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Heike Gabriela Drechsler, nata Daute (Gera, 16 dicembre 1964), è un'ex lunghista e velocista tedesca, campionessa olimpica di salto in lungo ai Giochi di Barcellona 1992 e di Sydney 2000.
Detiene il record mondiale indoor del salto in lungo con la misura di 7,37 m e ha detenuto i record mondiali outdoor del lungo e dei 200 metri piani outdoor e indoor.
Soprannominata la figlia del vento (in analogia al soprannome il figlio del vento attribuito a Carl Lewis, eccellente anch'egli nelle specialità dello sprint e del salto in lungo), è l'unica donna ad aver vinto due medaglie d'oro olimpiche nel salto in lungo; a queste ha aggiunto due titoli mondiali, sempre nel lungo, e due Mondiali indoor (200 m piani e lungo).
Nel 1986 la Drechsler eguagliò due volte il record mondiale di Marita Koch nei 200 m piani, mentre fra il 1985 e il 1986 migliorò due volte il record nel lungo e ne eguagliò uno. Ha saltato in gara più di 400 volte oltre i 7 metri, come nessun'altra atleta ha mai fatto finora. In carriera ha vinto 4 ori europei nel lungo (1986, 1990, 1994, 1998) ed uno nei 200 metri (1986), oltre ad un argento nei 200 metri (1990). Tra il 22 settembre 1985 e l'11 giugno 1988 è stata detentrice del record mondiale del salto in lungo.
Da adolescente era attiva politicamente nella Freie Deutsche Jugend (FDJ) e nel 1984 fu eletta alla Volkskammer della Germania Est.
Nel 1999 fu tra le finaliste del premio IAAF di "atleta donna del secolo", attribuito poi a Fanny Blankers-Koen.
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Le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2026 determineranno 45 delle 48 squadre partecipanti al torneo, cui si aggiungono il Canada, il Messico e gli Stati Uniti come nazioni ospitanti.
Squadre qualificate
Squadre in corsa per qualificarsi
Squadre non qualificate
Squadre ritirate o sospese
Non membro FIFA
Il 1º agosto 2022, l'Asian Football Confederation ha approvato il nuovo format di qualificazione per le nazionali asiatiche per gli otto posti diretti e chi accederà agli spareggi intercontinentali assegnati dalla FIFA in seguito all'espansione del campionato mondiale a 48 squadre[1]:
Il 19 maggio 2023 la Confédération Africaine de Football ha annunciato un nuovo formato di qualificazione per le nazionali africane.[2][3] Le 54 squadre sono state sorteggiate in nove gironi da sei squadre. La vincitrice di ogni girone si qualificherà per la fase finale, mentre le migliori quattro seconde classificate parteciperanno a uno spareggio per determinare quale squadra avanzerà agli spareggi intercontinentali.[4]
Canada, Messico e Stati Uniti sono qualificati automaticamente come nazioni ospitanti. Il 28 febbraio 2023 la CONCACAF ha annunciato il formato di qualificazione per la qualificazione ai Mondiali 2026.[5]
Come avviene dalle qualificazioni a Francia 1998, le 10 squadre affiliate alla confederazione sudamericana CONMEBOL si sfideranno in un girone unico con gare di andata e ritorno. Le prime sei squadre si qualificheranno per la fase finale del campionato mondiale mentre la settima classificata accederà agli spareggi intercontinentali.[6]
Con l'allargamento della rassegna iridata a 48 squadre anche l'OFC avrà un posto assicurato. Le quattro squadre con il ranking più basso (Tonga, Samoa, Isole Cook, Samoa Americane) giocheranno una serie di partite a eliminazione diretta a settembre 2024 nel primo dei tre turni di qualificazione. La squadra vincitrice si unirà alle sette squadre con il ranking più alto in due gironi da quattro squadre nel secondo turno con le prime due squadre classificate che giocheranno un turno a eliminazione diretta di tre partite nel marzo 2025, con la vincitrice che si qualificherà per la fase finale e la seconda classificata che andrà agli spareggi intercontinentali.
Il 25 gennaio 2023 la UEFA ha rivelato il nuovo formato di qualificazione delle nazionali europee. Le fasi preliminari saranno ridotte a gironi formati da quattro o cinque squadre (rispetto alle cinque o sei attuali) con l’obiettivo di rendere la competizione meno prevedibile e più dinamica. Il nuovo format prevede la suddivisione delle 55 nazionali in 12 raggruppamenti, ma a causa dell'invasione russa dell'Ucraina del 2022, la Russia rimane sospesa dall'UEFA. Le vincitrici di ogni girone di qualificazioni accederanno alla fase finale, mentre le seconde classificate e le quattro squadre col miglior ranking nella Nations League parteciperanno agli spareggi.[7]
Gli spareggi intercontinentali consistono in un torneo playoff che coinvolgerà sei nazionali per decidere gli ultimi due posti per il torneo iridato: essi consistono in una squadra per confederazione, ad eccezione della UEFA, e una squadra aggiuntiva dalla confederazione dei paesi ospitanti (CONCACAF).
Due delle squadre saranno teste di serie in base al Ranking FIFA e sfideranno le vincitrici delle prime due partite a eliminazione diretta che coinvolgono le quattro squadre non teste di serie.
Il torneo verrà disputato nei paesi ospitanti e sarà utilizzato come evento di prova per il torneo iridato.
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Attilio Mussino (Torino, 25 gennaio 1878 – Vernante, 16 luglio 1954) è stato un illustratore, fumettista e pittore italiano.
Attilio Mussino, figlio di Ferdinando Mussino e di Filomena Caratti, si formò all'Accademia Albertina di Torino, dove ebbe come maestri Andrea Tavernier, Giacomo Grosso, Celestino Gilardi.[1]
Già da studente collaborò con alcuni quotidiani e con giornali satirici come La Luna, Il Fischietto, Il Pasquino.
Fu collaboratore del Corriere dei piccoli a partire dal primo numero, pubblicato nel dicembre del 1908, fino al 1954 (anno della sua morte); creò tra l'altro il personaggio Bilbolbul.[2]
Disegnò inoltre la serie di cartoline Formicola e Perticone allegate alla rivista nazionale Buon Senso e Tricolore e collaborò al settimanale illustrato Il Balilla disegnando il personaggio il Balilla Schizzo fra il 1925 e il 1931.[3]
Illustrò molti libri per ragazzi per Paravia, Speirani, Lattes[1]; fra di essi figurarono vari racconti scritti da sua moglie Eugenia Giordani, educatrice, scrittrice ed insegnante; Le orecchie di Meo, scritto da Giovanni Bertinetti; Tom Sawyer poliziotto di Mark Twain e Storia di uno schiaccianoci di Alexandre Dumas padre.[4]
Il suo lavoro più celebre, tuttavia, è rappresentato dalle illustrazioni de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, pubblicato nell'edizione del 1911 della R. Bemporad e figlio.[1][5]
Sempre pubblicato da R.Bemporad & Figlio, nel 1909 (Prima Edizione e successive quattro, sino al 1924), Mussino illustrò anche Le Avventure di Fiammiferino, di Luigi Barzini Sr., unico libro per ragazzi del famoso autore.
Mussino vi lavorò per tre anni circa (dal 1908 al 1911); presentò poi la sua opera all'Esposizione internazionale di Torino (1911), ottenendo, per le sue tavole illustrate, il diploma d’onore e la medaglia d'oro.[1]
Grazie ai disegni di Attilio (come l’artista usava firmarsi), la figura di Pinocchio ebbe nuova vita e, per la prima volta, colore (le illustrazioni di Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri, precedenti alle mussiniane, erano in bianco e nero).
Attilio Mussino riuscì a portare il burattino di Carlo Collodi dentro la grande illustrazione europea del Novecento; la sua edizione de Le avventure di Pinocchio è stata la più ristampata e venduta in assoluto e, per molti versi, probabilmente, resterà ineguagliata.[5]
Su Mussino e le sue illustrazioni per il Pinocchio di Bemporad, Antonio Faeti scrive:[6]
Attilio Mussino fu soldato durante la Grande Guerra. Dal fronte riportò vari disegni e schizzi dei luoghi ove era stato inviato.[4]
Dopo la morte al fronte di Giorgio Mussino, unico figlio di Attilio, durante la seconda guerra mondiale, e dopo la dipartita della moglie Eugenia Giordani, avvenuta poco dopo, Mussino si trasferì a Vernante, paese in provincia di Cuneo che già tempo addietro aveva frequentato, con la collaboratrice di casa Margherita Martini, vernantina, che divenne sua seconda moglie.
Margherita spinse Attilio a tornare a dipingere. Ebbe successo: non solo Mussino riprese in mano i pennelli, ma, addirittura, lo studio dell’artista, sito nella strada principale di Vernante (precisamente, in Via Umberto I nº 85), diventò scuola gratuita per tutti coloro che desideravano apprendere l'arte del disegno e della pittura.[1]
Mussino scrisse le sue memorie immaginando che fosse il famoso burattino a narrarle; intitolò il suo scritto Pinocchio al microfono, che inoltre illustrò.Tali memorie sono state pubblicate postume nel 1989.[7]
Nel 1954 Ernesto Caballo, giornalista televisivo, intervistò a Vernante Mussino, chiamandolo "lo zio di Pinocchio". Tal soprannome a lui affibbiato permane tutt'oggi.[7]
Nello stesso anno si stampò un francobollo dedicato a Pinocchio da un bozzetto di Attilio da lui realizzato appositamente. Mussino non vedrà mai quella sua piccola opera in commercio: morì, difatti, due mesi prima della messa in circolazione del francobollo.[7]
Nel 2005 è stato inaugurato, nei pressi della chiesa parrocchiale di Vernante, il Museo Attilio Mussino. Il museo si propone di conservare e divulgare il lavoro dell'artista e di presentare ai visitatori opere lasciate in dono alla Pro Loco dalla seconda moglie dell'illustratore, Margherita Martini. Nel museo sono presenti numerose tavole, dipinti, bozzetti, libri e riviste illustrate da Mussino; vi si possono inoltre ammirare l'edizione illustrata del 1911 della fiaba di Collodi, il libro con le pagine animate uscito nel 1942 e le 33 tavole illustrate dell'ultima edizione pubblicata su Il Giornalino nel 1952.[8]
Dedicati a Mussino sono inoltre i murales dipinti da Bruno Carletto detto “Carlet” e da Bartolomeo Cavallera, detto “Meo” sulle facciate delle case di Vernante. Tali murales si ispirano alle tavole realizzate da Mussino per l’edizione del 1911 de Le avventure di Pinocchio.
Nel 1978, nel centenario della nascita di Attilio Mussino, gli sono stati intitolati i giardini pubblici di Vernante. Al loro interno si può ammirare il monumento dedicato all'illustratore, realizzato, nello stesso anno, dal vernantese Pietro Dalmasso.
Nel 1989 sono state dedicate all’artista le Scuole Elementari di Vernante.
Nel cimitero del paese cuneese, sulla tomba di Mussino e della sua seconda moglie, Margherita Martini, si trova tutt'oggi un bassorilievo raffigurante Pinocchio che piange la morte del suo zio.[1]
La prima mostra di quadri e disegni di Mussino venne organizzata nel paese di adozione dell’artista, Vernante, nel 1959.
La seconda mostra si svolse sempre a Vernante: fu incentrata sui quadri inediti di Mussino, dipinti nell'ultimo periodo della sua vita. In essi, presenti oggi nel Museo Attilio Mussino, si possono notare elementi tipicamente vernantini, quali Fontana Bleu, la Tourousela, il santuario della Madonna della Valle, la cappella di San Giovanni, la Valle Grande.
Nel 1980, presso la Libreria Stampatori di Torino, fu allestita, dalla Fondazione A. Colonnetti, una mostra dedicata al Mussino illustratore di libri scolastici, intitolata "Un anno di scuola con Attilio Mussino". La mostra venne riproposta l’anno successivo alla Biblioteca "De Amicis" del Centro Studi Letteratura Giovanile di Genova.[1]
Nel 2000, nei locali della Provincia di Cuneo, fu allestita una mostra su Pinocchio, ove furono presenti le illustrazioni dell’artista torinese.
Nel 2008 alcuni disegni di Mussino sono stati esposti a Piazza al Serchio, in provincia di Lucca, in occasione del Convegno Nazionale “Carlo Collodi: letteratura, simboli, tradizioni popolari”.
Fra il 21 gennaio e il 17 maggio 2009, alla Rotonda di Via Besana a Milano, è stata allestita una mostra sul Corriere dei Piccoli, ove sono stati esposti numerosi disegni di Attilio Mussino (riportati anche su catalogo).[8]
Al Borgo Medievale di Torino si è tenuta, dal 26 settembre 2015 al 14 febbraio 2016, la mostra "Carissimo Pinocchio", con un percorso dedicato ad Attilio Mussino.[9]
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ratto 700 mg/kg
Il levobunololo è un composto chimico di formula che in condizioni normali si presenta in forma solida.[1]
Il levobunololo è un levoisomero del bunololo. Si tratta di un chetone ciclico, in particolare di un derivato del 3,4-diidronaftalen-1-one dove in posizione 5 è presente un gruppo 3-(tert-butilamino)-2-idrossipropoilico (enantiomero-S). Il composto viene anche classificato come propanolammina ed etere aromatico. Il composto presenta le seguenti caratteristiche:[2]
Si tratta dell'acido coniugato dello ione levobunololo1+.[2] Sono disponibili due spettri analitici del composto:
Viene prodotta a partire dallo ioduro di 1,2,3,4-tetraidronaftalene.[2]
Viene per o più utilizzato sotto forma di sale di cloruro.[2]
Il farmaco viene somministrato per instillazione di soluzioni oftalmiche allo 0,25% o allo 0,5%. Il dosaggio deve essere personalizzato a seconda delle esigenze dell'individuo e della risposta terapeutica. Nell'adulto si instilla abitualmente una goccia di soluzione 1-2 volte al giorno. Il farmaco è assorbito rapidamente e completamente dopo somministrazione. Anche se somministrato a livello topico può dare effetti sistemici.[5]
Nell'adulto sano un picco di concentrazione plasmatica di circa 16 ng/ml si ottiene entro 1-3 ore dalla somministrazione e l'emivita di eliminazione del farmaco risulta di 5-6 ore dopo somministrazione. L'effetto β-bloccante inizia entro 4-8 ore e persiste per almeno 24 ore. Nell'animale di laboratorio il farmaco viene rapidamente distribuito nei tessuti e nei fluidi oculari (cornea, iride, corpo ciliare ed umore acqueo). Il volume di distribuzione è di 5,5 l/kg mentre la clearance plasmatica è di 11 ml/min/kg.[5]
Il levobunololo cloridrato è metabolizzato prevalentemente nel fegato. Il metabolita principale è il diidrolevobunololo che possiede attività b-bloccante. Il levobunololo ed i suoi metaboliti vengono coniugati con acido glucuronico e solfati e vengono escreti principalmente nelle urine.[5]
Il composto agisce con la stessa potenza sui recettori adrenergici β1 e β2.[5] Il levobunololo riduce la formazione di umor acqueo, forse impedendo l'aumento catecolamino-mdiato di AMPc nei processi ciliari (da cui deriverebbe la produzione di umore acqueo).[6]
Si tratta di un betabloccante non cardioselettivo utilizzato per ridurre la pressione intraoculare e può essere utilizzato in pazienti con glaucoma cronico ad angolo aperto.[6] Nei pazienti con glaucoma ad angolo chiuso si consiglia di somministrare il levobunololo in associazione con farmaci miotici. Non ha effetti sulla dimensione della pupilla.[5]
privo di attività sia intrinseca che stabilizzante.
La riduzione della pressione endooculare si ottiene entro 1 ora dall'applicazione topica di una soluzione di levobunololo cloridrato allo 0,5%, diventa massima entro 2-6 ore e può protrarsi per 24 ore. Nei pazienti con glaucoma ad angolo aperto o ipertensione oculare la riduzione massima della pressione endooculare si ottiene dopo 2-3 settimane di trattamento topico.[6]
Il farmaco è controindicato in caso di: ipersensibilità, shock cardiogeno, insufficienza cardiaca manifesta, asma, broncopatie ostruttive croniche ed acute, blocco atrioventricolare superiore al 1º grado e bradicardia sinusale. L'uso del farmaco nei pazienti affetti da alcune patologie come insufficienza cardiaca, funzione polmonare compromessa, diabete mellito, tireotossicosi, miastenia grave deve avvenire con estrema cautela. Se associato a terapia con epinefrina si possono verificare casi di midriasi.[5]
Si possono manifestare blefaro-congiuntiviti, blefariti, riduzione dell'acuità visiva, iridocicliti, eritema, sensazione transitoria di bruciore e di prurito oculari. Solo raramente sono state descritte diminuzione della sensibilità corneale e lacrimazione. Occasionalmente infatti sono stati riportati bradicardia, aritmia, ipotensione, sincope, blocco cardiaco, ischemia cerebrale, disturbi cerebrovascolari, broncospasmo e, più raramente, cefalea, atassia transitoria, vertigini, letargia, nausea, diarrea, depressione, aumento di ALT serico e di bilirubinemia.[5] La somministrazione concomitante di verapamil può provocare alterazione del ritmo cardiaco (bradicardia, asistolia).[6]
Il farmaco interagisce con 31 composti tra cui l'aloperidolo.[6]
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Le isole Ebridi (in inglese Hebrides, in gaelico scozzese Innse Gall) sono un esteso gruppo di isole situate al largo della costa occidentale scozzese. Abitate fin dal Mesolitico, hanno avuto influenze culturali sia celtiche che norrene. Dal punto di vista geologico sono costituite dalle rocce più antiche delle Isole Britanniche.
Geograficamente sono divise in due gruppi:
Spesso viene usato il termine Western Isles (Isole occidentali) per definire le Ebridi nel loro complesso e non, come sarebbe corretto, le sole Ebridi esterne.
Le Ebridi sono un arcipelago situato sulla costa occidentale della Scozia, formato da più di 100 isole, di cui solo una quarantina abitate. Le Ebridi sono divise in due gruppi: le Ebridi Interne e le Ebridi Esterne. Le Ebridi Interne comprendono le Isole di Mull, Islay, Jura, Skye e le isole minori adiacenti, mentre le Ebridi Esterne comprendono le Isole di Lewis e Harris, North Uist, South Uist, Benbecula, Barra e le isole vicine.
Le Ebridi sono rinomate per la loro bellezza naturale, con paesaggi mozzafiato che includono spiagge di sabbia bianca, aspre scogliere, brughiere selvagge, laghi tranquilli e maestose montagne.
Le Ebridi furono abitate a partire dal Mesolitico; vi sono poi molti esempi di strutture del Neolitico, come i megaliti di Callanish.
Nel 55 a.C., lo storico greco Diodoro Siculo scrisse di un'isola chiamata Hyperborea (trad.: "Molto a Nord") e fece un riferimento al cerchio di pietre di Callanish (Callanish Stones).
I primi documenti scritti che descrivono la popolazione delle isole sono del VI secolo, quando fu fondato il regno di Dalriada. A nord di Dalriada, si ritiene che le Ebridi fossero occupate dai Pitti, tuttavia i documenti storici sono rari. Lo storico James Hunter nel 2000 ha affermato che gli abitanti di queste isole avevano poco a che fare con Bridei I, re dei Pitti nel VI secolo, nonostante ci sia quasi la certezza che essi fossero di cultura e lingua pittica.[1]
Intorno al VII secolo vi giunsero i monaci missionari celti che iniziarono a convertire la popolazione al Cristianesimo.
Le incursioni vichinghe nelle Ebridi iniziarono verso la fine dell'VIII secolo ma il controllo norvegese fu formalizzato nel 1098, quando Edgar di Scozia cedette le isole a Magnus III di Norvegia. Da questo momento in poi le Ebridi fecero parte del Regno dell'isola di Man, i cui sovrani erano vassalli del re di Norvegia. In seguito alla Guerra scozzese-norvegese le Ebridi, insieme all'isola di Man e al Caithness, furono cedute al Regno di Scozia con il trattato di Perth (1266) e i principi norvegesi furono sostituiti da clan di lingua gaelica come i MacLeod di Lewis e Harris, il Donald e i MacNeil dell'isola di Barra.
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Andrzej Szarmach (Danzica, 10 maggio 1950) è un ex calciatore e allenatore di calcio polacco, di ruolo attaccante.
Nel 1974 sposò l'attuale moglie Małgorzata, da cui ha avuto due figli: Tomasz e Tamara. Fu ambasciatore dei campionati europei disputati in Polonia e Ucraina nel 2012.[1] Nel 2017, in collaborazione con il giornalista sportivo Jacek Kurowski, ha pubblicato un libro intitolato Andrzej Szarmach. Il diavolo non è un angelo, distribuito in lingua polacca.
Iniziò la sua carriera nell'Arka Gdynia dove realizzò 41 gol in 72 presenze di campionato. Nel 1972 passò al Górnik Zabrze, campione uscente del campionato polacco. Con la squadra di Zabrze si confermò un ottimo attaccante, non riuscendo però a vincere alcun titolo (ottenne al massimo un 2º posto nella stagione 1973-74). Il 13 settembre 1972 fece anche il suo esordio in Coppa dei Campioni nella vittoria esterna per 0-5 contro i maltesi dello Sliema Wanderers. La prima realizzazione nella massima competizione europea arrivò nella partita di ritorno, 14 giorni dopo, ancora una volta un 5-0 (suoi il 3º e il 5º gol). Nell'estate del 1976 fu acquistato dallo Stal Mielec. Con i biancoblu mantenne la sua ottima media realizzativa realizzando 76 gol in 131 presenze di campionato (0,58 di reti a partita).
Dal 1980 divenne un giocatore dell'Auxerre e, segnando ben 94 reti tra il 1980 e il 1985, divenne il giocatore più prolifico della storia del club (record che ancora detiene). Dopo un breve passaggio al Guingamp (due stagioni), Szarmach iniziò la sua carriera di allenatore al Clermont-Ferrand, mantenendo il doppio ruolo di allenatore-calciatore.
Fu uno dei protagonisti del miglior periodo storico della nazionale della Polonia tra gli anni settanta e ottanta. Assieme a Grzegorz Lato (ala destra), Robert Gadocha (ala sinistra) e Kazimierz Deyna (a supporto), Szarmach guidò l'attacco dei polacchi al campionato del mondo 1974, sostituendo l'infortunato Włodzimierz Lubański. La squadra raggiunse il terzo posto e lui segnò 5 gol. Partecipò anche alla spedizione in Argentina al campionato del mondo 1978, realizzando una rete. Il terzo posto del 1974 venne bissato nel 1982. In questa edizione, Szarmach segnò il primo gol dei polacchi nella finale per il terzo posto. Nel 1976 vinse l'argento ai giochi olimpici di Montréal assieme al titolo di capocannoniere con 6 reti, frutto di tre doppiette consecutive all'Iran, alla Nord Corea e al Brasile in semifinale.[2]
Dopo il doppio ruolo di giocatore e allenatore del Clermont, nel 1989 passò allo Châteauroux dove ricoprì per la prima volta la sola funzione di allenatore del club. Dopo due anni di permanenza in Championnat National, fu ingaggiato dall'Angoulême rimanendo così nei campionati minori del calcio francese.[3] La permanenza nel club però fu più lunga e si concluse solo dopo 4 stagioni, nel 1995. Dopo poco più di un anno di inattività, tornò in Polonia, il suo Paese natio, diventando l'allenatore dello Zagłębie Lubin. Per la prima volta era nella massima serie di un campionato da allenatore, ma la stagione non fu esaltante e si concluse con un mediocre 13º posto. Si concluse così la sua esperienza a Lubin e tornò quindi nuovamente in Francia per allenare gli amatoriali dell'Aurillac Arpajon. Nel 2001, visti anche gli evidenti risultati non in linea con la sua ottima carriera da calciatore, smise con il ruolo di allenatore.
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Navigators of Dune è un romanzo di fantascienza del 2016 di Brian Herbert e Kevin J. Anderson, ambientato nell'universo di Dune ideato da Frank Herbert. È il terzo ed ultimo romanzo della trilogia Great Schools of Dune, che si propone di descrivere la fondazione di diverse scuole che risultano importanti nei romanzi successivi di Dune, e come tale è un prequel del romanzo originale Dune di Frank Herbert del 1965.
Il romanzo è inedito in italiano.
Ambientata quasi un secolo dopo gli eventi del libro The Battle of Corrin, il romanzo narra gli inizi di Bene Gesserit, Mentat, scuole Suk e della Gilda Spaziale, che sono tutti minacciati dalle forze indipendentiste anti-tecnologia, che hanno guadagnato potere in seguito alla Jihad Butleriana. Più in generale tutta la trilogia Great Schools of dune, menzionata per la prima volta da Anderson in un post sul suo blog nel 2010, narra i primi anni di queste organizzazioni, le cui figure sono prominenti nei romanzi originali di Dune. 10.191 anni prima della morte del Duca Leto Atreides in Dune. I tanti punti di vista dei numerosi personaggi in gioco consegnano l’epica galattica. Tre grandi fazioni si contendono il controllo dell’Imperium degli umani: fanatici Butleriani, Imprese Venport e dinastia Corrino. Tra viaggi individuali e agnizioni collettive, si dipana la fitta ragnatela di macchinazioni politiche e dolorose tragedie. Inizia il calendario herbertiano. Navigators of Dune debutta il 13 settembre 2016.[1]
L’Imperium è in subbuglio: l’imperatore Roderick Corrino, da poco asceso al trono su Salusa Secundus, si trova a fronteggiare il potente Josef Venport, direttore delle Venport Holdings, che domina il commercio interstellare grazie alla piegatura dello spazio e che è implicato nell’assassinio del precedente imperatore Salvador. Al terzo polo dello scontro si colloca il Movimento Butleriano, guidato dal fanatico Manford Torondo, che lotta per l’eradicazione di ogni tecnologia avanzata. Torondo, considerato dai suoi seguaci l’erede spirituale di Serena Butler, non esita a ricorrere a metodi estremi, inclusi attentati e attacchi brutali, per trascinare la società verso un’era di oscurantismo e fanatismo.
L’imperatore, consapevole della necessità di mantenere attivi i commerci gestiti dai Navigatori di Venport, cerca un delicato equilibrio tra la vendetta personale e la stabilità dell’Imperium. Intanto, figure chiave si muovono tra intrighi e tradimenti: Valya Harkonnen, Madre Superiora delle Bene Gesserit, sviluppa le fondamenta del sistema Prana-Bindu; Draigo Roget, il più grande Mentat vivente, collabora con Venport pur essendo affascinato dalla misteriosa macchina vivente Erasmus; Norma Cenva, semi-divinità protettrice dei Navigatori, continua a evolvere lontano dall’umanità, mentre Vorian Atreides, antico eroe della Jihad Butleriana, cerca di porre fine all’ancestrale faida tra gli Atreides e gli Harkonnen.
Il conflitto esplode con la prima campagna militare Corrino contro le Venport Holdings, durante la quale gli eserciti imperiali subiscono gravi perdite a causa delle superiori tecnologie di Venport e degli errori tattici derivanti dall’assenza dei Navigatori. Nel frattempo, il fanatico Torondo entra in possesso di armi atomiche proibite risalenti alla Jihad Butleriana e lancia un devastante attacco nucleare su Kolhar, quartier generale delle Venport Holdings. Sebbene sopravvissuto grazie alle visioni preveggenti di Norma Cenva, Josef Venport è costretto a ritirarsi su Arrakis, pianificando una controffensiva. L’attacco nucleare Butleriano suscita l’ira di Roderick Corrino, che teme che simili armi possano essere utilizzate anche contro Salusa Secundus.
La lotta culmina nella distruzione di Lampadas, roccaforte del Movimento Butleriano. Josef Venport lancia i suoi Cymek – macchine da guerra equipaggiate con cervelli umani – contro i fanatici di Torondo, ma subisce gravi perdite a causa delle tattiche suicide degli adepti Butleriani. Alla fine, il leader dei Butleriani viene ucciso, lasciando il movimento decapitato e privo di forza militare. Tuttavia, l’imperatore Roderick coglie l’opportunità di attaccare entrambe le fazioni indebolite e di consolidare il suo potere.
L’assedio finale si svolge su Denali, ultimo rifugio delle Venport Holdings. Josef, abbandonato da Norma Cenva e tradito dal destino, si arrende alla trasformazione in Navigatore per salvarsi dall’esecuzione. Intanto, la tragica fine di Anna Corrino, sorella dell’imperatore, spinge Roderick a distruggere ogni residuo delle Venport Holdings, confiscando i beni dell’impresa e ponendo fine alla sua egemonia commerciale. Norma Cenva negozia la creazione della Gilda Spaziale, che assume il controllo esclusivo dei viaggi interstellari basati sulla Spezia, garantendo all’Imperium un futuro stabile, pur privo della tecnologia delle macchine pensanti.
Con la vittoria sui Butleriani e sulle Venport Holdings, la Casa Corrino consolida il proprio dominio. Su Salusa Secundus, l’imperatore Roderick celebra il trionfo, mentre Norma Cenva proclama ufficialmente la fondazione della Gilda Spaziale, segnando l’inizio di una nuova era per l’Imperium.
Darth Maul o Lord Maul, noto anche solo come Maul, è un personaggio immaginario della saga fantascientifica di Guerre stellari, apparso per la prima volta nel film della trilogia prequel La minaccia fantasma del 1999 come principale antagonista. Successivamente il personaggio è apparso in diverse opere a fumetti dell'universo espanso, per poi essere ripreso nelle serie animate Star Wars: The Clone Wars e Star Wars Rebels e in diverse altre opere a fumetti. Egli è inoltre protagonista di due fumetti del nuovo canone: Star Wars: Darth Maul - Figlio di Dathomir, uscito nel 2014, e Darth Maul del 2017. Nel 2018 ricompare nel film spin-off Solo: A Star Wars Story.
Di etnia dathomiriana con ascendenza zabrak[1], da piccolo è stato preso in custodia da Darth Sidious, che lo ha indirizzato nelle vie del Lato Oscuro. In breve tempo Maul è diventato suo apprendista e Signore Oscuro dei Sith. Durante la sua prima missione su Naboo, si scontra con i due Jedi Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi. Dopo aver ucciso Qui-Gon, si batte con il suo apprendista padawan che però riesce a mutilare il Sith, privandolo delle gambe e facendolo precipitare in un profondo pozzo, sopravvivendo tuttavia. Alimentato dalla sua rabbia e dalla sua sete di vendetta, Maul riesce a sopravvivere negli anni delle Guerre dei cloni in una discarica costruendosi delle zampe da ragno. Grazie all'aiuto del fratello Savage Opress, tenterà di vendicarsi contro Obi-Wan e cercherà di instaurare un regno criminale ma i suoi piani verranno stroncati dal suo vecchio maestro Sidious. Riuscito a salvarsi dalla prigionia in cui era confinato farà nuovamente ritorno negli anni dell'Impero ma verrà ucciso da Obi-Wan, dopo un breve scontro che i due hanno su Tatooine.
Il sito IGN ha inserito Maul al 16º posto tra i più grandi personaggi dell'universo di Guerre stellari.[2]
Dopo aver ottenuto un primo disegno dallo scenografo Gavin Bocquet, McCaig ha iniziato a realizzare un video. Sia lui che a George Lucas è piaciuto il risultato, descritto come "una sorta di test di Rorschach". Sul disegno finale che porta la faccia di McCaig, con la pelle rimossa, sono state fatte alcune sperimentazioni Rorschach (lasciando cadere l'inchiostro sulla carta, piegandolo a metà per poi aprirlo).[4]
La testa di Darth Maul in origine aveva le piume, sulla base dei totem di preghiera, ma il team che si occupa della creazione e degli effetti speciali, guidato da Nick Dudman, ha ridisegnato quelle piume come delle corna, modificando i suoi lineamenti in quelli comuni nelle raffigurazioni popolari del diavolo.[5] Anche il suo abbigliamento è stato modificato, da una tuta molto stretta sino alla classica veste Sith sulla base di quelle samurai, poiché le battaglie con le spada laser sono caratterizzate da molti salti acrobatici, spinning e corsa.[6] Un altro cambiamento che ha avuto Maul in fase di sviluppo riguarda il volto, che doveva essere coperto da maschera, come il celebre Sith Dart Fener. In seguito però si è deciso di applicare pitture e tatuaggi sulla sua faccia.[6]
Alla sua prima apparizione ne La minaccia fantasma, il carattere e la personalità di Darth Maul risultano poco approfondite: pronuncia appena ventiquattro parole nell'arco dell'intero film; è questa la base del mistero che circonda questo personaggio e che lo rende particolare rispetto agli altri Sith, solitamente molto loquaci e abili nell'innervosire o nel persuadere l'avversario. Il suo spirito è puramente crudele e spietato, ed egli fa scarso uso della Forza: Maul infatti non è, come molti altri Sith, un Jedi passato successivamente al Lato Oscuro, ma nasce direttamente come Sith esattamente come il suo maestro Darth Sidious. Al momento dell'uscita del primo film prequel della saga, sono state create dalla Hasbro numerose action-figure e giocattoli dedicati al personaggio, caratterizzato dalla spada laser a doppia lama. Darth Maul è stato il punto focale anche della campagna di marketing che ha contraddistinto il film La minaccia fantasma, riproposto al cinema nel 2012.[7]
La sua funzione è quella di sicario, di guerriero assassino, di pedina plasmata interamente da Sidious con la sola ossessiva idea e il solo obiettivo di distruggere i Jedi. Le serie televisive The Clone Wars e Rebels approfondiscono il carattere del personaggio, dipingendolo come una persona che ha votato alla vendetta la sua vita (prima contro i Jedi, in particolare Obi-Wan, e in secondo luogo al suo ex maestro e il suo Impero) pur mostrando sentimenti positivi di affetto verso suo fratello Savage e sua madre Talzin.
Dopo che la Federazione dei Mercanti, sotto l'influenza del potente e malvagio Darth Sidious, assediò il piccolo pianeta di Naboo, il cancelliere Finis Valorum mandò segretamente due Cavalieri Jedi per cercare di negoziare una pace: Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi. Il tentativo del misterioso Darth Sidious di sbarazzarsi di loro immediatamente (tramite l'armata della Federazione dei Mercanti) fallì: i due Jedi riuscirono infatti a raggiungere la regina sul pianeta ed a partire alla volta di Coruscant, raggiunta solo più tardi a causa dei danni riportati, che li costrinsero ad un atterraggio di fortuna nel remoto pianeta Tatooine. Quando Darth Sidious venne a sapere dal viceré Nute Gunray che la regina Padmé Naberrie Amidala era scappata senza firmare il trattato di resa, decise di inviare il suo apprendista per costringerla a firmare. Darth Maul riuscì a raggiungere la nave della regina su Tatooine cogliendo di sorpresa il Maestro Jedi Qui-Gon Jinn. Questi riuscì ad evitare lo scontro con il Sith nel quale avrebbe avuto poche possibilità: il piccolo vascello reale (un'Astronave Reale di Naboo) riuscì a recuperare il Jedi e a sfuggire al Sith.
Dopo aver appurato l'effettivo degrado del Senato della Repubblica Galattica e le difficoltà che la corruzione e la burocrazia portavano alla sua causa, Amidala decise di tornare al suo pianeta natio, volendo gestire personalmente la resistenza all'occupazione della Federazione dei Mercanti. Ma quando si infiltrò con il Capitano Panaka e la sua scorta nel palazzo reale, Darth Sidious inviò nuovamente Darth Maul, consapevole che l'unico modo per costringere la regina alla resa fosse quello di eliminare i due Jedi Qui-Gon e Obi-Wan che la proteggevano. I due, forti del vantaggio numerico, poterono opporsi al giovane apprendista Sith ingaggiando un duello mortale nella sala del generatore dell'hangar di Theed. In seguito lo scontro vide costretti i due Jedi ad affrontare singolarmente il Sith. Il primo a battersi con lui fu Qui-Gon che riuscì per un po' a tenergli testa, ma Maul riuscì infine a ucciderlo, stordendolo con l'impugnatura della spada laser e trafiggendolo, scatenando la furia di Obi-Wan. L'apprendista Sith, nel duello seguente, pur avendo la vittoria in pugno se la fa sfuggire in quanto sottovaluta l'avversario Jedi e apparentemente viene ucciso, venendo tagliato in due dalla spada laser del nemico. Il suo corpo precipita poi nel pozzo del generatore energetico della città di Theed.
Maul ricompare anni dopo gli eventi della battaglia di Naboo e le guerre dei cloni, in un ologramma a Qi'ra, con delle gambe robotiche e una nuova spada laser a doppia lama. Si scopre essere il leader supremo dell'Alba Cremisi, il quale intima a Qi'ra di raggiungerlo subito su Dathomir.
Sul pianeta Dathomir, Madre Talzin, leader delle streghe di Dathomir, rivela a Savage Opress che suo fratello di sangue Darth Maul è vivo ed è in esilio sul pianeta di rifiuti Lotho Minor e che lo aiuterà ad addestrarsi nel Lato Oscuro della Forza. La madre gli dà un talismano che condurrà Savage a Darth Maul; preso il talismano, Savage prende con la forza un'astronave porta-rifiuti sul remoto pianeta di Stobar e lo va a raggiungere su Lotho Minor. Lì, in una caverna, Savage trova Maul in un completo stato di pazzia e confusione mentale e, con orrore, scopre che la parte inferiore del suo corpo è un'enorme protesi meccanica con le sembianze di un ragno a sei gambe, costruita con dei rottami: infatti, una volta caduto nel pozzo del generatore energetico della città di Theed, Maul finì in un condotto d'aerazione che a sua volta lo fece cadere nell'acqua, dove venne trascinato dalla corrente in una capsula chiusa ermeticamente, che finì agganciata insieme ad altre ad un'astronave diretta su Lotho Minor; lì, in un'enorme discarica, si sarebbe fabbricato un mostruoso corpo di ragno con dei rottami trovati sul posto grazie alla Forza, vivendo insieme ad un serpente di nome Morley (il quale gli fornì del cibo in cambio degli avanzi) per anni alimentato continuamente dall'odio e dalla rabbia nei confronti di Obi-Wan. Dopo averlo preso con sé, Savage porta Maul da Madre Talzin la quale, con un incantesimo, gli dona due nuove gambe cibernetiche. Subito dopo la sua rinascita, Maul e Savage decidono di attirare Kenobi sul pianeta Raydonia e per farlo massacrano la popolazione del pianeta; il Jedi è quindi costretto a partire per il pianeta ma appena atterra viene facilmente sconfitto da Savage e Maul e portato a bordo del Turtle Tunk per poi essere ucciso. Ma in suo aiuto accorre Asajj Ventress: Kenobi e Ventress duellano a colpi di spada laser con Maul e Opress e alla fine riescono a fuggire, dopo una fuga rocambolesca.[8] L'intento di Maul e Savage è di creare un esercito di banditi e criminali intergalattici; dopo aver preso Savage come suo apprendista Sith poiché avendolo sconfitto, Maul riesce ad assoldare alcuni pirati spaziali del pirata Weequay Hondo Ohnaka che ha stabilito la sua sede sul pianeta Florrum; in seguito Obi-Wan Kenobi e Adi Gallia riescono ad intercettare Maul e Opress per fermarli: dopo un breve combattimento Savage uccide Gallia ma nonostante tutto Kenobi riesce con uno stratagemma ad amputare l'intero braccio sinistro di Opress; traditi dagli uomini che loro stessi avevano assoldato, Maul e Opress fuggono con Obi-Wan e i suoi alleati alle calcagna; riescono ugualmente a salire sul Turtle Tunk ma la nave viene colpita diverse volte, fino ad andare alla deriva nello spazio.
Entrambi feriti e agonizzanti, i due dathomiriani vengono soccorsi da una nave di mandaloriani, comandati da Pre Vizsla, un guerriero Mandaloriano ex-governatore della luna di Mandalore Concordia, un tempo alleato di Dooku e dei Separatisti, e i suoi uomini della Ronda della Morte. Dopo averli curati e aiutati, Pre Vizsla e i suoi uomini riferiscono a Maul che il loro intento è quello di cacciare la duchessa di Mandalore, Satine Kryze (amica di Obi-Wan Kenobi) e a prendere il controllo del pianeta. Maul e Savage accettano la proposta di Vizsla e insieme i tre convincono l'associazione criminale del Sole Nero, il sindacato Pyke e il boss criminale Jabba the Hutt a unirsi a loro. Il loro vasto impero criminale, a seguito delle importanti alleanze sviluppate, diventa così potente che riesce a mettere in ginocchio Mandalore; con uno stratagemma, Vizsla e i suoi uomini fingono di essere dalla parte del bene e della giustizia per liberare i Mandaloriani dall'oppressione dei criminali; in questo modo la duchessa Satine viene deposta e Vizsla e la Ronda della Morte prendono il controllo del pianeta. Vizsla, però, non mantiene i patti stabiliti con Maul e Savage e li tradisce facendoli rinchiudere nelle prigioni. Desideroso di vendetta nei confronti di Vizsla e avvalendosi di un'antica legge mandaloriana secondo chiunque dovesse sfidare e sconfiggere colui che controlla Mandalore potrà prendere il suo posto, dopo la fuga dalle prigioni Maul sfida Vizsla che accetta: i due si affrontano subito e Vizsla utilizza la spada oscura (una spada laser ancestrale dalla lama nera luminescente e con un'impugnatura simili a quelle di una katana). Maul e Vizsla combattono duramente ma alla fine prevale il Sith che decapita Vizsla con la sua stessa arma (che poi terrà per sé) e prende, insieme a Savage e all'ex-primo ministro corrotto Almec, il controllo del pianeta. In realtà il suo è un piano per affrontare ancora una volta Obi-Wan usando come pretesto per la sua venuta la prigionia di Satine. In realtà lo scontro tra i due non avverrà mai: dopo aver ucciso Satine (a cui Obi-Wan era particolarmente legato), fa rinchiudere lo Jedi in prigione. Quella sera, però, si presenta nella sala del trono l'ex-maestro di Maul e Signore dei Sith Darth Sidious il quale, dopo aver facilmente tolto di mezzo le guardie, affronta il suo ex-apprendista e Savage Oppress armato di due spade laser, anziché una. Il duello tra i tre è molto violento e nonostante i due Sith sembrino tener testa al potentissimo Signore Oscuro, questi pugnala al petto con entrambe le lame Savage per poi scaraventarlo via. Rimane in piedi solo Maul che affronta il suo ex-maestro armato oltre che della sua spada laser anche della spada oscura vinta a Pre Vizsla; riuscendo a stare alla pari contro la potenza di Sidious che tuttavia è superiore nell'uso della Forza, infatti, dopo averlo disarmato, usandola scaraventa Maul ripetutamente a terra e sui muri dimostrando al suo avversario di non avere alcuna possibilità, per poi successivamente colpirlo senza alcuna pietà con i Fulmini di Forza senza però ucciderlo, dicendogli che ha in mente altri piani per lui.
Le attività criminali di Maul proseguono, ma durante un'operazione di contrabbando di spezie su Oba Diah con il sindacato dei Pyke, Ahsoka Tano (la quale ha ormai abbandonato l'ordine Jedi) scopre che Maul si sta nascondendo sul pianeta Mandalore. Ahsoka, aiutata dalla condottiera mandaloriana Bo-Katan Kryze, contatta i suoi vecchi maestri Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker per chiedere il supporto della Repubblica nella liberazione di Mandalore e nell'arresto di Maul. Anakin acconsente ad inviare metà del 501º battaglione di cloni, guidati dal capitano Rex, con Ahsoka sul pianeta. Rex e Bo-Katan, con i loro cloni e soldati mandaloriani, riescono a riconquistare Mandalore arrestando il primo ministro Almec, mentre Ahsoka nelle fogne si imbatte in Maul, il quale le dice che stava aspettando Kenobi al suo posto. Il Sith le rivela che molto presto sia i Jedi che l'intera Repubblica non avrebbero più avuto il controllo sull'intera galassia e che Darth Sidious sarebbe emerso come vincitore della guerra. Rex arriva in soccorso di Ahsoka mettendo in fuga Maul, il quale ordina ai suoi sicari di uccidere il primo ministro Almec nella sua cella. Prima di morire Almec rivela ad Ahsoka che Maul stava aspettando anche Skywalker oltre a Kenobi. Rex, Ahsoka e Bo-Katan entrano nella sala del trono dove trovano Maul e vengono attaccati dai suoi seguaci. Il Sith, rimasto solo con Ahsoka, le propone di unirsi a lui per distruggere Darth Sidious e le confida che il motivo per cui voleva Skywalker su Mandalore era per ucciderlo e impedire l'ascesa di Sidious. Ashoka rifiuta l'offerta, incredula su quanto appreso sull'ex maestro, e ingaggia un duello con Maul. Durante il combattimento, Maul riesce quasi a fuggire dal pianeta, ma viene infine fermato da Ahsoka, che lo consegna ai cloni. Maul viene caricato su un incrociatore dai cloni per essere portato davanti al Consiglio Jedi su Coruscant, ma durante il viaggio il cancelliere Palpatine emana l'Ordine 66 e i cloni presenti sulla nave si ribellano cercando di uccidere Ahsoka. La Togruta fugge e libera Maul per usarlo come diversivo affinché distragga gli altri cloni, mentre lei con l'aiuto di alcuni droidi riesce a rimuove il chip dal cervello di Rex, ripristinando il suo libero arbitrio. Mentre Ahsoka e Rex tentano di scappare dall'incrociatore, Maul distrugge l'iperguida e riesce a fuggire dalla nave, in procinto di schiantarsi a terra, utilizzando l'ultimo shuttle disponibile nonostante i tentativi di Ahsoka di fermarlo.
