milioni di paia di basi e rappresenta più del 2% del DNA aploide maschile. È approssimativamente lungo un terzo del cromosoma X, quindi la maggior parte dei geni presenti sull'X non ha il proprio corrispondente sul cromosoma Y. Si stima infatti che il cromosoma Y contenga 90 geni (contro i 1100-1200 del cromosoma X), molti dei quali localizzati nella regione MSY (maschio-specifica). Finora in tale regione sono state individuate 156 unità trascrizionali, tra le quali 78 codificanti e 78 non codificanti; tra le sequenze codificanti ne sono state annotate 60, appartenenti a 9 famiglie geniche (ad es. la famiglia delle globine), e 18 geni in copia singola. Il totale delle proteine prodotte è pari a 32.

Il cromosoma Y è un piccolo cromosoma acrocentrico, senza satelliti. La parte distale del braccio lungo, e quindi la maggior parte del DNA del cromosoma Y, è costituita da eterocromatina. L'eterocromatina non è codificante, quindi la sua variabilità in dimensioni da individuo a individuo non comporta evidenti effetti dannosi. Anche in altri Mammiferi il cromosoma Y è quello più povero di geni.

Venne denominato Y poiché durante la meiosi i due bracci piccoli (p) apparivano come un unico braccio, assumendo appunto la forma di una Y.[1]

Origine ed evoluzione

È noto che molti vertebrati non possiedono cromosomi sessuali, e la determinazione del sesso è dovuta a fattori ambientali o di sviluppo. Per esempio, alcuni rettili manifestano uno dei due sessi a seconda della temperatura di incubazione delle uova.

Analogamente, milioni di anni fa i progenitori dei Mammiferi erano soggetti ad una determinazione sessuale di tipo ambientale, regolata dalla temperatura durante lo sviluppo embrionale. Pertanto X e Y costituivano una normale coppia di autosomi omologhi. La loro storia diverge 300 milioni di anni fa, quando una mutazione diede origine a un allele che conferiva un enorme vantaggio riproduttivo all'individuo in suo possesso, poiché determinava il sesso indipendentemente dalla temperatura. L'aumento dell'idoneità riproduttiva era infatti dovuto al mantenimento di un rapporto tra i sessi ben definito (50:50) anche in condizioni ambientali mutevoli, che altrimenti avrebbero portato a un incremento sproporzionato del numero di femmine o di maschi nella popolazione, riducendo il tasso di riproduzione. Inoltre elevati sbalzi di temperatura potevano addirittura determinare il mancato sviluppo embrionale.

La selezione naturale ha poi garantito la preservazione di tale vantaggio, sfavorendo tutte le mutazioni a carico di SRY, l'elemento cruciale per la determinazione sessuale di tipo genetico. A tale scopo, durante l'evoluzione è sorta la cosiddetta “regione non ricombinante sull'Y” (NRY), che comprende SRY e altri geni nelle sue vicinanze. Con la riduzione del tasso di ricombinazione, tali geni hanno mantenuto le proprie caratteristiche nel tempo, e contemporaneamente la coppia ancestrale di autosomi si è sempre più diversificata fino a costituire gli attuali cromosomi sessuali X e Y. Ovviamente doveva essere garantito il loro appaiamento in meiosi, quindi era necessario che alcune regioni continuassero ad effettuare crossing over: è questo il ruolo delle PAR.

Durante l'evoluzione il crossing over tra X e Y è stato soppresso in cinque momenti diversi, ognuno dei quali ha coinvolto un differente segmento del cromosoma Y. L'ultimo di tali eventi è avvenuto 30 milioni di anni fa, ovvero 5 milioni di anni prima che la specie umana divergesse dalle Scimmie del Vecchio Mondo (es. Macaca mulatta). Recenti scoperte hanno dimostrato che, negli ultimi 25 milioni di anni, la perdita dei geni a livello della MSY umana ha coinvolto solo il segmento più “giovane” (strato 5), che comprende il 3% della MSY; pertanto gli strati più antichi (1-4), dove risiede il 97% del materiale genetico maschio-specifico, dovrebbero essere strettamente conservati tra i due gruppi di Primati. Attualmente la MSY umana comprende solo il 3% del materiale genetico degli autosomi ancestrali.

Altri dati risalgono a 30-50 milioni di anni fa, quando eventi di traslocazione portarono al recupero di geni dall'X da parte dell'Y, compresi in una regione non ricombinante. Ciò ha determinato la separazione degli Ominidi dal resto delle scimmie antropomorfe. Tali geni si trovano attualmente nella regione X-transposta specifica della MSY umana.

Tale teoria (che possiamo definire teoria dello sgretolamento) si basa sul fatto che nel corso degli ultimi 300 milioni di anni il cromosoma maschile Y si è evoluto rimpicciolendosi e perdendo centinaia di geni che invece il suo omologo al femminile ha mantenuto, tant'è che oggi il cromosoma Y umano conserva solo 19 degli oltre 600 geni che condivideva una volta con il suo partner ancestrale.[2]

Ipoteticamente, una volta rimasto sul cromosoma Y il solo gene SRY, tale gene potrebbe essere traslocato sul cromosoma X (o su un autosoma), che diventerebbe il nuovo cromosoma determinante il sesso, e sarebbe così "riavviato" il processo evolutivo. Questo avvenimento si è già verificato in due specie di arvicole: in Ellobius tancrei entrambi i sessi hanno un solo cromosoma sessuale (X), mentre in Ellobious lutescens sia il maschio che la femmina possiedono due X.

Tuttavia l'idea dell'estinzione del cromosoma Y causata dall'accumulo di mutazioni nonsenso sembra un'ipotesi da scartare, poiché il meccanismo di conversione genica garantisce efficienza nella conservazione dell'integrità dei geni del cromosoma Y umano. A dimostrazione di ciò, recenti scoperte hanno messo in luce che il rapido decadimento iniziale dei geni ancestrali sull'Y è rallentato, raggiungendo un livello stabile nel tempo. È stato infatti confrontato il cromosoma Y dell'uomo con quello di due lontani antenati: il Macacus Rhesus, la cui linea evolutiva si è separata dalla nostra circa 25 milioni di anni fa, e lo scimpanzé (Pan paniscus), da cui ci siamo separati evolutivamente solo 6 milioni di anni fa. Analizzando la sequenza del cromosoma Y del macaco, i ricercatori hanno osservato che esso si è mantenuto intatto nel corso di questi ultimi 25 milioni di anni, perdendo un solo gene. In base a tale studio si è giunti alla conclusione che agli inizi il cromosoma Y stava subendo una rapida degenerazione e perdita dei suoi geni, in seguito però si è stabilizzato. Non essendoci stata alcuna perdita di geni nel cromosoma Y del macaco e una sola perdita in quello umano, è ipotizzabile che in futuro non accadrà nulla al cromosoma Y[3][4][5].

Conversione genica

È stato osservato che il meccanismo che ha condotto l'Y a divenire così come lo conosciamo oggi è anche causa della sua vulnerabilità. Infatti è noto che la ricombinazione tra cromosomi omologhi ha una funzione riparativa, poiché permette di correggere delle mutazioni. La MSY quindi, in assenza di tale meccanismo riparativo, rischiava di perdere quelle informazioni genetiche preservate proprio dalla mancata ricombinazione con l'omologo X.

L'Y ancestrale conteneva 1500-2000 geni, mentre al momento ne sono noti una novantina. Oltre ad aver subito delezioni che hanno portato al suo progressivo accorciamento, il cromosoma Y possedeva anche molte regioni inattive, che vennero definite ”DNA spazzatura”. Si presumeva quindi che il cromosoma Y fosse destinato a proseguire nel suo decadimento fino ad estinguersi.

Nel 2003, i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology hanno scoperto un processo che rallenta il ritmo di accorciamento e degenerazione del cromosoma Y: l'Y umano è in grado di ricombinare con se stesso attraverso le proprie sequenze palindrome. Questo tipo di ricombinazione è chiamato "conversione genica" o "perdita ricombinazionale dell'eterozigosi". La regione MSY è infatti caratterizzata da un'enorme quantità di sequenze ripetute, che ne hanno reso difficoltoso l'assemblaggio durante i lavori al Progetto Genoma Umano. Tali ripetizioni non sono testa-coda ma costituiscono dei palindromi, ovvero due ripetizioni invertite separate da un breve spaziatore. Dunque i geni testicolo-specifici sono in copie multiple sull'Y; ad es. DAZ è in 2 copie speculari (palindromi) presenti 2 volte sul cromosoma, per un totale di 4 copie. È interessante notare che l'omologia di sequenza dei palindromi è del 99.9-99.99%, superiore alla similarità degli alleli (99% per definizione). Pertanto si può affermare che le sequenze speculari della MSY si evolvono insieme comportandosi come degli alleli, ed effettuando crossing over intracromosomico compensano la mancata ricombinazione con il cromosoma X. In questo consiste il processo di conversione genica.

Dunque nel caso dell'Y le sequenze palindrome non costituiscono DNA spazzatura, ma contengono geni funzionanti e fondamentali per la fertilità maschile.

Struttura e funzioni principali

Le cellule dei mammiferi (eccetto cellule anucleate come gli eritrociti) presentano una coppia di cromosomi sessuali: XX nelle femmine, XY nei maschi. Pertanto si parla, rispettivamente, di omozigoti (gameti contenenti l'X) e di emizigoti (gameti X e Y). Sull'Y è localizzato SRY (Regione determinante il Sesso sul cromosoma Y), tale gene sintetizza una proteina implicata nella determinazione primaria del sesso (cioè la determinazione del tipo di gameti prodotti dall'individuo e degli organi che li fabbricano): SRY (da notare che il gene SRY e la proteina SRY sono due cose diverse) la quale agisce da inibitore sul fattore antitesticolare prodotto dal gene DAX1 presente sul cromosoma X. Perciò nel maschio la proteina SRY sopprime l'inibitore della mascolinità codificato da DAX1, mentre nella femmina, dove la proteina SRY non è presente, DAX1 può agire inibendo la mascolinità.

Per quanto riguarda la determinazione secondaria del sesso, ossia le manifestazioni fenotipiche della mascolinità e della femminilità, i responsabili sono alcuni geni distribuiti sugli autosomi e sul cromosoma X, i quali controllano l'azione di ormoni quali il testosterone e gli estrogeni.

Oltre a SRY, altri geni sono coinvolti nella determinazione sessuale maschile. Essi sono situati sia sul cromosoma X (ad es. SOX3) che sugli autosomi (ad es. SOX9, importante per lo sviluppo della gonade in testicolo). SRY è quindi fondamentale, ma agisce all'interno di una rete di interazioni geniche, costituita da geni che lo controllano (ad es. DAX1, sull'X) e da geni che esso attiva (ad es. il gene codificante l'ormone antimulleriano). Sul cromosoma Y inoltre sono presenti molteplici geni responsabili della spermatogenesi.

I geni presenti nella regione eucromatica dell'Y costituiscono l'1% del genoma umano. L'eucromatina del cromosoma Y comprende 3 classi di sequenze:

È da notare che l'uomo possiede più geni della donna. Infatti, sebbene quest'ultima presenti due copie dell'X (i quali contengono comunque la stessa sequenza di codifiche del singolo X del genoma maschile), ed esso abbia un contenuto genico maggiore dell'Y, la donna non possiede quei geni che risultano localizzati esclusivamente sull'Y, che sono appunto maschio-specifici.

Il cromosoma Y, pur essendo considerato omologo di X, non è in grado di effettuare crossing over con esso durante la meiosi, eccetto che per piccole aree denominate “regioni pseudoautosomiche” (PAR), situate a livello dei telomeri di entrambi i cromosomi.

Insieme, le PAR costituiscono il 5% della lunghezza totale del cromosoma e recano più della metà dei geni mappati sull'Y.

Esistono altri geni in comune tra X e Y, localizzati sul braccio lungo nei pressi del centromero, ma non possono essere definiti alleli omologhi perché la loro similarità è inferiore al 99%, e inoltre non si può affermare che siano appartenenti allo stesso locus dato che le mappe genetiche di X e Y sono differenti. La nomenclatura dell'Y è infatti diversa rispetto a quella della citogenetica classica. Partendo dall'estremità del braccio corto le regioni dell'Y umano sono le seguenti: PAR1 – 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – PAR2.

La regione mediana del cromosoma Y è detta porzione maschio-specifica (MSY, male specific portion of Y) mentre la porzione intermedia del cromosoma X è nota come porzione non-pseudoautosomica dell'X (NPX, non-pseudoautosomal portion X). Queste due regioni non subiscono ricombinazioni durante la meiosi dato che non contengono alleli corrispondenti.

Pertanto i cromosomi sessuali hanno una certa difficoltà nel riconoscersi, appaiarsi ed effettuare segregazione durante la meiosi maschile.

I geni localizzati sui cromosomi X e Y non sono esclusivamente coinvolti nella determinazione del sesso e dei caratteri sessuali. I geni presenti sul cromosoma X che non hanno l'equivalente sul cromosoma Y sono detti X-linked; viceversa, quelli situati unicamente sull'Y sono chiamati Y-linked.

Geni

Nell'uomo il cromosoma Y contiene i seguenti geni:

Aberrazioni cromosomiche

Nessun gene vitale risiede sul cromosoma Y, dal momento che gli individui femminili non lo posseggono.

Nell'essere umano

L'unica malattia ben definita dovuta a un difetto nel cromosoma Y è la deficienza dello sviluppo testicolare, causata da delezione o mutazione inattivante della regione che comprende SRY. La manifestazione di ciò è la discrepanza tra sesso genotipico e sesso fenotipico, nota come “sex reversal”, ovvero inversione del sesso. Infatti un soggetto con cariotipo 46,XY, non possedendo il gene SRY funzionale, risulta fenotipicamente una femmina (ovviamente sterile, per mancanza del secondo X), così come un individuo 46,XX è fenotipicamente maschio se SRY si è trasferito sull'X per effetto del crossing over nella meiosi paterna. La frequenza di quest'ultima patologia è di 1:2000 nati, corrispondente alla frequenza di traslocazione di SRY da Y a X durante il crossing over a livello della PAR1, regione dell'Y confinante con il gene SRY. Se invece l'errore meiotico è avvenuto durante le prime divisioni embrionali, i maschi 46,XX possono risultare dei mosaici con cariotipo 46,XX/46,XY.

Altre patologie cromosomiche sono dovute ad una anormalità numerica (aneuploidia) dei cromosomi Y:

Esistono anche aberrazioni a carico della struttura dell'Y: delezioni, anelli, isocromosomi, inversioni, traslocazioni.

Riguardo alle delezioni, se il frammento perduto è molto piccolo si parla di microdelezioni. La microdelezione può sfuggire all'osservazione citogenetica, poiché non è visibile con un semplice allestimento del cariotipo. Per individuare tali mutazioni è richiesta infatti la metodica dell'ibridazione fluorescente in situ (FISH), che si basa sull'uso di sonde di DNA marcate; se il frammento complementare alla sonda è assente sul cromosoma, non sarà visibile il segnale fluorescente, e si potrà quindi affermare di essere in presenza di una microdelezione.

Microdelezioni a carico della regione MSY possono coinvolgere geni responsabili della spermatogenesi, causando quindi oligospermia (carenza di spermatozoi) e azoospermia (assenza di spermatozoi). Pertanto le microdelezioni del cromosoma Y sono la causa genetica più frequente di infertilità maschile, e la loro alta incidenza è legata proprio alla peculiare struttura dell'Y.

Note

Bibliografia

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Giuramento di Bereg

Indice

Giuramento di Bereg

Il giuramento di Bereg (in ungherese beregi eskü), noto anche come accordo di Bereg (in ungherese beregi egyezmény), fu un trattato firmato tra il regno d'Ungheria e la Santa Sede nelle foreste del Bereg il 20 agosto 1233. Nel documento, il re Andrea II d'Ungheria giurò che non avrebbe impiegato ebrei (zsidók) e musulmani (böszörmény) per amministrare le entrate della corona, circostanza che causò un decennio di dissapori con la Santa Sede all'indomani del 1220, contraddistinto da frequenti scambi diplomatici con toni accesi e provvedimenti ecclesiastici di censura. Il documento è inoltre un'importante fonte per ricostruire la storia del commercio del sale in Ungheria.

Contesto storico

Sin dalla nascita del regno d'Ungheria a cavallo tra il X e l'XI secolo, i magiari dimostrarono un atteggiamento tollerante nei confronti di ebrei (zsidók) e musulmani (böszörmény). La presenza di mercanti non cristiani nel regno si doveva al suo ruolo di crocevia di rotte commerciali che conducevano a Costantinopoli, Ratisbona e Kiev. Géza II, che amministrò l'Ungheria a metà del XII secolo, impiegò persino dei soldati musulmani provenienti dalla steppa eurasiatica.[1] L'impiego di non cristiani che ricoprissero incarichi amministrativi finì per diventare una prassi normale e diffusa in Ungheria; un documento della corona di Colomanno il Bibliofilo del 1111 fa riferimento a «funzionari» del tesoro reale legati alla comunità dei «calizi» (musulmani).[2]

Andrea II salì al trono ungherese nel 1205, dopo anni di lotte con il fratello Emerico. Introdusse una nuova politica per le concessioni reali, detta delle "nuove istituzioni" in una delle sue carte con la quale distribuì ampie porzioni del domini della corona, dei castelli reali e di tutti feudi ad essi annessi come concessioni a titolo ereditario ai suoi sostenitori, dichiarando che «la misura migliore di una concessione reale è data dalla sua incommensurabilità».[3] Le entrate reali diminuirono, una situazione che portò all'introduzione di nuove tasse e alla necessità che queste politiche fossero supervisionate da funzionari musulmani ed ebrei che divenivano sempre più ricchi. I nuovi metodi di riscossione delle entrate generarono ampio malcontento e la consuetudine di ricorrere a ebrei e musulmani cominciò a causare discordia anche tra il monarca e la Santa Sede all'indomani del 1220.[4] Il primo a sollecitare la rimozione di ebrei e musulmani dall'amministrazione fu papa Onorio III, il quale inviò una lettera relativa alla questione a re Andrea II e alla regina Iolanda di Courtenay nell'aprile del 1221.[5] Il pontefice invitò inoltre a emanare dei provvedimenti che vietassero ai non cristiani di detenere schiavi cristiani.[4] Le lamentele dei papi riflettevano le risoluzioni del Quarto Concilio Lateranense del 1215 contro i sudditi non cristiani.[5]

Quando un gruppo di aristocratici scontenti si impadronì di fatto del potere nella primavera del 1222, Andrea fu costretto a emanare la Bolla d'oro del 1222, la quale proibiva l'impiego di musulmani ed ebrei al soldo della corona.[2] Secondo una lettera di papa Onorio III destinata a Ugrino Csák, arcivescovo di Caloccia, e ai suoi subordinati nell'agosto del 1225, Andrea continuò a impiegarli negli anni successivi e di ciò il santo padre accusò il prelato di star tollerando queste violazioni nel regno e persino nella sua stessa arcidiocesi.[4][6] Papa Gregorio fece riferimento ai concili di Toledo e quanto confermato durante il Quarto Concilio Lateranense in merito al divieto per i non cristiani di ricoprire cariche pubbliche.[7] Una simile decisione fu ribadita quando Andrea II, sollecitato dalle forti pressioni dei prelati, emanò la cosiddetta Bolla d'oro del 1231, che autorizzava l'arcivescovo di Strigonio a scomunicarlo in caso di violazione delle sue disposizioni.[8]

Il giuramento

Roberto, Arcivescovo di Strigonio presentò delle osservazioni alla Curia romana nel 1231, sostenendo che Andrea II continuava a impiegare ebrei e musulmani nonostante le sue previe promesse e il suo precedente conflitto con la Santa Sede sulla questione.[9] Nel marzo del 1231, papa Gregorio IX incaricò Roberto di intervenire perché, secondo alcune denunce, i cristiani in Ungheria avevano subito vari danni a causa di ebrei e musulmani. Anche la mescolanza di persone di religioni diverse era considerata dal papa una fonte di pericolo, poiché riteneva che ciò avrebbe potuto aumentare il rischio di abbandono della fede. Il pontefice sostenne inoltre che la situazione disordinata dei non cristiani ostacolava la causa del battesimo dei cumani.[10] A partire dal 1232, i nomi dei funzionari non cristiani vennero regolarmente attestati: si menziona ad esempio un certo Samuele di origine «saracena». in seguito convertitosi al cattolicesimo, e Teha (o Teka), un ebreo che, come Samuele, fu ispán della camera reale (in latino comites camere).[11] Che fossero effettivamente impiegati in qualche ruolo traspare da alcune monete reali portate alla luce, in quanto recano delle lettere ebraiche e delle iscrizioni.[12]

Sebbene Andrea II si fosse impegnato a rispettare i privilegi del clero e a destituire i suoi funzionari non cristiani nelle sue due bolle d'oro, non mantenne mai le promesse. Di conseguenza, l'arcivescovo Roberto scomunicò i principali consiglieri finanziari di Andrea – il palatino d'Ungheria Dionigi, figlio di Ampud, il mastro tesoriere Nicola e il già citato vecchio ciambellano Samuele di origine «saracena» – e pose l'Ungheria sotto un interdetto il 25 febbraio 1232. Roberto giustificò la sua azione con la presenza di ismaeliti nell'amministrazione reale, in particolare nella coniazione. Accusò inoltre Samuele di eresia e di sostenere musulmani e «falsi» cristiani.[10] Tuttavia, si astenne dallo scomunicare personalmente re Andrea II.[13] Andrea II presentò una petizione alla Curia romana, lamentandosi delle azioni dell'arcivescovo. Per tutta risposta, papa Gregorio inviò una lettera all'arcivescovo Roberto nel luglio del 1232 in cui lo accusava di aver ecceduto i suoi poteri. Il papa sottolineò che la giurisdizione di Roberto come legato pontificio era limitata all'area abitata dai cumani e gli ordinò di non applicare ulteriori punizioni ecclesiastiche.[14] Il papa promise ad Andrea che nessuno sarebbe stato scomunicato senza la sua speciale autorizzazione. Poiché l'arcivescovo accusava i musulmani di aver persuaso Andrea a confiscare i beni ecclesiastici, Andrea restituì i beni all'arcivescovo, che presto sospese l'interdetto su istruzione del papa.[13][15]

Gregorio IX, contemporaneamente all'invio della sua missiva, delegò Jacopo da Pecorara, cardinale vescovo di Palestrina come uomo di sua fiducia in Ungheria, incaricato di raggiungere un accordo tra Andrea II e l'arcivescovo Roberto. Il cardinale arrivò in Ungheria nel settembre del 1232. Il sovrano evitò di incontrarlo nei mesi successivi,[14] cosicché il cardinale potesse occuparsi solo degli affari interni della chiesa in Ungheria. Secondo lo storico Tibor Almási, Andrea II, forte della rassicurazione papale, cercò di frenare fino alla fine ogni progresso nei negoziati, e Jacopo da Pecorara non poté nemmeno minacciare una sanzione più severa.[15] All'inizio del 1233, Giacomo incontrò l'arcivescovo Roberto e i prelati ungheresi, trascrivendo e confermando congiuntamente le ben 1 222 donazioni di privilegi di Andrea alla Chiesa ungherese nel marzo del 1233. Il cardinale si occupò anche del caso dei cavalieri teutonici, espulsi dall'Ungheria nel 1225.[14] Il cardinale incaricò il suo cappellano Ruggero di Puglia di ritornare a Roma per riferire che Andrea II esitava a riconciliarsi con la Santa Sede e che da mesi stava sabotando i negoziati in vari modi.[16]

Con la speranza di porre termine alla situazione di stallo dei negoziati, Gregorio scrisse tre missive destinate all'Ungheria il 12 agosto 1233, in particolare al legato pontificio.[16] Nella prima, Gregorio autorizzò Jacopo da Pecorara a rinnovare, qualora necessario, il divieto e la scomunica dei membri del seguito reale per far rispettare l'obbedienza del monarca, ma, nella seconda lettera, proibì espressamente la scomunica del re stesso o dei suoi figli: i principi Béla, Colomanno e Andrea.[17] Fu re Andrea ricevette la terza lettera: il papa elencò i «terribili» abusi che avevano costretto l'arcivescovo Roberto a sancire delle censure ecclesiastiche prima di allora, e a cui Andrea non aveva nemmeno posto rimedio nonostante le parole ammonitrici del legato. Il santo padre assicurò al re che egli stimava sinceramente la sua persona, ma poiché doveva valutare equamente le azioni di tutti, sarebbe stato costretto ad approvare anche il verdetto che il legato avrebbe emesso contro gli elementi «ribelli».[18] La misura in cui le missive facilitarono un accordo resta discutibile, poiché anticipavano di soli otto giorni alla conclusione del giuramento di Bereg. Secondo lo storico Nándor Knauz, Lajos Balics e Vilmos Fraknói, Andrea poteva già conoscere l'opinione papale tramite i suoi ambasciatori.[19]

Sebbene Andrea fosse partito per la Galizia affinché potesse sostenere il figlio minore Andrea in una lotta contro Danilo Romanovič, egli si dichiarò disposto a incontrare i rappresentanti del legato pontificio, Bartolomeo, vescovo di Vesprimia e Cognoscens, un canonico della cattedrale di Strigonio. Il 20 agosto 1233, i due emissari papali raggiunsero Andrea II e il suo seguito nelle foreste di Bereg, nell'angolo nord-orientale del Regno d'Ungheria, prima della sua partenza per guidare la campagna militare contro la Galizia. Stando ad Almási, Bartolomeo e Cognoscens costrinsero Andrea a scegliere tra un accordo immediato e l'imposizione di un provvedimento ecclesiastico. La bozza presentata assicurava a Giacomo che la conferma finale dell'accordo sarebbe avvenuta in sua presenza.[19] Due giorni dopo l'incontro nella foresta di Bereg, anche l'erede e rivale politico di Andrea, il duca Béla, arrivò sulla scena con il suo seguito – ad esempio, Mojs e Dionigi Türje – e presidiò il giuramento sull'accordo due giorni dopo, il 22 agosto 1233.[20] Il re magiaro incontrò di persona Jacopo da Pecorara a Strigonio soltanto nel settembre del 1233, dove furono concordati i dettagli economici e vari aristocratici del regno – tra cui Nicola Szák, Simone Nagymartoni, Pietro Tétény, Maurizio Pok, Baldovino Rátót, File Szeretvai e il vecchio tesoriere scomunicato Nicola testimoniarono il giuramento.[21] Nel documento, il legato pontificio richiese espressamente che anche il palatino Dionigi – un importante riformatore dell'economia, coinvolto in numerosi conflitti con la Chiesa negli anni precedenti – testimoniasse che il giuramento di Bereg ebbe avuto luogo.[19]

Contenuto

Il testo del giuramento di Bereg è stato conservato in due documenti originali e in due copie trascritte. Emanato il 20 agosto 1233, fu poi nel settembre del 1233 trascritto da Andrea in una lettera al legato papale Jacopo da Pecorara, e infine dall'arcivescovo Roberto di Strigonio il 19 febbraio 1234.[22] La stesura seguì interamente le richieste del legato, con due sezioni principali, una relativa ai non cristiani e l'altra ai privilegi, in particolare le entrate derivanti dal sale e il rapporto con la Chiesa in Ungheria.[17] Il duca Béla assicurò la sua precedente promessa nel diploma emesso il 23 febbraio 1234. Inoltre, il suo giuramento conteneva anche l'impegno di agire contro gli eretici e di guidare i disobbedienti all'obbedienza della Chiesa nel suo dominio.[21] Gregorio confermò il giuramento in una sua lettera indirizzata all'arcivescovo Roberto nel gennaio del 1234.[23]

I non cristiani

«Non nominiamo più ebrei, saraceni o ismaeliti a capo della nostra camera, della zecca, né permettiamo loro di riscuotere il nostro sale, le nostre entrate e di ricoprire alcuna carica pubblica, e non li incarichiamo di assistere i superiori, e non commettiamo alcuna frode con cui possano opprimere i cristiani.»

(Un paragrafo del giuramento di Bereg (20 agosto 1233)[24])

Andrea II, analogamente a quanto previsto dalle bolle d'oro del 1222 e del 1231, giurò di non impiegare ebrei e musulmani come funzionari della tesoreria reale (camera) e della zecca, amministratori dell'estrazione del sale ed esattori delle tasse, nemmeno sottomettendoli a superiori cristiani in queste cariche reali. Andrea proibì inoltre di collocare ebrei e saraceni, o ismaeliti, a capo di una carica pubblica.[20]

Il giuramento di Bereg prescriveva inoltre che entrambi i gruppi di non cristiani fossero distinti e separati dai cristiani mediante distintivi, mentre proibiva sia agli ebrei che ai saraceni di acquistare o assumere schiavi cristiani. Ai vescovi, le cui diocesi erano abitate da un numero significativo di comunità musulmane o ebraiche, era consentito richiedere la separazione di queste persone dagli insediamenti cristiani. Il giuramento proibiva il matrimonio, la convivenza e qualsiasi rapporto d'affari tra cristiani e non cristiani. In base all'accordo, il palatino o un altro cortigiano reale nominato doveva essere inviato ogni anno a verificare la violazione della legge; ogni trasgressore, ebreo, musulmano o cristiano, avrebbe perso i beni e sarebbe stato condannato alla schiavitù a vita.[20]

Privilegi della Chiesa

La giurisdizione della magistratura ecclesiastica in materia di controdote, dote e affari coniugali era sancita nell'accordo. Andrea sottolineò che non avrebbe permesso ai tribunali secolari di occuparsi di questi casi, «perché non vogliamo interferire e non siamo competenti». Andrea promise di non interferire con i privilegi ecclesiastici. Il monarca ungherese statuì che gli (ecclesiastici potessero essere giudicati solo dai tribunali religiosi, ad eccezione delle controversie giudiziarie che riguardavano il possesso di beni e feudi, come era stata prassi del re fin dall'inizio. L'accordo garantiva inoltre la completa esenzione fiscale per i membri della Chiesa e il clero. Il re stabilì inoltre che i membri della Chiesa fossero tenuti a consultarsi con lui in merito all'imposizione delle proprie tasse, dopodiché avrebbero potuto rivolgersi congiuntamente al papa per una decisione.[21]

L'intesa mirava a porre rimedio al presunto danno arrecato alla struttura economica della Chiesa, poiché il monarca e la sua élite laica erano accusati di aver confiscato e usurpato illegalmente una parte significativa delle entrate della Chiesa cattolica in Ungheria. Jacopo da Pecorara si impegnò a garantire che né il monarca né gli aristocratici suoi conterranei si appropriassero delle entrate ecclesiastiche, principalmente dell'estrazione del sale e del commercio dalla Transilvania attraverso il fiume Maros (Mureș). Andrea II promise di pagare complessivamente 10 000 marchi in cinque anni (1234-1238) a titolo di risarcimento per le entrate già riscosse, equivalenti agli introiti derivanti dal sale che il re aveva trattenuto dalle chiese in Ungheria.[17] Il vescovo di Csanád, l'abate di Pannonhalma e l'abate di Egres furono incaricati di ricevere la somma alle date di scadenza nel monastero domenicano a Pest. Andrea permise alle chiese di trasportare liberamente il sale nelle proprie strutture, dove i funzionari della camera del sale erano tenuti a pagare secondo la tariffa stabilita entro una scadenza specifica (8 settembre e 21 dicembre), inclusi i costi di spedizione e stoccaggio. Le chiese erano libere di disporre del sale purché i funzionari del re non esercitassero il diritto di prelazione. Il re stabilì inoltre che le chiese dovessero essere pagate con degli pfennig di Friesach d'argento di buona qualità o in argento di qualità inferiore a un decimo.[22]

A giudizio della storica Beatrix F. Romhányi, quanto pattuito a Bereg riguardava esclusivamente il trasporto del sale lungo il fiume Maros, mentre esistevano altre rotte terrestri, in particolare quella attraverso la porta di Meszes (oggi nei Monti Meseș) fino a Szalacs (oggi Sălacea, in Romania). F. Romhányi sosteneva che le chiese complessivamente immagazzinassero sale trasportato dalla Transilvania, quasi tre quarti del quale veniva consegnato tramite la via di Szalacs, e solo poco più di un quarto proveniva dalla via di Maros, mentre erano presenti depositi di sale anche a Pressburgo (la moderna Bratislava, in Slovacchia) e Sopron.[25] Gli elenchi di seguito enucleati riferiscono della quota delle varie chiese relativa al commercio e allo stoccaggio del sale tramite il fiume Maros secondo il giuramento di Bereg e alcuni documenti allegati (emessi il 1° ottobre 1233), e la quota per tipo di istituzione:[26]

(2 500+5 000)

Conseguenze

Il conflitto tra Andrea II e la Santa Sede continuò dopo la partenza del legato pontificio Jacopo da Pecorara dall'Ungheria nel 1234.[20] Il monarca non pagò il risarcimento (10 000 marchi) che si era impegnato a versare alla Chiesa.[23] Giovanni di Wildeshausen, il vescovo di Bosnia, sottopose l'Ungheria a un nuovo interdetto nella prima metà del 1234, in quanto Andrea non aveva destituito i suoi funzionari non cristiani contravvenendo il giuramento di Bereg.[27] Tuttavia, l'arcivescovo Roberto si dichiarò stavolta a sostegno del re, il quale protestò contro l'atto del vescovo presso la Santa Sede. La storica Nora Berend ha creduto che il giuramento di Bereg e il successivo interdetto fossero coincisi con un nuovo capitolo sulla lotta di potere tra il papato, i prelati ungheresi e la corte reale. Su richiesta di Andrea, papa Gregorio IX permise che l'inchiesta sulla separazione dei non cristiani si svolgesse ogni due anni.[27] Sebbene il papa avesse intimato il vescovo Giovanni di revocare l'interdetto nell'agosto del 1234, ciò non avvenne.[23] Nell'agosto del 1235, il pontefice ordinò ad Andrea di non minacciare coloro che rispettavano le disposizioni dell'interdetto, ma consentì al re di differire il pagamento del risarcimento che aveva accettato.[28]

Per tutto il XIII secolo, la corte reale continuò ad assumere funzionari non cristiani, disattendendo il giuramento di Bereg. Durante il regno di Béla IV, che salì al trono ungherese dopo la morte del padre Andrea II nel 1235, le nomine di ebrei in veste di ciambellani di corte si susseguono con frequenza, come nel caso di un certo Henul, Wluelius e Altman. Béla affidò agli ebrei anche la gestione della zecca, con il risultano che le monete dell'epoca recavano caratteri ebraici riscontrati dai numismatici moderni.[29] Sebbene Béla avesse formalmente chiesto al papa il permesso di impiegare non cristiani e di cedere loro le entrate reali nel 1239, Gregorio lo respinse.[28]

Note

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Ayako Kawasumi

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Ayako Kawasumi

Ayako Kawasumi (川澄 綾子?, Kawasumi Ayako; Tokyo, 30 marzo 1976) è una doppiatrice giapponese. È chiamata affettuosamente dai suoi compagni di doppiaggio e dai fan "Ayachii (あやちー?)", "Peyaya (ぺやや?)", "Ayasumi (あやすみ?)" e "Aya-nē (あやねえ?)". È un'esperta pianista, dato che ha imparato a suonare il pianoforte fin da bambina.[1] Ha composto ed eseguito ... To You, la sigla d'apertura di PIANO, e ha doppiato i pianisti negli anime PIANO e Nodame Cantabile.

Doppiaggio

Anime

OAV

Film

Videogiochi

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Tomba di Giuliano de' Medici duca di Nemours

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Tomba di Giuliano de' Medici duca di Nemours

La tomba di Giuliano de' Medici duca di Nemours è un complesso scultoreo e architettonico in marmo (650x470 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 1524-1534 e facente parte della decorazione della Sagrestia Nuova in San Lorenzo a Firenze.

Storia

Giuliano de' Medici, duca di Nemours, primo personaggio di Casa Medici ad ottenere un titolo nobiliare, morì nel 1516 a trentasette anni. Tre anni dopo scomparve anche suo nipote, il pressoché coetaneo Lorenzo duca d'Urbino, estinguendo le linee legittime di discendenza del ramo principale della famiglia, con grande costernazione di papa Leone X (al secolo Giovanni de' Medici, rispettivamente fratello e zio dei due duchi), che tanto si era speso per l'ascesa della propria famiglia.

Nacque in queste circostanze la decisione di affidare a Michelangelo la costruzione di un sepolcro principesco per i due rampolli deceduti, da inserire nella chiesa di famiglia, San Lorenzo a Firenze. Stabilito di fare un ambiente gemello alla più antica Sagrestia Vecchia di Brunelleschi, si pensò di seppellire in questo nuovo sacello monumentale anche i due "Magnifici", Lorenzo (m. 1492) e Giuliano (m. 1478), rispettivamente padre e zio del papa.

La riprogettazione della Sagrestia Nuova prese avvio già verso il 1519, e i lavori cominciarono nel 1521. Dopo l'interruzione per la morte del papa, ripresero nel 1524, quando l'artista, per il nuovo pontefice mediceo Clemente VII, stabilì definitivamente la struttura architettonica del complesso. I modelli per i sepolcri dei due "duchi" vennero approntati quell'anno. L'opera si protrasse a lungo, anche per i numerosi impegni presi dall'artista (la Biblioteca Medicea Laurenziana, la tomba di Giulio II) e arrivò, sempre più stancamente, a una soluzione con un numero minore di statue rispetto a quanto programmato: solo tre invece di cinque o sette. Non vennero infatti mai realizzate le due personificazioni di fiumi infernali da porre ai piedi del sepolcro, né le statue per le due nicchie laterali, che dovevano rappresentare il Cielo e la Terra[1] e che l'artista voleva delegare, su suo disegno, al Tribolo.

Descrizione e stile

Ritratto di Giuliano de

Architettura

Michelangelo studiò un ambiente al tempo stesso organico e drammatico, con le tombe che non sono semplicemente addossate alle pareti, ma ne fanno direttamente parte, con un rapporto diretto e indissolubile tra le membrature architettoniche, il sarcofago e le statue.

Notte

Le spoglie del duca Giuliano sono all'interno di una cassa marmorea, ispirata a un'antica nel Pantheon retta da due piedritti e sormontata da un arco di catenaria spezzato al centro e ornato da volute alle estremità. Ai lati esterni dei piedritti si trovano fregi decorativi con crani d'ariete, motivo dell'arte romana, medaglioni da cui sporgono corde (che ricordano il trasporto delle casse dei defunti), una conchiglia, motivo cristiano del pellegrinaggio dell'anima. Sulle due porzioni dell'arco si trovano le personificazioni delle fasi della giornata, una maschile e una femminile, in questo caso la Notte a sinistra e il Giorno a destra.

La linea spezzata sopra il sarcofago è stata interpretata come un'apertura simbolica attraverso cui l'anima, distaccata dal corpo, può elevarsi e trovare immagine nel ritratto idealizzato di Giuliano, che si trova nella nicchia centrale del partito superiore. Se il registro inferiore è più semplice (composto da specchiature che fanno da sobrio sfondo alle statue), quello superiore, separato da un cornicione dentellato con un fregio di mascheroni, è più articolato.

Giorno

La tripartizione in verticale, presente anche nella parte inferiore, è qui evidenziata da paraste scanalate e con capitelli fantasiosi (nei cui mascheroni si anticipa l'arte manierista), le quali incorniciano la nicchia centrale di forma rettangolare e con architrave e, sopra di essa, una tabella liscia; ai lati invece si trovano due nicchie simmetriche con timpano ad arco, volute decorate a squame di pesce e, in alto, sopra il timpano, dragoni grotteschi a bassorilievo, dalle code ondulate come nastri. Oltre la trabeazione sporgente si trova poi un attico, che sottolinea il modello ripreso dall'arco di trionfo romano a tre fornici, sebbene reinterpretato con disinvoltura. Sull'attico si trovano decorazioni a bassorilievo (festoni, anfore e nastri), una voluta a mo' di chiave d'arco e, in corrispondenza delle paraste, dadi con coppie di balaustri.

Sculture

Dettaglio fotografato da Paolo Monti nel 1975

Il ritratto di Giuliano de' Medici duca di Nemours è seduto, con entrambe le mani sul bastone del comando, con testa e gambe che scattano in un movimento verso destra, simile a quello del Mosè. La sua posizione è anche stata letta come un riferimento alla "vita attiva" della dottrina neoplatonica. Tra i motivi decorativi originali spicca il mascherone appuntato sul petto. L'opera non riproduce affatto le fattezze reali del personaggio, essendosi Michelangelo sempre rifiutato di praticare il ritratto: le fonti riportano come qualcuno fece notare la dissomiglianza all'artista, ma egli, conscio della sua statura artistica nel tempo, ribadì che da lì a dieci secoli nessuno si sarebbe accorto di tale dettaglio.

Le due parti del giorno, Giorno e Notte, sono invece una riflessione sul trascorrere del tempo e sul destino umano: non a caso, i ritratti sia di Giuliano che di Lorenzo rivolgono il loro sguardo alla Madonna col Bambino, fine e sollievo dell'umana sofferenza.

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Campionato mondiale di hockey su ghiaccio

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Campionato mondiale di hockey su ghiaccio

Il campionato mondiale di hockey su ghiaccio maschile è la massima competizione di tale disciplina per squadre nazionali maggiori. Organizzato su base annuale dall'International Ice Hockey Federation, si disputa dal 1920.

La prima edizione del campionato del mondo coincise con il torneo olimpico del 1920 ad Anversa (Belgio); tutti i tornei olimpici fino a quello del 1968 a Grenoble (Francia) fanno parte del palmarès della competizione. La prima edizione svincolata dal torneo olimpico si tenne nel 1930, ospitata congiuntamente da Austria, Francia e Germania, alla quale presero il via dodici nazionali. Nel 1931 le squadre al via disputarono una serie di gironi all'italiana fino a giungere al girone decisivo; le medaglie furono assegnate sulla base della classifica del girone finale. Tale struttura rimase, con minime modifiche, fino al 1992. Nel 1951 fu introdotto il concetto di promozione e retrocessione con l'istituzione di una divisione inferiore, il Gruppo B, oggi Prima Divisione. Con la crescita della IIHF nel corso degli anni furono introdotte altre divisioni. Nel 1990 la IIHF approvò l'introduzione della fase a eliminazione diretta.

La struttura del campionato mondiale prevede 16 squadre nel Gruppo A, 12 nella Prima Divisione e 12 nella Seconda Divisione. Se sono presenti più di 40 squadre viene organizzata anche la Terza Divisione. Le squadre del Gruppo A disputano un girone preliminare, poi le migliori otto accedono ai playoff fino alla finale per la medaglia d'oro. Dal 1977 i mondiali sono aperti a tutti i giocatori, sia dilettanti che professionisti. Svolgendosi in contemporanea ai playoff della Stanley Cup, il campionato del mondo è disertato da molti giocatori di primissimo piano della National Hockey League fattore che spesso in Nordamerica induce a considerare tale competizione di livello inferiore alla prima citata[1].

Il Canada fu la dominatrice delle prime edizioni, vincendo 12 edizioni tra il 1930 e il 1952. Le altre nazionali al vertice in quegli anni erano gli Stati Uniti, la Cecoslovacchia, la Svezia, la Gran Bretagna e la Svizzera. L'Unione Sovietica esordì soltanto nel 1954 ma presto diventò la rivale principale del Canada. Dal 1963 fino alla sua ultima apparizione nel 1991 l'URSS dominò la competizione vincendo 20 titoli mondiali. In quel periodo solo altri tre Paesi riuscirono a conquistare delle medaglie, Canada, Cecoslovacchia e Svezia. La Russia, erede del titolo sportivo dell'URSS, esordì nel 1992, mentre la Rep. Ceca e la Slovacchia esordirono nel 1993. Nel terzo millennio i mondiali risultarono più competitivi, con un livello di gioco sempre più vicino fra le cosiddette "Big Seven"[2], Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Russia, Slovacchia, Svezia e Stati Uniti.

Origini

La International Ice Hockey Federation (IIHF), l'organo direttivo dell'hockey su ghiaccio, fu creato il 15 maggio 1908 con il nome di Ligue Internationale de Hockey sur Glace (LHG).[3] A quel tempo l'organizzazione dell'hockey su ghiaccio era ancora una novità, considerato che il primo incontro al coperto della storia si giocò il 3 marzo 1875 presso il Victoria Skating Rink di Montréal.[4] Nel 1887 quattro squadre di Montréal fondarono l'Amateur Hockey Association of Canada (AHAC), uno fra i primi campionati dotati di un calendario. Lord Stanley donò la Stanley Cup e i suoi amministratori fiduciari decisero di consegnare il premio alla miglior squadra della AHAC o a qualsiasi altra formazione capace di sconfiggerla.[5] Nel 1905 fu fondata la Eastern Canada Amateur Hockey Association (ECAHA),[6] una lega che univa giocatori dilettanti ad altri professionisti. Lo scioglimento della ECAHA portò alla nascita della National Hockey Association (NHA).[7]

I primi campionati europei si svolsero nel gennaio del 1910 a Les Avants, in Svizzera, e furono i precursori del campionato mondiale. Fu la prima competizione creata per le squadre nazionali, e le prime partecipanti furono il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e la Svizzera.[8] Nel frattempo in Nordamerica l'hockey professionistico stava continuando a crescere e nel 1917 nacque la più importante lega professionistica al mondo, la National Hockey League (NHL).[9] I Campionati europei continuarono a svolgersi per cinque anni consecutivi fino allo scoppio della prima guerra mondiale, evento che costrinse a sospendere la competizione fino al 1920.[10]

Storia

1920-1928: Giochi olimpici

La IIHF riconosce il torneo svoltosi durante le Olimpiadi estive del 1920 come il primo Campionato del mondo di hockey su ghiaccio.[11] Esso fu organizzato da un comitato che includeva il futuro presidente della IIHF Paul Loicq. Il torneo si giocò fra il 23 e il 29 aprile e vide la partecipazione di sette squadre: Canada, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Svizzera, Svezia, Francia e i padroni di casa del Belgio.[12] Il Canada rappresentato dai Winnipeg Falcons vinse la medaglia d'oro, superando le avversarie con 27 reti segnate contro una sola subita.[13] Completarono il primo podio nella storia del torneo gli Stati Uniti e la Cecoslovacchia.[14] Nel 1921 si riunì a Losanna il Congresso olimpico, il quale decise di organizzare nel 1924 una settimana di sport invernali a Chamonix, in Francia. Un anno dopo l'evento il Comitato Olimpico Internazionale decise di considerare quelle competizioni valide come prima edizione dei Giochi olimpici invernali.[15]

Tutte le edizioni successive delle Olimpiadi furono considerate valide come edizioni del Campionato mondiale fino ai giochi di Grenoble 1968. Canada vinse le prime due edizioni olimpiche nel 1924 e nel 1928.[16][17] Nel 1928 la Svezia e la Svizzera vinsero le loro prime medaglie, mentre fecero il loro debutto altre quattro nazionali arrivando a un totale di undici partecipanti.[18]

1930-1953: dominio canadese

Il primo Campionato mondiale disputato in un anno diverso da quello dei Giochi olimpici fu quello del 1930. Si svolse in tre città differenti, a Chamonix in Francia, a Vienna in Austria e a Berlino in Germania. Il Canada vinse l'oro sconfiggendo in finale la Germania, mentre la Svizzera conquistò il bronzo.[19][20] I canadesi si ripeterono l'anno successivo,[20] e anche nei giochi di Lake Placid 1932.[20][21] Nel torneo del 1933 a Praga gli Stati Uniti conquistarono la medaglia d'oro, diventando la prima nazionale non canadese a vincere il titolo mondiale. Questo rimane l'unico oro vinto dagli statunitensi al di fuori dei Giochi olimpici.[22]

Due giorni prima dei giochi di Garmisch-Partenkirchen 1936 alcuni dirigenti canadesi protestarono per la convocazione da parte del Regno Unito di due giocatori, Jimmy Foster e Alex Archer, che avevano giocato in Canada ma che si erano trasferiti senza permesso in Gran Bretagna per giocare nel campionato locale. La IIHF diede ragione al Canada, ma i britannici minacciarono di disertare la competizione in caso di esclusione dei due giocatori. Il Canada ritirò il suo reclamo, mentre il Regno Unito conquistò la prima e unica medaglia d'oro della sua storia.[23] Il Canada vinse tutti gli altri mondiali di quel decennio, mentre nel 1939 esordì a livello internazionale la Finlandia.[24] La seconda guerra mondiale portò alla cancellazione delle Olimpiadi del 1940 e del 1944, mentre i mondiali furono sospesi dal 1941 fino al 1946.[19][25]

Nel secondo dopoguerra la Cecoslovacchia iniziò ad emergere e nel 1947 vinse la sua prima medaglia d'oro in un'edizione a cui non prese parte il Canada. Fu nel 1949 che i cecoslovacchi poterono vincere un oro battendo i campioni canadesi.[11] I giochi di St. Moritz 1948 furono segnati dal conflitto fra le federazioni statunitensi: la American Hockey Association (AHA) e la Amateur Athletic Union (AAU). La AAU negò il suo supporto alla AHA poiché riteneva che i giocatori scelti per partecipare fossero dei professionisti, quando allora l'evento era riservato esclusivamente ai dilettanti.[26] Fu raggiunto un compromesso e l'AHA poté giocare, tuttavia i loro risultati non sarebbero stati validi per la classifica finale.[26][27] Sia i cecoslovacchi che i canadesi giunsero alla fine del torneo con sette vittorie e un pareggio nello scontro diretto. Per questo motivo l'oro fu assegnato al Canada per la miglior differenza reti.[28]

Ai giochi di Oslo 1952, gli Edmonton Mercurys in rappresentanza del Canada conquistarono la sesta medaglia d'oro alle Olimpiadi, e questo fu l'ultimo successo canadese per i successivi cinquanta anni.[29] Il mondiale del 1953 fu terminato da sole tre nazionali, il minimo nella storia del torneo, e vide il primo successo da parte della Svezia.[30]

1954-1962: rivalità Canada-Unione Sovietica

I mondiali del 1954 sono state descritte dalla IIHF come i primi dell'epoca moderna.[31] Il torneo vide infatti l'esordio internazionale dell'Unione Sovietica. L'URSS aveva organizzato il suo primo campionato nazionale nel 1946, mentre in precedenza si erano dedicato maggiormente al bandy.[31] Guidati da Arkadij Černyšëv i sovietici raggiunsero in finale il Canada entrambe imbattute, incontrandosi così per la prima volta nella loro storia. L'URSS vinse la finale 7-2, diventando la quinta nazionale capace di vincere il titolo mondiale.[31] L'anno 1955 il Canada si prese la rivincita battendo i sovietici per 5-0 e vincendo l'oro.[32] Alle Olimpiadi del 1956 di Cortina d'Ampezzo l'Unione Sovietica concluse il torneo ancora una volta imbattuta vincendo la medaglia d'oro olimpica alla sua prima partecipazione.[33] Sarebbero passati sette anni fino alla successiva vittoria della selezione sovietica.[11]

Il torneo del 1957 fu ospitato dalla città di Mosca. Canada e Stati Uniti boicottarono l'evento a causa dell'occupazione dell'Ungheria. La maggior parte delle partite si disputarono nel palazzetto Lužniki, tuttavia gli organizzatori decisero di far disputare la finale all'aperto nello Stadio Lenin. La gara fu vista da almeno 55.000 spettatori, record dei mondiali fino al 2010. La sfida decisiva vide il pareggio fra la Svezia e i padroni di casa, ma grazie a una vittoria in più in classifica gli scandinavi si aggiudicarono il torneo.[34] Il Canada ritornò ai mondiali nel 1958 e vinse due titoli consecutivi superando entrambe le volte l'Unione Sovietica.[11] Ai Giochi olimpici di Squaw Valley 1960 le favorite erano il Canada, l'URSS, la Cecoslovacchia e la Svezia, tuttavia ad imporsi furono i padroni di casa degli Stati Uniti, capaci di sconfiggere tutte le avversarie e di vincere il primo oro dal 1933.[35]

Nel 1961 il Canada vinse la diciannovesima medaglia d'oro superando all'ultima gara la Cecoslovacchia e l'Unione Sovietica. Questa fu l'ultima volta che i canadesi impiegarono una squadra dilettantesca per rappresentare la nazionale, in questo caso i Trail Smoke Eaters. A partire dall'anno successivo infatti Hockey Canada su un'idea di David Bauer decise di lanciare un programma per convocare i migliori giocatori da tutta la nazione. Il Canada non avrebbe più vinto una medaglia d'oro fino al 1994.[36] I mondiali del 1962 si svolsero per la prima volta in Nordamerica nello stato del Colorado e furono boicottati dalle nazionali sovietiche e cecoslovacche. La Svezia sconfisse per la prima volta il Canada e si aggiudicò la terza medaglia d'oro nel giro di dieci anni.[30]

Dal 1970 nella guerra fredda

In questo periodo l'hockey sovietico dominò grazie anche alle regole di cui sopra, vincendo quasi tutti i titoli. Nel 1970 la IIHF permise al Canada di aggregare nove giocatori professionisti dai ranghi della NHL e le sue leghe minori (sebbene i tornei si svolgessero contemporaneamente ai playoff della Stanley Cup, il che tolse di mezzo gran parte dei campioni). Questo permesso fu poi levato in quanto produsse molta confusione e reciproci reclami. Il Canada rivendicò il proprio diritto a schierare i migliori giocatori possibili e boicottò la manifestazione per 7 anni.

Nel 1976 un nuovo presidente della IIHF permise la partecipazione di ogni tipo di giocatori e il Canada rientrò l'anno seguente. Questa volta la qualità dei giocatori europei era tanto elevata che nemmeno utilizzare i giocatori NHL rimasti fuori dai playoff fu sufficiente ai canadesi per dominare: la Nazione nordamericana tornò infatti a vincere solo nel 1994.

Dopo la guerra fredda

Lo sgretolamento dell'Unione Sovietica e la secessione in Cecoslovacchia portò ad un appianamento senza precedenti dei valori in campo: i giocatori di quelle nazioni ebbero la libertà di emigrare nella NHL, il che impedì a molti Paesi europei di mandare i propri migliori elementi al campionato mondiale, e questo fu particolarmente sentito nei due Paesi chiave di quegli stati divisi, la Russia e la Repubblica Ceca.

Questi avvenimenti crearono quindi una sfida per la federazione internazionale, per l'affacciarsi a grandi livelli di Nazionali come Bielorussia, Repubblica Ceca, Kazakistan, Lettonia, Russia e Slovacchia, che accamparono tutte richieste di partecipazione al livello A. Russia e Repubblica Ceca vi accedettero direttamente ma le altre dovettero partire dalla C. Fu chiaro che presto gran parte di queste sarebbero arrivate velocemente alla massima serie, mettendo a rischio il ruolo che ricoprivano le Nazioni dell'Europa Occidentale. Per questo la federazione decise di allargare il numero di squadre partecipanti alla pool A.

Attorno alla fine del millennio gli stati dell'ex Cecoslovacchia hanno ottenuto grandi successi, con quattro titoli consecutivi nel 1999-2002, i primi tre dalla Rep. Ceca, l'ultimo dalla Slovacchia. Il Canada è tornato ad altissimi livelli con i successi 2003 e 2004 oltre alle Olimpiadi e la World Cup of Hockey del 2004. Il 2006 fu l'anno d'oro della Svezia che trionfò ai Mondiali e ai Giochi olimpici. Nel 2007 tornarono al successo i Canadesi che però fallirono l'anno successivo il bis in casa: fu infatti la volta della Russia che vinse l'alloro mondiale 15 anni dopo il primo titolo, quello del 1993 - escludendo i precedenti 22, vinti come Unione Sovietica. Nel 2013 il titolo fu vinto dalla Svezia; era dal 1986 che la nazione organizzatrice del torneo non riusciva a conquistare la medaglia d'oro.

Struttura del torneo

Storia

Il primo Campionato mondiale staccato rispetto ai tornei olimpici si disputò nel 1930 e vide la partecipazione di dodici nazionali. Al Canada fu concesso un bye per accedere direttamente alla finalissima, mentre le altre squadre disputarono un torneo a eliminazione per determinare l'altra finalista.[37] Nel 1931 i mondiali cambiarono formula avvicinandosi a quella adottata nei Giochi olimpici: le dieci partecipanti disputarono una serie di turni di qualificazione per accedere al girone finale. Le medaglie furono assegnate in base ai punti conquistati al termine del girone decisivo.[37] Questa struttura cambiò numerose volte nel corso del decennio, alternando alcune edizioni con una finale secca per l'oro ad altre edizioni con un girone all'italiana.[37]

Nel 1937 il torneo cambiò ancora formula tornando ad essere simile alle Olimpiadi: si giocò un turno preliminare con le 11 partecipanti, e le quattro migliori disputarono il girone per l'assegnazione delle medaglie. Un anno più tardi nel 1938 venne disputata invece la finale per la medaglia d'oro; essa fu l'ultima ad essere disputata prima del Campionato mondiale del 1992.[37]

Nel 1951 le tredici partecipanti furono divise per la prima volta in due gruppi. Le migliori sette furono inserite nel Pool A e lottarono per la conquista del titolo mondiale.[37] Le altre sei invece crearono il cosiddetto Pool B. Solitamente il Gruppo A era composto da otto nazionali, sebbene nel corso degli anni vi siano state delle variazioni come un minimo di tre partecipanti nel 1953 e un massimo di dodici nel 1959. Il torneo con gironi all'italiana fu adottato ininterrottamente fino al 1992,[37] tuttavia fu spesso criticato poiché il titolo veniva assegnato già prima dell'ultima partita del torneo.

Durante un congresso nel 1990 la IIHF introdusse il sistema dei playoff.[19][38] Con la crescita della IIHF aumentò sempre più il numero delle nazionali iscritte ai mondiali, e per questo motivo furono aggiunti altri gruppi. Nel 1961 esordì il Pool C, mentre nel 1987 venne creato anche il Pool D Nel 2001 le varie Pool cambiarono il proprio nome: la Pool B divenne Prima Divisione, la Pool C divenne Seconda Divisione e la Pool D divenne Terza Divisione.[39][40]

Strutture di Gruppo A, Prima, Seconda e Terza Divisione

La struttura moderna del Campionato mondiale prevede un minimo di 40 partecipanti: 16 nazionali nel Gruppo A, 12 in Prima Divisione, 12 in Seconda Divisione e le altre in Terza Divisione.

Dal 1998 al 2011 le squadre del Gruppo A erano divise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno; dopo un girone di sola andata le tre migliori accedevano alla seconda fase mentre le ultime classificate disputavano un altro girone per evitare la retrocessione, le ultime due classificate venivano retrocesse in Prima Divisione. La seconda fase prevedeva invece due gironi da sei squadre, con le migliori quattro promosse alla fase a eliminazione diretta, formata da quarti di finale, semifinali e finali.[41]

Fra il 1998 e il 2004 la IIHF organizzò un torneo di qualificazione separato riservato all'Estremo Oriente per poter garantire almeno una partecipante asiatica ai campionati mondiali di Gruppo A. Il Giappone vinse tutti i tornei di qualificazione, tuttavia concluse i tornei sempre all'ultimo posto tranne nel 2004, quando giunse quindicesimo. Al termine di quell'edizione la IIHF sospese il torneo e il Giappone retrocesso dovette partecipare alla Prima Divisione.[42]

Gruppo A dal 2012

Il Gruppo A è composto da 16 nazionali: esse sono divise in due gironi in base alla classifica mondiale IIHF. Il ranking viene calcolato sulla base dei risultati ottenuti negli ultimi quattro mondiali e nell'ultimo torneo olimpico. I risultati dei tornei più recenti incidono maggiormente sul calcolo della classifica.[43]

A partire dai mondiali del 2012 i quattro gironi preliminari sono stati sostituiti da due gironi da otto squadre ciascuno; ogni squadra disputa perciò sette gare contro le avversarie del proprio girone. Le migliori quattro squadre dei due gironi avanzano alla fase a eliminazione diretta. Nei quarti di finale le prime classificate affrontano le quarte provenienti dall'altro gruppo, mentre le seconde classificate affrontano le terze classificate dell'altro gruppo. Le vincitrici dei quarti di finale disputano le semifinali, mentre a loro volta le vincitrici delle semifinali disputano la finale per la medaglia d'oro. Le sconfitte disputano invece la finale valida per la medaglia di bronzo.[41] Sempre a partire dal 2012 è stato abolito il girone retrocessione; al suo posto le ultime due classificare dei gironi preliminari sono retrocesse in Prima Divisione.[41]

Prima, Seconda e Terza Divisione dal 2012

La Prima Divisione è divisa in due gruppi da sei squadre e ciascun gruppo disputa un girone di sola andata per un totale di cinque partite. In passato le vincitrici dei due gruppi erano promosse nel Gruppo A, mentre le ultime venivano retrocesse in Seconda Divisione. Dal 2012 vengono invece promosse le prime due del Gruppo A, mentre la vincitrice della Prima Divisione - Gruppo B prende il posto dell'ultima classificata della Prima Divisione - Gruppo A. L'ultima della Prima Divisione - Gruppo B viene infine retrocessa in Seconda Divisione.

La Seconda Divisione funziona in maniera simile alla Prima Divisione, con la differenza che nella Seconda Divisione - Gruppo A viene promossa solo la prima classificata. L'ultima classificata della Seconda Divisione - Gruppo B viene retrocessa in Terza Divisione. La Terza Divisione si compone di un numero variabile di formazioni, generalmente sei. In caso di un numero superiore di partecipanti viene organizzato un torneo di qualificazione.[44][45]

Regole

Regole di gioco

Dal primo torneo disputato nel 1920 all'epoca moderna sono avvenute numerose trasformazioni nel gioco e nel regolamento, ad esempio le partite si giocavano all'aperto, non erano permessi i passaggi in avanti,[46] la pista era 56x18 metri (mentre gli standard moderni della IIHF sono 61x30 metri) e venivano disputati due periodi da venti minuti ciascuno.[12] Ogni squadra scendeva in pista con sette giocatori sul ghiaccio, con la presenza del cosiddetto rover.[19] Dopo il torneo la IIHF tenne un congresso e decise di adottare le regole canadesi: sei uomini sul ghiaccio e tre periodi di gioco.[46]

Nel congresso IIHF del 1969 i membri della commissione approvarono l'estensione del body-checking a tutti i terzi della pista così come succedeva nella National Hockey League. In precedenza nei tornei internazionali il body-checking era permesso solo nei terzi difensivi. Fu una delle modifiche più importanti decise dalla IIHF, permettendo al gioco di essere molto più fisico e aggressivo.[47] La regola fu applicata per la prima volta ai mondiali del 1970, nonostante il timore del presidente della IIHF Bunny Ahearne che l'hockey potesse diventare un gioco per picchiatori.[47] All'inizio degli anni 1970 furono approvate altre norme come l'obbligo di indossare un caschetto, mentre la maschera per i portieri divenne obbligatoria nell'edizione del 1972.[19] Nel 1992 la IIHF abbandonò il sistema dei gironi all'italiana adottando invece un sistema di play-off per l'assegnazione delle medaglie, e in questa fase i pareggi sarebbero stati decisi da una serie di shootout. Nel 1997 fu invece sperimentata una nuova regola che permetteva il two-line pass, ovvero il passaggio dal proprio terzo difensivo alla metà campo avversaria varcando così la linea blu e quella rossa di metà campo. La norma fu testata nei mondiali del 1997 e portò a un aumento significativo delle reti segnate.[48]

A partire dalla stagione 2005-06 la NHL introdusse diverse nuove regole, alcune delle quali già adottate dalla IIHF, come l'introduzione degli shootout in caso di pareggio e la possibilità di effettuare i two-line pass.[49] Dall'altra parte invece fu la IIHF a seguire l'esempio della NHL adottando una linea di condotta molto più restrittiva contro le penalità di aggancio col bastone, ostruzione e trattenuta.[50][51] Nel 2006 la IIHF abolì i pareggi e adottò un nuovo sistema di assegnazione dei punti: i successi entro il sessantesimo minuto assegnano tre punti, quelli all'overtime invece due, una sconfitta dopo l'overtime sarebbe valsa un punto e infine quella entro il sessantesimo minuto zero punti. Tale sistema fu applicato per la prima volta ai mondiali del 2007.[52]

Nel corso degli anni una delle differenze più evidenti fra la IIHF e la NHL era stata la dimensione della pista da hockey: le piste della NHL sono infatti 5 metri più strette rispette a quelle degli standard internazionali, misurando 61x26 metri (200x85 piedi) contro i 61x30 metri adottati in Europa (200x98,5 piedi).[53] Nella storia dei mondiali le piste nordamericane furono adottate in un'occasione, l'edizione del 2008 disputata in Canada. Nel 2014 il nuovo regolamento della IIHF ammise ufficialmente per la prima volta lo standard adottato in Nordamerica fra le misure valide per una pista di hockey su ghiaccio. Fra le altre regole modificate vi fu quella della liberazione vietata, che seguì le orme della NHL adottando un sistema ibrido riducendo il numero di contrasti fisici pericolosi per i giocatori.[54]

Eleggibilità dei giocatori

A partire dal 1977 il Campionato mondiale è aperto a tutti i giocatori, sia dilettanti che professionisti.[55] La IIHF stabilisce le seguenti norme perché un giocatore possa essere considerato convocabile:[56][57]

Se un giocatore che non ha mai preso parte a competizioni ufficiali IIHF cambia la propria nazionalità egli deve disputare almeno due stagioni consecutive in quel paese e possedere un transfer card internazionale (ITC).[56] Se un giocatore invece ha già preso parte a competizioni ufficiali IIHF e desidera cambiare nazionalità egli deve aver giocato nel nuovo paese per quattro anni. Tale decisione può essere presa solo una volta.[56]

Divisioni

Il Campionato mondiale di hockey su ghiaccio è composto da quattro divisioni. Questa è la composizione di ciascun raggruppamento al termine delle competizioni del 2022 con i gruppi di appartenenza in vista dell'edizione 2023 e la loro posizione nella classifica mondiale IIHF.

Gruppo A

Il Campionato mondiale di Gruppo A è composto dalle sedici migliori formazioni al mondo. Le ultime due classificate vengono retrocesse in Prima Divisione - Gruppo A. Il mondiale del 2023 si è giocato a Tampere, in Finlandia, ed a Riga, in Lettonia fra il 12 e il 28 maggio 2023.

Prima Divisione

La Prima Divisione è composta da dodici formazioni. Le squadre del Gruppo A lottano per la promozione nel campionato mondiale di Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Prima Divisione - Gruppo B. Invece le squadre del Gruppo B lottano per la promozione in Prima Divisione - Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Seconda Divisione - Gruppo A. La Prima Divisione del 2023 si è giocata per il Gruppo A a Nottingham, in Regno Unito, fra il 29 aprile e il 5 maggio mentre per il Gruppo B a Tallinn, in Estonia, fra il 23 e il 29 aprile 2023.

Seconda Divisione

La Seconda Divisione è composta da dodici formazioni. Le squadre del Gruppo A lottano per la promozione in Prima Divisione - Gruppo B mentre la perdente è retrocessa in Seconda Divisione - Gruppo B. Invece le squadre del Gruppo B lottano per la promozione in Seconda Divisione - Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Terza Divisione. La Seconda Divisione del 2023 si è giocata per il Gruppo A a Madrid, in Spagna dal 16 al 22 aprile e per il Gruppo B a Istanbul, in Turchia, fra il 17 e il 23 aprile.

Terza Divisione

Di solito la Terza Divisione è composta da sei formazioni; la vincitrice del raggruppamento viene promossa in Seconda Divisione - Gruppo B. Nel 2023, le partite del Gruppo A si sono giocate a Città del Capo, in Sudafrica, dal 17 al 23 aprile e le partite del Gruppo B a Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina, dal 27 febbraio al 5 marzo

Quarta Divisione

La IV divisione comprende quattro squadre. Le squadre competono per la promozione in Divisione III Gruppo B. Nel 2023 le partite si sono giocate ad Ulan Bator, in Mongolia, dal 23 al 26 marzo.

Albo d'oro

     1

     2-4

     5-9

     10-24

     25+

Medagliere

Partecipazioni totali

Dati aggiornati al 2016 dopo 80 edizioni. In corsivo le nazionali scomparse.

= divisione d'appartenenza nel 2016.

Premi individuali

A partire dal 1954 la IIHF ha istituito una serie di premi individuali per i migliori giocatori dei Campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Scelti dalla direzione del torneo i primi premi furono assegnati per i ruoli di miglior portiere, difensore e attaccante.[114] In occasione dell'edizione del 1999 fu aggiunto anche il premio per l'MVP della competizione. Esiste inoltre un All-Star Team scelto dai rappresentanti dei media. Nel 2004 il canadese Dany Heatley diventò il primo giocatore a guidare la classifica marcatori, a vincere i premi di MVP, miglior attaccante e ad essere nominato nell'All-Star Team nello stesso anno.[115] Riuscì a ripetere tale impresa anche nel 2008.[116]

Note

Bibliografia

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Mirko Savini

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Mirko Savini

Mirko Savini (Roma, 11 marzo 1979) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista, tecnico della Fermana.

Caratteristiche tecniche

Giocatore

Nasce difensore centrale, ma dalla stagione 2006-2007 si adattò anche come esterno sinistro di centrocampo, dimostrando versatilità tattica[2][3] e tempra caratteriale.[4]

Carriera

Giocatore

Cresciuto nella Lodigiani in Serie C1, approda alla Fermana nella stagione 2000-2001 dove disputa 60 partite in due stagioni, per poi venire acquistato dall'Ascoli in Serie B nel 2002 (45 presenze con la maglia bianconera). Le sue prestazioni convinsero la Fiorentina ad acquistarlo nel mercato invernale di gennaio 2004 dove disputa 18 partite contribuendo alla promozione in Serie A del club gigliato.

Con la squadra gigliata conquistata la Serie A nel luglio del 2004. L'anno successivo è chiuso in squadra dal neoacquisto Chiellini. Nell'estate del 2005 lascia la Fiorentina e decide di ripartire dalla Serie C con il Napoli.

Alla prima stagione al Napoli gioca nel ruolo di terzino sinistro, ma un infortunio lo tiene fuori dal campo per 3 mesi. Con la società partenopea conquista la Serie B nella stagione successiva e in questa categoria continua ad essere titolare nel nuovo schema di mister Reja, il 3-5-2. Con il Napoli conquista anche la Serie A.

Nella stagione 2007-2008 colleziona 29 presenze in campionato.

Nella stagione 2008-2009 viene messo fuori rosa per divergenze con la società riguardo al prolungamento del contratto.[5] Dopo mezza stagione passata in tribuna, il 20 gennaio 2009 viene acquistato a titolo definitivo dal Palermo dopo aver rescisso il contratto con il Napoli.[6][7][8] Cinque giorni dopo esordisce con la maglia rosanero, subentrando nella ripresa nel corso della gara vinta per 3-2 contro l'Udinese. Termina la stagione con 11 presenze, quasi tutte da subentrato a partita in corso.

Svincolatosi dai rosanero, l'11 luglio 2009 firma un contratto triennale con i greci del PAOK[9][10] L'esordio con la nuova maglia risale al 20 agosto 2009, in PAOK-Heerenveen (1-1) di Europa League. Il 30 agosto esordisce nella massima serie greca, in PAOK-Levadiakos (3-0). Segna la sua prima rete con la maglia della squadra greca il 2 maggio 2010 nel 2-0 casalingo contro l'Aris Salonicco.

Dopo aver risolto il contratto con il club greco nell'estate del 2011, il 27 dicembre successivo si aggrega in prova al Varese,[11] ma non viene ingaggiato.

Allenatore

Dal giugno 2012 è collaboratore tecnico di Cristian Bucchi nella Primavera del Pescara.[12] Dal 5 marzo 2013, da quando Bucchi è l'allenatore della prima squadra del Pescara, diviene collaboratore tecnico della squadra che milita in Serie A.[13]

Il 12 luglio 2013, con l'approdo di Bucchi sulla panchina del Gubbio, diventa allenatore in seconda del club umbro.[14]

Segue, come secondo, Cristian Bucchi, alla guida della Torres, della Maceratese e del Perugia poi.

Dopo essere giunto fino alla semi-finale play-off della Serie B 2016-2017 con il Perugia,nel 2017, segue ancora Bucchi, come vice al Sassuolo in Serie A.[15]

Nell'estate del 2018 sempre con Bucchi, assumono la guida del Benevento, in Serie B. Dopo essere arrivati in seminale playoff, per la promozione in serie A non vengono confermati e per la stagione 2019-2020, ancora insieme, assumono la guida dell'Empoli, in Serie B. Il 12 novembre 2019 sono entrambi sollevati dalla guida tecnica dei toscani.

Nel luglio 2021 sempre con Bucchi, vengono ingaggiati alla guida della Triestina in Serie C; mentre un anno più tardi , nel giugno 2022 passano all'Ascoli

A settembre 2023 inizia il master UEFA Pro a Coverciano, il massimo livello di formazione per un tecnico.[16] Termina il corso ottenendo la qualifica ad ottobre 2024.

Il 5 marzo 2025 viene ufficializzato quale nuovo tecnico della Fermana, militante nel Girone F di Serie D.[17]

Statistiche

Presenze e reti nei club

Palmarès

Giocatore

Note

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Gatto nella cultura di massa

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Gatto nella cultura di massa

Il gatto è protagonista in molti aspetti della cultura, come arte, letteratura, cinema, fumetti, mitologia.

Niente fonti!

Il gatto come simbolo

Il gatto è il simbolo araldico della famiglia nobiliare dei Fieschi, i conti di Lavagna, che lo posero a sormontare il loro blasone accompagnandolo al motto "Sedens ago" (anche sedendo sono attivo).

Particolarmente diffuso in Giappone è il Maneki Neko, una statua di porcellana raffigurante un gatto e simbolo di buona fortuna. Si ritiene che tale tradizione risalga al XVI secolo, essendo il gatto giunto in Giappone dalla Cina intorno all'anno mille, ma inizialmente era considerato un essere malvagio e diabolico. In seguito, probabilmente grazie a influenze di origine cinese, l'atteggiamento cambiò.[1] Indice della popolarità del gatto tra i giapponesi è il successo di caffetterie tematiche dette neko café, la cui principale attrazione è la possibilità dei clienti di osservare ed eventualmente interagire con i felini ospiti del locale.

Nel Borneo malese, precisamente nello stato del Sarawak, la capitale Kuching è la città dei gatti: infatti Kuching significa "gatto" in malese. La graziosa cittadina si caratterizza per le molte statue e per un museo dedicati ai felini. Il gatto è il simbolo della città di Kuching. In novembre, e per un mese intero, si svolge il Pesta Meow (Festival del Gatto).

In termini di superstizione, il gatto nero in alcune culture è considerato portatore di sfortuna, specialmente quando attraversa la strada, e allo stesso tempo in altre è invece reputato un portafortuna.[2]

Nella letteratura e nella musica

Gatto sulle onde Scultura di Max Magnus Norman a Stoccolma

Di gatti hanno scritto diversi celebri autori come Lope de Vega (che scrisse La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda), come Kipling, Eliot, Carroll (che fa colloquiare Alice nel Paese delle Meraviglie con un gatto del Cheshire) e come Perrault, che nella sua celebre fiaba al gatto fa addirittura indossare un paio di stivali.

Scrittori di fama mondiale come Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft si sono ispirati ai gatti dedicando loro opere fra cui Il gatto nero per Poe e I gatti di Ulthar di Lovecraft.

Il russo Michail Bulgakov (1891-1940), considerato uno dei più grandi scrittori del Novecento, nel romanzo Il Maestro e Margherita, pubblicato postumo, pone fra i protagonisti della narrazione il ripugnante Behemoth, spesso tradotto in italiano con Ippopotamo: è l'enorme gatto demoniaco che si accompagna a Satana (Woland) nelle sue scorribande nella Mosca degli anni Trenta.

Un maneki neko giapponese

Si ricorda qui, inoltre, Luis Sepúlveda, con Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, romanzo ispirato dal suo gatto Zorba (soppresso a causa di una malattia), citato anche ne Le rose di Atacama.

Lo scrittore ceco Čapek ha descritto le vicissitudini dei suoi gatti in una serie di racconti, pubblicati dapprima come articoli su quotidiani cechi degli anni venti e trenta e successivamente raggruppati nella raccolta Měl jsem psa a kočku.

Anche lo scrittore giapponese Natsume Sōseki ha scritto un libro con protagonista un gatto intitolato, appunto, Io sono un gatto, in cui narra le vicende di una famiglia borghese del Giappone di inizio Novecento viste dal punto di vista dell'animale; Jun'ichirō Tanizaki ha invece dedicato ai rapporti tra una gatta e i suoi ospiti umani il romanzo La gatta, Shōzō e le due donne, scritto nel 1936.

Il Gatto del Cheshire (Stregatto) Museo dei bambini di Indianapolis

Tra gli autori italiani, il filosofo Piero Martinetti ha dedicato ai suoi gatti defunti i Brevi epitaffi. I gatti sono inoltre una presenza costante nelle opere di Giorgio Celli.

I gatti siamesi Koko e Yum Yum sono i protagonisti della fortunata serie di romanzi gialli Il gatto che... della scrittrice statunitense Lilian Jackson Braun.

Anche svariati fumetti e cartoni animati moderni hanno dei gatti come protagonisti, ad esempio Felix il gatto, Garfield, Tom del duo Tom & Jerry, Gambadilegno, Birba (il gatto di Gargamella nei Puffi), Gatto Silvestro, Isidoro o Doraemon.

Statue di gatti a Kuching

Il gatto ha stimolato anche la fantasia di numerosi poeti: basti pensare a Pablo Neruda, che a questo felino ha dedicato addirittura un'ode (Ode al gatto) e a Charles Baudelaire che l'ha citato nei suoi Fiori del male, vedi il sonetto Les chats dove le loro nobles attitudes vengono paragonate a quelle delle sfingi: ... Pensando, assumono nobili pose/da grandi sfingi distese in fondo a solitudini/e sembrano addormertati in un sogno senza fine... Ed ancora i sonetti Le chat (XXXIV), Le Chat (LI), oltre ad un'ambientazione tratta dalla Confession: è tardi, la notte scorre su Parigi addormentata, il poeta passeggia in intimità con la sua donna (la Sabatier), ...Et le long des maisons, sous les portes cochères,/des chats passaient furtivement,/l'oreille au guet, ou bien, comme des ombres chères,/nous accompagnaient lentement.[3] Hanno scritto poesie sui gatti Dario Bellezza, Luce d'Eramo e la poetessa Rosella Mancini (Gatti stellari e terrestri). Anche la poetessa polacca Wisława Szymborska ha scritto del gatto ("Il gatto nell'appartamento vuoto") come di un animale del lutto, che viene ferito profondamente dalla morte del padrone, vista dall'animale come un tradimento della fiducia e un ferimento alla sua sensibilità.

Alcuni brani di successo hanno per tema questo animale: basti citare La gatta di Gino Paoli, Quarantaquattro gatti, Volevo un gatto nero, Il gatto puzzolone, Il gatto mascherato e Il rompigatto dello Zecchino d'Oro, El me' gatt di Ivan Della Mea, Gattomatto di Roberto Angelini, o musical come Cats. Anche Freddie Mercury dedicò l'album Mr. Bad Guy ai suoi gatti e le canzoni Delilah e Bijou, dell'album dei Queen Innuendo, a due dei suoi gatti che portavano questi nomi.

Sempre in campo musicale è da citare il Duetto buffo di due gatti, componimento musicale per soprano erroneamente attribuito a Gioachino Rossini. Il gruppo musicale inglese The Cure intitola un loro brano The Lovecats.

Fernando Botero Il gatto nel quartiere El Raval di Barcellona

Gatti famosi

Gatti immaginari

Letteratura e immaginario

Cinema, televisione, fumetti, cartoni animati e anime

Nei fumetti, cartoni animati, anime e "classici" della Disney appaiono molti gatti:

Note

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Margherita di Savoia, marchesa del Monferrato

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Margherita di Savoia, marchesa del Monferrato

Margherita di Savoia (1224 circa – 1264 circa) principessa di casa Savoia che fu Marchesa consorte del Monferrato, dal 1235 al 1253 e poi marchesa reggente del Monferrato dal 1253 al 1255 ed infine contessa consorte di Valentinois, dal 1255 alla sua morte.

Origine

Margherita, secondo lo storico francese, Samuel Guichenon, nel suo Histoire généalogique de la royale maison de Savoie, era la figlia secondogenita del decimo Conte di Savoia e Conte d'Aosta e Moriana e marchese d'Italia, Amedeo IV e della sua prima moglie, Margherita di Borgogna[1], che, secondo il documento n° 732 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, parte del testamento del nipote di Margherita, Ghigo VII del Viennois, figlio del fratello di Margherita, Andrea Ghigo VI del Viennois, Margherita era la figlia del duca di Borgogna, Ugo III e della sua seconda moglie, Beatrice di Albon (1161 - 1228), delfina del Viennois e contessa di Albon, Grenoble, Oisans e Briançon[2].
Amedeo IV di Savoia, secondo Samuel Guichenon, era il figlio primogenito di Tommaso I, Conte di Savoia, d'Aosta e di Moriana, e della moglie, Margherita o forse Beatrice[3], che secondo la Chronica Albrici Monachi Trium Fontium era figlia del Conte di Ginevra, Guglielmo I e della signora di Faucigny, Beatrice[4].

Biografia

Secondo il documento n° 103 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, il 18 gennaio 1228, Margherita, di pochi anni di vita, fu promessa in sposa al marchese del Monferrato, Bonifacio II degli Aleramici (Bonifacio Marchioni Montisferrati); il nonno di Margherita, Tommaso I di Savoia (Thomas comes Maurianæ) aveva promesso un feudo come dote di Margherita (Margarethæ futuræ uxoris Bonifacii et filiæ Amedei Sabaudia primogeniti Thomæ comitis)[5].

Il matrimonio fu celebrato verso il 1235; nel documento n° 68 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, del novembre 1235, Margherita viene citata assieme al marito, il marchese del Monferrato, Bonifacio II (domina Margarita eius filia atque uxor dom. Bonifacii marchionis Montisferrati)[6]; mentre, nel mese successivo, Bonifacio II assegna un feudo a Margherita[7].

Nel 1243, morì sua madre, e suo padre, nel 1244, si sposò in seconde nozze con Cecilia del Balzo (o de Baux) († 1275), figlia di Barral, 8° signore di Les Baux-de-Provence e 2° visconte di Marsiglia, e della nipote di Raimondo VII di Tolosa, conte di Tolosa, Sibilla d'Andouze[8].

Margherita viene citata sia nel testamento, datato 1252, del padre, Amedeo IV, come moglie del marchese del Monferrato (Margaretam filiam meam uxorem Bonifacii marchionis Montisferrati)[9], sia nell'ultimo e quinto, datato 1253(Margaretha Montisferrati)[10].

Sempre nel 1253, suo marito, Bonifacio II, sentendosi vicino a morire, redasse il suo testamento, in cui indicava come suo successore il figlio, Guglielmo (Guilelminum filium meum inpuberem), sotto la tutela e reggenza della madre, Margherita (tutricem dominam Margaritam comitissam uxorem meam), come da documento n° L del Regesto dei Marchesi di Saluzzo (1091-1340)[11].

Suo marito, Bonifacio II, morì nel 1253 e Margherita resse il marchesato per due anni circa, quando il figlio raggiunse la maggior età.

Secondo le Europäische Stammtafeln[12], vol III, 740 (non consultate), Margherita si sposò in seconde nozze con Aimaro III di Poitiers († 1277), conte di Valentinois[13].
Queste nozze però non sono citate né da Samuel Guichenon[1], né nelle Mémoires pour servir à l'histoire des comtés de Valentinois et de Diois. Tome premier di Jules Chevalier[14].

Margherita morì dopo il 14 gennaio 1264, data in cui sua zia, Beatrice, contessa consorte di Provenza e di Forcalquier, la citò nel suo testamento (Margarithæ matri marchionis Montisferrati nepti suæ)[15].

Figli

Margherita al primo marito, Bonifacio II degli Aleramici diede due figli[16][17]:

Margherita al suo secondo marito, Aimaro III di Poitiers, non diede figli[19].

Ascendenza

Note

Bibliografia

Fonti primarie

Letteratura storiografica

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Pontecagnano Faiano

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Pontecagnano Faiano

Pontecagnano Faiano è un comune italiano di 26 521 abitanti[1] della provincia di Salerno in Campania.

Popolato sin dall'Età del ferro, ospita le rovine dell'antico insediamento di Picentia, che durante la seconda guerra punica insorse contro la Repubblica romana schierandosi al fianco di Annibale, venendo perciò distrutta e progressivamente abbandonata. È diventato un comune autonomo nel 1911 in seguito al distacco dalla vicina Montecorvino Pugliano.

Pontecagnano Faiano – Stemma

Geografia fisica

Territorio

Il comune si estende nella piana del Sele, ad est della periferia di Salerno, poiché Pontecagnano è saldata con la frazione Lamia e la zona industriale del capoluogo. Da essa si scorge una magnifica vista di tutto il golfo di Salerno. Le due località formano comunque un unico centro abitato, per cui non si tratta di un comune sparso.

L'area urbana di Pontecagnano si sviluppa lungo la Strada Statale 18 ed è ormai contigua con la frazione di Sant'Antonio. La cittadina dista 10 km dal centro di Salerno, 5 km da Bellizzi, 12 km da Battipaglia e 17 km da Olevano sul Tusciano. Il limite comunale settentrionale è segnato a nord dal colle della Maddalena, a ovest dal fiume Picentino, ad est dal torrente Asa e dal fiume Tusciano e a sud dal mar Tirreno.

Lungo la fascia costiera si estende Magazzeno, frazione composta da ville sparse, villaggi turistici, discoteche e lidi, conosciuta anche come litoranea di Pontecagnano.

Pontecagnano Faiano – Veduta

Il centro è situato ad est del fiume Picentino, la città è divisa dalla rete ferroviaria per cui la zona a nord è la più abitata e industrializzata mentre quella sud è soprattutto coltivata mediante impianti serricoli. Lungo la statale 18 si sviluppa Sant'Antonio, frazione quasi contigua al capoluogo, successivamente si trova la zona industriale della città. Il territorio dopo il ponte sul torrente Asa, diviso dalla statale 18 appartiene a nord al comune di Montecorvino Pugliano e a sud al comune di Pontecagnano Faiano, qui si trova la frazione detta di Pagliarone. Al di sotto della ferrovia è situata la frazione Corvinia, località in cui è situato l'aeroporto che segna i confini con Bellizzi. Il confine con Battipaglia invece, in località Picciola, in prossimità del litorale è segnato dal corso basso del fiume Tusciano. Verso i monti si incontrano le località di Trivio Granata e di Baroncino, seguite dalla frazione di Faiano ai confini con la parte più bassa del comune di Montecorvino Pugliano confine che viene delimitato dal corso d'acqua delle Sette Bocche e anche con Giffoni Valle Piana.

Clima

La stazione meteorologica più vicina è quella di Salerno Pontecagnano Faiano.

Il clima è di tipo Mediterraneo, in base alla media trentennale di riferimento (1961-1990) per l'Organizzazione Mondiale della Meteorologia, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta a +12,6 °C; quella dei mesi più caldi, luglio e agosto, è di +30,9 °C. Le precipitazioni medie annue sono abbondanti, superiori ai 1100 mm, con un minimo tra la tarda primavera e l'estate ed una regolare ed elevata distribuzione nel resto dell'anno.[4][5][6][7]

Storia

Mappa di localizzazione: Italia

Storia antica

Il territorio dell'odierno comune di Pontecagnano Faiano vanta una frequentazione che risale all'età del rame (3500 - 2300 a.C.). Gli scavi archeologici hanno documentato l'esistenza di due santuari, una porzione del centro abitato (oggi visitabile presso il Parco Archeologico) e due necropoli che complessivamente hanno restituito circa 10 000 sepolture[8] databili in una cronologia che va dal 3.500 a.C. fino all'alto medioevo.

In fase preistorica il sito fu abitato dalle popolazioni della cultura del Gaudo tipiche della Campania dell'età del rame. Tra il IX e l'VIII secolo a.C. emergono i classici tratti della cultura villanoviana tipici della fase più arcaica della civiltà etrusca (v. Etruria campana), a cui risalgono le iscrizioni oggi conservate al Museo archeologico nazionale di Pontecagnano insieme a numerosi altri reperti.

Nel IV secolo a.C. il centro viene a contatto diretto con alcune popolazioni limitrofe (Sanniti, Greci, Lucani); le tracce archeologiche restituiscono le influenze che le nuove culture hanno esercitato nella società urbana. Per il periodo romano sappiamo grazie alle fonti di Plinio il Vecchio e Strabone che i romani edificarono sul sito della città etrusco-campana, nel 268 a.C. Picentia per accogliere una parte della tribù italica dei Picentines, deportata dalle Marche, l'allora Picenum. Picentia insorgerà due volte contro Roma, al tempo di Annibale schierandosi dalla parte di quest'ultimo, fatto che porterà i romani a fondare una nuova colonia, oggi Salerno, per controllare il territorio e i ribelli durante la Guerra Sociale quando viene distrutta (89 a.C.). Notizie che trovano conferme nei reperti archeologici. L'autonomia amministrativa perduta e la dispersione degli abitanti ridussero l'antico centro a frequentazioni modeste, attestate con ogni probabilità poco oltre la caduta dell'Impero Romano.

Storia moderna

Pontecagnano Faiano – Mappa

Nel 1755 Pontecagnano Faiano era ancora unito a Salerno, come si evince dal Catasto Onciario in cui si evidenziano i luoghi antichi che porteranno alla federazione delle tre frazioni di Ponte, Cagnano e Faiano che formeranno un comune autonomo federandosi fra loro. Fino al 1820, il territorio dell'attuale comune di Pontecagnano Faiano faceva parte del comune di Montecorvino. Il 25 gennaio 1820 con decreto reale 1876 Montecorvino venne diviso in due dipartimenti: Rovella e Pugliano. Successivamente il Consiglio Comunale di Montecorvino Pugliano divise il comune in frazioni: Pugliano, Torello, Faiano e Pontecagnano con capoluogo Pugliano. Il comune di Pugliano era in quel periodo, in condizioni ottimali sia per la crescita demografia sia per il miglioramento delle condizioni di vita dovute alla bonifica, iniziata già con i Borboni, che grazie alla bontà dei terreni portarono al trasferimento di molte famiglie nelle zone del piano e nel 1806 diedero vita ad un primo movimento per la costituzione di Pontecagnano che all'epoca contava meno di 200 abitanti in comune autonomo. Il notevole sviluppo economico e demografico delle zone del piano e la lontananza dalla Casa Comunale fu il motivo scatenante della separazione dei due comuni. Il Decreto Regio del 18 giugno 1911 stabilì la nascita del comune di Pontecagnano Faiano; mentre il comune di Montecorvino Pugliano rimase formato dalle frazioni di Santa Tecla, Capaccio, Gallara, Torello, Pagliarone. Dal territorio del nuovo comune saranno escluse molte località di confine, che erano parte integrante di Pontecagnano, che continueranno ad appartenere a Salerno ma che all'epoca rientravano nell'area marittima.

Simboli

Lo stemma e il gonfalone di Pontecagnano Faiano sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 21 settembre 1962.

Lo stemma è partito: nel primo, in campo d'oro, san Benedetto, vestito di un saio rosso, tenente nella mano sinistra un pastorale; nel secondo di azzurro, al ponte a tre archi a cavallo di un fiume. Nel capo di rosso, la scritta DURANTES VINCUNT, in lettere maiuscole d'oro.

Il gonfalone è un drappo partito di azzurro e di giallo.

Onorificenze

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

Siti archeologici

Società

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[9]

Etnie e minoranze straniere

Al 31 dicembre 2023 la popolazione straniera era di 2.450 persone, pari al 9,42% dei residenti.[10]

Religione

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana di rito cattolico[11]; il comune appartiene alla forania di Montecorvino Pugliano - Montecorvino Rovella - Pontecagnano - Acerno dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, comprendente cinque parrocchie.

L'altra confessione cristiana presente è quella Evangelica con due comunità[12].

Cultura

Musei

Media

Radio

Geografia antropica

Centri abitati

Lo statuto comunale di Pontecagnano Faiano non menziona alcuna frazione. In base al 14º Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni[13], i centri abitati sono:

Economia

L'economia del comune si basa essenzialmente sulle attività agricole.

Infrastrutture e trasporti

Strade

Ferrovie

Aeroporti

Mobilità urbana

Amministrazione

Altre informazioni amministrative

Le competenze in materia di difesa del suolo sono delegate dalla Campania all'Autorità di bacino regionale Destra Sele.

Per quel che riguarda la gestione dell'irrigazione e del miglioramento fondiario, l'ente competente è il Consorzio di bonifica in Destra del fiume Sele.

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni.

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The Wanderer (poema)

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The Wanderer (poema)

The Wanderer (lett. "Il vagabondo") è un poema in lingua inglese antica la cui unica copia è conservata in un'antologia nota come codice Exeter, un manoscritto risalente al X secolo. È composto da 119 versi in metro allitterativo.

Datazione e forma

Il poema è probabilmente precedente al manoscritto, forse addirittura di centinaia di anni. Alcuni studiosi ritengono che fosse stato composto intorno al periodo della conversione degli Anglosassoni al cristianesimo (597), mentre secondo altri è stato scritto vari secoli dopo.

Strutturalmente, il poema si compone di versi con quattro accenti, con una cesura tra il secondo e il terzo accento. Come la maggior parte della poesia in antico inglese, è scritto in metro allitterativo.

Contenuto

The Wanderer è la meditazione di un esule solitario sulle glorie passate, dei tempi in cui era un guerriero al servizio del proprio signore, sulle difficoltà del presente e sui valori della sopportazione e della fede nel Signore celeste. Il guerriero è identificato come eardstapa (verso 6a), solitamente tradotto come "vagabondo", vaga tra i freddi mari e cammina su "sentieri di esilio" (wræclastas). Egli ricorda i giorni in cui serviva il suo signore nel comitatus, partecipava ai banchetti e riceveva preziosi doni. Tuttavia, il destino (wyrd) gli si rivoltò contro quando perse il suo signore, i suoi congiunti e i suoi compagni in battaglia e fu costretto all'esilio.

La voce narrante riflette sulla propria vita durante gli anni dell'esilio, mostrando tuttavia il superamento della sofferenza personale. La degenerazione della “gloria terrena” è presentata come inevitabile, in contrasto con il tema della salvezza attraverso la fede in Dio, che è introdotta a metà del poema.

Il poema descrive con toni vividi la solitudine e il desiderio di tornare ai bei giorni passati, e si conclude con un'ammonizione a riporre fede in Dio, “in cui risiede ogni stabilità”. Un'ipotesi sostiene che quest'ultima ammonizione sia un'aggiunta posteriore, dal momento che è posta alla fine di un poema che per il resto ha un carattere più profano.

Temi e significato

The Wanderer è probabilmente il poema in antico inglese che ha suscitato più dibattiti in termini di significato, origine e traduzione di diverse parole ambigue.

Tre elementi notevoli del poema sono l'utilizzo del motivo degli "animali di battaglia",[1] la formula ubi sunt e il motivo del siþ (viaggio).

Il motivo degli "animali di battaglia" in questo caso non include solo i consueti aquila, corvo e lupo, ma anche un “uomo dal volto triste”, che secondo alcuni corrisponderebbe al protagonista del poema. La formula ubi sunt o "dove sono" è qui espressa con le parole "hwær cwom", che in inglese antico corrispondono a "dove è stato". Ciò enfatizza il senso di perdita che pervade il poema.

Il motivo del viaggio (siþ) nella letteratura anglosassone trova una corrispondenza anche in molti testi posteriori alla conquista normanna dell'Inghilterra, tra cui Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Il pellegrinaggio del cristiano di John Bunyan, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge e Riti di passaggio di William Golding. In The Wanderer e in questi testi successivi il tema non si esprime semplicemente come viaggio fisico, ma anche come evidente trasformazione interiore del personaggio che compie il viaggio.

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Agnes Obel

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Agnes Obel

Agnes Caroline Thaarup Obel (Gentofte, 28 ottobre 1980) è una cantautrice, compositrice e pianista danese.

Biografia

Nata a Copenaghen, ha studiato presso l'Università di Roskilde, ma vive a Berlino. Impara a suonare il piano in giovane età. Sua madre suonava Chopin e Bartók al pianoforte.

Il suo primo album Philharmonics, uscito il 4 ottobre 2010, è stato riconosciuto in Danimarca cinque volte disco di platino.[1] Inoltre l'artista si è aggiudicata il premio Radio'2 P3 Gold Award per la categoria "Talento", mentre il brano Riverside vince il Premio Robert come "miglior canzone originale" per il film Submarino di Thomas Vinterberg.[2] In Italia il brano Riverside verrà scelto come colonna sonora iniziale per la serie televisiva "Io ti cercherò" nel 2020. Il disco ottiene un ottimo successo anche in Francia (disco di platino), Paesi Bassi (disco d'oro), Belgio (disco di platino) e in buona parte d'Europa. Agnes intraprende quindi un tour in cui suona con I Am Kloot e Jonsi; suona anche al Festival di Berlino, al SXSW negli Stati Uniti ed al Canadian Music Fest in Canada. Nel febbraio 2011 la PIAS Recordings pubblica una versione deluxe di Philharmonics contenente cinque tracce aggiuntive. Nel mese di novembre Agnes vince cinque premi ai Danish Music Awards.

Nell'aprile 2012 inizia a registrare il suo secondo disco a Berlino ed il 30 giugno seguente viene annunciata definitivamente l'uscita di Aventine.[3] Il titolo del disco è un riferimento all'Aventino, uno dei colli di Roma. Anche questo lavoro ha avuto un ottimo successo in Danimarca (#1), Paesi Bassi (#5), Belgio (#1) e Francia (#2).

 

Nel 2016 a tre anni di distanza dall'ultimo lavoro in studio, la compositrice danese pubblica un nuovo album intitolato "Citizen of Glass" nel quale sperimenta nuovi suoni grazie all'introduzione di strumenti come Celesta, Trautonium, elettronica e ritmiche più consistenti, che accompagnano pianoforte e sezione d'archi. L'album viene accolto positivamente dalla critica e viene presentato con un tour in tutta Europa. Inoltre, un suo brano Familiar, tratto dall'album Citizen of Glass, diventa la colonna sonora della serie TV Cardinal, ed è anche inserito nella colonna sonora della serie TV tedesca Dark.