Sedici anni dopo la sua fuga, durante l'egemonia dell'Impero Galattico, Maul, ormai cinquantenne e perso l'appellativo di "Darth", si ritirò in esilio sullo sperduto pianeta Malachor, sede di un antico Tempio Sith, per cercare la conoscenza del Lato Oscuro racchiusa al suo interno.[9] Qui Maul conosce Ezra Bridger e, con l'intento di prenderlo come apprendista, lo conduce dinanzi al Tempio, dove riesce a fargli recuperare un antico Olocron Sith. Una volta usciti dal Tempio, trovano Kanan Jarrus (maestro di Ezra) e Ahsoka Tano intenti ad affrontare gli Inquisitori Imperiali Quinto Fratello, Settima Sorella e Ottavo Fratello. Dopo averli scacciati, Maul convince Kanan e Ahsoka (seppur riluttanti a fidarsi di lui) a raggiungere la sommità del Tempio per utilizzare l'olocrone come chiave per distruggere i Sith (avendo detto di non far parte ormai più di alcuna fazione). Vengono nuovamente attaccati dagli Inquisitori, e Maul, fermata Settima Sorella con la Forza, cerca di convincere Ezra a ucciderla ma questi si rifiuta, essendo contro il codice Jedi; a quel punto Maul uccide l'Inquisitrice a sangue freddo. Ordina poi a Ezra di raggiungere la sommità del Tempio e corre in soccorso di Ahsoka e Kanan uccidendo Quinto Fratello, mentre Ottavo Fratello cerca di fuggire ma muore cadendo nel baratro sottostante a causa di un malfunzionamento della sua spada laser. A questo punto Maul dichiara apertamente di voler prendere Ezra come proprio apprendista e che in realtà il Tempio è una gigantesca e antica stazione da battaglia convertita in super-arma (azionata dall'olocrone Sith) per distruggere i suoi nemici. Successivamente Maul acceca Kanan con la sua spada laser affrontandolo in seguito, ma Kanan, nonostante l'assenza della vista, riesce a sconfiggerlo facendolo precipitare nel baratro. Anche in questo caso, però, Maul non morirà, bensì fuggirà da Malachor utilizzando il prototipo avanzato di caccia TIE rubato al defunto Ottavo Fratello. Successivamente, avendo appurato che Ezra è in possesso dell'olocrone Sith, Maul cattura l'intero equipaggio dello Spettro, minacciando di uccidere i suoi membri a meno che Kanan ed Ezra non gli consegnino non solo il suo olocrone ma anche quello di Kanan. I due, dopo aver recuperato l'olocrone Sith da Bendu su Atollon, si recano alla stazione spaziale di Maul per salvare i loro amici. Qui, tenuti in ostaggio i quattro, Maul cerca di uccidere Kanan gettandolo nello spazio aperto e convince Ezra a unire i due olocroni per cercare la conoscenza assoluta. Kanan, in realtà, era riuscito in tempo a salvarsi e a fermare la connessione stabilita da Ezra e Maul, il quale, dopo aver saputo un'importante informazione, fugge via. In seguito Maul convince Ezra a partecipare ad un antico rituale delle streghe di Dathomir in cambio di non rivelare la posizione della base ribelle all'Impero e, tramite questo rituale, viene a sapere che Obi-Wan Kenobi si trova in esilio su Tatooine. Maul si reca dunque su Tatooine per cercare Kenobi perdendosi tuttavia nel deserto sconfinato del pianeta, orientandosi però con un frammento dell'olocrone Sith preso su Malachor. Qui Maul salva Ezra da un gruppo di predoni Tusken (senza che Ezra se ne accorgesse) che avevano attaccato e distrutto il caccia Ala-A del giovane Bridger, massacrandoli spietatamente. Quella sera, poi, Maul riesce a trovare Kenobi assieme ad Ezra e, dopo che quest'ultimo fugge sul dewback del vecchio Jedi, Maul si chiede come mai Kenobi si sia isolato su quel pianeta remoto non solo per nascondersi dall'Impero ma, forse, per proteggere qualcosa o qualcuno. Obi-Wan attiva la spada laser e si prepara al duello con Maul che, però, è di breve durata: infatti, Maul tenta di sconfiggere l'avversario usando le stesse mosse da lui usate anni addietro per uccidere Qui-Gon Jinn ma Obi-Wan, avendo intuito le intenzioni di Maul, riesce con un singolo colpo a tagliare in due la spada laser e a ferirlo mortalmente al petto. Prima di spirare, Maul chiede a Kenobi se colui che protegge (Luke Skywalker) sia davvero il Prescelto e, dopo la risposta affermativa del Jedi, in punto di morte profetizza ad Obi-Wan che il Prescelto li avrebbe vendicati. Dopo la morte di Maul, Obi-Wan chiude gli occhi al suo antico nemico in segno di rispetto.
Questa storia è ambientata dopo lo scontro tra Maul e Darth Sidious nella Guerra dei Cloni: l'ex-allievo viene imprigionato da Sidious e dal Conte Dooku sul pianeta montuoso e innevato di Stygeon Prime in una prigione segreta e impenetrabile, la Guglia. Dooku e Sidious cercano in tutti i modi di estorcere a Maul l'ubicazione delle basi della Shadow Collective ma il dathomiriano viene soccorso da un gruppo di guerrieri della Ronda della Morte, riuscendo quindi ad evadere. Il gruppo si rifugia poi sulla luna Zanbar, dove Maul e le sue forze tentano di riorganizzarsi; dopo aver riavuto la sua spada laser oscura, Maul viene a conoscenza dal primo ministro Almec (che aveva ordinato ai guerrieri della Ronda della Morte di salvare Maul dalla Guglia per restituirgli il favore) che gli sono rimasti fedeli solo il Sole Nero e il sindacato Pyke (mentre gli Hutt avevano abbandonato la coalizione). All'improvviso, però, vengono attaccati dagli eserciti di droidi del Generale Grievous: durante la battaglia molti Mandaloriani vengono uccisi e Maul ingaggia un breve duello con Grievous, riuscendo all'ultimo a fuggire. Il suo intento è quello di raggiungere Dathomir per tornare da madre Talzin, intuito per sua sfortuna anche da Sidious e Dooku. Scelto come roccaforte il pianeta Ord Mantell, Maul si organizza con i capi del Sole Nero e dei Pyke per tendere una trappola a Dooku e Grievous, chiedendo l'aiuto a Madre Talzin, la quale fa partire per Ord Mantell i Fratelli della Notte, capeggiati da Viscus, in soccorso del loro fratello Maul. In quel frangente le armate di droidi di Grievous attaccano Ord Mantell ma, ingegnosamente, Maul fugge su un caccia Mandaloriano e attacca lo schieramento di navi Separatiste. Intanto Dooku, sceso sul pianeta alla ricerca di Maul, s'imbatte nei Fratelli della Notte, sconfiggendoli; nel momento in cui sta per uccidere Viscus viene catturato dal Sole Nero e dai Pyke mentre, nello spazio, Maul riesce a catturare Grievous. A seguito di ciò, però, sotto consiglio di Talzin, Maul decide di non uccidere Dooku bensì di allearsi con lui per sconfiggere Sidious, avendo Talzin previsto che questi avrebbe tradito il conte (cosa che effettivamente accadrà); infatti, turbato dalle criptiche parole della strega, Dooku accetta l'alleanza e, insieme a Maul, affronta in duello Obi-Wan e la Maestra Jedi Tiplee (sorella della defunta Tiplar morta su Ringo Vinda), che erano accorsi insieme alle cannoniere della Repubblica sull'avamposto della Shadow Collective. Nel breve duello che ne scaturisce Dooku uccide Tiplee e, insieme a Maul, riesce a fuggire dopo l'arrivo di Mace Windu e Aayla Secura, mentre Grievous fugge attraverso un guscio di salvataggio (dopo che il conte aveva premuto con la Forza l'interruttore della cella di detenzione dove il Kaleesh era rinchiuso). Successivamente Maul e Dooku si recano su Dathomir dove Madre Talzin prende possesso del corpo del conte poco prima dell'arrivo di Sidious e Grievous. Maul e Dooku (controllato da Talzin) affrontano in duello Grievous e Sidious e questi, attraverso una potente scarica di Fulmini di Forza, riesce a far uscire la strega dal corpo del conte; a quel punto, mentre Maul mette fuori combattimento Grievous con un calcio facendolo cadere in un baratro, Talzin, Sidious e Dooku ingaggiano uno scontro con i Fulmini di Forza, mentre nello spazio le forze Separatiste sono in procinto di atterrare su Dathomir. Quando la Shadow Collective decide di fuggire per la loro inferiorità numerica, Talzin spinge via Maul che viene tratto in salvo da due suoi accoliti mentre la strega, esaurite le forze, viene pugnalata al petto da Grievous. Maul riesce dunque a fuggire da Dathomir mentre Sidious, Dooku e Grievous osservano i resti del corpo ormai dissolto di Talzin. Il destino di Maul rimane quindi, ancora una volta, ignoto. Nonostante questo, però, Sidious può dirsi vittorioso, avendo scacciato un rivale per il controllo della Galassia.
Con l'acquisizione della Lucasfilm da parte di The Walt Disney Company nel 2012, la maggior parte dei romanzi e fumetti di Guerre stellari prodotti su licenza sono stati inseriti nel brand Star Wars Legends e dichiarati non canonici al franchise nel mese di aprile del 2014.[10][11][12]
Maul è un dathomiriano che si è tatuato il volto e il corpo di tatuaggi neri per dimostrare la sua fedeltà al Lato Oscuro della Forza. Nasce sul pianeta Dathomir nel 54 BBY; In giovane età viene rapito da Darth Sidious alla madre per salvaguardare la vita dell'altro figlio gemello, dalla setta congrega delle Sorelle della Notte e portato via dal suo pianeta natale per venire addestrato nelle vie del Lato Oscuro della Forza.
La sua caratteristica principale, che lo distingue da qualsiasi altro Sith, è l'arma: una spada laser rossa a doppia lama lunga 2,5 metri di cui 1/5 di sola impugnatura. Ad aver usato un'arma di questo tipo in passato si ricorda soltanto Bastila Shan (spada a doppia lama gialla) e Zez-Kai Ell (spada a doppia lama viola) fra i Jedi, mentre fra i Sith ad aver forgiato una simile arma fu il Signore Oscuro Exar Kun (spada a doppia lama blu), e tra i Jedi Oscuri si ricorda Asajj Ventress (due spade a lama rossa).
Avendo testato la grande abilità di Maul nel combattimento, Sidious decide di inviarlo su un lontano pianeta dell'Orlo Esterno per rintracciare un misterioso guerriero di nome Silus, la cui conoscenza della Forza lo rendeva in grado di sconfiggere chiunque. Maul notò però che Silus utilizzava la Forza solo per uccidere i suoi avversari durante degli incontri di lotta e da questi ne ricavava grandi profitti. Alla fine della serata, Maul e Silus si affrontano e quest'ultimo riesce a mettere in difficoltà il dathomiriano; in precedenza, Maul aveva mostrato a Silus un ologramma del suo maestro che gli chiedeva di unirsi a lui se avesse sconfitto il suo apprendista. Preso dalla rabbia e dalla devozione servile per il suo maestro, Maul riesce a sbilanciare Silus, per poi finirlo senza pietà con la sua spada laser. Sidious, compiaciuto della prova del suo apprendista, gli rivela che la sfida con Silus era solo un test per valutare la sua fedeltà al signore dei Sith.
Le operazioni segrete dei Sith rimasero a lungo nascoste fino a che Darth Maul e il suo maestro Darth Sidious (in realtà il senatore nabooiano Palpatine), rivelarono la loro influenza durante l'invasione del pacifico pianeta di Naboo da parte della Federazione dei Mercanti. Tuttavia non fu quella la prima missione del promettente apprendista Darth Maul. Per testare la sua potenza il maestro Sidious lo spedì ad eliminare un potente nemico che avrebbe potuto intralciare i suoi piani per il dominio della Galassia: l'associazione criminale Sole Nero. Sidious sapeva che il Sole Nero era talmente forte che non sarebbe mai del tutto scomparso, ma, eliminato il capo e tutti i suoi Vigo (vicari e successori), sarebbe sicuramente caduto in un lungo periodo di caos che avrebbe permesso al Signore Oscuro di salire al potere indisturbato. Per adempiere al suo compito, Sidious donò a Darth Maul un infiltratore Sith con speeder bike e droidi sonda.
Il compito di Maul era eliminare il capo con tutti i Vigo e le guardie del corpo. Maul decise di uccidere inizialmente solo due Vigo facendo passare l'azione come un complotto per il potere. Una volta che tutti i Vigo ed il capo dell'organizzazione Sole Nero si furono riuniti, Maul si infiltrò nel palazzo e li uccise lasciando l'organizzazione nel caos.
A dimostrazione della abilità e della potenza del Lato Oscuro della Forza, ci sarebbe stata un'apparizione di Maul al Jedi Anakin Skywalker in una grotta di cristallo a Ilum, solo pochi anni dopo il duello su Naboo. Anakin stava per entrare in una grotta simile a quella su Dagobah, in cui successivamente sarebbe entrato suo figlio Luke Skywalker nel quinto episodio. Quando Anakin si trovò in uno stato di ipnosi, Darth Maul apparve e Anakin subito lo attaccò. Dopo una furiosa battaglia, nella quale Maul derise Anakin della sua spada laser da allenamento e sulla morte di Qui-Gon Jinn, il Sith donò al Jedi la sua futura spada laser rossa che era appartenuta proprio a lui in passato. Anakin vinse ma, proprio come aveva immaginato, Maul non era altro che un'illusione del Lato Oscuro.
Maul compare in diversi videogiochi dell'universo di Guerre stellari:
La prima spada laser di Maul, a doppia lama rossa, venne da lui utilizzata al combattimento su Naboo contro Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi, dove fu proprio quest'ultimo a tagliarla in due con un colpo netto. Successivamente Maul, tornato grazie a suo fratello Savage Opress, ritorna ad utilizzare l'altra metà della spada laser a doppia lama, restituitagli dallo stesso Savage. Quando Maul sconfigge Pre Vizsla acquisisce anche la sua spada oscura ma, nel duello con Darth Sidious, finisce per perdere la sua spada laser rossa, utilizzando invece la spada oscura nei successivi duelli con il Generale Grievous e lo stesso Sidious, custodendola in seguito come cimelio nel suo santuario su Dathomir. Successivamente, Maul si fabbrica una nuova spada laser a doppia lama rossa (simile alla sua originale) che viene tuttavia perduta durante il duello con Ahsoka Tano su Mandalore. Più di dieci anni dopo, Maul si fabbrica la sua ultima spada laser a doppia lama rossa (nascosta nel suo bastone durante il suo esilio) che gli viene definitivamente distrutta su Tatooine per mano dell'anziano Obi-Wan Kenobi.
Altri progetti
Anna Falchi, pseudonimo di Anna Kristiina Palomäki[2] (Tampere, 22 aprile 1972), è un'attrice, conduttrice televisiva, ex modella e produttrice cinematografica italiana con cittadinanza finlandese, considerata un sex symbol degli anni 1990 e 2000.
Nata a Tampere, in Finlandia, il 22 aprile 1972 da madre finlandese, Kaarina Palomäki Sisko, di professione indossatrice, e padre romagnolo, Benito Falchi[3]; pur avendo all'anagrafe solamente il cognome materno, ha scelto di farsi conoscere con quello paterno. Ha un fratello, Sauro. Il padre abbandonò la famiglia quando i figli erano molto piccoli.[4] All'età di 6 anni si trasferì in Italia: visse dieci anni a Scandiano, per poi trasferirsi a Pesaro.
Partecipa ad importanti concorsi di bellezza. Nel 1988 è tra le finaliste internazionali di New Model Today e, grazie alla kermesse, verrà notata dalla prestigiosa agenzia di modelle Why Not Model Agency. L'anno dopo partecipa a Miss Italia 1989 dove vince il titolo di Miss Cinema.[5] La carriera di modella le farà conquistare centinaia di copertine e di ingaggi pubblicitari, lavorando fra Milano, Parigi e New York. Sarà testimonial, fra gli altri, per DR Automobiles Groupe, Pino Lancetti, Gattinoni, Egon von Fürstenberg, Marcolin (azienda), Carlo Pignatelli, Yamaha Racing, Best Company. Sfilerà per Chiara Boni, Gianfranco Ferré, Gai Mattiolo, Mariella Burani, Blumarine, Genny, Nazareno Gabrielli. Sarà suo il volto delle copertine di Cosmopolitan (periodico), Harper's Bazaar, Esquire (periodico), Amica (periodico), Max (periodico), Maxim (periodico), Class (periodico), L'Illustrazione Italiana, Interviú; immortalata da Marco Glaviano, Domenico Cattarinich, Oliviero Toscani, Stefano Guindani, Fabio Lovino, Michel Comte, Bob Krieger, Marco Delogu, Gian Paolo Barbieri, Alessandro Dobici.
Nel 1992 fu scelta come testimonial pubblicitaria della Banca di Roma nello spot televisivo Il sogno, diretto da Federico Fellini, nel quale recitò al fianco di Paolo Villaggio.
Nel 1993 comparve accanto a Raf nel videoclip della sua canzone Due. Ciò diede impulso alla sua carriera cinematografica, che partì sempre nel 1993 con il film Nel continente nero di Marco Risi, in cui recitò a fianco di Diego Abatantuono. Nel 1994 apparve nel film C'è Kim Novak al telefono di Enrico Roseo, insieme con Sylva Koscina. Sempre nel 1994 fu scelta da Carlo Vanzina per il suo S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa, in cui interpretò una prostituta dal soprannome di "Poppea". Ancora nel 1994 interpretò un ruolo da protagonista, insieme all'attore inglese Rupert Everett, nel film Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, ambientato in Italia, che narra le vicende del custode di un cimitero che si imbatte in situazioni anomale. A dicembre del 1994 la vediamo protagonista nella miniserie TV Desideria e l'anello del drago di Lamberto Bava. Lo stesso regista la sceglie per interpretare nel 1997 Mirabella in La principessa e il povero e Livia in Caraibi, serie in 4 puntate.
Successivamente ha preso parte ai film Palla di neve di Maurizio Nichetti (1995), Celluloide di Carlo Lizzani e Giovani e belli di Dino Risi, insieme a Ciccio Ingrassia (entrambi del 1996). In televisione ha condotto il Festival di Sanremo 1995 con Pippo Baudo e Claudia Koll. Lo stesso anno ha inciso il disco dance Pium Paum (Vipula Vapula). Nel 1996 è stata fra i conduttori del quiz preserale di Rai 1 Luna Park.
Alla fine degli anni novanta, oltre a interpretare il ruolo di sé stessa in Paparazzi e Body Guards - Guardie del corpo, aumentò la sua presenza in televisione, diventando ospite di numerosi programmi. Nel 1997 fece da madrina alla 40ª edizione dello Zecchino d'Oro (ruolo che ripeterà nell'edizione 2006). Ha condotto inoltre l'edizione 1998-1999 di Domenica in accanto a Giancarlo Magalli e Tullio Solenghi. È stata protagonista di numerosi calendari, anche auto-prodotti, in cui ha posato nuda e che vennero sponsorizzati e diffusi prima dal mensile Max[6] e poi da Maxim.
Nel 2000 ha debuttato in teatro con Se devi dire una bugia, dilla grossa, a cui seguirono le tournée La Venexiana (2003), A piedi nudi nel parco (2004) e Notting Hill (2007). Nel 2001, intervistata nella trasmissione Satyricon, si tolse le mutandine di pizzo rosse e le diede in dono al conduttore Daniele Luttazzi, che le annusò estasiato. Nel 2002 tornò al cinema interpretando Operazione Rosmarino, che successivamente fu seguito da Nessun messaggio in segreteria (2005).
Dal 2005 è anche produttrice cinematografica: con il fratello Sauro ha fondato la società A-Movies Production specializzandosi nel film d'autore e indipendenti. Da marzo 2007 collabora con Tiscali Notizie, la testata giornalistica del portale Tiscali, dove scrive di critica cinematografica. Sempre nel 2007 torna sul piccolo schermo nella fiction televisiva Piper, su Canale 5, ed è tra i concorrenti della quarta edizione del talent-show di Rai 1, Ballando con le stelle, dove si classifica seconda con il partner Stefano Di Filippo. Nel 2008 è tornata al cinema, nuovamente nella commedia all'italiana, con L'allenatore nel pallone 2 e Un'estate al mare.
Sempre nel 2008 Anna Falchi è stata nominata direttrice artistica della New York Film Academy presso la sede di Cinecittà. Nella stagione 2008-2009 ha debuttato come conduttrice radiofonica accanto a Pierluigi Diaco nel programma Onorevole DJ, talk show notturno di RTL 102.5, trasmesso in contemporanea anche in televisione su RTL 102.5 TV, e ha condotto con Ale e Franz il programma Buona la prima!. Dal 21 settembre 2009 ha condotto in prima serata su Rai 1 il varietà Da Nord a Sud... e ho detto tutto!, a fianco di Vincenzo Salemme. Alla fine del 2009 ha partecipato come attrice ai film L'uomo nero di e con Sergio Rubini e Ce n'è per tutti, di cui è stata anche co-produttrice.
Nel 2011 è stata nuovamente presente al cinema nel film di Ezio Greggio Box Office 3D - Il film dei film. Nel 2013 ha partecipato al programma Jump! Stasera mi tuffo, condotto da Teo Mammucari, arrivando quarta. In questi anni è inoltre produttrice di diverse pellicole cinematografiche: Appartamento ad Atene, E la chiamano estate, Good As You - Tutti i colori dell'amore, Amaro amore e Come il vento.
Negli anni successivi presenta alcuni programmi per reti minori: nelle stagioni televisive 2013-2014 e 2014-2015 conduce accanto al giornalista Massimo De Luca la trasmissione sportiva Number Two sull'emittente napoletana Canale 34; nel 2015 conduce il programma Wedding Fashion World, in onda sul canale di Sky La sposa TV. Per lo stesso canale, rinominato Donna & Sposa, nell'autunno del 2016 conduce la trasmissione Sei donna. Nella stagione 2018-2019 conduce su Telenorba il programma culinario Anna e i suoi fornelli uno dei cuochi che la coadiuvava è lo chef ex "La prova del cuoco" Andrea Matranga.
Dal 29 giugno 2020 ritorna in Rai, dove conduce assieme a Beppe Convertini C'è tempo per..., programma spin-off estivo di Unomattina Estate, in onda ogni mattina su Rai 1 dal lunedì al venerdì[7]. Successivamente, C'è tempo per... viene cancellato dal palinsesto estivo di Rai 1 e la coppia di conduttori Falchi-Convertini torna nel mattino della rete con Uno Weekend, nuova trasmissione in onda il sabato e la domenica dal 3 luglio 2021[8]. Dal 14 settembre 2021 conduce su Rai 2 I fatti vostri con Salvo Sottile, mentre dal settembre 2023 conduce il programma assieme a Tiberio Timperi; la coppia viene confermata anche per la stagione seguente, mentre dall'autunno 2025 condurrà il programma in coppia con Flavio Montrucchio. Nell’agosto del 2024 diventa anche conduttrice, insieme a Fabrizio Rocca, di Un’estate italiana, nuovo programma domenicale, in onda da Rimini, dedicato alle vacanze.[9] Nel 2019 è protagonista, insieme a Roberto Herlitzka, del cortometraggio di Massimo Ivan Falsetta, Virgo - I piedi freddi delle donne, presentato al Green Movie Film Festival, la rassegna di cinema ambientale capitolina che nel 2020 si è svolto in streaming dal 18 al 20 dicembre, dopo i premi ricevuti presso il Linear International Film Festival a ottobre 2020 a Manchester, e al React Film Festival di Catanzaro del 2019.[10][11]
Dal 1994 al 1996 è stata legata a Fiorello,[12] mentre alla fine degli anni novanta è stata legata a Max Biaggi.[13]
Nel 2005 si è sposata all'Argentario con una cerimonia sontuosa di rilevanza nazionale con l'imprenditore e finanziere romano Stefano Ricucci, dal quale si è separata un anno dopo[14][15].
Dal 2008 al 2010 è stata legata all'imprenditore romagnolo Denny Montesi, con cui ha avuto una figlia, Alyssa.[16] Ottenuto il divorzio da Ricucci, dal 2011 al 2022 è stata legata sentimentalmente ad Andrea Ruggieri, giornalista Rai e deputato di Forza Italia dal 2018.[17] Successivamente intrattiene una relazione con Andrea Crippa, deputato della Lega.[18]
È tifosa della Lazio; nel 2000 è stata madrina della festa scudetto della squadra.[19]
Originariamente una protestante, si è convertita al cattolicesimo.[20]
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La concorrenza fiscale, ossia una forma di concorrenza normativa, esiste quando i governi usano riduzioni degli oneri fiscali per incoraggiare l'afflusso di risorse produttive o per scoraggiare l'esodo di tali risorse. Spesso ciò significa una strategia governativa per attrarre investimenti esteri diretti, investimenti esteri indiretti (investimenti finanziari) e risorse umane di alto valore riducendo al minimo il livello fiscale complessivo e / o le preferenze fiscali speciali, creando un vantaggio comparato.
Gli studiosi generalmente ritengono che gli incentivi allo sviluppo economico siano inefficienti, economicamente costosi e distorti.[1]
A partire dalla metà del 1900 i governi avevano più libertà nel fissare le tasse, poiché le barriere alla libera circolazione dei capitali e delle persone erano alte. Il graduale processo di globalizzazione sta abbassando queste barriere e provoca un aumento dei flussi di capitale e una maggiore mobilità delle risorse umane.
Secondo uno studio del 2020, la concorrenza fiscale "riduce principalmente le tasse per le imprese mobili ed è improbabile che influenzi sostanzialmente l'efficienza della sede aziendale".[2] Un documento NBER del 2020 ha trovato alcune prove del fatto che gli incentivi fiscali statali e locali negli Stati Uniti hanno portato a guadagni occupazionali, ma nessuna prova che gli incentivi hanno aumentato la crescita economica più ampia a livello statale e locale.[3]
Quando la politica fiscale è competitiva attraverso l'elusione fiscale legale, tutti possono trarne profitto. Ad esempio, la Florida una volta ha tassato tutte le vendite di barche al 6% senza un massimo. Di conseguenza, i residenti in Florida non hanno acquistato grandi imbarcazioni nello stato e non sono state riscosse imposte sulle vendite. Nel 2010 la Florida ha adottato un'imposta massima di $ 18.000 sulle vendite di barche. Il comitato di stima delle entrate della Florida ha previsto che il primo anno lo Stato avrebbe perso $ 1,6 milioni di entrate fiscali.[4] Un sondaggio è stato condotto sulle vendite di barche per il 2011 e ha scoperto che la Florida ha incassato $ 13.486.000 di entrate fiscali, quasi 10 volte più di quanto precedentemente raccolto.[5]
L'Unione europea (UE) illustra anche il ruolo della concorrenza fiscale. Le barriere alla libera circolazione dei capitali e delle persone sono state ridotte portandole quasi all'inesistenza. Alcuni paesi (ad esempio Repubblica d'Irlanda ) hanno utilizzato i loro bassi livelli di imposta sulle società per attrarre ingenti investimenti stranieri, pagando al contempo le infrastrutture necessarie (strade, telecomunicazioni) tramite i fondi dell'UE. I contribuenti netti (come la Germania) si oppongono fermamente all'idea di trasferimenti di infrastrutture verso paesi a bassa tassazione. I contribuenti netti non si sono lamentati, tuttavia, delle nazioni beneficiarie come la Grecia e il Portogallo, che hanno mantenuto le tasse elevate e la cui economia non è divenuta prospera. L'integrazione dell'UE esercita continue pressioni anche per l'armonizzazione fiscale dei consumi. Le nazioni membri dell'UE devono avere un'imposta sul valore aggiunto (IVA) di almeno il 15 percento (la fascia IVA principale) e limitare l'insieme di prodotti e servizi che possono essere inclusi nella fascia d'imposta preferenziale. Tuttavia, questa politica non impedisce alle persone di utilizzare la differenza tra i livelli dell'IVA per l'acquisto di determinati beni (ad es. automobili). I fattori che maggiormente contribuiscono sono la moneta unica (euro), la crescita del commercio elettronico e la vicinanza geografica.
La pressione politica per l'armonizzazione fiscale si estende oltre i confini dell'UE. Alcuni paesi limitrofi con regimi fiscali speciali (ad esempio la Svizzera) erano già costretti ad alcune concessioni in questo settore.
I sostenitori della concorrenza fiscale affermano che in genere apporta benefici per i contribuenti e per l'economia globale.[6]
Alcuni economisti sostengono che la concorrenza fiscale sia vantaggiosa nell'aumentare l'assunzione fiscale totale a causa delle basse aliquote dell'imposta sulle società che stimolano la crescita economica.[7] Altri sostengono che la concorrenza fiscale è generalmente dannosa perché distorce le decisioni di investimento e quindi riduce l'efficienza dell'allocazione del capitale, ridistribuisce l'onere fiscale nazionale dal capitale e su fattori meno mobili come il lavoro e mina la democrazia costringendo i governi a modificare i sistemi fiscali in modi sgraditi agli elettori. Inoltre tende ad aumentare la complessità dei sistemi fiscali nazionali e internazionali, poiché i governi modificano costantemente i sistemi fiscali per tener conto del contesto fiscale "competitivo".[8]
È stato anche affermato che, proprio come la concorrenza è positiva per le imprese, la concorrenza è positiva per i governi poiché favorisce l'efficienza e il buon governo del bilancio pubblico.[9]
Altri sottolineano che la concorrenza fiscale tra paesi non ha alcuna relazione con la concorrenza tra società in un mercato: si consideri, ad esempio, la differenza tra una società fallita e uno stato fallito - e che mentre la concorrenza sul mercato è considerata generalmente vantaggiosa, la concorrenza fiscale tra paesi è sempre dannosa.[10]
Alcuni osservatori suggeriscono che la concorrenza fiscale è generalmente una parte centrale di una politica del governo per migliorare la quantità di lavoro creando posti di lavoro ben pagati (spesso in paesi o regioni con prospettive di lavoro molto limitate). Altri suggeriscono che è vantaggioso principalmente per gli investitori, poiché i lavoratori avrebbero potuto essere pagati meglio (sia attraverso una tassazione più favorevole verso di loro, sia attraverso una maggiore ridistribuzione della ricchezza) se non fosse stato per la concorrenza fiscale abbassare le aliquote fiscali effettive sulle società.
L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha organizzato un progetto di concorrenza anti-tasse negli anni '90, culminando con la pubblicazione di " Concorrenza fiscale dannosa: un problema globale emergente " nel 1998 e la creazione di una lista nera di cosiddetti paradisi fiscali nel 2000. Le giurisdizioni nella lista nera hanno resistito efficacemente all'OCSE rilevando che anche molti dei paesi membri erano paradisi fiscali secondo la stessa definizione dell'OCSE.
Gli economisti di sinistra sostengono generalmente che i governi hanno bisogno di entrate fiscali per coprire debiti e imprevisti e che pagare per finanziare uno stato sociale è un obbligo di responsabilità sociale. Un altro argomento è che la concorrenza fiscale è un gioco a somma zero.[11] Gli economisti di destra sostengono che la concorrenza fiscale significa che i contribuenti possono votare con i piedi, scegliendo la regione con la fornitura più efficiente di servizi governativi. Questo rende la base imponibile di uno stato volontaria, perché il contribuente può evitare le tasse rinunciando alla cittadinanza o emigrando e cambiando in tal modo la residenza fiscale.
Serhij Anatolijovyč Buleca (in ucraino Сергій Анатолійович Булеца?; Poltava, 16 febbraio 1999) è un calciatore ucraino, centrocampista dell'Oleksandrija.
È un trequartista, posizione nella quale riesce a esprimere meglio le sue abilità di finalizzatore, ma può giocare anche come centrocampista centrale, nel periodo in cui militava nelle nazionali giovanili veniva schiarato prevalentemente come ala sinistra. Il suo piede forte è il destro, quando attacca usa un gioco molto essenziale, dà suppurto alla manovra offensiva sfruttando la propria potenza di tiro, abile nel calciare con entrambi i piedi.
Cresciuto nel vivaio del Dinamo Kiev ha partercipato alla UEFA Youth League dove, nel 2016, realizza una gol prima sconfiggendo il Benfica per 2-1 e poi battendo per Beşiktaş. Nell'edizione 2018-2019 sigla una rete nella vittoria per 5-1 contro il Septemvri, con un rigore realizza il gol del 2-1 sconfiggendo l'Anderlecht, sigla una rete pure contro la Juventus vincendo per 3-0.
Debutta nella Prem"jer-liha (la massima divisione del calcio ucraino) con la maglia del Dnipro-1 il 31 luglio 2019 dove Buleca segna un gol sconfiggendo l'Olimpik Donec'k, realizza una rete anche contro il Mariupol' ottenendo una vittoria per 3-0. Nella Coppa di Ucraina riesce a segnare un gol battendo per 3-1 l'Ahrobiznes Voločys'k. Nell'edizione 2020-2021 della coppa segna una rete contro l'Hirnyk-Sport' vincendo per 5-3, realizza un gol pure contro l'Oleksandrija pareggiando per 1-1, il match si protrae fino ai calci di rigore della squadra perde per 4-3, Buleca condanna la sua squadra alla sconfitta non avendo segnato l'ultimo rigore. Il 24 aprile 2021 sigla l'ultimo gol per la squadra nel successo per 3-0 contro il Mynaj.
Inizia a giocare per lo Zorja a partire dal 2021. Nell'edizione 2022-2023 del campionato ucraino realizza sette gol, il primo battendo per 4-0 il Čornomorec' Odessa, segna una rete anche contro il L'viv prevalendo per 3-1, sigla un gol battendo per 3-0 il Ruch L'viv, l'ultimo gol lo segna sconfiggendo per 2-0 l'Oleksandrija.
Si trasferisce in Polonia giocando per il Zagłębie Lubin dove realizza una sola rete vincendo per 2-0 contro il Górnik Zabrze.
A partire dal 2024 veste la maglia del Lechia Danzica.
Nel 2016 viene convocato per la nazionale Under-17 partecipando alle qualificazione per l'europeo di categoria dove segna il gol del 3-0 battendo la Finlandia, con lo stesso risultato di conclude la partita contro la Turchia dove Buleca realizza una doppietta: ottenuto l'accesso al campionato continentale Buleca segna un solo gol, nel pareggio per 2-2 contro la Germaia.
Gioca con la nazionale Under-19 al campionato giovanile europeo dove segna la rete del 2-1 sconfiggendo la Francia, oltre a realizzare il gol del 1-0 battendo la Turchia.
Con l'Under-20 ucraina ha preso parte al campionato mondiale di calcio Under-20 2019, vinto dalla propria nazionale, contro gli Stati Uniti è stato l'uomo-partita infatti segna il primo gol del match inoltre, con un calcio d'angolo serve l'assist con cui il suo compagno di squadra Denys Popov segna la rete del definitivo 2-1, sigla inoltre il gol del 4-1 sconfiggendo Panama mentre nella semifinale la sua rete decide la vittoria su 1-0 contro l'Italia.[1]
L'8 settembre 2021 esordisce in nazionale maggiore in amichevole contro la Repubblica Ceca.[2]
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3 Hordijenko · 4 Babohlo · 5 Stec'kov · 6 Kovalec' · 8 Dovhyj · 10 Tret'jakov · 11 Šuljans'kyj · 16 Biloševs'kyj · 17 Lučkevyč · 18 Sitalo · 20 Pašajev · 21 Rudyk · 22 Hrycuk · 26 Šendrik · 27 Cara · 29 Sokolov · 55 Prokopčuk · 57 J. Teixeira · 77 Myšenko · 90 Dubra · 91 Mychajlenko · 94 Zaderaka · 99 Ustymenko · Buleca · Allenatore: Hura
James Robert Jarmusch, detto Jim (Akron, 22 gennaio 1953), è un regista, sceneggiatore e musicista statunitense.
È considerato uno dei più importanti cineasti del cinema indipendente statunitense.[1]
Jim Jarmusch è nato ad Akron (Ohio), figlio di una regista teatrale statunitense di origini irlandesi e tedesche e di un imprenditore statunitense di origini ceche e tedesche. Fino a diciassette anni Jarmusch vive ad Akron dopodiché si trasferisce a Chicago per studiare giornalismo alla School of Journalism della Northwestern University. Trascorre nella città dell'Illinois solo un anno, poi raggiunge New York per frequentare letteratura presso la Columbia University. In questi anni scrive diversi testi in prosa e in poesia, alcuni dei quali vengono pubblicati sulla Columbia Review, magazine della Columbia University. Nel 1973 Jarmusch si trasferisce nove mesi a Parigi per una ricerca su André Breton e il surrealismo. Le teorie alla base della corrente artistica francese influenzeranno profondamente la futura poetica cinematografica del regista. A Parigi, inoltre, l'autore scopre il forte interesse per il cinema e frequenta assiduamente la cinémathèque. Una volta tornato a New York Jarmusch si laurea alla Columbia University in letteratura, e lo stesso anno si iscrive alla Graduate Film School della New York University.
La prima opera cinematografica di Jim Jarmusch è Permanent Vacation (1980), mediometraggio realizzato come tesi di laurea. Nel 1984 il regista partorisce il suo secondo film, Stranger than Paradise, grazie al quale l'autore riscuote un notevole successo al Festival di Cannes dello stesso anno vincendo la Caméra d'or, premio per il miglior film d'esordio.[2]. Inoltre, il film vince il Pardo d'oro al Festival di Locarno.
Nel 1985 Jim Jarmusch conosce Roberto Benigni al Salso Film & TV Festival di Salsomaggiore, entrambi membri della giuria. Da quel momento tra i due artisti nasce una forte amicizia. L'attore italiano l'anno seguente trascorre tre mesi negli Stati Uniti per recitare accanto a Tom Waits e John Lurie in Daunbailò (Down by Law), terzo film di Jarmusch.
Nel 1989 e nel 1991 Jarmusch realizza altri due film, Mystery Train - Martedì notte a Memphis e Night on Earth: quest'ultima opera è suddivisa in cinque capitoli, e rappresenta in maniera ironica particolari dinamiche relazionali all'interno di cinque taxi in diverse città del mondo: Los Angeles, New York, Parigi, Roma (in cui compare ancora Roberto Benigni) ed Helsinki.
Dopo quattro anni di pausa, Jarmusch realizza il western psichedelico Dead Man (1995) e quattro anni più tardi il noir ispirato all'hagakure Ghost Dog (1999), con questi due film Jarmusch indaga tematiche differenti rispetto alle dinamiche rappresentate fino a Night on Earth. I personaggi creati nelle opere del 1995 e del 1999 individuano un particolare percorso di vita: i protagonisti dei due film sono delle persone che seguono un determinato percorso di elevazione spirituale che permette loro di raggiungere un nuovo modo di interpretare l'esistenza.
Nel western Dead Man William Blake è accompagnato nel proprio percorso spirituale dall'amico indiano Nessuno, che prepara il personaggio interpretato da Johnny Depp ad affrontare con una nuova coscienza l'inevitabilità della morte. La colonna sonora del film è composta da Neil Young.
In Ghost Dog, invece, il killer interpretato da Forest Whitaker legge costantemente l'Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, il libro sul codice dei samurai. In questo testo sono presenti i principi etici e morali propri dei samurai dell'antico Giappone, ai quali Ghost Dog si attiene con assoluta fedeltà. Per apprendere in maniera approfondita gli insegnamenti filosofici contenuti nel libro, il protagonista si isola volontariamente dalla società di appartenenza: vive solo, in una baracca sulla sommità di un palazzo di periferia, intrattiene rapporti comunicativi con il clan mafioso per il quale lavora tramite piccioni viaggiatori. La colonna sonora del film è composta da RZA, membro della formazione hip hop newyorkese Wu-Tang Clan.
Nel 1997 Jarmusch realizza Year of the Horse, documentario riguardante un tour di Neil Young con i Crazy Horse.
Nel 2003 esce Coffee and Cigarettes, un'opera costituita da undici cortometraggi realizzati a partire dal 1986, in cui i personaggi bevono caffè e fumano sigarette seduti a un tavolino, discorrendo su argomenti molto diversi tra loro. I dialoghi e le situazioni che di volta in volta si succedono sono accomunati da una particolare vena surreale, caratteristica della poetica cinematografica di Jarmusch. In questo film recitano molti amici del regista: Roberto Benigni, Tom Waits, Iggy Pop, Steven Wright, Steve Buscemi, Alfred Molina, Bill Murray, RZA e GZA dei Wu-Tang Clan, Taylor Mead e William Rice. Gli undici cortometraggi sono filmati in bianco e nero e possiedono un ritmo ed un montaggio lineare.
Al Festival di Cannes del 2005 Jarmusch presenta Broken Flowers, grazie al quale riceve il Grand Prix Speciale della Giuria.[3] In questo film l'autore caratterizza il personaggio interpretato da Bill Murray con qualità piuttosto simili a quelle presentate negli individui americani delle prime opere cinematografiche: il protagonista vaga da un luogo all'altro dell'America settentrionale senza una particolare guida che illumini la sua esistenza, mosso unicamente dal pretesto di trovare il proprio figlio.
Nel 2010 il Reykjavík International Film Festival gli ha conferito il Premio alla carriera.
Nel 2013 torna al cinema con il lungometraggio Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive), presentato in concorso al 66º Festival di cannes, protagonisti del film sono due vampiri interpretati da Tilda Swinton e Tom Hiddleston.
Nel 2016 è in concorso al 69º Festival di Cannes con il film Paterson, dove Adam Driver interpreta un autista (Driver in inglese) di autobus che scrive poesie. Nel 2019, sempre in corcorso a Cannes, esce I morti non muoiono, opera con tanti suoi attori precedenti (Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits, RZA, Chloë Sevigny).
Jarmusch col suo cinema è solito mettere in scena persone che vivono ai confini della comunità d'appartenenza, ai margini della società americana contemporanea: sono individui privi di un particolare percorso di vita, incapaci di decidere autonomamente il proprio destino, alienati da una vita sempre uguale a se stessa. Questa particolare caratterizzazione dei personaggi deriva da uno sguardo disilluso del regista nei confronti del mito del sogno americano rinvigorito in epoca reaganiana.
Un'altra caratteristica propria del cinema di Jarmusch riguarda gli ambienti e gli spazi che ospitano le azioni dei personaggi: essi sono concepiti come espressione dello stato d'animo degli individui che li attraversano. Le città degli Stati Uniti rappresentate soprattutto nelle prime pellicole del regista (New York, Cleveland, Memphis, New Orleans, Los Angeles) sono molto simili tra loro, difficilmente si differenziano l'una dall'altra. Sono spazi che sembrano ripetersi, luoghi incapaci di evolvere e di trovare delle specifiche qualità. Ritornano continuamente situazioni in cui i personaggi affermano di essere già stati nel posto in cui giungono per la prima volta. Lo stesso Jarmusch afferma: "Oggi gli Stati Uniti sono simili in ogni parte. Puoi spostarti di migliaia di chilometri e ritrovare la stessa geografia. Il paesaggio non definisce più dove sei."
Il suo stile di regia si basa, principalmente, sui piano-sequenza e su una staticità dell'immagine che richiama maestri del cinema europeo quali Robert Bresson o Jean Eustache, stile poi assunto come emblema del cinema indipendente statunitense e non (basti pensare a certi film di Gus Van Sant o di Aki Kaurismäki). Emblematico in questo senso è Stranger Than Paradise - Più strano del Paradiso, interamente costruito da piani lunghi e inquadrature statiche, come se fossero delle fotografie, la rappresentazione dell'immobilità che pervade le atmosfere e i personaggi del suo cinema.
Jim Jarmusch compare, presumibilmente, come musicista, nella formazione della band Dark Day di Robin Crutchfield nel loro primo album Exterminating Angel (Lust/Unlust, 1980).
Jarmusch è da sempre stato appassionato al genere new wave, infatti negli anni '80 suonava come tastierista e cantante nei The Del-Byzanteens, una band new wave di New York. La band incise nel 1982 un solo album Lies To Live By (Don't Fall Off The Montain, 1982).
Nel 2005 Jim Jarmusch collabora a tre interludi nella compilation di Dreddy Kruger Presents... Think Differently Music: Wu-Tang Meets The Indie Culture (Think Differently Music, Babygrande, 2005) con Informercial #1 e Informercial #2 e nella compilation Meets The Indie Culture (Think Differently Music, Babygrande, 2005) con O, nei quali vi è la partecipazione di Jarmusch come voce narrante.
Poi Jarmusch si cimenta con la chitarra elettrica, e nel 2009 mette in piedi una band insieme a Shane Stoneback (organo e carillon) e Carter Logan (batteria, percussioni), già collaboratori di Jarmusch nelle vesti cinematografiche. Jarmusch, Stoneback e Logan cercavano la giusta colonna sonora per il film di Jarmusch The Limits of Control (2009), non riuscendo a trovare le musiche adatte al film decisero di comporle loro stessi, così nacquero i Bad Rabbit, che in seguito cambieranno nome in Sqürl[4]. Ciascun membro degli Sqürl è un polistrumentista e nel 2010 pubblicano un primo EP dal titolo EP#1 (Naked Kiss Music, 2010).
Nel 2011 Jarmusch appare in un disco del liutista olandese Jozef van Wissem nel brano Concerning the Beautiful Human Form After Death presente nel disco The Joy That Never Ends (Important Records, 2011), in cui suona la chitarra elettrica. Dopo questa partecipazione, i due artisti cominceranno a collaborare insieme in svariati progetti musicali. Primo fra questi l'album Concerning The Entrance Into Eternity (Important Records, 2012), un disco intero con brani interamente strumentali, in cui Jarmusch suona la chitarra elettrica. Jarmusch e Van Wissem, nello stesso anno, registrano ancora un altro disco a quattro mani, dal titolo The Mystery Of Heaven (Sacred Bones Records, 2012). Mentre in Apokastasis (Incunabulum, 2012) sempre di Van Wissem vede solo la partecipazione di Jarmusch (chitarra elettrica, chitarra acustica, tape e tape-loops) a quattro brani del disco.
Nello stesso anno, poi, Jarmusch compare in un brano del singolo dei Fucked Up Year of the tiger (Matador, 2012) come cori/backing vocals.
Nel febbraio 2015 Jim Jarmusch e Carter Logan (entrambi degli Sqürl) in una versione in duo degli Sqürl si esibiscono a New York per musicare dal vivo le immagini di quattro film muti dell'artista dadaista Man Ray in occasione del festival Silent films, live scores 2015[5].
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Il Festival internazionale del cortometraggio di Siena (Siena International Short Film Festival) è stata una rassegna competitiva di cortometraggi organizzata dall'Associazione culturale cortoitaliacinema.
Il Festival si è svolto a Siena, nel mese di novembre, per 12 edizioni, dal 1997 al 2008. La manifestazione nasce per incentivare gli incontri tra i registi indipendenti di tutto il mondo con il pubblico, promuovere retrospettive dedicate ai grandi nomi dell'animazione, delle scuole di cinema, del documentario (in chiave corta). Numerose le retrospettive dedicate a paesi africani, europei, americani, con presentazioni di libri di cinema, mostre di grafica dedicate al cinema (manifesti e fotografie), omaggi ad autori e incontri con attori.
Il festival, diretto da Piero Clemente e da Barbara Bialkowska, archivia i film pervenuti in selezione e scheda tutti i titoli, mentre durante la manifestazione è possibile visionare qualche migliaio di titoli a richiesta degli operatori del settore. Vengono pubblicati annualmente cataloghi dedicati ai film in selezione, fuori concorso e al mercato.
Nel 2009, a seguito dell'interruzione dei finanziamenti pubblici erogati alla manifestazione fin dal 1997 dal Comune di Siena[1], il Festival cessa la programmazione. L'ultima edizione si svolge a Roma, presso il Cinema dei Piccoli e nel teatro comunale di San'Oreste[2], probabilmente non competitiva.
Con diritto informatico si indica l'insieme di leggi e norme che regolano i rapporti tra fornitori di apparecchiature e servizi informatici ed utenti finali.
Alcune di queste leggi sono applicazioni di principi giuridici generali. Ad esempio le garanzie sulle apparecchiature che sono assimilati ad un qualsiasi elettrodomestico.
Altre, invece, sono specifiche e spesso inseguono più che governano l'evoluzione tecnologica e periodicamente assurgono agli onori della cronaca. È il caso della fiscalità per il commercio elettronico, del diritto d'autore soprattutto legato al commercio/scambio di opere musicali e cinematografiche, della brevettabilità del software, delle questioni sollevate dall'Open Source, dalla sicurezza informatica, dalla libertà di espressione, dal trattamento dei dati personali o dal diritto alla privacy, solo per citare i più noti.
Alcuni dei principali aspetti legati all'informatica sono elencati di seguito. I dettagli relativi alle soluzioni legislative adottate poi variano da Paese a Paese.
Vi sono molte aree dell'attività informatica che sono soggette a regolamentazione o influenzate da leggi vigenti. Innanzitutto vi è la cosiddetta "proprietà intellettuale" in genere, specie per quanto riguarda i supporti (soprattutto CD e DVD) ed i contenuti digitali (musica, film, videogiochi ed i programmi in generale...): in particolare il copyright, il fair use e regolamenti specifici per la limitazione delle duplicazioni (copy prevention). Molto sentito è anche il problema della pirateria legato ad Internet, con la diffusione dei contenuti attraverso i sistemi distribuiti peer to peer. La brevettabilità del software è un argomento controverso ed in costante evoluzione in Europa ed altrove.
Gli argomenti collegati a licenze software, accettazione di licenze software, software libero e open source possono implicare discussioni sul diritto del prodotto, responsabilità professionale del singolo sviluppatore, garanzie, contratti, segreti professionali e proprietà intellettuale. Ad esempio, ancora all'inizio del 2004, nessun tribunale si è espresso sulla validità delle licenze open-source.
In molti Stati, le industrie informatica e della comunicazione sono regolate - spesso in modo restrittivo - dai rispettivi governi. Esistono leggi che stabiliscono principi a cui i computer e le reti devono sottostare: in particolare ci sono regole su cracking, privacy e spamming (invio di posta indesiderata). Ci sono anche limiti all'uso di crittologia e di programmi che possono essere usati per violare sistemi di protezione da copia. Anche l'esportazione di hardware e software tra certi Stati è sottoposta a controllo. Ci sono leggi che governano il commercio elettronico (ovvero la compravendita di beni e servizi attraverso Internet), la tassazione, la protezione del consumatore e la pubblicità.
Esistono leggi sulla censura contro la libertà di espressione, regole sull'accesso pubblico a informazioni governative, e accesso individuale a informazioni tenute da soggetti privati. Ci sono leggi su quali dati devono essere mantenuti per obbligo di legge, e quali non possono essere raccolti o memorizzati, per motivi privati.
In certe circostanze e giurisdizioni, le comunicazioni tra computer possono essere usate come prove, e per stabilire contratti. Nuovi metodi di controllo e sorveglianza hanno reso possibile attraverso i computer avere differenti legislazioni su come possono essere usati come prove processuali o dalla polizia.
Una serie di problemi legali e dibattiti è poi generata dall'introduzione di apparecchiature per il voto elettronico (potenzialmente utilizzabile attraverso reti di comunicazione di massa come Internet o le reti cellulari).
Alcuni Stati, infine, limitano l'accesso a Internet, sia mediante leggi apposite che mediante metodi tecnici.
Con la diffusione planetaria di Internet, la giurisdizione è un problema molto sentito e di difficile soluzione, in parte per l'effettivo problema della delocalizzazione geografica, e poi anche perché i giudici dei diversi paesi hanno preso posizioni diverse su quanto pubblicato in Internet o sugli accordi commerciali stipulati per prodotti e servizi venduti via Internet (commercio elettronico).
Sul tema del foro competente dottrina e giurisprudenza hanno offerta una variegata gamma di scelte. Ai fini della presente analisi si ritiene opportuno citare la sola tesi che è stata ritenuta preferibile nel nostro ordinamento dalla Corte di Cassazione a sezioni unite con l'ordinanza n. 6591 dell'8 giugno 2002. Secondo tale corrente la competenza spetterebbe al giudice del foro in cui il danneggiato ha la propria sede, la propria residenza o il proprio domicilio. In tal modo: 1) la causa viene incardinata dove l'illecito è giunto a compimento causando concretamente un danno;
Fra le altre maggiori problematiche aperte ci sono quelle sollevate dall'applicazione delle leggi sui contratti, tassazione sulle vendite e garanzie commerciali, le regolamentazioni per perseguire le intrusioni nei sistemi informatici, privacy, spamming e la scrittura e diffusione dei virus informatici. Da non dimenticare, inoltre, anche aree più propriamente politiche come la libertà di espressione, censura, l'uso criminale della rete (es. pedofilia), incitamento a delinquere, e così via.
Alle volte, si ventila l'idea di un "cyberspazio" senza leggi. È però l'opinione dei più che tale stato di cose non è desiderabile; occorrerebbe, invece, un'armonizzazione delle diverse legislazioni per garantire la certezza del diritto ed evitare disparità di trattamenti.
Non si deve dimenticare, inoltre, che l'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo si richiama alla protezione della libertà di espressione in tutti i mezzi di comunicazione.
Per quanto riguarda la giurisdizione su Internet, la questione del governo di internet è un argomento estremamente dibattuto nei congressi internazionali come l'International Telecommunication Union (ITU). Il ruolo di istituzioni tecniche di controllo della rete, come ad esempio l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) ed il suo controllo essenzialmente statunitense, è messo sempre più spesso in discussione.
La legge che regola Internet deve essere considerata nel contesto della sua portata geografica e dei confini politici che si attraversano nel processo di invio di dati in tutto il mondo. La struttura globale unica di Internet solleva molte questioni giurisdizionali e talvolta anche questioni legate alla legittimità stessa di alcune leggi.
David R. Johnson e David G. Post, autori del saggio "Law and Borders - The Rise of Law in Cyberspace" (Diritto e Confini - La Nascita della Legge del Cyberspazio) sostengono l'Internet come ente al di sopra delle leggi di ogni singolo paese, ma con una giurisdizione propria in cui i "Cittadini di Internet" ("Internet Citizens") vengono riconosciuti in base al proprio nome utente o e-mail. Nel corso del tempo però, le spinte verso un Internet che può essere auto-regolato come nazione a sé stante, vengono screditate da una moltitudine di autorità di regolamentazione, forze esterne ed interne, sia governative e private, a molti livelli diversi. La natura del diritto di Internet rimane molto in via di sviluppo.
«La guerra contro la condivisione illegale di file è come la vecchia guerra della chiesa contro la masturbazione. È una guerra che semplicemente non puoi vincere»
Secondo Lawrence Lessig ci sono 4 forze primarie che regolamentano Internet, secondo la teoria che lui chiama "Pathetic dot Theory" nel suo libro "Code and Other Laws of Cyberspace" (Codice e altre leggi del Cyberspazio):
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Il castello di Carini è una fortezza medievale che si trova a Carini, in Sicilia.
Fu eretto ad opera del primo feudatario normanno Rodolfo Bonello, guerriero al seguito del conte Ruggero I di Sicilia.
Nel 1283 divenne di proprietà della famiglia Abate che iniziò a trasformare la struttura difensiva destinandola ad uso residenziale. Schieratisi con i Chiaramonte nella disputa per il possesso della corona, gli Abate furono dichiarati "felloni" e privati di tutti i beni.
Il re Martino I, nuovo re di Sicilia, nel 1397 affidò la Terra di Carini al "milès panormitano" Ubertino La Grua per i servizi resigli.
Ubertino non ebbe prole maschile e, nel 1402, con privilegio di Martino il Giovane (sposo della regina Maria) che partecipò alla stesura del contratto di matrimonio, fece sposare la sua unica figlia Ilaria con il catalano Gilberto Talamanca, dando così vita alla casata La Grua Talamanca che rimarrà in possesso della baronia di Carini fino al 1812.
Il maniero divenne famoso quale teatro di una tragica vicenda: il 4 dicembre 1563 donna Laura Lanza di Trabia baronessa di Carini, moglie di don Vincenzo La Grua-Talamanca, venne uccisa dal padre per motivi di onore insieme al presunto amante Ludovico Vernagallo. Gli atti di morte dei due si trovano trascritti presso l'archivio storico della chiesa madre di Carini.[3]
L'amaro caso della signora di Carini non fu subito di dominio pubblico, la potenza delle famiglie coinvolte mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte della signora di Carini. Don Cesare Lanza di Trabia sarà assolto in virtù della legge vigente e l'anno successivo insignito del titolo di conte di Mussomeli.

Dal punto di vista architettonico, le mura medievali risalgono all'XI e XII secolo. Elementi arabo-normanni sono riscontrabili nella seconda porta del castello, dove l'arcata a sesto acuto ne prolunga lo slancio.
In alto vi è l'arma della famiglia Abbate. I portali sono sormontati da alcuni scudi che rappresentano una gru, allusiva della casata La Grua; altri mostrano tre zolle di terra, probabilmente simbolo dei Chiaramonte. In quello del piano superiore si trova lo stemma dei Lanza-La Grua, caratterizzato da due leoni rampanti.[5]
Entrando nel piano terreno vi è una stanza con volta a crociera che originariamente era un muro esterno. Un altro vano, privo del pavimento, mostra le fondazioni di strutture precedenti. Un grande salone è diviso da due arcate a sesto acuto con colonna centrale.
Nel lato est del castello si possono vedere: in un locale un lavatoio in pietra di Billiemi; una cappella affrescata a trompe-l'œil, una statua in marmo raffigurante la Madonna di Trapani.[6]
Nella cappella si ammira un artistico tabernacolo ligneo del primo decennio del Seicento con colonnine corinzie che scandiscono prospettivamente lo spazio. Un matroneo in legno permetteva la vista dal piano superiore.
Al piano superiore, all'ingresso di quella che era l'ala quattrocentesca del castello, troviamo un portale marmoreo dove, tra due fenici rinascenti dalle fiamme, è scritto Et nova sint omnia (E tutto sia rinnovato), che è la continuazione di un'altra dicitura presente su un secondo portale marmoreo sempre nel lato sud-ovest dove si legge Recedant Vetera (Sia cancellato il passato), probabilmente collocate quando l'edificio, sotto la direzione dell'architetto netino Matteo Carnalivari, cambiò la sua destinazione d'uso trasformandosi da caserma a dimora signorile (seconda metà del Quattrocento).[7]
Dalla porta accanto si accede al salone delle feste, caratterizzato da un soffitto ligneo cassettonato con elementi stalattitici tutti decorati con stemmi nobiliari, salmi dedicati alla Madonna e didascalie allegoriche, tra le quali quella sull'asse centrale: In medio consistit virtus e quelle sulle mensole laterali: Et in estremis labora. Il soffitto ligneo fu realizzato in concomitanza con i lavori di riammodernamento fatti quando i La Grua Talamanca si imparentarono con la famiglia Ajutamicristo, un esempio simile si conserva infatti presso il palazzo palermitano della stessa casata, capolavoro dell'architettura gotico-catalana in Sicilia.[8]
Il salone delle feste del piano nobiliare è un classico esempio di ambiente quattrocentesco con soffitto ligneo a cassettoni, un camino impreziosito dallo stemma dei la Grua ed ampie finestre. Il soffitto conserva una parte originale dove è visibile una scritta in latino In Medio Consistit Virtus, ovvero Nel mezzo sta la virtù, per indicare che era stata realizzata solo per decorazione mentre è la struttura laterale quella portante. Dalla porta laterale sinistra della sala si entra nella stanza cara alla baronessa di Carini, dove, si narra, avvenissero i suoi presunti incontri con Ludovico Vernagallo.[9]
Interessanti sono le stanze affrescate, come quella in cui si trova la pittura murale ritraente Penelope ed Ulisse. Una scaletta conduce alle cucine. Un vano, infine, merita attenzione perché si caratterizza per le vele e i pennacchi terminanti in pietra di Billiemi di stile gotico-catalano.
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Il lago Dongting (洞庭湖S, Dòngtíng HúP, Tung-t'ing HuW), nel nord della provincia di Hunan, è il secondo lago d'acqua dolce più grande della Cina. È alimentato da diversi fiumi e drena le sue acque nello Yangtze, a nord di esso. Le province di Hunan («a sud del lago») e Hubei («a nord del lago») hanno preso il nome dalla loro posizione rispetto al lago.
Il lago copre generalmente una superficie di 2820 km², ma in estate (da luglio a settembre), quando i suoi immissari, in particolare lo Yangtze, riversano le loro acque di piena nel lago, la sua superficie può ingrandirsi fino a raggiungere i 20000 km². Il Dongting rappresenta quindi un importante bacino naturale di raccoglimento per la regolazione della portata dello Yangtze, funzione che però è sempre meno in grado di svolgere in quanto le piene annuali superano i livelli critici a intervalli sempre più brevi. Nel 1998 persero la vita più di 4000 persone, mentre nel 2002 le vittime furono di meno perché le dighe resistettero. Le inondazioni, seppur di origine naturale, sono però divenute più drammatiche ad opera dei mutamenti apportati dall'uomo: la distruzione delle foreste di protezione, la bonifica delle zone umide e la creazione di aree residenziali e industriali in zone precedentemente occupate dalle golene che circondano il lago hanno ormai rovinato irrimediabilmente l'equilibrio naturale della regione.
Il carico di sedimenti trasportati dallo Yangtze e depositati nella pianura del Dongting ha portato alla creazione di un terreno paludoso molto fertile, tanto che la regione intorno al lago è divenuta una delle aree risicole più importanti della Cina. Di conseguenza, gran parte della vegetazione originaria è andata perduta a vantaggio delle colture.
Sebbene al tempo della dinastia Han il poco profondo Dongting fosse ancora il più grande lago d'acqua dolce della Cina, da allora la sua superficie è diventata più piccola a causa della bonifica di nuovi terreni, tanto che ora viene superato in dimensioni dal lago Poyang.
I fiumi che si gettano nel Dongting, come lo Xiang (2288 m³/s[2]), lo Zi (795 m³/s), lo Yuan (2158 m³/s), il Li (551 m³/s) e il Miluo, apportano mediamente una quantità di acqua superiore a 6000 m³/s[3], per cui le acque di deflusso del lago costituiscono di gran lunga l'«affluente» più ricco di acqua dello Yangtze. Inoltre, tre meandri meridionali dello Yangtze che si staccano dal corso principale raggiungono il lago apportando in media un volume di acqua complessivo di oltre 3500 m³/s[3], una quantità di acqua superiore a quella apportata dallo Xiang Jiang, rendendo così il Dongting «parte» dello Yangtze. È soprattutto da questo afflusso che grandi quantità di materia in sospensione si depositano nel bacino lacustre.
Le principali città che si affacciano sul lago sono Yueyang e Yuanjiang. Changsha, il capoluogo dello Hunan, si trova a circa 60 km a sud-est del Dongting ed è raggiungibile via mare attraverso lo Yangtze, il Dongting e lo Xiang Jiang.
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I Pappacoda sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana.
La famiglia napoletana dei Pappacoda è già citata nel 1420 come parte del seggio "Aquario" abolito dalla regina Giovanna II e aggregato al sedile di Porto, ma le sue origini sono più antiche.
Avendo sostenuto differenti sovrani saliti al trono di Napoli col prestito di grandi somme di denaro e col reclutamento di forze militari, la casata era riuscita infatti ad emergere già dalla fine del XIII secolo con Liguoro Pappacoda che nel 1278 assistette Carlo I d'Angiò nella conquista del regno di Napoli. Nel secolo successivo, Lionetto Pappacoda, in rappresentanza del seggio di Porto, accompagnò re Carlo III d'Angiò in Puglia per incontrare il duca d'Angiò.
Nel 1390 Artusio Pappacoda (m. 1433) acquistò i feudi di Papasidero in Calabria Citra e Castellabate e fu condottiero per 200 lance, ottenendo nel 1405 il titolo di barone di Barbato e di Zagarise in Calabria Ultra. Questi fu personaggio influente in quanto non solo fu consigliere della corte angioina, ma fu anche amante della regina Giovanna II di Napoli la quale nel 1415 lo nominò Gran Siniscalco del Regno di Napoli. Fu sempre lui a far edificare in quello stesso 1415 la cappella sepolcrale della famiglia Pappacoda a Napoli, dedicata a San Giovanni Evangelista.
Nel Quattrocento, Troiano Pappacoda (m. 1510) fu condottiero inizialmente delle armate di Venezia, per poi passare nel 1483 a quelle di Ferrante I d'Aragona, prendendo poi parte nel 1486 alla Congiura dei Baroni e ricavandone nel 1495 il titolo di duca di Termoli. Nel 1497, Artuso II venne ricompensato da Ferrante II d'Aragona col titolo di Massafra. Suo fratello Sigismondo, già vescovo di Venosa, venne nominato vescovo di Tropea e poi arcivescovo di Napoli e cardinale. Altro fratello fu Baldassarre che nel 1495 venne nominato consigliere e cavallerizzo maggiore di re Federico I di Napoli, ottenendo anche il titolo di barone di Missanello in Basilicata ed acquistò la città di Lacedonia col relativo titolo di barone; fu sindaco della città di Napoli.
Carlo Pappacoda acquistò nel 1522 da Eleonora del Tufo i diritti sulla gabella del pesce per l'intera città di Napoli, ma dovette vendere nel 1584 il feudo di Lacedonia alla famiglia Doria di Melfi.
Nel 1556, Giovanni Lorenzo Pappacoda (m. 1576), ottenne in eredità da Bona Sforza, regina di Polonia, i feudi di Noia, Capurso e Triggiano e nel 1558 ottenne la nomina a marchese di Capurso, il maggiore tra questi feudi, titolo al quale si aggiunse quello di marchese di Pisciotta nel 1617 con Cesare (1567-1621) che fu giudice criminale della Gran Corte della Vicaria.
Nel Seicento diversi furono i membri della famiglia ad entrare nel Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1635, Luigi (m. 1670) fu vescovo di Capaccio e poi di Lecce, mentre nel 1638 Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta, si associò ad altri trentasette cavalieri napoletani per istituire il Monte Grande de Maritaggi di Napoli che garantiva doti adeguate alle famiglie aristocratiche in età da marito.
Francesco, marchese di Capurso, nel 1644 divenne castellano di Bari e suo fratello Giuseppe, l'anno successivo, venne decorato del titolo di principe di Triggiano, elevando così la famiglia nelle altissime sfere dell'aristocrazia partenopea. Nel 1666, Domenico (1653-1723), marchese di Pisciotta, ottenne il titolo di principe di Centola. Il figlio di questi, Francesco (1689-1763), fu membro del consiglio di reggenza del regno di Napoli e nel 1747 venne nominato cavaliere del Real Ordine di San Gennaro.
Il palazzo napoletano dei Pappacoda venne fatto costruire da Artusio (m. 1433), siniscalco del regno di Napoli. Venne ereditato quindi dai figli di questi, Antonello e Francesco, i quali però lo vendettero nel 1471 al conte Orso de Orsini di Nola. Nel 1496 il palazzo venne confiscato e tornò in possesso di Troiano Pappacoda (m. 1510) il quale aveva partecipato alla congiura dei baroni. Poco dopo Ferrante II d'Aragona lo confiscò nuovamente e lo assegnò a Fabrizio Colonna.
Non lontana dal palazzo si trova la cappella di San Giovanni Evangelista dove avevano luogo le sepolture dei membri della famiglia. Durante l'epoca del "Risanamento di Napoli", il palazzo venne demolito per consentire l'allargamento della strada antistante, ma ne venne salvato il portale marmoreo e gli stemmi di facciata che vennero reimpiegati nella costruzione del nuovo edificio sede del museo di mineralogia, zoologia e antropologia della città.
Il nome della famiglia Pappacoda ha dato origine, attraverso una corruzione dello stesso nome, a un famoso modo di dire napoletano: "'a 'e tiempe 'e Pappagone", ovvero "ai tempi di Pappagone", generalmente usato per indicare credenze e usanze anacronistiche o comunque dei fatti risalenti a un tempo molto lontano.[1][2]
L'Ugione, lungo 14 chilometri, è tra i torrenti più lunghi che scendono dalle Colline Livornesi a Livorno. Lo supera in lunghezza solamente il Tora (che però nasce dalle Colline Pisane). Il regime idrico è tipicamente torrentizio, con piene in autunno e, anche se in quantità minore, in primavera. La portata idrica, quindi, bassa durante la stagione invernale, si riduce a quasi nulla in quella estiva.
Il torrente segna, dalle sorgenti nelle colline fino al paese di Stagno, il confine tra i comuni di Livorno e Collesalvetti.
L'Ugione, insieme al Rio Maggiore, nasce dal Poggio Lecceta (appena sopra la frazione livornese di Valle Benedetta) all'altezza di 420 metri sul livello del mare. Durante buona parte dei 14 chilometri del suo corso funge da confine tra i comuni di Livorno e Collesalvetti; il confine, presso l'abitato di Stagno, devia bruscamente verso nord, raggiungendo il canale scolmatore, includendo così l'ultimo tratto del torrente Ugione all'interno del solo territorio comunale di Livorno.
Durante i primi chilometri del suo corso riceve numerosi ruscelletti di poche centinaia di metri, senza affluenti considerevoli. A due chilometri dalle sorgenti il torrente riceve il primo affluente da considerarsi tale, il Sambuca. Il corso d'acqua procede poi per un tratto in cui i fianchi della valle si fanno più ripidi e scoscesi, per la presenza dei vicini Poggi della Fontanaccia (306 m) e della Quercia (312 m). Da qui in poi gli affluenti si riducono in numero e in lunghezza fino a scomparire per alcuni chilometri.
Il torrente aggira poi l'imponenente e massiccia collina del Poggio del Corbolone, ultima altura di rilievo che s'innalza sulle dolci ondulazioni delle colline livornesi a nord-ovest. Il corso d'acqua, in questo tratto, esegue una grande curva verso ovest, mentre fino a poco prima avanzava deciso verso nord. A cinquanta metri d'altezza, prima che diminuisca la pendenza rallentandone il corso, il Torrente Ugione forma una piccola cascata con un laghetto ai suoi piedi. Il suggestivo spettacolo, unico in tutto il territorio, è raggiungibile seguendo un breve sentiero che parte dalla via sterrata diretta al Poggio del Corbolone.
Il corso d'acqua riceve poi un altro affluente, il Botro dell'Arme. Il ruscello, lungo due chilometri, proviene da una nota località di tiro a segno sulla strada per il Poggio del Corbolone. Le sorgenti sono invece poste presso la località Il Crocione a 190 metri d'altezza. da qui in poi il Torrente Ugione entra nel suo corso inferiore.
Il corso inferiore dell'Ugione è caratterizzato da una pendenza sempre più lieve. Gli argini diventano via via più alti e ben scavati, e il corso d'acqua amplia notevolmente la sua portata raccogliendo tutti i torrentelli di quella parte delle colline.
Descrive prima un'ampia curva verso nord, per poi voltare bruscamente verso ovest poco prima di ricevere il Rio Vallelunga di Suese. Per i chilometri successivi il fiume viene sfruttato dalle fattorie presso Stagno, ricavando acqua per gli animali e le colture. In questo tratto riceve il Rio Vallelunga e il famoso Rio dall'acqua puzzolente. Dalla località Ponte a Ugione, sulla via Aurelia, il torrente Ugione diventa più ampio e profondo. Ormai, a tre metri sul livello del mare, il torrente finisce il suo corso gettandosi nel Porto industriale di Livorno, poco prima aver ricevuto il Rio Cigna proveniente dalla località Limoncino.
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Gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 sono stati una serie di attacchi terroristici di matrice islamista sferrati da un commando armato collegato all'autoproclamato Stato Islamico, comunemente noto come ISIS, che li ha successivamente rivendicati; gli attacchi armati si sono concentrati nel I, X e XI arrondissement e allo Stade de France, a Saint-Denis, nella regione dell'Île-de-France.
Gli attentati sono stati compiuti da almeno dieci persone fra uomini e donne, responsabili di tre esplosioni nei pressi dello stadio e di sei sparatorie in diversi luoghi pubblici della capitale francese, tra cui la più sanguinosa è avvenuta presso il teatro Bataclan, dove sono rimaste uccise 90 persone.[3] Le vittime sono in totale 130, a cui si aggiungono 413 feriti, di cui 99 gravi. Si è trattato della più cruenta aggressione in territorio francese dalla seconda guerra mondiale[4] e del secondo più grave atto terroristico nei confini dell'Unione europea dopo gli attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid.
Mentre gli attacchi erano ancora in corso, in un discorso televisivo il presidente francese François Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza in tutta la Francia e annunciato la chiusura temporanea delle frontiere.[5][6]

Dall'inizio del 2015, la Francia fu vittima di numerosi attentati terroristici di matrice islamica, compiuti da affiliati o sostenitori di Al-Qaida e dello Stato Islamico.
Tra il 7 e il 9 gennaio, a Parigi, erano stati attaccati gli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e il supermercato kosher Hyper Cacher, a Porte de Vincennes. Negli assalti, compiuti dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly, appartenenti rispettivamente ad Al-Qāʿida e all'ISIS, erano rimaste uccise diciassette persone.[5][7]. L'attentato diede il via a una lunga escalation di altri attacchi di minore gravità in tutto il territorio francese: il 3 febbraio tre militari furono accoltellati a Nizza da Moussa Coulibaly, cittadino francese di origine africana; il 19 aprile una donna, Aurélie Châtelain, fu assassinata dallo studente algerino Sid Ahmed Ahlam, che aveva pianificato alcuni attacchi a due chiese di Villejuif, a Parigi, e alla Basilica del Sacro Cuore.
Il 26 giugno, a Saint-Quentin-Fallavier, nel sud-ovest del Paese, il trentacinquenne di origini marocchine Yasmin Salhi uccise e decapitò il proprio datore di lavoro per poi fotografarsi con la testa mozzata della vittima ed inviare la fotografia a un numero canadese tramite WhatsApp[8]; in seguito tentò di distruggere una fabbrica di gas con un furgone imbottito di bombole esplosive. Il 13 luglio quattro giovani di età compresa tra i 16 e i 23 anni, tra cui un ex-militare, avevano presumibilmente progettato un attacco contro l'installazione militare di Fort Béar di Port-Vendres, nei Pirenei Orientali, con l'intenzione di filmare la decapitazione di un ufficiale. Il 21 agosto, su un treno ad alta velocità Thalys proveniente da Amsterdam e diretto a Parigi, tre militari americani in borghese ed un cittadino britannico, tutti in vacanza, scongiurarono un attacco, riuscendo a bloccare e disarmare il terrorista, il ventiseienne marocchino Ayoub El Khazzani, poco prima che aprisse il fuoco con un kalashnikov. Nel tentativo di immobilizzarlo, tre persone rimasero ferite.[9] Il 29 ottobre fu scongiurato un altro attentato contro alcuni soldati della Marina Francese a Tolone, nel dipartimento di Var.
Nel corso del 2015 anche altri paesi furono al centro degli attentati. Tra il 14 e 15 febbraio, a Copenaghen, un giovane armato di fucile aprì il fuoco al Krudttønden Café, dove si stava tenendo una conferenza sulla libertà di espressione, uccidendo una persona e ferendo tre poliziotti, senza però colpire il disegnatore Lars Vilks, principale obiettivo dell'attentatore. La sera del 14 febbraio lo stesso giovane si portò nei pressi della sinagoga locale, dove ferì gravemente un cittadino ebreo, che morì nelle ore successive. Il terrorista venne in seguito ucciso dalla polizia danese. Il 18 marzo, due terroristi fecero irruzione nel museo nazionale del Bardo, in Tunisia, sparando sui turisti all'interno e all'esterno del museo, uccidendo ventidue persone e ferendone quarantacinque. Entrambi furono uccisi dalle teste di cuoio della polizia tunisina. Il 26 giugno due terroristi, tra cui il ventitreenne studente di ingegneria elettronica Seifeddine Rezgui Yacoubi, uccisero trentotto persone nel complesso turistico di Port El-Kantaoui di Susa, in Tunisia. Durante la sparatoria, Yacoubi venne ucciso dalla polizia. A settembre, inoltre, il primo ministro britannico David Cameron aveva annunciato la scongiura di un attacco alla regina Elisabetta II da parte dell'ISIS.
1 Saint-Denis (Stade de France)
2 Incrocio tra Rue Alibert (Le Carillon) e Rue Bichat (Le Petit Cambodge)
3 Rue de la Fontaine au Roi (Café Bonne Bière e Casa Nostra)
4 Boulevard Voltaire (Teatro Bataclan)
5 Rue de Charonne (La Belle Équipe)
6 Boulevard Voltaire (Comptoir Voltaire)
Negli attacchi sono rimaste uccise 130 persone e ferite tra 352 e 368 (tra cui un poliziotto della B.R.I. ferito da una pallottola vagante alla mano sinistra durante il raid nel Bataclan),[34] di cui 80 portati all'ospedale in gravi condizioni.[35] 90 persone sono morte al teatro Bataclan, 13 al Le Carillon e al Le Petit Cambodge, 5 al Café Bonne Bière e a La Casa Nostra, 21 a La Belle Équipe e 1 allo Stade de France.[36] Le vittime erano di 26 diverse nazionalità. Uno dei feriti è poi deceduto, portando così il numero totale di morti a 130.[33] Alcuni sopravvissuti soffriranno del disturbo post traumatico da stress.
Il critico musicale del periodico Les Inrockuptibles Guillaume B. Decherf,[37] il dirigente della casa discografica Mercury Records France Thomas Ayad[38], il giovane musicista e compositore Christophe Lellouche[39] e il manager degli Eagles of Death Metal Nick Alexander sono fra le vittime dei terroristi islamici nel Bataclan.[40][41]
Le indagini sono coordinate dal procuratore della Repubblica di Parigi François Molins[42] e mirano all'identificazione dei terroristi, alla ricostruzione dei loro percorsi e all'individuazione degli eventuali complici.[42]
Il procuratore ha tenuto una conferenza stampa senza domande nella serata del 14 novembre,[42] in cui ha precisato i primi elementi raccolti, ha fornito una prima ricostruzione ufficiale dell'accaduto e ha aggiornato il numero provvisorio delle vittime.[43] Al momento di questa ricostruzione, erano stati individuati sette terroristi morti; fra questi, uno degli assaltatori del Bataclan era stato identificato formalmente come un cittadino francese di circa 30 anni nato a Courcouronnes (dipartimento dell'Essonne, nella banlieue della capitale francese) e schedato per la sua "radicalizzazione".[43] La vettura usata durante gli attacchi a Bataclan, era stata noleggiata a Bruxelles da un cittadino francese residente in Belgio.[44]
I fatti di Parigi del 13 novembre hanno innescato una serie di azioni repressive militari o di polizia atte a colpire individui direttamente coinvolti o in qualche modo riconducibili all'organizzazione degli attentati parigini.
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Moritz Moszkowski (Breslavia, 23 agosto 1854 – Parigi, 4 marzo 1925) è stato un compositore e pianista polacco.
Dopo aver studiato a Breslavia (allora appartenente alla Germania), Dresda e Berlino, ebbe notevole fama sviluppando una notevolissima carriera concertistica.
Ha scritto più di duecento pezzi per pianoforte dal carattere brillante che gli portarono molta popolarità, in particolare la sua serie di danze spagnole (op. 12), due concerti per pianoforte e orchestra (op. 3 in si minore e op.59 in Mi maggiore) i 15 Études de virtuosité (op.72 Per Aspera), l'opera teatrale Boabdil (1892) e alcuni pezzi di musica sinfonica.
• Habanera op.65 n.3
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Brett Dean (Brisbane, 23 ottobre 1961) è un direttore d'orchestra, violista e compositore australiano contemporaneo.
Brett Dean è nato, cresciuto ed ha studiato a Brisbane. Ha iniziato a studiare violino all'età di otto anni e in seguito ha studiato viola con Elizabeth Morgan e John Curro al Queensland Conservatorium, dove si è laureato nel 1982 con la Medaglia del Conservatorium per il miglior studente dell'anno.[1] Nel 1981 è stato vincitore del premio ABC Symphony Australia Young Performers Awards. Dal 1985 al 1999 Dean è stato violista nei Berliner Philharmoniker.[2] Nel 2000 ha deciso di intraprendere la carriera di artista freelance ed è tornato in Australia, dove i suoi numerosi incarichi hanno incluso la curatela di programmi di musica classica con il Sydney Festival (2005) e il Melbourne Festival (2009). Come compositore e musicista, è regolarmente invitato su molti palcoscenici di concerti professionali in tutto il mondo. È compositore residente nella stagione 2016/17 della National Symphony Orchestra di Taiwan. È stato Direttore Creativo nella stagione 2017/2018 per la Tonhalle Orchester Zürich.[3]
Dean è stato direttore artistico dell'Australian National Academy of Music a Melbourne fino a giugno 2010, quando suo fratello Paul assunse l'incarico.[4]
La Melbourne Symphony Orchestra ha celebrato il cinquantesimo compleanno di Dean e il suo contributo alla musica come compositore, interprete e insegnante, nel suo Festival di Metropolis del 2011.[5]
È sposato con l'artista visiva australiana Heather Betts e sua figlia è il mezzosoprano australiano Lotte Betts-Dean.
Il 5 marzo 2020 è stato confermato che Dean è stato ricoverato in ospedale ad Adelaide per la malattia COVID-19.[6]
Il concerto per clarinetto di Dean Ariel's Music ha vinto un premio dall'UNESCO International Rostrum of Composers nel 1995. Winter Songs per tenore e quintetto di fiati ha ricevuto il Paul Lowin Song Cycle Prize nel 2001; Moments of Bliss per orchestra è stato nominato Miglior Composizione agli Australian Classical Music Awards nel 2005.[7] Nel 2002-2003 Dean è stato artista residente con la Melbourne Symphony Orchestra e compositore residente al Cheltenham Festival. Nel 2007-2008 diventa artista residente dell'Orchestra Sinfonica di Radio Stoccarda.
Il 21 giugno 2007 gli è stato conferito un dottorato onorario dalla Griffith University di Brisbane.[8] Il 1º dicembre 2008 gli è stato conferito il premio Grawemeyer per la composizione musicale[9] dell'University of Louisville 2009 per il suo concerto per violino, The Lost Art of Letter Writing.[10] Nel settembre 2011 è stato compositore residente al Trondheim Chamber Music Festival.[11]
Gli APRA Awards vengono presentati ogni anno dal 1982 dall'Australasian Performing Right Association (APRA).[12]
Il Don Banks Music Award è stato istituito nel 1984 per onorare pubblicamente un artista senior di alto livello che ha dato un contributo eccezionale e sostenuto alla musica in Australia.[23] È stato fondato dall'Australia Council in onore di Don Banks, compositore, interprete australiano e primo presidente del suo comitato musicale.
Dean ha iniziato a comporre nel 1988 concentrandosi inizialmente su progetti radiofonici e cinematografici sperimentali, nonché su performance improvvisative. Da allora ha creato numerose composizioni, principalmente musica orchestrale o da camera, nonché concerti per diversi strumenti solisti. Il suo lavoro di maggior successo è Carlo, per archi, campionatore e nastro, ispirato alla musica di Carlo Gesualdo. Il 7 settembre 2008 la sua opera Polysomnography per quintetto di fiati e pianoforte è stata eseguita in anteprima assoluta al Festival di Lucerna; il 2 ottobre 2008 Simon Rattle ha diretto la prima esecuzione del ciclo di canti orchestrali Songs of Joy a Filadelfia. La sua prima opera, Bliss, basata sul romanzo di Peter Carey, è stata presentata per la prima volta all'Opera Australia nel 2010.
Lo stile compositivo di Dean è noto per la creazione di paesaggi sonori dinamici e per il trattamento di singole parti strumentali con ritmi complessi. Egli da forma agli estremi musicali, dalle violente esplosioni fino all'inudibilità. Le moderne tecniche di esecuzione sono caratteristiche del suo stile quanto un'elaborata partitura di percussioni, spesso arricchita con oggetti della vita di tutti i giorni. Gran parte del lavoro di Dean attinge da stimoli letterari, politici o visuali, trasportando un messaggio non musicale. I problemi ambientali sono oggetto di Water Music e Pastoral Symphony, mentre Vexations and Devotions si occupa delle assurdità di una società moderna ossessionata dall'informazione.
Nell'aprile 2013 The Last Days of Socrates è stato presentato in anteprima dalla Berliner Philharmoniker.[24] Il lavoro per basso-baritono, coro e orchestra è stato una commissione congiunta del Rundfunkchor Berlin, della Los Angeles Philharmonic e della Melbourne Symphony Orchestra.
Nell'agosto 2014 Electric Prelude[25] è stato presentato in anteprima durante i BBC Proms 2014 ed è stato diretto da Sakari Oramo.
La sposa perfetta (The Runaway Bride) è un episodio speciale del programma televisivo di fantascienza britannico Doctor Who, con David Tennant nel ruolo del Decimo Dottore. È stato prodotto come lo speciale di Natale di Doctor Who per il 2006, trasmesso il 25 dicembre, e andato in onda tra la seconda e la terza serie dello spettacolo
Nell'episodio, ambientato a Londra alla vigilia di Natale del 2007, l'aliena Imperatrice Racnoss ( Sarah Parish ) e il responsabile delle risorse umane Lance (Don Gilet) tentano di utilizzare la fidanzata di Lance, la segretaria Donna Noble ( Catherine Tate ), come "chiave" per risvegliare i bambini Racnoss in letargo al centro della Terra avvelenando gradualmente e segretamente Donna con una particella aliena ormai estinta che i Racnoss usano come fonte di energia.
In Italia lo speciale è stato trasmesso in prima visione il 6 luglio 2008 su Jimmy.
Nel bel mezzo del suo matrimonio, Donna Noble si ritrova teletrasportata misteriosamente sul TARDIS, scioccando il Decimo Dottore, che ha appena dovuto abbandonare Rose nell'universo parallelo. Nessuno dei due sa spiegare l'accaduto ma lei vuole tornare dov'era. Il Dottore riporta Donna, non senza alcune complicazioni, al suo matrimonio. Al ricevimento, il Dottore determina che Donna deve aver assorbito una grande quantità di particelle Huon che l'hanno portata nel TARDIS. La reception viene attaccata da robot vestiti da Babbo Natale. Il Dottore usa il suo cacciavite sonico per manipolare il sistema audio per distruggere i Babbo Natale e scopre che qualcosa li sta controllando a distanza dallo spazio.
Apprendendo che Donna e il suo fidanzato Lance lavorano per un'azienda di proprietà del Torchwood Institute, il Dottore chiede a Lance di portarli lì. Sotto l'edificio il Dottore trova un lungo tunnel sotto la Barriera del Tamigi e un laboratorio segreto che produce particelle di huon, insieme a una fossa che conduce al centro della Terra. La loro presenza fa emergere l'imperatrice dei Racnoss, simile a un ragno e l'ultima sopravvissuta della sua razza, che divenuta troppo pericolosa, fu sterminata dagli imperi nascenti dell'universo, tra cui i Signori del Tempo. L'Imperatrice, che si era nascosta in letargo ai margini dell'universo, si svegliò e usò la società Torchwood per ottenere l'equipaggiamento per creare particelle di huon. Lance rivela di non aver mai amato Donna e che stava lavorando per l'Imperatrice e di proposito somministrò particelle di huon a Donna (aggiungendole al suo caffè) per aiutare a liberare i figli dell'Imperatrice: anche il TARDIS possiede queste particelle e questo è il motivo per cui ha attirato Donna all'interno di esso. Donna e il Dottore scappano e l'Imperatrice decide di usare Lance come sostituto, alimentandolo forzatamente con particelle e poi gettandolo nella fossa.
Il Dottore porta Donna al suo TARDIS e viaggia indietro di miliardi di anni per scoprire che una nave Racnoss è diventata il nucleo della Terra mentre il pianeta si è formato attorno ad essa; l'Imperatrice sta ora cercando di svegliare i suoi figli a bordo di quella nave con le particelle huon. Il Dottore e Donna tornano nel presente mentre altri Racnoss iniziano ad emergere dalla fossa. L'Imperatrice usa la sua nave per iniziare ad attaccare Londra. Il Dottore tenta di offrire una soluzione pacifica ma l'Imperatrice rifiuta, e il Dottore è quindi costretto a far esplodere a distanza palline esplosive usate dai Babbo Natale sulle pareti della base, allagando la fossa con l'acqua del Tamigi. Il Dottore osserva il tutto con sguardo freddo e vuoto, ma Donna lo spinge a fuggire con lei, proprio mentre l'Imperatrice si teletrasporta sulla sua nave per cercare di scappare. Tuttavia, questo ha indebolito le sue difese e la nave viene distrutta dalle forze militari britanniche. Il Dottore offre a Donna l'opportunità di viaggiare con lui, ma lei rifiuta, consigliandogli comunque di trovarsi qualcuno che lo tenga sotto controllo.
Russell T Davies ha avuto l'idea per questo episodio sin dall'inizio della sua associazione con il programma, e ha pianificato di mandarlo in onda nella seconda serie. Con l'annuncio pubblico di due speciali di Natale e la conoscenza privata di Billie Piper che partirà alla fine della seconda stagione, Davies ha deciso di elevare questa storia allo speciale di Natale, non presentando immediatamente il nuovo compagno e riempiendo lo spazio con "L'impero del Lupo".[1]
La fine di "L'esercito fantasma (seconda parte)" è presente come parte della sequenza pre-titolo, sebbene la scena sia stata effettivamente rifatta. Nel suo commento sul podcast online per l'episodio, David Tennant ha spiegato che ciò era dovuto a un cambiamento nei supervisori delle luci, e a quello assunto per questo episodio piaceva illuminare gli interni del TARDIS in modo diverso; la scena quindi doveva essere rifatta per combaciare. Il logo di Doctor Who nei titoli di testa è stato leggermente ridisegnato rispetto al precedente, con più dettagli sullo sfondo e bagliori su cui si trovano le parole "Doctor Who".[2]
A causa del suo programma estremamente fitto, Catherine Tate non ha potuto essere presente per la lettura della sceneggiatura. Come favore, la sua parte è stata letta da Sophia Myles, che ha interpretato Madame de Pompadour nell'episodio della serie del 2006 "Finestre nel tempo".[3] Questo è il primo episodio di Doctor Who girato nei nuovi studi dedicati a Upper Boat a Pontypridd; il set TARDIS era stato precedentemente ospitato in un ex magazzino a Newport. Sebbene l'episodio sia stato ambientato durante il Natale, le riprese si sono svolte a luglio, dove le temperature hanno raggiunto i 30 °C a Cardiff durante le riprese. Le riprese notturne di scene che coinvolgono colpi di arma da fuoco, esplosioni e un carro armato, così come quelle su "Oxford Street", sono state girate in St. Mary Street fuori dai grandi magazzini Howell nel centro di Cardiff; Il castello di Cardiff è visibile dietro il serbatoio in alcuni scatti.
In un commento podcast per l'episodio, David Tennant e la produttrice esecutiva Julie Gardner hanno discusso una sequenza che è stata tagliata dalla trasmissione. Durante la trasmissione, dopo che Donna trova un pezzo di abbigliamento di Rose e chiede di esso al Dottore, lui glielo strappa con rabbia e stabilisce una rotta per il TARDIS. Come originariamente filmato, il Dottore apre le porte del TARDIS e lancia l'indumento nello spazio. Gardner ha detto che è stato tagliato perché era un momento troppo melodrammatico.[3]
La scena dell'inseguimento del TARDIS lungo la A4232 Grangetown Link Road è stata mostrata durante un concerto di Children in Need,[4] che prevedeva un'orchestra dal vivo che esegue molti dei temi musicali di Doctor Who, inclusa la musica di Dalek e il tema di Rose. La clip è trapelata online poco dopo l'evento e il concerto e la clip sono stati mostrati prima che l'episodio andasse in onda ufficialmente il giorno di Natale in uno speciale di Doctor Who Confidential alle 13:00.
Quando l'esercito inglese bombarda l'astronave dell'Imperatrice, si dice che tale azione sia stata ordinata dal "signor Saxon". Questo nome sarà un punto ricorrente nella terza stagione fino al finale dove si scopre la sua identità.
Il Decimo Dottore aveva avuto in precedenza a che fare con i "Babbo Natale Robot" nell'episodio L'invasione di Natale.
Secondo la storia audio Empire of the Racnoss (Big Finish Productions) il Dottore aveva già affrontato un'Imperatrice Racnoss durante la sua quinta incarnazione.
La lingua napoletana (anticamente detta lingua napolitana)[4] è una lingua romanza — appartenente al gruppo italo-dalmata — attestata fin dal Medioevo nell'Italia meridionale.
La lingua napoletana trae le proprie origini da un insieme più o meno omogeneo di antichi dialetti italo-meridionali, noti in epoca alto-medievale con il nome collettivo di volgare pugliese;[5] tale denominazione storica derivava dal ducato di Puglia e Calabria (comprendente in realtà vaste porzioni dell'Italia meridionale) che, in epoca normanna, gravitava su Salerno, non a caso definita "la capitale della Puglia"[6] in quanto sede principesca nell'ambito del regno di Sicilia.