Influenze

Agnes Obel è influenzata da artisti come Roy Orbison, Joni Mitchell e PJ Harvey, oltre che dai grandi compositori francesi quali Claude Debussy, Maurice Ravel ed Erik Satie.[4]

Vita privata

Dal 2006 vive a Berlino col compagno, il fotografo Alex Brüel Flagstad.[senza fonte]

Discografia

Album studio

EP

Singoli

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Daniel François Malan

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Daniel François Malan

«L'apartheid non è quella caricatura sotto la quale lo si rappresenta. Ma al contrario, esso significa per i non-Bianchi una ampia indipendenza, poiché abitua a contare su loro stessi e a sviluppare la loro dignità personale. L'apartheid offre loro, allo stesso tempo, una maggiore possibilità di svilupparsi liberamente, conformemente al loro carattere e alle loro capacità [...] Per le due razze, ciò significa mutue relazioni pacifiche e la cooperazione in vista della prosperità comune. Il governo si impegnerà, con risolutezza e determinazione, a portare alla realizzazione di questo felice stato di cose.»

(Daniel François Malan, durante un comizio radiofonico del giugno 1948.)

Elisabetta II

Daniel François Malan (Riebeeck West, 22 maggio 1874Stellenbosch, 7 febbraio 1959) è stato un politico sudafricano, Primo ministro del Sudafrica dal 1948 al 1954.

È ricordato soprattutto come difensore a oltranza del nazionalismo afrikaner e per aver dato inizio al regime segregazionista dell'apartheid.

Biografia

Un nazionalista afrikaner

Malan nacque il 22 maggio 1874 nella fattoria di Allesverloren, situata sui pendii dei monti Kastelberg, presso Riebeeck West, nell'allora Colonia del Capo. Alla sua famiglia, di origine francese, appartennero molti personaggi di spicco della storia afrikaner.

Studiò al Victoria College (in seguito diventerà l'Università di Stellenbosch) dove conseguì la laurea in arte e scienze e il master in filosofia. Proseguì i suoi studi all'Università di Utrecht, dove ottenne nel 1905 il dottorato in teologia. Durante gli anni universitari, fu un attivo membro di associazioni e iniziative accademiche, come il Debatsvereniging e lo Student Zending Vereniging, e fece parte della redazione di alcuni periodici che venivano pubblicati al Victoria College, come lo Stellenbosch Student's Quarterly e l'Annual.

Dopo aver conseguito il dottorato in teologia, venne ordinato ministro della Nederduits Gereformeerde Kerk (NGK, Chiesa riformata olandese) ed esercitò il proprio ministero a Montagu, nella Colonia del Capo, fino al 1915. In questo periodo fu anche un attivo predicatore errante, esercitando la sua missione in Sudafrica, Congo Belga e Rhodesia Meridionale.

Già in questi anni Malan era un ardente fautore dell'introduzione della lingua afrikaans come lingua ufficiale, un idioma che lottava per emergere contro le lingue allora ufficiali in Sudafrica (inglese e olandese). A questo fine egli fu fra i fondatori nel 1906 dell'Afrikaanse Taalvereniging, insieme ad altre personalità come De Waal, Daniël Francois Malherbe, D.F. du Toit e Abraham Izak Perold. Il 13 agosto 1908 tenne un discorso a Stellenbosch, intitolato Het is ons erns. Fu anche membro fondatore, nel 1909, della SA Akademie vir Wetenskap en Kuns.

Ingresso nel National Party

Essendo così interessatosi alla causa nazionalista, Malan cercò di entrare nella politica attiva. Ci riuscì nel luglio 1915, quando divenne caporedattore del giornale nazionalista Die Burger. Sulle colonne di questo quotidiano Malan dava voce alle forti istanze nazionalistiche dei boeri nel paese. Poco tempo dopo il suo debutto editoriale, l'ex ministro James Barry Munnik Hertzog si accorse di quest'uomo molto scrupoloso che veniva dal niente con opinioni fresche riguardanti il futuro del Paese. Il giornale sosteneva in modo attivo le istanze nazionaliste afrikaner e si opponeva al sostegno del Sudafrica alla Gran Bretagna nella prima guerra mondiale.

L'Unione Sudafricana fu istituita il 31 maggio 1910, otto anni dopo la fine della seconda guerra boera, con Louis Botha come Primo Ministro. Nel 1914 Hertzog, ministro del Governo Botha messo in disparte, ruppe i suoi vincoli con quest'ultimo e fondò il National Party (NP). Malan si unì alla nuova formazione politica, diventando un risoluto sostenitore di Hertzog, e il giornale Die Burger divenne l'organo ufficiale del partito. Dopo essere diventato leader del nuovo partito nel distretto del Capo di Buona Speranza, Malan fu eletto nel 1918 in Parlamento. Nello stesso anno egli divenne membro dell'Afrikaner Broederbond (Lega dei fratelli afrikaner).

Nel 1924 il National Party, attraverso una alleanza con il Labour Party, vinse le elezioni e andò al potere: Hertzog divenne Primo Ministro e a Malan fu assegnata la carica di Ministro dell'Interno, dell'Istruzione e della Salute, incarico che mantenne fino al 1933.

Nel 1925 Malan fu in prima linea in una campagna per sostituire nella Costituzione come lingua ufficiale l'olandese con l'afrikaans: la campagna risultò vittoriosa e ottenne che il bilinguismo inglese-afrikaans venisse introdotto in ogni parte della Pubblica Amministrazione, spalancando ampie e significative opportunità di carriera agli afrikaner e agli sviluppi futuri del nazionalismo boero. Inoltre, grazie ai suoi sforzi e degli altri membri del Waaksaamheidskommissie, l'Università di Stellenbosch riuscì a sopravvivere come istituto di medio livello, proprio nel momento in cui c'era l'intenzione di chiuderla in favore della Central University di Città del Capo.

Nello stesso anno, inoltre, Malan introdusse un progetto di legge alla House of Assembly allo scopo di creare una bandiera nazionale senza la Union Jack. Alla fine, nell'ottobre 1927 fu raggiunto un compromesso fra Hertzog e il leader dell'opposizione Jan Smuts per includere sia la Union Jack sia le bandiere delle due ex repubbliche boere come parte integrante del nuovo vessillo.

Durante la campagna elettorale del 1929, il problema della razza fu per la prima volta all'ordine del giorno. Hertzog accusava il partito di Smuts di sostenere l'uguaglianza razziale e presentò il voto nazionalista come un voto per un "Sudafrica bianco". Alla fine, il NP vinse le elezioni con una maggioranza così netta da poter abbandonare l'alleanza con il Labour Party e poter formare un governo da solo.

Leader del National Party "purificato"

Nei primi anni trenta la Grande depressione che dilagò in tutto il mondo costò sacrifici anche al governo sudafricano. Dopo il trauma dovuto all'abbandono del gold standard alla fine del 1932, il partito di Hertzog dovette affrontare una dura sfida politica, alla fine risolta dal suo ex Ministro della Giustizia Tielman Roos. Quest'ultimo uscì dal suo ritiro volontario dalla politica e iniziò negoziati con il leader dell'opposizione e capo del South African Party Smuts allo scopo di formare un governo di coalizione (1933).

Malan non fu affatto d'accordo con questa intesa, quindi lasciò il governo e la sua carica di ministro e, quando Hertzog e Smuts annunciarono l'intenzione di formare una coalizione, lui e altri diciannove deputati afrikaner fuoriuscirono, fondando il Gesuiwerde Nasionale Party (Partito Nazionale Purificato). Alle elezioni del 1934, NP e SAP ottennero la maggioranza assoluta e si fusero nello United Party, mentre il GNP di Malan venne relegato all'opposizione, dove rimarrà per i successivi quattordici anni.

Malan iniziò subito la riorganizzazione dell'Afrikaner Broederbond, attraverso la quale raccolse il sostegno elettorale di buona parte dei nazionalisti boeri. Alle elezioni del 1938, il GNP ottenne dodici seggi, confermandosi partito d'opposizione.

Nel 1939 la fusione fra NP e SAP iniziò a scricchiolare. Hertzog e Smuts non si accordavano sul ruolo che l'Unione Sudafricana avrebbe dovuto svolgere nella imminente guerra che avrebbe opposto la Gran Bretagna alla Germania nazista: il primo era favorevole alla neutralità, mentre il secondo sosteneva l'entrata in guerra al fianco dei britannici. Malan e il suo GNP invece era favorevole all'entrata in guerra al fianco dei tedeschi.

L'atteggiamento antibritannico portò il GNP a sostenere la posizione di Hertzog. Questi, messo in minoranza all'interno dello United Party, abbandonò partito e carica di Primo Ministro e creò un nuovo partito, il Volksparty (Partito del Popolo), con l'intenzione di unire tutti i nazionalisti afrikaner, fra i quali la guerra era impopolare al pari della Gran Bretagna. Il processo di riconciliazione (hereniging in afrikaans) fra Hertzog e Malan non fu semplice, ma si giunse comunque a un accordo: GNP e Volksparty sarebbero diventati un'unica entità nel Parlamento sudafricano sotto il nome di Herenigde Nasionale Party (Partito Nazionale Riunificato) con Hertzog come leader. L'accordo, però, non durò a lungo: a causa di contrasti interni, Hertzog lasciò ancora una volta il suo partito per fondarne un altro, l'Afrikaner Party assieme a Nicolaas Havenga.

Nel 1942 Malan scrisse un progetto di Costituzione (pubblicato poi sui due principali quotidiani in lingua afrikaans, Die Burger a Città del Capo e Die Trasvaaler a Johannesburg), nel quale invocava la segregazione territoriale e la disuguaglianza fra bianchi e non–bianchi sulla base di un paternalismo cristiano[senza fonte], ponendo i primi al di sopra dei secondi.

L'anno seguente, alle elezioni politiche, Malan ottenne con il suo Herenigde Nasionale Party 43 seggi su 150 e il 36% dei suffragi, vincendo il braccio di ferro con i dissidenti di destra del suo partito guidati da Oswald Pirow. Lo United Party di Smuts confermò il suo dominio nella vita politica sudafricana, conquistando 105 seggi.

Il Primo Ministro dell'apartheid

Alla fine della seconda guerra mondiale, quasi il 25% degli Afrikaner erano membri dell'organizzazione paramilitare chiamata Ossewabrandwag, nonostante i suoi leader fossero stati internati durante il conflitto. Nei tre anni successivi alla fine della guerra, il governo di Smuts subì diverse battute d'arresto sia a livello nazionale che internazionale, mentre l'opposizione dell'HNP alla guerra aveva fatto aumentare in modo esponenziale la popolarità di Malan. Alle elezioni del 1948, infine, l'HNP alleato dell'Afrikaner Party di Nicolaas Havenga (Hertzog era morto nel 1942) batté lo United Party, ottenendo 86 seggi su 150 (nonostante non avesse la maggioranza assoluta dei seggi). Era l'inizio di 46 anni di dominio politico.

Animato da un profondo rancore sia nei confronti dei britannici, che per anni li avevano trattati da inferiori, sia nei confronti degli africani, che a loro avviso minacciavano la prosperità e la purezza della cultura afrikaner, Malan condusse una campagna elettorale basata sul cosiddetto swart gevaar ("pericolo nero") e condusse la propria battaglia elettorale sulla base di due slogan: Die kaffer op sy plek ("I negri al loro posto") e Die koelies uit die land ("Fuori i coolies[1] dal Paese"). Tutto allo scopo di istituire un sistema basato sull'apartheid ("separazione"), sulla supremazia dei bianchi, sulla segregazione razziale e sul controllo della forza lavoro nera, in completa opposizione al Colour Bar in vigore nella maggior parte delle colonie britanniche.[2]

In seguito alla vittoria, Malan fu nominato Primo ministro il 4 giugno 1948 e costituì un gabinetto di soli afrikaner, fra i quali spiccava Hendrik Frensch Verwoerd che metterà in pratica i principi dello sviluppo separato delle razze. È da notare anche che tutti i membri del governo di Malan erano anche membri dell'Afrikaner Broederbond, eccetto Eric Louw e Nicolaas Havenga. Nel 1951, l'HNP di Malan e l'AP di Havenga si fusero, ricostituendo il National Party.

Fu durante i sei anni e mezzo del governo Malan che furono gettate le basi della legislazione segregazionista, mirante a preservare l'identità del Volk (ovvero, del popolo afrikaner). Fra le più importanti leggi emanate dal Governo Malan vanno ricordate:

Cosa abbastanza curiosa, quando era ancora Primo Ministro, Malan espresse alcune riserve su certi aspetti dell'apartheid. Allo stesso modo, poiché beneficiò di una lunga carriera politica, Malan fu più incline ai negoziati e al compromesso con i suoi avversari di quanto lo saranno i suoi immediati successori. Fu così che non ignorò affatto l'opposizione parlamentare e, per esempio, assistette alla prima cinematografica a Johannesburg dell'adattamento del pezzo teatrale "Oh piangi, mio diletto Paese", seduto a fianco del suo autore, lo scrittore progressista nonché deputato liberale Alan Paton. Allo stesso modo rinunciò a adoperarsi per l'instaurazione della repubblica, per riconciliarsi con gli anglofoni ai quali aveva chiuso le porte del suo governo. Alla fine, egli si riavvicinò a Nicolaas Havenga, il più moderato e critico dei suoi ministri, ostile fra l'altro a togliere il diritto di voto ai cape coloured.

Alle elezioni generali del 1953 la maggioranza del National Party crebbe, ottenendo 94 seggi su 150. Il 30 novembre 1954, dopo intense pressioni da parte dei mediatori internazionali per alleggerire la forte presa sul Paese, Malan si ritirò dalla politica, ormai ottantenne e malato, lasciandosi dietro un paese pieno di inquietudine e agitazione. Sempre severo e inflessibile nella sua vita, considerava ormai compiuta la sua opera, avendo raggiunto tutti gli obiettivi che lo portarono ad abbandonare, quasi cinquant'anni prima, l'attività di pastore missionario per buttarsi nell'agone politico.

Il suo ultimo atto ufficiale fu di sostenere Havenga nella successione alla carica di Primo Ministro, contro l'ardente nazionalista repubblicano del Transvaal Johannes Gerhardus Strijdom. Tuttavia, fu quest'ultimo a essere scelto dal partito per succedergli alla testa del governo.

Vita privata

La residenza privata di Malan era a Brandwag. Dal 1945, visse con la seconda moglie Maria Louw nella sua casa di Stellenbosch. Nei ritagli di tempo, scriveva libri e curava il suo gatto Naamloos. Morì nella sua casa il 7 febbraio 1959.

Il suo libro, Afrikaner Volkseenheid en my ervaringe op die pad daarheen (Il Nazionalismo Afrikaner e le mie esperienze per realizzarlo) fu pubblicato nello stesso anno della sua morte dalla casa editrice Nasionale Boekhandel. Una collezione di suoi scritti e documenti si trova nel D.F. Malan Gedensksentrum a Stellenbosch, un centro commemorativo che si trova nell'Università di Stellenbosch.

Eredità

L'Aeroporto Internazionale di Città del Capo ha portato il suo nome fino al 1995. Numerose arterie cittadine continuano ancora oggi a onorarlo anche se il suo nome figura sulla lista nera dell'African National Congress.

All'inizio del 2000, il viale "DF Malan Drive" a Johannesburg fu ribattezzato con il nome di Beyers Naudè, anch'egli pastore della Chiesa riformata olandese ma oppositore dell'apartheid.

Riconoscimenti

Origini del cognome

Il progenitore dei Malan in Sudafrica fu un profugo francese ugonotto chiamato Jacques Malan, proveniente da Merindol (Provenza), che arrivò al Capo verso il 1689.

Malan è uno dei numerosi cognomi afrikaner di origine francese che hanno mantenuto negli anni la loro originaria grafia.

Note

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Come un tuono

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Come un tuono

Come un tuono (The Place Beyond the Pines) è un film del 2012 co-scritto e diretto da Derek Cianfrance.

La pellicola è interpretata da Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes e Ray Liotta.

Il titolo originale è la traduzione in inglese del nome della città di Schenectady, nello Stato di New York, derivato a sua volta da una frase in lingua mohawk che significa "posto al di là delle pianure di pini".[1]

Trama

1997: Luke Glanton è un abile pilota di moto che lavora come stuntman in uno spettacolo ambulante. Durante uno spettacolo svoltosi a New York, riceve visita da una sua vecchia compagna, Romina, e viene a sapere di essere il padre di suo figlio, Jason. Luke decide così di lasciare il suo lavoro come stuntman per rimanere in città e impedire al bambino di crescere senza padre, come invece è accaduto a lui. Nonostante ciò Romina non lo vuole coinvolgere nella vita del bambino, anche per via della sua nuova relazione con un altro uomo di nome Kofi.

Luke riesce così a trovare un lavoro nell'officina di Robin, mentre tenta ripetutamente di inserirsi nella vita di suo figlio. A causa del basso stipendio ricevuto, Luke chiede a Robin più soldi in modo che possa contribuire alla crescita di suo figlio. Robin gli rivela però di non poterlo pagare, e che l'unico modo per avere una buona somma di denaro sia organizzare una rapina alla banca, cosa che lui aveva già fatto con successo quattro volte. Nonostante l'iniziale riluttanza Luke accetta così di partecipare ad alcune rapine in piccole banche locali, utilizzando la motocicletta per fuggire e nascondersi, per poi salire sul vano di carico di un camion guidato dal socio e parcheggiato poco distante completando così la fuga.

Luke usa la sua parte di denaro guadagnata per riconquistare la fiducia di Romina, la quale si scopre ancora innamorata di lui, riuscendo così a passare anche più tempo con il figlio. Il motociclista finisce però con lo scontrarsi con il compagno di Romina, aggredendolo durante un diverbio e finendo in carcere per lesioni aggravate. Robin gli paga la cauzione, e appena uscito fuori, Luke decide di riprendere immediatamente le loro rapine in banca. Robin però, non volendo rischiare troppo, rifiuta e per non permettere all'amico di fare pazzie, gli smantella la moto. Luke però, deciso a tutto nonostante il rifiuto di Romina di iniziare una nuova vita con lui, minaccia Robin con una pistola riprendendosi i soldi della cauzione. Prosegue così la sua folle corsa, ma la rapina condotta da solo finisce male e si conclude con la sua morte, avvenuta in uno scontro a fuoco con il poliziotto Avery Cross, anch'egli padre da poco.

La scena si sposta nella vita di Avery Cross: dapprima osannato come eroe per aver ucciso il pericoloso malvivente, in seguito si trova coinvolto in affari loschi all'interno del distretto di polizia che vedono coinvolti alcuni suoi colleghi. Con l'aiuto del padre, influente personaggio e giudice della cittadina, sfrutta l'occasione per uscire dalla polizia, facendo emergere un giro di manomissione di prove in cui sono implicati diversi colleghi, e lanciarsi nella carriera politica. Quindici anni dopo Avery concorre per la carica di Procuratore.

2012: c'è un nuovo cambio di scena, i protagonisti sono Jason, il figlio del rapinatore ormai diciassettenne, e AJ, suo coetaneo e figlio di Cross. I due frequentano lo stesso liceo e, ignari delle vicende che legano i loro padri, stringono amicizia. Una vicenda di ecstasy però li conduce entrambi in carcere, ma grazie al padre di AJ vengono tirati fuori velocemente. Il passato inevitabilmente riaffiora e la vecchia violenza chiama nuova violenza. Jason scopre pian piano il passato del padre defunto: dopo essersi recato nell'officina in cui Luke lavorava, trova Robin, che dopo tanti anni è rimasto sempre lì, nella vecchia officina. Robin accoglie benevolmente il ragazzo e volentieri gli racconta di suo padre; gli mostra una foto del suo volto e gli regala i suoi vecchi occhiali, poiché pensa che avrebbe desiderato tanto che suo figlio li avesse. Accumulando rabbia e dolore per il fatto di essere cresciuto senza un padre, Jason decide di farsi giustizia da solo: arriva a rapire Avery con l'intento di assassinarlo. Trovandosi di fronte all'ex poliziotto inginocchiato e piangente, colpito dal suo rimorso per avergli ucciso il padre, il ragazzo trova la forza per superare la violenza cieca che stava per annientarlo e abbandona la città a bordo della vettura di Avery con il denaro trovato nel suo portafoglio insieme a una foto conservata negli anni che ritraeva Jason con i genitori, in un breve momento felice. Dopo questa vicenda Avery viene eletto alla carica di procuratore federale degli Stati Uniti. Jason invece va via di casa, cercando di crearsi una propria vita, manda una busta alla madre contenente la foto che li vedeva felici quindici anni prima e compra una moto, per portare avanti la passione del padre, e per ricordarlo per il poco che aveva conosciuto di lui.

Produzione

Le riprese hanno avuto luogo nel luglio 2011 e sono durate fino al gennaio del 2012 a causa di un lutto del regista. Sono state girate principalmente nello stato di New York, tra Schenectady, Niskayuna e Scotia.[2] Il progetto per la realizzazione del film era in cantiere da diversi anni. L'idea era nata dopo la nascita del figlio di Cianfrance ed è stata ispirata da un'opera di Jack London. Il film è stato reso possibile grazie ai giovani produttori Alex Orlovsky, Lynette Howell e Jamie Patricof.[3]

Cast

Protagonista del film è Ryan Gosling, che aveva precedentemente lavorato con Cianfrance in Blue Valentine del 2010. Co-protagonisti sono Bradley Cooper, Eva Mendes e Rose Byrne; quest'ultima ha sostituito Greta Gerwig,[3] inizialmente scelta per il ruolo della moglie di Avery Cross. Il cast è completato da Ray Liotta nel ruolo di un poliziotto corrotto, Ben Mendelsohn, Dane DeHaan e Bruce Greenwood.

Colonna sonora

La colonna sonora a cura di Mike Patton, oltre alle composizioni originali dello stesso autore, comprende musiche di vari artisti tra cui Arvo Pärt, Bon Iver, Gregorio Allegri (Miserere), Ennio Morricone e Vladimir Ivanoff.[4]

Promozione

Il 22 dicembre 2012 è stato diffuso online il trailer del film seguito, a pochi giorni di distanza, dal teaser poster e dalle prime immagini.[5] Il 26 febbraio 2013 è stata invece diffusa la versione italiana del trailer.[6] Il 20 marzo 2013 la Lucky Red pubblica la nuova locandina italiana.[7]

Distribuzione

Il film è stato presentato in anteprima mondiale il 7 settembre 2012 al Toronto International Film Festival. I diritti per la distribuzione statunitense sono stati acquistati dalla Focus Features,[8] che distribuirà il film nelle sale a partire dal 29 marzo 2013.

Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 4 aprile 2013 dalla Lucky Red.

Accoglienza

Incassi

A fronte di un budget di 15 milioni di dollari, la pellicola ne ha incassati circa 21,4 milioni in Nord America e 25,8 milioni nel resto del mondo, per un totale di 47162802 $.[9]

Critica

Il film ha ricevuto recensioni positive da parte della critica. Sull'aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes ha un indice di gradimento del 79% basato su 225 recensioni, con un voto medio di 7,3 su 10.[10] Su Metacritic ottiene un punteggio di 68 su 100 basato su 42 recensioni.[11]

Riconoscimenti

Note

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Apu Nahasapeemapetilon

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Apu Nahasapeemapetilon

Apu Nahasapeemapetilon, chiamato semplicemente Apu, è un personaggio della serie animata I Simpson.

Nella versione originale è doppiato da Hank Azaria, mentre in Italia da Manfredi Aliquò.[1]

Apu è un cittadino indiano emigrato negli Stati Uniti ed è il gestore del Jet Market di Springfield, dove Homer e Marge (ed anche molti altri abitanti della fittizia città) si recano rispettivamente a comprare le birre e a fare la spesa; subisce spesso taccheggi da parte di Patata e rapine da parte di Serpente, tanto che a Marge – nella puntata Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – dice che gli hanno sparato talmente tante volte che ormai la pena da scontare per quel reato è solo una multa di 100 dollari.

Caratterizzazione del personaggio

Nella puntata Homer e Apu, Apu afferma di essere originario di Rahmatpur (nel Bengala Occidentale). Dopo essersi laureato presso il Caltech (Calcutta Technical Institute), si reca negli Stati Uniti con un visto per studenti per conseguire il dottorato in Scienze informatiche; tuttavia, dopo aver concluso gli studi, terminati con una tesi incentrata sul primo programma al mondo per computer del gioco dell'oca, resta a Springfield come semi-clandestino, rischiando poi l'espulsione.

Grazie all'aiuto dei Simpson ottiene la cittadinanza; nonostante abbia buoni rapporti con loro, nella puntata speciale Dietro la risata si scopre che proprio lui spifferò al fisco che i cinque evadevano le tasse.

Apu è molto devoto alla sua religione, l'induismo. Ha persino eretto un piccolo tempio dedicato al dio Ganesha nel suo negozio. Tuttavia, spesso non ne rispetta completamente gli ideali e i principi di correttezza. Ad esempio, se trova sugli scaffali del suo negozio qualche prodotto già scaduto, non si fa problemi ad "aggiornare" il termine minimo di conservazione, ossia la data di scadenza[2] riportata sulla confezione dello stesso. Lo fa anche all'inizio del film dei Simpson, quando modifica un 6 di 2006 trasformandolo in un 8 di 2008 e in una puntata in cui viene licenziato dall'industria dei Jet Market per questo motivo.

Come rivelato nell'episodio Lisa la vegetariana, Apu è vegano, scelta derivata da una motivazione etica, di rispetto verso tutte le forme di vita senzienti. Nello stesso episodio si viene a sapere che Apu è un buon amico del cantante Paul McCartney, conosciuto durante il periodo trascorso dai Beatles in India (arriva persino a dichiarare di essere da loro stato nominato "quinto Beatle", affermazione a cui McCartney reagisce roteando gli occhi).

Ha inoltre affermato di amare molto la canzone Dream Police dei Cheap Trick, anche se per sua stessa ammissione non ne conosce bene tutte le parole [senza fonte] e assieme ad Homer, il preside Skinner ed il commissario Winchester (poi sostituito da Barney) fece parte del quartetto vocale noto come "I Re Acuti", con il nome d'arte di "Apu de Beaumarchais" (significante "del bel mercato" in francese).

Famiglia

Inizialmente scapolo, Apu si sposerà in seguito con Manjula nell'episodio Le due signore Nahasapeemapetilon, in un matrimonio combinato dai suoi genitori e da cui avrà 8 gemelli. Inizialmente Apu non era intenzionato a sposarsi, arrivando a far credere alla madre di essere sposato con Marge dietro suggerimento di Homer. Ben presto però l'inganno viene svelato e la madre di Apu inizia a preparare il matrimonio per il figlio. Inizialmente depresso, Apu si ricrederà quando scoprirà che Manjula è una donna bellissima.

Il matrimonio di Apu e Manjula non ha attraversato solo momenti facili, complice il grande stress derivato dal gestire così tanti figli e la dedizione di Apu al suo lavoro, ma i due si amano profondamente e conducono una vita, tutto sommato, serena.

Gli altri parenti conosciuti sono la madre, il fratello Sanjay (che lavora con lui al Jet Market) e i suoi due nipoti: una della stessa età di Bart chiamata Pahusacheta e l'altro chiamato Jamshed, piccolo, ma abile con il fucile. Apu ha inoltre un altro fratello, da quanto mostrato nell'albero genealogico dell'episodio Le due signore Nahasapeemapetilon, e un cugino che vive in India, Kavi.

Critiche

Per molti anni Apu è stato l'unico personaggio originario dell'Asia del Sud nella televisione statunitense. Il comico di origini indiane Hari Kondabolu ha realizzato un documentario, The Problem with Apu, in cui si analizza il personaggio e l'impatto che ha avuto: secondo Kondabolu Apu è uno stereotipo insidiosamente razzista, nonostante ogni personaggio della serie sia un forte ed esagerato stereotipo. Mentre molti sondaggi e interviste (così come video YouTube realizzati da utenti e creators indo-Americani ed indiani), hanno dimostrato che Apu è ancora molto amato dalla comunità Indo-Americana, alcuni attivisti hanno detto di essere stati presi in giro con imitazioni di Apu.[1][3][4]

I Simpson hanno provato a rispondere alla questione nella puntata Nessuna buona lettura rimane impunita (ventinovesima stagione), ma il tentativo è stato criticato da parte del pubblico.[5][6] Il doppiatore originale Azaria in un'intervista a Stephen Colbert ha detto di essere disposto a farsi da parte o ad aiutare la transizione a qualcosa di nuovo.[7]

A gennaio 2020 Hank Azaria ha annunciato di non voler più doppiare questo personaggio,[8] più che altro per decisione della serie stessa.

Note

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Coppa Libertadores 1970

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Coppa Libertadores 1970

La Coppa Libertadores 1970 fu l'11ª edizione della Coppa Libertadores organizzata annualmente dalla CONMEBOL e vide la partecipazione di 19 squadre provenienti da 9 federazioni calcistiche sudamericane, in questa edizione non parteciparono le squadre del Brasile. Il primo turno iniziò il 15 febbraio 1970. Il trofeo fu vinto dall'Estudiantes.

Partecipanti

Primo Turno

Il primo turno è costituito da 4 gironi composti da 4 squadre ciascuno tranne il Gruppo III che è composta da 6 squadre. Da ogni girone si qualificano le prime 2 classificate, che accedono ai Quarti di Finale.

Gruppo I

In questo girone partecipano le squadre d'Argentina (tranne l'Estudiantes che come detentore del titolo è ammesso di diritto alle Semifinali) e della Bolivia.

Risultati

Classifica

Qualificate

Sono qualificate ai quarti di finale:Boca Juniors e River Plate

Gruppo II

In questo girone partecipano le squadre dell'Uruguay e del Venezuela.

Risultati

Classifica

Qualificate

Sono qualificate ai quarti di finale: Nacional e Peñarol

Gruppo III

In questo girone partecipano le squadre del Cile, della Colombia e del Paraguay.

Risultati

Classifica

Qualificate

Sono qualificate ai quarti di finale: Guaraní e Universidad de Chile

Gruppo IV

In questo girone partecipano le squadre dell'Ecuador e del Perù.

Risultati

Classifica

Qualificate

Sono qualificate ai quarti di finale:Universitario e Liga Deportiva Universitaria

Quarti di Finale

I quarti di finale sono composti da 2 gironi (Zona 1 e Zona 2), composti da 3 squadre, e da un girone (Zona 3) composto da 2 squadre. Accedono alle semifinali assieme all'Estudiantes, che è ammesso di diritto poiché vincitore della Coppa Libertadores 1969, i vincitori di ciascun girone.

Zona 1

Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo I e la prima classificata del Gruppo IV.

Risultati

Classifica

Qualificata

Qualificata alle semifinali: River Plate

Zona 2

Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo II e la seconda classificata del Gruppo IV.

Risultati

Classifica

Qualificata

Qualificata alle semifinali: Peñarol

Zona 3

Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo III.

Andata

Ritorno

Spareggio

Lo spareggio viene giocato nello stadio Beira Rio (Porto Alegre - Brasile):

Qualificata

Qualificata alle semifinali:Universidad de Chile

Semifinali

Semifinali A

Andata

Ritorno

Spareggio

Spareggio giocato allo stadio del Racing Club (Buenos Aires - Argentina)

Qualificata

Qualificata alla Finale: Peñarol

Semifinali B

Andata

Ritorno

Qualificata

Qualificata alla Finale: Estudiantes

Finale

Andata

Ritorno

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Show, don't tell

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Show, don't tell

"Show, don't tell" ("Mostra, non raccontare") è un'espressione di tecnica narrativa di derivazione anglosassone.

Viene utilizzata come raccomandazione per gli scrittori che fanno un uso eccessivo di spiegazioni e commenti a discapito dell'azione e dei dialoghi. Se lo scrittore usa azione e dialoghi per rivelare un personaggio, la trama dovrebbe risultare più interessante al lettore. Quest'ultimo dovrebbe sentire di vedere la scena schiudersi di fronte a sé e, in conseguenza di ciò, giungere a una propria interpretazione senza interferenze da parte dell'autore.

Teoria

Lo scrittore e insegnante di narrazione Giulio Mozzi mette in stretta relazione l'utilizzo di questa e di altre tecniche narrative, con la questione del cosiddetto "realismo" in narrativa. Nello specifico Mozzi afferma: "La regola dell'antinoioso è show, don't tell, ossia presenta, non evocare".[1][2] Lo Show, don't tell, che ha molto a che vedere con la scrittura cinematografica, è una tecnica ma anche una scelta narrativa ben precisa. Federico Fellini affermava:

«Non voglio dimostrare niente. Voglio mostrare»

(Federico Fellini)

Tale affermazione rafforza il concetto di un'opera narrativa - letteraria o cinematografica, non c'è differenza- che porta chi la consuma a farsi una propria opinione interagendo con l'opera, leggendola attraverso le proprie convinzioni e conoscenze. Ciò non significa che l'autore non abbia una propria opinione, ma che deve guardarsi bene dal rischio di comparire in prima persona, privilegiando la scelta di quale fetta di realtà mostrare. La regola del "mostra, non raccontare" è anche un espediente narrativo per evitare l'intimismo e l'introspezione. Jean-Patrick Manchette, uno dei più importanti giallisti europei, pur dichiarando esplicitamente le proprie convinzioni politiche, affermava: "Non mi ficco negli arcani della psiche dei miei personaggi."[3]

Quando bisogna raccontare

Come tutte le regole, Show, don't tell ha le sue eccezioni. Secondo James Scott Bell: "A volte lo scrittore utilizza le spiegazioni come scorciatoie, per muoversi rapidamente verso le parti più importanti della narrazione o della scena. Mostrare è essenziale per rendere le scene vivide. Se tentate di farlo costantemente, le parti che dovrebbero emergere non lo faranno, e i vostri lettori saranno sfiniti."[4]

Mostrare richiede più parole; raccontare può coprire un arco di tempo più ampio. Un romanzo che si regge solo sul mostrare si rivelerebbe molto lungo; quindi una narrazione può contenere alcune legittime rivelazioni. Le scene importanti della storia dovrebbero essere drammatizzate mostrando, ma a volte ciò che accade tra le scene può essere raccontato in modo da far progredire la storia. Per esempio, se Bob è un personaggio in una storia, potrebbe fare avere una lite con il suo capo, oppure guidare verso la casa della sua ragazza, o ancora avere una lite con la sua ragazza.

Lo scrittore potrebbe mostrare le liti con il capo e la ragazza di Bob, ma raccontare al lettore che Bob guida verso la casa della sua ragazza senza insistere troppo nella narrazione. Dal momento che niente di importante accade durante quel tragitto in macchina, lo scrittore ha solo bisogno di dire al lettore che c'è quel tragitto. Lo scrittore potrebbe anche voler raccontare per rivelare al lettore che il narratore della storia - la voce narrante, non lo scrittore! - non è affidabile. Il narratore può dire che Bob è un bravo ragazzo, ma più tardi Bob si mostra una carogna. Allora il lettore può decidere che il narratore della storia non vede Bob per ciò che è.

La scrittrice statunitense Francine Prose su questa regola afferma che "Spesso viene dato un cattivo consiglio ai giovani scrittori, ovvero che il lavoro dell'autore è di mostrare, non di raccontare. Inutile dire che molti grandi romanzieri combinano il 'mostrare drammatico' con lunghe sezioni di piatta narrazione autoriale che mi pare sia ciò che viene chiamato il raccontare. E l'avviso contro questo raccontare porta a una confusione che causa, agli scrittori in formazione, di pensare che ogni cosa dovrebbe essere messa in scena... quando in realtà la responsabilità di mostrare dovrebbe essere assunta dall'energico e specifico uso del linguaggio.[5]

Esempi

Uno dei primi esempi di tale suggerimento proviene da Henry James. Nella prefazione all'edizione newyorkese di Daisy Miller, egli lasciò un segno a penna ai margini delle sue note, ricordando a sé stesso di 'Drammatizzare, drammatizzare!'.

Nell'applicare la regola "mostra, non raccontare", lo scrittore fa molto più che raccontare al lettore qualcosa su un personaggio; egli svela il personaggio attraverso ciò che questi dice e fa. Il mostrare può essere ottenuto in diversi modi: scrivendo scene; descrivendo le azioni dei personaggi; rivelando il personaggio attraverso il dialogo; utilizzando i cinque sensi quando ciò è possibile.

Anziché dire:

lo scrittore potrebbe mostrare:

Oppure, anziché dire:

lo scrittore potrebbe mostrare:

Mostrare drammatizza una scena in un racconto, facendo dimenticare al lettore che sta leggendo, aiutandolo a scoprire i personaggi, rendendo la scrittura più interessante. "È come la differenza tra gli attori che recitano uno spettacolo e il solo drammaturgo, in piedi su un palco vuoto, mentre racconta dettagliatamente lo spettacolo al pubblico".[7]

Note

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Max Bauer

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Max Bauer

Max Bauer (Quedlinburg, 31 gennaio 1875Shanghai, 6 maggio 1929) è stato un generale tedesco.

Biografia

I primi anni e la prima guerra mondiale

Max Bauer entrò a far parte dell'Esercito imperiale tedesco nel 1890 e già nel 1905 venne assegnato allo stato maggiore generale. Divenne un esperto in tattica d'artiglieria e durante la prima guerra mondiale diede un contributo consistente alla distruzione del forte di Liegi in Belgio nel 1914. Nel luglio del 1915 divenne capo della I sezione dello stato maggiore, interessandosi personalmente dell'ampliamento dell'industria bellica in Germania, incoraggiando anche molti militari a studiare la tattica con la pubblicazione di numerosi trattati sul tema.

Divenuto amico di Erich von Falkenhayn, successivamente cospirò contro di lui nella speranza di occuparne il posto di ministro della guerra, ma anche quando questi venne costretto alle dimissioni il 29 agosto 1916, non riuscì a scalzare la figura preminente di Paul von Hindenburg che fu il suo successore. Nel dicembre del 1916 venne onorato con la medaglia dell'Ordine Pour le Mérite, con l'aggiunta delle foglie d'alloro il 28 marzo 1918.

Dopo la guerra, Bauer partecipò al Putsch di Kapp nel 1920. Quando quest'operazione fallì, venne esiliato e successivamente lavorò come consulente militare per Unione Sovietica, Spagna e Argentina. Fece ritorno in Germania nel 1925 dopo la proclamazione di un'amnistia generale per quanti erano stati coinvolti nel putsch.

Cavaliere dell

L'esperienza cinese

Nel 1926 l'ingegnere cinese Chu Chia-hua, presidente dell'Università Sun Yat-Sen di Canton, contattò l'allora colonnello Bauer per offrirgli delle opportunità di collaborare militarmente con la Cina. L'anno successivo Bauer si recò in visita a Chiang Kai-Shek, che lo tenne presso di sé quale suo consigliere militare nella speranza di utilizzare i suoi molti contatti per ottenere nuovi mezzi bellici e assistenza industriale dalla Germania.

Nel 1928 Bauer tornò in Germania per cercare in patria di ravvicinare i contatti tra l'industria e l'esercito. Ad ogni modo, il trattato di Versailles aveva reso molto difficoltosa la ripresa dell'industria bellica in Germania in quanto molte erano risultate le limitazioni poste dai paesi vincitori del primo conflitto mondiale. Inoltre egli era una persona non gradita al governo tedesco dopo la sua partecipazione al putsch. Segretamente, ad ogni modo, Bauer continuò ad intessere rapporti tra la Germania e la Cina con una missione segreta a Nanchino.

Quando Bauer fece ritorno in Cina come consigliere militare, si preoccupò di creare molte formazioni d'esercito locali in forma di milizia, tattica non usata da Chiang Kai-Shek ma che si dimostrò fin dal principio efficace parallelamente alla creazione di un'accademia militare che venne trasferita da Nanchino a Whampoa, ponendovi a capo dei militari tedeschi esiliati come lui. Egli invitò infatti 20 ufficiali tedeschi a recarsi in Cina come istruttori per il nuovo esercito cinese, incoraggiando così lo sviluppo delle infrastrutture necessarie agli scopi bellici. Max Bauer morì di vaiolo il 6 maggio 1929 presso l'ospedale militare inglese di Shanghai e venne sepolto in Cina coi più alti onori militari; si mormorò che la sua morte fosse stata provocata di proposito da alcuni suoi nemici.

Onorificenze

Opere

Bibliografia

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Battaglia di Gamenario

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Battaglia di Gamenario

12011250
Calcinato (1201) • Casei Gerola (1213) • Cortenuova (1237) • Brescia (1238) • Faenza (1239) • Isola del Giglio (1241) • Viterbo (1243) • Parma (1248) • Fossalta (1249) • Cingoli (1250)
12511300
Cassano d'Adda (1259) • Montaperti (1260) • Benevento (1266) • Tagliacozzo (1268) • Colle di Val d'Elsa (1269) • Desio (1277) • Forlì (1282) • Pieve al Toppo (1288) • Campaldino (1289) • Arezzo (1289)
13011350
Pavia (1302) • Lastra (1304) • Milano (1311) • Brescia (1311) • Soncino (1312) • Gaggiano (1313) • Rho (1313) • Ponte San Pietro (1315) • Scrivia (1315) • Montecatini (1315) • Pavia (1315) • Sestri (1318) • Bardi (1321) • Mirandola (1321) • Gorgonzola (1323) • Vaprio d'Adda (1324) • Altopascio (1325) • Zappolino (1325) • San Felice sul Panaro (1332) • San Quirico (1341) • Gamenario (1345)

La battaglia di Gamenario si combatté il 22 aprile 1345 alle porte sud-orientali di Torino, in Piemonte, presso la fortezza Gamenario del comune di Santena, tra la fazione ghibellina, guidata dal marchesato del Monferrato, e quella guelfa, guidata dalla casa d'Angiò. La vittoria ghibellina segnò la fine della dominazione angioina sul piemonte meridionale.

Le premesse

Il contesto storico

Le mire espansionistiche della casa d'Angiò sul Piemonte ebbero inizio nel XIII secolo con Carlo I d'Angiò. A partire dal 1259, infatti, il conte di Provenza si impadronì di molte località piemontesi tra cui Cuneo, Alba e Cherasco, perse tuttavia in seguito alla battaglia di Roccavione del 1275. Quando nel 1292 morì Guglielmo VII, che aveva portato i limiti del Monferrato fino a Brescia, il suo territorio diventò mira, oltre che degli angioini, anche dei Savoia e dei Visconti. Il figlio di Guglielmo VII, Giovanni I del Monferrato perse tutte le conquiste del padre, ma riuscì a mantenere il controllo del Monferrato originale con l'aiuto di Manfredo IV di Saluzzo, con il quale condivideva le origini aleramiche. Giovanni I, tuttavia, morì nel 1305 senza aver avuto figli e Manfredo IV prese controllo del marchesato. Carlo II, figlio di Carlo I, approfittò della confusione per espandersi nelle terre meridionali del Monferrato, prendendo Alba, Asti, Acqui, Chieri e Alessandria. Carlo II organizzò le nuove conquiste nella contea di Piemonte, che assegnò al figlio Raimondo Berengario.

La riconquista paleologa

Negli anni successivi entrò in gioco un altro contendente al Monferrato: Teodoro I Paleologo, figlio di Violante del Monferrato e dell'imperatore bizantino Andronico II Paleologo, scelto dallo zio Giovanni I come erede. Tramite l'alleanza con il comune di Genova, egli sconfisse Manfredo IV di Saluzzo nel 1310 e ottenne il Basso Monferrato, ma stipulò una tregua con gli Angiò per rivolgere le sue attenzioni alla lotta con i principi d'Acaia, ramo cadetto dei Savoia che governavano il Piemonte. Una tregua tra Acaia e Paleologi fu stipulata da Giovanni II, figlio di Teodoro I, che fu quindi in grado di concentrarsi sulla riconquista delle terre cadute in mano angioina. In poco tempo riuscì a far sollevare i ghibellini di Alba e Asti in suo favore e, perciò, Giovanna d'Angiò inviò le sue truppe, guidate dal siniscalco Reforza d'Agoult.

Le fasi della battaglia

L'assedio di Gamenario

L'Agoult, arrivato in Piemonte, riportò repentinamente Alba sotto il suo controllo nel maggio 1345 e diresse il suo esercito verso la fortezza di Gamenario, situata tra Santena e Trofarello, nella quale si erano rifugiati i ghibellini di Chieri. Questi decisero, durante le trattative precedenti all'assedio, che se non fossero arrivati rinforzi dal marchese di Monferrato entro il 22 aprile, si sarebbero arresi; a suggellare tale patto, si offrì come ostaggio il marchese di Gamenario, detto Ravaglioso. Giovanni II, tuttavia, riuscì a radunare celermente i suoi soldati, con l'aiuto dei comuni di Asti e Pavia, si presento alle truppe angioine proprio il 22 aprile, insieme a Ottone di Brunswick.

Lo scontro

Al grido di «Rommen Rheiter, sus Romme Rheiter» («cavalieri latini, orsù cavalieri latini») i ghibellini ruppero le difese degli assedianti e in poco tempo accerchiarono l'Agoult. Il comandante preferì la morte alla cattura, ma ciò fu un duro colpo per le sue truppe, che si dispersero e la vittoria arrise perciò ai monferrini. I resoconti dell'epoca narrano di almeno 30000 morti, ma è un numero molto poco credibile. Per celebrare la vittoria, Giovanni II fece erigere ad Asti una chiesa in onore a San Giorgio, poiché sarebbe stato festeggiato il giorno seguente, il 23 aprile.

Le conseguenze della battaglia

Con la vittoria sui guelfi, il potere di Giovanni II del Monferrato acquistò maggior prestigio e nel giro di pochi mesi liberò tutte le città piemontesi assoggettate ai conti d'Angiò, insieme a Luchino Visconti, signore di Milano. Al Monferrato passarono Alba, Acqui Terme, Ivrea e Valenza, mentre Alessandria finì sotto il controllo del Visconti; Chieri, tuttavia, si pose sotto la protezione dei Savoia.

Il giovane Ottone di Brunswick soggiornerà a lungo in Asti e più tardi sposerà proprio Giovanna d'Angiò.

I luoghi della battaglia

La fortezza di Gamenario

La fortezza fu presente almeno fino al XIX secolo, ne è prova un disegno di Clemente Rovere pubblicato nel Piemonte antico e moderno delineato e descritto[1]. Secondo l'illustrazione, la costruzione era situata sopra una collinetta. In seguito, il Casalis la identificò come la Domus Gamenaria, presente in una carta del 26 ottobre 1366, acquistata dalla famiglia Tana. Il nome ritorna anche nella carta Theatrum Pedemontii et Sabaudiae stampata a L'Aia nel 1726. La carta d'Italia dell'Istituto Geografico Militare al foglio 68 riporta ancora oggi un loco identificato come Cascina Gamenario, senza però alcuna traccia delle vestigia d'un tempo[2]. Il toponimo Gamenario deriva dal latino Gamenarium, Agaminium, gens Agamina, un'antica tribù autoctona pre-romana, che ivi abitò (almeno fino al II secolo circa), nell'area compresa tra il rio Santena e il rio Banna.

Memoria della battaglia

Il poemetto

«Sur le doulx temps que reverdissent
Toutes choses et bois fuerlissent
Et oyseaulx a chanter se mettent
Sur les arbres que leurs fleurs jettent
En l'année de deux foix vint
Mil et trois cent et cinq advint
Qu'en Sicille eut une royne
Que haioit la part Gibeline
Et avoit Guelphez en chierté...»

(Cronica del Monferrato di Benvenuto di San Giorgio)

Una curiosa romanza, di 692 versi quaternari accoppiati a rima baciata, scritta in lingua francese (senza mescolanze provenzali)[3], venne composta alla corte del marchese Giovanni II per celebrare la vittoria di Gamenario. Si sono fatte alcune supposizioni sull'identità e la provenienza dell'autore. Forse fu cortigiano alla corte del Paleologo, ma i versi non sono quelli di un adulatore a senso unico, poiché egli dispensa anche parole di gloria agli angioini; secondo Ricaldone è probabile che possa essere stato un astigiano, dato che nel poema si citano ben 34 personaggi astesi. Se l'autore fu italiano, conosceva comunque molto bene il francese del tempo dato che la romanza contiene pochissimi italianismi.

Note

Bibliografia

Fonti primarie


Voci correlate

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Aprile (Francesco del Cossa)

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Aprile (Francesco del Cossa)

Aprile è uno degli affreschi (500×320 cm circa) del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Fu dipinto da Francesco del Cossa tra il 1468 e il 1470 circa.

Storia

Gli affreschi del Salone di rappresentanza di palazzo Schifanoia furono eseguiti per volontà di Borso d'Este negli anni 1468-1470 per celebrare probabilmente l'investitura, da parte di papa Paolo II, di Borso a duca di Ferrara, programmata all'inizio del 1471.

Manifesto politico della grandezza del duca e delle sue arti di governo, e testimonianza alta della cultura della corte estense, il ciclo di Schifanoia fu realizzato da tutti gli artisti dell'Officina ferrarese, con la direzione probabile di Cosmè Tura e l'ideazione del tema da parte dell'astronomo, astrologo e bibliotecario di corte Pellegrino Prisciani, che attinse a vari testi eruditi antichi e moderni.