Tuttavia, a partire dal XIII secolo, la parte peninsulare dell'Italia meridionale ebbe quale centro propulsore la città di Napoli, capitale dell'omonimo regno per oltre mezzo millennio (fino al XIX secolo), sicché, sotto il profilo linguistico, all'interno dell'area di diffusione del volgare pugliese divenne via via più preponderante l'influsso della variante partenopea, che in origine doveva sostanzialmente coincidere con una forma antica del dialetto napoletano propriamente detto; quest'ultimo, alla stregua degli altri dialetti meridionali appartenenti al medesimo continuum dialettale, avrebbe poi continuato ad evolversi per proprio conto nel corso dei secoli senza alcuna standardizzazione di base (analogamente a quanto avvenuto al dialetto fiorentino in rapporto alla lingua italiana, che pure trae origine da una sua forma antica).[7]
La rilevanza del pugliese "napoletano" andò affermandosi soprattutto a partire dal 1442, quando, per volontà di re Alfonso V d'Aragona e I di Napoli,[8] il suddetto idioma, nella sua forma letteraria (strutturalmente distante dell'odierno vernacolo napoletano, presentando molteplici affinità col toscano e un cospicuo numero di latinismi,[9] nonché, in minor misura, alcuni desueti prestiti lessicali di adstrato da altre continuità romanze),[10] andò a costituire la lingua ufficiale della cancelleria del regno alternandosi in tale ruolo con il volgare toscano[11] e sostituendo in alcuni contesti il latino,[3] pur conservando tale funzione per un periodo relativamente breve: fino al 1501, quando, per volere degli stessi letterati locali dell'Accademia Pontaniana, venne progressivamente sostituito — e dal 1554, per volontà di Girolamo Seripando, in modo definitivo — dal suddetto volgare toscano, ossia dall'italiano standard che, proprio dal XVI secolo, e in concomitanza con la trasformazione in viceregno del reame di Napoli, è usato come lingua ufficiale e amministrativa di tutti gli Stati italiani preunitari[12] (con l'eccezione della parte insulare del Regno di Sardegna, ove l'italiano standard assunse tale posizione a partire dal XVIII secolo) e, successivamente, dell'Italia stessa.[13]
Anche dal XVIII secolo in poi, e in un contesto di già riacquistata autonomia e indipendenza politica del Regno di Napoli (divenuto a seguire Regno delle Due Sicilie), la lingua napoletana continuò a non godere di alcuno status di ufficialità, dato che la funzione di lingua ufficiale e amministrativa del regno era ormai, già da tempo, svolta dalla lingua italiana; ciò nonostante, il prestigio storico-letterario e culturale della lingua napoletana sopravviverà assai più a lungo, andando ben oltre il Risorgimento e l'unità d'Italia e, sotto molti aspetti, giungendo anche in epoca contemporanea.[14]
Alcuni studiosi moderni mettono però in dubbio l'esistenza di una "lingua napoletana" sovraregionale che accomunerebbe gran parte dell'Italia meridionale sia sul piano storico-linguistico, che su quello storico-politico e culturale e identitario.[15]
quando è in finale di parola e non accentata, è pronunciata come uno scevà
senza accento si pronuncia come uno scevà
senza accento si pronuncia come uno scevà
è una b dopo la m
è una d dopo la n
è una g dopo la n
si pronuncia come la s in rosa se è prima della d
si pronuncia come la sc in scettro se è prima delle consonanti sorde (tranne /t/)
si pronuncia come la ge in garage se è prima delle consonanti sonore (tranne /n d r l/) come m, b, g, v
non è mai però sorda dopo la n
si pronuncia come in italiano (zebra)
Le prime attestazioni letterarie in lingua napoletana propriamente detta risalgono alla fine del XIII secolo; tuttavia tracce scritte di un idioma volgare parlato nell'area emergono, sia pur in un ambito più vasto rispetto a quello strettamente metropolitano, fin dalla seconda metà del X secolo.[17]
(Capua, marzo 960)
(Sessa, marzo 963)
(Teano, luglio 963)
(Teano, ottobre 963)
Alle esperienze letterarie dell'Italia meridionale furono sensibili i monaci di Montecassino, centro di un'importante comunità di intellettuali nel Medioevo italiano. L'interesse letterario dei cassinensi, indirizzato prevalentemente a rafforzare l'esperienza della fede e della conoscenza di Dio, fu sollecitato da sempre secondo l'insegnamento lasciato da San Benedetto nella regola da lui redatta. Risalgono all'XI e al XII secolo dei manoscritti in volgare, di cui restano pochi frammenti, conservati nella biblioteca del monastero. È possibile distinguere in questa produzione una varietà di genere e stile insolita rispetto al contesto napolitano, che fu eguagliata solo con poeti toscani del XIII-XIV secolo e i successivi, tra cui Dante, in cui un complesso simbolismo religioso è sostenuto da gradevoli forme liriche, in Eo, sinjuri, s'eo fabello, o anzi in rime di gran pregio stilistico riesce a trapassare un realismo, di chiara ispirazione cristiana, che nella poesia medievale, ma anche nei classici, raramente fu espresso:[18][19]
(«Il pianto della Vergine Maria»[20])
Le opere prodotte da un gruppo di poeti del Mezzogiorno, nel XIII secolo, rappresentano l'inizio della letteratura volgare italiana. I loro testi sono assemblati per le tematiche simili, nonché per il sublime lirismo che li caratterizza, e vengono definiti espressione di una corrente letteraria detta «scuola siciliana». Sono le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. Dalla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis però, che inizia con un'analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, costoro sono trattati come il prodotto di un terreno artistico italiano uniforme su cui sarebbe maturata poi la letteratura italiana vera e propria. Inoltre, tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono chiamati siciliani, perché con tale accezione si connotavano nel duecento, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia.
como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;
e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente»
como lo ferro at[i]ra no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;
e questa cosa a credere mi 'nvita
ch'amore sia; e dàmi grande fede
che tuttor sia creduto fra la gente»
Gli autori siciliani costituirono un'importante svolta poetica rispetto alla tradizione provenzale, a cui si ispirarono, per aver sublimato ulteriormente le strutture simboliche dei trobadori, estraniando le tematiche cortesi dai motivi politici e religiosi che invece colorivano la poesia occitana.[21] I toscani però, che spesso copiarono i modelli siciliani, poterono evolvere ulteriormente l'esperienza meridionale, privilegiati dalla familiarità con la realtà cittadina e comunale, dove l'identità culturale era fortemente condizionata dall'appartenenza a fazioni politiche o dalla connivenza con corporazioni economiche: così la poesia italiana si arricchì di tutte le innovazioni tematiche e spirituali proprie dei primi ambienti borghesi. D'altra parte la poesia meridionale finì con il cristallizzarsi entro alcuni stereotipi, perché i letterati del Regno di Sicilia erano fortemente condizionati dal sistema centralista e burocratico dello stato unitario, secondo la critica idealista.
Più recentemente alcuni autori[22][23] stanno mettendo in luce differenze specifiche, rifiutando di considerare lo «stilnovismo» come l'esito o un superamento della poesia meridionale: i rimatori in volgare pugliese sarebbero infatti ispirati da una weltanschauung diversa da quella degli artisti toscani dei liberi comuni, e non riducibile ad una sorta di fase primitiva della poetica toscana, caratterizzata principalmente da tematiche cortigiane interpretate secondo i modelli culturali ghibellini, come l'idea di un'unità della Chiesa, indipendente dalle nazionalità, che sostiene l'unità dell'Impero; come la propaganda per la centralità del potere laico, da cui deve dipendere quello religioso, le politiche sociali e finanziarie; come la volgarizzazione del progetto di ricostruzione di un unico stato cristiano sotto un diritto e un sovrano comune; così coloro che scrissero in siciliano invece fecero propria la tradizione popolare della Sicilia che esprimeva in contrasti amorosi le continue lotte fra fazioni e gruppi politici che per secoli hanno spaccato l'isola, ora araba, ora normanna, ora ortodossa, ora cattolica, con il trionfo finale della civiltà e della tradizione locale contro usurai, feudatari e latifondisti.
Il più celebre poeta in lingua napoletana dell'età moderna fu Giulio Cesare Cortese. Egli è molto importante per la letteratura dialettale e barocca, in quanto, con Basile, pone le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna. Di costui si ricorda la Vaiasseide, un'opera eroicomica in cinque canti, dove il metro lirico e la tematica eroica sono abbassati a quello che è il livello effettivo delle protagoniste: un gruppo di vaiasse, donne popolane napoletane, che s'esprimono in lingua. È uno scritto comico e trasgressivo, dove molta importanza ha la partecipazione corale della plebe ai meccanismi dell'azione.
La prosa in volgare napoletano diviene celebre grazie a Giambattista Basile, vissuto nella prima metà del Seicento. Basile è autore di un'opera famosa come Lo cunto de li cunti, scritta in lingua napoletana (e non in dialetto napoletano)[24] e tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe moderne, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm. Altre prose sono alcune volgarizzazioni della regola di San Benedetto, attuata nel monastero di Montecassino nel XIII e nel XIV secolo, e alcuni mea culpa o confessioni rituali scritte dai monaci cassinati per permettere la comprensione dei sacramenti cattolici anche a chi non conosceva la lingua latina.[25]
Negli ultimi tre secoli è sorta una fiorente letteratura in napoletano, in settori anche diversi tra loro, che in alcuni casi è giunta anche a punte di alto livello, come ad esempio nelle opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo, Antonio De Curtis.
Sarebbero inoltre da menzionare nel corpo letterario anche le canzoni napoletane, eredi di una lunga tradizione musicale, caratterizzate da grande lirismo e melodicità, i cui pezzi più famosi (come, ad esempio, 'O sole mio) sono noti in diverse zone del mondo. Esiste inoltre un fitto repertorio di canti popolari, alcuni dei quali sono oggi considerati dei classici.
Va infine aggiunto che, a cavallo del XVII e XVIII secolo, nel periodo di maggior fulgore della cosiddetta scuola musicale napoletana, il suddetto idioma fu utilizzato per la produzione di interi libretti di opere liriche, come Lo frate 'nnammurato del Pergolesi, i quali ebbero ampia diffusione al di fuori dei confini partenopei.
Altri progetti
Il San Antonio era un vascello di terza classe, a due ponti da 74 cannoni dell'Armada Española, che prestò servizio anche nelle marina francese ed inglese fino al 1828.
Il vascello di terzo rango San Antonio fu costruito presso i Reales Astilleros de Cartagena, venendo varato il 16 luglio 1785.
In seguito alla firma del Trattato di San Ildefonso, nell'ottobre 1796[2] la Spagna dichiarò guerra alla Gran Bretagna e al Portogallo. Agli ordini del capitano di vascello Salvador Medina,[3] il San Antonio fu assegnato alla 6ª Divisione della 3ª Squadra, agli ordini del tenente generale don Juan Joaquín Moreno,[3] appartenente all’Esquadra dell'Océano agli ordini dell’ammiraglio José de Córdova y Ramos.[4]
Nel corso del 1801 venne ceduto[8] alla Marina francese insieme ad altre cinque navi a seguito della firma di un trattato di cooperazione tra le due nazioni, ed assunse il nome di Saint Antoine. Il 13 giugno 1801[9] una squadra navale francese al comando del viceammiraglio Charles-Alexandre Léon Durand Linois,[10] composta da 3 navi di linea e una fregata, aiutata da alcune unità minori spagnole, sconfisse[11] una squadra di sei vascelli di linea inglesi al comando del retroammiraglio Sir James Saumarez durante la battaglia combattuta nella baia di Algeciras.[12] Terminato lo scontro la squadra francese entrò nel piccolo porto di Algeciras, mentre gli inglesi ripararono a Gibilterra in attesa della rivincita. Il contrammiraglio Linois sollecitò[11] gli spagnoli a mandare rinforzi, per consentirgli di riparare a Cadice, e da quello stesso porto su ordine dell’ammiraglio de Mazarredo salpò una formazione navale al comando del tenente generale Juan Joaquín Moreno, composta da cinque vascelli spagnoli e uno francese, il Saint Antoine[13] al comando del Commodoro Julien Le Ray, e da una fregata spagnola e varie imbarcazioni minori francesi.[11]
Raggiunto il porto di Algeciras in quello stesso pomeriggio,[14] Moreno si ricongiunse con Linois, e le due squadre salparono nuovamente all’alba del 12 luglio[14] per rientrare a Cadice, inseguite dalla squadra inglese. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio avvenne un nuovo scontro, in quanto Saumarez aveva lasciato libere le sue navi di rompere la formazione e inseguire la retroguardia del nemico.[15] Il vascello Superb, al comando del capitano Richard Goodwin Keats, riuscì ad avvicinarsi ai tre vascelli di retroguardia. Si trattava del Real Carlos[16] che navigava di conserva con il San Hermenegildo a babordo e il Saint Antoine a tribordo.[17] Il Superb attaccò completamente oscurato il Real Carlos da 320 m. Il Real Carlos fu pesantemente colpito, perdendo l’albero di gabbia ed avendo un vasto incendio[15] a bordo divenendo ben presto visibile a tutte le altre navi. Di questo fatto approfittò il vascello San Hermenegildo che, contravvenendo agli ordini di Moreno, attaccò alla cieca il Real Carlos. L’attacco ebbe immediata risposta e le due navi spagnole presero a spararsi bordate su bordate[15] che terminarono quando il Real Carlos, ormai in preda ad un incendio incontrollabile, sbandò andando a collidere con il San Hermenegildo. Quest’ultimo rimase irrimediabilmente agganciato al Real Carlos e fu immediatamente preda di vasti incendi.[15] Nessuna delle navi inglesi presenti in zona riuscì a portare soccorso ai marinai delle due navi che cercavano di abbandonare i vascelli in fiamme a bordo di piccole imbarcazioni, e alla 0:15 il San Carlos esplose affondando, seguito poco tempo dopo dal San Hermenegildo. I superstiti furono 298,[18] ma si registrarono oltre 1700 vittime,[15] tra cui il comandante del Real Carlos don José de Ezquerra y Guirior[19] e quello del San Hermenegildo don Manuel Antonio de Emparán y Orbe.[19] Intanto il Superb aveva raggiunto il Saint Antoine rimasto attardato i diverse miglia dal grosso della squadra navale attaccandolo insieme al Caesar. Preso tra due fuochi, dopo due ore di combattimento, il vascello francese fu costretto ad ammainare la bandiera e ad arrendersi.[14]
Ridenominato HMS San Antonio,[1] l’unità arrivò in Gran Bretagna l’8 ottobre 1801 al comando del capitano George Heneage Lawrence Dundas[20] venendo disarmata. Entrò in servizio nella Royal Navy l’11 luglio 1807, divenendo nave prigione a Portsmouth nell'ottobre dello stesso anno,[1] e nave deposito polveri da sparo[1] nel settembre 1814.[1] Fu venduto per la demolizione alla ditta John Small Sedger di Rotherhithe il 26 marzo 1828.[1]
La UEFA Champions League 2010-2011 è stata la 56ª edizione (la 19ª con la formula attuale) di questo torneo di calcio europeo per squadre di club maggiori maschili organizzato dall'UEFA e vinta dal Barcellona guidato da Josep Guardiola. Per il Barcellona è stato il quarto trionfo in questa competizione.
Il nuovo Stadio Wembley di Londra ha ospitato la finale della competizione con il Barcellona che ha battuto per 3 a 1 il Manchester Utd.[2]
Come squadra vincitrice, il Barcellona ha ottenuto anche il diritto di partecipare alla Supercoppa UEFA 2011 e alla Coppa del mondo per club FIFA 2011.
A questa edizione prendono parte 76 squadre di 52 delle 53 federazioni affiliate all'UEFA (è esclusa la federazione del Liechtenstein in quanto non organizza una competizione nazionale) secondo la seguente tabella:

Confermato anche per questa edizione il sistema di qualificazione alla fase a gironi basato sulle riforme introdotte dall'UEFA il 30 novembre 2007: un totale di 22 squadre hanno accesso diretto alla fase a gironi e per i preliminari, parallelamente ai tradizionali turni di qualificazione (ridenominati "Campioni" dal terzo turno in avanti) riservati alle squadre campioni dei Paesi dalla 13ª posizione in giù, due turni di qualificazione, denominati "Piazzati", vedono coinvolte le squadre non campioni dei 15 Paesi a più alto coefficiente.
Se due o più squadre di uno stesso gruppo si trovano a pari punti alla fine degli incontri della fase a gironi, sono applicati i seguenti criteri per stabilire la classifica del gruppo stesso:

Accederanno agli ottavi di finale le 16 squadre che concluderanno questa fase prime o seconde nel rispettivo gruppo. Le squadre classificatesi terze accederanno ai sedicesimi di finale dell'UEFA Europa League 2010-2011.
Gli ottavi di finale, i quarti di finale e le semifinali si disputano con gare di andata e ritorno mentre la finale si disputa con partita unica. Tutti gli accoppiamenti del tabellone sono sorteggiati.

Accanto ad ogni club è riportata la posizione in classifica nei loro rispettivi campionati.
(TH) Campione in carica.
Gli accoppiamenti per il primo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:
Gli accoppiamenti per il secondo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:
Gruppo 1
Gruppo 2
Gruppo 3

La partita di andata tra FC Santa Coloma (Andorra) e Birkirkara FC (Malta), in programma martedì 29 giugno 2010, è stata dapprima rinviata e poi definitivamente annullata dall'UEFA, a seguito di un reclamo della società maltese. Il campo dell'Stadio comunale di Aixovall era infatti impraticabile a causa delle forti piogge cadute su Andorra nei giorni precedenti. Inoltre alcune operazioni di manutenzione del manto erboso erano state messe in atto troppo tardivamente, complicando così la situazione. L'UEFA, riconoscendo alla società andorrana la colpa di non aver garantito la praticabilità del campo da gioco, oltre alla sconfitta a tavolino ha comminato anche 10.000 euro di multa, come punizione, sospesa per un periodo probatorio di due anni.[4]
Gli accoppiamenti per il terzo turno sono stati sorteggiati con il seguente esito:
Percorso "Campioni", gruppo 1
Percorso "Campioni", gruppo 2
Percorso "Piazzati"

Gli accoppiamenti per i play-off sono stati sorteggiati con il seguente esito:
Percorso "Campioni"

Percorso "Piazzati"

Per stabilire la composizione degli otto gruppi, le squadre qualificate sono state suddivise in quattro fasce in base al ranking UEFA 2010.
In fase di sorteggio, ogni gruppo è stato formato da una testa di serie più altre tre squadre ciascuna appartenente a una fascia diversa (non potevano però essere sorteggiate nello stesso gruppo squadre provenienti dalla medesima nazione).
Il risultato del sorteggio è stato il seguente:


Ogni squadra arrivata prima nel proprio gruppo gioca contro una squadra arrivata seconda e viceversa e non si possono affrontare squadre della stessa nazione o provenienti dallo stesso gruppo.
Prime classificate:
Seconde classificate:
Tali accoppiamenti sono stati sorteggiati con il seguente esito:
L'esito del sorteggio (senza limitazioni) degli accoppiamenti per i quarti di finale e le semifinali e dell'ordine di abbinamento della finale è stato il seguente:
Sono escluse le gare dei turni preliminari.[5][6]
Aggiornata al 29 maggio 2011[5]
Aggiornata al 29 maggio 2011[6]
Altri progetti
Constanza Perez o Constanza di Castiglia. Constanza in spagnolo, in asturiano e in galiziano, Constança, in portoghese e in catalano, Gonstanza in aragonese, Konstantza in basco, Kostanze in tedesco e Constance in francese, in fiammingo e inglese (Castrojeriz, 1354 – Leicester Castle, 24 marzo 1394), principessa della casa reale di Castiglia, fu duchessa consorte di Lancaster, dal 1371 e duchessa consorte d'Aquitania, dal 1390 fino alla sua morte. Fu pretendente alla corona di Castiglia, dopo la morte della sorella Beatrice.
Figlia secondogenita del re di Castiglia e León, Pietro I il Crudele[5] e della sua seconda moglie (in stato di bigamia), Maria di Padilla[6]
Nel 1362, suo padre il re Pietro I fece dichiarare legittimi i figli avuti dalla moglie segreta (considerata però bigama), Maria di Padilla ed il figlio maschio Alfonso fu riconosciuto dalle Cortes, erede al trono[1].
Suo padre, il re, Pietro I, la sera del 22 marzo 1369, fu sopraffatto[1] e ucciso dal fratellastro, Enrico di Trastamara, che gli succedette sul trono, come Enrico II[1].
Sua sorella Beatrice, suora nel monastero di Santa Clara di Tordesillas, che era erede di Pietro I divenne, per pochi mesi, pretendente al trono di Castiglia. In quello stesso 1369, alla morte della sorella, Costanza divenne pretendente al trono[1] (regina de jure).
Il 21 settembre (1371), Costanza sposò a Roquefort, Giovanni Plantageneto, I duca di Lancaster[1], figlio quartogenito maschio del re d'Inghilterra e duca d'Aquitania Edoardo III e di Filippa di Hainaut[7]. Per Giovanni erano le seconde nozze, essendo vedovo, dal 1369, di Bianca di Lancaster.
Il marito di Costanza, Giovanni Plantageneto, pretendente al trono di Castiglia, in nome della moglie, si alleò col re del Portogallo, Ferdinando, ma fu sconfitto nella battaglia navale di La Rochelle (1372).
Giovanni Plantageneto, I duca di Lancaster, marito di Costanza e zio del re d'Inghilterra, Riccardo II, che aspirava sempre al trono di Castiglia[1], alla notizia della battaglia di Aljubarrota[1][8], decise di difendere con le armi le sue rivendicazioni al trono di Castiglia; dopo che, il 9 maggio 1386, era stato firmato il Trattato di Windsor tra Portogallo e Inghilterra, il duca di Lancaster, a luglio sbarcò a La Coruña, invase la Galizia[1], e si incontrò col re del Portogallo, Giovanni di Aviz.
La campagna anglo-portoghese fu poco proficua e, dopo un secondo tentativo di invasione, del 1387, fu accettata la proposta di pace dei castigliani: il trattato di pace siglato, a Bayonne, nel luglio 1388[1], stabiliva, oltre a una tregua col Portogallo della durata di tre anni, un cospicuo indennizzo al duca di Lancaster, per le spese sostenute, ed il matrimonio tra Caterina, figlia di Giovanni e Costanza (nipote quindi di Pietro I di Castiglia), e l'erede al trono di Castiglia, Enrico[1], ristabilendo così la legittimità della dinastia dei Trastámara, sul trono di Castiglia, mettendo fine alle pretese al trono di Castiglia di Costanza.
Costanza morì nel Castello di Leicester, nel 1394, dopo aver visto la figlia Caterina, salire sul trono di Castiglia dopo il matrimonio con Enrico III di Castiglia, avvenuto a Madrid, nel 1393.
Costanza fu inumata nella abbazia di Newark a Leicester.
Costanza a Giovanni ebbero due figli:
A. Coville, Francia. La guerra dei cent'anni (fino al 1380), in «Storia del mondo medievale», vol. VI, 1999 pp. 608–641.
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Franco Stella (Ricostruzione)
Il castello di Berlino (Berliner Schloss, o Berliner Stadtschloss) è un edificio di Berlino, posto nel pieno centro della città, al centro della Schloßplatz. Opera monumentale di grande importanza, fu residenza degli elettori di Brandeburgo, dei re di Prussia e degli imperatori tedeschi, ed era considerato il centro fisico e morale di Berlino e dell'intera Prussia.
Danneggiato in maniera non irreparabile dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, venne abbattuto nel 1950 per ordine del governo della neonata Repubblica Democratica Tedesca in considerazione della sua importanza simbolica. Dopo un lungo dibattito, nel 2003, ne è infine stata prevista la ricostruzione, iniziata nel 2013, il cui completamento è avvenuto nel 2020.
La costruzione di quello che sarebbe diventato il palazzo iniziò nel 1443 per ordine dell'Elettore Federico II di Brandeburgo, soprannominato "Dente di Ferro". Il nuovo castello, situato sulla riva occidentale della Sprea, nella piccola Cölln, doveva servire a controllare il fiorente commercio della doppia città di Berlino/Cölln e a sottolineare il nuovo status degli Hohenzollern, nominati Elettori di Brandeburgo dall'imperatore Sigismondo di Lussemburgo nel 1415. La posizione strategica del castello permetteva di controllare il flusso commerciale attraverso la Sprea e il ponte di legno che collegava Cölln a ovest e Berlino a est. Poco dopo l'inizio dei lavori di costruzione, tra il 1447 e il 1448 scoppiò in città una serie di sommosse e rivolte contro il governo degli Hohenzollern. Anche se in seguito furono sedate, segnarono l'inizio delle complicate relazioni tra la futura Berlino e la casa degli Hohenzollern. La costruzione del nuovo castello fu completata intorno al 1451.
Di questo castello tardogotico sono rimasti nel tempo solo due elementi, la cosiddetta Grüne Hut (Cappello Verde), una torre coperta da un tetto di rame, e la Erasmuskapelle (Cappella di Erasmo), iniziata dopo il 1450 e completata intorno al 1454, quando Papa Niccolò V le concesse lo status di chiesa parrocchiale con una bolla.[1]
Il primo castello rimase inalterato per circa un secolo, fino a quando l'Elettore Gioacchino II (1535-1571) decise di ricostruire completamente l'edificio tra il 1538 e il 1540 in stile rinascimentale, ispirandosi al sontuoso castello di Torgau degli Elettori di Sassonia. Gli architetti Caspar Theiss e Kunz Buntschuh furono incaricati di creare il nuovo edificio, che sarebbe diventato il centro della vita di corte e del governo.
I successivi ampliamenti avvennero sotto il suo successore, l'Elettore Giovanni Giorgio (1571-1598). La Haus der Herzogin (Casa della Duchessa, 1585-1590) per la giovane moglie Elisabetta di Anhalt-Zerbst fu costruita di fronte al fiume, a sud-est, e la Hofapotheke (Farmacia di Corte, 1585-1596) a nord-est. All'estremità occidentale del cortile, l'architetto Rocco Guerrini, costruì un'ala (1593-1595) per gli ospiti, i consigli e l'amministrazione del principe, che in seguito portò il suo nome.
Durante i regni degli Elettori Gioacchino Federico I (1598-1608), Giovanni Sigismondo I (1608-1619) e Giorgio Guglielmo I (1619-1640) il castello non subì cambiamenti significativi, ma le devastazioni della Guerra dei Trent'anni sì, e nel 1637 la corte decise di trasferirsi nella città di Königsberg, meno colpita dal conflitto. Solo nel 1645 il nuovo Elettore Federico Guglielmo I, noto come "il Grande Elettore", si trasferì nuovamente a Berlino/Cölln. L'architetto Johan Arnold Nering intraprese allora una revisione completa del castello e la creazione di nuove stanze.
Di particolare rilievo furono i nuovi Kurfürstlichen Gemächer (Camere elettorali, 1679-1681) rivolti verso il fiume per Federico Guglielmo I, l'ampliamento della Haus der Herzogin (Casa della Duchessa, 1685-1690) a sud e la Braunschweigische Galerie (Galleria di Brunswick, 1690) che li collegava tra loro. Nering costruì anche la Alabastersaal (Sala dell'Alabastro, 1681-1685) all'estremità occidentale del castello, annessa all'ala Lynar. Si trattava di un grande e lussuoso spazio per i grandi ricevimenti, decorato con le statue in marmo di quattro grandi monarchi storici: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Carlo Magno e Rodolfo I d'Asburgo, opera di Bartholomäus Eggers, e di altri elettori del Brandeburgo.[2]
I miglioramenti al palazzo elettorale continuarono nonostante la morte del "Grande Elettore" nel 1688, fino alla morte di Nering nel 1695. A quel punto il nuovo Elettore Federico III (1688-1713) aveva già in mente nuovi importanti progetti.
A partire dal 1646 iniziò anche la riqualificazione urbana di Berlino/Cölln, con la creazione di nuovi quartieri a ovest del castello e la realizzazione di una strada che conduceva al Tiergarten, la riserva di caccia dell'elettore; questa strada sarebbe poi diventata il famoso viale Unter den Linden. Il castello perse così la sua posizione periferica e divenne il centro della fiorente capitale del Brandeburgo.
Durante il regno dell'Elettore Federico III (re Federico I di Prussia dal 1701), il castello subì la seconda grande ristrutturazione, probabilmente la più grande della sua storia, trasformandolo in un grande palazzo barocco. L'architetto Andreas Schlüter fu nominato direttore dei lavori nel 1699 e progettò un grande edificio delle stesse dimensioni del precedente, anch'esso con un cortile centrale e facciate barocche ispirate al Palazzo Madama di Roma. Con l'incoronazione di Federico I di Prussia nel 1701, l'edificio divenne una residenza reale.
Nel 1706, tuttavia, Schlüter fu licenziato in seguito allo scandalo della Münzturm (Torre della Zecca), quando la torre monumentale che aveva iniziato a costruire accanto al castello dovette essere demolita per problemi strutturali. Gli subentrò lo svedese Johann Friedrich Eosander von Göthe, che presentò un progetto ancora più sontuoso per il palazzo: raddoppiare il palazzo creando un nuovo cortile interno e creare un nuovo ingresso ad arco trionfale coronato da una torre (che non fu costruita). I costi faraonici del progetto mandarono quasi in bancarotta il piccolo Stato prussiano e nel 1713, con l'ascesa al trono del re Federico Guglielmo I, Eosander von Göthe fu licenziato e sostituito da Martin Heinrich Böhme (un discepolo di Schlüter), che completò il palazzo nel 1716.
Federico Guglielmo I (1713-1740) mostrò scarso interesse per l'architettura e lo sfarzo, facendo trasformare il grande lustgarten (giardino di piacere) di fronte al lato nord del palazzo in un campo di manovra. Tuttavia, completò l'ampliamento del palazzo nel 1716 e nel 1726 creò le Polnischen Kammern (Camere polacche) al piano terra del palazzo, una lussuosa serie di stanze destinate ad accogliere il re Augusto II di Polonia durante la sua visita nel 1728. D'altra parte, le riforme amministrative e finanziarie che egli portò avanti durante il suo regno furono esemplari.
Nel 1740, con l'inizio del regno di Federico II "il Grande", un monarca interessato all'arte e alla cultura, ci fu un rinnovato interesse per il palazzo di Berlino e il suo ambiente urbano, con grandi progetti come il Forum Fridericianum e l'installazione degli appartamenti del monarca nell'angolo sud-est, di fronte al fiume, con un gabinetto circolare in stile rococò che ricordava quello che aveva a Rheinsberg come principe ereditario. Tuttavia, il sovrano preferì presto i palazzi di Potsdam e Sanssouci, vivendo a Berlino solo in inverno e durante le celebrazioni del carnevale. A differenza della corte maschile di Federico II, la regina Elisabetta Cristina e la regina madre Sofia Dorotea (morta nel 1757) trascorrevano gran parte dell'anno a palazzo, tenendo ricevimenti e concerti. Il calendario annuale di Federico II era solitamente il seguente: trascorreva dicembre e gennaio a Berlino, poi la primavera allo Stadtschloss, in maggio e agosto presiedeva le manovre militari a Berlino, ma risiedeva a Charlottenburg; l'estate era trascorsa a Sanssouci e l'autunno di nuovo allo Stadtschloss di Potsdam.
Il breve regno di Federico Guglielmo II (1786-1797) fu comunque un periodo di splendore per il palazzo berlinese, che fu dotato di sontuosi interni neoclassici. Gli architetti più emblematici del neoclassicismo tedesco, Friedrich Wilhelm von Erdmannsdorff, Carl von Gontard e Carl Gotthard Langhans, realizzarono per il re le Königskammern (Camere Reali) al primo piano, affacciate sul Lustgarten.
Il re Federico Guglielmo III (1797-1840) fu il primo monarca a non abitare nel castello, preferendo l'intimità del Kronprinzenpalais sull'Unter den Linden. Dopo anni di spese durante il regno del suo predecessore, Federico Guglielmo II, il nuovo monarca trovò le casse vuote, quindi i suoi interventi a palazzo furono eminentemente pratici. Il sovrano è sempre stato contrario alle spese eccessive, ma visto il deterioramento dell'edificio, intraprese importanti lavori di restauro per rinnovare i cornicioni e le statue.
Le prime riparazioni furono effettuate nel 1798, in risposta al pericolo rappresentato dal distacco di pezzi di cornicione. I restauri proseguirono negli anni successivi, estendendosi anche ai tetti e alle cornici di porte e finestre. Anche nell'anno drammatico del 1806, in cui non era possibile investire denaro per la ristrutturazione, furono eseguiti piccoli lavori di manutenzione, anche se per evitare sforamenti di bilancio Federico Guglielmo III si riservò il diritto di autorizzare ulteriori lavori. Nell'aprile 1814, da Parigi, il monarca ordinò l'acquisto di diverse tonnellate di pietra arenaria da Pirna per i lavori. Nel 1817 iniziò il restauro dei portali, nel 1821 delle facciate esterne, nel 1833 dell'arco trionfale principale (Portale III), dopo diverse lamentele per il suo deterioramento e per il fatto che era pieno di urina e sporcizia, e nel 1839 vennero rinnovati i cornicioni e le statue nei cortili interni.[3]
Inoltre, nel 1824, i dintorni del palazzo furono abbelliti dal completamento dello Schlossbrücke (Ponte del Castello), progettato da Karl Friedrich Schinkel, e nel 1830 fu inaugurato il nuovo Königliches Museum (Museo Reale) dall'altra parte del Lustgarten.
A differenza del padre, Federico Guglielmo IV (1840-1861) abitò nel palazzo già nel 1815, quando era ancora principe ereditario. Con il permesso del padre, si trasferì negli ex appartamenti di Federico II il Grande nell'angolo sud-est del castello, a cavallo tra la Schlossplatz e la Sprea. Il monarca, amante e conoscitore dell'arte e della cultura, fece rinnovare queste stanze in diverse occasioni. Karl Friedrich Schinkel creò sontuosi spazi neoclassici di chiara impronta storicista, conservando il gabinetto rococò di Federico II e trasformando la cappella gotica di Erasmo nell'ufficio del monarca.
Dopo la sua ascesa al trono nel 1840, Federico Guglielmo IV intraprese importanti modifiche interne al castello, aiutato dalla sua stretta amicizia con l'architetto reale Schinkel e il suo successore Friedrich August Stüler. Nel 1845, ispirandosi ai progetti di Eosander von Göthe e alla chiesa veneziana di Santa Maria della Salute, l'architetto Stüler creò la grande cupola sopra il portale principale. Il suo interno conteneva una nuova cappella con seicento posti a sedere, che fu completata nel 1853, ma inaugurata il 18 gennaio 1854, anniversario dell'incoronazione del monarca.
Allo stesso tempo, la vicina Weisser Saal (Sala Bianca), la sala più grande del palazzo, fu completamente ristrutturata. La grande sala fu completamente rinnovata in stile rinascimentale, così come la scala adiacente che consentiva l'accesso diretto agli ospiti dal Portale III durante le feste e i balli di corte. L'insieme fu completato nel 1847 e nel 1851 fu aggiunta una fontana in cima alla scalinata.[4]
Durante la rivoluzione del 1848, il 18 marzo, ci furono manifestazioni e gravi disordini del palazzo e nei dintorni, ma a differenza di Luigi Filippo I che dovette abdicare e fuggire dalle Tuileries, l'abilità politica del monarca e la sua promessa di riforme e di una costituzione riuscirono a stabilizzare la situazione. Tuttavia, il monarca non risiedette mai più a Berlino, trascorrendo gli inverni nel palazzo di Charlottenburg fino alla sua morte, avvenuta nel 1861.
Anche il re Guglielmo I (imperatore tedesco dal 1871) non abitò nel palazzo, preferendo la sua residenza privata nell'Altes Palais sull'Unter den Linden. Ancora una volta, il grande edificio barocco servì solo per grandi ricevimenti e come sede dell'amministrazione di corte prussiana, dove avevano sede del Tesoro della Corona, il Königliches Haus-Archiv (Archivio della Casa Reale) e il Königliches Hof-Marschall (Maresciallo di Corte Reale).
Nel 1862 fu istituita nel castello la Königliche Hausbibliothek (Biblioteca della Casa Reale, da non confondere con l'ex Biblioteca Reale, oggi Biblioteca di Stato di Berlino). In origine la biblioteca conteneva solo i circa 20.000 volumi appartenenti al re Federico Guglielmo IV ed era situata nell'ex Kunstkammer elettorale al terzo piano, ma dal 1874 fu trasferita in diverse stanze al primo piano, di fronte alla Sprea. Nel corso degli anni si aggiunsero le biblioteche personali di altri monarchi, come quella di Federico Guglielmo III e della regina Luisa nel Kronprinzenpalais nel 1865, quella di Federico Guglielmo II nel castello stesso nel 1869, la collezione del Castello di Monbijou nel 1899 e quella dell'imperatore Federico III nel 1900. La Biblioteca della Casa Reale era a disposizione della famiglia imperiale e del personale di corte e di casa e di solito era accessibile al pubblico al mattino.
Le ultime modifiche importanti al palazzo avvennero durante il regno dell'ultimo imperatore tedesco e re di Prussia, Guglielmo II (1888-1918). Seguendo l'estetica neobarocca guglielminista e con il desiderio di trasformare Berlino nella grande capitale di un impero globale in piena espansione, l'area intorno al palazzo fu decorata con costruzioni pompose come il Monumento nazionale al Kaiser Guglielmo (1895-1897) o la nuova Cattedrale di Berlino (1895-1905).
Anche all'interno del palazzo, l'architetto di corte Ernst von Ihne eseguì ampi interventi e ristrutturazioni. La Weisser Saal (Sala Bianca, 1891-1895) fu completamente rinnovata, creando uno spazio monumentale con illuminazione completamente elettrica, completata nel 1902. Al di sotto di questa grande sala furono creati due lussuosi e moderni gruppi di appartamenti per gli ospiti, al piano terra la Mecklenburgische Wohnung (Appartamenti del Meclemburgo) e al primo piano la Wilhelmische Wohnung (Appartamenti del Guglielmo). I lussuosi mobili di queste stanze furono creati dai migliori artigiani berlinesi nel tentativo di competere con l'egemonia artistica della Francia e furono esposti all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.
D'altra parte, il palazzo era dotato dei più recenti progressi tecnici. L'elettricità fu introdotta per la prima volta nel 1889, in occasione della visita del re d'Italia Umberto I, e dal 1906 il palazzo disponeva di generatori elettrici propri che lo rendevano indipendente dalla rete elettrica generale. Nel 1865, l'edificio fu collegato alla rete municipale che forniva acqua corrente alle cucine e ai bagni, ma dal 1891 il palazzo aveva un proprio pozzo e una propria sottoalimentazione, che fu gradualmente ridotta a partire dal 1913 a causa dei lavori per la vicina Museumsinsel. Infine, fu migliorato il sistema di protezione antincendio, con l'installazione di porte antincendio nei sottotetti e di allarmi elettrici in tutto l'edificio nel 1911.[5]
Il palazzo, un tempo simbolo del potere degli Hohenzollern, fu anche uno degli scenari della Rivoluzione tedesca. La sera del 9 novembre 1918, alla notizia dell'abdicazione di Guglielmo II, il palazzo fu occupato da soldati e lavoratori e il leader socialista Karl Liebknecht proclamò la Libera Repubblica Socialista Tedesca. Contrariamente a quanto si crede, però, non lo fece dallo stesso balcone del Portale V che l'imperatore aveva usato nel 1914, ma dal cofano di un'automobile. Durante la crisi natalizia del 1918, il palazzo, dove era accampata la Volksmarinedivision (Divisione Marina del Popolo), fu teatro di scontri tra i marinai rivoluzionari e l'esercito regolare, che danneggiarono le facciate dell'edificio. Ci furono anche dei saccheggi, ma il castello sopravvisse relativamente indenne alla Rivoluzione tedesca.
Durante la Repubblica di Weimar, il castello non ebbe alcuna funzione politica o rappresentativa, le sale più importanti furono aperte al pubblico come museo di belle arti e varie istituzioni culturali furono ospitate nell'edificio, come la Società Kaiser Wilhelm. L'edificio non fu utilizzato dai nazisti a causa del suo legame con la monarchia prussiana, ma il Lustgarten fu ristrutturato nel 1935 per ospitare i grandi eventi del regime e il castello fu ridotto a un semplice sfondo su cui appendere grandi svastiche. Nel 1936 la fiamma olimpica ardeva davanti al castello e nel 1940 vi fu esposto trionfalmente il carro dove fu firmato l'armistizio di Compiègne nell'ottobre 1918.
Durante la Seconda guerra mondiale, il palazzo fu vittima dei bombardamenti alleati su Berlino. Nel maggio del 1944, una bomba fece un grande buco nell'ala nord del castello che si affaccia sul Lustgarten, raggiungendo le cantine e mandando in frantumi tutti i vetri dell'edificio. Il 3 febbraio 1945 fu nuovamente bombardato, ma questa volta bruciò per quattro giorni senza che nessuno spegnesse l'incendio a causa del caos in città. Il 28 aprile la facciata sud fu danneggiata dall'artiglieria sovietica durante la battaglia di Berlino. Tuttavia, data la natura massiccia dell'edificio, i danni complessivi furono meno gravi rispetto al castello di Charlottenburg, ampiamente ricostruito. Anche la collezione d'arte del palazzo fu colpita dalla guerra: la Königliche Hausbibliothek (Biblioteca della Casa Reale), che conteneva circa 71.000 libri, fu evacuata a Sanssouci, ma fu ripresa dall'esercito sovietico e inviata alla Biblioteca di Stato Lenin, che distribuì i libri a varie biblioteche regionali. Nel 1958 l'Unione Sovietica ha restituito alcuni spartiti musicali, nel 1997 la Georgia ha restituito 110 libri e nel 2007 l'Armenia ha restituito 10 libri.
Nei primi anni del dopoguerra, dopo alcune riparazioni di base, alcune aree del palazzo, come la Weisser Saal, furono utilizzate per mostre temporanee. Tuttavia, dopo la spartizione di Berlino nel 1948, la SED e il suo leader Walter Ulbricht iniziarono a chiedere la demolizione dell'edificio. I leader socialisti della DDR lo consideravano troppo costoso da ricostruire e un simbolo del militarismo e dell'imperialismo prussiano. Nonostante l'opposizione dell'opinione pubblica e di alcuni intellettuali, tra cui Friedrich Ebert junior, il 7 settembre 1950 iniziò la demolizione del palazzo con la dinamite. Al suo posto fu lasciato un grande spazio vuoto per manifestazioni e raduni politici. Solo il Portale V, da dove Liebknecht aveva proclamato la Repubblica socialista nel 1918, si salvò. Il frammento barocco del palazzo fu inserito nella facciata moderna dello Staatsratsgebäude (edificio del Consiglio di Stato).
Dopo oltre due decenni di vuoto, nel 1974 il leader socialista Erich Honecker decise di costruire un edificio rappresentativo del regime sul sito del vecchio castello. Il nuovo Palast der Republik (Palazzo della Repubblica) fu inaugurato nel 1976 e, oltre a ospitare ristoranti, gallerie d'arte e un teatro, fu anche la sede della Camera del Popolo, il parlamento della DDR. Meno di quindici anni dopo, il Palast der Republik dovette chiudere a causa della contaminazione da amianto.
Poco dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania, è iniziato il dibattito sulla demolizione del Palast der Republik, contaminato dall'amianto e associato alla ex DDR, e sulla ricostruzione del castello di Berlino. La rimozione dell'amianto è iniziata nel 1997 ed è stata completata nel 2002, lo stesso anno in cui il Bundestag ha votato a grande maggioranza per la ricostruzione dell'ex castello. La demolizione è avvenuta tra il 2006 e il 2008.
Nel 2003 si è decisa la ricostruzione -come sagoma ed aspetto esteriore- dell'edificio del Castello nelle facciate Nord, Ovest, Sud e della Schlüterhof, una corte interna, come Humboldt Forum.[6]
Nel novembre 2008 è stato scelto il progetto di Franco Stella per la ricostruzione.[7] Il costo stimato alla fine dei lavori è di circa 600 milioni di euro. L'inaugurazione è avvenuta nel 2020.
L'edificio oggi ospita al suo interno, realizzate secondo canoni moderni, strutture museali come il Museo Etnologico, il Museo di Arte Asiatica, la Biblioteca Centrale e Regionale di Berlino e la Humboldt Universität, nonché circa 1.000 eventi individuali all'anno per i 3 milioni di visitatori previsti.
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Il Cosmos 1408 (talvolta scritto come "Kosmos") è stato un satellite ELINT, ossia utilizzato per spionaggio di segnali elettronici, messo in orbita il 16 settembre 1982 da parte dell'Unione Sovietica in sostituzione del Cosmos 1378.
Dopo aver terminato la sua operatività negli anni 1980 (la durata prevista del suo utilizzo era di 6 mesi), il satellite è stato distrutto il 15 novembre 2021 durante il test di un'arma antisatellite per il quale è stato utilizzato come bersaglio. Risultato di tale test, condotto con successo, è stata la creazione di oltre 1 500 detriti spaziali che, rimasti in orbita, hanno rischiato la collisione con la Stazione spaziale internazionale (ISS).
Il satellite è stato lanciato il 16 settembre 1982 dal cosmodromo di Plesetsk utilizzando un razzo vettore Cyklon-3 decollato dal sito di lancio 32/2 alle 5:02 UTC del mattino.[2] Il Cosmos 1408 fu immesso in un'orbita geocentrica bassa come parte del sistema Tselina, un sistema doppio di satelliti artificiali ELINT sviluppato in Unione Sovietica a partire dagli anni 1960. Realizzato sulla base della piattaforma satellitare Tselina-D, il satellite aveva una massa di circa 2200 kg e la durata prevista della sua operatività era di 6 mesi.[3] Nonostante quest'ultimo dato, il Cosmos 1408 rimase operativo per circa 2 anni. Al termine delle operazioni, essendo privo di sistemi di propulsione, il satellite non poté effettuare manovre per un rientro atmosferico e la sua orbita iniziò quindi a decadere naturalmente.[1]
Il 15 novembre 2021, è stata rilevata la presenza di un flusso di detriti spaziali che minacciava la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), al cui equipaggio era stato dato ordine di trasferirsi nelle capsule ormeggiate alla ISS che, in caso di emergenza, avrebbero potuto fungere da capsule di salvataggio (Pëtr Dubrov, Anton Škaplerov e Mark Vande Hei sono entrati nella capsula della missione Sojuz MS-19, mentre l'equipaggio di Crew-3 è salito a bordo della capsula Dragon).[4] La nube di detriti intersecava l'orbita della ISS ogni 93 minuti e gli astronauti sono stati mantenuti nelle capsule solo per il secondo e il terzo passaggio della nube, frattanto che non si fosse resa più precisa la valutazione del rischio d'impatto.