Gli affreschi di Marzo, Aprile e Maggio sono gli unici di cui sia documentata l'autografia, grazie a una famosa lettera indirizzata dall'artista a Borso d'Este datata 25 marzo 1470, dove con un moto di autocoscienza e dignità estremamente moderno per l'epoca reclamava un migliore trattamento economico per gli affreschi della parete est, che egli dichiarò come i migliori tra tutti quelli degli altri artisti impegnati. La risposta negativa del duca fu forse all'origine della sua partenza per Bologna.

Col tempo il palazzo venne praticamente abbandonato, versando in gravi condizioni soprattutto dopo la cacciata degli Este (1598). Gli affreschi furono scialbati e le sale del palazzo destinate ad usi impropri, che compromisero gravemente le decorazioni. Solo tra il 1820 e il 1840 vennero progressivamente ritrovati gli affreschi, dei quali però restarono leggibili solo sette su dodici, in particolare le sole pareti nord ed est.

Descrizione

Come gli altri Mesi, anche Aprile è diviso in tre fasce orizzontali: una superiore con il trionfo della divinità protettrice del mese, in questo caso Venere, una centrale con il segno zodiacale (Toro) e i tre "decani", e una inferiore con scene del governo di Borso d'Este.

Il trionfo di Venere mostra la dea che avanza su di un carro parato a festa, trainato da due cigni bianchi (iconografia mutuata dai Trionfi del Petrarca), che si muove scivolando sulle acque di un fiume. Su di esso la dea dell'amore celebra la sua vittoria su Marte, raffigurato nella sua armatura di cavaliere medievale, incatenato ed inginocchiato di fronte alla dea. La sua presenza simboleggia la ritirata degli istinti bellicosi davanti all'amore. Sullo sfondo, in un paesaggio di rocce fantastiche, si scorgono le tre Grazie, mentre sul prato in riva al fiume si muovono bianchi conigli, simbolo di fertilità. Le siepi di rose nella metà sinistra alludono al mito della morte di Adone. Intorno al carro gruppi di giovani eleganti fanno musica e ragionano di amore: alcuni si abbandonano a teneri abbracci o a gesti più audaci.

La fascia centrale mostra le tre figure dei "decani", cioè i protettori delle tre decadi del mese, rappresentati secondo il sistema astrologico egizio che venne trascritto da Teucro Babilonese nel I secolo a.C., poi ripreso nell'Astronomica di Manilio in età imperiale e poi da Pietro d'Abano nel medioevo (Astolabium planum), mediando da testi arabi, come Albumasar (IX secolo).

Da sinistra si incontrano una donna vestita di rosso con un fanciullo, già identificata come la Felicità materna e più probabilmente un'allusione al mito delle Pleiadi (per i lunghi capelli e per il vestito scappato che allude alla loro progressiva perdita di visibilità nel cielo) e un bambino di spalle che potrebbe essere Eros o la stella Aldebaran, occhio del Toro, citata da Manilio. La seconda figura è un giovane seduto, vestito di stivali, brachette e turbante, che regge in mano una grossa chiave, che sarebbe una trasposizione del dio cinocefalo Anubi, sovrapposto alla figura di Sirio. La chiave, già spiegata come mezzo per "aprire" la Primavera, sarebbe dunque un simbolo della custodia del Dio sulle acque del Nilo. La terza figura è un demone con zanne di porco, pelle rossastra e armato di freccia, che regge nella mano destra un drago ed davanti a un cavallo bianco e un cagnolino, già spiegato come la Dissolutezza, ma più probabilmente Perseo e i più vicini paranatellonta (i mostri che governavano i 360 giorni del calendario nell'astrologia egizia: il cavallo bianco/Pegaso, la lepre, il cane/Orione e il serpente attorcigliato/fiume Eridanio; le zanne di chinghiale alludono al mito delle Iadi, che Manilio chiamò succulae cioè scrofe[1].

Nella fascia inferiore, in basso si scorge un brano del palio derisorio di San Giorgio che si correva a Ferrara: dame e cavalieri si godono il palio dalle finestre e dai portici di un palazzo, per vedere prostitute, nani ed ebrei ad umilianti gare di corsa a piedi e a cavallo. In secondo piano si vede a sinistra il ritorno del duca da una battuta di caccia, con al centro la curiosa scena di sapore cortese di una lotta tra un airone e un colombo. Sulla destra, sotto una loggia rinascimentale, circondato da paggi e da dignitari (tra cui Nicolò II da Correggio, organizzatore delle feste), il duca offre sorridente una moneta a Scocola, il giullare di corte.

Stile

Da un punto di vista stilistico il mese di Aprile è caratterizzato da forme solide e sintetiche, derivate dalla lezione di Piero della Francesca, con un'illuminazione chiara e una costruzione prospettica impeccabile che rendono verosimili anche i dettagli più improbabili e visionari. Il mondo naturale e le attività umane sono descritte con minuzia e con una partecipazione empatica. Il gusto per la linea aguzza e frastagliata, tipico dei ferraresi, ci coglie nelle bande di stoffa che decorano il carro di Venere o nelle rocce stalagmitiche che si vedono sullo sfondo del Trionfo.

Nella parte inferiore è notevole la costruzione delle scene su piani diversi, ma tutti unificati dalla prospettiva, con scorci di grande estro inventivo.

Un effetto di grande illusionismo è dato poi dal giovane col falcone che al centro è seduto sulla cornice che fa da base agli affreschi, spenzolando le gambe oltre il confine degli affreschi, in un gioco che rompe la rigida separazione tra mondo dipinto e mondo dello spettatore. Questo effetto deriva dalla lezione di Donatello filtrata in tutta probabilità da Andrea Mantegna.

Note

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Led Zeppelin

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Led Zeppelin

I Led Zeppelin sono stati un gruppo musicale hard rock britannico formato nel 1968, considerato tra i grandi innovatori del rock e tra i principali pionieri dell'hard & heavy.

La loro musica, le cui radici affondano in generi diversi tra cui blues, rockabilly e folk, ha costituito una formula completamente inedita per l'epoca, finendo con l'influenzare in qualche modo tutti i gruppi rock del loro tempo e del futuro.[N 2][7] Il gruppo, scioltosi nel 1980 a seguito della morte del batterista, fu composto per l'intero periodo della sua attività da Robert Plant (voce, armonica), Jimmy Page (chitarre), John Paul Jones (basso, tastiere) e John Bonham (batteria, percussioni). In seguito alla morte di Bonham, Page e Plant hanno proseguito la propria attività musicale come solisti,[N 3] incidendo insieme gli album No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded e Walking into Clarksdale e ritrovandosi occasionalmente per esibirsi dal vivo nel corso di eventi commemorativi o celebrativi. I Led Zeppelin sono tra i gruppi di maggior successo commerciale nella storia della musica moderna: dal 1968 ad oggi il gruppo ha venduto oltre 300 milioni di dischi.[8] Nel 2007, a seguito dell'incredibile richiesta di biglietti per la loro esibizione all'The O2 Arena di Londra (oltre 20 milioni di richieste in circa 24 ore), il gruppo è entrato nel Guinness dei primati per la "maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo".[9]

Il 12 gennaio 1995 i Led Zeppelin sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. In una classifica stilata nel 2003 dalla rivista Rolling Stone, i Led Zeppelin risultano al 14º posto tra i 100 migliori artisti di tutti i tempi:[10] la stessa Rolling Stone ha avuto modo di definire a più riprese i Led Zeppelin come "Il gruppo più heavy di tutti i tempi, indiscutibilmente uno dei gruppi più duraturi della storia del rock" e "il gruppo più importante degli anni settanta".[7][11] Nella stessa misura, la Rock and Roll Hall of Fame ha affermato che l'influenza che il gruppo ha esercitato negli anni settanta è «rilevante come quella che i Beatles hanno avuto nel decennio precedente»[12] e l'emittente VH1 ha definito i Led Zeppelin come «il più importante gruppo hard rock della storia».[13]

La discografia del gruppo comprende nove album in studio pubblicati dal 1969 al 1982 a cui si devono aggiungere un album live e altri album di raccolte e live pubblicati dopo il 1982.[N 4] A partire dagli anni novanta hanno visto la luce diverse raccolte di brani, editi e inediti, e alcune incisioni di spettacoli dal vivo risalenti al periodo di attività. Degna di segnalazione è anche la circolazione di un cospicuo numero di bootleg sul mercato "non ufficiale".

Storia del gruppo

The New Yardbirds (1966-1967)

Dopo un inizio di attività artistica che lo fece conoscere come uno dei migliori session man britannici,[14] Jimmy Page si unì nel 1966 agli Yardbirds, gruppo blues rock del Regno Unito. In un primo tempo ricoprì il ruolo di bassista, sostituendo Paul Samwell-Smith, per poi divenire il secondo chitarrista solista, al fianco di Jeff Beck.[1]

A seguito dell'abbandono di Beck nell'ottobre dello stesso anno,[1] Page volle proporre al chitarrista la creazione di un nuovo gruppo, formato, oltre che da loro due, da Keith Moon e John Entwistle, rispettivamente batterista e bassista dei The Who.[15] Il gruppo, pur non essendo mai stato ufficialmente fondato, si trovò nello stesso anno in sala di registrazione per incidere il brano Beck's Bolero.[1][N 5] Alla registrazione partecipò anche John Paul Jones, bassista e tastierista, il quale disse a Page che sarebbe stato interessato a collaborare con lui.[1]

Nel luglio 1968 gli Yardbirds suonarono il loro ultimo concerto.[1] Nonostante ciò, il gruppo si era già impegnato per una tournée in Scandinavia: il batterista Jim McCarty e il cantante Keith Relf autorizzarono quindi Page e il bassista Chris Dreja ad usare il nome "Yardbirds" per portare a termine gli impegni.[1] In un primo tempo Page chiese a Terry Reid di divenire il nuovo cantante degli Yardbirds, ma questi declinò l'offerta, indicando Robert Plant, un cantante di Birmingham.[1][16] Plant accettò il posto, e consigliò a sua volta il batterista John Bonham, conosciuto durante una precedente esperienza musicale.[1][N 6] Nel frattempo Dreja si tirò fuori dal progetto per potersi dedicare alla sua passione per la fotografia, e John Paul Jones, consigliato da sua moglie, contattò Page per proporsi come sostituto. Il chitarrista, riconoscendo le qualità di Jones, lo accettò all'interno del gruppo.[1]

Prima di partire per la tournée i quattro parteciparono all'ultimo giorno delle registrazioni dell'album Three Week Hero di P. J. Proby, la prima registrazione dei futuri Led Zeppelin.[17]

La formazione provvisoria partì per la tournée in Scandinavia con il nome di The New Yardbirds:[1] al termine dei concerti fu deciso di cambiare il nome del gruppo. Sulla sua origine esistono diverse spiegazioni. Secondo la più accreditata, Keith Moon e John Entwistle riferirono che un supergruppo composto da loro, Jimmy Page e Jeff Beck, sarebbe volato in basso come un Lead Zeppelin (Zeppelin è un tipo di dirigibile).[18] Richard Cole, manager degli Yardbirds, che aveva assistito al colloquio, riferì il tutto a Page.

Alcuni mesi dopo, al momento di scegliere il nuovo nome in sostituzione di The New Yardbirds per il gruppo che aveva formato, Page ripensò al nome "Lead Zeppelin". In seguito, Page dichiarò:

«Aveva qualcosa a che fare con l'espressione popolare "un cattivo scherzo cade come un palloncino di piombo" (go over like a lead balloon

(Jimmy Page)

Inoltre l'espressione (quasi un ossimoro nel riferimento pesante/leggero) era riferibile al nome di un altro complesso rock, gli Iron Butterfly (farfalla di ferro), all'epoca in auge.[19]

Il nome venne accettato da tutti, ma Lead venne cambiato nell'omòfono Led per evitare ambiguità di pronuncia, dovute al fatto che esistono due termini lead in inglese, di due etimologie e due suoni distinti: oltre a "piombo" (pronuncia /lɛd/), può significare anche "guida" (pronuncia /liːd/).[20]

Le prime incisioni e l'immediato successo (1968-1970)

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«The heaviest band of all time»

(Rolling Stone[21])

Il produttore discografico Peter Grant, che in passato aveva già collaborato con The Yardbirds, riuscì a procurare ai Led Zeppelin un contratto con Atlantic Records, del valore di circa 200 000 dollari; una cifra tra le più alte dell'epoca trattandosi di un gruppo musicale esordiente.[1]

Il 12 gennaio 1969, subito dopo il loro primo, breve tour negli Stati Uniti d'America, i Led Zeppelin pubblicarono il loro primo disco, intitolato semplicemente Led Zeppelin e registrato agli Olympic Studios di Londra sul finire del 1968.[1] L'album fu un ottimo inizio, e riuscì in due mesi a raggiungere la top 10 della classifica Billboard 200,[1] ricevendo il disco d'oro nel luglio del 1969.[22]

I brani, caratterizzati da una combinazione di influenze blues, folk e rock unite a uno stile heavy, ne fecero una delle incisioni più importanti nello sviluppo in chiave dura del rock, imponendo il gruppo sul mercato internazionale, soprattutto negli Stati Uniti.

Uno degli elementi del disco d'esordio che più risultarono innovativi, nel lungo periodo, fu proprio il suono che Page, forte della sua lunga esperienza come turnista di studio, riuscì a conferire alle registrazioni. L'intenzione era sostanzialmente quella di riprodurre il sound che il gruppo aveva consolidato nelle sue prime esibizioni dal vivo. Si decise dunque di lavorare in modo rapido e immediato per riuscire a dare al tutto la stessa continuità di un live, concentrando le registrazioni e riducendo all'essenziale le sovraincisioni: in questo modo, l'intero disco venne messo su nastro e missato nello spazio di appena trenta ore.

A questo si aggiunsero gli inediti artifici tecnici che Page aveva in serbo da lungo tempo: la sua idea di produrre una sorta di live in studio, infatti, si basava essenzialmente su una certa sonorità che era solito definire «ambientale». La maggior parte dei produttori, all'epoca, piazzava semplicemente un microfono davanti a ogni amplificatore: Page invece ebbe l'intuizione di aggiungerne un secondo, a distanza, in prospettiva frontale con l'amplificatore, e di registrare la media tra i due, riuscendo a catturare il feeling di un'esibizione dal vivo anche in una stanza.

Molti anni dopo Robert Plant, in un'intervista al riguardo, ricorderà:

«Il suono che sentivo uscire da quelle casse, mentre cantavo, era di gran lunga meglio di qualsiasi figa d'Inghilterra. Era così sessuale, osceno, aveva così tanto potere...insomma, era devastante.[23]»

Tuttavia, Plant ha sempre scoraggiato la critica nel giudicare il gruppo «affine al solo genere metal», viste le numerose componenti alla base della loro musica, non ultima quella folk e acustica. Nel disco/intervista Profiled, Page ha dichiarato che per incidere l'album sono state necessarie appena 36 ore e che il prezzo del lavoro, compresa la copertina, è stato di 1.750 sterline.[24][25]

Composto on the road durante il tour del primo album, sempre nel 1969, uscì il secondo disco, Led Zeppelin II,[1] nel quale il gruppo sviluppa in maniera esplicita la musicalità hard rock.[26] Il brano d'apertura, Whole Lotta Love, si apre con un riff di chitarra aggressivo, seguito dal supporto del basso e, in una sequenza crescente, dall'intervento della voce e della batteria. Il pezzo è stato spesso definito l'emblema dello stile musicale del gruppo. Questo album venne anche chiamato dai fan il bombardiere marrone a causa del colore che domina la copertina e dell'immagine dello zeppelin sullo sfondo. Forse il più duro di tutti gli album della band, raggiunse il primo posto delle classifiche, in due mesi, e vi rimase per circa sette settimane di fila;[1] rimanendo nelle classifiche statunitensi negli anni seguenti.[26]

A seguito dell'uscita dell'album, il gruppo partì per una nuova tournée:[1] i loro concerti duravano anche più di quattro ore, e sul palco la band eseguiva versioni delle loro canzoni più lunghe e piene di improvvisazioni rispetto alla loro versione in studio, aggiungendo spesso anche rielaborazioni di brani soul, in particolare di James Brown, di cui Jones e Bonham erano estimatori.[27]

Per ricercare la giusta ispirazione per i brani del loro terzo disco, Led Zeppelin III, i due frontmen del gruppo si concessero un periodo di riposo con le rispettive famiglie a Bron-Yr-Aur, remota località tra i monti del Galles, in un cottage immerso nel verde in cui non era disponibile neppure l'elettricità.[1] Le serate passavano davanti al fuoco a bere birra e a suonare la chitarra acustica, mentre i roadies vennero incaricati di cucinare e occuparsi della casa. Questa potrebbe essere la spiegazione delle caratteristiche acustiche di diversi brani dell'album, in particolare Gallows Pole e Bron-Y-Aur Stomp, nei quali sono chiaramente individuabili echi del folk britannico,[1] svelanti un differente e nuovo aspetto dell'abilità chitarristica di Page.[28]

Le tracce, tuttavia, vennero incise in una villa di campagna a Headley Grange, nel tentativo di ricreare l'atmosfera rurale che aveva ispirato i brani del disco: per far ciò, venne utilizzato uno studio di registrazione mobile. Il disco fu caratterizzato da una notevole versatilità, alternando brani tipicamente hard (Immigrant Song) a composizioni acustiche dal piglio tetro e mistico (Friends), brani blues (come la celebre Since I've Been Loving You, registrata in presa diretta) o rock (Celebration Day), a pezzi di vaga ispirazione west-coast e psichedelica (Tangerine).

Anche questo disco, come il secondo, ottenne un elevato riscontro di vendite e nonostante le aspre critiche mosse dalla stampa, non tardò ad arrivare primo nelle classifiche di Stati Uniti e Regno Unito.[1] Mentre i Led Zeppelin volevano dimostrare con questo album di avere una sensibilità e un gusto che andavano anche oltre le "bombardate a tappeto" tipiche del secondo album, la stampa lo interpretò invece come un infiacchimento. Alcuni commenti furono così offensivi da toccare profondamente i componenti del gruppo, i quali, troncati i già tormentati rapporti con i media, iniziarono subito le sessioni di registrazione del quarto album senza intraprendere alcuna tournée.[27]

Il quarto album e la maturità (1971-1975)

(inglese)
«I'm the world's biggest Led Zeppelin fan. The music, the way they conducted themselves, their whole management structure - they were the blueprint. Queen always used to play The Immigrant Song in sound-checks just for the glory of the sound.»
(italiano)
«Sono il fan dei Led Zeppelin più sfegatato del mondo. La loro musica, il modo in cui si comportavano, l'intera struttura di management - loro sono stati il modello. I Queen suonavano sempre Immigrant Song durante le prove, solo per lo splendore del suono.»

(Brian May, Queen)

Il quarto disco è stato probabilmente il più importante per la storia della band: conteneva canzoni che spaziavano fra diversi generi e che contribuirono alla creazione del mito attorno al gruppo.[1] In questo album si fusero tutte quelle influenze folk-celtiche che avevano caratterizzato Led Zeppelin III e gli elementi hard rock del bombardiere marrone.[1]

Ufficialmente senza titolo, la Atlantic Records ottenne che almeno i musicisti scegliessero un simbolo ciascuno che li rappresentasse e che comparisse in copertina: fu così che Page scelse un simbolo che ricorda vagamente la scritta ZoSo, Robert Plant una piuma racchiusa in un cerchio, John Paul Jones un cerchio con tre punte e John Bonham tre cerchi intrecciati. Solitamente l'album viene erroneamente indicato come Led Zeppelin IV, Runes Album o ZoSo. Pubblicato nel novembre 1971, l'album non raggiunse mai la vetta della Billboard 200, ma questo non gli impedì di divenire il disco più venduto e noto della band, e nel corso di quattro decenni avrebbe raggiunto le 37 milioni di unità vendute.[1]

L'incisione include brani hard rock come Black Dog o dal sapore mistico-folk come The Battle of Evermore che rievoca una battaglia vichinga, con tanto di guerrieri e cavalcate nelle praterie (anche frutto delle letture di Plant del periodo) o brani contenenti una combinazione di vari generi, come Stairway to Heaven, probabilmente la loro canzone più famosa e osannata radio hit.[1] Proprio in questa vengono sintetizzati tutti gli elementi musicali del gruppo, tanto che venne sempre considerata dallo stesso come proprio inno personale.

Durante il tour conseguente a questo album, il più grande per dimensioni,[1] ebbe luogo l'unica data italiana mai programmata dei Led Zeppelin. Il concerto si tenne il 5 luglio 1971 al Velodromo Vigorelli di Milano durante una tappa della manifestazione canora Cantagiro, in cui i Led Zeppelin suonarono come ospiti. Il concerto, a causa di scontri fra il numeroso pubblico e le forze dell'ordine, che reagirono sparando lacrimogeni in mezzo alla folla, durò solamente ventisei minuti. I quattro Led Zeppelin furono infatti costretti ad abbandonare il palco e la loro strumentazione, che però venne recuperata, e a barricarsi dietro le quinte.[29]

A metà febbraio 1972 i quattro intrapresero la prima tournée in Australia. Dopo un mese di concerti e una tappa in India dove Plant e Page registrarono alcune session con musicisti locali, il gruppo tornò nel Regno Unito.

Dopo aver completato il settimo tour del 1972, i Led Zeppelin si ritirarono dalle scene e iniziarono la registrazione del loro quinto album.[1] A questo proposito, nel maggio, la band si ritirò a Stargroves, una tenuta di campagna di proprietà di Mick Jagger dove era installato uno studio di registrazione mobile, il Rolling Stones Mobile Studio, che era già stato utilizzato in diverse occasioni da The Who e che in seguito sarebbe stato impiegato anche da altri artisti come Deep Purple, Status Quo, Bob Marley e Iron Maiden.

Il 21 giugno, il gruppo iniziò l'ottavo tour negli Stati Uniti d'America, trionfale per quanto riguarda il successo di pubblico, estremamente deludente per la reazione della stampa. Il problema era che gli Zeppelin erano noti quasi esclusivamente alle frange adolescenziali. In particolare, quel tour fu completamente ignorato dalla stampa perché venne svolto in concomitanza con quello dei Rolling Stones che godevano di maggior favore. Inoltre i Led Zeppelin avevano sempre avuto un pessimo rapporto con i giornali: per quanto riguarda le testate del Regno Unito, era "guerra aperta", mentre quelle statunitensi avevano quasi paura di loro perché erano note le loro bravate dei primi tour, tanto da portare a pensare alla band come un quartetto di selvaggi fustigatori. Plant avrebbe detto:

«Sappiamo benissimo che stiamo facendo affari migliori di... un sacco di gente che viene glorificata dalla stampa. Così, senza essere egocentrici, riteniamo che sia arrivato il momento in cui la gente debba conoscere di noi cose diverse dal fatto che ci cibiamo di donne e ne gettiamo le ossa fuori dalle finestre.»

(Robert Plant)

Nel marzo 1973 uscì quindi Houses of the Holy[1] che, come il quarto album, non avrebbe dovuto avere titolo; si decise poi diversamente, ma per una delle innumerevoli, singolari congiunture che da sempre caratterizzano la storia della musica il brano omonimo sarebbe stato pubblicato non nell'album che ne condivideva il nome ma nel successivo Physical Graffiti. Houses of the Holy è caratterizzato da brani di durata più estesa, dall'uso (inedito per il gruppo) del sintetizzatore, e dall'importante contributo di Jones nell'utilizzo del mellotron. Canzoni quali The Song Remains the Same, No Quarter e The Rain Song si imposero ben presto come classici del rock.

Nello stesso anno i Led Zeppelin effettuarono una nuova tournée negli Stati Uniti d'America, caratterizzata da un enorme riscontro di pubblico: al Tampa Stadium, in Florida, suonarono di fronte a 56 800 spettatori, superando il record allora detenuto dai Beatles con il concerto del 1965 allo Shea Stadium. Con lo spettacolo, tenutosi in tre notti, al Madison Square Garden di New York, il tour raggiunse il suo apice e segnò il tutto esaurito.[1] Le esibizioni vennero registrate con l'intenzione di ricavarne un film.[1]

Nel 1974 i Led Zeppelin fondarono un'etichetta discografica, la Swan Song Records,[1] utilizzandola non solo come veicolo per promuovere i propri dischi, ma anche per lanciare nuovi e vecchi artisti quali Bad Company, The Pretty Things, Maggie Bell, Detective, Dave Edmunds, Midnight Flyer, Sad Café e Wildlife.[30]

Nel 1975 uscì per l'etichetta Swan Song Records Physical Graffiti, il loro primo album doppio.[1][31] Il disco comprendeva brani registrati per gli ultimi tre album, ma non inclusi negli stessi, assieme a nuove incisioni. Il gruppo dimostrò ancora una volta di poter spaziare su differenti generi musicali, come nella melodica Ten Years Gone, nell'acustica Black Country Woman, nella trascinante Trampled Under Foot e nell'orientaleggiante Kashmir.

L'enorme successo riscosso dall'album, che arrivò in prima posizione nelle classifiche britanniche e statunitensi,[1] e il clamore che suscitò presso il pubblico ebbero un effetto galvanizzante per la reputazione internazionale del gruppo: nonostante i record di vendita già realizzati con i precedenti lavori, contestualmente all'uscita del nuovo album tutti i precedenti dischi dei Led Zeppelin rientrarono contemporaneamente nella classifica dei 200 album più venduti, fatto mai verificatosi prima nella storia del rock.

Successivamente il gruppo iniziò una nuova tournée, caratterizzata ancora una volta da un grande successo di pubblico, partita dagli Stati Uniti e terminata nel Regno Unito, dove la band si esibì per cinque volte all'Earls Court di Londra, facendo registrare il tutto esaurito; le registrazioni di questi spettacoli sarebbero state pubblicate circa 28 anni più tardi.[1] A questo punto della loro carriera, i Led Zeppelin erano considerati il complesso più grande del mondo, tanto che avrebbero meritato la definizione, da parte della stampa, di "Biggest Band of the seventies".[32]

Se la popolarità del gruppo sul palco e in sala d'incisione apparve notevole, altrettanto lo fu la loro reputazione per gli eccessi e per l'eccentricità fuori scena. I Led Zeppelin viaggiavano con un jet privato chiamato Starship,[33] occupavano interi piani degli alberghi e iniziavano ad essere protagonisti di note scene di dissolutezza (distruzione di intere camere d'albergo, avventure sessuali, uso smodato di droga e alcool).[34] Molte persone vicine al gruppo descrissero queste loro imprese in vari libri, ma molti di questi racconti furono poi smentiti dagli stessi interessati.

Nel 1976 i Led Zeppelin interruppero la loro attività musicale per occuparsi della produzione di Fantasy, film concerto tuttora inedito.

Il 4 agosto 1975 Robert Plant e sua moglie Maureen, in vacanza nell'isola di Rodi, ebbero un drammatico incidente d'auto.[1] Con loro vi erano i due figli della coppia e Scarlet, la figlia di Jimmy Page, che rimasero miracolosamente illesi: diversamente andò per Robert e Maureen, che riportarono gravissime lesioni. Maureen, in particolare, era in fin di vita a causa di diverse fratture craniche e pubiche e dovette essere trasportata in Inghilterra con un aereo privato per poter essere operata d'urgenza. Robert ne uscì decisamente malconcio, pur non essendo in pericolo di vita; ingessato dalla testa ai piedi e inchiodato su una sedia a rotelle, si vide imporre sei mesi di prognosi prima di poter riprendere a camminare.

La conseguenza fu ovvia: i Led Zeppelin dovettero annullare il tour di trenta concerti negli Stati Uniti e in Sudamerica che avevano pianificato, e così per le successive tournée australiane e giapponesi.[1] L'incidente aveva mandato in fumo la prospettiva di introiti principeschi, per non parlare del momento di grazia che il gruppo stava vivendo.

La lunga degenza che si prospettava costrinse il gruppo a un'altra mossa forzata: la registrazione di un nuovo disco di studio e successivamente la riproposizione del progetto cinematografico del 1973, temporaneamente abbandonato, il tutto al fine di riempire il periodo della loro assenza forzosa dalle scene.

Gli ultimi anni (1976-1980)

Impossibilitato a riprendere le esibizioni dal vivo, il gruppo si recò a Malibù e ritornò in studio per registrare il settimo disco, Presence.[1] Sebbene fosse arrivato in testa alle classifiche del Regno Unito e statunitensi e gli fosse stato conferito rapidamente il disco di platino, molti lo considerarono un prodotto non all'altezza dei precedenti.[1] Quell'anno, dopo l'incidente di Plant e famiglia, l'atmosfera peggiorò, tanto che Peter Grant affermò che c'era qualcosa che non andava; i quattro decisero inoltre di andare in esilio per sfuggire alla elevata pressione fiscale inglese sui guadagni delle stelle della musica.[35]

Per questo il 1976 si rivelò un anno instabile, senza punti di riferimento, nel quale sia Plant che Bonham sentirono la lontananza delle famiglie come un grande peso, il cui riflesso era riscontrabile nel loro ultimo album, inciso a Monaco di Baviera in uno studio di registrazione, il Musicland Studios, talmente richiesto che il gruppo trovò solo tre settimane di disponibilità, al termine delle quali si sarebbe dovuto far spazio ai Rolling Stones. Page riuscì ad ottenere una settimana in più, e nel giro di meno di un mese l'album venne ultimato.

Piuttosto che supportare Presence con un tour, verso la fine del 1976, il gruppo decise di far uscire nelle sale cinematografiche il film concerto The Song Remains the Same, assieme alla relativa colonna sonora, frutto del montaggio di varie registrazioni effettuate ai concerti del 1973 al Madison Square Garden di New York:[1] questo è rimasto l'unico documento filmato delle loro esibizioni sul palco per oltre vent'anni.[35]

Nel 1977 i Led Zeppelin iniziarono un nuovo tour negli Stati Uniti d'America,[1] esibendosi fino a cinque volte consecutive in città quali Chicago, Los Angeles e New York, mentre le esibizioni di Seattle e Cleveland vennero utilizzate per le incisioni di bootleg.[36] Alla fine dell'esibizione al Day on the Green Festival di Oakland, arrivò la notizia della morte del figlio di Plant, Karac, a causa di una infezione allo stomaco.[1][37]

La tournée venne interrotta e immediatamente[1] ripresero a circolare le voci sulla maledizione gravante sui componenti del complesso, presunta conseguenza dell'interesse di Page per il mondo dell'occulto. Lo shock provocato dalla morte del figlio portò Plant a prendere in considerazione l'idea di lasciare la band. Solo nell'anno successivo, dopo una serie di incontri nel castello di Clearwell, nella foresta di Dean, con gli altri tre membri del gruppo, decise di proseguire.

Durante l'autunno del 1978 il gruppo rientrò in sala d'incisione (i Polar Studios degli ABBA, in Svezia), per la registrazione di In Through the Out Door.[1] Il disco comprendeva brani in stile rock come In the Evening, la tropicaleggiante Fool in the Rain, la ballata All My Love (dedicata al figlio di Plant) e Carouselambra, considerata un tentativo di avvicinamento al genere rock progressivo. Le prime copie in vinile di In Through the Out Door furono pubblicate in una confezione di cartone completamente anonima. Aprendola ci si trovava di fronte alla copertina dell'album, la quale era però totalmente a righe bianche e nere: la vera copertina sarebbe apparsa detergendo con acqua la superficie coperta di righe. A ciò si aggiunse la volontà del gruppo di utilizzare sei copertine diverse per la commercializzazione del disco, rendendo così un'incognita l'aspetto grafico di ogni copia dell'album in circolazione.

Dopo un decennio di incisioni ed esibizioni dal vivo, il gruppo cominciò ad essere considerato "sorpassato" da alcuni critici, anche perché i gusti musicali si andavano orientando verso la disco music e il punk rock; ciò nonostante, i Led Zeppelin potevano ancora contare su legioni di appassionati, e il loro ultimo disco raggiunse il primo posto nelle classifiche di vendita di Stati Uniti d'America e Regno Unito.[1]

Durante le sessioni di Back to the Egg, uno degli ultimi lavori di Paul McCartney con i Wings, John Paul Jones e John Bonham parteciparono alla creazione di una orchestra rock ideata da McCartney, chiamata Rockestra, dove figurano altre glorie del panorama musicale del Regno Unito dell'epoca come David Gilmour e Pete Townshend.

Nell'estate del 1979, dopo due spettacoli preparatori a Copenaghen, i Led Zeppelin parteciparono in qualità di attrazione principale al Knebworth Festival, nel Regno Unito. Quasi 400 000 fan furono testimoni del ritorno sul palco della band che, dopo l'uscita in novembre del loro ultimo disco, era pronta a riprendere le esibizioni dal vivo per una breve tournée in Europa seguita da un tour negli Stati Uniti. Nel giugno del 1980 i Led Zeppelin intrapresero un minitour europeo[1] che terminò il 7 luglio. Il concerto del 27 giugno venne interrotto alla terza canzone quando Bonham ebbe un malore e crollò sul palco.

Il seguente tour statunitense non ebbe luogo in quanto il 25 settembre 1980,[38] poco prima di partire per gli Stati Uniti d'America, Bonham si presentò alle prove completamente ubriaco; continuò a bere per tutta la sera in una festa a casa di Page e fu messo a dormire in una stanza. La mattina dopo fu trovato morto soffocato dal proprio vomito.[1][39] La stampa parlò di 40 dosi di vodka ingerite.

Dopo la morte di Bonham, gli altri tre componenti resero nota la decisione di voler interrompere l'attività artistica con il nome di Led Zeppelin con il seguente comunicato stampa, diffuso il 4 dicembre 1980:[1]

«Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere – in piena armonia tra noi ed il nostro manager – che non possiamo più continuare come eravamo.[40]»

(Led Zeppelin)

Il dopo Bonham

Dopo lo scioglimento del gruppo, i componenti della band presero strade diverse e si sono riuniti solo in cinque eventi: il 13 luglio 1985 in occasione del Live Aid, insieme ai batteristi Phil Collins e Tony Thompson,[1] nel 1988 per l'anniversario dell'Atlantic Records con Jason Bonham dietro il drumkit paterno,[1] in una cerimonia segreta nel 1990 per il matrimonio di Jason Bonham, nel 1995 in occasione del loro ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame con gli Aerosmith e Neil Young e, infine, nel 2007, di nuovo con Jason Bonham alla batteria, in un concerto di beneficenza per la Ahmet Ertegün Foundation alla O2 Arena di Londra.[1] Quest'ultima è stata una vera e propria riunione con un concerto di 2 ore a differenza delle precedenti comparsate di 30 - 40 minuti.

Plant e gli Honeydrippers

Nel 1981 Robert Plant riprese ad esibirsi dal vivo in un'osteria di Stourbridge, accompagnato da un gruppo di musicisti a cui diede il nome di The Honeydrippers; alcuni anni dopo venne pubblicato un mini-album di cinque brani dal titolo The Honeydrippers: Volume One al quale collaborarono altri musicisti, tra cui Jimmy Page.[1] L'anno successivo, Plant pubblicò il primo dei suoi album solisti: Pictures at Eleven.[1]

Page, i Firm e David Coverdale

Sempre nel 1981 Page venne incaricato dal regista Michael Winner di comporre la colonna sonora del film Death Wish II (in Italia Il giustiziere della notte 2);[1] il relativo album uscì l'anno seguente. Nel 1984 Page registrò un album con Roy Harper e, successivamente, mise insieme un gruppo chiamato The Firm, in collaborazione con Paul Rodgers con il quale pubblicò due album.[1] Nel 1988 Page realizzò il suo primo album solista, Outrider, con svariati ospiti, tra i quali Robert Plant che canta in un brano.

Nel 1993 Page collaborò con David Coverdale, ex cantante dei Deep Purple e degli Whitesnake, nella realizzazione di un album i cui brani ricordano molto le prime composizioni dei Led Zeppelin. Nel 2000 Page si esibì in concerto insieme ai Black Crowes suonando alcuni classici dei Led Zeppelin; il tutto venne incluso nel doppio album Live at the Greek.

Page e Plant si incontrarono nel 1994 per una esibizione nel programma MTV Unplugged, alla quale fecero seguire una tournée mondiale con un'orchestra orientale e la pubblicazione di due dischi sotto il nome Page and Plant.[1]

La carriera solista di Jones

John Paul Jones apparve nel musical di Paul McCartney Give My Regards to Broad Street suonando il basso in Ballroom Dancing e nello stesso anno, su suggerimento di Page, venne incaricato dal regista Michael Winner di occuparsi della colonna sonora del film La casa in Hell Street, pubblicata l'anno successivo. Nel 1994 Jones pubblicò The Sporting Life, in collaborazione con Diamanda Galás, e nel 1999 l'album Zooma.[1]

Nel 1995 ha prodotto l'album dal vivo dei Heart, The Road Home, testimonianza di alcuni concerti unplugged dell'anno precedente a cui aveva contribuito alternandosi tra diversi strumenti (pianoforte, basso e mandolino).

Inoltre nel 2009 fondò insieme al chitarrista Josh Homme (Kyuss, Queens of the Stone Age) e al batterista Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters), il gruppo Them Crooked Vultures con cui incise un album dall'omonimo nome.

Anni 2000: la reunion

La stampa del Regno Unito annunciò che nel 2002 Plant e Jones, dopo un distacco durato 20 anni, si sarebbero riconciliati, mentre circolavano voci su una tournée imminente. Il cantante dei Foo Fighters ed ex-batterista dei Nirvana Dave Grohl venne indicato quale potenziale sostituto di Bonham, ma fu lo stesso Page a smentire la notizia. Nel 2003 venne registrata una rinascita della popolarità del gruppo. Page trovò nei suoi archivi una serie di registrazioni dei concerti tenuti durante la tournée del 1972 negli Stati Uniti; colpito dalla qualità sonora e tecnica delle esibizioni, decise di pubblicare How the West Was Won, triplo album contenente brani che, per la lunghezza delle improvvisazioni dal vivo, arrivano a durare fino a 23 minuti. Inoltre venne pubblicato anche un DVD dal titolo omonimo.

Il 25 giugno 2007 alcune testate giornalistiche[41] annunciarono il ritorno sulle scene del gruppo, accompagnato alla batteria ancora una volta da Jason Bonham, per un concerto in ricordo di Ahmet Ertegün, fondatore della Atlantic Records morto nel dicembre 2006. Si vociferò anche di un tour per il 2008, ma Plant smentì tutto durante una conferenza stampa tenutasi il 28 giugno[42] e con un'intervista comparsa sul Rolling Stone.

Il 27 giugno 2007 l'Atlantic Records/Rhino Records e la Warner Home Video annunciarono tre nuovi album dei Led Zeppelin, in uscita nel novembre del 2007. Il primo è stato Mothership il 13 novembre, un greatest hits con 24 tracce, seguito da una riedizione della colonna sonora di The Song Remains the Same, e dal DVD del film-concerto in edizione restaurata e rimissata.[43]

Il 31 agosto 2007 venne di nuovo annunciato, in modo non ufficiale, che il gruppo si sarebbe riunito per un'unica data alla The O2 Arena di Londra. La stampa nazionale ha iniziato a promuovere il concerto la stessa mattina e gli sponsor hanno confermato l'evento, seppur in modo ufficioso.[44] La notizia ufficiale del loro ritorno sulle scene musicali è arrivata il 12 settembre, quando è stato confermato che avrebbero tenuto un concerto in memoria di Ahmet Ertegün il 26 novembre 2007 all'O2 Arena di Londra. In seguito ad un infortunio al dito occorso a Jimmy Page, il concerto è stato rinviato al 10 dicembre 2007.

La notizia della disponibilità su Internet dei biglietti ha generato un'ondata di richieste che i promoter hanno definito senza precedenti nella storia della musica: in meno di 48 ore il sito è stato preso d'assalto da oltre 20 milioni di utenti, al punto che si è deciso di interrompere immediatamente le prenotazioni e di assegnare in base ad un sorteggio nominale i 21.000 biglietti disponibili.[45]

A seguito di una simile, inaudita mole di richieste, nel 2008 la band è stata insignita del Guinness dei primati per la Maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo.[9]

Secondo quanto riportato dai quotidiani, il concerto alla O2 Arena non ha deluso le aspettative e ha reso giustizia, pur con tutti gli inevitabili limiti dettati dal passare del tempo, alla reputazione dal vivo del gruppo, nonostante gli strumenti fossero accordati un tono sotto per facilitare le parti cantate di Plant.

Nell'agosto 2008 Jason Bonham ha reso noto che, insieme a Page e Jones, era in corso la registrazione di materiale inedito per un ritorno sulle scene dei Led Zeppelin.[46] Tuttavia, Robert Plant ha successivamente diramato un comunicato nel quale affermava che le costanti speculazioni sul futuro della band erano «frustranti e ridicole»[47] e che «non andrà in tour né registrerà nuovi brani con i Led Zeppelin».[47] Ha inoltre specificato che, dopo la conclusione della serie di concerti con Alison Krauss, non si sarebbe imbarcato in nessun tour per i successivi due anni e che augurava a «Jimmy Page, John Paul Jones e Jason Bonham tutto il successo possibile con i loro futuri progetti».[47] Nel 2009 Robert Plant è stato ricevuto dall'allora principe Carlo. Dopo il ricevimento un giornalista gli ha chiesto se sarebbe tornato con i Led Zeppelin, ma Plant ha risposto «qualche volta io divento sordo da entrambe le orecchie quando la gente dice sciocchezze».[48]

Anni 2010: Celebration Day e The Complete BBC Sessions

Il 13 settembre 2012 sulla loro pagina ufficiale di Facebook i Led Zeppelin hanno annunciato l'uscita di Celebration Day, documento che testimonia il concerto del 2007 all'O2 Arena tenuto in memoria di Ahmet Ertegün, fondatore dell'Atlantic Records. Il film è stato proiettato in contemporanea mondiale per la sola giornata del 17 ottobre in 1500 sale cinematografiche di quaranta paesi, facendo registrare ovunque il tutto esaurito e incassando per quell'unica proiezione 2 milioni di dollari,[49] inducendo così la produzione a ripetere in via eccezionale la proiezione il 29 ottobre. In Italia l'evento, che è stato prodotto e distribuito dalla società Nexo Digital, ha ricevuto ampia risonanza, con ben 560 000 euro di incassi tra la prima e la seconda serata.[50]

Successivamente, nel 2014, Celebration Day è stato pubblicato anche come home video e audio nei formati BD, DVD, CD e LP.[1] Il gruppo ha poi pubblicato The Complete BBC Sessions nel 2016, un'edizione aggiornata e ampliata della loro raccolta del 1997, Led Zeppelin BBC Sessions.[1]

Documentario Becoming Led Zeppelin

Il documentario Becoming Led Zeppelin, diretto da Bernard MacMahon e distribuito da Sony Pictures Classics, è il primo film autorizzato dalla band. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2021, è stato distribuito nelle sale nel febbraio 2025. Il film esplora la formazione e gli esordi del gruppo, includendo materiali d'archivio inediti e interviste con i membri superstiti.[51]

Controversie

Accuse di satanismo

Il brano Stairway to Heaven è stato accusato di contenere un presunto messaggio subliminale di matrice satanica (contestazioni del genere sono numerose nel rock, ad esempio capitarono anche ai Queen e ai Beatles). Secondo alcune interpretazioni un verso della canzone, ascoltato al contrario, conterrebbe un inno demoniaco:[52]

(inglese)
«...If there's a bustle in your hedgerow, don't be alarmed now it's just a spring clean for the May Queen
Yes, there are two paths you can go by, but in the long run there's still time to change the road you're on...»
(italiano)
«...Se c'è trambusto nella tua siepe, non ti allarmare è solo la pulizia di primavera in onore della Regina di Maggio
Sì, ci sono due strade che puoi percorrere, ma a lungo andare c'è ancora tempo per cambiare la strada che hai intrapreso...»

Ascoltando questa parte al contrario, si può interpretare il seguente messaggio:[52]

(inglese)
«Oh here's my sweet Satan, the one [whose] little path won't make me sad, whose power is saint... he'll give [the] growth giving you six-six-six, and in a little tool shed he'll make us suffer sadly...»
(italiano)
«Oh ecco il mio dolce Satana, [la cui] unica piccola via non mi renderà triste, il cui potere è sacro... egli darà [il] progresso dandoti il 666, [in una] piccola baracca di attrezzi ci farà soffrire tristemente...»

Il testo ascoltato nel senso normale già alluderebbe al bifrontismo delle parole. Dice infatti: "Cause you know sometimes words have two meanings" ("Perché come sai a volte le parole hanno due significati").

In realtà non vi è alcuna prova che i Led Zeppelin abbiano volutamente fatto passare questi messaggi "al contrario" con la tecnica del backmasking e probabilmente si tratta di uno dei tanti casi di pareidolia acustica della storia del rock e dell'heavy metal, poiché altresì non esiste prova che i messaggi nascosti siano stati inseriti volutamente. Pur senza nascondere di essere un ammiratore di Aleister Crowley,[53] Page negò sempre queste dicerie. Anche il tecnico del suono Eddie Kramer, che curò il disco, confermò le falsità delle accuse, giudicandole ridicole.[54] Robert Plant affermò in una intervista: «To me it's very sad, because Stairway to Heaven was written with every best intention, and as far as reversing tapes and putting messages on the end, that's not my idea of making music» (Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica).[55]

Premi e riconoscimenti

La band, grazie alle vendite dei suoi album, si è aggiudicata dieci dischi d'oro e novanta dischi di platino. Inoltre, il 19 novembre 1999 la RIAA ha dichiarato che i Led Zeppelin sono l'unico gruppo musicale, assieme ai Beatles e a Garth Brooks, ad aver ottenuto almeno quattro dischi di diamante.[56]

Nel 2004, i Led Zeppelin si sono classificati al 14º posto nella classifica dei 100 migliori gruppi musicali della storia secondo la rivista statunitense Rolling Stone. L'anno successivo la band ha vinto un Grammy Award alla carriera;[57] nello stesso anno, i lettori della rivista Guitar World hanno eletto Stairway to Heaven "Miglior assolo di tutti i tempi".[58] Nel 2006 la band ha vinto il Polar Music Prize con la seguente motivazione:

(inglese)
«The 2006 Polar Music Prize is awarded to the British group Led Zeppelin, one of the great pioneers of rock. Their playful and experimental music combined with highly eclectic elements has two essential themes: mysticism and primal energy. These are features that have come to define the genre "hard rock".»
(italiano)
«Il Polar Music Prize del 2006 è assegnato alla band britannica dei Led Zeppelin, uno dei più grandi pionieri del rock. La loro musica giocosa e sperimentale si combina con elementi altamente eclettici e ha due temi essenziali: misticismo e energia primordiale. Queste sono le caratteristiche che hanno indotto a definire il genere "hard rock".»

Nel 2008, a seguito dell'incredibile richiesta di biglietti per l'esibizione alla O2 Arena di Londra (oltre 20 milioni di prenotazioni in circa 24 ore), la band è stata insignita del Guinness dei primati per la Maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo.[9] Il 2 dicembre 2012, nel corso della 35ª edizione dei Kennedy Center Honors, ai Led Zeppelin è stato conferito il premio per il contributo da loro portato "alla vita culturale della nazione statunitense e del mondo".[59]

Stile musicale ed eredità artistica

Principale e innovativo anello di congiunzione fra rock blues psichedelico e hard rock,[60] i Led Zeppelin sono considerati uno dei più importanti gruppi hard rock in assoluto,[60] nonché tra i principali pionieri dell'heavy metal.[5] La loro musica, colma di sprazzi romantici e virtuosismi strumentali,[60] fonde folk, blues, rock and roll, psichedelia e riferimenti a varie musiche etniche quali quella celtica, quella araba e quella indiana.[3][61] Nonostante l'aggressività del loro modus operandi, nel corso della loro carriera non sono mancate composizioni più leggere in cui venne fatto uso di strumentazione acustica quali Stairway to Heaven e The Rain Song.[61] Altro brano degno di nota è la loro Whole Lotta Love, che avrebbe aperto le porte dell'hard rock e dell'heavy metal.[3][61] Fra gli artisti di riferimento del gruppo spiccano musicisti quali Jimi Hendrix,[62] Lonnie Donegan,[63] B.B. King,[64] Elvis Presley[64] e i Rolling Stones.[64]

Vengono anche considerati più genericamente un gruppo rock, anche questo un genere di cui sono considerati importanti esponenti,[3][4] mentre la componente blues del gruppo ha spinto alcuni a inserirli nel novero degli artisti blues rock[1][65] e British blues.[1][65]

L'eredità musicale lasciata dai Led Zeppelin ha influenzato numerosi gruppi, soprattutto della scena hard rock/heavy metal dagli anni settanta, tra i quali risaltano nomi come Aerosmith, AC/DC, Rush, Montrose,[66] Whitesnake,[67] Judas Priest, agli anni ottanta, come Great White,[68] Kingdom Come,[69] Tesla,[70] Stone Fury, Tora Tora,[71] Diamond Head,[72] Zebra,[73] Blue Murder, Guns N' Roses,[74] The Cult,[75] Thunder, Katmandu o Whitesnake,[76] Tool e molti altri, oltre a gruppi più recenti e attuali come Rage Against the Machine,[77] The White Stripes,[78] Deftones,[79] Nirvana,[80] Pearl Jam,[81] Soundgarden[82] e The Smashing Pumpkins.[83][84]

La loro influenza musicale si è estesa fino a toccare artisti di generi molto più diversificati come Madonna,[85] Shakira,[86] Lady Gaga,[87] Kesha[88] e Katie Melua.[89]

Accuse di plagio

In diverse occasioni i Led Zeppelin sono stati accusati di plagio, o quantomeno di avere utilizzato temi o frasi musicali non originali. Quando l'album d'esordio della band fu pubblicato, ottenne principalmente critiche positive, ma John Mendelsohn del Rolling Stone accusò la band di plagio, in particolare di aver copiato Black Mountain Side da Black Water Side di Bert Jansch e il giro di Your Time Is Gonna Come dall'album dei Traffic Dear Mr. Fantasy. Questo segnò l'inizio di una lunga disputa fra la band e il periodico, il quale tacciava inoltre il gruppo di esibizionismo accusandolo di parodiare artisti di colore: disputa la quale ha visto i Led Zeppelin rifiutarne a più riprese le interviste.

Ci fu chi notò che una canzone del primo album, Dazed and Confused, era stata scritta inizialmente da Jake Holmes e inserita nel suo album The Above Ground Sound. Gli Yardbirds, la vecchia band di Jimmy Page, ne avevano inciso una versione intitolata I'm Confused; successivamente Page, pur senza accreditare Holmes,[90] modificò ulteriormente il testo e la struttura stessa della canzone per l'album di debutto dei Led Zeppelin, inserendo al suo interno il riff di chitarra che l'avrebbe resa celebre, le sue incursioni "psichedeliche" ottenute suonando la chitarra con un archetto di violino e la lunga, furiosa parte strumentale a precedere l'ultima strofa del brano.

Holmes non volle macchiare l'integrità del gruppo per colpa di una canzone, nonostante avesse spedito una lettera con scritto «Capisco, è un tentativo di collaborazione, ma penso che dovreste almeno ammettere che sono l'autore e pagarmi i diritti». La lettera non ricevette alcuna risposta e Holmes non proseguì nella controversia. È comunque riportato che egli abbia detto:

(inglese)
«What the hell, let him Page have it Dazed and Confused
(italiano)
«Che diavolo, lasciate che Page se la tenga Dazed and Confused

(Jake Holmes)

Nel maggio 2025, Holmes ha intentato una causa contro Jimmy Page, la casa editrice Succubus Music, Warner Chappell Music e Sony Pictures presso un tribunale federale della California. L'accusa riguarda l'uso non autorizzato del brano Dazed and Confused in diverse pubblicazioni, tra cui esibizioni dal vivo degli Yardbirds e il documentario Becoming Led Zeppelin, in presunta violazione di un accordo transattivo firmato nel 2011. La richiesta di risarcimento ammonta ad almeno 150.000 dollari per ciascuna violazione.[91]

Anche il copyright delle canzoni di Led Zeppelin II fu oggetto di dibattiti fin dall'uscita dell'album. L'introduzione e la chiusura blues di Bring It on Home riprendono l'omonimo brano di Sonny Boy Williamson II, Whole Lotta Love ha alcune parti dei testi in comune con You Need Love di Willie Dixon, fermo restando che tanto il noto riff del brano così come l'intera struttura della canzone sono da ricondursi interamente a Jimmy Page.

Negli anni settanta la Arc Music, la divisione di merchandising della Chess Records, chiamò in giudizio i Led Zeppelin per l'infrazione del copyright di Bring It on Home e ottenne un accordo stragiudiziale. Dixon però non trasse nessun beneficio fin quando non sollecitò la Arc Music ad ammettere la sua proprietà del copyright. Anni dopo, Dixon fece causa ai Led Zeppelin per Whole Lotta Love e così fu raggiunto un altro compromesso.[92]

Nelle successive ristampe di Led Zeppelin II, il nome di Dixon fu inserito fra i crediti.

Le accuse di plagio nei confronti del gruppo, ad ogni modo, non si arrestarono, anche laddove i credits dei loro dischi risultavano citare correttamente le fonti: è il caso, ad esempio, della loro versione di When the Levee Breaks di Memphis Minnie, avente in comune con il brano originale unicamente alcune parti del testo e incentrata su una struttura melodica estremamente diversificata e interamente composta dal gruppo. Caso analogo anche per il brano Boogie with Stu, cover di Ooh, My Head del defunto Ritchie Valens: correttamente attribuita nei credits del disco Physical Graffiti alla madre del cantante di origini messicane[93] – titolare dei diritti e citata come Mrs. Valens[93] – e nonostante tutto sovente citata come supposto plagio. A complicare ulteriormente le cose, nel 1979 gli eredi di Ritchie denunciarono il gruppo per presunto non completo versamento della percentuale di royalties loro spettante fino a quel momento, sul pezzo in questione.[93]

Le accuse di plagio su Stairway to Heaven

Alcuni commentatori, nel corso degli anni, hanno dedotto una pretesa analogia fra le prime note introduttive della celeberrima Stairway to Heaven e un passaggio della canzone Taurus degli Spirit, supportando la tesi della "contaminazione" con la circostanza che i due gruppi, all'inizio della loro carriera, avessero diviso il palco in alcuni show.[94]

Ciononostante nel maggio 2014, Michael Skidmore, che aveva i diritti di Randy California degli Spirit, autore del brano e deceduto nel 1997, ritenne di intraprendere un'azione legale per ottenere il riconoscimento della paternità del brano (ben 43 anni dopo la sua pubblicazione) e l'attribuzione dei conseguenti diritti d'autore, stimati in circa 560000000 $ all'inizio della causa.[95]

Nel corso dell'istruttoria venne osservato come la progressione di note oggetto di contestazione, oltre a risultare quantitativamente trascurabile a fronte degli 8 minuti di tessuto strumentale su cui il brano è costruito, risulti poi essere decisamente comune, nota da secoli poiché riferibile a una progressione di clavicembalo di epoca barocca, nonché impiegata in un centinaio di altre canzoni assai note, non ultima la celeberrima While My Guitar Gently Weeps dei Beatles.[96]

Il 23 giugno 2016 il tribunale di Los Angeles dichiarava la non sussistenza di alcun plagio nel brano Stairway to Heaven[97][98] Nel 2018, tuttavia, tre giudici della nona corte d'appello dello stesso tribunale decidevano di riaprire il processo, sulla base di alcuni asseriti elementi di irregolarità nel corso del procedimento del 2016.[99]

La controversia si concludeva definitivamente nel marzo 2020, con una pronuncia della Corte d'Appello di San Francisco che confermava l'infondatezza delle accuse di plagio mosse al gruppo, così attestando la validità degli argomenti dedotti in giudizio dagli autori Jimmy Page e Robert Plant e certificando l'originalità della canzone.[100][101]

In particolare la Corte D'Appello di San Francisco affermava, assai significativamente, «Non abbiamo mai inteso il copyright come la protezione di qualche nota»: «al contrario abbiamo sempre sostenuto che una sequenza di quattro note, peraltro comune in musica, non sia un’espressione degna di copyright nel caso di una canzone».[100]

Obiezioni alle accuse di plagio

Diversi musicologi ed esperti di musica blues presero posizione contro la pretestuosità della maggior parte delle imputazioni che venivano mosse al gruppo, facendo notare come la musica nera, un enorme coacervo di temi tipici, analogi ai topoi letterari, derivi dalle antiche tradizioni dei canti popolari elaborati collettivamente dagli schiavi neri nelle piantagioni e nei campi di cotone della Louisiana e del Tennessee e lungo gli argini del Mississippi: senza questa premessa, si sarebbe arrivati ad accusare di plagio praticamente qualunque bluesman, non ultimi Robert Johnson, Skip James, Son House ed Elmore James, vista l'estrema permeabilità dei rispettivi repertori alle idee e agli stereotipi dei loro precedenti e contemporanei.

La più autorevole difesa del gruppo provenne dal celebre produttore blues, compositore e musicologo Robert Palmer, che descrisse con efficacia quella che era la prassi nella storia della musica nera:[102]

(inglese)
«It is the custom, in blues music, for a singer to borrow verses from contemporary sources, both oral and recorded, add his own tune and/or arrangement, and call the song his own.»
(italiano)
«È una consuetudine della musica blues, per un cantante, il prendere a prestito versi da fonti coeve, tanto orali quanto registrate, addizionarle alla propria musica o a un proprio arrangiamento e ritenerla a tutti gli effetti una sua canzone.»

(Robert Palmer)

Dello stesso parere lo studioso di musica folk Carl Lindahl, che ebbe a definire questo fenomeno – tipico della musica blues – come "floating lyrics" (lett. testi fluttuanti), spiegando che:[103]

(inglese)
«[These] lines that have circulated so long in folk communities that tradition-steeped singers call them instantly to mind and rearrange them constantly, and often unconsciously, to suit their personal and community aesthetics.»
(italiano)
«[Queste] linee sono circolate così a lungo nelle comunità folk che i cantanti, imbevuti di queste tradizioni, le richiamano immediatamente alla mente e le riordinano costantemente, spesso inconsapevolmente, per soddisfare la loro estetica personale e collettiva.»

(Carl Lindahl)

Gli stessi membri del gruppo, che pure avevano tenuto un atteggiamento perlopiù conciliante nei casi in cui gli era stato chiesto di citare correttamente le proprie fonti, esternarono a più riprese il loro disappunto per l'accanimento con cui le imputazioni mosse al gruppo venivano pompate oltre misura. In particolare Jimmy Page, in una intervista, sostenne:[104]

(inglese)
«The thing is they were traditional lyrics and they went back far before a lot of people that one related them to. The riffs we did were totally different, also, from the ones that had come before, apart from something like "You Shook Me" and "I Can't Quit You", which were attributed to Willie Dixon. The thing with "Bring It On Home", Christ, there's only a tiny bit taken from Sonny Boy Williamson's version and we threw that in as a tribute to him. People say, "Oh, Bring It On Home is stolen".»
(italiano)
«Il fatto è che si trattava di testi tradizionali e potevano farsi risalire a un sacco di autori precedenti piuttosto che a uno specifico che ne avesse fatto uso. I nostri riff erano completamente differenti rispetto alle versioni prima conosciute, a parte You Shook Me e I Can't Quit You [Baby], che comunque erano state correttamente attribuite a Willie Dixon. Su Bring it on Home, Cristo, abbiamo inserito solo una minima parte da quella di Sonny Boy Williamson, a titolo di tributo. Ma c'è gente che dice: "Oh, Bring It On Home è rubata".»

(Jimmy Page)

Impatto commerciale

I Led Zeppelin riscrissero le regole della musica rock in termini commerciali e di business. Furono infatti la prima formazione a ottenere un grande successo di massa evitando il mercato dei singoli e la trasmissione radiofonica dei loro brani come era sempre stato fatto prima di loro.[105][106] Nel suo libro Working Class Heroes, David Simonelli afferma che, grazie al loro manager Peter Grant, avrebbero cambiato la storia del rock ridefinendo per sempre le metodologie dei contratti discografici, gli arrangiamenti dal vivo e la produzione discografica.[105]

Formazione


Discografia

Note

Annotazioni

Fonti

Bibliografia

Enciclopedie

Testi monografici

Voci correlate

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Gotico inglese

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Gotico inglese

Il Gotico inglese è uno stile architettonico che fu usato in Inghilterra dalla seconda metà del XII secolo, importato dalla Francia settentrionale.

Storia ed evoluzione

Cattedrale di Wells

L'Inghilterra aveva stretti contatti politici ed economici con la Normandia, essendo stata conquistata dai normanni nel 1066; attraverso queste vie arrivò nell'isola lo stile romanico ed altrettanto avvenne con le novità gotiche sviluppate nell'Île-de-France a partire dal 1140.

Cattedrale di Canterbury

La prima architettura gotica inglese è il coro della Cattedrale di Canterbury, concluso nel 1175 da un architetto francese di nome Guillame de Sens. Un anno dopo le campate occidentali della cattedrale di Worcester venivano erette in forme gotiche, in quello che ormai viene chiamato Early english (o Gotico primitivo inglese). La velocità con cui attecchì il Gotico in Inghilterra deriva dalla predisposizione che l'architettura romanica anglo-normanna possedeva tra tutti i sotto-stili regionali europei: già nelle cattedrali romaniche inglesi si riscontra una spiccata verticalità nelle navate centrali grazie all'uso già consolidato di volte a crociera costolonate con archi a sesto a acuto ed addirittura volte già a sei spicchi, come nella Cattedrale di Durham terminata nel 1113, le cui novità assolute tornarono presto in Normandia e da lì fecondarono di idee gli architetti dell'area parigina che "inventarono" il gotico.

Cattedrale di Salisbury

Anche nel caso del Gotico in Inghilterra si svilupparono presto delle caratteristiche peculiari diverse da quelle continentali:

Abbazia di Westminster

Ma la caratteristica più innovativa e più immediatamente riconoscibile del Gotico inglese è quella dell'invenzione della volta a raggiera e della volta a ventaglio. Le membrature della volta si moltiplicano: compaiono nuove nervature intermedie, chiamate anche tiercerons, che risultano prive di funzione portante. Esse conducono in un punto situato su un costolone longitudinale e non più alla chiave di volta, manifestando così il loro ruolo puramente decorativo. Le nervature si slanciavano infatti dai pilastri senza confluire verso un'unica chiave di volta, ma si diramano creando un reticolo geometrico che termina lungo una linea centrale (conformazione "a spina di pesce"). Uno dei primi esempi di tali innovazioni è nella Cattedrale di Lincoln (post 1192).

Veduta della cattedrale di Lincoln

Ma il gotico inglese è ricco per l'inventiva e lo studio di soluzioni coerenti ed esteticamente pregevoli per particolari problemi strutturali. Per esempio nella Cattedrale di Wells all'incrocio tra navata e transetto si erge un'alta torre, che all'interno della chiesa è sorretta da un'inedita struttura di rinforzo composta da due archi ogivali contrapposti (1340).

King

L'Abbazia di Westminster di Londra (costruita dal 1245) ruppe con la tradizione locale e tornò ad ispirarsi direttamente all'architettura francese, con coro e cappelle radiali nel deambulatorio.

Torretta ottagonale della Cattedrale di Ely

Secondo la suddivisione di Thomas Rickman, il Gotico inglese si sviluppò in tre fasi:

Chiostro meridionale della Cattedrale di Gloucester

Gotico primitivo (c.1190 - c.1300)

Benché le chiese siano esternamente allungate, appaiono sviluppate più in senso orizzontale che verticale.

La pianta presenta la tipica sequenza spaziale inglese: aula, coro longitudinale, retrocoro (è uno spazio indipendente nel quale domina la Lady Chapel, o cappella della Madonna), transetto principale occidentale, transetto secondario orientale. I transetti presentano in genere una estensione ampia conclusa da pareti frontali dritte, una composizione asimmetrica e vestiboli ai lati dell'aula. Maggiore esempio di questo stile è la cattedrale di Canterbury costruita nel 1174.

Gotico decorato (c.1300 - c.1390)

Presenta un grande sviluppo longitudinale con la presenza di due transetti, inoltre le volte hanno una soluzione costruttiva molto originale, che non fa leggere il soffitto come sequenza di campate, ma come spazio unitario.

All'interno, i pilastri sono contornati da colonnine in controvena, mentre la massa muraria è piuttosto consistente; all'esterno le facciate sono più basse e larghe rispetto a quelle francesi e le statue non dominano l'architettura.

Gotico perpendicolare (c.1390 - c.1540)

Il Perpendicular English caratterizza fortemente il periodo tardo-gotico anglosassone; il nome deriva dall'accentuazione in senso verticale dell'apparato decorativo (guglie e pinnacoli). Inoltre scompare la suddivisione in campate e si moltiplicano le nervature senza la funzione strutturale (volta a ventaglio).

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Jean-Pierre Torrell

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Jean-Pierre Torrell

Jean-Pierre Torrell (Villenave-d'Ornon, 1º agosto 1927[1]) è un presbitero e teologo francese, specializzato nella vita e nel pensiero di san Tommaso d'Aquino.

Già membro della Commissione leonina per gli studi tomistici,[2] è divenuto professore emerito della facoltà teologica dell'Università di Friburgo.

Abbozzo

Biografia

Dopo aver conseguito il dottorato in teologia facoltà teologica dell'Ordine dei predicatori al Saulchoir di Parigi, si è specializzato in medievistica presso l'Università di Montréal. Successivamente, è stato professore associato e straordinario di teologia fondamentale e di ecclesiologia allo Studium Domenicano di Tolosa, alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e all'Università del Collegio di San Michele di Toronto. Infine, è stato nominato professore ordinario di ecclesiologia e di cristologia presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Friburgo.

È stato membro della Commissione Leonina e curatore dell'edizione critica dell<wiki />opera omnia di Tommaso d'Aquino, Jean-Pierre Torrell è uno specialiste biografo accreditato a livello accademico e internazionale.[3] Benedetto XVI lo ha menzionato come "il grande specialista di san Tommaso"[4]. È autore del volume l'Encyclopédie : Jésus le Christ chez saint Thomas d'Aquin, pubblicata da Éditions du Cerf[5], nonché di varie monografie e edizioni critiche tradotte e commentate della Summa Theologiae.

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Azealia Banks

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Azealia Banks

Azealia Amanda Banks (New York, 31 maggio 1991) è una rapper e cantautrice statunitense.

Si è imposta all'attenzione internazionale nel 2011 grazie al singolo 212, certificato doppio disco di platino nel Regno Unito,[2] che le ha permesso di essere inserita al primo posto della classifica riguardante gli artisti più promettenti redatta dalla rivista britannica New Musical Express.[3] Il 5 dicembre dello stesso anno la BBC ne annunciò la nomina per il sondaggio Sound of 2012, in cui si classificò terza.[4]

Personalità controversa, ha fatto parlare di sé per le dichiarazioni fatte in materia di politica statunitense e questioni sociali come la razza e per aver accusato pubblicamente ed essersi scontrata con colleghi e personaggi pubblici attraverso i propri canali sociali.[5][6]

Biografia

1991-2009: infanzia ed esordi

Banks è nata nel maggio 1991. Sua madre la crebbe insieme alle due sorelle maggiori ad Harlem, dopo che il padre morì a causa di un tumore al pancreas quando lei aveva due anni. In giovane età si interessò al teatro musicale, alla recitazione ed al canto. A dieci anni iniziò ad esibirsi in un musical off-Broadway dal nome Tada! Youth Theater a Lower Manhattan. Ebbe ruoli da protagonista in tre produzioni (Rabbit Sense, Sleepover e Heroes). All'età di sedici anni ha recitato in un musical noir-comedy, City of Angels. La Banks si è formata nel campo dello spettacolo presso la LaGuardia High School of Performing Arts a Manhattan, che ha poi abbandonato per dedicarsi alla musica.

Sotto lo pseudonimo di Miss Bank$, nel febbraio del 2009 pubblicò il suo primo brano Gimme a Chance sulla piattaforma MySpace.[7] La canzone era accompagnata da Seventeen, un brano prodotto dal DJ americano Diplo che campionò una traccia dei Ladytron con lo stesso nome.[7] Più tardi quell'anno, firmò un contratto con l'etichetta discografica XL Recordings e cominciò a lavorare con il produttore Richard Russell; lasciò poi l'etichetta a causa di idee divergenti.[4][8]

2010-2016: il successo di 212, Broke with Expensive Taste e Slay-Z

Uscita dalla XL Recordings, Azealia cambiò il suo nome d'arte in Azealia Banks e si trasferì a Montréal, dove iniziò a registrare musica. Utilizzando YouTube come portale, caricò varie demo, tra cui L8R e una cover di Slow Hands degli Interpol. Nel settembre 2011, pubblicò in formato digitale gratuito il singolo di debutto 212; esso venne poi pubblicato ufficialmente il 6 dicembre 2011. Il brano ha ricevuto il plauso della critica, essendo selezionato come 'Canzone della settimana' dalla BBC Radio 1, e posizionandosi nono nella classifica delle migliori tracce del 2011 secondo Pitchfork. Nel dicembre 2011 ha partecipato alla canzone Shady Love, inserita nell'album Magic Hour della band statunitense Scissor Sisters, tuttavia è rimasta non accreditata. Il 16 gennaio 2012 ha pubblicato il brano NEEDSUMLUV (SXLND), prodotto da Machinedrum, in occasione di quel che sarebbe stato il trentatreesimo compleanno della cantante scomparsa Aaliyah, campionata nella canzone.[9] La settimana successiva divulga il brano Bambi, prodotto da Paul Epworth, scelto quale colonna sonora per una sfilata di Mugler a Parigi.[10]

Anche se priva di un'etichetta discografica, la Banks cominciò a lavorare con il produttore britannico Paul Epworth al suo album di debutto. Il suo primo EP, 1991, è stato pubblicato nel Regno Unito il 28 maggio e negli Stati Uniti il giorno successivo.[11] Nel maggio 2012 viene altresì annunciata la pubblicazione di un mixtape, prima denominato Fantastic poi Fantasea, avutasi l'11 luglio 2012.[12] L'11 maggio è stato pubblicato Jumanji, un brano facente parte dello stesso.[13] Una seconda traccia del mixtape, Aquababe, è stata resa disponibile online il 13 giugno,[14] mentre un terzo brano, Nathan, in collaborazione col rapper Styles P, il 30 giugno.[15][16]

Nell'aprile 2013 viene pubblicato il singolo di lancio dell'album d'esordio, Yung Rapunxel. A maggio l'artista annuncia la pubblicazione del secondo singolo, ATM Jam, che vede la partecipazione di Pharrell Williams, il quale però non viene incluso nella tracklist definitiva a causa della tiepida ricezione. Dopo numerosi posticipi e conflitti, nel luglio 2014 la Banks scioglie il contratto che la legava alla casa discografica Interscope e pubblica in via indipendente due singoli: Heavy Metal and Reflective il 28 luglio e Chasing Time il 22 settembre. Essi precedono la pubblicazione dell'album Broke with Expensive Taste che avviene, senza alcun preavviso, il 6 novembre dello stesso anno[17] in collaborazione con l'agenzia di produzione Prospect Park.

A febbraio 2015, la Banks ha posato nuda per il numero di aprile della rivista Playboy, fotografata da Ellen von Unwerth. Nel servizio parla senza filtri e censure di come l'America sia strutturata per l'uomo bianco e di come molti artisti neri realizzino dischi per soddisfare l'America bianca andando contro i loro stessi principi.[18] A maggio 2015, è stato annunciato che l'artista farà il suo debutto da attrice come personaggio principale della pellicola musicale Coco.[19]

Nel mese di febbraio 2016, pubblica il singolo The Big Big Beat,[20] volto ad anticipare il secondo mixtape della rapper, Slay-Z, pubblicato indipendentemente il mese successivo e contenente collaborazioni con Nina Sky e Rick Ross.[21]

2017-presente: nuovi progetti

Nel 2017 viene pubblicato il singolo Chi Chi.[22][23] Nel 2018 ha fatto seguito il singolo Anna Wintour, distribuito insieme al relativo video musicale.[24] Segue un tour nordamericano, con alcune date anche in Europa.[25] A inizio 2018 Banks ha firmato un contratto da un milione di dollari con la eOne.[26] Il 6 luglio 2018 viene pubblicato un nuovo singolo, intitolato Treasure Island.[27] Seguono la pubblicazione di un EP natalizio intitolato Icy Colors Change[28] e l'annuncio di un nuovo mixtape intitolato Fantasea II: The Second Wave. Per questo progetto viene lanciato il singolo promozionale Playhouse, ma il mixtape non viene mai pubblicato.[29]

Nel 2019, dopo aver lasciato eOne, Banks annuncia la pubblicazione del mixtape Yung Rapunzel II: il progetto viene pubblicato su SoundCloud l'11 settembre dello stesso anno, ma viene successivamente rimosso.[30] Segue la pubblicazione dei singoli Count Contessa e Pyrex Princess. Nel 2020 vengono pubblicate diverse canzoni in esclusiva su SoundCloud, inclusa una collaborazione con Pharrell Williams intitolata Diamond Nova.[31] Il 9 giugno 2020 Banks viene distribuito il singolo Black Madonna su tutte le piattaforme, originariamente concepito come il singolo di lancio dall'album Business Pleasure,[32] progetto successivamente accantonato. Tra il 2020 e il 2021 vengono pubblicati i singoli Mamma Mia, Six Flags e Fuck Him All Night.

 

Nel 2023, dopo aver rescisso dal contratto precedentemente stipulato con Parlophone Records, pubblica insieme a Torren Foot il singolo New Bottega, brano che aveva cominciato ad anticipare sin dall'anno precedente.[33][34][35][36]

Vita privata

Azealia Banks si definisce bisessuale,[37] sebbene in passato abbia più volte ricevuto accuse di omofobia a causa di alcune sue esternazioni pubbliche.[38] In un'intervista concessa al The New York Times, la rapper si è definita insoddisfatta del modo in cui la società assegna etichette in base all'orientamento sessuale degli individui.[39]

Nel 2016 Banks ha sostenuto pubblicamente Donald Trump durante la sua prima campagna elettorale come candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America. Una delle sue esternazioni più discusse a tal proposito affermava: «gli Stati Uniti sono il male per loro natura ed allo stesso modo i politici sono la personificazione della cattiveria. Apprezzo Trump perché è il più trasparente e autentico fra di loro nel mostrare la sua vera natura».[40]

L'8 agosto 2020 Banks ha pubblicato un post in cui affermava di voler porre fine alla sua vita tramite suicidio assistito e voler documentare l'intero processo in una sorta di docufilm.[41]

Controversie

Negli anni, Azealia Banks è stata protagonista di feroci litigi e discussioni con svariate altre celebrità, le quali si sono svolte soprattutto su Twitter.[38] Tra le personalità con cui ha litigato pubblicamente si possono citare: Pabllo Vittar, Grimes, Elon Musk, Remy Ma, Cardi B, Kim Kardashian, Kanye West, Julia Fox, Lorde, Lana Del Rey, Marina Diamandis, Charli XCX, Lady Gaga, T.I., Iggy Azalea, Action Bronson, Lil' Kim, Skai Jackson, Rita Ora, Kendrick Lamar, Pharrell Williams, Erykah Badu, Kreayshawn, Rihanna, ASAP Rocky, Baauer, Nicki Minaj, Sia, Jim Jones, Beyoncé, Angel Haze, Lily Allen, SZA, RZA, Rico Nasty, Lupe Fiasco, Eminem, RuPaul, Perez Hilton, Nick Cannon, Diplo, Funkmaster Flex, The Stone Roses, K. Michelle, Cupcakke, Troye Sivan, Mariahlynn, Disclosure, Lizzo, Kim Petras, Adrian Grenier, Loreen, Busta Rhymes, Dave Chappelle, Donatella Versace, Noah Schnapp, Wendy Williams, Shygirl, Arca, il presidente ucraino Zelensky, le intere nazioni di Irlanda, Svezia, Turchia, Australia, la diaspora africana ed altri ancora.[38]

Nel dicembre 2015 la rapper è stata arrestata fuori da una discoteca di Manhattan, dopo aver aggredito fisicamente un'addetta alla sicurezza nel locale, azzannando il suo seno fino a lacerarlo.[42]

Nel gennaio 2021 Azealia Banks tornò a far parlare di sé, dopo aver pubblicato sul suo profilo Instagram un video in cui disseppellisce la carcassa del suo gatto, morto qualche mese prima, e lo cuoce in un calderone. Sebbene molti credevano l’avesse fatto per cibarsi del gatto, la rapper affermò che fosse per scopi tassidermici e religiosi.[43] Il video è stato rimosso dalla rapper pochi minuti dopo, ma diventò ben presto virale.

Stile musicale e influenze

AllMusic ha etichettato Azealia Banks come «un'interprete stilosa che mescola i generi hardcore hip hop, indie pop e dance music».[44] John Robinson di The Guardian definisce lo stile di Banks come «un'interessante miscuglio tra Missy Elliott e il dance pop».[45] Per quanto riguarda lo stile musicale, è stato notato l'uso frequente da parte della rapper di linguaggio volgare, in particolare la parola «cunt»,[46][47][48] utilizzata più di dieci volte nel brano 212,[49] e in Fierce, dove si auto-proclama «cunt queen».[50][51] Banks attribuisce questa sua propensione alla sua formazione avvenuta ad Harlem, affermando: «vengo da Harlem. Ho frequentato una scuola d'arte; sono cresciuta con le cunts. E quel termine non viene da me! La gente pensa che l'abbia inventato io, ma non è così. Essere cunty significa essere femminile e consapevole di sé. Nessuno può intaccare quella forza interiore e delicatezza. I cunts, i gay, adorano tutto questo. I miei amici mi dicevano: 'Devi essere più cunty! Sei troppo banjee.' Banjee significa grezzo e non raffinato. Hai bisogno delle cunts: ti sistemano i capelli, ti truccano. Ti danno sicurezza e ti fanno sentire viva».[52] È anche nota per il suo stile di rap veloce.[48] In una recensione dell'EP di debutto di Banks 1991, Chris Dart di Exclaim! ha definito la velocità di rapper di Banks come «notevole», sottolineando che è riuscita a raggiungere un risultato che la maggior parte dei rapper impiega anni a padroneggiare: «il perfetto connubio tra ritmi potenti e adatti al club e testi intelligenti, eseguiti con precisione».[53]

La Banks cita come prime ispirazioni le canzoni di Beyoncé ed Aaliyah.[52] Durante la sua adolescenza ascoltava gli Interpol, i Bloc Party e i Futureheads ed è stata avvicinata alla cultura nera guardando film come Paris Is Burning.[54] Nomina anche Eve, Remy Ma, Lil' Kim, M.I.A. e Santigold come ulteriori artiste femminili che l'hanno ispirata.[55][56] Ha elogiato infine lo stile di Jay Z.[56]

Discografia

Album in studio

Mixtape

Note

Altri progetti

Altri progetti

Collegamenti esterni


Horizon Zero Dawn

Indice

Horizon Zero Dawn

Microsoft Windows:
Mondo/non specificato 7 agosto 2020
PlayStation 5, Microsoft Windows (Remastered):
Mondo/non specificato 31 ottobre 2024

Horizon Zero Dawn è un videogioco action RPG sviluppato da Guerrilla Games e pubblicato da Sony Interactive Entertainment per PlayStation 4 nel 2017 e successivamente per Microsoft Windows nell'estate 2020. È il primo capitolo dell'omonima serie Horizon.

La storia segue le avventure di Aloy, una cacciatrice che vive in un mondo postapocalittico dominato da robot ostili (le "Macchine"), dove gli esseri umani sono riuniti in fazioni tribali. Avendo vissuto fin da bambina da emarginata dalla sua stessa tribù, Aloy decide di scoprirne il motivo e di cercare delle risposte sul suo passato e sulla calamità che ha colpito l'umanità. Il gioco mette a disposizione un open world esplorabile liberamente, con un gran numero di missioni principali e secondarie da completare. Il giocatore può combattere le Macchine con lance, armi da lancio e tattiche stealth, avendo poi la possibilità di saccheggiare i resti dei nemici dopo averli sconfitti per ottenere utili risorse. Un sistema di sviluppo ad albero permette ad Aloy di imparare nuove abilità e di ottenere utili bonus passivi.

Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2011, una volta che Guerrilla Games aveva completato lo sviluppo di Killzone 3,[2] rappresentando, secondo il direttore Mathijs de Jonge, l'idea "più rischiosa" che la casa di sviluppo avesse mai proposto.[3] Horizon Zero Dawn è stata la prima nuova proprietà intellettuale (IP) sviluppata da Guerrilla Games dall'uscita di Killzone nel 2004, e ha rappresentato il primo tentativo dello studio di sviluppare un gioco di ruolo. Il motore grafico utilizzato, Decima, era stato sviluppato per Killzone: Shadow Fall ed è stato poi modificato per adattarlo a Horizon Zero Dawn.[4][5]

È stato presentato all'E3 2015, al quale su quattro candidature ha vinto la categoria di gioco più originale. Il 6 giugno 2016 è stato pubblicato un nuovo video promozionale in cui è stata annunciata la data di uscita per il 28 febbraio 2017 in Nord America e il 1º marzo in Europa.[6] Il gioco è stato accolto positivamente dalla critica, che ha lodato l'open world, la storia, l'aspetto grafico, il gameplay, il personaggio di Aloy e la performance fornita dalla sua doppiatrice nella versione originale, l'attrice Ashly Burch,[7][8] nonostante alcune critiche rivolte ai dialoghi, al combattimento corpo a corpo e ai modelli dei personaggi. È il titolo di esordio per una nuova IP su PlayStation 4 di maggior successo di sempre,[9] avendo venduto a giugno 2017 oltre tre milioni di copie ed essendo quindi il secondo titolo per PlayStation 4 più venduto di sempre.[10] Un'espansione chiamata The Frozen Wilds è stata pubblicata il 7 novembre 2017.[11]

Una versione remastered del gioco, intitolata Horizon Zero Dawn Remastered, è stata resa disponibile il 31 ottobre 2024 per PlayStation 5 e Windows offrendo più di 10 ore di dialoghi ri-registrati, e miglioramenti grafici.[12]

Sviluppo

Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2011, appena dopo l'uscita di Killzone 3. Viene presentato per la prima volta all'E3 del 2015 e inizialmente il gioco doveva essere lanciato nel 2016, ma l'uscita viene poi posticipata nel 2017. Mathijs De Jonge, il game director di Horizon Zero Dawn ha rilasciato un'intervista a Noclip rivelando alcuni dettagli sulla realizzazione del gioco. La prima versione di gioco includeva una modalità cooperativa, tuttavia, Guerrilla ha dovuto rimuoverla, perché avrebbe dovuto sacrificare il 50% di contenuti proposti nella versione finale.

La mappa di gioco all'inizio era 50 volte più grande di quella del gioco definitivo; il motivo della riduzione della proporzione della mappa è dovuto al fatto che Guerrilla voleva che capitasse ogni 200 metri un evento occasionale. Con una mappa così grande sarebbe stato impossibile. Infatti, gli sviluppatori hanno dichiarato che la mappa di gioco era più grande di quelle di Grand Theft Auto V e di The Elder Scrolls V: Skyrim messe insieme, rendendola di fatto di proporzioni gigantesche, e per questo, avrebbe occupato troppa memoria. In origine i nemici includevano solo le macchine, ma sono stati poi aggiunti anche antagonisti umani per rendere il gioco più vario. Lo studio, inoltre, avrebbe tagliato una meccanica simile al sistema Fulton presente in Metal Gear Solid: Peace Walker e The Phantom Pain, il quale permetteva ad Aloy di inviare a un deposito alcune macchine che venivano poi lanciate in aria e raccolte da una nave pirata volante. Il team decise di rimuoverla dal gioco perché era troppo complicata e non si inseriva coerentemente con la storia, la sua mitologia e il suo contesto culturale e tecnologico. Ashly Burch, la doppiatrice di Aloy, e Ben McCaw, il lead writer, hanno dichiarato che per la storia principale si sono ispirati ad alcuni racconti biblici come Ben-Hur e I dieci comandamenti.[13]

In un'intervista del 2019, il direttore artistico Mathijs De Jonge ha dichiarato che per creare il gioco si è ispirato a numerosi media, tra cui libri, film, serie televisive e naturalmente videogiochi. In quest'ultimo campo rivela che è stato particolarmente significativo Resident Evil 4 perché infatti lo ha definito un Sacro Graal in termini di level design, meccaniche di gioco e nemici. Un altro gioco da cui si è ispirato è The Last of Us, dicendo che è rimasto molto colpito dal finale, definendolo profondamente commovente, cosa molto rara in un videogioco. Per questo motivo, ha deciso di rendere il finale di Horizon Zero Dawn anch'esso commovente.

Trama

Pianeta Terra del XXXI secolo d.C. Corrono gli anni 3000 e siamo in America, in ciò che resta degli Stati Uniti Occidentali. Nell'anno 3021, in questo mondo post-apocalittico dominato dalle "Macchine" e in cui l'umanità è regredita in tribù primitive, tra le montagne che un tempo costituivano lo stato americano del Colorado, viene alla luce una bambina da una struttura ubicata all'interno di una montagna. Temendo che la neonata non fosse di origini umane, le Matriarche della tribù dei Nora la bollarono come Emarginata e la affidarono alle cure di Rost, un altro Emarginato, che decise di chiamarla Aloy.

Passano gli anni e Aloy cresce sotto l'ala di Rost, pur consapevole che non sia suo padre, imparando l'arte della caccia e della sopravvivenza. Un giorno, fuggendo al controllo di Rost, incappa in una struttura dei Predecessori, e vi trova un apparecchio, denominato Focus (una specie di visore per la realtà aumentata), il quale una volta indossato e attivato inizia a mostrare informazioni e immagini invisibili a occhio nudo. Il giorno successivo la piccola Aloy, dopo un'iniziale protesta da parte di Rost, usa il Focus per salvare un ragazzo Nora da un branco di Macchine che lo avevano circondato. Tuttavia riceve sdegno quando il padre del ragazzo scopre che è una Emarginata, creando frustrazione in Aloy circa il suo status di reietta. Decisa a scoprire le proprie origini, si addestra intensamente per affrontare la Prova, la cui vittoria non solo le avrebbe consentito il diritto di essere considerata di nuovo una Nora e far parte della tribù, ma le avrebbe anche dato la possibilità di parlare con le Matriarche, l'unico modo per scoprire quali fossero le proprie origini.

Dodici anni dopo e dunque maggiorenne, Aloy è pronta ad affrontare la Prova. Il giorno della Prova, Rost dona ad Aloy un ciondolo, consapevole che in caso di vittoria si sarebbero separati per sempre. Nonostante le proteste di Aloy e la sua promessa di incontrarlo comunque di nascosto, Rost afferma che sarebbe andato dove Aloy non lo avrebbe mai trovato. Giunge quindi il momento della Prova e Aloy, prima della gara, nota tra la folla un uomo con un Focus identico al suo e che risponde al nome di Olin. Nonostante lo scherno degli altri partecipanti e attraverso mille difficoltà, Aloy riesce a guadagnare l'agognato primo posto nella Prova, ma durante la premiazione i partecipanti vengono assaliti da un non meglio identificato gruppo armato. Aloy viene aggredita da un uomo che tenta di scaraventarla da un burrone: a sorpresa interviene Rost, che tuttavia viene ucciso nello scontro. L'uomo, di nome Helis, ordina di incendiare il luogo e, nell'esplosione che ne segue, Aloy precipita nel vuoto.

Si sveglia alcuni giorni dopo nell'Abbraccio della Madre (il centro della tribù dei Nora), attorniata dalle Matriarche che la credevano ormai in fin di vita. Recuperati i suoi oggetti e il Focus, Aloy vede la proiezione di una donna quasi identica a lei, ma che appare più anziana. Giunta davanti ad una grande porta, una voce comunica che l'accesso è negato in quanto non è possibile accettare il codice genetico di Aloy a causa di una corruzione del Sistema. Gioiose del fatto che la Dea conoscesse Aloy, le Matriarche la nominano Cercatrice, quindi autorizzata ad uscire dalle Terre Sacre per scoprire di più sulla sua nascita.

Durante il viaggio, Aloy scopre che gli uomini che hanno assalito la Prova sono cultisti dell'Eclissi, i quali stanno eseguendo l'ordine di una IA nota come ADE, che per qualche ignota ragione esige la sua morte, e che grazie al Focus di Olin i cultisti hanno tracciato la sua posizione, assalendola alla Prova. Aloy giura quindi vendetta nei confronti di Olin e, dopo aver aiutato un Nora di nome Varl a ritrovare Sona, la Capoguerra Nora (nonché madre di Varl e anch'essa vittima dei cultisti, in quanto questi ultimi hanno ucciso sua figlia che partecipava alla Prova), riesce a tracciare la posizione di Olin presso uno scavo situato nel Domino, la regione della tribù Carja, dove antiche macchine da guerra sono state riportate in vita dall'Eclissi. Dopo aver attaccato con successo il sito e catturato Olin, Aloy scopre che quest'ultimo serviva i cultisti in quanto moglie e figli erano loro ostaggi. A questo punto il giocatore sceglie se risparmiare o uccidere Olin. É qui che per la prima volta Aloy ode attraverso il Focus una voce misteriosa che le annuncia di aver disattivato i Focus dei nemici per aiutarla nell'assalto.

Giunta nella città di Meridiana, capitale dei Carja, Aloy reincontra Erend, un membro della tribù degli Oseram che aveva incontrato prima della Prova, e che ora le chiede aiuto per trovare la sorella Ersa, recentemente scomparsa. Aloy accetta di aiutare Erend e grazie alla sua intelligenza e perspicacia, Ersa verrà ritrovata agonizzante dopo aver cercato di sgominare i piani di Dervahl, il cui intento era far detonare la città e uccidere Avad, re dei Carja, dopo che quest'ultimo aveva ucciso il padre Jiran (chiamato re Folle) e posto fine alla guerra dei "Giorni Rossi", cioè quando i Carja attaccavano e sacrificavano i membri delle vicine tribù per placare l'ira delle Macchine. Avad, grato per l'aiuto di Aloy, le offre un posto come regina, ma essa rifiuta, concentrata a raggiungere il suo scopo.

Continuando nel suo viaggio, Aloy giunge ai confini settentrionali del Dominio, cioè Fine del Creatore, dove dopo aver distrutto una imponente Macchina da guerra, entra in una immensa struttura che scopre essere appartenuta alla Faro Automated Solutions, una corporazione del Mondo Antico che si occupava di costruire Macchine, inizialmente per scopi pacifici ma in seguito anche per scopi bellici. Qui scopre la causa che ha segnato la fine del mondo dei Predecessori: nel 2064 iniziò la "Piaga di Faro", un glitch che dà alle Macchine la possibilità di autoreplicarsi e di nutrirsi di biomassa, senza il controllo umano. Vista l'ormai prossima fine della vita sulla Terra, la brillante scienziata Elisabet Sobeck, che in principio lavorava per Faro, dà il via al Progetto Zero Dawn, un sistema di terraformazione automatizzato controllato da una IA nota come GAIA, il cui compito era riportare la vita sulla Terra. GAIA controllava nove funzioni subordinate:

Tuttavia Ted Faro, creatore della Faro Automated Solutions, che non voleva che i suoi errori fossero scoperti dai posteri ed essere ricordato come l'artefice della fine del mondo, elimina il database di APOLLO, causa per cui l'umanità, una volta ricreata, è ripartita dallo stato tribale. GAIA riesce comunque a portare a termine il proprio compito riportando la vita sulla Terra esattamente mille anni dopo la Piaga di Faro.

Accade però un evento inaspettato: un segnale sconosciuto viene trasmesso alla struttura di GAIA Prime, trasformando le funzioni subordinate di GAIA in IA autonome: ADE inizia a resettare il processo di terraformazione e GAIA, prima di autodistruggersi per evitare che ADE ne prendesse il controllo, ordina ad ILIZIA di creare un clone di Elisabet Sobeck in modo che potesse accedere alla struttura di GAIA Prime e, attraverso l'override principale, disattivare ADE: Aloy quindi altri non è che un clone di Elisabet che, scambiato per la stessa dottoressa dagli identiscan, ha accesso a tutte le strutture di Zero Dawn.

A questo punto la voce misteriosa si rivela ad Aloy. Il suo nome è Sylens e in passato aveva stipulato un patto con ADE: in cambio delle conoscenze tecniche dell'IA, egli avrebbe fornito seguaci che avrebbero eseguito ogni suo ordine. Nacque così l'Eclissi, il cui scopo era riconquistare la città di Meridiana strappandola ad Avad. In realtà, Sylens fu raggirato in quanto lo scopo di ADE era di raggiungere l'antenna vicino a Meridiana per riattivare le macchine da guerra di Faro e provocare una nuova estinzione. Sylens, quindi, per sconfiggere ADE, si serve di Aloy in quanto capisce che è il mezzo migliore per raggiungere i suoi scopi.

La battaglia finale contro ADE a Meridiana porta l'unione di tutte le tribù dell'Est (Nora, Banuk, Carja e Oseram) alla vittoria contro l'Eclissi e alla vendetta di Aloy contro Helis. Dopo aver respinto l'attacco nemico insieme agli alleati incontrati via via nel suo viaggio, finalmente Aloy con l'Override Principale disattiva ADE e salva momentaneamente la Terra dall'estinzione. Dopo la battaglia Aloy è libera poiché, essendo una Cercatrice, potrà andare per sempre dove vuole; decide di rintracciare il luogo in cui si trova il corpo di Elisabet, recuperando da esso un ciondolo che rappresenta la Terra. Nel frattempo Sylens, segretamente, preleva ADE e lo porta via con sé nell'Ovest Proibito.

Personaggi

Tribù

Personaggi principali

Modalità di gioco

Horizon: Zero Dawn è stato realizzato con motore grafico Decima, di proprietà di Guerrilla Games e già utilizzato per Killzone: Shadow Fall e Until Dawn[14].

Il titolo è caratterizzato dall'estrema libertà di interazione con il mondo a disposizione, libertà che rappresenta, insieme con The Legend of Zelda: Breath of the Wild lo stato dell'arte per gli open world. La novità di Horizon, in realtà, non risiede tanto nelle soluzioni tecniche - già viste in titoli come Monster Hunter, Far Cry Primal e Tomb Raider - quanto nell'applicazione di queste soluzioni in un insieme fluido e coerente nel quale, tra l'altro, non esistono tempi di caricamento.[15]

Nel gioco si è liberi di esplorare un'enorme mappa, formata da tre principali ecosistemi: le foreste, un grande deserto e una distesa di ghiaccio e montagne. È presente l'alternanza notte e giorno e anche il cambio atmosferico. Tali ecosistemi sono popolati da macchine che nelle sembianze ricordano animali e dinosauri. Pur essendo tutte tendenzialmente ostili, ciascuna "specie" mostra interazioni diverse: alcune attaccheranno perché intimorite dalla presenza umana, altre saranno manifestamente aggressive. Queste creature meccaniche possono essere distrutte oppure domate grazie a un override del sistema e utilizzate come cavalcature. Alcune macchine posseggono delle armi molto potenti che possono essere staccate e usate contro le creature robotiche.

Per eliminare le macchine si potranno impiegare varie armi, come l'arco, la fionda, una lancia o trappole da piazzare a terra. Le armi e gli abiti sono suddivise in tre categorie di colori che servono per specificare la potenza delle armi e resistenza degli abiti. I colori sono, partendo dal grado più basso, il verde, il blu e il viola che rappresentano rispettivamente i gradi Leggero, Medio e Pesante . Il sistema di commercio non è basato su una valuta, bensì sul baratto: una volta distrutte, le macchine possono essere depredate di alcune risorse, come parti di metallo e generatori elettrici, e tali materiali potranno essere scambiati per abiti e armi. Le armi e armature si potranno migliorare con dei potenziamenti speciali acquistabili dai mercanti o trovabili nelle carcasse delle macchine.

Aloy ha a disposizione un apparecchio elettronico chiamato Focus che tiene sempre attaccato all'orecchio destro. Il Focus sarebbe un moderno cellulare e computer che una volta attivato le permette di esaminare con più attenzione un'area attorno a sé trovando dettagli che a occhio umano sfuggono. Tale apparecchio può esaminare le macchine riuscendo a localizzare i punti deboli. Il Focus permette di evidenziare il percorso dei nemici facendo in modo di prepararsi o tendere trappole ai nemici. Le permette anche di ascoltare le registrazioni audio degli Antichi e vedere i messaggi olografici. L'apparecchio è in grado anche di memorizzare ogni oggetto che trova e Aloy lo può usare anche per copiare messaggi olografici degli Antichi.

Sono presenti diverse missioni secondarie che possono essere svolte in qualunque momento, inoltre alcune missioni secondarie si possono sbloccare andando avanti con la trama. Alcune missioni secondarie incideranno anche nella trama principale in base a come si relaziona coi personaggi.

È presente un albero delle abilità, potenziabile salendo di livello con l'esperienza ottenuta distruggendo macchine o completando missioni principali e secondarie, che andrà ad aumentare le capacità di caccia, la resistenza fisica o lo stealth. Man mano che si ottiene esperienza si sale di livello ottenendo un punto di abilità da utilizzare per sbloccare un'abilità. Il livello massimo è 50. Le abilità sono divise in tre categorie: Predatrice, Audace e Raccoglitrice.

Aloy potrà arrampicarsi sulle rocce e su altre strutture dotate di appositi appigli usando la tecnica del parkour. L'interazione con personaggi non giocanti permetterà di scegliere diverse opzioni di dialogo, utilizzando un sistema simile a quello delle serie Dragon Age e Mass Effect per approfondire di più la missione o per conoscere di più la persona con cui si parla.

Edizioni speciali

Deluxe Edition

Questa edizione include un arco da abbattimento Banuk, un pack Guardiana Nora, un abito da ranger della tempesta carja, un arco possente carja, un pack mercante carja, un pack viaggiatrice banuk e un artbook digitale.

Limited Edition

Include uno Steel Book e un Art Book. Due set di archi e un costume da utilizzare nel gioco. Due pacchetti risorse da utilizzare nel gioco (uno a tema di commercio e un tema di viaggio)

Collector's Edition

Include uno Steel Book e un Art Book. Una statua di Aloy. Due set di archi e un costume da utilizzare nel gioco. Tre pacchetti risorse da utilizzare nel gioco (uno a tema di commercio, un tema di viaggio e un tema di caccia).