In seguito, sulla base dei parametri orbitali di Cosmos 1408 e della ISS, Jonathan McDowell ha identificato nel satellite russo la fonte dei detriti.[5] Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America ha poi confermato l'avvenuta disintegrazione del Cosmos 1408 come risultato del test di un'arma antisatellite russa.[6] L'evento ha generato oltre 1 500 detriti rilevabili da terra e verosimilmente diverse migliaia non rilevabili, che, si prevede, rimarranno in orbita per diversi anni, o forse decenni. Da parte sua, Roscomos ha dichiarato che i detriti sono lontani dalla stazione spaziale e, senza fare riferimento all'accaduto, l'agenzia spaziale russa ha successivamente pubblicato un comunicato per sottolineare che la sicurezza degli astronauti rimane una sua priorità assoluta.[7] Il 16 novembre 2021, il ministro della difesa russo Sergej Kužugetovič Šojgu ha definitivamente confermato la distruzione del satellite e il test missilistico russo, svolto, si pensa, per testare le potenzialità antisatellite del missile S-500.[8]
Subito dopo l'evento LeoLabs, una società di tracciamento di detriti spaziali privata, ha stimato l'esistenza di circa 1 500 frammenti, rilevandone concretamente circa 300. Essendo la stima inferiore al previsto tenendo conto degli esiti di altri test anti-satellite avvenuti nel passato, si suppone che i detriti abbiano masse più elevate e che quindi permarranno in orbita a lungo,[9] potenzialmente per decenni.[10]
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Uroš Kovačević (in serbo Урош Ковачевић?; Kraljevo, 6 maggio 1993) è un pallavolista serbo, schiacciatore della You Energy.

È il fratello minore del pallavolista Nikola Kovačević[1].
La carriera di Uroš Kovačević inizia nel 2006 tra le file del Ribnica, dove resta fino al 2010, militando nella squadra giovanile. Nella stagione 2010-11 diventa professionista e viene ingaggiato dall'ACH Volley, dove in due stagioni vince due scudetti, due Coppe di Slovenia e una Middle European League: a metà dell'annata 2012-13, viene ceduto al Modena, in Serie A1 italiana, con cui vince una Coppa Italia.
Dal campionato 2015-16 difende i colori della BluVolley Verona, dove resta per due annate e con cui vince una Challenge Cup; nell'estate 2016 fa una breve esperienza in Qatar con l'Al-Arabi. Nella stagione 2017-18 si accasa alla Trentino[2], sempre nella massima serie italiana, a cui si lega per un triennio, vincendo un campionato mondiale per club e una Coppa CEV, aggiudicandosi in quest'ultima competizione il premio di MVP.
Dopo un'annata nella Chinese Volleyball Super League difendendo i colori del Beijing, col quale si aggiudica lo scudetto, per il campionato 2021-22 approda nella Polska Liga Siatkówki, ingaggiato dal Warta Zawiercie[3], che lascia nell'annata 2023-24 per indossare la casacca dell'Ural[4], approdando nella Superliga russa.
Torna a giocare a Piacenza nella stagione 2024-25, questa volta difendendo i colori della You Energy[5], in Superlega.
Dal 2009 entra nel giro delle nazionali giovanili: con l'under 19 vince la medaglia d'argento campionato europeo 2019 e poi l'oro al campionato mondiale 2009, al campionato europeo 2011 e al campionato mondiale 2011, premiato in questi ultimi due tornei come migliori giocatore; con l'under 20 e con l'under 21 si aggiudica due bronzi, rispettivamente al campionato europeo 2010 e al campionato mondiale 2011; mentre con la nazionale under 23, invece, conquista la medaglia d'argento al campionato mondiale 2013.
Nello 2011 entra a far parte della nazionale maggiore, con cui vince la medaglia d'oro al campionato europeo. Conquista poi due medaglie alla World League, ossia l'argento nel 2015 e l'oro nel 2016. In seguito si aggiudica altre due medaglie durante la rassegna continentale, ossia il bronzo nel 2017 e l'oro nel 2019, venendo anche eletto MVP del torneo.
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Wesley Moodie (Durban, 14 febbraio 1979) è un ex tennista sudafricano. È noto soprattutto per aver vinto in doppio il torneo di Wimbledon 2005, al suo esordio nella manifestazione. Si è messo in luce soprattutto in doppio, vincendo altri 5 titoli nel circuito maggiore e arrivando alla 8ª posizione del ranking ATP nell'agosto 2009. In singolare ha vinto un titolo ATP e ha raggiunto la 57ª posizione della classifica mondiale nell'ottobre 2005. Ha disputato 25 incontri con la squadra sudafricana di Coppa Davis, vincendone 18.
Dopo una buona carriera a livello universitario negli Stati Uniti, passa al professionismo nel 2000. Quell'anno vince 5 titoli ITF in doppio e due in singolare. Nel 2001 vince due titoli Challenger in doppio mentre nel 2002 debutta nel circuito ATP e in Coppa Davis. L'anno dopo vince i suoi primi 2 tornei Challenger in singolare; debutta a Wimbledon vincendo due incontri e in agosto entra nella top 100, quello stesso anno esordisce agli US Open e supera il primo turno.[1][2][3]
Il primo titolo nel circuito maggiore arriva nel 2005 e sarà il più grande successo della carriera, in coppia con Stephen Huss parte dalle qualificazioni e vince il torneo di doppio a Wimbledon, battendo in finale i favoriti fratelli Bob e Mike Bryan. Si distingue anche in singolare vincendo il suo unico titolo ATP quello stesso anno al torneo ATP International Series Gold di Tokyo superando in finale Mario Ančić, risultato con cui il 10 ottobre 2005 raggiunge la 57ª posizione della classifica mondiale, che resterà il suo best ranking in singolare. Grazie alla vittoria a Wimbledon, Moodie e Huss prendono parte alla Tennis Masters Cup 2005; nel round robin ottengono una vittoria, una sconfitta e vengono eliminati nel terzo match, costretti al ritiro per un infortunio al ginocchio di Huss.[4]
Nel 2006 perde la finale in doppio a Delray Beach in coppia con Chris Haggard. L'anno successivo insieme a Todd Perry vince due tornei ATP International Series, in gennaio quello sul cemento di Adelaide e in aprile quello sulla terra rossa di Valencia. Nel 2008 il suo partner è Jeff Coetzee, con il quale in aprile vince il titolo all'Estoril e raggiunge le finali a Doha e al Paris Masters (La sua prima finale in un toeno Masters Series). I due accedono così alla Tennis Masters Cup 2008 e vengono eliminati perdendo i primi due incontri nel round robin, rendendo inutile la vittoria nell'ultima giornata sulle teste di serie nº 1, i fratelli Bryan.
Nel 2008 Moodie dirada gli impegni in singolare e dal febbraio 2009 gioca solo in doppio. Subito dopo la finale persa nel Madrid Masters, nel giugno 2009 torna a disputare una finale del Grande Slam al Roland Garros, in coppia con Dick Norman, dopo aver nuovamente battuto i fratelli Bryan in semifinale. All'atto conclusivo perde in tre set contro la coppia Lukáš Dlouhý / Leander Paes. Le successive vittorie nelle finali del Queen's e a 's-Hertogenbosch, che saranno gli ultimi titoli in carriera, e la semifinale raggiunta a Wimbledon lo portano il 2 agosto all'8º posto mondiale, la sua migliore classifica di tutta la carriera.
Nell'aprile 2010 partecipa al torneo di Houston con Stephen Huss e perde la finale contro i fratelli Bryan. A Wimbledon disputa la sua ultima finale in carriera nel torneo di doppio misto, in coppia con Lisa Raymond viene sconfitto in due set da Cara Black / Leander Paes. Nel corso della stagione raggiunge anche altre 7 semifinali e diversi quarti di finale, e accede per la terza e ultima volta alle ATP Finals; come nelle precedenti occasioni viene eliminato nel round robin ottenendo una sola vittoria. Disputa il suo ultimo incontro da professionista al terzo turno del torneo di Wimbledon 2011.
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La chiesa di Santa Caterina, o in modo completo chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire, è la parrocchiale patronale di Roverdicrè, frazione del comune italiano di Rovigo nell'omonima provincia. Appartiene al vicariato di Rovigo della diocesi di Adria-Rovigo e la sua storia inizia nel XV secolo.
Il più antico luogo di culto a Roverdicrè venne citato già attorno al XII secolo e si trattava di un piccolo oratorio fatto edificare dall'allora arciprete di Santo Stefano Manfredo che volle accogliere le esigenze dei fedeli della parte a sud ovest città, in quel momento priva di chiese vicine. Nacque subito un problema di competenze territoriali poiché il territorio interessato rientrava nella giurisdizione ecclesiastica dell'abbazia di San Cipriano di Murano che infatti aveva giurisdizione anche sulla Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Rocco nella vicina Costa di Rovigo. Il vescovo di Padova Gerardo Offreducci da Marostica [nota 1] fu interessato della questione e dopo attento esame della situazione si pronunciò per la demolizione della parte della struttura che era stata eretta dopo l'inizio della contestazione e che per il nuovo oratorio ricostruito, definito anche come Cappella Baptisimalis, il sito scelto fosse al confine tra le due entità giuridiche parrocchiali. Secondo l'interpretazione storica fu poi quella la chiesa destinata a divenire la futura parrocchiale di Roverdicrè. La prima citazione che ci è pervenuta di questo nuovo luogo di culo risale al XV secolo quando, il 26 settembre 1445, vi si recò in visita pastorale il vescovo di Ferrara Giovanni Tavelli da Tossignano e la consacrò a Santa Caterina d'Alessandria. Nel volume Adriensis Episcopatus Memorabilia, scritto nel 1537 secolo dal vicario episcopale Giovanni Pietro Ferretti, la chiesa viene descritta come di piccole dimensioni con una sola navata, dotata di tre altari, la torre campanaria a sud e col cimitero della comunità posto attorno. Il giuspatronato appartenne prima alla famiglia nobile di Ferrara dei Calcagnini per passare in seguito a quella dei Pisani di Venezia. All'inizio del XVII secolo la piccola chiesa risultò in cattive condizioni e fu necessario un intervento per il suo restauro che comprese anche la posa di due nuovi altari nella sala. La situazione geopolitica, con la ritirata dell'esercito imperiale austriaco davanti all'avanzata delle forze del Regno d'Italia provocò la demolizione del luogo di culto perché, nel 1864, gli austriaci la ritenevano un ostacolo per la visuale del fronte. Nello stesso momento venne distrutta anche la fortificazione locale di Roverdicrè della quale non restano tracce. Nel 1669 venne aperto il cantiere per la sua ricostruzione che comportò notevoli modifiche rispetto alla situazione precedente. A cantiere chiuso, nel 1720, la nuova chiesa risultò avere orientamento opposto, maggiore ampiezza nella sala che fu dotata di cinque altari, un nuovo coro e una nuova sagrestia. La solenne consacrazione del tempio ricostruito fu celebrata solo nel 1947 dal vescovo di adria Guido Maria Mazzocco.[1][2][3] La chiesa parrocchiale di Roverdicrè è stata inserita nell'elenco dei beni sottoposti a vincoli architettonici dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza dal 24 giugno 2013.[4]
La chiesa si trova a Roverdicrè, frazione del comune italiano di Rovigo nell'omonima provincia. Mostra orientamento verso ovest. La facciata a capanna in stile neoclassico palladiano è caratterizzata da quattro grandi lesene di ordine corinzio che reggono il frontone ed è rifinita ad intonaco. Il portale di accesso è architravato. Nei prospetti laterali sono poste finestre a monofora che portano luce alla sala. La copertura del tetto a due falde è in coppi di laterizio. La torre campanaria si trova in posizione avanzata sulla sinistra, addossata alla chiesa. La cella campanaria si apre con quattro coppie di finestre a monofora ed è sormontata dal tetto a quattro falde.[1][3]
La sala è di tipo basilicale con una sola navata ampliata da quattro cappelle laterali ognuna dotata di altare. La copertura è con volta a botte. Alla controfacciata si appoggia la cantoria in legno dalla sporgenza curvilinea con l'organo a canne. Attraverso l'arco santo si accede al presbiterio leggermente rialzato. L'abside a pianta semipoligonale è coperta da una volta a vela. L'adeguamento liturgico è stato realizzato entro il XX secolo con la posa della mensa verso il popolo in marmo.[1][3]
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The Prestige è un film del 2006 diretto da Christopher Nolan, tratto dall'omonimo romanzo di Christopher Priest.
Londra, fine '800. L'illusionista Alfred Borden, detenuto in galera con l'accusa di aver ucciso il suo collega e rivale Robert Angier, entra in possesso del diario del defunto e, leggendolo, ripercorre gli anni di astio e rivalità avuti in passato, quando i due giovani erano semplici aiutanti di mister Cutter, uno scenografo esperto d'illusionismo, presso il teatro Orpheum di Londra.
L'antefatto si svolge in un teatro, in cui il mago Milton sta presentando un numero detto "fuga subacquea": la sua assistente Julia, legata mani e piedi da due "volontari" (in realtà sono i due assistenti: Angier, che è suo marito, e Borden), deve fuggire da una cabina piena d'acqua. Prima dell'esibizione, Cutter esprime dei dubbi riguardo alla proposta di Borden di utilizzare il nodo doppio Langford, anziché il semplice scorsoio, per legare Julia, ritenendolo non adatto all'acqua in quanto si sarebbe potuto gonfiare rendendo impossibile il suo scioglimento. Borden, pur avendo ricevuto un rifiuto preventivo sia da parte di Angier sia di Cutter, durante lo spettacolo decide ugualmente di utilizzare il doppio Langford, con il consenso di Julia. Il numero però non riesce e questo costa la vita alla ragazza.
Da allora Angier ritiene Borden responsabile della morte della moglie. Da parte sua, Borden continua a rifiutarsi di dire quale nodo abbia utilizzato, sostenendo di non riuscire a ricordarselo. Di conseguenza i due si separano, intraprendendo carriere indipendenti: mentre Angier diviene famoso come "Il Grande Dantòn" (nome d'arte che gli fu suggerito dalla moglie), Borden si fa chiamare "Il Professore" e si esibisce, accompagnato dall'inseparabile collaboratore Fallon, in teatri fatiscenti. In uno di questi conosce Sarah, che diventa sua moglie. Tra i suoi numeri vi è anche il cosiddetto "afferraproiettile", un numero molto pericoloso, in quanto contempla l'uso di un'arma da fuoco che può essere facilmente manomessa da un malintenzionato nel momento in cui viene concesso agli spettatori di poterla esaminare. Proprio Angier, travestito da spettatore, partecipa a una di queste esibizioni e sabota il numero, provocando a Borden la perdita del mignolo e dell'anulare della mano sinistra. Per vendetta, anche Borden riesce a sabotare un'esibizione del rivale, causando il ferimento di una donna e comportando l'annullamento di tutti i suoi ingaggi proprio nel momento in cui la sua carriera sembrava poter decollare.
Successivamente Borden debutta con il numero del "trasporto umano", nel quale l'illusionista attraversa una porta e ricompare quasi istantaneamente da un'altra, collocata nella zona opposta del palco. Angier vuole rubargli il numero, ma Cutter gli spiega che il trucco è possibile solo utilizzando un sosia. Angier non crede a questa spiegazione, ritenendola troppo banale e troppo semplice da scoprire, anche per gli spettatori. Anche la sua assistente Olivia sostiene che Borden non può aver usato un sosia, in quanto anche la persona che esce dalla seconda porta è priva di due dita, nonostante lo stesso Borden tenti di nascondere questa menomazione sotto i guanti. Tuttavia, su richiesta di Cutter, Angier presenta una propria versione, affidandosi, seppur controvoglia, a Gerald Root, un attore alcolizzato e in bolletta, che però somiglia molto a lui. Il numero ottiene molto successo, ma questo fallisce dopo alcune rappresentazioni, in quanto Borden riesce a corrompere Root, facendolo ubriacare e presentandosi sul palco al suo posto.
Angier resta però ossessionato dal voler scoprire il trucco di Borden: prima invia la sua assistente e amante Olivia a spiarlo, la quale finisce però col diventare l'amante di Borden; poi arriva a rapire Fallon, ottenendo così il nome di chi lo avrebbe aiutato nella creazione del numero: Nikola Tesla. Tale frase, in realtà, si rivelerà una falsa pista, in quanto "Tesla" è solo la chiave per decifrare il diario cifrato di Borden, che Olivia gli ha sottratto di nascosto. Angier si reca a Colorado Springs per incontrare lo scienziato, chiedendogli di costruire ciò che è convinto di aver visto negli appunti del rivale: una macchina per il teletrasporto. Lo scienziato costruisce un prototipo, che inizialmente sembra non funzionare, ma che invece si rivela in grado di duplicare gli oggetti, facendo comparire una copia qualche decina di metri più distante. Tesla promette di sistemare la calibrazione della macchina e poi la vende a Angier, chiedendogli tuttavia di distruggerla il prima possibile per via del male che avrebbe potuto causare.
Intanto Sarah sospetta il tradimento del marito, che si comporta in maniera sempre più strana, e arriva a togliersi la vita. Anche Olivia percepisce il comportamento discontinuo di Borden, e lo abbandona per la sua freddezza. Tornato a Londra, Angier si esibisce con successo grazie alla macchina di Tesla. Borden capisce subito che la sua macchina cela una botola, dentro la quale Angier si lascia cadere, ma non capisce come faccia a riapparire sulle balconate del teatro in così pochi secondi. Incuriosito, Borden si introduce dietro le quinte, sfruttando il fatto che Angier, per mantenere al sicuro il suo segreto, si sia circondato esclusivamente di collaboratori non vedenti. Arrivato sotto il palco, vede Angier che, attraverso la botola, cade in una vasca piena d'acqua da cui non può uscire. Borden tenta invano di salvarlo, ma non può far altro che vederlo affogare: verrà invece arrestato con l'accusa di aver spostato la cabina sotto il palco, in modo da causarne la morte, accusa che lo porterà a essere condannato a morte per impiccagione.
Senza parenti, la figlia di Borden, Jess, rischia di finire in orfanotrofio, ma il misterioso Lord Caldlow afferma che si occuperà della piccola in cambio del segreto per il "trasporto umano". Borden accetta, e quando lo incontra si accorge che altri non è che Angier, rimanendo tuttavia col dubbio di come sia riuscito a sopravvivere. Borden urla quindi ai secondini che l'uomo non è realmente morto annegato nella vasca, ma nessuno gli dà retta; riesce però a avere un ultimo colloquio con Fallon dicendogli di vivere per tutti e due, poco dopo viene impiccato, terminando la sua vita con la fatidica parola "abracadabra". Anche Cutter scopre che Angier è vivo e, dopo avergli manifestato il suo dissenso, lo aiuta a disfarsi della macchina di Tesla.
Nascosta la macchina nei sotterranei del teatro, Angier vede ricomparire Borden, che - dopo avergli sparato - gli rivela la vera chiave del suo trucco del "trasporto umano", confermando l'ipotesi del sosia, che Angier aveva sempre scartato perché secondo lui era troppo banale: Borden aveva un fratello gemello, celato sotto i panni del suo collaboratore Fallon (il cui nome non verrà mai nominato e per questo evitava di parlare). I due, a turno, interpretavano entrambi i ruoli, non solo sul palco, ma anche nella vita, nascondendo questa verità a chiunque. Proprio per non essere scoperti, il Borden non menomato da Angier è stato costretto ad amputarsi due dita della mano sinistra per ottenere la stessa menomazione del gemello. Tuttavia, poiché uno dei due fratelli amava Sarah, mentre l'altro era innamorato di Olivia, entrambi avevano comportamenti discontinui nei confronti delle rispettive donne, portandole ad allontanarsi dai loro compagni. Inoltre, il Borden che sosteneva di non sapere quale nodo aveva fatto a Julia non era quello che aveva preso parte all'incidente in cui la moglie di Angier era morta.
Dopo questa confessione, anche Angier, ormai moribondo, spiega come funzionava il suo trucco: dopo aver scoperto che la macchina di Tesla era in grado di creare un suo clone, Angier decise di collocare una vasca piena d'acqua sotto la botola. In questo modo, mentre l'Angier nella macchina sarebbe morto affogato cadendo nella vasca sottostante, il suo clone sarebbe comparso dall'altra parte del teatro, permettendo così la riuscita del numero. Ogni sera Angier eseguiva quel numero senza sapere quale tra l'originale e il doppione sarebbe stato destinato a morire fra atroci sofferenze sotto al palco e quale avrebbe ricevuto tutti gli applausi del teatro.
Borden, dopo aver ucciso Angier, è pronto a incominciare una vita normale con la figlia. Mentre il teatro va a fuoco, la luce delle fiamme rivela decine di vasche, in cui galleggiano i cadaveri dei vari cloni di Angier, creati nelle repliche del suo spettacolo.
La produttrice Valerie Dean lesse il manoscritto di Christopher Priest e si rese conto che aveva valide potenzialità per poter essere portato sullo schermo. Contattò quindi il regista Christopher Nolan[1] per fargli leggere il romanzo nel 2000, periodo in cui Nolan era in cerca di un distributore per Memento negli Stati Uniti. Durante un soggiorno a Londra, Nolan lesse The Prestige e cominciò a discuterne con il fratello Jonathan Nolan. Il regista si rivolse ad Aaron Ryder della società di produzione statunitense Newmarket Films per l'acquisto delle opzioni sul libro[1]. I fratelli Nolan alla fine del 2001 durante la post-produzione di Insomnia, incominciarono la collaborazione per la sceneggiatura definitiva.
Il processo di scrittura della sceneggiatura è stata una lunga collaborazione dei fratelli Nolan e ha richiesto un periodo di cinque anni[2]. Nello scritto, viene sottolineata la storia della magia attraverso la narrazione drammatica dei vari personaggi, minimizzando la rappresentazione visiva della magia sul palcoscenico. La linea narrativa del romanzo è strutturata attraverso le pagine dei diari dei due protagonisti, cosa che ha creato qualche difficoltà nell'adattamento cinematografico. Per rendere il carattere dei protagonisti, Jonathan Nolan ha frequentato illusionisti professionisti dietro le quinte dei loro spettacoli[3].
Christopher Nolan impiegò 18 mesi[3] per individuare la modalità per raccontare la storia, decidendo infine di suddividere la sceneggiatura e la regia in tre atti che sono i tre elementi principali dell'illusione nel film: la promessa, la svolta e il prestigio.
(Christopher Nolan[4])
L'attore Ricky Jay, che nel film interpreta il mago Milton, è realmente un illusionista e prestigiatore e ha effettuato le consulenze necessarie per aiutare il cast nei numeri di magia e illusione. Nei titoli di coda appare un ringraziamento a David Copperfield[13].
Le riprese interne dei teatri per gli spettacoli vennero effettuate in alcuni teatri dismessi di Los Angeles. Le riprese degli esterni vennero effettuate agli Universal Studios sempre di Los Angeles[14]. Altre riprese furono effettuate in Colorado e in California ai Downey Studios e ai Walt Disney Studios. La scena del treno in cui si trova Angier è stata effettuata sulle Silverton Railway Line in Colorado. La scena dei funerali di Julia venne girata all'Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles. Le riprese incominciarono il 16 gennaio 2006 e si conclusero il 9 aprile successivo.
Lo scenografo Nathan Crowley aveva come obiettivo di far sembrare le strade di Londra dell'epoca vittoriana molto caotica dato che l'epoca in cui è ambientato il film è proprio l'epoca delle grandi invenzioni che rivoluzionarono il mondo[14]. Il direttore della fotografia Wally Pfister adattò la luminosità delle riprese alle atmosfere cupe che Christopher Nolan voleva per il film[15].
Per i costumi, si decise di optare per toni scuri come il marrone per poter mantenere le atmosfere del film mentre i colori bianchi o accesi vennero usati per le riprese nella folla in modo da creare un vistoso contrasto con i protagonisti[16]. Il personaggio che indossa i costumi più vistosi è Olivia, per i suoi abiti di scena come assistente dei maghi. La costumista Joan Bergin disegnò i costumi molto moderni e sensuali adattandoli al fisico e alla solarità della Johansson[17].
La colonna sonora del film intitolata The Prestige: Original Score è stata affidata al musicista britannico David Julyan che ha collaborato con Christopher Nolan nelle colonne sonore di Memento (2000) e Insomnia (2002).
I titoli di coda della pellicola vengono accompagnati dalla canzone Analyse di Thom Yorke tratta dal suo album da solista del 2006 The Eraser.
Il disco contiene le tracce presenti nel film ed è distribuito dalla Hollywood Records.
Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma 2006, è uscito nelle sale italiane il 22 dicembre 2006.[18]
Il film è stato accolto favorevolmente da critica e pubblico incassando nel primo fine settimana 14801808 $.[19] Nel complesso il film ha incassato 109 676 311 $,[20] di cui 53 089 891 $ negli Stati Uniti.[20]
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La Old Europa Cafe è un'etichetta discografica attiva dagli anni ottanta in Italia, fondata da Rodolfo Protti e distribuita da Audioglobe[1].
La label è specializzata in generi che vanno dalla dark ambient al noise, dalla musica industriale al Power electronics. Numerosi sono gli artisti internazionali presenti nel catalogo dell'etichetta. La produzione della Old Europa Cafe si muove principalmente in direzione di una industrial molto sperimentale e sul dark ambient esoterico.[2]
Fra gli artisti che sono stati contrattati dall'Old Europa Cafe vi sono Merzbow, Raison d'être, Alio Die, Rapoon, Teatro Satanico, Atrax Morgue, TAC, Murder Corporation, Genesis Breyer P-Orridge, I Burn, Satanismo Calibro 9 e Kenji Siratori.
Fu nel 1977 che Rodolfo Protti, durante un viaggio a Londra si appassionò a band come i Residents ed i Throbbing Gristle e tornato a Pordenone prese poi parte al movimento The Great Complotto come membro della band XX Century Zorro. Contemporaneamente Protti iniziò una serie di rapporti epistolari con etichette e produttori della scena industrial internazionale e del network che proprio in quegli anni si stava consolidando sempre più[3].
La Old Europa Cafè nacque a Pordenone nel 1984 da un'idea di Rodolfo Protti. Le prime produzioni dell'etichetta consistevano quasi esclusivamente in album su cassetta, divenendo così parte di quel Tape network che caratterizzò molta musica post-industriale di quel periodo[4]. Le prime pubblicazioni riguardavano principalmente band dell'allora Cecoslovacchia: nel 1983 In Our Garden dei Two Years Fallacy, nel 1985 "Feeling Fine... degli MCH Band e Standing At The Wall dei E Ucho Debil Accord Band, ed in mezzo due compilazioni dal titolo Czech! Till Now You Were Alone.
In seguito la Old Europa Cafe pubblicò un gran numero di cassette, e tra queste sono da ricordare musicisti come Mauro Teho Teardo, che pubblicò su questo marchio alcune delle sue prime produzioni, le sperimentazioni di Stefano Giust a nome Opera, il progetto rumorista di Christian Renou a nome Brume, il Sound designer Gen Ken Montgomery che fu uno dei primi galleristi newyorchesi ad occuparsi di sound art[5], o ancora l'industrial tribale dei Tam Quam Tabula Rasa[6].
Il primo album stampato su CD fu Battery Hens Sabotage di Brume.
Sul finire degli anni '90 l'etichetta era ormai diventata uno dei punti di riferimento europei di questo settore musicale, con una "presenza massiccia e costante" sul mercato, tanto da potersi permettere la pubblicazione di sempre nuove band che diverranno poi dei punti dimportanti nella scena europea[7] come i belgi This Morn' Omina[7] ed Ah Cama-Sotz, gli svedesi raison d'être e Deutsch Nepal, gli italiani Atrax Morgue, Murder Corporation, Spiritual Front e Bad Sector.
Il videogioco è un gioco gestito da un dispositivo elettronico che consente di interagire con le immagini di uno schermo.[1][2] Il termine generalmente tende a identificare un software, ma in alcuni casi può riferirsi anche a un dispositivo hardware dedicato a uno specifico gioco. In italiano si usa a volte anche l'anglicismo videogame[1] sebbene il termine inglese corretto sia video game.[3] Colui che utilizza un videogioco viene chiamato videogiocatore o gamer ("giocatore" in inglese)[4] e si serve di una o più periferiche di input chiamate controller, come per esempio il gamepad, il joystick, il mouse e la tastiera di un computer.
Nato a partire dagli anni cinquanta del Novecento negli ambienti di ricerca scientifica e nelle facoltà universitarie americane, il videogioco ha avuto il suo sviluppo commerciale a partire dagli anni settanta, andando sempre più a sostituire i giochi elettromeccanici.
Nel 1952 nei laboratori dell'Università di Cambridge A.S. Douglas, come esempio per la sua tesi di dottorato, realizzò OXO, la trasposizione del gioco tris per computer. Questo viene di solito considerato tecnicamente il primo videogioco dato che utilizzava uno schermo catodico per la visualizzazione[5]. Il suo scopo non era comunque quello di intrattenere gli utenti ma quello di completare la tesi di Douglas. Nel 1958 il fisico Willy Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, notando lo scarso interesse che avevano gli studenti per la materia, realizzò un gioco, Tennis for Two, che aveva il compito di simulare le leggi della fisica che si potevano riscontrare in un incontro di tennis: il mezzo utilizzato era un oscilloscopio. Questo viene ricordato come un esperimento universitario più che come un gioco.
Nel 1961, sei giovani scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) riescono a dare movimento a puntini luminosi sullo schermo di un PDP-1: nasceva Spacewar!, il primo videogioco propriamente progettato a scopo ludico che la storia ricordi. Ma il grande sviluppo dei videogiochi si avrà solamente a partire dalla seconda metà degli anni settanta. I primi videogiochi apparvero negli anni settanta ed erano limitati a console con video in bianco e nero allestite nei locali pubblici. I giochi avevano una grafica essenziale (come il classico Pong). Il gioco sviluppato da Higinbotham era una schematica simulazione di tennis in cui c'era una linea verticale sullo schermo a rappresentare la rete vista dall'alto e un puntino sullo schermo per la pallina. Non c'erano segnalini per le racchette e agendo sulla manopola di controllo un solo giocatore poteva far "rimbalzare" la palla da un lato all'altro dello schermo: se non si ruotava la manopola prima della fine dello schermo la pallina continuava la sua corsa e il gioco ricominciava senza assegnare alcun punteggio con una nuova pallina. In effetti, più che un gioco o un videogioco era una dimostrazione su come si potesse interagire con un computer. Il gioco funzionava grazie ad una serie di computer analogici Donner (enormi scatoloni da 50 000 dollari) a cui Higinbotham collegò dei relay che tramite uno oscilloscopio DuMont modello 804 erano in grado di generare e gestire punti mobili sullo schermo (la pallina).
Il progetto di Douglas (OXO), così come quello di Higinbotham, era sì un gioco ma certamente non un videogioco. Si trattava più di un esperimento scientifico che di una invenzione fruibile dalla gente comune: l'EDSAC o il Donner erano armadi che occupavano interamente una stanza e assorbivano una quantità enorme di energia elettrica, oltre ad avere un costo proibitivo per qualunque famiglia dell'epoca: circa 60 000 dollari per l'EDSAC e 50 000 per un singolo computer Donner. Lo Space War di Russel invece era un videogioco vero e proprio basato sulla visualizzazione vettoriale (fu il primo tentativo di simulazione dinamica che la storia ricordi). Ma per la complessità del progetto e gli elevati costi di sviluppo sul PDP-1, nonché per la difficoltà poi di adattare tale videogioco su computer dai costi più "abbordabili" si dovette attendere la fine del 1973 quando Space War raggiunse il grande pubblico come gioco da sala (coin-op). Tale gioco ebbe scarsissimo successo e le sue vendite non coprirono neppure un terzo dei costi di produzione. Il primo uomo che invece concepì l'idea di videogiocare, nel senso che in seguito sarebbe stato conosciuto, con i normali schermi TV da salotto, fu Ralph Baer. Il concetto di un giocatore, un gioco, un televisore, e una scatola ad essa collegata in cui inserire i videogiochi è suo.
Negli anni sessanta Ralph Baer era uno dei primi ingegneri televisivi al mondo e lavorava alla Sanders and Associates (una società che sviluppava sistemi radar aerei e sottomarini). Nel 1966, durante un viaggio di lavoro, annotò su un taccuino alcuni schizzi e disegni tentando di schematizzare alcuni pensieri sul modo in cui si potesse interagire (giocando) con un normale televisore da casa. Tali appunti convinsero la Sanders a sviluppare il progetto e a depositare i brevetti di quella idea già nel 1966, inoltre la società incoraggiò Baer a continuarne lo sviluppo, mettendogli a disposizione una stanza debitamente attrezzata su indicazione dello stesso ingegnere. Dopo pochi mesi Baer aveva un puntino luminoso che si poteva muovere a piacimento sullo schermo di un normale televisore. Il generatore di allineamento Heathkit IG-62, da lui stesso realizzato per testare i televisori, rendeva ora possibile muovere il puntino bianco su schermo nero.
Benché all'inizio degli anni ottanta Atari rese famosi nel mondo i puntini neri su schermo bianco, la tecnologia inventata da Baer fu la prima che venne utilizzata agli inizi degli anni settanta per la creazione della prima console per videogiochi nella storia: il Magnavox Odyssey. Il prototipo del Magnavox Odyssey (chiamato in Sanders Brown Box oppure solo Odyssey) era già pronto nel 1970 e ne venne iniziata la commercializzazione in serie nel Natale del 1972 con un gioco di ping-pong. Si trattava in buona sostanza di una pallina (un punto bianco su schermo nero) che veniva ribattuta orizzontalmente sullo schermo della TV da due racchette (due bastoncini bianchi su schermo nero), controllabili dai giocatori (massimo 2) con due controller (in seguito chiamati joypad) con rotelle, che consentivano di muovere le racchette verticalmente. Nell'anno di lancio l'Odyssey vendette oltre 165 000 unità, e grazie anche ad una estesa campagna pubblicitaria, l'unica e sola console casalinga per videogiochi, vendette nel secondo anno (siamo alla fine del 1973) ulteriori 200 000 scatole.
Nel 1972 Nolan Bushnell, un giovane ingegnere che lavorava in Ampex (una società che progettava circuiti integrati e nastri magnetici per la videoregistrazione), lasciò il suo impiego e fondò Atari. Bushnell con la sua nuova società si prefiggeva in pochi anni di sostituire i flipper dei bar con videogiochi a gettoni (coin-op). Nei primi mesi di produzione (siamo agli inizi del 1973) Atari vendette circa 2 300 unità del coin-op Pong. Un gioco molto simile al ping-pong di Baer per l'Odissey. Sta di fatto che il coin-op Atari, nonostante sia stato commercializzato e sia apparso al pubblico dopo il lancio della console Odyssey, è passato alla storia come il primo videogioco. Pong di Atari era un gioco destinato ai luoghi pubblici e non alle quattro mura domestiche, così anche chi non conosceva l'esistenza dei videogiochi ebbe il primo contatto con essi grazie a Pong. Per tale ragione Atari entrò nell'immaginario collettivo come la casa che aveva generato quel nuovo mondo del divertimento elettronico, anche se fu solo nel 1976 che Atari (grazie anche alla collaborazione di Activision) cominciò a commercializzare la sua versione della console casalinga, che, per ragioni di una diversa e migliore capacità pubblicitaria di Atari (più che per una effettiva qualità superiore) soppiantò immediatamente l'Odyssey della Sanders/Magnavox.
Durante la seconda generazione di console casalinghe, si verificò un fenomeno analogo al mondo delle macchine arcade, la cosiddetta crisi dei videogiochi del 1983 e che si verificò principalmente in America, con tanto di sepoltura dei videogiochi Atari.
Nel 1985, Nintendo citò Magnavox e cercò di invalidare i brevetti di Baer dicendo che il primo videogame era il Tennis for Two di Higinbotham costruito nel 1958, intentata nel tentativo di dimostrare che i videogiochi fossero stati inventati prima del deposito dei brevetti detenuti, già a far data dal 1966, dalla Sanders and Associates e per non pagare i diritti a quest'ultima.
William Higinbotham fu chiamato a deporre in tribunale davanti ad una giuria consegnando una copia degli schemi originali del suo gioco, ma la corte decise che questo gioco non utilizzava il segnale video e che quindi non poteva qualificarsi come videogame. Come risultato, Nintendo perse la causa e continuò a pagare i diritti (royalty) alla Sanders Associates.
L'aforisma di Nolan Bushnell (fondatore di Atari), che riguarda il design dei videogiochi e il fenomeno che porta alcuni giochi a raggiungere il grande successo, venne successivamente denominato "Legge di Bushnell":[6]
Che spiega sinteticamente il meccanismo che permette a un gioco di raggiungere il successo, ossia riuscire a coinvolgere sia i principianti sia gli esperti.
Il concetto è anche simile a una filosofia sviluppata da George Parker, il fondatore dell'editore di giochi da tavolo Parker Brothers. Parker aveva detto che "Ogni gioco deve avere un tema emozionante e pertinente ed essere abbastanza facile da comprendere per la maggior parte delle persone. Infine, ogni gioco dovrebbe essere così robusto da poter essere giocato più e più volte, senza logorarsi."[6]
Questo principio viene indicato anche con la frase "facile da imparare, difficile (o quasi impossibile) da padroneggiare", filosofia adottata da Blizzard Entertainment come motto e principio di progettazione.[6][9]
Divenuto ormai un fenomeno culturale di massa, il videogioco è un medium unico: infatti, come suggerisce James Paul Gee[10], i videogiochi sono ben diversi dagli altri tipi di media (film, letteratura, teatro..), pur riprendendone i vari linguaggi. Essi hanno diverse caratteristiche che li rendono unici e operano in modo diverso dagli altri, ad esempio il linguaggio del gameplay è unico tra i media narrativi tradizionali e inoltre è stato autorevolmente affermato che è l'interattività ciò che ha distinto i videogiochi dalle altre forme d'intrattenimento mediale di massa; proprio tale caratteristica permette al videogioco di esercitare un potenziale di immersività e attrazione che altri media non hanno.[11]
Il videogioco è un medium relativamente recente (soprattutto se comparato con la storia degli altri media), e solamente negli ultimi decenni ha conosciuto un rapido sviluppo, che gli ha permesso di crescere e di superare in maniera prepotente, più degli altri media, le critiche mosse contro di esso a torto o a ragione. Tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che il videogioco, più di ogni altro (anche più di un film), è legato fortemente al progresso tecnologico. Quest'ultima caratteristica dona al videogioco un potenziale enorme e infatti come ha affermato il sociologo Alberto Abruzzese “i videogiochi sono la nostra più avanzata frontiera e il nostro più affascinante futuro” [...]. L'influenza di questo medium – anche come nuovo fenomeno culturale di massa – viene da molti associata a quella del cinema degli albori o della televisione al momento della sua massima espansione e trasformazione in mezzo di comunicazione di massa vero e proprio.
Anzi, il videogioco rischia ora, o quanto meno rischierebbe, di surclassare lo stesso cinematografico, se è vero come è vero che già è stato infranto un ipotetico quanto significativo break even point: statistiche alla mano, le vendite di videogiochi hanno superato, almeno negli Stati Uniti, quelle di biglietti delle sale cinematografiche. E infatti tale superamento è già in qualche modo avvenuto in quanto un videogioco come Halo 3 o il più recente Call of Duty: Black Ops hanno guadagnato rispettivamente 170 milioni di dollari in 24 ore (fu considerato il più grande incasso per un prodotto d'intrattenimento) e l'altro 650 milioni di dollari in soli cinque giorni. Tutto ciò fa capire quanto il mercato videoludico sia divenuto importante e possiede un enorme potenziale. Ma con il cinema, il mondo dei videogiochi sembra aver stretto un patto: le trame di molti film prodotti oggi sono dichiaratamente mutuate da videogiochi (vedi film tratti da videogiochi), così come molti film vengono in tempi assai rapidi trasformati in videogiochi più o meno di successo. La trasposizione da film a videogioco era una pratica diffusa con successo già nei primi anni ottanta; se si esclude Superman, che all'epoca era celebre al cinema ma nasce come fumetto, il primo titolo ufficialmente tratto da un film fu Towering Inferno del 1982 (dal film L'inferno di cristallo).[12]
Ai film si aggiungono serie televisive, fumetti, romanzi, riviste, mostre e fiere. Dagli anni 1990 sono comparsi programmi televisivi dedicati al mondo dei videogiochi, quali X-Play, e interi canali televisivi dedicati ai videogiochi, come Game Network e G4. Vengono organizzati inoltre gli sport elettronici, competizioni di videogiochi, anche a livello professionistico. Il riconoscimento dell'importanza culturale dei videogiochi si sta manifestando con l'ingresso della materia nelle università e con il proliferare di pubblicazioni scientifiche, anche in italiano, sull'argomento.
Nel 2012 il MoMa di New York ha acquistato una selezione di quattordici videogiochi per la mostra Applied Design. All'interno della mostra i videogiochi sono stati presentati come opere d'arte e allo stesso tempo opere di design. I curatori hanno operato la loro selezione considerando la rilevanza storica e culturale, l'espressione estetica e l'approccio innovativo al medium. La collezione è stata ampliata nel 2013 con l'acquisto di una console e di altri sei giochi.[13]
I videogiochi sono diventati in punto di partenza di RE_PRAY, spettacolo ideato, prodotto e interpretato dal due volte campione olimpico di pattinaggio Yuzuru Hanyū. Lo show, di un genere espressivo nuovo,[14] "incorpora l'etica e i valori dei videogiochi" interrogandosi sulla vita, sui desideri e sulla speranza attraverso il contrasto fra i giochi che possono essere ripetuti un'infinità di volte e la vita che viene vissuta un'unica volta.[15][16][17]
(Katie Salen e Eric Zimmerman - Rules of Play[18])
Il videogioco presenta diverse unicità se comparato con i media tradizionali come cinema e romanzo. Per questo motivo non può essere considerato come semplice “film o romanzo interattivo” visto che un tale approccio di decostruzione risulta improduttivo. Infatti un gioco non racconta una storia ma sono i giocatori a “raccontarla” e a crearla attraverso le loro performance.[19] Tale peculiarità può essere notata maggiormente in titoli come Heavy Rain, The Walking Dead e in alcuni celebri giochi di ruolo giapponesi, quali Chrono Trigger o Final Fantasy VI, quest'ultimo uno dei primi videogiochi in assoluto in cui le azioni e le scelte del giocatore modificavano la trama stessa (per esempio, a seconda dei personaggi salvati dopo l'Apocalisse, il finale subirà numerose variazioni, così come è possibile impedire la morte di Cid o il suicidio di Celes).[20]
Ad esempio in un dipinto, una canzone, un film, un libro o un episodio TV, il pubblico non può modificare l'esito di un episodio e quindi non può intervenire attivamente sull'opera artistica. In un buon gioco invece il giocatore modifica l'esito con ogni sua azione, poiché in un videogioco l'utente è spettatore e attore allo stesso tempo.[19] D'altronde Jesper Juul nella sua opera A Clash between Game and Narrative afferma che non può esistere interattività e narrazione nello stesso tempo perché è impossibile influenzare qualcosa che è già successo.[21] Nel corso della Game Developers Conference 2010, Warren Spector ha ribadito che i videogiochi non sono dei film (“Se vuoi realizzare il tuo gioco come un film, dovresti fare film”) e che questi dovrebbero offrire al giocatore sempre una grande libertà di espressione creativa; poiché l'intervento del giocatore è una delle unicità del videogioco e i giocatori sono i veri protagonisti che dovrebbero vivere la loro personale storia.[22]
Anche Ivan Fulco, giornalista e traduttore, ha sottolineato questa peculiarità del medium affermando che i videogiochi non sono storie spaziali ma luoghi dove vivere altre vite, ovvero brandelli della nostra vita per quanto virtuale.[23] Inoltre se una storia è lineare, un videogioco è l'opposto visto che è un sistema dinamico, uno spazio di possibilità.[18] Nella fattispecie una partita in un gioco è un continuo divenire, tutto è in costante mutamento, basti pensare alle migliaia di video che affollano YouTube che mostrano sequenze di gameplay sempre diverse. Tutto ciò è dovuto al fatto che le possibilità offerte da un videogioco e l'interazione dell'utente con quest'ultimo garantiscono partite uniche, originali e mai uguali per ogni giocatore.[24]
In definitiva un videogioco può essere paragonato a un triangolo di possibilità, con la situazione iniziale a un vertice e le conclusioni possibili lungo il lato opposto, con una miriade (idealmente un'infinità) di percorsi tra lo stato iniziale e il risultato finale.[18] Attraverso l'intervento del giocatore queste possibilità si concretizzano in una sequenza di eventi e azioni ben precisa che può essere trasformata in una storia, ovvero l'esperienza di gioco può dar vita a una storia da raccontare.[18] Tra l'altro Apple ha depositato (intorno al 2010) il brevetto di una tecnologia in grado di estrapolare dati da un videogioco per creare un fumetto. L'idea di base è un'applicazione in grado di connettersi al videogioco, da cui prendere immagini, dialoghi e azioni per poi organizzarli in una struttura logica per realizzare un fumetto o anche un e-book personalizzato[25]. Tale idea non fa altro che evidenziare la dinamicità propria dei videogiochi in cui gli eventi del gameplay dipendono dalle scelte, dalle azioni del giocatore, dall'intelligenza artificiale e dalle possibilità che vengono offerte.
La massiccia diffusione di Internet negli anni novanta ha favorito una diffusione altrettanto massiccia dei videogiochi. Sul web è possibile infatti giocare allo stesso videogioco anche in gruppi composti da più persone situate in diverse postazioni sparse per il globo. Questa possibilità di dare vita ad una intelligenza connettiva (data appunto dalla interconnessione di più persone fra loro comunicanti), sembra destinata a essere presa in considerazione anche dal mondo della scuola. Si starebbe cercando, in altre parole, di dare al videogioco una funzione pedagogica, senza destrutturarlo troppo e pur tuttavia sostituendone la componente competitiva con una meramente collaborativa. Un esempio di questo tentativo è rappresentato da Stopdisasters, un videogioco on line lanciato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite con l'intento di sensibilizzare i più piccoli sugli accorgimenti per costruire città e villaggi più sicuri dal rischio di calamità e disastri ambientali.[26]
La difficoltà nel proseguire o completare un videogioco è molto variabile e soggettiva. Alcuni videogiochi sono disponibili con più livelli di difficoltà per cercare di ampliare la giocabilità e rendere il gioco più accessibile possibile senza compromettere l'esperienza dei giocatori più competitivi, anche se in molti casi ciò corrisponde a una mera riduzione dei danni inflitti e un aumento dei danni subiti[27]. Esistono anche giochi che si adattano al comportamento del videogiocatore e adeguano di conseguenza la difficoltà.[28]
La difficoltà può essere percepita differentemente in base anche alle epoche e alle situazioni di contorno, come le conoscenze all'epoca del titolo e che risultano datate rispetto al periodo in cui viene giocato, o che si basano si situazioni geopoliticamente distanti dalla cultura del luogo in cui è stato distribuito o sulle possibilità ludiche a disposizione.[29]
Come qualsiasi gioco, il videogioco può rappresentare oggetti astratti o riprodurre simbolicamente determinati contesti culturali, astraendoli dal loro ambito ed applicandoli a contesti e situazioni che possono andare dalla simulazione più fedele fino alla parodia. Dalla nascita, i videogiochi si sono costantemente evoluti formando man mano dei generi completamente diversi tra loro, con meccaniche di gioco differenti e differenti abilità richieste al giocatore. Oltre ad una naturale crescita tecnica dei giochi, l'uscita di un titolo innovativo può essere talmente diverso dal punto di vista concettuale da creare un tipo di videogioco a sé. I principali gruppi nei quali si possono dividere i videogiochi sono due: simulativo o arcade.
Un gioco simulativo è un gioco basato sulla simulazione delle regole del mondo reale, chi opta per programmare un gioco orientato su questo genere sa che il giocatore vuole investire anche ore del proprio tempo giocando a qualcosa di inedito e molto difficile. Un gioco di guida con la reale rappresentazione della fisica, oppure un gioco di guerra dove con un solo colpo la partita finisce, sono ottimi esempi. Il gioco arcade invece ne è l'esatto opposto. Chi sceglie un gioco arcade non ha voglia di cimentarsi nell'apprendimento delle meccaniche di un gioco troppo complicato, ed il suo unico desiderio è avviare il gioco e divertirsi all'istante, evitando se possibile di leggere il manuale. Segue una lista dei generi più comuni. Tra parentesi il termine inglese con cui sono spesso conosciuti.
Le avventure (adventure) sono caratterizzate da una forte componente esplorativa e narrativa. In genere sono basati sulla risoluzione di enigmi piuttosto che sulla prontezza di riflessi.
I videogiochi d'azione (action game) sono una categoria molto vasta che include videogiochi basati sulla prontezza di riflessi e sull'agilità con i comandi. Sono in genere ricchi di combattimenti anche se includono titoli in cui l'agilità serve a evitare pericoli d'altro genere. È il genere che più si adatta a essere ibridato con altri.
I videogiochi di ruolo o GdR (computer role playing game - CRPG) riprendono gli elementi tipici dei giochi di ruolo con carta e penna alla Dungeons & Dragons: importante componente narrativa, interpretazione e sviluppo di uno o più personaggi, ruoli e classi diversificati in combattimento. Rientrano nella categoria però anche videogiochi in cui l'interpretazione e la narrativa sono secondari rispetto allo sviluppo del personaggio.
Simulano (simulation video-game) un aspetto della realtà che possa intrattenere il giocatore richiedendo un misto di strategia, fortuna, abilità. Categoria molto ampia e differenziata che spazia dalla simulazione di guida di veicoli alla simulazione economica, alla simulazione di rapporti sociali. Per tale ragione sono generalmente utilizzate le sottocategorie più che la categoria generale.
Videogiochi che simulano discipline sia di squadra che individuali in cui il giocatore prende attivamente il controllo degli atleti/piloti durante le competizioni. Si differenziano in base allo sport:
Videogiochi in cui le decisioni di un giocatore hanno un grande impatto sul risultato. Il giocatore è incaricato della microgestione, di unità ed abilità durante i combattimenti, oltre che una parte gestionale-economica di macrogestione. La componente strategica può essere più o meno marcata in favore di una componente casuale.
I videogiochi party sono videogiochi costituiti da una serie di minigiochi di breve durata, pensati principalmente per il multigiocatore.
I casual game sono un genere di videogiochi caratterizzati da una struttura semplice, dalla breve durata e dal minore impegno e concentrazione richiesti al giocatore. Sono più comuni su dispositivi Mobile e PC (in questi ultimi spesso ve ne sono di preinstallati)
I rompicapo (puzzle game) sono videogiochi basati esclusivamente su uno o più enigmi che mettono alla prova l'ingegno e il ragionamento del giocatore. Molti altri generi includono la risoluzione di puzzle, ma questo tipo di giochi ne fanno il fulcro dell'esperienza. Si adattano in modo particolare ai dispositivi mobile.
Videogiochi basati sulla musica in cui il videogiocatore deve seguire il ritmo della canzone tramite una sequenza di movimenti, tasti, accordi. Possono richiedere hardware specifico per il gioco come controller a forma di strumento musicale, microfoni o rilevatori di movimento. I videogiochi di ballo rientrano anche tra gli exergaming.
Categoria di videogiochi in cui il ruolo ludico non è più lo scopo centrale della produzione, ma il gioco diviene lo strumento per fini educativi o formativi (edutainment) e sono quindi rivolti solo a determinate fasce di persone (che possono essere bambini, dipendenti, militari o altri).
Sono raccolti varie categorie di videogiochi che hanno tematiche sessuali predominanti e non adatti ai giovani, generalmente tali videogiochi rientrano anche sotto altri generi. Le tematiche erotiche e sessuali vengono spesso confusi come un unico genere, proprio per le tematiche che propongono al pubblico.
I videogiochi possono essere usufruiti in vario modo, alcuni di essi permettono più modalità.
Una delle modalità principali è il giocatore singolo, dove il giocatore (da solo o in squadra con giocatori controllati dalla CPU) affronta un avversario o un gruppo di avversari controllati dal computer. In alcuni giochi non è presente l'avversario, ma uno scenario, oppure il giocatore deve superare delle prove di abilità, le quali possono essere a tempo o meno. Generalmente si ha una vista a schermo intero, ma alcuni titoli sono del tipo a schermo diviso dinamico come nel caso della serie Dragon Ball Z: Super Butōden o permanentemente diviso qualora il gioco prevede il controllo simultaneo di vari ambiti, oppure una vista in dettaglio e l'altra sulla situazione in generale con una mappa/tracciato come nei giochi del tipo 4X.
Un'altra modalità principale è il multigiocatore del tipo cooperativo o competitivo, che può essere su una macchina unica (con o senza schermo diviso oppure con multi-monitor), in rete locale (cablata o senza fili, con uno o più giocatori per macchina; nel caso le macchine connesse siano superiori a due si possono organizzare LAN party), infine si può giocare online (con uno o più giocatori per macchina). Esiste anche una soluzione intermedia, dove i giocatori in LAN sono connessi online, in modo da garantire una migliore coordinazione nei giochi a squadre online.
Esistono anche altre modalità, come quella senza giocatori o CPU vs CPU o AI vs AI, dove il gioco viene eseguito in una modalità simulazione di partita o partita dimostrativa (non prederminata o non registrata). Esistono anche soluzioni che operano solo in questo modo, come il gioco della vita.
La maggior parte dei titoli può essere eseguita "in locale" in modalità fissa o portatile, come avveniva tradizionalmente. Con questo sistema il software del gioco viene eseguito nella macchina in uso dal giocatore e l'eventuale connessione internet viene sfruttata per lo scambio dati delle varie azioni ed eventi con gli altri giocatori, se si fa uso della modalità multigiocatore online. Nel terzo millennio è comparso il cloud gaming (o gioco in streaming, gaming on demand, o gaming as a service) dove il videogioco non viene eseguito nella macchina del giocatore, ma nei server in remoto, i quali ricevono (comandi) e trasmettono (video) un flusso di dati con l'utente. Alcuni giochi hanno un funzionamento ibrido, dove l'esecuzione è in locale, ma i progressi sono salvati in remoto; un esempio a riguardo è Gran Turismo Sport, il quale al termine del servizio online ha ricevuto un aggiornamento che ha permesso il suo utilizzo completamente offline (ad eccezione delle modalità che funzionavano esclusivamente online).[30]
Le due modalità di gioco hanno rispettivi vantaggi e svantaggi, con rispettive richieste minime, infatti nel gioco in locale è necessario un hardware con specifiche caratteristiche prestazionali ed eventuali funzioni/caratteristiche per poter usufruire il titolo; mentre il gioco in streaming ha richieste hardware molto esigue, ma richiede una connessione internet ad alta velocità e relativi abbonamenti attivi per internet e servizi di gioco in streaming. Le due modalità hanno problematiche specifiche; i giocatori in locale corrono il rischio di problemi hardware (usura e rotture), mentre per il cloud gaming le problematiche sono principalmente legate al servizio, quindi alla connessione internet (con relativo impatto sulla qualità video e latenza dei comandi ed eventuale possibilità di giocare) e dei server remoti (durata del servizio in streaming), con problematiche hardware limitate principalmente al controller e secondariamente al monitor/TV e modem. Di conseguenza anche i vantaggi delle relative modalità sono differenti, infatti chi gioca in locale ha una stabilità di gioco e qualità mediamente superiore, oltre ad essere completamente indipendente (ad eccezioni delle modalità di gioco online); mentre chi gioca in streaming ha una versatilità di gioco massima, con la possibilità di usufruire ovunque dei propri titoli.
Alcuni videogiochi danno la possibilità di usare i trucchi (cheat) che permettono di alterare alcune parametri di gioco, come la vita, la potenza o altro, tra i trucchi più famosi si ha il codice Konami, utilizzato su tanti giochi sia nella sua iterazione originale, sia come effetto opposto.
Generalmente il trucco viene utilizzato per ottenere un vantaggio e rendere il gioco più facile, permettendo anche di superare punti difficili, ma in alcuni casi i trucchi non danno vantaggi di gioco, ma modifica l'estetica di gioco (come può essere l'effetto testa gigante[31]) oppure modifica alcuni effetti acustici.
Per quanto riguarda gli hack, questi sono elementi o soluzioni che portano ad avere un vantaggio competitivo nel gioco e non è una funzione normalmente presente nel videogioco, ma viene fornita tramite soluzioni esterne ed il loro utilizzo se portato nelle sfide online viene considerato scorretto, tanto che hanno sviluppato sistemi per contrastarne la pratica, come il Valve Anti-Cheat o costringendo i cheater a giocare solo con altri cheater.[32]
Lo sviluppo di hack viene considerata un'attività redditizia, il che ne promuove la produzione, anche se in alcuni stati quest'attività può essere considerata illegale e portare all'arresto di chi li produce,[33] allo stesso modo anche gli utilizzatori (cheater) vengono puniti con il ban dalle varie piattaforme di gioco.[34][35]
Una tappa importante nel campo degli studi psicologici, sociologici e didattici sui videogiochi fu la conferenza Video Games and Human Development: A Research Agenda for the '80s (lett. "Videogiochi e sviluppo umano: un campo di ricerca per gli anni 80") organizzata dall'Università di Harvard nel maggio 1983 con oltre 200 esperti. Rappresentò uno dei primi tentativi di organizzare l'allora nascente e spesso inconsistente campo della ricerca sui videogiochi. Rappresentò anche un primo ampio riconoscimento scientifico del potenziale dei videogiochi in campo riabilitativo e educativo. In conclusione ne emerse l'infondatezza della demonizzazione che spesso all'epoca veniva fatta contro i videogiochi, per gli effetti negativi che avrebbero sui giovani, come l'assenteismo scolastico.[36][37]
A partire dagli anni 1990 le controversie nei videogiochi hanno assunto un ruolo sempre più importante grazie ai mass media,[38][39][40] che ha contribuito a sollevare il dibattito scientifico e sociale riguardo al ruolo dei videogiochi nella società, e ai loro effetti sulla psiche umana, tale dibattito è molto animato e ricco di interessamenti da parte di vari studiosi, e sta proseguendo con studi sempre più approfonditi.
Nel 2006 una ricerca dell'università dello Iowa, pubblicata sul Journal of Experimental Social Psycology, sarebbe giunta alla conclusione che chi gioca con videogiochi con violenza esplicita diventa meno sensibile alla violenza presente nel mondo reale. La "desensibilizzazione" viene spiegata come "una riduzione delle emozioni in reazione ad atti violenti reali". Utilizzare i giochi più violenti porterebbe non solo ad essere più violenti ma più aggressivi, intolleranti e meno altruisti.[41][42]
Nella ricerca sono stati scelti 257 studenti di college (124 uomini e 133 donne) ai quali è stato chiesto di giocare a videogiochi scelti casualmente: alcuni con violenza esplicita (Carmageddon, Duke Nukem 3D, Mortal Kombat e Future Cop) e altri con violenza limitata (Glider Pro, 3D Pinball, 3D Munch Man e Tetra Madness). Ai soggetti per tutta la durata dell'esperimento sono stati controllati i battiti cardiaci e la reattività epidermica. Dopo la "prova" ai volontari è stato chiesto di sedersi a guardare un video di 10 minuti contenente scene di violenza reali. I ricercatori hanno evidenziato che coloro che avevano giocato con videogiochi violenti avevano avuto una reazione fisiologica analoga rispetto a quelli che avevano interagito con giochi non violenti durante la fase di gioco, ma presentavano una reazione assai minore alle immagini di violenza reale mostrate loro successivamente. Raccolti tutti i dati dell'esperimento gli psicologi affermarono che sarebbero stati sufficienti 20 minuti di videogiochi violenti per diventare meno sensibili alle brutalità del mondo reale.[42]
Ma gli psicologi si sono spinti oltre nelle loro conclusioni, definendo l'intera società del divertimento multimediale come una «macchina per la desensibilizzazione sistematica dell'individuo».[43]
Il 4 luglio 2013 è stata condotta una ricerca, nota come Failure to Demonstrate That Playing Violent Video Games Diminishes Prosocial Behavior, da Morgan Tear e Mark Nielsen, dell'Università del Queensland in Australia. In questo studio circa 160 studenti, tra i 17 e i 43 anni, sono stati impegnati giocando per un periodo di 20 minuti a quattro tipi differenti di giochi: Grand Theft Auto IV, Call of Duty: Black Ops, Portal 2 e World of Zoo.[44] Successivamente sono stati eseguiti dei semplici sondaggi d'apprezzamento dei videogiochi provati, che però inconsapevolmente per gli studenti erano determinanti per capire e comprendere i loro comportamenti dopo l'esposizioni ai videogiochi violenti e non. Sebbene non è stato riscontrato alcun collegamento tra i giochi violenti e la violenza stessa in essi contenuta e i comportamenti successivi del giocatore, i ricercatori hanno concluso: "questo test forse non è la prova definitiva che i videogiochi non hanno alcun impatto sulle persone e sui loro comportamenti, ma riteniamo probabile che molte accuse e preoccupazioni nei loro confronti siano sbagliate o sproporzionate".[45][46]
Secondo studi indipendenti dello psichiatra e neuroscenziato Manfred Spitzer i media digitali creano dipendenza, danneggiano la memoria e non sono adatti a favorire l'apprendimento in ambito scolastico.[47]
Nel 2018 l'OMS ha incluso nell'ultima edizione del suo manuale diagnostico (ICD-11) la dipendenza da videogiochi (gaming disorder)[48].
La Health Behaviour in School-aged Children nel 2022 ha utilizzato uno strumento chiamato "Internet Gaming Disorder Scale" per monitorare l'uso problematico dei videogiochi e le sue cause[49], evidenziando come l'uso problematico sia maggiore nell'età più giovanile e in particolar modo per il sesso maschile, nei quali si ha un maggior sentimento di "sentirsi assorbiti dai videogiochi", inoltre in buona misura (in modo trasversale) il videogioco viene utilizzato come strumento di fuga da stati d'animo negativi.[50]
Già dai primi anni 2000, alcune delle potenzialità del medium videoludico vennero percepite per il trattamento benefico della sindrome da deficit di attenzione e iperattività.[51] A parere di molti sociologi e psicologi, il videogioco favorisce una stimolazione del cervello dei giocatori, inducendolo ad agire in maniera differente rispetto all'usuale grazie alla immediatezza del messaggio visivo fornito dalle immagini. Steven Johnson, nel suo libro "Tutto quello che fa male ti fa bene", ha citato recenti studi di neuroscienze su come viene stimolata l'attivazione dei circuiti dopaminergici durante l'interazione con un gioco elettronico. Basandosi su quello che James Paul Gee definisce ciclo "indaga, ipotizza, reindaga, verifica", Johnson paragona l'attività conoscitiva che un giocatore svolge all'interno di un videogioco al metodo scientifico. Questo aspetto, tuttavia, viene talvolta considerato un ostacolo per un giocatore in età infantile o adolescenziale e quindi in fase di apprendimento: la comunicazione che proviene da un insegnante può risultare non sempre recepibile da un giovane abituato a messaggi prettamente visivi.[52]
Secondo altri studiosi della materia, il videogioco sta contribuendo perciò a introdurre in questo inizio di III millennio – a dispetto del massiccio uso delle immagini che fa – un nuovo tipo di cultura che contrasta le precedenti, ossia quella orale e quella scritta. Questo dato di fatto si tramuta in timore davanti ad un altro genere di considerazione: se cioè l'effetto di questo intrattenimento si limiti semplicemente a rivedere gli stilemi culturali esistenti oppure se possa portare – interessando così una sorta di roboetica – alla creazione di un modello esistenziale di uomo-gioco.[52]
Nel 2013 uno studio londinese ha messo in evidenza come alcuni videogiochi, ad esempio StarCraft, possono stimolare in modo diverso e maggiore il cervello di chi li utilizza.[53] Due anni dopo, emblematico è stato il caso di Keith Stuart – giornalista di The Guardian – e di suo figlio Zac affetto da autismo: Stuart ha dichiarato di come il videogioco Minecraft abbia aiutato il figlio ad entrare in contatto con altre persone, grazie alla funzione multigiocatore che permette di giocare con altri utenti contemporaneamente, ed ha ricominciato a parlare con i suoi genitori coi quali aveva limitato i rapporti.[54]
È stato osservato che in alcuni casi l'eccessiva stimolazione può portare all'effetto Tetris, che prende il nome dal celebre videogioco rompicapo Tetris.[55]
Uno studio del 2018 ha dimostrato come alcuni videogiochi appositamente mirati possono essere utilizzati nel trattamento della dislessia. Nei casi in cui questa patologia è dovuta a problemi di attenzione visiva, è infatti possibile migliorare le capacità di lettura dei soggetti così trattati e quindi di fonologia.[56]
Altri studi hanno dimostrato la loro efficacia nel rallentamento del declino cognitivo nei soggetti più anziani, risultante in un incremento della qualità della vita.[57]
L'industria dei videogiochi è caratterizzata da molti fattori, che vanno dalla produzione, soluzioni tecnologiche, commercializzazione e interesse dell'utenza finale.
Lo sviluppo dei videogiochi prevede il passaggio per diverse fasi;[58][59] la prima fase riguarda l'ideazione e il recupero del materiale, risorse e capacità necessarie per la produzione del videogioco e di solito sono sufficienti pochi individui per questa fase, la quale si avvia con la presentazione del concetto di base che deve avere il videogioco o semplicemente l'idea del suo meccanismo base, che possono essere proposti da parte di uno studio di sviluppo a un editore.
Le meccaniche di gioco potrebbero richiedere soluzioni hardware specifiche, che generalmente non rappresentano una limitazione nello sviluppo del gioco sulle varie piattaforme, in quanto possono essere prodotti degli accessori per poter usufruire del titolo o rendere il titolo usufruibile anche con i comandi standard delle relative console, esattamente come nella maggior parte dei videogiochi musicali e ritmici, mentre in altri casi, come la serie Steel Battalion per Xbox necessita obbligatoriamente di un controller specifico per poter essere giocato[60], ma ci sono anche esempi di giochi che possono essere sviluppati solo per determinate categorie di console, come il primo Boktai per Game Boy Advance, il quale fa uso di un sensore di luce solare, la cui attivazione modificava le caratteristiche di gioco (sulla capacità di ricarica dell'arma principale),[61] questa peculiarità limita lo sviluppo del titolo ai soli dispositivi mobili.
Se l'idea viene accolta a seguire viene definito il produttore, che assieme al game designer del videogioco pianifica le fasi di lavorazione e da quel momento il produttore gestisce gli aspetti pratici (dalle risorse economiche alla ricerca degli attori), scadenze, assembla e supervisiona la squadra degli artisti e programmatori, organizza i controlli e fa da tramite tra sviluppatore e editore, mentre il designer o "autore" del videogioco elabora il mondo, il funzionamento e le regole (il gameplay) del gioco in ogni minimo dettaglio e quindi le fissa nel game design document, un documento di svariate pagine al quale la squadra di sviluppo fa riferimento come a un testo sacro.
In queste prime fasi fino alla pubblicazione del titolo possono instaurarsi degli accordi per rendere un videogioco esclusivo o in esclusiva temporanea per una determinata piattaforma.[62]
La seconda fase prevede l'aumento del personale ingaggiato per poter eseguire la programmazione e quindi viene eseguita una trasposizione del design videoludico dalla carta al mondo digitale, dove i programmatori devono cooperare con i disegnatori che creano tutto quello che si vede nel videogioco, dai personaggi agli ambienti; il tutto gestito dai level designer che definiscono le mappe (corridoi, stanze e porte), decidono il posizionamento degli elementi (armi e nemici), stabiliscono come e quando accadono determinati eventi (come la comparsa di bonus o pubblicità), congegnano missioni ed enigmi (con il procedere dello sviluppo, i primi livelli possono essere sottoposti a revisioni integrali o addirittura cestinati).
Durante questa fase si può decidere se ampliare o restringere l'offerta finale sulle varie piattaforme (fisse o mobili) e relative generazioni, in quanto in linea di massima le prestazioni hardware non sono una vera limitazione sulla distribuzione multipiattaforma in quanto il problema può essere eluso cambiando lo stile grafico, scalando la complessità poligonare e modulando gli effetti grafici, affidandosi o meno a diversi motori grafici ed eventualmente rivedere anche la prospettiva di gioco o passare da una grafica 3D al 2D, esattamente come nella maggior parte dei giochi calcistici o come nel caso di Ghostbusters: Il videogioco, dove il titolo viene adattato alle caratteristiche hardware delle varie console (fisse e portatili) e generazioni (6º, 7º e 8º generazione).
Per sviluppare alcuni giochi, soprattutto quelli incentrati su una storia o trama, si può ingaggiare anche uno sceneggiatore, in gergo writer, che si occupa dei dialoghi, degli inserti di testo ed eventualmente della trama (in genere è uno scrittore professionista con trascorsi nel fumetto, nel romanzo o in televisione). Come esempi si ha John Milius, regista di Conan il Barbaro, che ha collaborato alla sceneggiatura di Medal of Honor: European Assault, oppure lo scrittore Tom Clancy, che ha ideato diverse serie (Rainbow Six e Splinter Cell) tratte peraltro dai suoi best seller.
Gli ultimi artisti a essere coinvolti sono gli ingegneri del suono (addetti agli effetti audio) e i musicisti (compongono la colonna sonora e le canzoni di accompagnamento) oltre alle fasi di doppiaggio, nelle quali possono essere ingaggiati attori.
In tutto questo i programmatori sono chiamati a stendere migliaia e migliaia di righe di codice, utilizzando svariati linguaggi di programmazione, i più diffusi per PC e console sono C, C++ e assembly, anche se si affidano ad ambienti di sviluppo e strumenti che snelliscono il lavoro e abbattono costi e tempi di produzione.
La terza fase si ha quando la lavorazione si appresta al termine, correggendo il più possibile le lacune e problematiche emerse durante la fase di verifica finale del videogioco, ed è molto più scrupolosa di quella effettuata durante lo sviluppo del videogioco; infine con il via libera dell'editore si manda in stampa il prodotto o lo si pubblica digitalmente, provvedendo anche alla pubblicizzazione dello stesso.
Da fine XX secolo in poi l'industria dei videogiochi ha acquisito sempre più importanza, la produzione di videogiochi moderni richiede da parte dei grandi editori/produttori investimenti per decine di milioni di euro arrivando alle centinaia di milioni per le produzioni più costose, ma può comunque riguadagnare tutto il budget speso in poco tempo, ma al contempo esiste anche il modello del videogioco indipendente, che generalmente è caratterizzato da investimenti ed introiti minori e generalmente basati su una complessità minore. La sola GameStop, nel 2007, ha fatturato 5,56 miliardi di dollari. Nello stesso anno, per la prima volta nella storia, l'industria dei videogiochi ha superato come volume d'affari l'industria musicale.[63]
Il videogioco più costoso al mondo è Destiny, prodotto dai Bungie Studios che hanno stanziato un budget di circa 500 milioni di dollari per il progetto, di cui 360 milioni solo per la promozione del prodotto, utilizzando quindi 120 milioni in più rispetto al film più costoso di sempre, ovvero Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Grand Theft Auto V, con un budget di 260 milioni di dollari stanziati da Rockstar Games, ha incassato più di 800 milioni nelle prime 24 ore dopo la messa in vendita e dopo soli tre giorni ha raggiunto il miliardo di dollari e i 15 milioni di copie vendute, infrangendo 7 record mondiali contemporaneamente ed entrando di conseguenza nel Guinness dei primati.
I videogiochi possono essere suddivisi in queste categorie:[64][65]
Queste categorie possono essere realizzate da diverse categorie di studi per videogiochi, che possono essere suddivisi in:[66]
Ecco una lista dei 5 videogiochi più costosi aggiornata a inizio 2015:[67][68]
Non sempre il maggiore costo di un prodotto equivale ad un maggiore profitto, inoltre i franchise videoludici più redditizi non sempre corrispondono ai videogiochi più venduti.
Il finanziamento dei giochi sono principalmente basate sui seguenti modelli di monetizzazione:[69][70]
Nel terzo millennio si è fatto sempre più uso delle microtransazioni e delle loot box (scatole premio o scrigno del tesoro), dove le microtransazioni possono essere utilizzate anche per ottenere premi a sorpresa; quest'ultime accusate di essere una forma di gioco d'azzardo dopo il risultato di studi a riguardo,[73] tanto da sollevare l'attenzione dell'Unione europea,[74] dopo che alcune nazioni membre hanno già intrapreso azioni a riguardo.[75]
Esistono anche altre forme di finanziamento alternative, come le raccolte fondi del tipo crowdfunding (finanziamento collettivo), quali Kickstarter, applicata per giochi di ogni genere come nel caso di Broken Sword 5: La maledizione del serpente, Divinity: Original Sin, FTL: Faster Than Light, Yooka-Laylee, SUPERHOT, The Banner Saga e Undertale.
I vari titoli possono essere forniti agli utenti in vari formati e modalità, la suddivisione principale è: fisico (retail e quindi vendita al dettaglio) o digitale. Il formato fisico comporta l'acquisto di un supporto di memoria mentre il formato digitale si basa sul download, mentre la distribuzione, per il gioco fisico può avvenire sia tramite negozio fisico, sia come ordine da un mercato online, mentre per il mercato dei giochi digitale esistono diverse piattaforme di distribuzione digitale, ma esiste anche una loro distribuzione tramite codici di riscatto, venduti come i classici videogiochi fisici.
Negli anni 2010 si è visto un aumento della distribuzione digitale, tale da sovrastare quella fisica, la quale ha sempre più sofferto delle correzioni al lancio e durante il ciclo vitale del gioco, con aggiornamenti anche particolarmente voluminosi, rendendoli di fatto paragonabili a un videogioco in formato digitale, se non per il fatto di poter usufruire del gioco anche senza una connessione internet (per i videogiochi che prevedono una modalità storia a giocatore singolo).[76]
La localizzazione di un prodotto non è soltanto una traduzione, ma corrisponde a renderlo fruibile in un altro paese, come con l'inserimento dei sottotitoli e l'arrangiamento del testo per la relativa cultura, compresi manuali e materiale promozionale, mentre il doppiaggio prevede anche il rifacimento del parlato.[77] Storicamente la localizzazione ha interessato prima manuali e confezioni, per poi estendersi sempre più anche ai contenuti del gioco.[78] Inizialmente molte traduzioni in italiano dei testi erano non ufficiali e pedestri e provenivano dal mercato della pirateria, che a causa del vuoto legislativo poteva essere praticata anche da società regolarmente registrate.[79] Un motivo che può portare a non tradurre un titolo è l'importante estensione dei testi, come nei titoli narrativi, un esempio è The Invincible.[80]
I primi esempi di doppiaggio, anche se con voci molto robotiche, si hanno con Berzerk e Spike, entrambi usciti nel 1983 e in inglese, ma il suo uso venne normalizzato molti anni dopo con la popolarità del CD, mentre tra i primi titoli con doppiaggio in italiano da professionisti si hanno Sam & Max Hit the Road (1993) e Gabriel Knight 2: The Beast Within (1995), ma nello stesso periodo venivano tradotti in italiano anche da doppiatori non italiani o non professionisti Inca II: Wiracocha del 1993 e Alone in the Dark 3 nel febbraio 1995. Un episodio degno di nota per il pessimo doppiaggio è Half-Life 2, che nelle riedizioni successive non presentò neanche i sottotitoli tradotti.[81][82]
Il fenomeno del doppiaggio ha visto una sua espansione e professionalizzazione sempre crescente con le generazioni successive, per stabilizzarsi con la settima generazione delle console, mentre successivamente con la nona generazione delle console si è visto una riduzione dei doppiaggi e in alcuni casi l'esclusione anche della traduzione,[80] con una contrazione del numero delle localizzazioni per singolo gioco, dove in alcuni casi venne reso disponibile a posteriori come DLC o MOD.[83][84]
Oltre alla sua variabilità nel doppiaggio nelle varie lingue, vi è anche uno sviluppo nel luogo di doppiaggio, infatti inizialmente questi doppiaggi in molti casi venivano effettuati in Inghilterra anche per le lingue non anglofone, successivamente nel terzo millennio il doppiaggio in italiano avvenne in Italia, alternando Roma e Milano o in alcuni casi in entrambe le sedi.[85]
Il mercato dei videogame è nel 2023 composto da 3,7 miliardi di videogiocatori (PC, console e smartphone), di cui il 10% circa si procura l'hardware specifico per videogiocare (PC da gioco e console). La distribuzione dei videogiocatori su console si trova per la maggior parte negli Stati Uniti, seguiti dal Giappone, UK/Irlanda, Germania/Austria/Svizzera, Francia, Italia, Spagna/Portogallo, Canada, Australia/Nuova Zelanda e Scandinavia, evidenziando come la maggior parte del mercato è concentrato in Nord America ed Europa. Gli smartphone con touch screen sono un punto di ingresso per miliardi di giocatori e l'industria dei videogiocatori cerca di convertirli in giocatori che investono in hardware.[86]
I videogiochi si sono trasformati da hobby di nicchia a fenomeno globale, in quanto dal 2016 al 2021 si è registrato un tasso di crescita del 76,8%. Questa popolarità è stata favorita anche dalla Pandemia di COVID-19. Il tempo medio trascorso dai giocatori sui videogiochi è di 13 ore a settimana. Nel 2023 l'età tipica di un giocatore di videogiochi (PC, console e smartphone) è di 33 anni e il 76% di tutti i videogiocatori è maggiorenne (18 o più anni), nel dettaglio il 36% ha tra 18 e 34 anni, il 24% meno di 18 anni, il 13% tra 35 e 44 anni, il 12% tra 45 e 55 anni, il 9% tra 56 e 64 anni, mentre il 6% ha 65 anni o più, inoltre non si riscontrano differenze significative tra maschi (52%) e femmine (48%)[87]
Altre statistiche sempre del 2023 e maggiormente focalizzate in Italia e che suddividono differentemente i videogiocatori totali (PC, console e smartphone), evidenziano come il 45% dei giocatori hanno 24 o meno anni, più nel dettaglio il 25% ha tra 15 e 24 anni, il 20% tra 6 e 14 anni (9% tra 6 e 10 anni e 11% tra 11 e 14 anni), 16% tra 25 e 34 anni, 15% tra 35 e 44 anni e in complessivo 24% tra i gruppi dei 45-54 anni e 55-65 anni. Si registra anche una flessione dell'8% dei videogiochi (più marcato per le distribuzioni digitali con un -21% e che rappresentano il 36% del mercato, contro un -5% del fisico che rappresenta il 16% del mercato, contro un +4 delle app che rappresentano il 47% del mercato) per via di un ritorno alla normalità dopo la pandemia covid, inoltre i videogiocatori utilizzano i dispositivi mobili nel 71% dei casi, la console del 43% dei casi e il PC 35% dei casi, evidenziando anche come non sempre ci si limita ad un unico strumento per videogiocare.[88]
Lo sviluppo dei videogiochi può incorrere in diverse difficoltà, che possono portare anche alla mancata pubblicazione del titolo, anche se il gioco può risultare completo, come nel caso di Warcraft Adventures: Lord of the Clans. In altri casi il gioco viene annunciato, ma il supposto sviluppo si protrae indefinitamente, in questo caso prendono il nome di vaporware, come nel caso di Duke Nukem Forever.
Nel caso di un videogioco che viene reso disponibile agli acquirenti, la velocità con la quale viene venduto e corrette le eventuali problematiche possono influenzare la percezione dello stesso, come nel caso di Days Gone[89] o Cyberpunk 2077. In alcuni casi queste dinamiche possono portare anche al fallimento del produttore, come nel caso di The Lord of the Rings: Gollum.
Altri casi invece le dinamiche sono paragonabili alla truffa, come nel caso di The Day Before, dove i produttori hanno chiuso lo studio (Fntastic) dopo quattro giorni, dopo aver presentato un gioco che non ha mai avuto l'obbiettivo di rispettare le dichiarazioni fatte,[90][91][92] Esistono anche situazioni ambigue come Spacebase DF-9, in quanto il gioco uscito sotto la formula accesso anticipato vide lo sviluppo ufficiale abbandonato a causa dei guadagni inferiori alle aspettative, ma grazie alla pubblicazione del codice sorgente il gioco ha proseguito lo sviluppo da parte di volontari.[93]
L'industria dei videogiochi deve scontrarsi con alcune problematiche che possono affliggere le realizzazioni videoludiche, quali:
Inoltre l'industria deve imbattersi nelle limitazioni tecniche delle macchine su cui deve operare o vuole operare senza redigere versioni alternative dell'opera, infatti a seconda della macchina che deve gestire l'opera (in ambito console la situazione è relativamente semplice e potenzialmente equilibrata, mentre in ambito PC la complessità è di molto maggiore per via dell'enorme variabilità hardware), si possono incorrere in limitazioni differenti che possono essere la risoluzione, frequenza dei fotogrammi, il dettaglio poligonare, il dettaglio delle texture, il numero dei personaggi (generalmente NPC o giocatori in locale), il limite dell'orizzonte (quanto si può vedere distante), di solito l'opera viene pensata principalmente per un certo tipo di macchina e poi adattata alle altre (in ambito PC tramite le impostazioni di gioco, in ambito console tramite il porting).
Incorrono anche limitazioni dettate dalla regionalità delle macchine (in particolar modo per le console) e del periodo storico, problemi pressoché superati con l'introduzione dell'HDTV, che ha permesso una maggiore omogeneità e di ridurre il divario tra console e PC; Difatti si può avere il rapporto d'aspetto come 4:3 e 16:9 (più raramente in 14:9 i quali di solito sono in letterbox nei 4:3 come in molti videogiochi per Sega Saturn), la risoluzione e frequenza (come PAL e SÉCAM a 576i×50 Hz e NTSC a 480i×60 Hz); quest'ultima in molti casi influiva anche sulla velocità del gameplay, almeno fino alla quinta generazione delle console (i videogiochi PAL risultano più lenti rispetto ai videogiochi NTSC), mentre la risoluzione differente può in alcuni casi portare ad una schermata schiacciata verticalmente (bande nere sopra e sotto l'immagine), difetto che ha colpito soprattutto la sesta generazione delle console come nel caso di Devil May Cry[94]; fattore meno noto è il pixel aspect ratio differente da 1, quindi con un rendering anamorfico, soluzione tipicamente utilizzata dalle console che non utilizzano il formato HDTV come risoluzione principale, dove la scena 16:9 o 4:3 viene renderizzata con una griglia più stretta o bassa, andando così a ridurre il dettaglio in quel verso oltre a poter creare difetti con l'interfaccia di gioco o sulla corretta riproduzione delle immagini a monitor[95][96]; Questi parametri dettati dalle tecnologie in voga nel corso del tempo sono a volte corretti con patch amatoriali oppure i titoli vengono riproposti dalle aziende produttrici con le dovute correzioni per adattarsi ai nuovi modelli in uso nel periodo corrente, come il rifacimento integrale dell'opera, la rimasterizzazione con l'adeguamento dei parametri e delle texture, oppure effettuare un rilancio rivedendo l'opera[97], in alcuni casi viene fatta una virtualizzazione o porting, quindi non vi è alcuna alterazione, ma un adeguamento o emulazione/simulazione per usufruirne su altre macchine.
Una menzione speciale la si deve per i dispositivi con monitor incorporato e che possono avere risoluzioni e rapporti d'aspetto personalizzate e che generalmente hanno titoli dedicati o versioni dedicate e quindi si hanno pochi casi di opere che oltre ad essere presenti su console fisse e mobili sono anche identiche nella trama, in quanto risulta complesso riuscire a garantire la stessa esperienza d'uso; Bisogna dire come la Wii U (console fissa ibrida con doppia uscita video TV+pad) che per il GamePad utilizza un monitor con una risoluzione considerabile canonica, con un formato di 16:9 480p, ha dato il via ad un'unificazione video tra i due modi d'uso (in quanto in molti titoli poteva essere utilizzato anche solo il pad per poter videogiocare), mentre per la prima console ibriba (console portatile con supporto a parte per renderla fissa) si ha la risoluzione canonica di 720p, mentre per la prima console (in questo caso basata su sistema operativo Windows[98]) esclusivamente portatile si deve attendere ASUS ROG Ally con schermo FHD (1920 x 1080) 16:9 fino a 120 Hz.
Il mercato dei videogiochi ha stimolato la produzione di soluzioni per migliorare l'esperienza di gioco, tra cui:
Durante la storia dei videogiochi vennero utilizzate varie tecnologie atte a migliorare la capacità espressiva dei videogiochi e immersione negli stessi, dai videogiochi testuali, ai videogiochi vettoriali, in grafica 2D (Grafica raster e Sprite), 2.5D, 3D, Stereoscopia e realtà virtuale. Queste soluzioni non sempre impongono un nuovo standard, rendendo le soluzioni precedenti desuete, ma in alcuni casi rappresentano solo una nuova opportunità, che possono essere più o meno adottate ed eventualmente abbandonate.[106]
La tecnologia dell'illuminazione si ha a partire da alcuni videogiochi 2D, facendo diventare i sprite più scuri quando questi si spostano in zone contrassegnate come in ombra, successivamente questa soluzione venne ulteriormente migliorata introducendo vari effetti di luce, con l'introduzione dei videogiochi 3D con o senza texture (e ibridi 2D + 3D come in alcuni 2.5D) si introduce una gestione più complessa dell'illuminazione, come il metodo Lambert (oggetto illuminato o no), poi con il metodo Phong (che introduce alcune caratteristiche degli oggetti come la riflettività e brillantezza), seguirà l'illuminazione globale (che introduce l'illuminazione riflessa), che può essere semplificata con la tecnica dell'illuminazione globale statica, dove l'illuminazione viene precalcolata ed è quindi immutabile, successivamente venne introdotta l'occlusione ambientale che gestisce la riduzione dell'illuminazione in ambienti chiusi.[107]
Una delle ultime soluzioni dedicate all'illuminazione è il Ray tracing che essendo molto impattante sulle prestazioni non ha visto la sua adozione prima del secondo decennio del terzo millennio, inoltre tale soluzione può essere di vari tipi, con applicazioni ibride più o meno spostare sull'uso del ray tracing.
La tecnologia sulle ombre, si palesa durante l'evoluzione dei videogiochi 2D, successivamente venne adottata con i giochi 3D, come texture proiettata al suolo o poligoni più o meno complessi, la soluzione della texture può essere semplice o tramite sprite sincronizzati al modello 3D, come in Crash Bandicoot 3: Warped, oppure possono utilizzare più soluzioni in base alla distanza, passando da non avere ombre (alle grandi distane), alle ombre 2D ed infine alle ombre poligonali (a distanza ravvicinata) come in Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth, inoltre queste possono essere di tipo statico (che possono seguire i movimenti del personaggio ma non vengono alterate dalla posizione della luce) o dinamico/tempo reale (che si deformano sotto l'effetto della luce) come in Nocturne[108] o Silent Hill: Shattered Memories, inoltre possono interagire o meno con lo stesso modello del personaggio tramite la tecnica del Self-shadowing come in Resident Evil Code: Veronica, la quale rappresenta una delle tante soluzioni degli Shader; che permettono l'applicazione di effetti sulle superfici che ne migliora la tridimensionalità, come il Bump mapping (con parti che s'illuminano di meno), Normal mapping (che simula l'effetto di un corpo 3d) e Parallax mapping (che introduce l'effetto di parallassi).
La tecnica del tempo reale o ciclo giorno notte non sempre è integrato, in quanto richiede un'ottima gestione delle luci e ombre, un esempio a riguardo è Grand Theft Auto V, ma che di contro può rendere alcune fasi di gioco poco gradevoli, in quanto non sempre l'illuminazione in una data ora riesce ad esaltare la scena come in un orario differente, inoltre la gestione della luce può caratterizzare anche un videogioco, rendendola di fatto una meccanica principale, come in Alan Wake.[109]
La tecnica dell'animazione dei personaggi si ha a partire dai primi videogiochi vettoriali, andando a perfezionarsi nei titoli a grafica raster tramite Sprite, per poi nei videogiochi 3D tramite l'uso di Skeletal animation (che semplifica la gestione delle animazioni) o animazione diretta del modello poligonare, una soluzione per animare i personaggi è quella del Motion capture.
La tecnica della fisica nei videogiochi ha visto un salto importante con l'introduzione dell'Havok in Half Life 2 che ne esaltava l'uso tramite la Gravity Gun, altro videogioco che utilizza questa tecnica come elemento principe è Psi-Ops: The Mindgate Conspiracy. Va sicuramente citata la fisica ragdoll, che permette di gestire in modo accurato il modello del nemico una volta sconfitto, simulando un corpo inanimato con movenze realistiche, quindi con vincoli di movimento e movimenti coerenti con l'ambiente, uno dei primi titoli a riguardo è Soldier of Fortune II: Double Helix[108], inoltre i ragdoll possono essere composte da varie parti con caratteristiche uniche e permettere animazioni e comportamenti differenziati, come nel caso di Soldier of Fortune, altri videogiochi che suddividono i ragdoll in varie parti, anche in modo dinamico, con modelli divisibili si ha Metal Gear Rising: Revengeance, altri videogiochi con soluzioni simili sono Atomic Heart.
Le tecniche di animazione possono essere di tali fattura da poter evitare l'uso di filmati prerenderizzati, rendendo di fatto tali intermezzi integrato nel gameplay, uno dei primi ad usare questa soluzione nei videogiochi 3D è Half-Life del 1998, così come l'intera serie, un'altra serie videoludica che s'incentra su questa soluzione è quella di Metal Gear.[110]
La tecnica della distruttibilità degli ambienti tramite modellazione poligonale locale e non tramite animazione di distruzione completa si può citare Red Faction, Battlefield: Bad Company 2, che permettono di demolire gli elementi presenti nella scena e modellare il terreno, rendendo di fatto il gioco più interattivo e realistico.
La tecnica di simulazione dei liquidi è una soluzione che permette di simulare l'interattività degli ambienti e l'effetto delle proprie azioni in videogioco che utilizza questa soluzione come una meccanica principale di gioco è Portal 2[111] o Splatoon, mentre uno dei precursori di tali soluzioni, con la presenza di sangue materico è Severance: Blade of Darkness del 2001.
I videogiochi online incorrono nel problema del lag, che può in certi casi creare problemi di giocabilità; la soluzione tradizionale è il "delay-based netcode" che introduce un ritardo nei comandi in modo da rendere più facile l'esecuzione contemporanea delle azioni di ogni giocatore. Le prime soluzioni evolute che evitano d'introdurre un ritardo nei comandi si hanno con Starsiege: Tribes (1998), il quale introdusse un nuovo modello di controllo e gestione sui pacchetti dati trasmessi tramite internet[112], successivamente durante gli anni 2000 venne sviluppato un middleware basato sul rollback netcode chiamato GGPO (Good Game Peace Out), che si basa sulla previsione dei comandi dei giocatori e in caso di errore corregge l'animazione del personaggio per eseguire l'azione corretta.[113][114]
Una problematica che s'incorre con il passare degli anni è il cambio dei standard video, sia come porte che segnale, rendendo di fatto l'utilizzo delle vecchie macchine da gioco (console o PC) difficoltoso, in quanto serve o recuperare un televisore o monitor con le corrispettive porte o utilizzare adattatori, nel primo caso può risultare difficile reperire l'hardware, nel secondo caso non sempre è possibile apprezzare la qualità originale, in particolar modo per il segnale video, soprattutto nel caso di segnali interlacciati, che non sempre vengono gestiti al meglio dai differenti filtri deinterlaccianti, questo fa sì che esistano differenti adattatori, dal prezzo anche molto variabile tra loro e dalle differenti qualità di visualizzazione.
La difficoltà nel gestire i vecchi segnali analogici (soprattutto se interlacciati) e adattarli ai nuovi standard digitali progressivi e l'interesse da parte di molti giocatori a rivivere le vecchie esperienze, ha spinto il mercato a proporre modifiche hardware che prelevano il segnale video direttamente dalla scheda madre, prima che esso entri nel convertitore analogico, in modo da offrire la massima qualità ed in alcuni casi modificare anche il rendering delle immagini (agendo a livello di BIOS), in modo da offrire più risoluzioni native, andando di fatto anche a migliorare la qualità visiva rispetto all'originale.
Oltre al segnale video per il quale vengono in alcuni casi applicati elementi o rielaborati elementi per modificare la frequenza di aggiornamento del segnale video, esiste anche un'attenzione alla componente hardware, che in alcuni casi viene sottoposta anche a riparazioni o rigenerazioni, di cui una di queste serve per rimuovere l'ingiallimento delle plastiche (retrobright).
Mentre da parte delle case madri si è visto sia l'introduzione di modelli rievocativi degli originali, dalle forme più contenute e con vari adattamenti agli standard moderni (con controller USB o wireless e uscita video HDMI) e generalmente con titoli preinstallati e non modificabili, in alternativa o in accompagnamento viene eseguita la conversione o emulazione dei titoli originali sulle piattaforme moderne.