Complete Edition

Il 4 ottobre 2017 Sony annuncia la pubblicazione della Complete Edition, che è disponibile dal 6 dicembre 2017 e include il gioco base più il DLC The Frozen Wilds.[16]

Espansioni

The Frozen Wilds

Il 16 marzo 2017, Guerrilla annuncia la lavorazione del primo DLC di Horizon Zero Dawn.[17] All'E3 2017 Guerrilla annuncia il nome del DLC, chiamato The Frozen Wilds pubblicato il 7 novembre 2017.[18] Gli sviluppatori hanno annunciato che è un contenuto molto corposo ed è ambientato in una nuova mappa con nuove macchine, armi e una nuova storia.[19] Guerrilla Games a ottobre 2017 annuncia che The Frozen Wilds è l'unico DLC di Horizon Zero Dawn.[20] I produttori rivelano che per creare la nuova area di gioco si sono ispirati al Parco nazionale di Yellowstone.

Tale contenuto è ambientato cronologicamente a un terzo durante la trama principale. I produttori hanno annunciato che The Frozen Wilds ha una durata di 15 ore. Per affrontare il DLC è necessario aver superato il livello 30. La nuova area, chiamata "Lo squarcio", si trova a nord-est della mappa ed è abitata dai Banuk. Aloy giunge in questo luogo innevato col compito di indagare su una nuova minaccia che opprime la zona. Tale DLC aumenta il livello di esperienza da 50 a 60, vengono introdotte quattro nuove categorie di macchine, un nuovo ramo delle abilità chiamato "Viaggiatrice", è possibile potenziare la lancia, vengono introdotte nuove armi e abiti, è possibile trovare nuovi oggetti scambiandoli per potenziamenti, viene introdotto un particolare oggetto trovabile in natura da usare per contrattare coi mercanti.

Fin dalla pubblicazione, The Frozen Wilds ha ricevuto recensioni positive.[21] Il voto più alto di PlayStation LifeStyle (100/100). I voti più bassi sono di Gameblog.fr (70/100) e Destructoid (75/100). Il resto delle valutazioni ha ricevuto voti 80/100 e 90/100. È stata apprezzata l'ambientazione e lo scenario di una zona completamente innevata con un clima rigido e freddo da sopportare rendendo la nuova zona ricca di bei paesaggi. Ha avuto recensione positive per il miglioramento delle espressioni facciali. Alcune recensioni hanno definito l'avventura di "The Frozen Wilds" fantastica e da non perdere. Il canale Digital Foundry ha definito "The Frozen Wilds" una delle migliori esperienze di gioco attualmente fruibili in 4K, ha elogiato particolarmente la deformazione della neve ai movimenti e la scelta dei colori del paesaggio.

Vendite

Nella prima settimana dall'uscita, Horizon Zero Dawn si è piazzato al primo posto tra i videogiochi più venduti nel Regno Unito.[22] Ha superato No Man's Sky come lancio di maggior successo di una nuova IP su PlayStation 4 ed è stato l'esordio di maggior successo di ogni genere su PlayStation 4 da Uncharted 4: Fine di un ladro,[9] nonché il più grande debutto di sempre per Guerrilla Games.[23] In Giappone si è invece piazzato al secondo posto, vendendo quasi 117 000 copie nella prima settimana, superato da The Legend of Zelda: Breath of the Wild.[24] Horizon Zero Dawn è stato il secondo titolo più scaricato sugli store digitali di PlayStation 4 negli Stati Uniti nel mese di febbraio; dal momento che il gioco è uscito l'ultimo giorno di febbraio, sono state contate le vendite di un solo giorno.[25] È stato il videogioco più venduto nella prima settimana d'uscita in Australia.[26] Nel mese di marzo, è stato il secondo videogioco più venduto nel Regno Unito e il titolo più venduto su PlayStation 4.[27] È stato anche il titolo più scaricato su PlayStation Store di quel mese.[28] Si è piazzato al primo posto in classifica per le vendite del Regno Unito del 22 aprile 2017, e ha ottenuto l'ottavo posto nelle vendite in Giappone del 16 aprile.[29]

Horizon Zero Dawn, a due settimane dall'uscita nei negozi, ha venduto 2,6 milioni di copie.[30] Entro la fine del mese di giugno il gioco ha raggiunto le 3,4 milioni di copie vendute, di cui 915 000 digitali, rendendolo il secondo videogioco più venduto su Playstation 4.[10] Dal 12 al 18 giugno 2017 Horizon Zero Dawn è il videogioco più venduto nei mercati italiani.[31] A un anno dall'uscita del gioco, la Sony comunica che il gioco ha venduto 7,6 milioni di copie rendendo Horizon Zero Dawn il nuovo "First Party" più venduto su Playstation 4.[32] Nel marzo 2019 Guerrilla rivela che il gioco ha venduto 10 milioni di copie diventando di fatto il 6° gioco più venduto per Playstation 4. A novembre 2021 il gioco ha raggiunto la quota di 20 milioni di copie vendute.[33]

Accoglienza

Horizon Zero Dawn ha ricevuto recensioni estremamente positive, ottenendo sul sito Metacritic un punteggio medio di 89 su 100, basato su 115 recensioni.[7] Il gioco è stato acclamato dalla critica per l'aspetto open world, la storia, la grafica, le meccaniche di combattimento, il design dei nemici e il personaggio principale.

Pete Hines, vicepresidente di Bethesda ha elogiato il gioco affermando che può essere il suo videogioco preferito dell'anno e si congratula con Guerrilla per l'ottimo lavoro svolto affermando infatti che se non avessero osato fare qualcosa di diverso non esisterebbe Horizon facendo l'esempio di Naughty Dog che ha creato The Last of Us invece di continuare a produrre solo la saga di Uncharted. Inoltre ha affermato che un buon videogioco può essere creato dopo aver curato ogni minimo dettaglio e farlo uscire solo dopo essere sicuri che sia pronto. La CD Projekt RED si congratula con Guerrilla Games per l'ottimo videogioco pubblicando su twitter un disegno dove Geralt di Rivia (protagonista della saga videoludica The Witcher) da il cinque ad Aloy. Guerrilla per ringraziare di tale disegno anch'essa pubblica su twitter un disegno di Geralt e Aloy intenti a iniziare una gara di caccia. Il produttore Yoko Taro di Nier: Automata ha elogiato Horizon Zero Dawn per l'incredibile grafica e le macchine disegnate con una fisica delicata e con dettagli precisi, inoltre ha affermato che Guerrilla si è sempre distinta per la grafica per la serie Killzone ma con Horizon ha raggiunto livelli talmente elevati al punto che possono farne una serie animata.

Colm Ahern di VideoGamer.com ha elogiato il gioco affermando che "cacciare le macchine e passare da un'arma all'altra è una cosa inebriante ma la cosa più avvincente è la ricerca di Aloy per scoprire la sua origine". Peter Brown di GameSpot ha elogiato il personaggio Aloy e il suo processo di maturazione durante il gioco. Lucy O'Brien di IGN ha ammirato molto il significato del gioco ma ha elogiato molto la personalità di Aloy, inoltre ha trovato il sistema di combattimento molto avvincente.

La rivista italiana The Games Machine ha assegnato al titolo un voto "ottimo" (9/10), definendolo «il gioco più spettacolare mai apparso su console».[42]

Il sito web Everyeye.it ha assegnato al videogioco un punteggio di 9,2/10 definendolo "uno dei migliori Open-World di questa generazione".[37]

Il regista John Carpenter ha elogiato il gameplay di Horizon Zero Dawn, affermando che "crea dipendenza grazie alla sua magnificenza".[43]

Il padre della Xbox, Seamus Blackley, il 4 aprile è stato ospite del podcast The Inner Circle, dove ha lodato la Sony per il suo nuovo gioco.

Ai premi del 2018 della rivista statunitense Game Informer ha vinto il premio "Miglior Gioco Esclusivo Sony", "Miglior Trama" e "Miglior Protagonista".

La rivista online Polygon lo ha inserito nella classifica dei 50 videogiochi migliori del 2017 piazzandolo all'ottavo posto.[44]

Il trailer sulla storia di Aloy è il trailer di un videogioco più visto dell'anno 2017.

Riconoscimenti

Opere correlate

Sequel

L'11 giugno 2020, durante un evento streaming di Sony PlayStation, è stato mostrato il trailer del secondo capitolo della saga di Horizon, intitolato Horizon Forbidden West. Il 27 maggio 2021 viene mostrato il primo gameplay del gioco tramite uno State Of Play interamente dedicato ad esso. L'uscita del videogioco era prevista per il 2021, ma il 25 agosto 2021 il game director Mathis de Jong ha confermato il posticipo del gioco al 18 febbraio 2022.[46]

Spin-off

Nel giugno 2024 è stato annunciato LEGO Horizon Adventures, il quale reinterpreta gli eventi di Zero Dawn in un'ambientazione a tema LEGO, per Nintendo Switch, PlayStation 5 e Windows.[47] Il gioco è disponibile dal 14 novembre 2024.[48]

Crossover

Nel 2018 all'uscita del videogioco Monster Hunter: World è stata resa nota la collaborazione con Guerrilla Games. In pratica il gioco permette ai giocatori di ottenere un set armatura basato su quello di Aloy, la protagonista di Horizon Zero Dawn. Oltre al costume che darà ai giocatori le sembianze di Aloy, indipendentemente dal sesso che si è scelti, si potrà ottenere anche l'arco di Aloy e il fido compagno di avventura si trasformerà in una vedetta di Horizon Zero Dawn. Per ottenere tali cose bisogna completare delle quest evento presenti nel gioco. Tale evento è stato reso disponibile dal 26 gennaio 2018 al 9 febbraio 2018.

Un secondo evento di Horizon Zero Dawn presente in Monster Hunter: World è stato reso disponibile. In pratica bisognerà completare una missione particolare, ovvero, uccidere un Anjanath. Una volta fatto si potrà ottenere l'accesso alla creazione dell'uniforme di Aloy e del suo arco.

Con l'espansione di Monster Hunter World: Iceborne viene portata avanti la collaborazione con Horizon Zero Dawn The Frozen Wilds, dove è possibile ottenere la Lanciatuono, arma presente sia su Horizon sia poi su Monster Hunter, il set armatura Tessitrice di Scudi e Banuk e infine un set armatura per il palico, ispirato al Gelartiglio.

Nel mese di aprile del 2021, vi è una collaborazione con Fortnite Battle Royale, sviluppato da Epic Games, che vede la protagonista Aloy prendere parte all'universo virtuale del popolare videogioco, assieme a tutto un set di oggetti cosmetici a lei dedicati. Inoltre, un'inedita modalità a tempo limitato permette ai giocatori di vestire i panni del personaggio, affiancato da Lara Croft.

Film

Nel gennaio 2025, alla presentazione del CES di Las Vegas, Sony ha annunciato un adattamento cinematografico del videogioco.[49]

Note

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Istruzioni alla servitù

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Istruzioni alla servitù

Istruzioni alla servitù (Directions to servants) è un'opera dello scrittore irlandese Jonathan Swift (1667-1745).

Storia del testo

Da una lettera inviata da Swift ad Alexander Pope nel 1732, parrebbe che l'opera sia stata concepita nel 1704, ma del libro Swift parla già (e per la prima volta) nel 1731, in una lettera a John Gay del 28 agosto[1]. In questa lettera Swift rende noto a Gay che si è ritirato in campagna "per il pubblico bene" a lavorare a due opere. Una di queste corrisponde alle Directions.[1]

Nel 1738 il manoscritto risulta smarrito e Swift, che a quell'epoca è già anziano (morirà sette anni dopo), preoccupato, insiste con il proprio editore per ritrovarlo. Nel 1740 il manoscritto risulta ritrovato, ma Swift è ormai troppo malato per potervi lavorare (ed in effetti non è certo che lo fece).[1]

Le Istruzioni alla servitù furono pubblicate per la prima volta nel 1745, postume. Ad oggi sono sopravvissuti due manoscritti[1]:

Non è risultato facile datare i due manoscritti e comunque sono entrambi differenti rispetto all'edizione del 1745, che risulta più ricca di materiali. Se ne desume che esistettero altri originali, andati perduti, e che la prima edizione si basò su un terzo manoscritto e di altri materiali sparsi.[1]

L'opera

Le Istruzioni alla servitù si presentano come un manuale per servitori: chi scrive afferma di essere stato egli stesso un valletto, con sette anni di servizio alle spalle.[1]

La natura delle istruzioni appare paradossale, tanto che Lodovico Terzi ha definito il libro "false istruzioni, o meglio istruzioni a mal fare"[1]. Chi scrive rappresenta virtualmente un sodale dei servitori. Di conseguenza i consigli del valletto-scrittore sono orientati interamente all'interesse dei servi. Egli dà consigli su come assentarsi dal servizio e farla franca, su come guadagnare sugli acquisti del padrone, su come non rinunciare ai piaceri in generale, anche quando ciò va a discapito della qualità del servizio. Scrive ancora Terzi: "In questo gioco, ogni aspetto dell'attività pratica e della situazione psicologica di una grande casa settecentesca è tirato in ballo con una straordinaria precisione, cosicché ogni scenetta comprende una istruzione al rovescio e una descrizione al dritto"[1].

Le traduzioni italiane

La prima traduzione italiana uscì nel 1928 presso le edizioni Apollo di Bologna, col titolo L'arte di derubare i padroni: consigli ai domestici d'ambo i sessi. Del 1978 è la prima edizione Adelphi col titolo Istruzioni alla servitù; nel 1987 la Biblioteca Universale Rizzoli pubblica il libro a cura di Attilio Brilli col titolo Istruzioni ai domestici. Nel 1991 la casa editrice Nuages di Milano pubblica un'edizione col titolo Istruzioni alla servitù illustrata da Francesco Tullio Altan.

Note

Bibliografia

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Justin Long

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Justin Long

Justin Jacob Long (Fairfield, 2 giugno 1978) è un attore statunitense.

Biografia

Nato e cresciuto a Fairfield, nel Connecticut, figlio d'un docente universitario di filosofia e latino d'origini italiane per parte materna[1], R. James Long, e d'una ex attrice attiva perlopiù in ambito teatrale, Wendy Lesniak,[2][3] ha due fratelli, Damian e Christian. Debutta nel 1999 nel film Galaxy Quest, in seguito recita nell'horror Jeepers Creepers - Il canto del diavolo, nel suo seguito e nel film di Tamra Davis Crossroads - Le strade della vita. Dal 2000 al 2003 interpreta Warren Cheswick nella serie televisiva Ed, dopo la sua partecipazione alla serie, lavora in Palle al balzo - Dodgeball e nel 2005 è nel cast di Herbie - Il super Maggiolino con Lindsay Lohan. Nel 2006 recita accanto a Blake Lively nella commedia Ammesso.

Dopo essere apparso in un episodio di That '70s Show, recita nelle commedie Ti odio, ti lascio, ti... e Idiocracy. Viene ingaggiato, sempre nel 2006, per interpretare la parte di un computer Mac, in coppia con John Hodgman nel ruolo del PC all'interno della campagna pubblicitaria americana Get a Mac, indetta dalla Apple. Ma la grande occasione arriva nel 2007, quando viene scelto per affiancare Bruce Willis in Die Hard - Vivere o morire. Sempre nel 2007 interpreta George Harrison nella commedia Walk Hard - La storia di Dewey Cox. Nel 2023 interpreta il professor Nathan Bratt nella prima stagione della serie tv di Disney + Piccoli brividi.

Vita privata

Ha avuto una relazione con Drew Barrymore, conosciuta sul set di La verità è che non gli piaci abbastanza. Dall'estate del 2013 al settembre 2015 ha avuto una relazione con l'attrice Amanda Seyfried. Nel gennaio del 2022 si è legato alla collega Kate Bosworth, che ha poi sposato nel 2023.

Filmografia

Attore

Cinema

Televisione

Attore, sceneggiatore e produttore

Doppiatore

Conduttore

Doppiatori italiani

Nelle versioni in italiano delle opere in cui ha recitato, Justin Long è stato doppiato da:

Da doppiatore è sostituito da:

Note

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1º Reggimento trasmissioni

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1º Reggimento trasmissioni

Il 1º Reggimento Trasmissioni è un reparto dell'Esercito Italiano con sede a Milano.

Storia

Il 1º Reggimento Trasmissioni è tra gli eredi naturali della Brigata Specialisti del 3º Reggimento Genio Telegrafisti formatosi per Regio Decreto il 15 ottobre 1895 e del 1º Reggimento Genio Radiotelegrafisti, alle cui tradizioni, onuste di gloria, il reparto è fieramente legato.[1]

Alla Brigata Specialisti era stato affidato lo studio della nuova tecnica della radio (esperimento di Marconi del 1895) nonché la realizzazione e la sperimentazione dei prototipi di stazioni radio-telegrafiche militari che, per la prima volta, fanno la loro apparizione alle grandi manovre del 1906.

Tale relazione storica e ideale è indicata nello stemma araldico del Reggimento ove compare la torre romana da segnalazione, simbolo che viene concesso a quei reparti delle trasmissioni che hanno rappresentato riferimento altamente significativo nell'evoluzione dei mezzi militari di comunicazione.[1]

Sempre inserita nell'ambito del Reggimento la nuova specialità partecipa alla guerra italo-turca e al primo conflitto mondiale, ove costituisce il III Battaglione del Reggimento.

Dopo la conclusione degli eventi bellici, il 3º Reggimento Genio viene soppresso (21 novembre 1919) mentre il III Battaglione telegrafisti si trasforma e diviene Reggimento Radiotelegrafisti.[1]

Il 15 novembre 1926 ha origine in Vercelli, presso le Caserme "Conte di Torino" e "Bava", il 1º Reggimento Radiotelegrafisti che, in virtù di successive varianti organiche, viene sciolto il 28 ottobre 1932, trasferendo ad altri Reggimenti del Genio uomini e materiali; il personale preposto alla branca "comunicazioni radio-elettriche" costituisce la specialità denominata Genio "Collegamenti" concorrendo alla costituzione dei Battaglioni Genio Collegamenti di Corpo d'armata.[1]

Con questa denominazione circa 200 unità a livello Compagnia, per un totale di 40.000 uomini, partecipano al secondo conflitto mondiale, utilizzando mezzi radio, a filo, ottici e animali in ogni scacchiere operativo, fornendo un indimenticabile contributo di tecnica e di sangue, dalle impervie montagne greco-albanesi alle assolate lande africane, dalle steppe russe al martoriato territorio italiano nella guerra di liberazione.[1]

Nel riordino delle unità del risorto Esercito Nazionale (1º dicembre 1948) ha origine in Milano il Battaglione Collegamenti III C.M.T. per effetto dell'ampliamento di una preesistente Compagnia Collegamenti.

Nel 1953, a seguito della enucleazione della branca "Collegamenti" dall'Arma del Genio, il reparto assume la denominazione di "III Battaglione trasmissioni".

Nel riassetto ordinativo che riduce il numero di Comandi Territoriali Militari (attribuendo a essi l'attuale fisionomia di Regione Militare) e dà origine al 3º e 5º Corpo d'Armata, il Battaglione muta dipendenza organico-funzionale e assume la denominazione di "III Battaglione di Corpo d'armata".

Con la ristrutturazione del 1975 l'Unità è resa depositaria delle tradizioni del 1º Reggimento radiotelegrafisti e assume il nome di 3º Battaglione trasmissioni "Spluga" a cui viene assegnato, in data 23 maggio 1976, la Bandiera di guerra.

Con decreto del Presidente della Repubblica del 18 ottobre 1976 è concesso lo stemma araldico con il motto «Per Aethera Loquimur».

Nel periodo dal 9 al 12 giugno 1988, a riconoscimento dell'opera svolta durante l'alluvione in Valtellina, al battaglione è stata concessa la cittadinanza onoraria da parte dei Comuni di San Giacomo Filippo, Campodolcino, Madesimo, Chiavenna e il gemellaggio con la Comunità Montana della Valchiavenna, nel cui territorio si trova il Passo dello Spluga.

Nel riordino attuato nell'ambito delle Unità delle Trasmissioni del 3 ° C.A., il Reparto ha incorporato nel 1991 personale, materiali e mezzi del disciolto 231º Battaglione trasmissioni "Sempione", della Compagnia trasmissioni "Goito", della Compagnia trasmissioni "Brescia" e del Battaglione logistico "Goito".

Il 15 ottobre 1995, l'unità ha assunto la configurazione reggimentale con la denominazione di 1º Reggimento trasmissioni.

Nel periodo 10 aprile - 10 agosto 1997 il Reggimento ha partecipato all'operazione Alba in territorio Albanese. Dal marzo del 1999 il 1º Reggimento Trasmissioni è stato impiegato nelle operazioni: Joint Force in Bosnia, Joint Guardian in Kosovo, e l'Operazione Allied Harbour in Albania senza soluzione di continuità sino al giugno 2001, fornendo personale, mezzi e materiali sino a livello Battaglione.

Nel 1998, al Reggimento viene conferita la cittadinanza onoraria della città di Milano.

Il 27 agosto 2001 è stato costituito il 2º Battaglione Sempione.

Il 31 ottobre 2001, il 1º Reggimento Trasmissioni cessa dalla dipendenza del Comando C4-IEW in Anzio, passando, dal 1º novembre 2001, alle dipendenze della Brigata Trasmissioni del Corpo d'Armata di Reazione Rapida di Solbiate Olona. Quest'ultima nell'anno 2007 ha cambiato denominazione in Brigata di Supporto al NATO Rapid Deployable Corps (NRDC-ITA).

Nel periodo novembre 2003 - ottobre 2005, è stato impegnato quale TFC4 di sostegno al BATTLE GROUP Italiano schierato in Bosnia.

Nel 2004 partecipa alla costituzione e approntamento della NATO RESPONCE FORCE 3.

Nel periodo giugno 2005 - luglio 2006 prende parte alle operazioni in Afghanistan come HSG del Comando ISAF VIII, come TFC4 di KMNB su base Brigata alpina "Taurinense", TFC4 dei contingenti ITALFOR XI e XII schierati a Kabul.

Nel 2007 partecipa alla costituzione e approntamento della NATO RESPONCE FORCE 9.

Sempre nel 2007, il 1º Reggimento Trasmissioni ha impiegato una modesta Unità in Afghanistan a Herat.

Inoltre nel periodo novembre 2007 - agosto 2008, si sono alternate rispettivamente la 4ª e la 5ª Compagnia (TFC4) per il Regional Command Capital (RC-C) a Kabul in Afghanistan.

Stemma

Scudo: inquartato. Il primo di Roma (d'argento alla lupa capitolina d'oro); il secondo al monte di tre cime al naturale su campagna di verde attraversata da un fiume di azzurro; il terzo di Libia (d'azzurro alla palma fruttata d'oro su campagna di verde); il quarto di Milano (d'argento alla croce di rosso). In cuore, uno scudetto d'argento, alla torre antica da vedetta con segnalazione romana, di rosso.

Corona turrita.

Ornamenti: lista bifida d'oro, svolazzante, collocata sotto la punta dello scudo, incurvata con la concavità rivolta verso l'alto, riportante il motto : Per Aethera Loquimur.

Sintesi della blasonatura

1º quarto: la lupa capitolina simboleggia il legame territoriale del Reggimento con Roma, città nella quale è stata formata la prima unità che, trasformandosi, ha dato poi vita al 1º Reggimento Radio;

2º quarto: è dedicati ai legami storici dell'unità con il Veneto (ove sono state impiegate unità R.T. nella guerra 1915-18);

3º quarto: la palma della Tripolitana ricorda i legami storici dell'unità con la Libia (ove sono state impiegate unità R.T. nella guerra italo-turca);

4º quarto: l'arme di Milano ricorda la città ove nel secondo dopoguerra il Btg. Collegamenti si è formato prendendovi anche sede.

Lo scudetto al centro dello stemma è simbolo del legame storico tradizionale delle odierne unità dell'Arma delle trasmissioni con l'antico sistema di segnalazioni e trasmissioni notizie in uso presso i romani.

Onorificenze

Alla bandiera

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Gruppo di Weyl

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Gruppo di Weyl

In matematica, in particolare la teoria delle algebre di Lie, il gruppo di Weyl (dal nome di Hermann Weyl) di un sistema di radici è un sottogruppo del gruppo di isometrie di quel sistema di radici. Nello specifico, è il sottogruppo che si genera per riflessioni attraverso gli iperpiani ortogonali alle radici, e come tale è un gruppo finito di riflessioni. Infatti risulta che la maggior parte dei gruppi di riflessione finiti sono gruppi di Weyl. [1] In astratto, i gruppi di Weyl sono gruppi di Coxeter finiti e ne sono esempi importanti.

Il gruppo di Weyl di un gruppo di Lie semisemplice, di un'algebra di Lie semisemplice, di un gruppo algebrico lineare semisemplice, ecc. è il gruppo di Weyl del sistema di radici di quel gruppo o algebra .

Definizione ed esempi

Sia

Φ {\displaystyle \Phi } {\displaystyle \Phi } un sistema di radici in uno spazio euclideo {\displaystyle V}. Per ogni radice {\displaystyle \alpha \in \Phi }, sia {\displaystyle s_{\alpha }} la riflessione rispetto all'iperpiano perpendicolare a {\displaystyle \alpha }, data esplicitamente da

dove

{\displaystyle s_{\alpha }(v)=v-2{\frac {(v,\alpha )}{(\alpha ,\alpha )}}\alpha }
, ) {\displaystyle (\cdot ,\cdot )} {\displaystyle (\cdot ,\cdot )} il prodotto interno su {\displaystyle V} . Il gruppo di Weyl {\displaystyle W} di {\displaystyle \Phi } è il sottogruppo del gruppo ortogonale {\displaystyle O(V)} generato da tutti gli {\displaystyle s_{\alpha }}. Per definizione di sistema di radici, ciascuno degli {\displaystyle s_{\alpha }} conserva {\displaystyle \Phi }, da cui segue che {\displaystyle W} è un gruppo finito.

Nel caso del sistema di radici di

{\displaystyle W}
A 2
{\displaystyle \Phi }
{\displaystyle A_{2}} {\displaystyle A_{2}}, ad esempio, gli iperpiani perpendicolari alle radici sono solo linee e il gruppo di Weyl è il gruppo di simmetria di un triangolo equilatero, come indicato nella figura. Come un gruppo, {\displaystyle W} è isomorfo al gruppo di permutazione su tre elementi, considerabili come i vertici del triangolo. Si noti che in questo caso, {\displaystyle W} non è il gruppo di simmetria completo del sistema di radici; una rotazione di 60 gradi conserva {\displaystyle \Phi } ma non è un elemento di {\displaystyle W} .
{\displaystyle e_{i}-e_{j},\,i\neq j}

Si consideri anche il sistema di radici

{\displaystyle e_{i}}
{\displaystyle A_{n}} {\displaystyle A_{n}}. In questo caso, {\displaystyle V} è lo spazio di tutti i vettori in {\displaystyle \mathbb {R} ^{n+1}} le cui entrate si sommano a zero. Le radici sono costituite dai vettori della forma {\displaystyle e_{i}-e_{j},\,i\neq j}, dove {\displaystyle e_{i}} è l'{\displaystyle i}-esimo elemento base standard per {\displaystyle \mathbb {R} ^{n+1}} . La riflessione associata a tale radice è la trasformazione di {\displaystyle V} ottenuto scambiando il {\displaystyle i}- e {\displaystyle j} -esimi elementi di ciascun vettore. Il gruppo di Weyl per {\displaystyle A_{n}} è allora il gruppo di permutazione su {\displaystyle n+1} elementi.

Camere di Weyl

Se

{\displaystyle \Phi }
V {\displaystyle \Phi \subset V} {\displaystyle \Phi \subset V} è un sistema di radici, si può considerare l'iperpiano perpendicolare a ciascuna radice {\displaystyle \alpha }. Si ricordi che {\displaystyle s_{\alpha }} denota la riflessione sull'iperpiano e che il gruppo di Weyl è il gruppo di trasformazioni di {\displaystyle V} generato da tutti i {\displaystyle s_{\alpha }}. Il complemento dell'insieme degli iperpiani è disconnesso e ogni componente connesso è chiamato camera di Weyl. Se abbiamo fissato un particolare insieme di radici semplici, possiamo definire la camera fondamentale di Weyl associata a come l'insieme dei punti {\displaystyle v\in V} tale che {\displaystyle (\alpha ,v)>0} per ogni {\displaystyle \alpha \in \Delta }.

Dal momento che le riflessioni

{\displaystyle s_{\alpha },\,\alpha \in \Delta ,}
α {\displaystyle s_{\alpha }} {\displaystyle s_{\alpha }}, {\displaystyle \alpha \in \Phi }, conservano {\displaystyle \Phi }, conservano anche l'insieme degli iperpiani perpendicolari alle radici. Pertanto, ogni elemento del gruppo di Weyl permuta le camere di Weyl.

La figura illustra il caso del sistema di radici

{\displaystyle \Delta }
A 2
{\displaystyle \Phi }
{\displaystyle A_{2}} {\displaystyle A_{2}}. Gli "iperpiani" (in questo caso, unidimensionali) ortogonali alle radici sono indicati da linee tratteggiate. I sei settori di 60 gradi sono le camere di Weyl e la regione ombreggiata è la camera di Weyl fondamentale associata alla base indicata.

Un teorema generale di base sulle camere di Weyl è questo:

Un risultato correlato è questo:

Struttura di gruppo di Coxeter

Gruppo generatore

Un risultato chiave sul gruppo di Weyl è il seguente:

{\displaystyle \Delta }

Vale a dire, il gruppo generato dalle riflessioni

{\displaystyle \{s_{\alpha },s_{\beta }\}}
, α Δ ,
{\displaystyle v}
{\displaystyle s_{\alpha },\,\alpha \in \Delta ,} {\displaystyle s_{\alpha },\,\alpha \in \Delta ,} è lo stesso del gruppo generato dalle riflessioni {\displaystyle s_{\alpha },\,\alpha \in \Phi } .
{\displaystyle v

Relazioni

Nel frattempo, se

{\displaystyle s_{\alpha }}
{\displaystyle \alpha } {\displaystyle \alpha } e {\displaystyle \beta } sono in {\displaystyle \Delta }, quindi il diagramma di Dynkin per {\displaystyle \Phi } rispetto alla base {\displaystyle \Delta } dice qualcosa su come la coppia {\displaystyle \{s_{\alpha },s_{\beta }\}} si comporta. In particolare, si supponga che {\displaystyle v} e {\displaystyle v'} sono i vertici corrispondenti nel diagramma di Dynkin. Allora abbiamo i seguenti risultati:

L'affermazione precedente non è difficile da verificare, ricordando semplicemente cosa dice il diagramma di Dynkin sull'angolo tra ciascuna coppia di radici. Se, per esempio, non c'è legame tra i due vertici, allora

{\displaystyle v}
{\displaystyle \alpha } {\displaystyle \alpha } e {\displaystyle \beta } sono ortogonali, da cui segue facilmente che le riflessioni corrispondenti commutano. Più in generale, il numero di legami determina l'angolo {\displaystyle \theta } tra le radici. Il prodotto delle due riflessioni è quindi una rotazione per angolo {\displaystyle 2\theta } nel piano attraversato da {\displaystyle \alpha } e {\displaystyle \beta }, come il lettore potrà verificare, da cui consegue facilmente la suddetta affermazione.

Come gruppo di Coxeter

I gruppi di Weyl sono esempi di gruppi di riflessione finiti, in quanto generati da riflessioni; i gruppi astratti (non considerati come sottogruppi di un gruppo lineare) sono di conseguenza gruppi di Coxeter finiti, il che consente loro di essere classificati dal loro diagramma di Coxeter-Dynkin. Essere un gruppo di Coxeter significa che un gruppo di Weyl ha un tipo speciale di presentazione in cui ogni generatore

{\displaystyle \alpha }
x i
{\displaystyle \beta }
{\displaystyle x_{i}} {\displaystyle x_{i}} è di ordine due, e le relazioni diverse da {\displaystyle x_{i}^{2}=1} sono della forma {\displaystyle (x_{i}x_{j})^{m_{ij}}=1} . I generatori sono le riflessioni date da semplici radici, e {\displaystyle m_{ij}} è 2, 3, 4 o 6 a seconda che le radici i e j formino un angolo di 90, 120, 135 o 150 gradi, cioè se nel diagramma di Dynkin sono scollegati, collegati da un arco semplice, collegati da un doppio arco o collegati da un triplo arco. Abbiamo già notato queste relazioni nell'elenco puntato sopra, ma per dire che {\displaystyle W} è un gruppo di Coxeter, stiamo dicendo che queste sono le uniche relazioni in {\displaystyle W} .

I gruppi di Weyl hanno un ordine di Bruhat e una funzione di lunghezza in termini di questa presentazione: la lunghezza di un elemento del gruppo di Weyl è la lunghezza della parola più corta che rappresenta quell'elemento in termini di questi generatori standard. C'è un unico elemento più lungo di un gruppo di Coxeter, che è opposto all'identità nell'ordine di Bruhat.

Note


Bibliografia

Voci correlate

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Mary Lambert (cantante)

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Mary Lambert (cantante)

Mary Danielle Lambert (Everett, 3 maggio 1989) è una cantante, cantautrice e poetessa statunitense.

Biografia

Giovane età

Da bambina ha subito abusi sessuali, da parte di suo padre e di altri uomini, che l'hanno portata a soffrire di depressione già in tenera età.

Quando aveva sei anni, sua mamma ha fatto coming out come lesbica e per questo motivo la sua famiglia è stata allontanata dalla chiesa pentecostale.[1] Successivamente durante l'adolescenza si è accostata all'evangelicalismo, frequentando la Mars Hill Church a Seattle. All'età di 17 anni, ha iniziato a dichiararsi lesbica.[1] In seguito ha tentato di conciliare la propria omosessualità con il credo religioso, concludendo che l'orientamento sessuale non è in conflitto con la religiosità di una persona.[2]

Ha imparato a suonare il pianoforte da autodidatta e iniziato a scrivere canzoni all'età di 6 anni, come fuga dall'ambiente traumatico in cui viveva. Nei suoi pezzi tratta spesso di abusi sessuali, disturbo bipolare, problemi nell'accettazione del proprio corpo e altri argomenti a lei vicini.[1][3]

Originaria di Everett si è trasferita a Seattle nel 2007, dove ha conseguito un Bachelor of Music in composizione al Cornish College of the Arts e dove vive ancora oggi.

Carriera musicale

Il suo primo EP Letters Don't Talk è stato pubblicato il 17 luglio 2012. Il giorno seguente è uscito il singolo Same Love, a supporto dei diritti LGBT+, dall'album di Macklemore e Ryan Lewis The Heist. Questa canzone ha raggiunto la prima posizione in classifica in Australia e Nuova Zelanda, oltre a raggiungere un notevole successo mondiale (in Italia è stato certificato oro)[4]. Lambert ha preso parte anche ad una performance del brano tenutasi ai Grammy Awards: in questa occasione è stata raggiunta sul palco da due grandi leggende musicali quali Madonna e Queen Latifah.[5]

Nel gennaio 2013 è stato pubblicato il suo primo libro di poesie intitolato 500 Tips for Fat Girls.[6]

 

Nell'estate 2013 è stato pubblicato il suo singolo di debutto She Keeps Me Warm, creato sviluppando il proprio contenuto di Same Love.

Il 17 dicembre 2013 è stato pubblicato il suo primo EP con la casa discografica Capitol Records Welcome to the Age of My Body.

Nell'ottobre 2014 è stato pubblicato il suo album di debutto Heart on My Sleeve. Il disco è stato include i singoli "She Keeps Me Warm" e "Secrets".

A luglio 2016 ha pubblicato il singolo Hang Out With You con video musicale. Ha anche partecipato alla canzone Hands, tributo alle vittime della strage di Orlando del giugno 2016.

Grazie a un crowdfunding su Kickstarter, il 5 maggio 2017 è uscito il suo ultimo EP Bold, prodotto autonomamente dopo la separazione dalla precedente casa discografica.[7][8]

Nel 2018, Mary Lambert pubblica il suo primo libro di poesie "Shame Is an Ocean I Swim Across".[9]

A novembre 2019, Mary Lambert a pubblicato il suo secondo album "Grief Creature", di nuovo in maniera indipendente.[10]

A luglio 2020, in seguito alle accuse di transfobia che sono state rivolte alla scrittrice di Harry Potter J.K. Rowling, Mary Lambert pubblica il brano "Dear Jo", che definisce appunto come una lettera aperta alla celebre autrice.[11]

Note

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Multi-Player Soccer Manager

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Multi-Player Soccer Manager

Multi-Player Soccer Manager, a volte scritto Multi Player Soccer Manager, è un videogioco manageriale di calcio pubblicato nel 1991 per gli home computer Amiga, Amstrad CPC, Atari ST, Commodore 64 e ZX Spectrum dalla D&H Games, azienda britannica che era specializzata nei manageriali sportivi. Come dice il titolo, la caratteristica distintiva del gioco, insolita all'epoca in questo genere, è la presenza della modalità multigiocatore.

Modalità di gioco

Il gioco consiste nel gestire una squadra del campionato inglese di calcio, dal punto di vista delle scelte tattiche e gestionali fuori campo, senza lo svolgimento delle partite. Può partecipare un solo giocatore oppure fino a 4 giocatori (8 su Amiga) a turni, ciascuno con la propria squadra. Si comincia dalla Fourth Division, che all'epoca era il quarto livello del campionato, con l'obiettivo di risalire fino alla First Division, mentre si partecipa anche alla FA Cup e League Cup. Su Amiga si inizia dal quinto livello (la non-league) e si parteciperà anche alle coppe europee se si raggiunge la prima divisione.

La gestione avviene tramite un menù principale a icone e molti sottomenù testuali. Il suono è del tutto assente e la grafica è ben poca; gli incontri non vengono visualizzati in alcun modo, e quando si decide di giocare il prossimo incontro vengono direttamente mostrati i risultati della giornata per tutte le divisioni. Molti dettagli possono essere esaminati e controllati tra un incontro e l'altro. Il manuale del gioco tuttavia è minimale e non è esplicitato quale sia l'esatto effetto di ogni azione.

La compravendita dei calciatori, che generalmente hanno i cognomi reali dell'epoca, avviene tramite aste alle quali possono partecipare sia i giocatori umani sia le squadre controllate dal computer. I calciatori hanno un valore di abilità complessivo su un massimo di 10,0; possono avere i ruoli di portiere, difesa, centrocampo o attacco e per ciascun calciatore si può selezionare il tipo di allenamento fra tre specialità che variano a seconda del ruolo. Si possono ingaggiare allenatore, fisioterapista e talent scout (quest'ultimo stima il valore del calciatori acquistabili) a vari livelli di abilità e costo. Lo stadio può essere potenziato, anche in termini di sicurezza per evitare tafferugli. C'è la possibilità di esaminare anche tutte le altre squadre di tutte le divisioni. Tra le altre funzionalità ci sono la banca, gli sponsor, la presenza di infortuni e altri eventi casuali. La partita può essere salvata.

Bibliografia

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Società Sportiva Felice Scandone

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Società Sportiva Felice Scandone

La Società Sportiva Felice Scandone è un club italiano di pallacanestro della città di Avellino. Fondata nel 1948, ha disputato dalla stagione 2000-01 alla stagione 2018-2019 la massima serie e nel suo palmarès vanta la vittoria della Coppa Italia 2008.

Storia

Gli inizi

La Società Sportiva Felice Scandone è stata fondata il 1º luglio del 1948 dal prof. Guido Troncone, il quale la chiamò inizialmente Forza e Coraggio. La società riuniva i giovani praticanti avellinesi della palla a spicchi. Come campo di gioco veniva utilizzata la palestra e il campo all'aperto dell'Istituto Tecnico Commerciale sito nella centrale Via de Concilii di Avellino.

Nel 1950 la squadra venne affiliata alla Libertas Avellino, un'altra società irpina. L'anno successivo il team venne affidato dal CONI al prof. Fausto Grimaldi, che decise di assegnare alla società il nome di Felice Scandone, giornalista napoletano di origini irpine morto in guerra nel 1940. Nel 1966 arriva la fusione con un'altra formazione avellinese, il CSI-Cestistica Irpina, legata al nome di uno degli avellinesi che più si è speso per la pallacanestro, Ciro Melillo. Nel 1973-74, dopo una complessa querelle sportivo-giuridica, la Scandone viene ammessa al campionato di serie B. La stagione si chiude con la retrocessione, dando inizio ad una lenta discesa verso le serie minori, fino al torneo di prima divisione nel 1978. Nel 1979 riceve in prestito dalla Virtus Avellino di Gianfranco Venga 10 atleti con i quali si iscrive e partecipa al campionato di promozione maschile che vince. Per due anni Gianfranco Venga funge da Direttore Sportivo e la squadra vince i campionati di promozione e serie D e comincia la risalita, grazie a rinnovati investimenti e nuove figure nello staff dirigenziale; fra di esse vanno ricordate quelle di Alfonso De Angelis, presidente fino alla B2 (1986-87), Angelo Bellucci (Direttore Sportivo) e Menotti Sanfilippo, che ricoprirà diversi incarichi e lascerà la Società una prima volta nel 1991, rientrerà nel 1994, per andar via nuovamente dopo la salvezza nel campionato di Lega 1 del 2006-07.

Anni ottanta

L'ascesa verso i campionati professionistici inizia con la conquista della serie C2 nel 1984 dopo un tirato play-off col Corato, con la guida di Massimo Vicario; fra gli atleti principali si ricordano Angelo Arena, Marco Braccalenti, Giovanni Montella, Ugo Tesone, Maurizio Cozzolino, Italo Cucciniello (ex giocatore della "Virtus Avellino"), Ciro Petretta , Pino Ferrara,Mimmo Bellizzi, quest'ultimo ingaggiato dalla "USSA Nova" di Avellino. L'anno successivo conquista la serie C1 al termine dei play-off col Battipaglia. Hanno avuto un notevole rilievo in questa promozione l'allenatore Enzo Parisi, reduce da importanti stagioni in A1 femminile e Vito Fabris, atleta con trascorsi di serie A e di Nazionale sperimentale, che risulterà essere il capocannoniere del torneo con oltre trenta punti a partita; con lui anche Maurizio Zorzi, un trio proveniente dalle giovanili di Caserta (Guido Gentile, Ciro Morgillo e Salvatore Di Palma) e i riconfermati Arena,Ferrara, Bellizzi e Tesone. Nel 1985-86, anno di riforma di campionati, la squadra, guidata sempre da Parisi, ottiene il passaggio alla B2: ne fanno parte, oltre a Zorzi, Tesone, Morgillo,Ferrara, Bellizzi i nuovi acquisti Piergiorgio Gori, Robertino Bardini, Claudio Papitto, Roberto Paliani, Giuseppe Aprea, Matteo Totaro e Vito Lepore. Dopo un anno di transizione (1986-87) sempre con Parisi coach (fra i volti nuovi Bisanzon, Caruso, Mazzitelli e Valentino), si realizza una rivoluzione societaria (1987-88): a torneo iniziato e dopo otto sconfitte consecutive, giunge l'imprenditore Alessandro Abate che assume il ruolo di presidente e ingaggia come allenatore Claudio Bardini, un tecnico fra i più prestigiosi del momento, con recenti trascorsi in serie A (Mestre, Udine). Ritorna Mimmo Bellizzi, che aveva lasciato la squadra l'anno prima per tornare all'USSA Nova e viene investito dal nuovo coach non di un ruolo di semplice atleta ma di vero uomo-spogliatoio. Il nuovo presidente ingaggia nel mercato autunnale anche la guardia Claudio Bulgarelli, il play Pasquale Di Terlizzi, e l'ala Roberto Franceschi, che si affiancano ai reduci Totaro, Mazzitelli, Lepore e Morgillo; la rincorsa verso la salvezza si concluderà solo all'ultima giornata con la vittoria sul parquet di Avellino contro il Cefalù, sconfitto e scavalcato dagli irpini. L'anno dopo Bardini, rimasto malgrado molte richieste da società di serie superiore, chiede di ritoccare la formazione con due soli innesti: la guardia Emmanuele Vio (da Udine) e l'ala-pivot Piero Coen (da Ancona); la Scandone domina la stagione regolare e si gioca la promozione in B1 ai play off: la Scandone riesce a far sue le gare contro Ancona (in semifinale) e, in finale, contro Matera ottenendo la serie B1 nel maggio 1989. Mentre la Società sta programmando la nuova stagione, in un terribile incidente stradale a Trapani dove si trovava in vacanza, perde la vita uno degli artefici della promozione, il venticinquenne Vito Lepore. A lui verrà dedicata una Scuola Basket, nata dall'impegno di Ciro Melillo (nel frattempo uscito dalla Scandone per divergenze con altri dirigenti), del preparatore atletico Francesco Capolupo e del compagno di squadra Mimmo Bellizzi, che con Vito divideva sempre la stanza d'albergo nelle gare in trasferta.

Anni novanta

Nel 1989-90 Bardini ritorna in serie A1 (Desio) e al suo posto, per guidare la squadra in B1, giunge dalla stessa società Romano Petitti. La squadra viene consolidata con l'innesto di atleti di esperienza come Andrea Masini (che sarà capocannoniere del torneo), Stefano Bramati, Fabio Colombo e Mauro Piccoli. Si sfiora l'accesso ai play off, traguardo mancato di poco anche l'anno dopo (1990-91), con nuovamente Claudio Bardini nelle vesti di head coach. Nell'estate 1991 si registra una nuova crisi societaria: Abate decide un progressivo disimpegno, Bardini lascia nuovamente e con lui diversi atleti (Coen, Negri, Bramati). Per scongiurare l'ipotesi di una cessione del titolo sportivo, Ciro Melillo rientra nel ruolo di segretario, e con lui Mimmo Bellizzi in qualità di team manager. Vengono ingaggiati il pivot Stefano Bechini, l'ala Mauro Mazzoleni (che andrà via in autunno) e successivamente l'ala Sergio Zucchi e la guardia Maurizio Ferro. La guida tecnica va al giovane coach Mario D'Angelo che verrà poi sostituito dall'avellinese Rino "Baffone" Persico. Malgrado varie vicissitudini e gravi problematiche societarie la squadra è in corsa fino all'ultimo per la salvezza, ma all'ultima gara cede in casa del Ragusa e torna in B2. Il ritorno nella prima serie cadetta della Scandone avviene nel 1995, con lo sponsor Italnova Cucine.

L'arrivo tra i professionisti arriva al termine della stagione 1996-97, quando l'allora Pasta Baronia, allenata dall'avellinese Gianluca Tucci, batte in uno spareggio la Gaverina Bergamo allenata da Carlo Recalcati.

La Serie A

La promozione in massima serie arriva nel 2000, al terzo anno di A2. La De Vizia Avellino di coach Luca Dalmonte terza al termine della stagione regolare, batte nella finale play-off la Aurora Jesi, con una partita, quella del definitivo 3-1 in trasferta (80-83, Jesi 25 maggio 2000), conquistata grazie ad una tripla da metà campo allo scadere di Claudio Capone che vale la massima serie. Retrocessa in Legadue nel 2006, viene però ripescata per il contemporaneo fallimento del Roseto Basket. Per la prima volta nella sua storia, Avellino ottiene durante la stagione 2007-08, contrassegnata dall'ingresso in società della famiglia Ercolino, l'accesso alla Final Eight di Coppa Italia. Conquista il trofeo superando in finale la Virtus Bologna con il risultato di 73-67[1](dopo aver battuto Montegranaro ai quarti e Biella in semifinale). Al termine della stagione regolare conquista il terzo posto in classifica, raggiungendo per la prima volta la partecipazione ai play-off scudetto. Il 15 maggio 2008 battendo Capo d'Orlando, ottiene la qualificazione alle semifinali, forte del 3 a 0 ottenuto ai quarti di finale. Ottiene, inoltre, l'accesso all'Eurolega. Nel turno successivo affronta la Lottomatica Roma risultando sconfitta con il punteggio complessivo di 3 a 0. Al termine della stagione l'head coach Matteo Boniciolli, eletto nel frattempo migliore allenatore dell'anno, lascia l'incarico. La stagione seguente viene scelto come allenatore Zare Markovski. La squadra viene completamente rivoluzionata rispetto alla stagione precedente della quale vengono confermati solo Nikola Radulović ed Eric Williams. La stagione termina con l'eliminazione alla fase a gironi dell'Eurolega con tre vittorie (Málaga, Le Mans e Zagabria) su 10 incontri disputati.

In Coppa Italia la Scandone viene sconfitta da Teramo ai quarti di finale. La stagione regolare si chiude con l'undicesima posizione in classifica (13 vittorie e 17 sconfitte). L'anno seguente viene nominato allenatore Cesare Pancotto. La stagione è caratterizzata dal rendimento altalenante della squadra, nuovamente rinnovata nella sua totalità. Forte di 6 vittorie nei primi 6 incontri disputati che la vedono appaiata a Siena in testa alla classifica, subisce 5 sconfitte consecutive che fanno scivolare la Scandone al 7 settimo posto. Gli incontri successivi, che vedono l'alternarsi di vittorie e sconfitte, bloccano la squadra nella parte centrale della classifica (7-9 posto). Dopo un'indiretta sfida con Teramo in ottica play-off, l'Air ne risulta esclusa a causa della sconfitta nell'incontro conclusivo della stagione regolare con Cremona. La Coppa Italia, disputata per la prima volta al Palasport Giacomo Del Mauro[2], vede la conquista delle semifinali da parte di Avellino dopo la vittoria con Milano. La Scandone viene, però, sconfitta da Bologna, la squadra che aveva superato due anni prima in finale risultando vincitrice della competizione. La stagione 2010-2011 inizia con la conferma di Szymon Szewczyk[3], Roberto Casoli[4], Chevon Troutman[5], la nomina di Francesco Vitucci[6] come allenatore ed i ritorni di Tonino Zorzi come Senior Assistant[7] e Marques Green[8], entrambi tesserati al momento della vittoria della Coppa Italia 2008. Si aggiungono al roster i nuovi acquisti Omar Thomas[9], Taquan Dean[10], Valerio Spinelli[11], Linton Johnson[12] e Merab Bokolishvili, aggregato alla formazione Under19[13]. Dal 28 settembre si aggiunge al roster della stagione Alessandro Infanti[14], già aggregato alla squadra in occasione delle amichevoli precampionato. Il 4 marzo Giuseppe Sampietro viene nominato nuovo Amministratore Unico societario, subentrando ai dimissionari Vincenzo e Luigi Ercolino[15]. La stagione sportiva è, inoltre, caratterizzata dagli infortuni occorsi a Chevon Troutman (rottura del legamento crociato del ginocchio destro e stagione terminata[16]) e Taquan Dean (fermo da febbraio, rientra in occasione della penultima gara di campionato) ai quali se ne aggiungono altri di minore entità che, comunque, hanno ridotto la possibilità di rotazione dei giocatori nel corso dell'intero girone di ritorno. Il girone d'andata termina con il club in 7ª posizione in classifica a 14 punti[17] derivanti da 7 vittorie e 8 sconfitte[18] (2 punti in meno rispetto alla stagione precedente[19] e 79,3 punti di media ad incontro[20]). La Scandone ottiene la qualificazione alla Coppa Italia, venendo eliminata da Cantù in semininale (82-65 a favore della formazione lombarda)[21] dopo avere superato ai quarti di finale Milano. Nel corso dell'incontro con Milano, Marques Green fa registrare il record assoluto di assist (20) delle Final Eight e del Campionato italiano[22][23]. La stagione regolare termina con il club in 4ª posizione con 32 punti (8 in più della precedente stagione, 82,3 punti effettuati e 79,3 subiti in media[24]). Il 16 maggio Omar Thomas viene eletto MVP della stagione regolare[25]. La Scandone ottiene la qualificazione ai play-off dove viene eliminata da Treviso che chiude la serie sul 3-1, ponendo fine alla stagione della formazione irpina, conclusa in 4ª posizione. Considerato il piazzamento al termine della stagione, Avellino si qualifica al turno preliminare di EuroCup, alla quale rinuncia a partecipare a causa del dispendio in termini economici e atletici[26].

Il 14 luglio viene ufficializzato l'accordo di sponsorizzazione con il "Gruppo Sidigas" (che prende il posto della AIR) a partire dalla stagione 2011-2012[27]. Dal punto di vista sportivo vengono confermati Linton Johnson, Szymon Szewczyk[27], Chevon Troutman[28], Taquan Dean[29] e Alessandro Infanti[30] che si aggiungono a Marques Green, Valerio Spinelli e Dimitri Lauwers ancora sotto contratto. L'8 agosto 2011 viene ufficializzato l'acquisto di Domen Lorbek, che andrà a completare il quintetto base[31] (affetto da fascite plantare, viene tesserato il 9 novembre. Ripresosi dall'infortunio, rescinde di comune accordo il contratto con la società[32]) e, successivamente, di Mattia Soloperto, che chiude il mercato della Scandone[33]. Il 10 agosto Gianluca Tucci viene nominato assistente allenatore, in sostituzione di Tonino Zorzi[34]. Il 2 ottobre viene ufficializzata la risoluzione del contratto con Szymon Szewczyk[35] e l'ingaggio di Viktor Gaddefors (in prestito da Bologna), già aggregato alla squadra in occasione del precampionato[36]. Il 5 ottobre vengono ufficializzati gli ingaggi di Jurica Golemac[37] e Maurizio Ferrara[37]. L'11 ottobre viene ufficializzato il trasferimento di Chevon Troutman (al quale è stato inizialmente negato il nullaosta internazionale, necessario per il tesseramento[38]) al Bayern Monaco[39][40] e il 18 ottobre l'acquisto di Ron Slay[41]. Il 17 dicembre il Consiglio Federale, considerata la relazione della Comtec (società che verifica la situazione giuridico-contabile delle squadre affiliate FIP) ed ai sensi del regolamento federale, sanziona Avellino con un'ammenda di 45.000 € e il blocco dei tesseramenti[42]. Il club conclude il girone di andata in sesta posizione a 18 punti, accedendo ai quarti di finale di Coppa Italia dove viene sconfitto, il 17 febbraio, da Cantù con il punteggio di 99-70. Non prende parte all'incontro l'infortunato Dean che, insieme a Spinelli, salterà parte del girone di ritorno. Avellino conclude il campionato in nona posizione a 30 punti. Nel corso dell'ultimo incontro vinto dalla formazione irpina contro Venezia, Marques Green supera Larry Middleton nella classifica dei migliori marcatori della Scandone[43].

La stagione 2012-2013 si apre con l'ufficializzazione dell'entrata in società della Sidigas[44][45], il main-sponsor della squadra. Nel mese di giugno Giorgio Valli sostituisce Francesco Vitucci alla guida tecnica della squadra. Del roster della stagione precedente vengono confermati solo Linton Johnson (nel corso dell'incontro con Cremona valido per la 4ª giornata del girone di ritorno, riporta uno stiramento del legamento collaterale mediale del ginocchio destro[46]) e Valerio Spinelli ai quali si aggiungono Dwight Hardy (non convocato dalla 16ª giornata, il 15 marzo rescinde il contratto), Jeremy Richardson, Nikola Dragović, Ndudi Ebi (non convocato dalla 12ª giornata, il 5 febbraio rescinde il contratto con la società), Chris Warren (che torna in Irpinia dopo l'esperienza della stagione 2008-09. Non convocato dalla 10ª giornata), Paul Biligha e Nicholas Crow (entrambi alla prima esperienza in massima serie), Mustafa Shakur (non convocato dalla 18ª giornata, l'8 marzo rescinde il contratto), Dan Mavraides (già aggregato alla squadra in occasione delle amichevoli precampionato), Taquan Dean, che il 27 novembre firma con la società irpina e, dal 20 dicembre, Kalojan Ivanov. Dal 25 gennaio si aggiunge al roster Jaka Lakovič, il 1 febbraio Jimmie Hunter e il 22 febbraio Brandon Brown. Il 13 novembre, complice l'andamento negativo della squadra in campionato (2 vittorie e 5 sconfitte), viene annunciata la risoluzione del contratto con Giorgio Valli[47]. Il 17 novembre Gianluca Tucci viene nominato capo allenatore fino al termine della stagione[48]. Il 17 gennaio 2013 Cesare Pancotto subentra al dimissionario Gianluca Tucci (che torna a ricoprire il ruolo di assistente) alla guida della squadra[49]. La Scandone termina il campionato in 10ª posizione a 26 punti. Il 3 luglio Francesco Vitucci viene nominato allenatore, firmando un contratto biennale[50]. Per quanto riguarda l'aspetto sportivo, vengono confermati Biligha, Ivanov, Dragović, Dean, Richardson, Spinelli e Lakovič, unitamente agli ingaggi di Will Thomas, Jarvis Hayes, Daniele Cavaliero (che torna ad Avellino dopo l'esperienza della stagione 2007-2008) e, nel corso del girone di ritorno, Je'Kel Foster, Kieron Achara e Leemire Goldwire. La stagione si conclude con la squadra in 12ª posizione (dopo aver concluso il girone di andata al 9º posto, prima delle squadre escluse dalle Final Eight di coppa Italia), non ottenendo la qualificazione ai play-off. Per la stagione 2014-2015 il roster viene integralmente rinnovato, con la sola conferma di Daniele Cavaliero. La squadra conclude il campionato in 12ª posizione, dopo aver concluso il girone di andata in 8ª posizione. Ottenuta la qualificazione alla Coppa Italia dopo due stagioni di assenza, la squadra viene eliminata ai quarti di finale da Milano. L'anno seguente l'assetto societario viene rinnovato. Il direttore generale Nevola lascia la società, venendo sostituito prima da Valerio Spinelli (che si dimette dopo due settimane) e poi da Nicola Alberani. Dal punto di vista sportivo viene confermato solo Giovanni Severini, al quale si aggiunge Marques Green tesserato nel mese di dicembre. La regular season si conclude con la squadra in 3ª posizione in classifica a 40 punti. Nel corso della stessa la squadra fa registrare il record societario di vittorie consecutive pari a dodici. Riesce, inoltre, a conquistare per la seconda volta la finale di Coppa Italia in cui viene sconfitta da Milano e la qualificazione ai play-off. Dopo aver superato per 3-0 Pistoia, viene sconfitta per 4-3 in semifinale da Reggio Emilia. Al termine della stagione Nicola Alberani viene nominato miglior dirigente, mentre James Nunnally vince il premio di MVP[51]. La stagione 2016/2017 si apre con le conferme di Maarty Leunen, Joe Ragland, Marques Green e Giovanni Severini. Nella prima competizione ufficiale stagionale la Scandone supera Reggio Emilia in semifinale, venendo poi sconfitta in finale da Milano. La squadra disputa, per la seconda volta nella sua storia, una competizione europea. Inserita nel girone D, conclude lo stesso al secondo posto. Ottiene, quindi, la qualificazione agli ottavi di finale in cui affronta Venezia, risultando sconfitta 2-0 al termine della serie. Per quanto riguarda il campionato, il girone di andata si conclude con la squadra in 3ª posizione, ottenendo la qualificazione alla Coppa Italia in cui affronta Sassari. L'incontro si conclude con la vittoria della formazione sarda per 69-68. Al termine del girone di ritorno, Avellino conferma la posizione di classifica, ottenendo la qualificazione ai play-off in cui affronta Reggio Emilia. La serie si conclude con il punteggio di 3-0 a favore della formazione irpina, che in semifinale incontra Venezia. La serie termina 4-2 per la squadra veneta, che accede alla finale contro Trento. Nel 2017-18 la squadra conclude il girone di andata in prima posizione, concludendo poi la stagione regolare con il quarto piazzamento. Viene eliminata in Coppa Italia da Cremona ai quarti di finale, mentre ai play-off viene sconfitta da Trento. In ambito europeo la squadra è eliminata alla fase a gironi della Basketball Champions League, retrocedendo in FIBA Europe Cup. Riesce a conquistare la finale della competizione (la prima europea), venendo però sconfitta da Venezia.

La stagione 2018-2019, caratterizzata dai numerosi infortuni occorsi ai cestisti, è terminata con la squadra in 8ª posizione in campionato, accedendo ai play-off in cui è stata sconfitta in cinque gare da Milano. Il 2º posto al termine del girone di andata, invece, ha garantito la qualificazione alla Coppa Italia in cui è stata sconfitta ai quarti di finale da Brindisi. In ambito europeo ha disputato la Basketball Champions League, vedendo eliminata alla fase a gironi.

Il ritorno in Serie B e il fallimento

Nel luglio 2019, anche a causa di difficoltà della proprietà[52], non presenta domanda di iscrizione al campionato 2019-2020[53]. Il 16 luglio il consiglio federale ufficializza l'esclusione dalla massima serie[54].

Nel mese di luglio Gianluca Festa, sindaco di Avellino in carica ed ex cestista nella prima stagione della società nella massima serie, provvede a versare l'acconto necessario per avviare l'iter di iscrizione al campionato di Serie B[55]. Il 2 settembre viene presentata la fideiussione a saldo della quota prevista per l'iscrizione[56], in seguito approvata dalla Lega Nazionale Pallacanestro[57]. Il 26 settembre viene nominato il nuovo presidente Gerardo Santoli.

Il 7 aprile 2020 la stagione viene dichiarata anticipatamente conclusa a seguito della pandemia di COVID-19[58], con la squadra che occupava la penultima posizione di classifica a 10 punti dopo 24 incontri disputati[59].

La squadra, allenata da Gianluca De Gennaro a cui subentra nel marzo 2021 Rodolfo Robustelli[60], termina il campionato 2020-21 con la retrocessione in Serie C Gold[61], avendo concluso la stagione regolare in penultima posizione in classifica (10 punti e 6 di penalizzazione[62]) ed essendo stata sconfitta nei play-out da Reggio Calabria e Virtus Pozzuoli.

Alla fine di luglio è ufficiale il fallimento della società, che non viene iscritta in nessun campionato FIP[63].

Rifondazione

Il 29 luglio 2023 la Scandone annuncia la rifondazione del club[64], ripartendo dalla serie B interregionale.

Cronistoria

Palazzetto

La società disputa le partite casalinghe al Palasport Giacomo Del Mauro. Di proprietà del comune di Avellino, è stato progettato dagli architetti Vincenzo Genovese e Orazio De Cola. Dopo i lavori di ampliamento del 2008, resi necessari per consentire alla Scandone di disputare l'Eurolega, ha una capienza di 5.195 posti[65], a fronte dei 4000 precedentemente esistenti. L'impianto è ubicato in Contrada Zoccolari, nei pressi dello Stadio Partenio. Successivamente, nel biennio 2018-2019 ha subito una ristrutturazione in vista dell'XXX Universiade, poiché l'impianto venne selezionato per ospitare parte del torneo di pallacanestro.

Statistiche

Palmarès

Competizioni nazionali

Altri piazzamenti

Partecipazioni ai campionati


Presidenti e allenatori

Presidenti

Allenatori

Cestisti

Capitani

Numeri ritirati

Sponsor

Tifoseria

A lungo non è esistito un gruppo organizzato di tifosi al seguito della Scandone. Ma nel 1999 un gruppo di sostenitori decisero di dare vita al gruppo degli Original Fans 1999. Con la costruzione delle curve nel PalaDelMauro, nel corso del campionato 2000-01, gli ultras della Scandone si stabiliscono nella Curva Sud del palazzetto avellinese.

Rivalità di vecchia data con le tifoserie di Roseto, Napoli, e Fabriano e quelle più recente con Biella (in seguito alla rottura del gemellaggio). Buoni rapporti con Cantù e i sostenitori della Fortitudo Bologna, gemellaggio con gli ultrà di Scafati[80]. Di recente è stato instaurato un gemellaggio con gli ultrà della Reyer Venezia, mentre sono peggiorati i rapporti con i tifosi della Virtus Roma, Pallacanestro Reggiana e Brindisi, con quest'ultimi allargata anche ai tifosi del calcio, presenti più volte in occasione delle partite disputate con i pugliesi sia in casa che in trasferta.

Anni fa esisteva un reciproco rispetto con la Juvecaserta poi mutato in una altrettanto forte rivalità. Tuttavia, negli anni recenti i rapporti tra le due tifoserie sono tornati ad essere amichevoli. Solidi legami, per le comune origini e la concittadinanza, con gli ultras del calcio Avellino.

In seguito al fallimento della Scandone, gli Original Fans 1999 si sciolgono ufficialmente il 3 ottobre 2021.[81][82]

Note

Voci correlate

Altri progetti

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Collegamenti esterni


Coclea (anatomia)

Indice

Coclea (anatomia)

La coclea è una componente dell'orecchio interno e fa parte dell'organo dell'udito. La sua forma ricorda il guscio di una chiocciola[1] (da cui anche il significato latino del termine), con un canale spirale avvolto intorno ad un nucleo di forma conica. La coclea di destra presenta un avvolgimento in senso antiorario, mentre quella di sinistra in senso orario[1].

Si divide in tre scale, o rampe: scala vestibolare, scala media (che prevede il condotto cocleare) e la scala timpanica, divise da membrane. La scala vestibolare e la timpanica sono messe in comunicazione dall'elicotrema e sono piene di perilinfa con l'unica funzione di trasmettere le vibrazioni che provengono dalla catena degli ossicini alla scala media nella quale è posto l'organo del Corti, il vero organo neuro-sensoriale uditivo, responsabile della trasduzione dell'impulso cinetico in elettro-chimico.

Disposizione e rapporti

La coclea forma il fondo del meato acustico interno medialmente, mentre lateralmente è in rapporto con il cavo del timpano[1].

Il dotto di Hensen

Il dotto cocleare, ovvero la parte iniziale della coclea stessa, è collegata al sacculo mediante il dotto di Hensen (o ductus reuniens), un esile canale[2].

Vascolarizzazione ed innervazione

La coclea presenta una ricca vascolarizzazione sanguigna e una ricca innervazione, ma non prevede un drenaggio linfatico[3].

Arterie

La coclea è irrorata dall'arteria cocleare, ramo dell'arteria uditiva interna, che si divide in una ventina di piccoli rami che si impegnano nei forellini del tractus spirali foraminosus entrando nel modiolo e seguendo il decorso delle fibre del nervo cocleare. Ognuno di questi rami si divide poi in ulteriori tre rami[4]:

Vene

Le pareti ossee della coclea e della lamina spirale sono drenate da vene che confluiscono nelle vene della lamina spirale le quali, una volta uscite dal modiolo confluiscono formano la vena uditiva interna che attraversato il meato acustico interno sbocca nel seno petroso superiore o nel seno trasverso[4].

I capillari della parte membranosa si riuniscono in due vene principali, le vene spirali anteriore e posteriore, che decorrono nelle pareti mediali della scala vestibolare e timpanica rispettivamente[3]. La confluenza di queste due vene con altre provenienti dall'utricolo e dal sacculo formano la vena dell'acquedotto della chiocciola che decorre nel canale dell'acquedotto per terminare nella vena giugulare interna[3].

Nervi

La coclea è innervata dal nervo cocleare, ramo del nervo vestibolococleare, che, dopo aver attraversato le fossette nel fondo del meato acustico interno, percorre i canalicoli nel modiolo della coclea e raggiunge il ganglio spirale o di Corti[5].

In tale ganglio sono contenuti i protoneuroni bipolari le cui fibre periferiche percorrono i canalicoli presenti nella lamina spirale ossea e terminano nell'Organo del Corti, a livello delle cellule acustiche. I prolungamenti centrali, invece, raggiungono i nuclei cocleari[5].

Dal nervo cocleare, dentro il meato acustico, si stacca un ramo vestibolare provvisto di un suo ganglio, il ganglio di Boettcher, che innerva la porzione di condotto cocleare posta nella cavità del vestibolo[6].

Struttura

Come tutte le componenti dell'orecchio interno, la coclea presenta una componente ossea, parte del labirinto osseo e una membranosa, parte del labirinto membranoso[7][8].

Parte ossea

La coclea è formata da un canale osseo avvolto a spirale intorno ad un nucleo di forma conica ad apice tronca, il modiolo o columella di Brechet, con la base rivolta verso il meato acustico interno[1]. Intorno a tale nucleo il canale compie nel complesso due giri e tre quarti attraverso tre spire: un giro basale, un giro medio e un giro apicale incompleto (più o meno metà circonferenza)[1].

Il canale è parzialmente suddiviso dalla lamina spirale ossea, una lamina che sale con decorso spirale intorno al modiolo sul cui apice termina con un rilievo, l'hamulus o rostro.

Tali cavità ossee sono rivesite da uno strato di periostio che dà luogo a due ispessimenti: il legamento spirale e il lembo spirale[9].

Fori e canali

All'interno di tale lamina è presente un canale, canale spirale del modiolo dove è situato il ganglio del nervo cocleare che appare come un lungo cordoncino con decorso a spirale ed è chiamato anche ganglio spirale di Corti[10].

Le fibre del nervo cocleare entrano all'interno del modiolo grazie ad una serie di piccoli orifizi che fanno seguito a piccoli canali longitudinali che si aprono nel canale spirale del modiolo. Dai canali spirali le fibre nervose attraversano la lamina fino al suo margine libero e, attraverso i foramina nervina si aprono nel solco spirale interno[9][10].

Scala timpanica e vestibolare

La suddivisione parziale del canale spirale da parte della lamina spirale viene completata dalla membrana basilare che si estende dal margine libero della lamina alla superficie interna del canale. Il canale risulta quindi diviso in due scale, una anteriore e una posteriore, di cui la prima comunica con il vestibolo e viene chiamata scala vestibolare e la seconda con il cavo del timpano e viene detta scala timpanica e non presenta nessun collegamento con il vestibolo nel vivente[10]. La scala vestibolare si apre nella parete anteriore del vestibolo, mentre quella timpanica nella cavità sottovestibolare. Le due scale presentano ampiezza diversa: nel giro basale predomina quella timpanica, mentre nel medio e apicale la vestibolare[11]. Procedendo verso l'apice, la lamina spirale si accorcia progressivamente lasciando posto ad un ampliamento della membrana basilare[9][12]. All'interno della scala vestibolare è accolto il condotto cocleare che è separato dal resto della scala tramite la membrana vestibolare o di Reissner[9].

Le due scale comunicano attraverso un foro, l'elicotrema, presente all'apice della coclea dove la lamina spirale e la membrana basilare terminano lasciando una comunicazione[11].

Legamento spirale

A livello del canale spirale è presente un ispessimento dell'endostio: il legamento spirale. Tale legamento, ricoprendo internamente il labirinto cocleare osseo, riveste esternamente la coclea membranosa e presenta uno spessore massimo nella parete del canale spirale dove si inserisce la membrana basilare. A tale livello presenta tre rilievi: una cresta di inserzione per la membrana basilare, una cresta di inserzione per la membrana vestibolare e la prominenza spirale fra le due[9].

Tra la cresta per la membrana basilare e la prominenza spirale è presente una depressione, il solco spirale esterno; mentre fra la prominenza e la cresta per la membrana vestibolare si trova un altro incavo, la stria vascolare, una zona molto vascolarizzata[9].

Lembo spirale

A livello del margine libero della lamina spirale l'ispessimento prende il nome di lembo spirale e sporge all'interno del condotto cocleare[9]. Sulla superficie superiore sono visibili dei solchi che danno luogo a numerose sporgenze, i denti acustici. Lateralmente ai denti è presente una doccia profonda, il solco spirale interno che presenta due labbri: uno superiore o vestibolare e uno inferiore o timpanico. Mentre il labbro timpanico continua con la membrana basilare, il labbro vestibolare presente il primo ordine dei denti acustici e continua con la membrana tectoria, una formazione laminare che si orienta verso l'Organo di Corti.

Parte membranosa

La parte membranosa della coclea è in larga parte formata dal condotto cocleare, un canale di forma prismatica triangolare contenuto nella scala vestibolare e da questa separata tramite la membrana vestibolare o di Reissner che si porta dal margine libero della lamina spirale alla parete anteriore del canale spirale con andamento obliquo (forma un angolo di 45° con il legamento spirale)[9].

Organo di Corti

All'interno del condotto cocleare, adagiato sul lembo spirale e la membrana basilare è presente la struttura principale della funzione cocleare, l'Organo di Corti. Quest'organo è formato da un insieme di cellule di sostegno (pilastri, cellule di Deiters, Hensen e Claudius)[13][14], e sensitive (cellule acustiche esterne ed interne)[15] che costituiscono la membrana reticolare, una struttura rigida in cui sono incasellate le parti apicali delle cellule sensitive che presentano i fascetti di stereociglia. I vari movimenti della membrana reticolare e la sovrastante membrana tectoria permettono la deflessione delle ciglia e la creazione di impulsi nervosi[16].

Acquedotto della chiocciola

L'acquedotto della chiocciola è un canale osseo che permette la comunicazione fra spazio perilinfatico cocleare e spazio subaracnoideo della fossa cerebellare[11]. Il canale si immette nella scala timpanica dopo essere originato dalla fossetta piramidale nella faccia inferiore della rocca petrosa dell'osso temporale. La presenza della fossetta piramidale permette che la comunicazione fra cavità endocranica e scala timpanica non sia diretta impedendo quindi ai liquidi meningei di arrivare all'orecchio[11].

Liquidi cocleari

All'interno della coclea sono contenuti tre tipi di fluidi importantissimi dal punto di vista funzionale: l'endolinfa accolta nel condotto cocleare, la cortilinfa compresa nella galleria spirale e la perilinfa delle scale vestibolare e timpanica.

Endolinfa e perilinfa non sono presenti solo nella chiocciola, ma in tutto il labirinto membranoso.

Endolinfa

L'endolinfa è contenuta all'interno del labirinto membranoso ed è prodotta dalla cellule marginali della stria vascolare nel condotto cocleare e dalle cellule scure del vestibolo[17]. Condotto cocleare e il sacculo del vestibolo comunicano grazie al canale reuniente e il riassorbimento di tale liquido è deputato all'epitelio specializzato del sacco endolinfatico[18].

Composizione in mM[19]

Perilinfa

La perilinfa è contenuta nello spazio compreso fra labirinto membranoso e labirinto osseo[17]. La perilinfa della scala vestibolare deriva dal plasma sanguigno che attraversa l'endotelio dei vasi sanguigni cocleari e coincide quindi ad un ultrafiltrato sanguigno privo di proteine. La perilinfa della scala timpanica, vista la comunicazione attraverso l'acquedotto della chiocciola con lo spazio subaracnoideo, contiene liquor[18]. Per via di queste due diverse origini, la concentrazione di potassio, glucosio, amminoacidi e proteine è maggiore nella scala vestibolare[18].

Composizione in mM[19]:

Cortilinfa

Un ulteriore tipo di endolinfa è rappresentato dalla cortilinfa presente nella galleria di Corti, nel solco spirale interno e nello spazio di Nuel dell'organo di Corti[20]. Questo liquido risulta più simile alla perilinfa per via della maggiore quantità di ioni sodio presenti. Questa diversità è dovuta alle fibre cocleari immerse in tale liquido che hanno bisogno di alte concentrazioni di ioni sodio per depolarizzare[20]. È compito della membrana reticolare di tenere separati questi due liquidi[20].

Derivazione embriologica

La coclea si sviluppa a partire dal placode acustico, un ispessimento circolare ectodermico vicino alla vescicola rombencefalica che si forma verso la III settimana[8]. Già nella IV settimana, l'approfondimento del placode nel mesenchima dà vita ad una vescicola l'otocisti che diventa presto indipendente dall'ectoderma superficiale[8]. Nel tempo l'otocisti va incontro ad un allungamento e alla divisione tramite una piega che approfondendosi separa la parte superiore o utricolare dall'inferiore o sacculare[8].

Dalla parte sacculare origina il sacculo da cui si forma anche il diverticolo che poi svilupperà nel condotto cocleare. Tale condotto è inizialmente curvato, ma lo sviluppo prominente della parete esterna rispetto a quella interna ne determinano l'avvolgimento a spirale che completa i suoi due giri e tre quarti al 70º giorno[8]. Il rapporto fra sacculo e dotto cocleare diminuisce fino a rimanere nel canale reuniente in seguito alla completa divisione dei utricolo e sacculo[8].

La membrana di Reissner e la stria vascolare si formano dalle facce dorsale ed esterna del condotto cocleare e tale sviluppo parte dalla base per portarsi verso l'apice.

Sviluppo dei recettori

Tutti i recettori si sviluppano dall'epitelio otocistico che entra in rapporto con i prolungamenti periferici del ganglio vestibolococleare dal quale derivano poi i gangli vestibolare e cocleare separati[8].

I recettori acustici si formano grazie all'intervento delle fibre periferiche del ganglio spirale che entrando in rapporto con l'epitelio provoca la formazione di due rilievi separati dal solco spirale quello mediale darà origine al lembro spirale e alla membrana tectoria, mentre quello laterale all'Organo di Corti (con tutti i tipi di cellule che ne derivano)[21].

Al VI mese l'Organo di Corti è presente in tutti i giri del condotto[21].

Funzione

La funzione della coclea è duplice: trasmettere le vibrazioni generate dalle onde sonore all'Organo del Corti deputato alla ricezione sonora e captare i suoni proprio grazie a quest'organo terminando quindi l'organo dell'udito con il passaggio da vibrazione ad impulso nervoso.

Generazione delle vibrazioni

La ricezione delle onde sonore parte dalle vibrazioni del timpano dopo il passaggio nel condotto uditivo esterno[22]. Tali vibrazioni si ripercuotono sulla catena degli ossicini che, agendo come una leva, aumenta di 1,2 volte l'energia per unità di area, energia che aumenta ulteriormente di 17 volte grazie alle dimensioni più ridotte della finestra ovale rispetto al timpano[22]. Questo permette di vincere l'inerzia della perilinfa contenuta nella coclea generando onde di pressione che si ripercuotono quasi contemporaneamente in tutte le parti della chiocciola[22]. Si genera quindi uno spostamento di una piccola quantità di liquido che si ripercuote in una sollecitazione della membrana basilare[23].

Cellule acustiche interne ed esterne

In base al tipo di innervazione si è capito che le cellule implicate nella ricezione di stimoli acustici sono le cellule acustiche interne in quanto riceventi fibre afferenti del nervo cocleare[24]. Le cellule acustiche esterne, in base ad osservazioni su animali che presentavano difetti in tali strutture, non sembrano essere fondamentali per la trasduzione del suono, bensì per la sensibilità di essi e la discriminazione della frequenza[16][24].

In generale circa il 90% delle cellule del ganglio spirale si mettono in rapporto con le cellule acustiche interne e ciascuna cellula interna riceve afferenza da circa una decina di neuroni gangliari del I tipo (fenomeno detto di convergenza)[16].
Nelle cellule acustiche esterne, invece, un neurone gangliare del II tipo ne innerva circa una decina (generando il fenomeno della divergenza)[16].

Captazione delle varie frequenze

La membrana basilare con la sua struttura crea una discriminazione piuttosto grezza delle frequenze (detta anche sintonizzazione passiva[24]) che viene migliorata dalle cellule acustiche (tramite la sintonizzazione attiva).

Sintonizzazione passiva

All'interno della coclea la membrana basilare (su cui poggia l'Organo di Corti) presenta spessore, massa e rigidità diverse a man mano che si sale dalla base all'apice della chiocciola[23]: queste differenza generano vibrazioni diverse e quindi capacità di captare diverse frequenze[22]. Questa viene detta organizzazione tonotopica della coclea e si ripercuote anche in tutte le vie acustiche nervose dove specifiche regioni sono deputate alla coordinazione e ricezione di specifiche frequenze. Nell'uomo lo spettro delle frequenze in grado di eccitare l'apparato uditivo varia da 20 Hz a 20 kHz[25].

Ogni onda si propaga all'interno della coclea fino al punto di massima ampiezza (cioè dove viene meglio recepita): per quanto riguarda la conformazione della coclea umana le frequenze più alte sono meglio captate nella parte basale, a differenza di quelle basse che trovano il punto di massima ampiezza apicalmente[22][23].

Sintonizzazione attiva

La sintonizzazione attiva si basa sulle differenze di composizione molecolare delle membrane sensitive, sulla forma e sulla lunghezza delle stereociglia[24]: ciglia più lunghe sono sensibili alle basse frequenze, mentre ciglia più corte alle alte[16][26]. In questo sono implicate le cellule acustiche esterne che riescono ad operare cambiamenti di lunghezza in base a stimoli elettrici di frequenza di molte migliaia di cicli al secondo. Tale mobilità sembra dipendere dalle modificazioni conformazionali delle proteine di membrana. Tali cellule sembrano regolare inoltre la sensibilità delle cellule acustiche interne[24].

Generazione dell'impulso nervoso

Gli spostamenti di fluido generano dei movimenti della membrana basilare che si ripercuono nell'organo del Corti in modo tale che l'organo e la sovrastante membrana tectoria deflettano le stereociglia delle cellule acustiche che portano a cambiamenti del potenziale di membrana[16][27], in maniera molto simile a quello che accade nelle cellule ciglia dell'apparato vestibolare.

Questi cambiamenti vengono percepiti dal cervello come un cambiamento di frequenza di scarica delle fibre afferenti del nervo vestibolare e tali informazioni vengono poi confrontate con segnali visivi o somatosensitivi che permettono di rilevare la posizione della testa[27].

Funzionamento microscopico

In pratica qualsiasi trasmissione nervosa dipende dal potenziale di membrana che viene modificato dalla composizione ionica presente a livello della membrana stessa[27]. All'apice di ogni stereociglia sono presenti diversi canali ionici il cui grado di apertura può aumentare o diminuire in base al movimento delle stereociglia stesse: una deflessione verso la fila più alta provoca un aumento dell'apertura (depolarizzazione), mentre un movimento verso le file più basse ne provoca una riduzione (iperpolarizzazione)[16][27].

Note

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Ipogeo di via Livenza

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Ipogeo di via Livenza

L'Ipogeo di via Livenza è una costruzione sotterranea antica situata presso l'attuale via Livenza a Roma, a nord del colle Quirinale, poco lontano dalle mura Aureliane, dove si trovava l'ampio Sepolcreto salario.

Si tratta di un edificio dalla pianta allungata, simile a quella di un circo (21x7 metri), orientato sull'asse nord-sud, con vari ambienti laterali. Venne scoperto durante la costruzione del quartiere moderno ed oggi gli edifici soprastanti ne hanno tagliato via gran parte, anche se è ancora possibile interpretare il monumento dalle strutture superstiti.

Map

Descrizione

Vi si accede tramite una scala che conserva ancora numerosi gradini antichi originari. La parete settentrionale, che è parallela a quella di fondo, è forata da tre archi adiacenti (due minori ai lati e uno principale al centro).

Sotto l'arco centrale, in posizione leggermente obliqua, si trova un vascone rettangolare (2,90 x 1,70, profondo 2,50 metri), separato dal resto dell'aula da una transenna, di ricostruzione recente. Esso era alimentato da un tubo sul muro settentrionale che riempiva la vasca solo fino a metà, mentre per entrarvi dentro si dovevano scendere tre scalini (il primo dei quali è molto alto). Lo scarico dell'acqua avveniva tramite il fognolo visibile sopra il primo gradino e tramite un'apertura a saracinesca sulla parete occidentale.

Il sottarco e la parete di fondo avevano pitture nello zoccolo inferiore e mosaici nella parte superiore. Dei mosaici si conserva solo un frammento che suggerisce una fascia multicolore che borda una scena dove compaiono due figure, una delle quali è inginocchiata davanti a una fonte, mentre l'altra è in piedi: forse si tratta di san Pietro che fa scaturire l'acqua da una roccia per battezzare un centurione convertito. L'epigrafe al centro dell'arcone è quasi totalmente scomparsa. Lo zoccolo è decorato da figure di Eroti alla pesca.

Il Buon Pastore (catacombe di Priscilla)

La parete di fondo ha una nicchia, non lungo l'asse, con affreschi che imitano incrostazioni marmoree e, sulla calotta, un kantharos dal quale zampilla acqua e dove si posano due colombe. Ai lati di questa nicchia si trovano le decorazioni più importanti, ambientate in un paesaggio verde con alberi e cespugli: a sinistra una Diana cacciatrice che estrae una freccia dalla faretra, con due cervi che fuggono ai lati; a destra una ninfa dei boschi che accarezza un capriolo. Il complesso doveva inoltre essere decorato da marmi, dei quali sono stati trovati alcuni frammenti.

Uso e datazione

Nella decorazione dell'edificio coesistono quindi soggetti cristiani e pagani e si è pensato che potesse essere adibito a battistero o tempio di qualche culto misterico, o forse anche un ninfeo legato allo sfruttamento della polla d'acqua sotterranea.

La datazione del complesso è posta nella seconda metà del IV secolo, anche guardando alla tecnica edilizia in opus listatum, dove compare un bollo con il monogramma di Costantino. L'epoca post-costantiniana (in particolare il momento di transizione tra Giuliano e Teodosio I) è coerente con il classicismo della decorazione, la ricchezza e con l'ambiguità pagano-cristiana.

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Semestene

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Semestene

Semestene (Semèstene in sardo) è un comune italiano di 120 abitanti[1] della città metropolitana di Sassari, nella regione del Logudoro e nella subregione del Meilogu in Sardegna. Fa parte della diocesi di Alghero-Bosa.

Semestene – Stemma

Storia

L'area fu abitata già in epoca nuragica per la presenza sul territorio di alcuni nuraghi.

La villa (bidda) di Semestene era compresa, durante il Basso Medioevo (secoli XI-XV), nella curatoria di Costa de Valles ("Costa de Addes") e nella diocesi di Sorres, all'interno del giudicato di Torres o Logudoro. Dal 1272 all'incirca, d'altro canto, detta villa fu uno dei possedimenti sardi dei Malaspina della Lunigiana, i quali, nel 1308/17, la cedettero al giudicato di Arborea, trasformato, nel 1410, in marchesato di Oristano, il quale la perse in modo definitivo nel 1478 (battaglia di Macomer). Per giunta, dal 1480 al 1839, la villa venne annoverata nel feudo dapprima denominato incontrada di Costa de Valles o "Costa de Addes", quindi elevato al grado di Contea di Bonorva (diploma del 1632, retrodatato al 1630).

Semestene – Bandiera

Nel territorio di Semestene, poco distante dal centro abitato, s'innalza tuttora la chiesa romanica di San Nicola di Trullas (vale a dire Santu Nigola de Truddas), la cui erezione risale verosimilmente alla fine dell'XI secolo o agli albori del XII. Internamente vi sono dei preziosi affreschi, probabilmente coevi o di non molto posteriori alla donazione del tempio all'eremo di Camaldoli, da parte degli Athen di Pozzomaggiore, mediante un atto del 1113. A tale edificio sacro trullano era annesso, per l'appunto, un importante monastero camaldolese nel quale fu compilato l'omonimo condaghe (registro dove venivano annotate le ragguardevoli variazioni patrimoniali concernenti l'ente religioso). Siffatto monastero fu abbandonato nel corso della seconda metà del XIV secolo. Le rovine del cenobio e della relativa "corte", ancora visibili verso la metà dell'Ottocento (Vittorio Angius), sono state riportate parzialmente alla luce grazie a recenti campagne di scavo guidate dagli archeologi Luca Sanna e Giuseppe Padua. Campagne di scavo che, tra l'altro, sembrano escludere la preesistenza di un edificio sacro cupolato dell'epoca bizantina (secondo Giovanni Lilliu), del quale si è tanto fantasticato, e sull'impianto del quale sarebbe stato elevato l'attuale tempietto romanico.

La giurisdizione del maiore de scolca o maiore d'iscolca di Semestene, nell'arco dei secoli XII e XIII, abbracciava una non trascurabile rete insediativa, quantunque caratterizzata da piccoli o piccolissimi centri demici agropastorali (ad onor del vero più agricoli che pastorali): Cunzadu (Santa Maria, ora nel territorio di Bonorva), Fraigas (Santa Giusta), Semestene Etzu [o Nurapassar?] (San Michele), Donnigaza insieme a Semestene Nou (San Giorgio), Codes, Truddas (monastero con la "corte" di San Nicola) e Sansa (Santa Maria), senza neanche tentare di conteggiare le numerose domesticas o fattorie monofamiliari isolate. Il nuraghe de Iscolca, autentica postazione di vedetta da cui la visuale può spaziare dalla marina di Bosa fino ai colli di Villanova Monteleone, era giustamente il principale punto di riferimento delle guardie giurate che avevano l'arduo compito di sorvegliare e persino di proteggere tanto le persone quanto i beni afferenti alla scolca di Semestene.

A prescindere da Semestene Nou (San Giorgio), che ebbe dunque una vera e propria funzione accentratrice, tutte le microscopiche sedi umane appena rimembrate scomparvero ancor prima del 1388, specie a cagione della profonda crisi agraria e dell'esaurimento della colonizzazione monastica, delle pestilenze e delle carestie inerenti soprattutto alla metà del XIV secolo, come pure della rovinosa "guerra d'Arborea" (1353-1410/20 circa), intercorsa fra il glorioso regno della valle del Tirso (ultimo giudicato sardo indipendente) ed i ben più potenti conquistatori catalano-aragonesi (i quali, tra l'altro, favorirono un'economia basata essenzialmente sulla pastorizia transumante, a discapito dell'agricoltura, ed introdussero il loro deleterio feudalesimo, abolito soltanto intorno al 1840).

Semestene – Veduta

All'Ultima ''Pax Sardiniae'' (trattato di pace del 24 gennaio 1388, stipulato da Eleonora d'Arborea e Giovanni I d'Aragona), riguardo all'area dell'antica scolca in questione (pertinenza della curatorie de Costa de Valls, composta inoltre dalle ville di Rebeccu, Terchiddo e Bonorva), aderirono infatti i soli notabili di Semestene Nou o, per meglio intenderci, Semestene tout court ("Item a Marchucio de Nurchi maiore ville de Semeston Stephano de Ligia Andrea Masala et Comita Pinna iuratis ac Comita de Çori Guantino Taras Ioanne Carta Michele Virde Comita de Carbia Guantino Seche Simeone de Nurchi et Ioanne de Carbia in proxime villa demorantibus prelibata"). Segno evidente che, come già accennato, gli altri centri abitati avevano ormai cessato di esistere, perlomeno alla stregua di entità giuridiche a carattere pubblico, e che le loro attinenze geografiche erano state unite a quelle della villa superstite di Semestene, in cui si erano del resto rifugiati i relativi profughi (anche se, successivamente, il territorio di Cunzadu e una porzione di quello di Fraigas saranno usurpati dalla villa propinqua di Bonorva).

Dopo essere appartenuta all'arcidiocesi di Sassari (1503-1803), la rettoria o parrocchia di Semestene venne inserita nel vescovado di Alghero.

Sul tramonto del Settecento, dopo quattro secoli pressoché anonimi, la villa di Semestene si ridestò dal suo torpore, recuperando dignità e notorietà. Nel 1796 per l'esattezza, allorquando procedeva con le sue schiere lungo la cosiddetta Via de is Viazzantes (che, in quel periodo, portava da Cagliari a Sassari, attraverso un tracciato assai dissimile da quello dell'attuale strada Carlo Felice), l'Alternos Giovanni Maria Angioy venne accolto festosamente, nel pendio semestenese di Andròliga (ai confini di Pozzomaggiore e Cossoine), dal suo fervente amico e discepolo don Francesco Maria Muroni, nativo di Bonorva e rettore di Semestene. All'incontro fra i due patrioti isolani, oltre alla locale cavalleria di Bonorva, fronteggiata da un drappello di "dragoni leggeri" inviato da Sassari, parteciparono finanche molti maggiorenti di Bosa, Padria, Thiesi, Cheremule, Bessude, Mores, Osilo, così come di altri paesi del Logudoro (vasta porzione del Capo di sopra, il quale aveva per capoluogo la città di Sassari, in contrapposizione al Capo di sotto, egemonizzato dalla città rivale di Cagliari). Siffatto memorabile convegno fu peraltro immortalato, in tempi a noi più vicini, dal professor Michele Sanna, in un suggestivo dipinto ora esposto nelle pareti della sala consiliare di Semestene.

Mappa di localizzazione: Italia

Simboli

Lo stemma e il gonfalone del comune di Semestene sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica dell'11 maggio 2009.[3]

Semestene – Mappa
«Stemma di azzurro, al covone di grano, d'oro, legato di verde, sormontato dalla croce scorciata, d'oro; il tutto alla bordatura di rosso. Ornamenti esteriori da Comune.»

Il gonfalone è un drappo di giallo con la bordatura di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

Siti archeologici

Società

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[4]

Etnie e minoranze straniere

Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente era di 3 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:

Lingua e dialetti

La variante del sardo parlata a Semestene è quella logudorese centrale o comune.

Amministrazione

Note

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Serinda Swan

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Serinda Swan

Serinda G. Swan (West Vancouver, 11 luglio 1984) è un'attrice e modella canadese.

Biografia

È nata a West Vancouver, nella Columbia Britannica, in Canada. Ha mosso i primi passi nella serie televisiva Smallville, interpretando la parte di Zatanna[1]. In seguito appare in Psych come cheerleader nell'episodio La rimpatriata e nell'episodio Il gioco della verità della sesta stagione di Supernatural, nel ruolo del dio della verità. Fa un'apparizione come Afrodite nel film Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini nel 2008 e nello stesso anno compare in un video dei Theory of a Deadman.

Swan inizia la sua carriera sul grande schermo nel 2005. Nel 2009 recita nella commedia romantica The Break-Up Artist. In seguito è un personaggio secondario nel film della Disney Tron: Legacy (2010). L'anno successivo inizia le riprese della serie televisiva I signori della fuga interpretando per due stagioni il personaggio di Erica Reed. Inoltre ha avuto il ruolo di donna leader nel film di fantascienza Jinn. Dal 2013 è una delle protagoniste della serie tv Graceland dove interpreta l'agente della DEA Paige Arkin. Nel 2014 ha interpretato Cassandra Smyth in The Tomorrow People, nel 2015 ha partecipato alla serie creata e prodotta da Dick Wolf Chicago Fire. Nel 2017 entra nel cast della serie del Marvel Cinematic Universe Inhumans nel ruolo di Medusa.[2] Nel 2023 ha interpretato Karla Dixon nella seconda stagione della serie televisiva Reacher.

Filmografia

Cinema

Televisione

Riconoscimenti

Doppiatrici italiane

Nelle versioni in italiano delle opere in cui ha recitato, Serinda Swan è stata doppiata da:

Note

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Lexington Avenue/59th Street

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Lexington Avenue/59th Street

Mappa di localizzazione: New York

Lexington Avenue/59th Street è una stazione della metropolitana di New York. È costituita da due diverse stazioni situate sulle linee BMT Broadway e IRT Lexington Avenue, che vennero collegate tra di loro nel 1948.[1]

Nel 2015 la stazione è stata utilizzata da 21 407 792 passeggeri, risultando la nona più trafficata della rete.[2]

Storia

La stazione sulla linea IRT Lexington Avenue fu aperta il 17 luglio 1918, come semplice fermata locale parte del prolungamento verso 125th Street.[3] Il 1º settembre 1919 entrò quindi in servizio la stazione sulla linea BMT Broadway, che funse da capolinea provvisorio prima dell'apertura del 60th Street Tunnel.[4] Le due stazioni vennero quindi collegate tra di loro a aprire dal 1º luglio 1948.[1]

In seguito, fu aggiunto un livello inferiore alla stazione posta sulla linea Lexington Avenue, che venne aperto il 15 novembre 1962.[5] La stazione sulla linea Broadway, fu invece sottoposta ad alcuni lavori negli anni 1970 e ad un'ampia ristrutturazione nel 2002, che la rese parzialmente accessibile.[6]

Strutture e impianti

La stazione sulla linea IRT Lexington Avenue è una fermata sotterranea a due livelli, ognuno con due binari e due banchine laterali. Il livello superiore è quello originale del 1918, quello inferiore fu invece aggiunto successivamente per ridurre la congestione presso la successiva stazione espressa di Grand Central-42nd Street.[5]

La realizzazione di questo livello, situato sotto la stazione della BMT e utilizzato dai treni espressi, portò anche alla costruzione di un nuovo mezzanino intermedio per il collegamento con il livello superiore e con la stazione della BMT. Furono installate quattro scale mobili per collegare la nuova struttura con quella già esistente e le banchine del livello superiore vennero allungate per accogliere treni con 10 vetture. Il costo dell'intera operazione fu di 6.500.000 dollari.[7]

La stazione sulla linea BMT Broadway è invece una stazione sotterranea con due binari ed una banchina ad isola. Dispone di due mezzanini: quello sotto Lexington Avenue ha due scale per ognuna delle due banchine del livello superiore della stazione IRT, una scala mobile per il livello inferiore e tre scale per il mezzanino intermedio; quello sotto Third Avenue fu invece costruito negli anni 1960 e dispone di due scale mobili. Negli anni 1970, questa stazione è stata rinnovata con l'installazione di nuove piastrelle anni 70 e lampade fluorescenti. I rivestimenti originari sono stati poi ripristinati con la ristrutturazione del 2002, che portò anche all'installazione di un nuovo sistema sonoro per gli annunci, di nuove luci e di nuove indicazioni e che ha reso la stazione parzialmente accessibile.[6]

La stazione della BMT è posta sotto 60th Street, mentre la stazione dell'IRT sotto l'incrocio tra Lexington Avenue e 59th Street. In totale, il complesso ha uscite su Third Avenue, Lexington Avenue, 60th Street e 59th Street.[8]

Movimento

La stazione è servita dai treni di sette services della metropolitana di New York:

Interscambi

La stazione è servita da diverse autolinee gestite da MTA Bus e NYCT Bus.[15] Per i possessori di MetroCard è possibile anche un interscambio, fuori dai tornelli, con la stazione della metropolitana di Lexington Avenue-63rd Street, servita dalla linea F.[8]

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Ford EcoSport

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Ford EcoSport

La Ford EcoSport è un'autovettura di tipo SUV compatto di segmento B, prodotto dalla casa automobilistica statunitense Ford dal 2003 al 2022 in due serie, di cui la seconda è stata presentata nel 2012[1].

Prima generazione (2003-2012)

La prima generazione della EcoSport è stata progettata dalla "USA Ford Truck Center Vehicle" e costruito solo in Brasile.

È fortemente ispirata alla Fusion venduta nell'Europa al suo posto, ma con caratteristiche stilistiche e sportive diverse per evitare l'accostamento alla più popolare versione europea. È stata prodotta dal 2003 al 2012 e venduta nei soli mercati dell'America Latina.

Tra i suoi concorrenti vi sono anche la Fiat Palio Weekend Adventure e la Volkswagen CrossFox.

Tutti i modelli sono a trazione anteriore con cambio manuale di serie, mentre il modello da 2,0 Lt può anche essere equipaggiata con un cambio automatico a quattro rapporti e trazione integrale permanente. In quest'ultimo caso, un sistema a comando elettronico consente al conducente di attivare il differenziale posteriore direttamente dal cruscotto.