Il mercato del retrogaming ha una rilevanza non trascurabile, infatti un rapporto del 2025 evidenzia come il 14% dei nordamericani utilizza ancora sistemi pre 2000,[115] ed uno studio del 2025 che evidenzia come il 24% degli utilizzatori fino a 28 anni (generazione Z) possiede una piattaforma di gioco classica, fornendo come motivazione principale il fatto che risultino più rilassanti. Entrando più nel dettaglio lo studio del 2025 evidenzia come l'89% degli intervistati vive i giochi del passato come una pausa dall'internet, mentre il 74% ha concordato sul fatto che sono più rilassanti da giocare rispetto alle controparti moderne, mentre un 77% è attratta dal fascino della tecnologia retrò.[116]
Alcuni videogiochi di successo del passato vengono riproposti in versioni modernizzate. La riproposizione dei titoli può essere effettuata in vari modi, principalmente si ha:[97]
La conservazione o preservazione dei videogiochi (molti dei quali sopravvivono solo come abandonware, situazione che generalmente si verifica dopo diversi anni dalla pubblicazione[117]) e in particolar modo del loro codice sorgente è un problema aperto e attualmente senza una soluzione, in quanto vi è anche la questione dei diritti che deve essere delucidata a tali fini.[118] Il problema risulta essere progressivamente peggiorato fino ad oggi, poiché i videogiochi non escono più in forma definitiva, ma subiscono aggiornamenti continui, oltre al modo in cui i giochi sono distribuiti, protetti e giocati nell'era di Internet. Per le protezioni online dei videogiochi, anche se i server di autenticazione non funzionassero più, potrebbe apparire un metodo per eluderle o eliminarle, mentre per gli aggiornamenti continui non esiste un approccio chiaro per preservare le varie versioni che si sono succedute nel tempo.[119]
In ambito videoludico è possibile il collezionismo, soprattutto per i titoli presentati in formato fisico e edizioni fisiche a edizione speciale, fenomeno in crescita con il continuo spostamento del mercato su edizioni solo digitali dei videogiochi.[120] Tale mercato per quanto riguarda i titoli storici è tuttavia soggetto a potenziali truffe con materiale clonato o ricreato[121], mentre per quanto riguarda i titoli moderni solo digitali esiste la possibilità di collezionare un'edizione fisica solo tramite aziende dedite alla conversione degli stessi in formato fisico.[122]
I videogiochi sono frequentemente dotati di colonna sonora musicale. Molti videogiochi hanno ricevuto premi e candidature importanti come il Grammy Award per le loro colonne sonore.[123]
I Videogiochi sono accompagnati anche da pubblicazioni giornalistiche, come riviste, articoli di giornale, le quali presentano i videogiochi al pubblico, oppure ne fanno una recensione, inoltre possono fare il punto della situazione dell'ambiente videoludico, sia in fatto di videogiochi in senso stretto, sia del mondo che li circonda, come gli eventi o le aziende produttrici, retrospettive, analisi di saghe o dei prodotti di una casa editrice, classifiche (sia positive che negative[124]) e quant'altro.
Inoltre l'editoria può essere specializzata per una determinata console o marchio, oppure essere generalista, allo stesso modo può essere cartacea e/o digitale. Nel caso delle versioni cartacee era in alcuni casi allegato un disco o cassetta che poteva contenere i demo di vari giochi, o giochi completi.
La stampa specializzata spesso riceve il prodotto in anteprima prima che esso venga pubblicato, appositamente inviato dalla casa produttrice, ma in molti casi si tratta di una versione non definitiva che può presentare difetti che non dovrebbero essere presenti al momento del lancio. Il problema si è acuito da quando si è instaurato il fenomeno delle Day One Patch (D1P), che rende difficile soppesare un particolare comportamento del gioco e quindi ipotizzare lo stato di uscita del titolo[125]. Per quanto riguarda le recensioni degli utenti, generalmente queste sono eseguite a titolo uscito, quindi in teoria hanno a che fare con un titolo stabile, ma in questo caso viene a mancare tutta la controparte di professionalità di un addetto del settore. Inoltre tali recensioni possono essere utilizzate anche come strumento, quali il review bombing[126] per fini politici, ideologici o marketing.
Altri progetti
Eduard Wohirat Christian Dietl (Bad Aibling, 21 luglio 1890 – Rettenegg, 23 giugno 1944) è stato un generale tedesco, primo militare ad ottenere, durante la seconda guerra mondiale, la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia.
Eduard Dietl nacque a Bad Aibling, in Baviera, figlio di un funzionario delle finanze bavarese. Nel 1909, al suo secondo tentativo, entrò come allievo ufficiale nel 5º Reggimento Fanteria bavarese, per poi essere nominato sottotenente al termine dei suoi studi presso la Scuola di Guerra di Monaco di Baviera nel 1911. Nominato capitano nel 1915, con il suo reggimento prese parte alla prima guerra mondiale, venendo ferito quattro volte e ricevendo la Croce di Ferro sia di Seconda classe che di Prima (rispettivamente nel 1914 e nel 1916).
Convinto sostenitore del nazismo, si iscrisse al Partito Tedesco dei Lavoratori nel 1919, e prese parte al Putsch di Monaco il 9 novembre 1923. Promosso colonnello il 1º gennaio 1935, comandò il 99º Reggimento da Montagna sia durante l'Anschluss che durante la campagna di Polonia.
Promosso generale di divisione il 1º aprile 1940 e messo al comando della 3ª Divisione da Montagna, partecipò all'operazione Weserübung, l'attacco tedesco contro Norvegia e Danimarca. La divisione di Dietl venne trasferita via mare da una flottiglia di cacciatorpediniere fino al porto norvegese di Narvik, catturandolo dopo un breve combattimento. Poco dopo, una squadra navale britannica attaccò il porto affondando tutte le navi tedesche, isolando le truppe di Dietl. In seguito, truppe francesi, britanniche, polacche e norvegesi sbarcarono in forze per riconquistare il porto; le truppe di Dietl vennero scacciate dalla città solo dopo duri combattimenti, ma si trincerarono sulle colline circostanti. Quando il contingente alleato si ritirò, i tedeschi riconquistarono il porto. L'azione venne ampiamente sfruttata dalla propaganda tedesca, e Dietl fu il primo militare tedesco della seconda guerra mondiale ad ottenere la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia, il 19 giugno 1940[1].
Il 14 giugno 1940 venne messo al comando del Corpo da Montagna Norvegia (un Corpo d'armata composto dalla 2ª e 3ª Divisione da Montagna), con il quale prese parte, nel giugno del 1941, all'operazione Silberfuchs, l'attacco tedesco contro il porto sovietico di Murmansk; l'attacco non andò a buon fine, e le truppe di Dietl vennero fermate ad appena 50 km dal loro obbiettivo. Il 15 gennaio 1942 sostituì il generale Nikolaus von Falkenhorst alla guida delle truppe tedesche schierate in Lapponia (dal 20 giugno 1942 riunite nella 20ª Armata da Montagna), ma non ottenne grossi risultati.
Il 23 giugno 1944, l'aereo da trasporto Junkers Ju 52 sul quale stava viaggiando assieme ai generali tedeschi Eglseer, von Wickede e Rossi, di ritorno da un incontro con Hitler al Berghof, si schiantò al suolo presso il villaggio di Rettenegg, in Stiria, senza lasciare superstiti.
Altri progetti
La Guardia di Hlinka (Hlinkova Garda, HG) fu un'organizzazione paramilitare slovacca di ispirazione fascista, nazionalista e antisemita attiva tra il 1938 ed il 1945, braccio armato del Partito Popolare Slovacco di Hlinka (Hlinkova slovenská ľudová strana, HSLS). La Guardia prendeva il nome da Andrej Hlinka (1864-1938), sacerdote cattolico e leader politico popolare, storico sostenitore dell'autonomia della Slovacchia contro il predominio ceco (suo lo slogan «La Slovacchia agli slovacchi») e dichiarato ammiratore del regime fascista di Mussolini[1].
La HG iniziò a formarsi durante la crisi internazionale provocata dalla rivendicazione dei Sudeti da parte di Adolf Hitler, nell'estate del 1938. L'8 ottobre dello stesso anno, in seguito al riconoscimento dell'autonomia alla Slovacchia nell'ambito della Federazione cecoslovacca e una settimana dopo l'accoglimento delle richieste di Hitler alla Conferenza di Monaco, la Guardia fu ufficialmente istituita ed ebbe come primo comandante Karol Sidor (1901–53), che restò alla guida dell'organizzazione fino al marzo 1939[2]. La HG, che prendeva a modello analoghe formazioni paramilitari dell'epoca come le SA tedesche, divenne così il braccio armato del Partito Popolare Slovacco di Hlinka, con mansioni di sicurezza interna. In base a un decreto promulgato il 29 ottobre, la Guardia fu inoltre riconosciuta come la sola organizzazione nazionale autorizzata a fornire addestramento paramilitare ai suoi membri, i quali furono dotati di uniformi nere con berretto a bustina ed adottarono il saluto nazista. Il motto ufficiale dei miliziani era Na stráž! (“In guardia!”). Composta da membri di diversa estrazione sociale (esponenti della classe media, contadini e operai non specializzati), la Guardia propugnava, sul piano teorico, un'ideologia politica che univa al fervore religioso cattolico e all'anelito alla giustizia sociale un radicale nazionalismo anticeco e un acceso antisemitismo.
Con la proclamazione dell'indipendenza della Slovacchia (marzo 1939) e l'istituzione del regime clerico-fascista e filotedesco di monsignor Jozef Tiso (1887–1947), le funzioni della Guardia, al cui comando si trovava ora Alexander Mach (1902–1980), che avrebbe mantenuto tale ruolo fino al 1944 (e che rivestì anche, nello Stato indipendente slovacco, l'incarico di ministro dell'Interno e di capo della polizia segreta), vennero precisate in una serie di decreti governativi. La HG, definita come formazione paramilitare dell'HSLS (di fatto il partito unico del regime di Tiso) e affiancata dalla Gioventù di Hlinka (un'organizzazione giovanile modellata sulle analoghe organizzazioni italiane e tedesche), aveva il compito di promuovere e diffondere l'amore per la patria, di fornire addestramento bellico ai suoi membri e di salvaguardare la sicurezza interna del Paese (incarichi, questi, che la ponevano in diretta concorrenza con l'esercito e la polizia slovacchi). All'interno della HG esisteva inoltre un'unità di élite, la Rodobrana (Difesa patriottica), ispirata all'omonima organizzazione nazionalista esistita dal 1923 al 1927, quando le autorità cecoslovacche ne avevano ordinato lo scioglimento[3].
In seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale, che vide la Slovacchia di Tiso alleata del Terzo Reich, l'estremismo filonazista di diversi suoi esponenti mise spesso la Guardia in urto con le componenti più moderate e conservatrici del regime clerico-fascista[4], al punto che «[Nel luglio 1940] veniva varata una legge tendente a denazificare la Guardia di Hlinka e a votarla "all'educazione secondo i principi cristiani dei patrioti consacrati alla nazione slovacca"»[5]. Truppe d'assalto della HG furono comunque addestrate in Germania in un campo delle SS, che assegnarono ai reparti slovacchi anche un consigliere militare. Nel 1942 la HG collaborò, inoltre, alla deportazione di israeliti slovacchi verso il lager nazista di Auschwitz e, anche in seguito, effettuò regolarmente rastrellamenti di ebrei per conto dei tedeschi. Tali deportazioni portarono anche alla confisca delle proprietà ebraiche, che furono in parte distribuite a singoli membri della Guardia. Dopo l'insurrezione antinazista slovacca dell'agosto 1944, la HG fu integrata nelle SS e unità speciali della Guardia furono impiegate in operazioni militari contro la guerriglia partigiana. Reparti della HG parteciparono infatti all'offensiva che, tra l'autunno del 1944 e l'inizio della primavera dell'anno successivo, consentì ai miliziani nazionalisti di riconquistare decine di villaggi e di borgate precedentemente occupati dai partigiani comunisti, infliggendo loro dure perdite[6]. La storia della Guardia ebbe però presto fine quando, con l'invasione del Paese da parte delle truppe sovietiche nell'aprile 1945, lo Stato indipendente slovacco e il regime di Tiso cessarono di esistere.
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La comunicazione politica indica una pratica comunicativa che pone in relazione tre diversi soggetti: il sistema politico, i mass media e i cittadini.
Questo tipo di comunicazione è oggetto di studio a partire dagli anni cinquanta negli Stati Uniti d'America, e la disciplina ha in seguito interessato numerosi studiosi provenienti da varie nazioni. Non esiste una definizione univoca della materia, dal momento che essa viene osservata, descritta e analizzata da numerose discipline differenti, ed ogni qualvolta si tenta di darne una definizione organica non vi si riesce appieno, dal momento che il peso specifico dei diversi fenomeni ad essa correlati non è distribuito equamente, alcuni fenomeni vengono enfatizzati a scapito di altri a seconda delle aree di ricerca volte ad osservarne gli effetti.
La comunicazione politica nasce dall'incontro di due insiemi di discipline: le scienze della comunicazione (comprendendo dunque sociologia, psicologia sociale, antropologia, semiotica e massmediologia) e le scienze politiche. La comunicazione politica inoltre, può essere definita come "lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema dei media e dal cittadino-elettore"[1]. In questo panorama il sistema politico può essere visto come l'insieme di partiti, coalizioni, Parlamento, organi di governo e amministrazione, tutti interconnessi tra di loro.
Soltanto quando vi saranno approcci volti a sistematizzare la svariata letteratura disponibile sull'argomento in modo da costituirne una scienza munita di fondamenta autonome, allora sarà possibile definire con maggiore chiarezza l'argomento in questione. Al momento la letteratura scientifica sull'argomento si concentra su tematiche ad essa inerenti, ma specifiche, come ad esempio il rapporto tra mass media e sistema politico, oppure lo studio del linguaggio dei politici, o ancora lo studio degli effetti della comunicazione politica mediata sulla partecipazione e il voto da parte dei cittadini-elettori, o ancora l'analisi delle campagne elettorali dei partiti e dei vari candidati.
La comunicazione politica non è soltanto di tipo verbale, ma anche relativa ad altri aspetti dell'agire umano, come il modo di porsi dinanzi ai cittadini, le strette di mano dopo un comizio elettorale (un modo per comunicare un senso di vicinanza al popolo), il modo di impostare i manifesti elettorali, i momenti simbolici forti durante una campagna elettorale. Inoltre, essa si manifesta principalmente se non solamente attraverso i media di massa. Pertanto, l'attore mediale è quello più importante nella comunicazione, perché consente l'incontro tra politici e cittadini, molto spesso in un tipo di comunicazione a senso unico, anche se i cittadini possono far sentire la propria voce attraverso vari strumenti, quali lettere ai ministeri, manifestazioni di protesta, comunicando con i politici tramite social network, leggi di iniziativa popolare, attraverso le rilevazioni sull'opinione pubblica mediante ricerche demoscopiche (sondaggi), e attraverso la scelta del voto.
La comunicazione politica è inoltre anche una professione, dal momento che soprattutto in campagna elettorale i partiti ingaggiano personale esperto e conoscitore della materia, figure provenienti in gran parte dal mondo della pubblicità, delle pubbliche relazioni e del marketing, allo scopo di guadagnare consenso presso l'opinione pubblica, misurata tramite lo strumento del sondaggio politico-elettorale.
Le campagne elettorali sono da sempre l'argomento prediletto da chi si occupa dello studio di comunicazione politica, e ciò è dovuto soprattutto alla complessità dell'oggetto. Questo argomento spesso incontra elementi di marketing, ponendo l'elezione di un candidato come un prodotto da vendere, che offre un servizio ad una domanda proveniente da uno specifico target su cui tale partito si posiziona strategicamente, attraverso i suoi modi di agire e di comunicare al cittadino-elettore.
Gli elettori quindi valutano alcuni aspetti del candidato in base al suo essere e al suo fare. Ci sono degli elementi dell'essere del candidato che gli elettori valutano con più attenzione: la credibilità, intesa come il poter fare e il saper fare, e l'affidabilità, che invece riprende le capacità del dover fare e del voler fare. Nel primo caso, quello della credibilità, gli elettori si chiedono se il futuro leader politico sarà in grado di guidare le forze politiche e gestire i programmi; nel secondo caso, l'affidabilità, esprime le qualità più astratte del leader: l'onestà, la lealtà, la coerenza e l'impegno a mantenere le promesse.
Dopo le elezioni, residuerebbe uno spazio per la comunicazione politica, attinente alla messa in pratica delle promesse della campagna elettorale: ma "in un’azione politica presentata come se il momento della sua proclamazione valesse l’azione (...) l’azione amministrativa è stata progressivamente «separata» dall’azione politica, poiché è meno esposta e si inserisce nel tempo più lungo e caotico della messa in pratica"[2]. Il relativo ambito comunicativo è quindi meno presidiato, dando luogo ad un dislivello qualitativo nel messaggio trasmesso agli elettori.
Il gergo politico registra un'evoluzione linguistica proprio nella sua valenza comunicativa: in passato, si lamentava che la carenza di contenuti fosse segnata dall'affermarsi del politichese, mentre oggi essa viene identificata con il populismo[3]; vi è però chi individua in ambedue i fenomeni una connessione[4], rappresentata dal prevalente prescindere dalla complessità del reale[5].
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Il Nationaltheater (Teatro Nazionale) è un teatro di Monaco di Baviera, sito nella Max-Joseph-Platz.[1][2][3][4]
Il teatro venne commissionato da Massimiliano I e il progetto venne affidato all'architetto Karl von Fischer, che lo ultimò nel 1818. L'edificio venne distrutto da un incendio nel 1823 e venne riedificato per l'apertura del 23 gennaio 1825, su progetto di Leo von Klenze. In quella particolare situazione, per riedificare il teatro fu autorizzata un'eccezionale tassa su tutta la birra prodotta a Monaco di Baviera. L'edificio venne costruito in stile neoclassico, ispirandosi all'architettura dei templi greci. Anche l'interno del teatro rispetta i canoni della classicità greca. L'auditorium ha una forma circolare ed è decorato in rosso porpora, avorio, oro e azzurro. È circondato da cinque ordini di palchi, con al centro il palco reale.[1]
Il teatro divenne ben presto famoso per le rappresentazioni delle opere di Richard Wagner. Qui, infatti, si tennero le prime di Tristano e Isotta (Tristan und Isolde, 10 giugno 1865), di I maestri cantori di Norimberga (Die Meistersinger von Nürnberg, 21 giugno 1868), de L'oro del Reno (Das Rheingold, 22 settembre 1869), de La Valchiria (Die Wälkure, 26 giugno 1870) e Die Feen (29 giugno 1888).[1]
Durante l'ultima parte del XIX secolo fu Richard Strauss a dare lustro al teatro con le rappresentazioni delle sue opere. Nel 1887 avviene la prima assoluta di Aus Italien di Strauss e il 1º ottobre 1894 viene nominato direttore d'orchestra e artistico del Nationaltheater.[1] Il 1º gennaio 1913 Bruno Walter viene nominato Generalmusikdirektor.
L'edificio venne quasi completamente distrutto durante un bombardamento aereo nella notte del 3 ottobre 1943. Venne ricostruito su progetto di Gerhard Moritz Graubner, che si attenne ai disegni originali di von Fischer, fatta eccezione per una misura interna del teatro, che ha dato luogo ad una sala che era inesistente nel vecchio progetto. Il teatro riaprì il 22 novembre 1963, con la rappresentazione de I maestri cantori di Norimberga. Oggi il teatro è la sede dell'Opera di Stato della Baviera (Bayerische Staatsoper), dell'Orchestra di Stato della Baviera (Bayerische Staatsorchester), del Balletto di Stato della Baviera (Bayerische Staatsballet), nonché del festival lirico Münchner Opernfestspiele, che si svolge ogni anno nel mese di luglio.[1]
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Ramot Menashe (in ebraico רָמוֹת מְנַשֶּׁה?, letteralmente "alture di Menashe") è un kibbutz nell'Israele settentrionale. Situato nell'altopiano di Menashe tra la catena montuosa del Carmelo e la valle di Jezreel, rientra nella giurisdizione del consiglio regionale di Megiddo. Nel 2017, aveva una popolazione di 1 145 abitanti.[1]
Ramot Menashe si trova nell'altopiano di Menashe, da cui prende il nome il kibbutz. Il kibbutz è circondato da terreni aperti, per lo più terreni agricoli lavorati da membri del kibbutz. Le principali rotte che collegano il kibbutz ai suoi dintorni sono l'Autostrada 6 e la Strada 672.[2]
Secondo Benny Morris,[3] il kibbutz si trova su un terreno vicino a Daliyat al-Rawha', un villaggio palestinese spopolato, mentre Walid Khalidi fa notare che la terra di Ramot Menashe apparteneva in realtà all'ex villaggio di Sabbarin.[4]
Nel 1946 fu istituito un gar'in del movimento Hashomer Hatzair, composto dai superstiti dell'Olocausto e ribelli ebrei dall'Austria e dalla Polonia.[5] Il gar'in fu chiamato "Bone HaNegev" (letteralmente "costruttori del Negev") e i membri progettarono di costruire un insediamento nel Negev. Nell'aprile 1946, i membri del gar'in salirono a bordo di una nave a La Spezia, in Italia, insieme ad altri 1400 sopravvissuti all'Olocausto, ma gli inglesi scoprirono la nave e ne impedirono la navigazione. Gli abitanti di La Spezia mandarono cibo e aiuti alla nave e fecero pressione sugli inglesi per consentire alla nave di navigare in Palestina, e alla fine gli inglesi permisero alla nave di navigare.[6] Il 18 maggio 1946, i membri arrivarono in Palestina. Nonostante il loro desiderio di stabilirsi nel Negev, furono inviati a Ein HaShofet e Dalia per le qualifiche e il 29 luglio 1948 si stabilirono come kibbutz, contando 64 membri.[5][6] Il kibbutz servì come avamposto militare durante la guerra arabo-israeliana del 1948 e, dopo la guerra, i membri si trasferirono in un luogo vicino. Hanno iniziato a ripulire il terreno e a piantare alberi. Le condizioni di vita erano dure nei primi giorni, quando i membri vivevano in caserme e tende, disconnessi dall'acqua e dall'elettricità. Nel novembre 1948, il kibbutz adottò il nome di "Ramot Menashe".[5]
Durante i primi anni, il kibbutz assorbì diversi gar'in dell'Hashomer Hatzair dal Sud America. Nel 1950 il kibbutz assorbì un gruppo di 95 membri dell'Hashomer Hatzair provenienti da Cile e Uruguay. Nel 1955 arrivò un altro gruppo di 23 immigrati uruguaiani e nel 1962 altri 31 membri di un gruppo di giovani chiamato "Eshet".[5]
Negli anni 1980, il kibbutz entrò in una crisi economica come parte della crisi delle scorte delle banche nazionali. La crisi economica si concluse negli anni '90, quando venne avviato un rigoroso piano di ripresa: i settori economici non redditizi furono chiusi, alcune delle attività del kibbutz vennero vendute ai privati, il bilancio della comunità fu tagliato e si diede luogo un graduale processo di privatizzazione. Il kibbutz cambiò la struttura collettiva tradizionale e decise di adottare una struttura a "rete di sicurezza".[2]
All'inizio degli anni 2000, il kibbutz costruì un nuovo quartiere per 138 famiglie. I residenti del quartiere non sono membri del kibbutz, ma godono dei servizi della comunità del kibbutz.[2][5] Pertanto, il kibbutz ha raggiunto il limite delle famiglie in base al piano nazionale di Israele n. 35, che limita il numero massimo di famiglie nel kibbutz a 400 fino al 2020. Nel 2011, durante la protesta della giustizia sociale a livello nazionale, i membri del kibbutz chiesero al governo di liberare territori intorno al kibbutz per la sua espansione. Il motivo principale era quello di consentire ai precedenti membri del kibbutz di tornare e costruirvi le loro case.[7]
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La Tabella delle date di Pasqua di Sardica è un manoscritto del VII-VIII secolo scritto in latino e conservato a Verona, il cui contenuto è molto importante per la storia del calendario ebraico e delle controversie cristiane sulla data della Pasqua.
Il documento contiene la traduzione latina delle deliberazioni dei vescovi orientali ariani, che nel 343 abbandonarono il concilio di Sardica e si riunirono a Filippopoli in Tracia per esprimere il proprio credo in modo indipendente (Sardica è l'antico nome della capitale bulgara Sofia e Filippopoli è la moderna Plovdiv, seconda città della Bulgaria). In appendice ai canoni da loro stabiliti il manoscritto contiene una tabella con le date della Pasqua ebraica dal 328 al 343 e della Pasqua cristiana per il trentennio 328-357, forse assumendo che si sarebbero ripetute nel seguito con un ciclo trentennale.[1]
La tabella delle date di Pasqua è contenuta nel codice di Verona LX (58), custodito nella Biblioteca capitolare di Verona. Fu pubblicato per la prima volta da Eduard Schwartz nel suo Christliche und jüdische Ostertafeln (Berlino, 1905),[2]. Il codice membranaceo, composto da 126 carte (27 cm per 20 cm) è scritto in grafia onciale databile circa all'anno 700.[3] Il documento conciliare con le tabelle pasquali è contenuto nel verso della carta 79 e nella carta 80 (recto e verso).[4][5]
Il testo sembra essere copia o traduzione di un precedente documento redatto al tempo del Concilio di Sardica (AD 343). Esso, infatti, contiene sedici date della pasqua ebraica (il plenilunio del 14 Nisan) solo per gli anni 328-343, mostra poi le corrispondenti date della pasqua cristiana e vi aggiunge la previsione della data di Pasqua per i 14 anni successivi. La presenza di numerosi ed evidenti errori sia linguistici sia calendariali conferma che il documento è una copia maldestra.
Le date pasquali giudaiche sono molto particolari perché la data della Pasqua cade sempre nel mese giuliano di Marzo e spesso prima della data dell'equinozio. Esse probabilmente rappresentano l'uso di una città orientale, Antiochia secondo Sacha Stern, ma non dovrebbero corrispondere alle date utilizzate in altre parti della diaspora.[6] Questa mancanza di uniformità fra le diverse comunità ebraiche e la presenza di molte date che anticipano l'equinozio spiegano la crescente riluttanza dei cristiani a seguire l'uso ebraico per la definizione del giorno della Pasqua cristiana (un tempo collocata nella stessa data o più spesso nella prima domenica successiva la Pasqua ebraica[7]). La questione fu sollevata da diversi autori cristiani del terzo e quarto secolo[8] e il concilio di Nicea stabilì che i cristiani devono celebrare la festa dopo l'equinozio e in una stessa data (cosa evidentemente impossibile se si segue l'uso della comunità ebraica locale, ma questo uso non è geograficamente uniforme), pur senza esplicitare il criterio da adottare. L'imperatore Costantino in persona raccomandò di non farsi influenzare dagli ebrei, che finivano col celebrare due pasque in uno stesso anno[9]; un errore da lui considerato sintomo dell'irragionevolezza in cui erano caduti per il peccato di aver crocefisso Gesù.[10] Il settimo dei Canoni apostolici, un autorevole testo di poco successivo al documento di Sardica, proibisce esplicitamente di seguire l'uso ebraico proprio perché consentiva date antecedenti l'equinozio.[11] Il problema delle pasque antecedenti l'equinozio, quindi, risulta essere alla radice della ricerca cristiana di un criterio autonomo per stabilire la data della Pasqua.
Le date delle pasque cristiane contengono errori di copiatura e soprattutto ripetuti scambi nella definizione del mese, forse a causa di un imperfetto allineamento della colonna dei mesi con quella delle date nel documento originario, la cui impostazione grafica ci è, però, totalmente sconosciuta. E. Schwartz, nella prima edizione del testo ha suggerito delle correzioni[12], che sono state riviste ma perlopiù confermate da Sacha Stern[13].
Accettando queste correzioni, le "pasque cristiane" (in realtà sono i pleniluni pasquali in quanto la celebrazione potrebbe intendersi collocata nella prima domenica successiva) coincidono con quelle ebraiche solo se queste cadono il 21 marzo o successivamente. Altrimenti la pasqua è collocata al plenilunio successivo (trenta giorni dopo).
Lo schema proposto è basato su 11 mesi embolismici nell'arco di trent'anni. Dato che all'anno lunare mancano 11 giorni per completare un anno solare, nel corso di 30 anni si accumulerebbe un ritardo di 11x30=330 giorni, pari proprio agli 11 mesi di 30 giorni inseriti. Il ciclo sulle date calendariali, quindi, si ripete esattamente senza necessità di alcun saltus lunae come previsto invece al termine del ciclo metonico. Questa ciclicità trentennale riguarda solo e in modo approssimativo i pleniluni lunari e perciò corrisponde a una ciclicità delle date di Pasqua solo per cristiani quartodecimani. Nella stessa data giuliana, infatti, non si ripete lo stesso giorno della settimana (per questo occorrerebbero 14 cicli cioè 420 anni) e la domenica successiva al plenilunio lunare cade in data ogni volta diversa.
Benché i vescovi scismatici valorizzassero lo schema trentennale da loro proposto in base anche alla coincidenza che secondo una tradizione Gesù visse esattamente trenta anni, lo schema era astronomicamente poco accurato perché al termine dei trenta anni la luna non ricompariva con la stessa puntualità che caratterizza il ciclo metonico. Dato infatti che 30=19+11, la luna si trovava all'undicesimo anno del secondo ciclo metonico.
Le date sia ebraiche che cristiane si susseguono secondo una epatta di 11 giorni. Ogni anno, cioè, la data del plenilunio pasquale anticipa di undici giorni salvo che quando la pasqua ebraica cade prima del primo marzo o quella cristiana cade prima del 21 marzo vengono poi aggiunti trenta giorni.[14] I dati non chiariscono come venisse trattato il caso di un plenilunio al 21 marzo; essi infatti comprendono la data errata del 21 aprile che potrebbe essere corretta sia come 21 marzo (come fa Schwartz) sia come 20 aprile, in accordo con la prassi ecclesiastica successiva che esclude che il plenilunio pasquale possa coincidere con l'equinozio.
La ferrovia Napoli-Portici fu la prima linea ferroviaria costruita nella penisola italiana, nel territorio all'epoca facente parte del Regno delle Due Sicilie. Commissionata da re Ferdinando II delle Due Sicilie, la linea venne ufficialmente inaugurata il 3 ottobre 1839:[1] era a doppio binario e aveva la lunghezza di 7,25 chilometri.[2] Oggi il suo tracciato è integrato nella ferrovia Napoli-Salerno.
La convenzione per la sua costruzione venne firmata il 19 giugno 1836[3]; con essa si concedeva all'ingegnere Armand Joseph Bayard de la Vingtrie la concessione per la costruzione in quattro anni di una linea ferroviaria da Napoli a Nocera dei Pagani, con derivazione per Castellammare di Stabia che si sarebbe staccato all'altezza di Torre Annunziata. L'anno seguente venne costituita a Parigi la società Bayard & De Vergès, della quale facevano parte l'ingegnere, i suoi due fratelli e l'ingegnere Fortunato de Vergès, per la costruzione e la gestione della ferrovia.[4]
Il tratto fu inaugurato il 3 ottobre del 1839 con grande solennità nel rispetto di un programma che prevedeva, dato che la stazione di Napoli al Carmine non era ancora pronta, che il viaggio avvenisse con partenza da Portici. Il primo convoglio era composto da una locomotiva a vapore, di costruzione inglese Longridge e Co. di Newcastle, battezzata "Vesuvio", una locomotiva a tre assi liberi di cui uno motore che sviluppava una potenza pari a 65CV, e da otto vagoni. Il percorso, a binario semplice e lungo 7250 metri, venne coperto in nove minuti e mezzo. Il re Ferdinando II pertanto si recò nella villa del Carrione al Granatello di Portici, dove era stato approntato il padiglione reale decorato all'occorrenza con accanto un altare. Verso le ore undici il re ricevette l'ingegner Bayard e la squadra di ingegneri prendendo poi posto sul convoglio inaugurale per tornare a Napoli. I vari discorsi di circostanza furono conclusi dal re Ferdinando II, il quale, in francese, espresse l'augurio di veder realizzata la ferrovia fino al mare Adriatico e a mezzogiorno ordinò la partenza davanti alle autorità[5].
Il primo convoglio ferroviario portava nelle vetture 48 personalità, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell'ultima vettura prese posto la banda della guardia reale. Il percorso venne compiuto in nove minuti e mezzo tra ali di gente stupita e festante.
Nei successivi quaranta giorni ben 85.759 passeggeri usufruirono della ferrovia. Il pittore di corte Salvatore Fergola immortalò gli avvenimenti nei suoi celebri dipinti.
La linea era solo parte di un progetto più vasto: il 4 agosto 1842 veniva infatti inaugurato il tratto diramato fino a Torre Annunziata e Castellammare di Stabia e due anni dopo, il 18 maggio 1844, la prosecuzione per Pompei, Angri, Pagani e Nocera Inferiore. Il 31 luglio 1858, la linea ferroviaria venne estesa fino a Cava dei Tirreni, mentre esattamente due anni dopo, nel 1860, raggiunse anche Vietri sul Mare. Nel 1846 l'ingegner Bayard ottenne la concessione anche per il prolungamento su San Severino e Avellino[6].
Il 20 maggio 1866, fu ultimato il completamento della linea ferroviaria tra Napoli e Salerno. Contemporaneamente, con la formazione del nuovo Governo Italiano Ricasoli II, la Società per le Strade Ferrate Meridionali assunse l'incarico di gestore dell'infrastruttura.
La stazione di Napoli Bayard funzionò fino al 1866, quando, in seguito al collegamento con la stazione di Napoli Centrale fu declassata a impianto di servizio.
Lo storico tratto ferroviario ha subito nel corso degli anni numerosi danni. Nel 1943, essa fu semidistrutta dall'esplosione della nave Caterina Costa, carica di materiale bellico e sulla quale si sviluppò un incendio per il quale le autorità cittadine agirono in netto ritardo. Un crollo parziale della Villa d'Elboeuf di Portici, posta in immediata prossimità con la linea ferroviaria, comportò nel 2014 la chiusura della linea fino al 12 aprile 2015 per consentire l'esecuzione di un manufatto di protezione.
La linea, costruita inizialmente ad unico binario, venne raddoppiata dopo pochi mesi senza fermate intermedie. Il primo tratto, che si estendeva fino al Porto di Granatello, includeva 33 ponti, 541 ringhiere di ferro a difesa del mare e 2958 metri di muri di supporto.
Il percorso originario della Napoli-Portici differisce da quello attuale solo nel primo tratto, dalla stazione terminale di Napoli al Carmine fino all'imbocco del Ponte dei Francesi. Di tale originario percorso oggi restano pochissime tracce.
La stazione capolinea per la partenza della linea da Napoli era compresa tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana lungo la via detta dei Fossi, attuale Corso Garibaldi, fuori le mura aragonesi che all'epoca ancora esistevano tra le due Porte.
La linea, uscita dalla stazione di Napoli al Carmine, proseguiva in linea retta, seguendo l'attuale Via Nicola Capasso e superato l'attuale corso Arnaldo Lucci, il suo tracciato proseguiva lungo quella che è l'attuale via Antonio Pacinotti, e, dopo aver incrociato l'attuale via Emanuele Gianturco, attraversava l'area della zona occupata fino al 1975 dalle Officine del Granilli superava l'attuale via Benedetto Brin, dove ancora oggi è presente una vecchia casa cantoniera restaurata e privata, lambendo poi le Officine del Granilli e proseguendo poi in linea retta sottopassava la Regia strada delle Calabrie sotto un ponte a due archi, denominato "Ponte dei Francesi". All'altezza del "Ponte dei Francesi" la linea fu deviata, nel 1866, per la nuova stazione di Napoli Centrale. Proseguendo verso Portici, la linea seguiva l'attuale ferrovia Napoli-Salerno.
Nel 1840 a Pietrarsa, località sita al centro degli attuali confini dei comuni di Napoli e San Giorgio a Cremano, per volere del Re Ferdinando II di Borbone, venne costruito il Reale Opificio Borbonico, nato come stabilimento per l'industria siderurgica in grado di produrre materiale bellico e civile utilizzando anche il ferro proveniente dal Polo siderurgico di Mongiana, che a partire dal 1843 si occupò anche della costruzione e della revisione delle locomotive a vapore e delle carrozze, ospitando, inoltre, una scuola di addestramento per macchinisti. Le, ribattezzate poi, Officine di Pietrarsa sono state, di fatto, la prima fabbrica ferroviaria Italiana. Rimasero in funzione fino al 1975, diventando, dal 1989, sede del Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. L'odierno museo si sviluppa su un'area complessiva di 50mila metri quadrati, di cui 14 al coperto.
Il 4 agosto 1842 con il prolungamento della linea ferrovia fino a Torre Annunziata e Castellammare di Stabia alla stazione di Portici venne aperto il tronco trasformando la stazione da stazione di testa in stazione passante.
La costruzione delle Officine di Pietrarsa è stata un'altra delle influenze collaterali di questo progetto, con la conversione, nel 1842 del grande stabilimento di produzione di cannoni e proiettili d'artiglieria alla produzione ferroviaria, per la costruzione di locomotive e l'assemblaggio di materiale rotabile a Pietrarsa (decreto reale del 22 maggio 1843). Le officine divennero presto un esempio di uso di lavorazioni e tecnologie di avanguardia. Inizialmente le officine si occuparono di riparazioni, poi vennero messe in cantiere locomotive completamente assemblate nello stabilimento su modello inglese.
Anche il papa Pio IX visitò la fabbrica il 23 settembre 1849: a ricordo della storica visita i 500 operai vollero erigere una chiesa posta di fronte allo stabilimento, terminata nel 1853 poi demolita nel 1919.
Il 1845 è anche l'anno in cui venne costruita la prima locomotiva a vapore italiana (anche se sulla base di un modello inglese): questa assunse il nome augurale di Pietrarsa.[8]
Dall'inizio della produzione diretta di rotabili e fino al 1905 a Pietrarsa risultano costruite oltre 300 locomotive, varie centinaia di carrozze e qualche migliaio di carri merci[9]. Il declino della trazione a vapore in Italia coincide con il declino dell'attività delle Officine di Pietrarsa e Granili, essendo queste specializzate in tale settore, non essendo possibile una eventuale riconversione a causa della mancanza di spazi utilizzabili.[8]
La costruzione di oltre 13.500 metri quadrati, una volta dismessa, è diventata la sede del Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa.
Anche le Poste italiane hanno voluto ricordare prima il 100º anniversario dell'avvenimento nel 1939 con una serie di 3 valori (20 e 50 cent., 1,25 lire) ed in seguito il 150º anniversario dell'avvenimento, nel 1989 con l'emissione di due francobolli commemorativi, entrambi da 550 lire.
Data la novità del mezzo ferroviario, per la realizzazione fu necessario rivolgersi all'industria straniera: la progettazione, così come il capitale investito, era francese, le locomotive, di rodiggio 1 A 1, giunsero dal Regno Unito ed erano costruite sul modello delle prime progettate da George e Robert Stephenson, nelle officine Longridge e Starbuk di Newcastle[10]. Il resto dei materiali rotabili era stato invece costruito nel Regno delle Due Sicilie. Il ferro delle rotaie proveniva dalle miniere della Vallata dello Stilaro e fu lavorato nel polo siderurgico di Mongiana, in Calabria. Le rotaie erano realizzate in ferro battuto, in moduli da 5 metri, per il peso di 25 kg per metro di lunghezza.
La locomotiva Vesuvio che trainò il treno inaugurale pesava 13 tonnellate e sviluppava una potenza di 65 CV alla velocità di 50 km/ora, trainando 7 carrozze per un peso complessivo di 46 tonnellate[11]. La caldaia era fasciata da liste di legno pregiato tenute insieme da quattro cerchiature in ottone. Il tender a due assi trasportava sia l'acqua che il carbone. La gemella Longridge aveva poco prima effettuato il treno staffetta.
Per quanto riguarda il tracciato, la pendenza massima della linea era del 2 per mille, mentre il raggio di curvatura del tragitto si attestava mediamente tra i 1300 e i 1400 metri[11].
Nel 1939 nella ricorrenza del centenario dell'inaugurazione venne ricostruito integralmente il convoglio inaugurale e, dato che non esistevano più i piani progettuali con le misure, la locomotiva venne ricostruita secondo il progetto della Bayard, anch'essa Longridge e solo leggermente differente.
Altri progetti
Ferdinando VI di Borbone (Madrid, 23 settembre 1713 – Villaviciosa de Odón, 10 agosto 1759) fu re di Spagna dal 1746 fino alla morte.
Ferdinando VI nacque al Real Alcázar de Madrid il 23 settembre 1713 dal re Filippo V di Borbone e da Maria Luisa di Savoia; la sua nascita seguiva quella dei tre fratelli maggiori, Luigi, Filippo e Filippo Pietro, nati rispettivamente nel 1707, 1709 e nel 1712. Filippo era morto a 16 giorni di vita e nel 1719 morì anche Filippo Pietro, il che rese Ferdinando il secondo nella linea di successione, dopo il fratello Luigi[1].
Il giovane principe ebbe, tuttavia, un'infanzia assai triste, dal momento che, quando aveva soli cinque mesi, perse la madre, morta di tubercolosi; appena sette mesi dopo, il padre, avvinto alla ragion di stato, si risposò con Elisabetta Farnese, erede del Ducato di Parma e presumibilmente del Granducato di Toscana[2]. Crescendo, Ferdinando divenne timido, malinconico e con poca fiducia in sé stesso e nelle sue capacità, e si appassionò alla musica e alla caccia.
La nuova regina partorì altri sei figli, a cominciare da Don Carlos, nato il 20 gennaio 1716, ai quali sin dal principio dedicò tutte le proprie attenzioni, trascurando al contempo i figliastri. Ben presto, inoltre, approfittando dell'ascendente sul marito, Elisabetta Farnese ottenne una forte presa sugli affari di Stato, volgendo la politica estera del regno verso lo scopo di assicurare ai propri figli, in particolare ai maggiori, Carlo e Filippo, dei domini autonomi in Italia. Pertanto, sia Luigi che Ferdinando passarono l'infanzia in solitudine, anche perché il severo cerimoniale di corte impediva ogni contatto diretto tra i principi ed il re, loro padre, con il quale potevano comunicare soltanto mediante epistole in francese, la lingua usata in famiglia[3].
Nel 1721, compiuti i sette anni, Ferdinando ottenne un appartamento autonomo nel Palazzo Reale ed il re pose il conte di Salazar come precettore per il giovane infante[4].
Il 10 gennaio 1724, Filippo V, malinconico e frustrato, decise di abdicare in favore del proprio figlio sedicenne Luigi, che era sposato con la quindicenne Luisa Elisabetta d'Orleans; dato che non aveva figli, Ferdinando, di appena dieci anni, divenne Principe delle Asturie.
Luigi, tuttavia, regnò per soli sette mesi, poiché contrasse il vaiolo e morì il 31 agosto 1724, pochi giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno. Secondo le leggi ordinarie di successione, il suo erede avrebbe dovuto essere Ferdinando, ma la regina madre, Elisabetta Farnese, fece forti pressioni sul marito affinché annullasse l'abdicazione e riassumesse il trono: Filippo cedette, riprese la corona e giurò il 25 novembre davanti alle Cortes, riconvocate a tale scopo, mentre Ferdinando fu confermato Principe delle Asturie[5].
Il 20 gennaio 1729, Ferdinando sposò la principessa portoghese Maria Barbara di Braganza, figlia di Giovanni V del Portogallo, mentre il di lei fratello Giuseppe, futuro Giuseppe I sposava la sorellastra di Ferdinando, Marianna Vittoria. Lui aveva sedici anni, mentre lei diciotto.
Entrambi i matrimoni costituivano un tentativo di ripristinare relazioni di buon vicinato tra Spagna e Portogallo e, al di là di questo, furono positivi: sebbene inizialmente Ferdinando fosse assai turbato dall'aspetto non eccelso di Maria Barbara, che era assai robusta, ben presto divennero estremamente affiatati, anche grazie alla comune passione musicale[6].
Infatti, se Maria Barbara era stata allieva del compositore italiano Domenico Scarlatti, che peraltro fu invitato a Madrid, Ferdinando fu il più grande e generoso tra i protettori del celebre cantante evirato napoletano Farinelli, la cui voce era in sintonia con il carattere malinconico del monarca. Il Farinelli divenne a tal punto influente e ricco che chiunque avesse avuto bisogno di un favore dal sovrano doveva rivolgersi a lui se voleva ottenerlo, pur mantenendo ad ogni modo un equilibrio di onestà raro per quei tempi.
Unico problema di tale unione, tuttavia, fu la mancanza di eredi: Maria Barbara, infatti, rimase incinta solo nel 1733, ma diede alla luce un figlio nato morto e con il tempo iniziò a soffrire di forti problemi di salute, fra cui l'asma, che le impedirono ulteriori gravidanze[7].
Ferdinando rimase Principe delle Asturie per i successivi ventidue anni di regno del padre, il cui stato mentale, tuttavia, ben presto cominciò a deteriorarsi, mentre Elisabetta Farnese, allo scopo di assumere maggiore influenza sulla politica spagnola, tendeva ad escludere il principe ereditario dalla vita di corte e dalle visite al suo stesso padre; in tale atmosfera ben presto alcuni ambienti della nobiltà e del clero insistettero verso il sovrano affinché abdicasse, ma Elisabetta riuscì ad impedire tali suggestioni[8].
Nel 1733, inoltre, Elisabetta impose che Ferdinando e Maria Barbara potessero ricevere visite da non più di quattro persone, i cui nomi sarebbero stati comunicati al re (ovvero ad Elisabetta medesima) e che tra tali ospiti non vi potessero essere gli ambasciatori di Francia e Portogallo; la regina giunse a vietare ai principi di mangiare in pubblico o di visitare templi o monasteri, oltre ad avere ogni rapporto con il governo e con il segretario di stato[9].
Negli ultimi anni di regno la salute di Filippo V ebbe un tracollo e il re si spense il 9 luglio 1746 a seguito di un ictus; finiva così la semi-prigionia di Ferdinando.