Da quando l'Ecosport è entrato in commercio, la vettura ha venduto bene, tanto da essere considerata tra i 10 veicoli più venduti in Brasile.

A un anno dal debutto brasiliano, cioè nel 2004, l'Ecosport sbarca anche nei mercati messicani dove verrà venduta sino al 2010.

Nel 2006 viene cancellato il motore di base a benzina, il 1.0 turbocompresso Zetec-Rocam da 95 CV.

Alla fine del 2007 è stato operato un restyling, che ha modificato la parte anteriore per allinearla ai moderni pick-up della Ford, così come già fatto sul modello brasiliano della Fiesta.

Modifiche minori arrivano al posteriore, dove cambiano i gruppi ottici, il portellone e in piccolissima parte, il paraurti.

Internamente arriva un nuovo cruscotto di maggior qualità.

Motorizzazioni

4 stelle

Al debutto era disponibile con quattro motorizzazioni a 4 cilindri in linea:

Seconda generazione (2012-2022)

Presentata in anteprima al salone di Nuova Delhi all'inizio dell'anno, è entrata in produzione in Brasile nella seconda metà del 2012.

Dall'inizio del 2013 viene prodotta anche negli stabilimenti cinesi e in seguito in quelli indiani.

È la prima EcoSport a essere importata in Europa, nell'America del Nord (dal 2017, negli Stati Uniti e nel Canada) nei paesi del Sud asiatico, anche e soprattutto in India e in Cina, entrambi paesi dove il SUV è prodotto.

In Europa in particolare, la nuova EcoSport è stata presentata in anteprima al Salone dell'automobile di Parigi nel 2012 e poi in via definitiva al Mobile World Congress 2013 di Barcellona. Il piccolo SUV, lanciato in Europa al cavallo tra il 2013 e il 2014 in seguito all'ondata dei piccoli SUV in diffusione sul mercato europeo (le varie Peugeot 2008, Renault Captur e Opel Mokka), viene importata dalla fabbrica Ford di Chennai, in India e (al debutto) adotta tre motorizzazioni, tutte a trazione anteriore: un 1.0 turbo a benzina Ecoboost da 125 CV, un 1.5 da 110 CV a benzina e un 1.5 TDCi da 90 CV a gasolio.

Nel 2015 la EcoSport europea, in seguito a vendite sottotono e critiche della stampa specializzata (prime tra tutto le plastiche di scarsa qualità degli interni e la presenza della ruota di scorta posteriore) viene aggiornata, con lievi modifiche che modificano gli esterni, con nuovi fari anteriori e posteriori e con un nuovo portellone senza ruota di scorta (che rimane, comunque, optional), gli interni, grazie ad alcuni comandi rivisti, nuove sellerie e plastiche di migliore qualità, il comfort (nuove sospensioni e maggior uso di pannelli fonoassorbenti) e la dinamica di guida, con nuove sospensioni e tarature di servosterzo e ESP. Rivista anche la gamma di motori, tutte Euro 6 e che comprende i motori 1.0 Ecoboost da 125 e l'inedita versione da 140 CV e anche 1.5 Ti-VCT da 110 CV a benzina, oltre al nuovo 1.5 TDCi da 95 CV o 100 CV a gasolio.[3]

Restyling 2016

Al Salone di Los Angeles del 2016, invece, la EcoSport viene pesantemente aggiornata e, per l'occasione, fa il suo debutto in Nord America. Il nuovo modello è riconoscibile per un frontale inedito, più aggressivo, che presenta nuovi fari, griglia e paraurti, nuovi cerchi e alcune rifiniture di diverso disegno al posteriore, ma anche per un deciso svecchiamento degli interni, che presentano adesso una nuova plancia, con una nuova strumentazione, un nuovo sistema multimediale SYNC 3 da 8 pollici a forma di "tablet" e un nuovo tunnel centrale. Inediti anche tessuti e finiture. Nel complesso, l'ambiente interno somiglia alla nuova Fiesta. I motori per il Nord America sono un 1.0 Ecoboost da 125 CV e un 2.0 abbinabile anche alla trazione integrale, entrambi disponibili con un cambio automatico a sei rapporti.[4] Questo modello, con alcune leggere modifiche, viene venduto dal mese di luglio dell'anno successivo anche in Brasile, dove adotta due motorizzazioni a benzina: un 1.5 e un 2.0, entrambi disponibili anche con un inedito cambio automatico a sei marce, di serie sul motore 2.0.

Motorizzazioni (in Europa)

[5]

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Angelica Garnett

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Angelica Garnett

Angelica Vanessa Garnett, nata Bell (25 dicembre 1918Aix-en-Provence, 4 maggio 2012), è stata una scrittrice e pittrice britannica.

Figlia illegittima dei pittori Duncan Grant (1885-1978) e Vanessa Bell (1879-1961), sorella di Virginia Woolf, ha fatto parte del Bloomsbury Group. Vanta, per parte materna, eccellenti parentele con l'élite intellettuale britannica del diciannovesimo secolo: dal nonno Sir Leslie Stephen, alla prima fotografa dell'età vittoriana, Julia Margaret Cameron (che era una zia materna di Julia Prinsep Jackson, la madre di Virginia e Vanessa), allo scrittore William Makepeace Thackeray (che fu padre di Harriet Marian "Minnie" Thackeray, prima moglie del nonno Leslie Stephen), dai Darwin ai duchi di Bedford ai Somerset.

Infanzia e adolescenza

Angelica nasce dalla relazione intrecciata da Vanessa, già sposata con il critico d'arte Clive Bell con Duncan Grant, pittore discendente dall'aristocrazia scozzese e imparentato con gli Strachey, che dallo scoppio della prima guerra mondiale condivideva con Vanessa lo studio a Bloomsbury, Londra, e la casa di campagna di Charleston, vicino a Firle, nel Sussex, frequentata da personalità del Bloomsbury Group come Maynard Keynes, Roger Fry e Lytton Strachey, ma anche Lady Ottoline Morrell e Vita Sackville-West. La zia, Virginia Woolf, viveva a Rodmell, a pochi chilometri di distanza.

La paternità di Duncan Grant fu tenuta segreta per molti anni dato che Clive riconobbe Angelica come sua figlia, soprattutto per non irritare la propria famiglia conservatrice. La vera paternità fu rivelata ad Angelica dalla madre dopo la morte nella guerra civile spagnola del fratellastro Julian Bell, nel 1937. Oltre a Julian, Angelica ha avuto un secondo fratellastro, Quentin Bell (1910-1996) biografo e storico dell'arte.

Attività artistica e matrimonio

Sul finire degli anni trenta, Angelica si interessa alla recitazione, sotto la guida di Michel Saint-Denis e Jacques Copeau, allo studio del violino e alla pittura. Nel 1935 interpreta l'attrice Ellen Terry nella rappresentazione della commedia Freshwater di Virginia Woolf.

Negli stessi anni frequenta il celebre scrittore inglese David Garnett, di ventisei anni maggiore di lei, e già amante del padre biologico Duncan Grant, sposandolo un anno dopo la morte di Virginia Woolf, nel 1942, e successivamente separandosi. Dal matrimonio sono nate quattro figlie: Amaryllis Virginia Garnett (1943-1973), attrice, la scrittrice Henrietta Garnett (1945-2019); le gemelle Nerissa Garnett (1946-2004) e Frances Garnett (1946).

Angelica Garnett visse gli ultimi 30 anni della sua vita a Forcalquier nel Sud della Francia. Muore a Aix-en-Provence il 4 maggio 2012.

Autobiografia e memorie

Dopo avere abbandonato la recitazione, si è dedicata principalmente alla pittura e all'illustrazione, realizzando più copertine per i volumi della Hogarth Press di Leonard Woolf e per Chatto & Windus. Sue opere sono state battute all'asta da Christie's e Sotheby's. A partire dagli anni ottanta, con il trasferimento nel Sud della Francia, Angelica Garnett si è dedicata alla scrittura, pubblicando nel 1985 l'autobiografia Deceived with Kindness (Ingannata con Dolcezza). [1] Il libro ha vinto il Premio PEN/Ackerley nel 1985.[2] Nel 2011, per Chatto & Windus, è uscita la raccolta di racconti The Unspoken Truth.

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Ispirazione

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Ispirazione

Con il termine ispirazione si intende un particolare stato della mente, dei sentimenti e della volontà, suscitato da forti motivazioni o impulsi, che consentono a un individuo di affinare le proprie capacità intuitive, o lo spingono a dar vita a forme intense di creatività ed espressività.[1]

In molte culture, come attesta anche la stessa etimologia del termine (attinente al respiro, cioè al soffio vitale), si ritiene che l'ispirazione consista nell'intevento di uno spirito divino o soprannaturale, che rende possibile ad una persona la rivelazione di particolari verità, o l'accesso a dimensioni non percepibili dagli altri. Generalmente l'ispirazione presuppone nel soggetto che la sperimenta particolari predisposizioni che possono variare nelle differenti culture.[2]

Ispirazione artistica

Per quanto riguarda le composizioni artistiche, l'ispirazione si riferisce ad una irrazionale ed incomprensibile esplosione di creatività. Letteralmente il termine significa "respirare su" ed ha le sue origini in Grecia. Nelle prime discussioni sull'ispirazione (nelle opere di Omero e di Esiodo) è fondamentale l'importanza riconosciuta al respiro di Dio. L'oracolo di Delfi, per esempio, così come altre sibille, riceveva dei vapori considerati divini da una caverna sacra ad Apollo prima di pronunciare la profezia.

Secondo il pensiero greco, che univa arte e religione, un poeta era ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato al di fuori della sua mente, a contatto con le idee iperuranie di Dio.

Le divinità che concedevano l'ispirazione erano le Muse, guidate da Apollo.

Per i poeti italiani del Dolce stil novo le Muse ispiratrici erano invece le proprie dame, donne trasfigurate in creature angeliche, simbolo di un ideale irraggiungibile.

Il concetto di "ispirazione" come fenomeno mistico fu ripreso in Inghilterra, nel XVIII secolo, dalla nascente psicologia. Il filosofo John Locke, invece, descrisse l'ispirazione come un'eco mentale di idee che si richiamavano a vicenda.

Secondo i romantici l'ispirazione era causata dal genio, una specie di "dio interno" al poeta che fungeva appunto da fonte di ispirazione.

Gli scrittori romantici, come Edgar Allan Poe, Ralph Waldo Emerson e Percy Bysshe Shelley descrivevano l'ispirazione in termini molto simili a quelli dei Greci, ovvero come qualcosa di misterioso ed irrazionale. Era il genio che parlava dentro di loro che si limitavano a riportare per scritto quanto sentito. Tuttavia Emerson, nel suo saggio sull'"Ispirazione" parlava anche di modalità pratiche attraverso cui l'ispirazione sarebbe stata resa possibile o facilitata, come la vita in solitudine, la conversazione, ecc. In alcuni casi Samuel Taylor Coleridge parlava addirittura di scrittura automatica (sperimentata anche, molti anni più tardi, da William Butler Yeats).

Sigmund Freud e gli psicologi successivi consideravano l'ispirazione localizzata all'interno della psiche dell'artista, grazie alla quale potevano riemergere conflitti psicologici non risolti o traumi infantili. L'ispirazione secondo Freud proveniva direttamente dal subconscio. Proprio per questo i surrealisti annotavano i momenti di ispirazione in diari o tramite la scrittura automatica, in quanto desiderosi di raggiungere la vera sorgente dell'arte.

Secondo Carl Gustav Jung l'artista è l'unico che dentro di sé porta ancora le tracce di una memoria razziale non acquisita con l'esperienza ma derivante dal patrimonio genetico, ed è colui che sente con maggiore forza, e quindi è in grado di esprimerlo, il conflitto tra l'"anima" primitiva e l'ego civilizzato. Per questo l'ispirazione si configura di nuovo come una sorta di "genio" che riesce a portare alla luce quanto è nascosto. Gli artisti che hanno seguito il pensiero di Jung hanno dato enfasi soprattutto al primitivismo e allo studio dell'arte e dei miti preistorici.

Secondo i filosofi materialisti l'ispirazione rappresenta il conflitto tra la base economica e le posizioni sovrastrutturali economiche, oppure un dialogo inconsapevole tra ideologie in competizione, o anche lo sfruttamento di una "fessura" nell'ideologia della classe dominante. Comunque, in ognuno di questi casi, l'ispirazione è propria di quegli artisti particolarmente predisposti a percepire i segnali di una crisi esterna.

Nella moderna psicologia l'ispirazione non è studiata frequentemente, ma è generalmente vista come un processo interamente interiore.

Ispirazione biblica

Nelle religioni monoteiste (ebraismo, Cristianesimo, islam) l'ispirazione è considerata alla base dei libri sacri, ritenuti rivelati da Dio. Nel cristianesimo l'ispirazione è considerata come una forma di cooperazione tra agiografo e Dio, mentre nell'islam si insiste sul concetto di ispirazione verbale, ovvero dettatura di Dio al suo profeta.

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Insane Clown Posse

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Insane Clown Posse

Gli Insane Clown Posse sono un duo hip hop statunitense formatosi nel 1987 a Detroit, Michigan.

Composto da Violent J (Joseph Bruce) e Shaggy 2 Dope (Joseph Utsler), in origine erano parte del gruppo "Inner City Posse", sciolto nel 1992. I due si presentano quasi sempre travestiti da "clown serial killer" col volto truccato in bianco e nero e con volti sorridenti.

Il duo ha conquistato due dischi di platino e tre d'oro senza ricorrere ad alcuna forma massmediale, quali radio o emittenti televisivi. Per quanto concerne il Nielsen SoundScan, l'intero catalogo del gruppo (fino all'aprile 2007) ha venduto 6.5 milioni di copie negli Stati Uniti e nel Canada.

Niente fonti!

La musica degli ICP si basa sul credere in "Dark Carnival", una sorta di divinità apocalittica; le loro canzoni si fondano invece sul combinare tra loro eterogenee forme di musica per creare un messaggio coordinato e di senso compiuto, che viene riflesso dall'insieme della discografia e nel concetto medesimo di "Dark Carnival". I generi mischiati sono tra i più disparati e gli stili presi in appello dal loro "mixaggio creativo" discografico passano da chiare referenze dell'horror punk (Misfits), dello straightedge (Minor Threat), così come dal Gangsta rap dei N.W.A., ai messaggi politicamente controversi dei Public Enemy e all'energia frizzante dei Run DMC, presentando punte di spicco con liriche elaborate con pretesti psicologici del goth americano, uniti con "twist" psichedelici del successivo psychobilly.

I due hanno anche lottato nelle due principali federazioni di wrestling statunitensi degli anni novanta, ossia WWF e WCW. Dopo questi stint hanno fondato la loro federazione, la Juggalo Championship Wrestling, ancora attiva.

Storia

Joseph Bruce (Violent J) e Joseph Utsler (Shaggy 2 Dope) si conobbero a Oak Park, Michigan. Entrambi ascoltavano molti rappers del momento come Ice Cube, 2Pac e Run DMC. Nel 1989 pubblicarono un singolo dal nome Party at the Top of the Hill sotto il nome di JJ Boys. La povertà e la vita di strada costringono Bruce a trasferirsi in una città al sud di Detroit, River Rouge. Successivamente, sempre con Shaggy 2 Dope, iniziò a eseguire musica Rap in un locale notturno adottando il nome "Inner City Posse" e pubblicando vari EP.

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Nel 1992 cambiano il nome in "Insane Clown Posse", iniziando ad adottare tematiche Horrorcore e pubblicano il loro album di debutto, Carnival of Carnage. Negli anni a venire il gruppo pubblica altri diversi album come Ringmaster, Riddle Box, The Great Milenko e The Amazing Jeckel Brothers.

Nel 1997 iniziano una faida con Eminem: quest'ultimo, proprio in quegli anni, stava iniziando ad avere successo internazionalmente e prese ad insultarli in concerti, interviste e canzoni; il gruppo rispose pubblicando la canzone Slim Anus, presa in giro all'alterego di Eminem Slim Shady. Nel giugno del 2000 Eminem minaccia con una pistola Douglas Dail, un affiliato del gruppo, e nello stesso anno gli ICP rilasciano due album: Bizzar & Bizaar. Successivamente il gruppo pubblicherà vari album come The Wraith: Shangri-La, descritto come l'album più cupo della band, Hell's Pit, The Tempest, Bang! Pow! Boom!, The Mighty Death Pop!, Smothered, Covered & Chunked e Mike E. Clark's Extra Pop Emporium. Nel 2005, grazie ai D12 e alla Psychopathic Family, termina la faida tra Eminem e il gruppo.

Stile musicale

Lo stile che interpretano gli Insane Clow Posse è l'Horrorcore. I temi principali del gruppo sono il cannibalismo, l'omicidio e la necrofilia, ma nell'album di debutto, Carnival of Carnage, affrontano anche temi come il razzismo. Il gruppo ha ammesso di essere stati influenzati musicalmente da artisti come Ice Cube, Michael Jackson e Esham.

Discografia

Album in studio

EP

Raccolte

Apparizioni come ospiti

Singoli

Collaboratori principali

Collaborazioni

Filmografia

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Foreste paludose della Nuova Guinea meridionale

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Foreste paludose della Nuova Guinea meridionale

Le foreste paludose della Nuova Guinea meridionale costituiscono un'ecoregione terrestre dell'ecozona australasiana, appartenente al bioma delle foreste pluviali di latifoglie tropicali e subtropicali (codice ecoregione: AA0121).[1] Si estendono per circa 99.900 km² lungo i versanti occidentale e meridionale dell'isola della Nuova Guinea.

Lo stato di conservazione è considerato relativamente stabile o intatto.

Territorio

L'ecoregione è costituita da due aree distinte di foreste paludose d'acqua dolce. La prima si sviluppa lungo i sistemi fluviali a bassa pendenza della costa centro-meridionale dell'isola, estendendosi sia nella parte indonesiana sia in quella della Papua Nuova Guinea. La seconda, di dimensioni più contenute, comprende le foreste che costeggiano i bacini fluviali affacciati sulla costa meridionale della penisola di Vogelkop, nel nord-ovest dell'isola.[1]

Nella penisola di Vogelkop, i fiumi principali sono il Kamundan e il Wiriagar (o Aimau), che sfociano nel golfo di Berau, e il Seremuk, il Klabra e il Kaibus, che sboccano nel Mar di Ceram.[2] Le foreste pluviali di pianura al di sotto dei 1000 metri in questa penisola appartengono a un'ecoregione distinta, denominata Foreste pluviali di pianura del Vogelkop e delle isole Aru (codice WWF: AA0128).[1]

La regione centro-meridionale può essere suddivisa in due subregioni: quella dei bacini inferiori dei fiumi che sfociano nel Mar degli Alfuri, lungo la costa occidentale, e quella dei bacini medi e inferiori dei fiumi che sboccano nel Golfo di Papua, sulla costa meridionale. tra i principali corsi d'acqua della costa occidentale si segnalano il Mimika, il Lorentz (Undir), l'Urumbuwe (Asewet), il Pulau con i suoi affuenti Baliem e Kampung, e il Digul. Sulla costa meridionale i fiumi principali sono il Turama, il Kikori, il Purari, il Bamu e il Fly, con i suoi affluenti maggiori, lo Strickland e l'Elevala.[2] Le foreste pluviali di pianura della Nuova Guinea meridionale, situate a sud della Cordigliera Centrale, costituiscono un'ecoregione separata (AA0122).[1]

Appartengono all'ecoregione anche l'isola di Yos Sudarso (o Kolepom), situata nel Mar degli Alfuri, di fronte alla costa della reggenza di Merauke, e il Lago Murray, nel territorio della Papua Nuova Guinea.[2]

Nonostante le precipitazioni siano inferiori rispetto ad altre aree dell'isola, il rilievo pianeggiante e l'intenso drenaggio fluviale proveniente dalla Cordigliera Centrale causano inondazioni stagionali, soprattutto durante la stagione delle piogge. Il bacino del fiume Fly costituisce il sistema di zone umide più vasto della Papua Nuova Guinea.[1]

Il clima dell'ecoregione è tropicale umido, tipico della Melanesia situata nel Pacifico occidentale, a nord dell'Australia.[1]

Dal punto di vista geologico, sebbene la Nuova Guinea sia una regione tettonicamente attiva, la piattaforma della Papua Occidentale mostra segni di relativa stabilità. L'ecoregione poggia su depositi alluvionali, sia attivi che relitti, distribuiti su pianure e conoidi.[1]

Flora

Le paludi d'acqua dolce delle pianure meridionali presentano una notevole varietà di habitat, che spaziano dalla vegetazione acquatica e erbacea alle paludi erbose, savane e boschi, fino alle vere e proprie foreste paludose. Il paesaggio è caratterizzato da un mosaico di comunità vegetali, tra cui paludi erbose di Leersia, Saccharum-Phragmites e Pseudoraphis, savane paludose (miste o dominate da Melaleuca), boschi di sago e di Pandanus, foreste paludose mista e dominanze monoflore come quelle a Campnosperma, Terminalia o Melaleuca. Circa il 32% dell'ecoregione è occupato da foreste paludose d'acqua dolce, il 28% da praterie e il 13% da foreste di torbiere; il resto è costituito da foreste umide, secche o da aree disboscate.[1]

La volta delle foreste paludose varia da bassa a media, generalmente con chiome uniformi tra i 20 e i 30 metri di altezza. Nella sottochioma sono comuni la palma da sago (Metroxylon sagu) e diverse specie di Pandanus. Tra le principali specie arboree figurano Campnosperma brevipetiolatum, Campnosperma auriculatum, Terminalia canaliculata, Nauclea coadunata, specie di Syzygium, e Myristica hollrungii nelle aree deltizie. In alcune aree si osservano formazioni quasi monospecifiche di Campnosperma o Melaleuca, mentre in altre la diversità arborea è notevole.[1]

Le erbe predominanti appartengono ai generi Leersia, Saccharum e Phragmites. Le palme da sago formano boschi estesi nelle aree ricche d'acqua dolce, mentre Pandanus è più frequente in ambienti salmastri. Le paludi stagionalmente inondate dei fiumi Middle Fly e Strickland sono dominate da boschi di Melaleuca, in particolare Melaleuca cajuputi, una specie altamente resistente al fuoco. In queste foreste aperte sono comuni anche Nauclea, Syzygium, Carallia, Terminalia, Alstonia, Barringtonia, Diospyros, Pandanus e Myristica.[1]

Una porzione significativa lungo il corso del fiume Fly rientra nel centro di diversità vegetale (CDP) denominato Southern Fly Platform.[3]

Fauna

L'ecoregione presenta una ricchezza e un endemismo da moderati a bassi rispetto ad altre aree dell'Indo-Malesia. La diversità di rettili e anfibi è ritenuta elevata, sebbene ancora poco documentata.[1]

Mammiferi

Sono presenti circa cinquanta specie, tra cui sei endemiche o quasi endemiche. Tra queste, il ratto del fiume Fly (Leptomys signatus), endemico e classificato come in pericolo critico, il pademelon scuro (Thylogale brunii) e il pipistrello dalle orecchie a tromba (Kerivoula muscina), entrambi vulnerabili. Altre specie quasi endemiche sono il canguro arboricolo di pianura (Dendrolagus spadix), il dorcopside grigio (Dorcopsis luctuosa) e l'echimipera di Menzies (Echymipera echinista).[1]

Uccelli

Con 339 specie registrate, di cui undici endemiche o quasi endemiche, l'avifauna dell'ecoregione presenta caratteristiche tipicamente australasiane, con rappresentanti delle famiglie Paradisaeidae, Ptilonorhynchidae, Petroicidae e Meliphagidae. L'area interseca due Endemic Bird Area (EBA): le Pianure della Papua meridionale[4] e la Trans Fly EBA.[5] Tutte le sei specie a raggio limitato della prima sono presenti nell'ecoregione, così come Poodytes albolimbatus (forapaglie codone di D'Albertis), classificato come vulnerabile, e probabilmente anche due specie di Lonchura della seconda.[1]

Tra le specie quasi endemiche si segnalano la talegalla beccorosso (Talegalla cuvieri), il colombo frugivoro di Wallace (Ptilinopus wallacii), la gura azzurra (Goura cristata), il lori nero (Chalcopsitta atra), il martin pescatore minore del Paradiso (Tanysiptera hydrocharis), il pitohui pettobianco (Pseudorectes incertus), il cappuccino testagrigia (Lonchura nevermanni), il cappuccino nero (Lonchura stygia), il beccafiori papua pettirosso (Dicaeum pectorale) e la paradisea maggiore (Paradisaea apoda).

Popolazione

Conservazione

L'ecoregione si presenta in larga parte in condizioni ancora buon, con una bassa densità di popolazione umana e un uso prevalentemente di sussistenza.

Tuttavia, esistono minacce locali. La miniera di rame e oro OK Tedi, situata in PNG vicino alle sorgenti dell'omonimo fiume, ha causato danni significativi agli ecosistemi fluviali, riducendo le catture ittiche nei fiumi Ok Tedi e Fly. Anche il sistema Laiagap-Strickland risulta contaminato, con livelli elevati di mercurio nei pesci. Sul versante indonesiano, vaste aree forestali paludose sono soggette a progetti di conversione agricola, in particolare per la coltivazione del riso, e alla possibile migrazione di popolazioni provenienti da Giava e Madura, con il rischio di un raddoppio demografico.[1]

L'area protetta principale dell'ecoregione è il Parco nazionale di Lorentz, situato nella provincia indonesiana di Papua, nella Nuova Guinea occidentale.[6][7]

Note

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Flair bartending

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Flair bartending

Il flair bartending, o comunemente detto flair, è l'insieme delle tecniche acrobatiche nella preparazione di cocktail inventate ed in uso dalla figura del barman.

Si fondono in esso tecnica psicologica dimostrativa e di vendita (atta ad accogliere ed intrattenere la clientela) e rapidità nell'esecuzione delle figure (l'organizzazione e tecnica di svolgimento lavorativa). Il bartender diventa perciò una figura che funge da agente catalitico mettendo a proprio agio la clientela e creando coinvolgimento e partecipazione della stessa allo spettacolo.

Il bartender, tenendo in mano due o più bottiglie in una sola mano, attua il “Flair” (che in inglese significa: fiuto, attitudine, inventiva). Eseguire il flair è semplicemente efficienza, che si esprime appunto nel movimento del corpo ed associato ad un pizzico di ispirazione personale. È quel tipo di prova in cui, ad esempio, si preparano i cocktail utilizzando i versaggi multipli o contemporanei di liquori, stravolgendo prese e lanci dei contenitori o bottiglie con movimenti a volte aggraziati o talvolta bizzarri, lanciando o afferrando gli stessi davanti o dietro la schiena, secondo una regia pianificata prima o improvvisata al momento, secondo l'esigenza.

Niente fonti!

Le Origini

Una forma di flair esiste almeno da 150 anni. Infatti si ha notizia che il primo a praticare questo lavoro sia stato il celebre “professore” statunitense Jerry Thomas quando a metà del 1800 realizzò il suo famoso “Blue Blazer”, versando scotch infiammato e acqua da un tazzone all'altro in una lunga scia infuocata. Nulla comunque da attribuire alle routine moderne che si sono evolute dagli anni 70 ad oggi.

Per cercare invece le origini del flair più moderno, dobbiamo tornare indietro di qualche anno dai giorni nostri più precisamente agli inizi degli anni '80 dove alcuni ragazzi californiani lavorando in un bar ed avendo sempre molta gente all'interno del locale, si inventarono alcuni movimenti appositamente studiati per velocizzare il lavoro. La tecnica risultava sorprendente ed efficace e perciò viene subito adottata da altri colleghi. È così che la tecnica viene subito adottata da altri colleghi e presto diventerà una catena popolare di servizi di questo genere in tutta l'America. La catena venne chiamata TGI Fridays.

Passano alcuni anni ed è nel 1997 che ad Orlando in Florida, viene fondata un'accademia la Flair Bartenders' Association (FBA, con l'intento di tutelare e far crescere questa professione ed infine promuovere le prime gare e concorsi in giro per il mondo.

Inutile dire che ad oggi la capitale mondiale del flair è diventata Las Vegas non a caso i migliori 4 flair bar del mondo si trovano proprio qui e sono: Carnaval Court, Shadows, Kahunaville, Red Room Saloon. Non di meno però è anche il Roadhouse un flair bar di Londra anch'esso considerato da poco tempo uno dei migliori.

Il 2008 è stato l'anno di fondazione della World Flair Association (WFA), associazione mondiale con sede a Londra, fondata per standardizzare lo stile del Flair Bartending.

Le varianti

Il flair bartending a sua volta si divide in due varianti: Working flair ed Exhibition flair. Il Working Flair è caratterizzato da movimenti sia rapidi che morbidi, tutti eseguiti senza creare ritardi sui tempi di servizio al cliente. Praticato per lo più con un bicchiere, una bottiglia, un cono Boston, una guarnizione, occasionalmente con due bottiglie, è finalizzato alla composizione dei drink con frutta o altre decorazioni. L'Exhibition Flair è usato principalmente a scopo di intrattenimento o nelle competizioni , certe volte può durare anche diversi minuti. Spesso è usato nei locali quale segno distintivo, di campagne pubblicitarie, nella promozione di liquori, in occasione di momenti dimostrativi all'interno di fiere o dimostrazioni. Rispetto al working flair richiedere l'uso di materiale scenico, materiali singolari ed una preparazione più lunga e dettagliata.

Nella cultura di massa

Nella cultura di massa il flair divenne subito popolare da quando nel film Cocktail, diretto da Roger Donaldson, un giovane studente di economia, interpretato da Tom Cruise intraprende la carriera di bartender, a lui sconosciuta. All'inizio della carriera è molto insicuro ed impacciato, ma alla fine grazie al flair diventa una grandissima star.

In Italia

In Italia si inizia a parlare di flair bartending nel 1992 quando iniziano ad arrivare le prime attrezzature per i bar dagli Stati Uniti, oggi con Gianluca Pomati Stefano Talice, titolari della ex "Varpo" e oggi "Ph-Net" i quali durante un incontro ad una fiera incontrano un talentuoso bartender portoghese, Paulo Ramos che dopo alcuni mesi di trattative lo fanno arrivare in Italia e dopo solo 2 mesi gli fanno aprire la prima scuola italiana di flair. Ecco che è così che il nostro paese conosce un periodo di grande popolarità ed iniziano ad emergere i primi talenti nostrani: Lorenzo Bianchi e Marco Sumerano e tanti altri ed iniziano ad arrivare dal circuito internazionale bartender dai paesi dell'Est, dall'Asia e dal Sud America, portando con sé stili diversi e nuove tecniche sempre più spettacolari.

Dopo questi primi anni brillanti però con il passare degli anni il flair è divenuta anche per certi versi la tecnica di lavoro più controversa, più discussa e più incompresa e per questo motivo anche criticata, molto spesso con poca cognizione di causa.

Formazione in Italia

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Uncharted 2: Il covo dei ladri

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Uncharted 2: Il covo dei ladri

PlayStation Network:
Zona PAL 27 giugno 2012
27 giugno 2012
PlayStation 4:
9 ottobre 2015
Zona PAL 7 ottobre 2015

Uncharted 2: Il covo dei ladri (Uncharted 2: Among Thieves) è un videogioco d'avventura dinamica del 2009, sviluppato da Naughty Dog e pubblicato da Sony Interactive Entertainment in esclusiva per PlayStation 3.[1] Si tratta del secondo capitolo principale della celebre saga di videogiochi Uncharted.

Il gioco è stato annunciato ufficialmente nel dicembre del 2008 da Game Informer ed è stato pubblicato il 13 ottobre 2009 in Nord America e tre giorni dopo in Europa.[2][3]

Il covo dei ladri prende avvio due anni dopo gli eventi di Drake's Fortune. In maniera simile alla storia precedente, la nuova avventura di Nathan Drake ruota attorno ad un mistero storico irrisolto su Marco Polo ed il suo famoso viaggio di ritorno dalla Cina nel 1292. Dopo essere stato per quasi 20 anni alla corte dell'imperatore Kublai Khan, Marco Polo partì con 14 navi ed oltre 600 persone tra passeggeri ed equipaggio, ma quando arrivò a destinazione un anno e mezzo dopo, rimasero soltanto una nave e 18 passeggeri. Anche se Marco Polo descrisse praticamente ogni cosa del suo viaggio dettagliatamente, non rivelò mai cosa accadde alla sua flotta perduta.

Il videogioco è stato acclamato dalla critica e dai giocatori diventando un punto di riferimento del genere avventura, nonché dell’intero panorama videoludico.[4] Inoltre, ha ottenuto svariati premi, risultando il gioco più premiato del 2009.[5] È stato anche un grande successo commerciale, con oltre 6 milioni di copie vendute nel mondo,[6] ed è oggi generalmente considerato un capolavoro della storia videoludica,[7][8] nonché uno dei migliori videogiochi mai realizzati.[9][10][11]

Trama

Due anni dopo la scoperta di El Dorado, Nathan Drake rincontra un suo vecchio amico, Harry Flynn e la sua ragazza (e vecchia fiamma di Nate) Chloe Frazer. Gli raccontano che il cliente di Flynn, Zoran Lazarevic, vuole che recuperi una lampada ad olio da un museo. Nate all'inizio rifiuta, ma accetta quando scopre che potrebbe celare la risposta al destino delle navi perdute di Marco Polo. Inoltre Nate e Chloe pianificano di scappare insieme dopo aver rinvenuto il tesoro all'insaputa di Flynn.

Ad Istanbul, Nate e Flynn irrompono nel museo e trovano la lampada. Al suo interno, trovano una pergamena completamente nera e della resina. Nate brucia la resina, la cui luce rivela sulla pergamena una mappa e l'esistenza di lettere apocrife di Polo. Scopre che la flotta venne colpita da uno tsunami al largo della costa occidentale del Borneo e che trasportava la pietra Cintamani da Shambhala. Nel momento in cui si preparano ad andarsene, Flynn tradisce Nate facendo scattare l'allarme e lasciandolo in balia delle guardie di sicurezza del museo. Nate tenta di scappare ma viene catturato dalla polizia turca.

Dopo tre mesi di galera, Nate riceve la visita del suo vecchio amico Victor "Sully" Sullivan, dicendogli di aver pagato la cauzione. Insieme a Sully c'è anche Chloe, che decide di unirsi con Nate alla ricerca della flotta di Polo e della pietra visto che Lazarevic ha trovato la flotta perduta.

In Borneo, Nate, Chloe e Sully trovano l'accampamento di Lazarevic. Nate scopre, attraverso le lettere di Marco Polo trovate da Lazarevic, che gli uomini sfuggirono allo tsunami sulla montagna vicina. Il trio raggiunge l'ultimo rifugio dell'equipaggio di Polo in un antico tempio e lì scoprono che tutti sono ridotti a scheletri con i denti neri. Nate accende della resina e segue delle vecchie tracce di sangue fino ad una scatola contenente un Phurba ed un'altra pergamena di Polo che svela un ulteriore indizio riguardo ad un tempio nella città di Kathmandu in Nepal. Sopraggiungono gli uomini di Flynn: Chloe decide di restare sotto copertura e fare finta di aver scovato i suoi amici. Flynn prende la mappa ed ordina a due soldati di condurre Nate e Sully da Lazarevic. Lontana dagli occhi di Flynn, Chloe uccide le due guardie e dà a Nate il Phurba dicendogli di incontrarsi in Nepal. Sully e Nate riescono a scappare e, una volta al sicuro, Sully informa Nate che non lo accompagnerà in Nepal, sentendosi "troppo vecchio per queste cose".

In Nepal, Nate trova la città divisa da una guerra civile e dalle truppe di Lazarevic, anche loro alla ricerca del tempio. Nate ritrova Chloe e i due si mettono alla ricerca del tempio, che ha dei simboli uguali a quelli sul Phurba. Mentre girano in una delle vie della città, incontrano la giornalista Elena Fisher ed il suo cameraman Jeff che stanno cercando Lazarevic nella speranza di avere una buona storia. Nate propone ad Elena e Jeff di venire con loro nonostante Chloe non sia concorde. Si inoltrano nel tempio e scoprono che la pietra e Shambhala sono nelle montagne dell'Himalaya. Nel frattempo, Jeff viene colpito da uno degli uomini di Lazarevic e Nate, Elena e Chloe cercano di portarlo al sicuro. Il gruppo però viene trovato da Flynn e Lazarevic: quest'ultimo uccide Jeff, prende il Phurba e costringe Chloe a seguirli sul loro treno. Flynn viene lasciato indietro ad uccidere Nate ed Elena, che però riescono a scappare.

Nate decide di andare al deposito treni per salvare Chloe ed Elena decide di aiutarlo. Grazie ad una jeep rubata dalla ragazza, Elena aiuta Nate a raggiungere il treno riuscendo a saltare appena in tempo sull'ultima carrozza. Nate quindi si dirige verso il primo vagone: ritrova Chloe che gli intima di andarsene ma viene colpito allo stomaco da Flynn. Nate è costretto a sparare a dei contenitori di gas propano uccidendo gli uomini di Flynn, ma mandando se stesso e metà del treno fuori dai binari in bilico su un burrone. Ferito e malconcio, riesce a mettersi in salvo recuperando anche il pugnale Phurba, ma successivamente Nate sviene per lo sfinimento.

Si sveglia in un villaggio tibetano dopo essere stato salvato da uno degli uomini del villaggio di nome Tenzin. L'uomo lo porta da Elena (che aveva seguito le tracce dell'incidente) e al capo del villaggio, un vecchio tedesco di nome Karl Schafer. Schafer dice a Nate che il Phurba è la chiave per Shambala, e che se Lazarevic riuscirà a prendere la pietra nessuno potrà fermarlo. Quindi manda Nate e Tenzin a cercare i resti della sua spedizione in cerca di Shambala, condotta dallo stesso Schafer settant'anni prima. Nelle caverne di ghiaccio, Nate e Tenzin scoprono che gli uomini di Schafer erano SS che facevano parte dell'Ahnenerbe e che furono uccisi da Schafer per proteggere il mondo dal potere della pietra. Mentre sono ancora nelle caverne, il duo viene attacco da strani e spaventosi mostri simili a Yeti, dotati di forza e agilità sovrumane. Alla loro fuga, scoprono che Lazarevic ha attaccato il villaggio di Tenzin e rapito Schafer. Nate e Tenzin sconfiggono gli uomini di Lazarevic e salvano il villaggio dalla distruzione totale. Nate ed Elena quindi vanno alla ricerca di Schafer.

Dopo aver distrutto metà del convoglio di Lazarevic, il camion di Nate ed Elena viene mandato giù da un precipizio; riescono tuttavia a salvarsi e a raggiungere un antico monastero buddhista che nasconde l'entrata segreta per Shambhala. La coppia combatte attraverso i molti edifici del monastero in cerca di Schafer; quando lo trovano è in punto di morte a causa delle percosse che Lazarevic gli ha inflitto per le informazioni. Prima di morire, Schafer dice a Nate che deve distruggere la pietra Cintamani, e di credergli.

Nate ed Elena vanno alla ricerca del Phurba mentre gli uomini di Lazarevic vengono continuamente attaccati e uccisi dagli stessi mostri che hanno attaccato Nate e Tenzin nelle caverne di ghiaccio. Trovano il pugnale da Chloe che glielo dà solo con la promessa di uccidere Lazarevic. Nate ed Elena trovano il passaggio segreto per Shambala, ma arriva Lazarevic che minaccia Nate di uccidere sia Elena che Chloe se non apre le porte ma, prima che Nate possa farlo, arrivano i mostri che cercano di ucciderli, ma Lazarevic li uccide a sua volta e scopre che i "mostri" in realtà sono uomini mutati dalla pelle viola e i denti neri che indossano costumi mostruosi, ovvero i Guardiani di Shambala. Arrivati in città, vengono attaccati di nuovo dai Guardiani, armati di balestre e non più travestiti, che iniziano uno scontro con i soldati. Questo permette a Nate, Elena e Chloe di scappare. Il trio raggiunge il tempio nel centro della città contenente la pietra, ma una volta lì scoprono che Polo si sbagliava, che la pietra non era uno zaffiro gigante, ma un grande frammento di ambra color azzurro, creata con la resina dell'Albero della vita.

Scoprono così che Lazarevic si sta recando proprio all'Albero. Ma prima di raggiungerlo, compare Flynn ferito, con una granata con la spoletta mancante. Flynn fa cadere la bomba, uccidendo se stesso e ferendo gravemente Elena. Chloe e Nate la aiutano a raggiungere l'entrata; una volta lì, mentre Chloe porta Elena il più lontano possibile, Nate si dirige da solo a fermare Lazarevic. Nate lo trova alla base dell'Albero della vita a bere la resina, capace di curare le ferite e conferire resistenza e forza sovrumane: Nate lo affronta in combattimento e lo sconfigge. Decide però di non ucciderlo e, allontanandosi dallo scontro, lascia Lazarevic ai Guardiani, che iniziano a picchiarlo fino alla morte.

Nate, Chloe ed Elena scappano dalla città di Shambhala che si sta sgretolando a causa della distruzione dell'Albero dovuta al combattimento con Lazarevic. Tornati al villaggio tibetano, Chloe chiede a Nate se amasse davvero Elena. Rendendosi conto di amarla, Chloe gli dice che dovrebbe dirglielo; i due si dicono addio quando compare Sully che sorregge Elena guarita. La ragazza gli chiede dove andranno ora e Nate, insicuro dei suoi piani futuri, la bacia; quindi insieme guardano il sole tramontare dietro le montagne.

Modalità di gioco

Uncharted 2, rispetto al primo capitolo, ha delle nuove meccaniche di gameplay con delle azioni stealth e le fasi di scalate più libere.[12] In questo nuovo episodio, Nathan è in grado di agire silenziosamente, senza farsi vedere, grazie alla nuova IA dei nemici. Nel gioco non ci sono scene di caricamento.

Non è presente una modalita co-op offline per due giocatori all'interno dell'avventura principale, poiché Nathan Drake vivrà l'avventura da solo senza essere accompagnato da un partner. È presente invece la co-op online per un totale di dieci giocatori al massimo.

Multigiocatore

Le modalità multigiocatore sono:

Oltre queste vi sono le modalità Co-op, fino a 3 giocatori:

Personaggi

Sviluppo

Il primo video è stato mostrato da Game Informer a dicembre 2008, dove viene mostrato Nathan Drake stanco e ferito che cammina nel mezzo di una tempesta di neve per raggiungere un Phurba sepolto per metà nella neve.[13] Il direttore artistico, Richard Diamant, ha confermato che il video mostrato era in real-time, utilizzando l'engine del gioco.[14] Un secondo trailer è stato pubblicato in occasione del Video Games Awards 2008, in cui Nathan Drake, gravemente ferito, è bloccato tra i resti di un treno che stanno per cadere in un precipizio.

Il 27 aprile 2009 Naughty Dog ha ufficialmente confermato che è possibile affrontare sfide multiplayer cooperative e competitive online.[15]

Il 27 luglio 2009 il presidente della Naughty Dog, Christophe Balestra, ha confermato che il gioco non richiede una installazione obbligatoria sull'hard drive della PlayStation 3.[16]

Nel corso del 2009 il gioco è stato mostrato sotto forma di video e immagini nelle conferenza dell'E3 2009 e al GDC 2009.

La beta multiplayer pubblica è stata distribuita dal 29 settembre al 12 ottobre 2009.

Amy Hennig, direttrice creativa di Uncharted 2, ha rivelato che sono presenti oltre 100 minuti di riprese cinematografiche e con una longevità pari a 12-15 ore, senza contare le modalità coop e multiplayer.[17]

La colonna sonora del gioco è composta da Greg Edmonson.

Alla fine dei titoli di coda compare una scritta in cui i programmatori della Naughty Dog ringraziano la Bungie e la Infinity Ward per averli aiutati durante la produzione e soprattutto per avergli gentilmente prestato la struttura fisica degli ambienti, le animazioni del protagonista e dei personaggi secondari.[18]

Grafica e tecnologia

Uncharted 2 utilizza una evoluzione del motore grafico proprietario: il Naughty Dog Engine 2.0 che ha come punto forte le texture e l'illuminazione. Nei video bonus presenti all'interno del disco si dice che il personaggio principale Nathan Drake è composto da ben 80.000 poligoni. Naughty Dog ha precisato, infatti, di conoscere a fondo la struttura della PlayStation 3, e quindi di sfruttarne le piene potenzialità. Il motore fisico utilizzato è l'Havok. In Uncharted: Drake's Fortune è stato utilizzato il motore grafico denominato Naughty Dog Engine 1.0, ed è stato confermato che sfruttava il 30% del processore Cell di PlayStation 3.

Il 26 agosto 2009 è stato rilevato che Uncharted 2 sfrutta il pieno 100% del processore Cell e che il gioco utilizza tutto lo spazio di 25 GB, disponibile nel Blu-ray Disc.
Naughty Dog ha anche dichiarato che Uncharted 2 non potrà mai essere convertito per Xbox 360 a causa dello sviluppo specifico del gioco sul processore Cell, della cooperazione tra quest'ultimo e l'RSX Reality Synthesizer[19] per garantire prestazioni grafiche nettamente superiori, e delle scarse dimensioni dei DVD-DL.[20]

Edizioni limitate

Collector's Edition

Nelle Collector's Edition possiamo avere dei contenuti scaricabili dal PlayStation Network usando dei codici presenti nella confezione:[21]

Uncharted 2: Fortune Hunter Edition

L'unico modo per avere tale edizione è stato partecipare a dei concorsi indetti da Naughty Dog e Sony attraverso il blog ufficiale PlayStation, PlayStation Home o la beta stessa di Uncharted 2. La promozione è stata valida solo per gli Stati Uniti.[22] Uncharted 2: Fortune Hunter Edition comprende:[23]

Accoglienza

Vendite

Il 30 marzo 2012 la Sony ha annunciato che Uncharted 2: Il covo dei ladri ha venduto in tutto il mondo 5 milioni di copie.[24]

Nonostante la data d'uscita italiana fosse mercoledì 14 ottobre, molti rivenditori, in particolare della catena Blockbuster/Gamerush e GameStop, hanno violato il day one e l'hanno messo in vendita già lunedì 12, appena arrivate le forniture.[25][26]

Critica

Riconoscimenti

Sequel

Il game designer di Uncharted 2 ha confermato il sequel del gioco.[43] Nel gennaio 2010, è ancora l'attore Nolan North a dare la voce a Nathan Drake in Uncharted 3 e che lo sviluppo di quest'ultimo inizia a partire dal 2010.[44] È stato annunciato ufficialmente il titolo del sequel Uncharted 3: L'inganno di Drake ed uscito il 1º novembre 2011 negli USA.

Contenuto scaricabile

Il primo pacchetto di contenuti scaricabili (DLC) è stato pubblicato il 27 novembre 2009 e presentava una nuova mappa multiplayer, "The Fort", dal capitolo "The Fortress" in Drake's Fortune gratis. L'11 dicembre 2009, Uncharted: Eye of Indra Multiplayer Skin Pack è stato pubblicato, in esclusiva per il PAL PlayStation Store. Include tutte e quattro le parti del fumetto di movimento Uncharted: Eye of Indra e due skin multiplayer Uncharted 2 basate sul fumetto di movimento. Il pacchetto contiene Rika per gli eroi e Pinkerton per i cattivi. Il pacchetto è stato successivamente pubblicato in Nord America.

Il 28 gennaio 2010 è stato pubblicato il "PlayStation Heroes Skin Pack", contenente Sev e un soldato Helghast di Killzone 2, Nathan Hale e una Chimera della serie Resistance, e Cole (Evil and Good) insieme a Zeke di inFamous. La demo per giocatore singolo di Uncharted 2 è stata pubblicata lo stesso giorno. Il 25 febbraio 2010, un pacchetto DLC che conteneva due nuove mappe multiplayer, sei skin basate su Uncharted: Drake's Fortune, 12 trofei PSN e 13 medaglie è stato pubblicato. Le skin sono state pubblicate come singolo acquisto e le 2 mappe con i 12 Trofei PSN sono state pubblicate come singolo acquisto. È stato anche pubblicato un pacchetto di entrambi gli acquisti. Il 22 aprile 2010 è stato pubblicato il terzo pacchetto di espansione, "Siege". Questo pacchetto DLC conteneva una nuova modalità multiplayer co-op conosciuta come Siege, due nuove mappe multiplayer, sei nuove skin di personaggi e 11 Trofei PSN (10 dei quali sono in bronzo, uno dei quali è in argento). Due delle sei nuove skin sono di Uncharted: Drake's Fortune e le altre quattro sono nuove ed esclusive del gioco. Il 26 agosto 2010 è stato pubblicato il "Sidekick Skin Pack", contenente 6 apparizioni alternative di personaggi precedentemente disponibili, e 2 nuove skin di cattivi, Dillon e Mac. Il 7 settembre 2010 è stato annunciato che è in arrivo un nuovo DLC per il gioco. Il 12 dicembre 2010 è stato pubblicato il DLC "Golden Guns", precedentemente esclusivo. Questo pacchetto DLC conteneva skin d'oro per le armi AK-47 e Beretta.

Curiosità

Note

Altri progetti

Altri progetti

Collegamenti esterni


Festival di Berlino 1974


El Sistema


Trattato di Bucarest (1918)


Jerry Fodor


San Pellegrino (Gualdo Tadino)


San Pellegrino (Gualdo Tadino)


Dark Mountain