Infatti, non appena salì al trono, il nuovo sovrano ordinò alla regina vedova Elisabetta Farnese di lasciare il palazzo reale di Madrid e di recarsi presso la villa della Duchessa di Osuna insieme ai figli più piccoli, Luigi e Marianna Vittoria; l'anno successivo Ferdinando bandì la matrigna da Madrid e la confinò a Segovia presso il palazzo de Granja de San Ildefonso, ignorando completamente le sue reiterate proteste[10].
In merito a tali circostanze, l'ambasciatore francese a Madrid, sottolineando il ruolo e l'influenza di Maria Barbara, commentò: "È piuttosto Maria Barbara a succedere ad Elisabetta che non Ferdinando a Filippo"[11].
Accanto alla moglie, Ferdinando lasciò ampia influenza e libertà di azione ai propri ministri, in particolare al segretario al tesoro e alle Indie, Marchese di Ensenada, assai vicino alla Francia, ed al segretario di stato José de Carvajal y Lancaster, sostenitore di un'alleanza con la Gran Bretagna, le principali figure politiche durante il regno di Ferdinando VI.
Ferdinando VI, al contrario del padre, preferì attuare una politica di stretta neutralità, allo scopo di favorire la ripresa dei commerci e dei mercati coloniali, onde prevenire un'ulteriore espansione britannica e, a tale scopo, richiamò le truppe dall'Italia, disimpegnandosi dalla guerra di successione austriaca[12].
Nel 1751 Ensenada presentò al sovrano un vero e proprio programma, i cui passaggi fondamentali erano: pace e restituzione alla Spagna di un ruolo di prestigio sulla scena mondiale; mantenere un rapporto positivo con il Portogallo e lo status quo in Italia, ovvero difendere gli Stati di Napoli e Parma, affidati rispettivamente a Carlo e Filippo, fratellastri del re, senza l'uso della forza; riottenere Gibilterra ed abrogare le clausole della Pace di Utrecht che conferivano alla Francia il cosiddetto asiento e alla Gran Bretagna il diritto del vascello di permesso (il diritto di inviare una nave all'anno nelle colonie americane spagnole, che costituiva un forte incentivo al contrabbando)[13].
Naturalmente, per ottenere tali risultati, Ensenada propugnava una politica di rafforzamento dell'esercito e della marina militare, affinché la Spagna potesse affrancarsi dagli aiuti francesi e allo stesso tempo potesse resistere alla potenza navale inglese[14].
In conformità a tali progetti, Ensenada intraprese un forte programma di riarmo, allo scopo di portare la forza dell'esercito di terra a 100 battaglioni di fanteria e 100 squadroni di cavalleria, in modo da ridurre il divario nei confronti della Francia (al tempo aveva 377 battaglioni e 235 squadroni), mentre la marina spagnola avrebbe dovuto equipaggiare in cinque anni 60 navi, di cui almeno 40 fregate (la Royal Navy aveva in servizio, infatti, 288 navi contro le 33 spagnole). Per quanto riguarda l'esercito, tale obbiettivo fu completamente raggiunto, mentre la marina poté armare solo 27 navi sulle 60 previste[15].
Il costo di tali misure indusse lo stesso Ensenada ad attuare una riforma fiscale mirante alla istituzione, nelle terre della Corona di Castiglia, di un contributo unico sul reddito, sul modello di quanto attuato in precedenza nella Corona di Aragona poco dopo la Guerra di successione spagnola. Tale contributo unico, detto anche cadastre, avrebbe sostituito le diverse imposizioni fiscali, ma non fu mai pienamente attuato per via delle fortissime resistenze; in ogni caso, il reddito fiscale fu notevolmente incrementato con la costituzione di monopoli sui beni e sui consumi di lusso (in primis tabacco e giochi) e con la istituzione di un sistema statale di esazione dei tributi, sottoposti a stretto controllo della corona, in sostituzione del precedente sistema degli appalti concessi a privati cittadini[16].
Accanto a tali misure fu istituito, nel 1752, il Giro Real, una banca di favore per trasferire i fondi pubblici e privati fuori dalla Spagna mantenendo tutti gli scambi esterni sotto controllo della Tesoreria Reale, arricchendo così lo Stato, il quale non necessitava più di una banca d'appoggio esterna; fu anche fondata la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando allo scopo di promuovere l'arte e la cultura nel regno.
Inoltre, nel 1753, fu stipulato un concordato con la Chiesa cattolica in modo da chiudere i contrasti risalenti alla Guerra di successione spagnola: Benedetto XIV ottenne in Spagna il patronato universale, detenendo direttamente il controllo e l'amministrazione di tutto il clero presente nella penisola iberica; lo Stato poté imporre contributi fiscali al clero e fu sollevato dai costi derivanti dalla cura e dallo stipendio dei sacerdoti[17].
Infine, Ferdinando VI, il 30 agosto 1749, ordinò l'espulsione della popolazione gitana del regno (con l'eccezione dei minori di 14 anni che furono affidati alle istituzioni religiose)[18], mentre il 6 luglio 1751 promulgò un'ordinanza con cui vietava l'attività della massoneria[19].
Nei primi anni di regno, la politica estera di Ferdinando VI e dei suoi ministri ebbe come destinatari principali le colonie americane e la loro sicurezza mediante la stipula di due trattati.
Infatti, il 13 gennaio 1750, Spagna e Portogallo stipularono il Trattato di Madrid, con il quale delimitarono i confini dei rispettivi imperi coloniali, superando quei contenziosi che si trascinavano sin dal Trattato di Tordesillas: in base all'accordo, il re del Portogallo riconobbe la colonia spagnola delle Filippine e cedette la contesa colonia di Sacramento, mentre la Spagna accettò le conquiste portoghesi nell'Amazzonia e cedette sette reducciones appartenenti ai gesuiti poste nell'odierno Paraguay. Tale cessione provocò la lunga e sanguinosa rivolta degli indios Guaraní, che abitavano le reducciones sotto l'egida dei gesuiti: il trattato fu quindi annullato da Carlo III nel 1761 e la questione fu chiusa solo nel 1777[20].
Poi, il 5 ottobre dello stesso anno, il segretario di stato Carvajal negoziò un accordo con la South Sea Company mediante il quale, dietro il compenso di 100 000 ghinee, la compagnia rinunciava all'asiento; in ogni caso, tale trattato non fermò il mercato clandestino di schiavi di colore che si svolgeva tra la Giamaica e il Belize[21].
Infine, il 14 giugno 1752, Spagna e Austria firmarono il Trattato di Aranjuez, con il quale entrambe le potenze riconoscevano lo status quo italiano.
Negli anni seguenti il re ed il governo spagnolo volsero la loro attenzione al fiorente contrabbando britannico e cercarono di limitarlo restringendo le misure di sorveglianza.
Ben presto, nonostante la stipula dell'Accordo di Madrid del 5 ottobre 1752, i continui contrasti doganali minarono le relazioni ispano-britanniche e l'ambasciatore inglese a Madrid, Benjamin Keene, considerando Ensenada come il principale responsabile del deterioramento dei rapporti tra i due paesi, fece pressioni sulla corte affinché fosse allontanato Ensenada, la cui influenza era divenuta ancor più forte a seguito della morte del segretario di stato Cervajal[22].
Va notato, poi, che la posizione del ministro aveva attirato notevoli critiche sia per il progetto di riforma fiscale, sia per la guerra degli indios Guaranì, sia per il conflitto su chi avesse dovuto ricoprire l'incarico di ambasciatore a Londra: il maggiordomo maggiore del re, Fernando de Silva y Álvarez de Toledo, duca di Huéscar, infatti, patrocinava la candidatura di Ricardo Wall, sostenitore di una politica di neutralità, e aveva fortemente criticato la gestione di Ensenada della ribellione dei Gesuiti. Poco dopo, il duca di Huéscar ottenne l'appoggio dell'ambasciatore britannico Keene ed insieme indussero Ferdinando VI, peraltro non informato delle intenzioni bellicose di Ensenada, di disporre l'arresto del ministro, che fu effettuato domenica 21 luglio 1754[23].
Arrestato, Ensenada fu sottoposto a processo con l'accusa di aver rivelato segreti di stato; i magistrati, tuttavia, derubricarono l'imputazione al meno grave reato di appropriazione indebita, ma in seguito il processo fu sospeso grazie all'intercessione di Farinelli presso il sovrano[24].
Con la caduta di Ensenada fu istituito un nuovo governo: Wall ottenne la segreteria di stato, Portocarrero il dicastero delle colonie, il Conte di Valparaiso il ministero delle finanze, i generali Sebastián de Eslava e Julian de Arriaga y Ribera rispettivamente la guerra e la marina.
Il nuovo esecutivo ebbe come problema principale quello di mantenere la neutralità spagnola nel corso della Guerra dei sette anni, scoppiata nel maggio del 1756 e che vedeva contrapporsi l'inedita alleanza franco-austriaca contro quella anglo-prussiana. Entrambi i contendenti cercarono l'appoggio spagnolo: la Gran Bretagna offrì la restituzione di Gibilterra e un maggiore apporto contro il problema del contrabbando, la Francia promise la consegna della piazza di Minorca, occupata nel giugno del 1756 e dominio britannico dal 1714, oltre al rinnovo dei Patti di Famiglia. Ferdinando VI, tuttavia, ritenendo che la Spagna non fosse militarmente pronta, ribadì la neutralità spagnola, nonostante gli attacchi inglesi contro i pescherecci baschi che si spingevano nelle acque di Terranova[25].
Nel 1758 la salute della regina peggiorò per via della sempre più forte asma; ciò indusse il sovrano a sospendere ogni divertimento a corte e poi a ordinare il trasferimento, a tappe, della famiglia reale presso Aranjuez, nella speranza che il cambio di luoghi potesse giovare alla salute della moglie[26].
Nel mese di luglio, Maria Barbara iniziò a soffrire di forti febbri; il 25 agosto perse la voce ed entrò in agonia; morì la mattina del 27 agosto ed il feretro fu portato al Convento de las Salesas Reales, da lei stessa fondato[27].
La morte della regina fece degenerare la malinconia del sovrano in uno stato di follia: Ferdinando VI, infatti, non partecipò ai funerali dell'amata moglie e, accompagnato dal fratellastro, l'infante Luigi Antonio, si stabilì nel castello di Villaviciosa de Odón, cercando di distrarsi con la caccia.
Dopo appena dieci giorni, iniziarono i sintomi della malattia: intento alla caccia, il re sentì una fortissima paura di morire e una sensazione di annegamento che lo indusse a ritornare nel castello; firmò l'ultimo documento ufficiale un mese dopo la morte della moglie, smise di parlare, ridusse sempre di più i suoi pasti giungendo a compiere lunghi digiuni e, infine, si chiuse in una stanza, ammobiliata con solo un letto, ove trascorse i suoi ultimi mesi[28].
In questo ultimo periodo divenne aggressivo: nonostante fosse sedato con l'oppio, mordeva chiunque lo visitasse (così ha lasciato scritto il fratellastro Luigi Antonio in una lettera a sua madre), tentò diverse volte il suicidio chiedendo a medici e a membri della guardia reale veleno o armi ed era solito girare per le stanze del castello con un lenzuolo come un fantasma o giacere a terra come se fosse morto; infine, smise di mangiare, di curare l'igiene personale e dormiva su due sedie e uno sgabello[29].
Il 10 agosto 1759, esattamente il tredicesimo anniversario della sua proclamazione come re, Ferdinando morì senza figli all'età di 45 anni a causa della sua malattia mentale e delle sue condizioni fisiche di malnutrizione; su suo desiderio, fu seppellito accanto alla moglie in una cappella del Convento de las Salesas Reales, progettata da Francesco Sabatini e completata durante il regno del suo successore, il fratellastro Carlo III[30].
Altri progetti
Le elezioni parlamentari in Grecia del giugno 2023 si sono tenute il 25 giugno per il rinnovo del Parlamento ellenico, giunto alla sua XX legislatura[1][2][3][4].
Le consultazioni sono state indette ad un mese dalle elezioni precedenti a causa dell’incapacità nel costituire un eventuale governo di coalizione, dovuta ad una situazione di stallo politico generata dal sistema elettorale[5][6][7].
Esse hanno visto un’ennesima ed importante riconferma del partito di centro-destra Nuova Democrazia e del suo leader Kyriakos Mītsotakīs, con ben il 40,56% dei consensi e 158 seggi, riuscendo dunque ad ottenere nuovamente, rispetto alle elezioni precedenti, la maggioranza assoluta in Parlamento[8][9][10].
A differenza delle precedenti elezioni, la legge in vigore per questa tornata elettorale prevede una serie di modifiche nell’assegnazione dei seggi. Poiché infatti la proposta che approvò nel 2020 la maggioranza a guida Nuova Democrazia non ebbe il supporto di almeno una maggioranza dei 2/3 per entrare subito in vigore (come previsto dalla Costituzione), la sua data di applicazione è slittata alle prime elezioni successive dopo il primo rinnovo del parlamento (avvenuto nel maggio 2023), cioè quest’ultime[11].
Essa definisce un ritorno ad un sistema proporzionale con premio di maggioranza ma secondo una formula molto diversa dalla precedente, abrogando dunque il sistema proporzionale semplice che ha contrassegnato la precedente elezione, pur mantenendo una soglia di sbarramento del 3% per entrare in Parlamento.
Nello specifico, anziché un premio fisso di 50 seggi al partito che avesse ottenuto il maggior numero di voti (come accadeva prima del passaggio al proporzionale semplice), è previsto un premio progressivo, che assegna sempre più seggi (fino ad un massimo di 50) in base alla percentuale di voti ottenuti. Se un partito, infatti, ottenesse il 25% dei voti, riceverebbe automaticamente 20 seggi e, superata questa percentuale, un seggio ogni mezzo punto percentuale, fino al 40%, soglia in cui riceverebbe tutti i 50 seggi disponibili[12].
Ciò vuol dire che, in un’elezione, i seggi da distribuire in maniera proporzionale possono variare da 250 (se un partito ha raggiunto almeno il 40% delle preferenze), a 300 (se nessun partito ha raggiunto il 25%).
In Grecia il voto è obbligatorio, con la registrazione degli elettori automatica[13]. Tuttavia, nessuna delle sanzioni legalmente esistenti è mai stata applicata[14].
Per avere la maggioranza parlamentare un partito o una coalizione dovrebbe controllare 151 seggi su 300. Le schede bianche o nulle, così come i voti per le forze politiche che non hanno raggiunto lo sbarramento del 3% non sono conteggiate per l'assegnazione dei seggi.
Nota: Per via del sistema elettorale adottato per queste elezioni (diverso dal proporzionale puro utilizzato per le consultazioni precedenti), che prevede un premio di maggioranza in base ai risultati percentuali ottenuti dai vari partiti, alcune fazioni, pur avendo avuto risultati diversi o quantomeno simili, hanno subito variazioni sostanziali dei seggi per permettere l’attuazione di tale meccanismo di ripartizione (i cui seggi sono stati, in questa tornata, attribuiti a Nuova Democrazia).
La ferrovia mineraria Cogne-Acque Fredde (in francese, Chemin de fer minier Cogne - Eaux-Froides) fu realizzata dalla società Cogne per lo sfruttamento delle miniere di ferro poste nei pressi dell'omonima località valdostana.
Essa era parte di un sistema di trasporto per l'alimentazione del complesso siderurgico di Aosta assieme a teleferiche minerarie: per lo sfruttamento delle miniere di carbone di La Thuile vennero realizzate la Ferrovia La Thuile-Arpy e la Ferrovia Aosta-Pré-Saint-Didier.
In seguito alla chiusura delle miniere, avvenuta nel 1979, ne fu proposta la trasformazione in tranvia interurbana, ad uso turistico, con prolungamento della linea da Eaux-Froides[1] a Plan Praz ed interscambio con la telecabina Aosta Pila, sia come collegamento invernale tra il comprensorio di Pila (orientato allo sci da discesa) e quello di Cogne (orientato allo sci da fondo) che come collegamento tra Aosta e Cogne, concorrenziale con il vettore stradale, e facente parte nel progetto di recupero museale del vasto complesso minerario di Cogne. Nonostante significativi investimenti, tale intenzione tuttavia non fu mai concretizzata.
I lavori di costruzione della linea iniziarono nel 1916 e il 18 ottobre 1922 fu inaugurata ufficialmente la lunga galleria del Drinc (pron. fr. "Drènc").
Il 19 febbraio 1923 una locomotiva a vapore mineraria alimentata a nafta da circa 75 kW compì la prima corsa lungo la linea: la ristretta sezione della galleria del Drinc (8,5 m²) e la sua lunghezza provocarono ristagni dei fumi che limitarono la capacità di trasporto. Ciò provocò la morte per soffocamento di due operai il 25 novembre 1925 inducendo a sostituire la locomotiva a vapore con 2 locomotori elettrici a 2 assi ad accumulatori da 26 kW, posti in servizio nel 1926.
Per le loro limitate prestazioni nello stesso anno si pensò ad elettrificare la linea a 600 V cc e fu dunque acquisito un locomotore elettrico a 2 assi dalle Officine Savigliano con cabina a sbalzo della potenza di 80 kW contrassegnato con la lettera "L". Due ulteriori locomotori a carrelli da 160 kW furono consegnati nel 1928.
Con 2 convogli in circolazione per 16 ore giornaliere si riuscirono a trasportare così circa 1200-1300 t di minerale al giorno. Per poter avere una riserva ed effettuare le operazioni di manutenzione ai locomotori nel 1937 ne fu costruito un terzo.
Dopo la chiusura degli impianti, avvenuta nel 1979, le pratiche di acquisizione della linea mineraria da parte del Comune di Cogne si protrassero fino al 1984, consentendo in seguito di ammodernare la stessa con sostituzione del binario e lavori di consolidamento e regolarizzazione delle gallerie svolti fra il 1986 e il 1990.
Il prolungamento di 800 m da Acque Fredde alla località Plan-Praz, dove è possibile l'interscambio con la telecabina Aosta-Pila attivata nel 1988, venne realizzato tra il 1998 e il 2005.
Per il servizio furono progettati un convoglio di 10 carrozze da 16 posti ciascuna inquadrate da 2 locomotori elettrici ad accumulatori, più uno di riserva ed un locomotore diesel la cui costruzione venne affidata alla Firema; i 3 locomotori, ordinati nel 1999, vennero consegnati nel 2006 e le 10 carrozze, ordinate nel 1997, vennero ultimate nel 2000 e lasciate in custodia fino al 2005, quando vennero consegnate. Era previsto un esercizio a spola con una corsa di andata e ritorno ogni ora, con un tempo percorrenza di 25 minuti e capacità di trasporto di 160 persone l'ora per senso di marcia. La stima dei costi di rammodernamento si aggira attorno ai 30 milioni di euro[2].
Con la consegna nel 2006 dell'impianto dell'amministrazione regionale alla Pila Spa,[3] che gestisce la telecabina Aosta Pila, emersero problemi ai rivestimenti di alcuni tratti della lunga galleria del Drinc, al binario mal posato e dubbi sull'autonomia dei locomotori a effettuare il previsto servizio giornaliero di 10 corse di andata e ritorno.
Nel 2007 venne insediata dall'amministrazione regionale una commissione di valutazione dello Stato dell'impianto e il collaudo definitivo venne sospeso sine die. In suo luogo furono redatti 3 studi sullo stato delle opere civili secondo i quali si sarebbero riscontrate gravi carenze che avrebbero impedito il servizio così come concepito. Nel 2011 la commissione di valutazione fece proprie le conclusioni dei 3 studi confermando la sospensione dei lavori; una risoluzione del consiglio regionale, promosse uno studio di fattibilità per un collegamento funiviario Cogne Pila[4]. Su denuncia dell'amministrazione regionale nei confronti del progettista e direttore dei lavori della struttura[5] la Corte dei conti aprì un procedimento nel 2010, che nel gennaio 2013 si risolse in una sentenza di condanna[6].
Nel giugno 2012 il consiglio regionale accolse una petizione di cittadini sulla conservazione delle miniere[7], bocciando peraltro la proposta di revisione del progetto ferroviario; furono dunque avviate le procedure di dismissione e riconversione di impianti e rotabili con riconversione della tratta Acque Fredde – Plan Praz in strada a servizio.
Locomotori e carrozze sono stati messi in vendita dall'amministrazione regionale ad aprile 2020.
La ferrovia mineraria, conosciuta in ambito locale come il "Trenino di Cogne" o la ferrovia del Drinc[8] era armata con lo scartamento di 900 mm, tipico delle miniere americane ma inconsueto in Europa.
Omologata per il trasporto merci, nei casi di interruzione della strada di fondovalle tra Cogne ed Aymavilles per valanghe o frane la linea tuttavia garantiva il trasporto gratuito di derrate, combustibili e persone: fino agli anni cinquanta erano presenti a tale scopo due carrozze a carrelli, utilizzate anche per il trasporto delle maestranze della Cogne e loro familiari in occasioni particolari.
Particolare noto solo nell'ambiente minerario, per anni la galleria del Drinc è stata la galleria ferroviaria mineraria più lunga al mondo.[9]
La linea aveva inizio in località Eaux-Froides, nel comune di Gressan, punto terminale della teleferica proveniente da Aosta. Quindi la ferrovia imboccava la breve galleria Charemoz (510 m) per proseguire nella lunga galleria del Drinc di 6730 m, che sbucava ad Épinel nell'alta Val di Cogne, posto di movimento e sede della Sottostazione Elettrica per l'alimentazione della linea aerea.
Dopo un percorso a mezza costa intervallato dalla galleria di Crétaz (985 m), giungeva a Cogne vicino al villaggio Moline, dove fu realizzato un ampio piazzale per lo smistamento delle merci, in prossimità delle teleferiche dirette alle miniere Colonna e Côte-du-Sapin (Costa del Pino).
Vista la prevalenza di gallerie (64,5% del percorso) la linea aveva andamento prevalentemente rettilineo (83,5% del percorso) con curve di raggio comprese generalmente tra gli 80 ed i 150 m. Le pendenze erano in genere contenute con un massimo dell'1,5 %, il tracciato si sviluppava tra i 1515 ed i 1562 m.
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Controller (ad esempio BookController) viene considerato un controller web.




il loro delitto con procedimenti legali; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.»

Il cromosoma Y è uno dei due cromosomi che nei mammiferi determinano il sesso (l'altro cromosoma sessuale è il cromosoma X). In particolare la presenza della coppia XY determina il sesso maschile, mentre la combinazione XX quello femminile. Tra le coppie di cromosomi (23 coppie nell'uomo), ci si riferisce a X Y come eterosomi, per distinguerli dagli altri, definiti autosomi, che formano 22 coppie di cromosomi omologhi.
Nell'essere umano il cromosoma Y conta circa 65 milioni di paia di basi e rappresenta più del 2% del DNA aploide maschile. È approssimativamente lungo un terzo del cromosoma X, quindi la maggior parte dei geni presenti sull'X non ha il proprio corrispondente sul cromosoma Y. Si stima infatti che il cromosoma Y contenga 90 geni (contro i 1100-1200 del cromosoma X), molti dei quali localizzati nella regione MSY (maschio-specifica). Finora in tale regione sono state individuate 156 unità trascrizionali, tra le quali 78 codificanti e 78 non codificanti; tra le sequenze codificanti ne sono state annotate 60, appartenenti a 9 famiglie geniche (ad es. la famiglia delle globine), e 18 geni in copia singola. Il totale delle proteine prodotte è pari a 32.
Il cromosoma Y è un piccolo cromosoma acrocentrico, senza satelliti. La parte distale del braccio lungo, e quindi la maggior parte del DNA del cromosoma Y, è costituita da eterocromatina. L'eterocromatina non è codificante, quindi la sua variabilità in dimensioni da individuo a individuo non comporta evidenti effetti dannosi. Anche in altri Mammiferi il cromosoma Y è quello più povero di geni.
Venne denominato Y poiché durante la meiosi i due bracci piccoli (p) apparivano come un unico braccio, assumendo appunto la forma di una Y.[1]
È noto che molti vertebrati non possiedono cromosomi sessuali, e la determinazione del sesso è dovuta a fattori ambientali o di sviluppo. Per esempio, alcuni rettili manifestano uno dei due sessi a seconda della temperatura di incubazione delle uova.
Analogamente, milioni di anni fa i progenitori dei Mammiferi erano soggetti ad una determinazione sessuale di tipo ambientale, regolata dalla temperatura durante lo sviluppo embrionale. Pertanto X e Y costituivano una normale coppia di autosomi omologhi. La loro storia diverge 300 milioni di anni fa, quando una mutazione diede origine a un allele che conferiva un enorme vantaggio riproduttivo all'individuo in suo possesso, poiché determinava il sesso indipendentemente dalla temperatura. L'aumento dell'idoneità riproduttiva era infatti dovuto al mantenimento di un rapporto tra i sessi ben definito (50:50) anche in condizioni ambientali mutevoli, che altrimenti avrebbero portato a un incremento sproporzionato del numero di femmine o di maschi nella popolazione, riducendo il tasso di riproduzione. Inoltre elevati sbalzi di temperatura potevano addirittura determinare il mancato sviluppo embrionale.
La selezione naturale ha poi garantito la preservazione di tale vantaggio, sfavorendo tutte le mutazioni a carico di SRY, l'elemento cruciale per la determinazione sessuale di tipo genetico. A tale scopo, durante l'evoluzione è sorta la cosiddetta “regione non ricombinante sull'Y” (NRY), che comprende SRY e altri geni nelle sue vicinanze. Con la riduzione del tasso di ricombinazione, tali geni hanno mantenuto le proprie caratteristiche nel tempo, e contemporaneamente la coppia ancestrale di autosomi si è sempre più diversificata fino a costituire gli attuali cromosomi sessuali X e Y. Ovviamente doveva essere garantito il loro appaiamento in meiosi, quindi era necessario che alcune regioni continuassero ad effettuare crossing over: è questo il ruolo delle PAR.
Durante l'evoluzione il crossing over tra X e Y è stato soppresso in cinque momenti diversi, ognuno dei quali ha coinvolto un differente segmento del cromosoma Y. L'ultimo di tali eventi è avvenuto 30 milioni di anni fa, ovvero 5 milioni di anni prima che la specie umana divergesse dalle Scimmie del Vecchio Mondo (es. Macaca mulatta). Recenti scoperte hanno dimostrato che, negli ultimi 25 milioni di anni, la perdita dei geni a livello della MSY umana ha coinvolto solo il segmento più “giovane” (strato 5), che comprende il 3% della MSY; pertanto gli strati più antichi (1-4), dove risiede il 97% del materiale genetico maschio-specifico, dovrebbero essere strettamente conservati tra i due gruppi di Primati. Attualmente la MSY umana comprende solo il 3% del materiale genetico degli autosomi ancestrali.
Altri dati risalgono a 30-50 milioni di anni fa, quando eventi di traslocazione portarono al recupero di geni dall'X da parte dell'Y, compresi in una regione non ricombinante. Ciò ha determinato la separazione degli Ominidi dal resto delle scimmie antropomorfe. Tali geni si trovano attualmente nella regione X-transposta specifica della MSY umana.
Tale teoria (che possiamo definire teoria dello sgretolamento) si basa sul fatto che nel corso degli ultimi 300 milioni di anni il cromosoma maschile Y si è evoluto rimpicciolendosi e perdendo centinaia di geni che invece il suo omologo al femminile ha mantenuto, tant'è che oggi il cromosoma Y umano conserva solo 19 degli oltre 600 geni che condivideva una volta con il suo partner ancestrale.[2]
Ipoteticamente, una volta rimasto sul cromosoma Y il solo gene SRY, tale gene potrebbe essere traslocato sul cromosoma X (o su un autosoma), che diventerebbe il nuovo cromosoma determinante il sesso, e sarebbe così "riavviato" il processo evolutivo. Questo avvenimento si è già verificato in due specie di arvicole: in Ellobius tancrei entrambi i sessi hanno un solo cromosoma sessuale (X), mentre in Ellobious lutescens sia il maschio che la femmina possiedono due X.
Tuttavia l'idea dell'estinzione del cromosoma Y causata dall'accumulo di mutazioni nonsenso sembra un'ipotesi da scartare, poiché il meccanismo di conversione genica garantisce efficienza nella conservazione dell'integrità dei geni del cromosoma Y umano. A dimostrazione di ciò, recenti scoperte hanno messo in luce che il rapido decadimento iniziale dei geni ancestrali sull'Y è rallentato, raggiungendo un livello stabile nel tempo. È stato infatti confrontato il cromosoma Y dell'uomo con quello di due lontani antenati: il Macacus Rhesus, la cui linea evolutiva si è separata dalla nostra circa 25 milioni di anni fa, e lo scimpanzé (Pan paniscus), da cui ci siamo separati evolutivamente solo 6 milioni di anni fa. Analizzando la sequenza del cromosoma Y del macaco, i ricercatori hanno osservato che esso si è mantenuto intatto nel corso di questi ultimi 25 milioni di anni, perdendo un solo gene. In base a tale studio si è giunti alla conclusione che agli inizi il cromosoma Y stava subendo una rapida degenerazione e perdita dei suoi geni, in seguito però si è stabilizzato. Non essendoci stata alcuna perdita di geni nel cromosoma Y del macaco e una sola perdita in quello umano, è ipotizzabile che in futuro non accadrà nulla al cromosoma Y[3][4][5].
È stato osservato che il meccanismo che ha condotto l'Y a divenire così come lo conosciamo oggi è anche causa della sua vulnerabilità. Infatti è noto che la ricombinazione tra cromosomi omologhi ha una funzione riparativa, poiché permette di correggere delle mutazioni. La MSY quindi, in assenza di tale meccanismo riparativo, rischiava di perdere quelle informazioni genetiche preservate proprio dalla mancata ricombinazione con l'omologo X.
L'Y ancestrale conteneva 1500-2000 geni, mentre al momento ne sono noti una novantina. Oltre ad aver subito delezioni che hanno portato al suo progressivo accorciamento, il cromosoma Y possedeva anche molte regioni inattive, che vennero definite ”DNA spazzatura”. Si presumeva quindi che il cromosoma Y fosse destinato a proseguire nel suo decadimento fino ad estinguersi.
Nel 2003, i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology hanno scoperto un processo che rallenta il ritmo di accorciamento e degenerazione del cromosoma Y: l'Y umano è in grado di ricombinare con se stesso attraverso le proprie sequenze palindrome. Questo tipo di ricombinazione è chiamato "conversione genica" o "perdita ricombinazionale dell'eterozigosi". La regione MSY è infatti caratterizzata da un'enorme quantità di sequenze ripetute, che ne hanno reso difficoltoso l'assemblaggio durante i lavori al Progetto Genoma Umano. Tali ripetizioni non sono testa-coda ma costituiscono dei palindromi, ovvero due ripetizioni invertite separate da un breve spaziatore. Dunque i geni testicolo-specifici sono in copie multiple sull'Y; ad es. DAZ è in 2 copie speculari (palindromi) presenti 2 volte sul cromosoma, per un totale di 4 copie. È interessante notare che l'omologia di sequenza dei palindromi è del 99.9-99.99%, superiore alla similarità degli alleli (99% per definizione). Pertanto si può affermare che le sequenze speculari della MSY si evolvono insieme comportandosi come degli alleli, ed effettuando crossing over intracromosomico compensano la mancata ricombinazione con il cromosoma X. In questo consiste il processo di conversione genica.
Dunque nel caso dell'Y le sequenze palindrome non costituiscono DNA spazzatura, ma contengono geni funzionanti e fondamentali per la fertilità maschile.
Le cellule dei mammiferi (eccetto cellule anucleate come gli eritrociti) presentano una coppia di cromosomi sessuali: XX nelle femmine, XY nei maschi. Pertanto si parla, rispettivamente, di omozigoti (gameti contenenti l'X) e di emizigoti (gameti X e Y). Sull'Y è localizzato SRY (Regione determinante il Sesso sul cromosoma Y), tale gene sintetizza una proteina implicata nella determinazione primaria del sesso (cioè la determinazione del tipo di gameti prodotti dall'individuo e degli organi che li fabbricano): SRY (da notare che il gene SRY e la proteina SRY sono due cose diverse) la quale agisce da inibitore sul fattore antitesticolare prodotto dal gene DAX1 presente sul cromosoma X. Perciò nel maschio la proteina SRY sopprime l'inibitore della mascolinità codificato da DAX1, mentre nella femmina, dove la proteina SRY non è presente, DAX1 può agire inibendo la mascolinità.
Per quanto riguarda la determinazione secondaria del sesso, ossia le manifestazioni fenotipiche della mascolinità e della femminilità, i responsabili sono alcuni geni distribuiti sugli autosomi e sul cromosoma X, i quali controllano l'azione di ormoni quali il testosterone e gli estrogeni.
Oltre a SRY, altri geni sono coinvolti nella determinazione sessuale maschile. Essi sono situati sia sul cromosoma X (ad es. SOX3) che sugli autosomi (ad es. SOX9, importante per lo sviluppo della gonade in testicolo). SRY è quindi fondamentale, ma agisce all'interno di una rete di interazioni geniche, costituita da geni che lo controllano (ad es. DAX1, sull'X) e da geni che esso attiva (ad es. il gene codificante l'ormone antimulleriano). Sul cromosoma Y inoltre sono presenti molteplici geni responsabili della spermatogenesi.
I geni presenti nella regione eucromatica dell'Y costituiscono l'1% del genoma umano. L'eucromatina del cromosoma Y comprende 3 classi di sequenze:
È da notare che l'uomo possiede più geni della donna. Infatti, sebbene quest'ultima presenti due copie dell'X (i quali contengono comunque la stessa sequenza di codifiche del singolo X del genoma maschile), ed esso abbia un contenuto genico maggiore dell'Y, la donna non possiede quei geni che risultano localizzati esclusivamente sull'Y, che sono appunto maschio-specifici.
Il cromosoma Y, pur essendo considerato omologo di X, non è in grado di effettuare crossing over con esso durante la meiosi, eccetto che per piccole aree denominate “regioni pseudoautosomiche” (PAR), situate a livello dei telomeri di entrambi i cromosomi.
Insieme, le PAR costituiscono il 5% della lunghezza totale del cromosoma e recano più della metà dei geni mappati sull'Y.
Esistono altri geni in comune tra X e Y, localizzati sul braccio lungo nei pressi del centromero, ma non possono essere definiti alleli omologhi perché la loro similarità è inferiore al 99%, e inoltre non si può affermare che siano appartenenti allo stesso locus dato che le mappe genetiche di X e Y sono differenti. La nomenclatura dell'Y è infatti diversa rispetto a quella della citogenetica classica. Partendo dall'estremità del braccio corto le regioni dell'Y umano sono le seguenti: PAR1 – 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – PAR2.
La regione mediana del cromosoma Y è detta porzione maschio-specifica (MSY, male specific portion of Y) mentre la porzione intermedia del cromosoma X è nota come porzione non-pseudoautosomica dell'X (NPX, non-pseudoautosomal portion X). Queste due regioni non subiscono ricombinazioni durante la meiosi dato che non contengono alleli corrispondenti.
Pertanto i cromosomi sessuali hanno una certa difficoltà nel riconoscersi, appaiarsi ed effettuare segregazione durante la meiosi maschile.
I geni localizzati sui cromosomi X e Y non sono esclusivamente coinvolti nella determinazione del sesso e dei caratteri sessuali. I geni presenti sul cromosoma X che non hanno l'equivalente sul cromosoma Y sono detti X-linked; viceversa, quelli situati unicamente sull'Y sono chiamati Y-linked.
Nell'uomo il cromosoma Y contiene i seguenti geni:
Nessun gene vitale risiede sul cromosoma Y, dal momento che gli individui femminili non lo posseggono.
L'unica malattia ben definita dovuta a un difetto nel cromosoma Y è la deficienza dello sviluppo testicolare, causata da delezione o mutazione inattivante della regione che comprende SRY. La manifestazione di ciò è la discrepanza tra sesso genotipico e sesso fenotipico, nota come “sex reversal”, ovvero inversione del sesso. Infatti un soggetto con cariotipo 46,XY, non possedendo il gene SRY funzionale, risulta fenotipicamente una femmina (ovviamente sterile, per mancanza del secondo X), così come un individuo 46,XX è fenotipicamente maschio se SRY si è trasferito sull'X per effetto del crossing over nella meiosi paterna. La frequenza di quest'ultima patologia è di 1:2000 nati, corrispondente alla frequenza di traslocazione di SRY da Y a X durante il crossing over a livello della PAR1, regione dell'Y confinante con il gene SRY. Se invece l'errore meiotico è avvenuto durante le prime divisioni embrionali, i maschi 46,XX possono risultare dei mosaici con cariotipo 46,XX/46,XY.
Altre patologie cromosomiche sono dovute ad una anormalità numerica (aneuploidia) dei cromosomi Y:
Esistono anche aberrazioni a carico della struttura dell'Y: delezioni, anelli, isocromosomi, inversioni, traslocazioni.
Riguardo alle delezioni, se il frammento perduto è molto piccolo si parla di microdelezioni. La microdelezione può sfuggire all'osservazione citogenetica, poiché non è visibile con un semplice allestimento del cariotipo. Per individuare tali mutazioni è richiesta infatti la metodica dell'ibridazione fluorescente in situ (FISH), che si basa sull'uso di sonde di DNA marcate; se il frammento complementare alla sonda è assente sul cromosoma, non sarà visibile il segnale fluorescente, e si potrà quindi affermare di essere in presenza di una microdelezione.
Microdelezioni a carico della regione MSY possono coinvolgere geni responsabili della spermatogenesi, causando quindi oligospermia (carenza di spermatozoi) e azoospermia (assenza di spermatozoi). Pertanto le microdelezioni del cromosoma Y sono la causa genetica più frequente di infertilità maschile, e la loro alta incidenza è legata proprio alla peculiare struttura dell'Y.
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Il giuramento di Bereg (in ungherese beregi eskü), noto anche come accordo di Bereg (in ungherese beregi egyezmény), fu un trattato firmato tra il regno d'Ungheria e la Santa Sede nelle foreste del Bereg il 20 agosto 1233. Nel documento, il re Andrea II d'Ungheria giurò che non avrebbe impiegato ebrei (zsidók) e musulmani (böszörmény) per amministrare le entrate della corona, circostanza che causò un decennio di dissapori con la Santa Sede all'indomani del 1220, contraddistinto da frequenti scambi diplomatici con toni accesi e provvedimenti ecclesiastici di censura. Il documento è inoltre un'importante fonte per ricostruire la storia del commercio del sale in Ungheria.
Sin dalla nascita del regno d'Ungheria a cavallo tra il X e l'XI secolo, i magiari dimostrarono un atteggiamento tollerante nei confronti di ebrei (zsidók) e musulmani (böszörmény). La presenza di mercanti non cristiani nel regno si doveva al suo ruolo di crocevia di rotte commerciali che conducevano a Costantinopoli, Ratisbona e Kiev. Géza II, che amministrò l'Ungheria a metà del XII secolo, impiegò persino dei soldati musulmani provenienti dalla steppa eurasiatica.[1] L'impiego di non cristiani che ricoprissero incarichi amministrativi finì per diventare una prassi normale e diffusa in Ungheria; un documento della corona di Colomanno il Bibliofilo del 1111 fa riferimento a «funzionari» del tesoro reale legati alla comunità dei «calizi» (musulmani).[2]
Andrea II salì al trono ungherese nel 1205, dopo anni di lotte con il fratello Emerico. Introdusse una nuova politica per le concessioni reali, detta delle "nuove istituzioni" in una delle sue carte con la quale distribuì ampie porzioni del domini della corona, dei castelli reali e di tutti feudi ad essi annessi come concessioni a titolo ereditario ai suoi sostenitori, dichiarando che «la misura migliore di una concessione reale è data dalla sua incommensurabilità».[3] Le entrate reali diminuirono, una situazione che portò all'introduzione di nuove tasse e alla necessità che queste politiche fossero supervisionate da funzionari musulmani ed ebrei che divenivano sempre più ricchi. I nuovi metodi di riscossione delle entrate generarono ampio malcontento e la consuetudine di ricorrere a ebrei e musulmani cominciò a causare discordia anche tra il monarca e la Santa Sede all'indomani del 1220.[4] Il primo a sollecitare la rimozione di ebrei e musulmani dall'amministrazione fu papa Onorio III, il quale inviò una lettera relativa alla questione a re Andrea II e alla regina Iolanda di Courtenay nell'aprile del 1221.[5] Il pontefice invitò inoltre a emanare dei provvedimenti che vietassero ai non cristiani di detenere schiavi cristiani.[4] Le lamentele dei papi riflettevano le risoluzioni del Quarto Concilio Lateranense del 1215 contro i sudditi non cristiani.[5]
Quando un gruppo di aristocratici scontenti si impadronì di fatto del potere nella primavera del 1222, Andrea fu costretto a emanare la Bolla d'oro del 1222, la quale proibiva l'impiego di musulmani ed ebrei al soldo della corona.[2] Secondo una lettera di papa Onorio III destinata a Ugrino Csák, arcivescovo di Caloccia, e ai suoi subordinati nell'agosto del 1225, Andrea continuò a impiegarli negli anni successivi e di ciò il santo padre accusò il prelato di star tollerando queste violazioni nel regno e persino nella sua stessa arcidiocesi.[4][6] Papa Gregorio fece riferimento ai concili di Toledo e quanto confermato durante il Quarto Concilio Lateranense in merito al divieto per i non cristiani di ricoprire cariche pubbliche.[7] Una simile decisione fu ribadita quando Andrea II, sollecitato dalle forti pressioni dei prelati, emanò la cosiddetta Bolla d'oro del 1231, che autorizzava l'arcivescovo di Strigonio a scomunicarlo in caso di violazione delle sue disposizioni.[8]
Roberto, Arcivescovo di Strigonio presentò delle osservazioni alla Curia romana nel 1231, sostenendo che Andrea II continuava a impiegare ebrei e musulmani nonostante le sue previe promesse e il suo precedente conflitto con la Santa Sede sulla questione.[9] Nel marzo del 1231, papa Gregorio IX incaricò Roberto di intervenire perché, secondo alcune denunce, i cristiani in Ungheria avevano subito vari danni a causa di ebrei e musulmani. Anche la mescolanza di persone di religioni diverse era considerata dal papa una fonte di pericolo, poiché riteneva che ciò avrebbe potuto aumentare il rischio di abbandono della fede. Il pontefice sostenne inoltre che la situazione disordinata dei non cristiani ostacolava la causa del battesimo dei cumani.[10] A partire dal 1232, i nomi dei funzionari non cristiani vennero regolarmente attestati: si menziona ad esempio un certo Samuele di origine «saracena». in seguito convertitosi al cattolicesimo, e Teha (o Teka), un ebreo che, come Samuele, fu ispán della camera reale (in latino comites camere).[11] Che fossero effettivamente impiegati in qualche ruolo traspare da alcune monete reali portate alla luce, in quanto recano delle lettere ebraiche e delle iscrizioni.[12]
Sebbene Andrea II si fosse impegnato a rispettare i privilegi del clero e a destituire i suoi funzionari non cristiani nelle sue due bolle d'oro, non mantenne mai le promesse. Di conseguenza, l'arcivescovo Roberto scomunicò i principali consiglieri finanziari di Andrea – il palatino d'Ungheria Dionigi, figlio di Ampud, il mastro tesoriere Nicola e il già citato vecchio ciambellano Samuele di origine «saracena» – e pose l'Ungheria sotto un interdetto il 25 febbraio 1232. Roberto giustificò la sua azione con la presenza di ismaeliti nell'amministrazione reale, in particolare nella coniazione. Accusò inoltre Samuele di eresia e di sostenere musulmani e «falsi» cristiani.[10] Tuttavia, si astenne dallo scomunicare personalmente re Andrea II.[13] Andrea II presentò una petizione alla Curia romana, lamentandosi delle azioni dell'arcivescovo. Per tutta risposta, papa Gregorio inviò una lettera all'arcivescovo Roberto nel luglio del 1232 in cui lo accusava di aver ecceduto i suoi poteri. Il papa sottolineò che la giurisdizione di Roberto come legato pontificio era limitata all'area abitata dai cumani e gli ordinò di non applicare ulteriori punizioni ecclesiastiche.[14] Il papa promise ad Andrea che nessuno sarebbe stato scomunicato senza la sua speciale autorizzazione. Poiché l'arcivescovo accusava i musulmani di aver persuaso Andrea a confiscare i beni ecclesiastici, Andrea restituì i beni all'arcivescovo, che presto sospese l'interdetto su istruzione del papa.[13][15]
Gregorio IX, contemporaneamente all'invio della sua missiva, delegò Jacopo da Pecorara, cardinale vescovo di Palestrina come uomo di sua fiducia in Ungheria, incaricato di raggiungere un accordo tra Andrea II e l'arcivescovo Roberto. Il cardinale arrivò in Ungheria nel settembre del 1232. Il sovrano evitò di incontrarlo nei mesi successivi,[14] cosicché il cardinale potesse occuparsi solo degli affari interni della chiesa in Ungheria. Secondo lo storico Tibor Almási, Andrea II, forte della rassicurazione papale, cercò di frenare fino alla fine ogni progresso nei negoziati, e Jacopo da Pecorara non poté nemmeno minacciare una sanzione più severa.[15] All'inizio del 1233, Giacomo incontrò l'arcivescovo Roberto e i prelati ungheresi, trascrivendo e confermando congiuntamente le ben 1 222 donazioni di privilegi di Andrea alla Chiesa ungherese nel marzo del 1233. Il cardinale si occupò anche del caso dei cavalieri teutonici, espulsi dall'Ungheria nel 1225.[14] Il cardinale incaricò il suo cappellano Ruggero di Puglia di ritornare a Roma per riferire che Andrea II esitava a riconciliarsi con la Santa Sede e che da mesi stava sabotando i negoziati in vari modi.[16]
Con la speranza di porre termine alla situazione di stallo dei negoziati, Gregorio scrisse tre missive destinate all'Ungheria il 12 agosto 1233, in particolare al legato pontificio.[16] Nella prima, Gregorio autorizzò Jacopo da Pecorara a rinnovare, qualora necessario, il divieto e la scomunica dei membri del seguito reale per far rispettare l'obbedienza del monarca, ma, nella seconda lettera, proibì espressamente la scomunica del re stesso o dei suoi figli: i principi Béla, Colomanno e Andrea.[17] Fu re Andrea ricevette la terza lettera: il papa elencò i «terribili» abusi che avevano costretto l'arcivescovo Roberto a sancire delle censure ecclesiastiche prima di allora, e a cui Andrea non aveva nemmeno posto rimedio nonostante le parole ammonitrici del legato. Il santo padre assicurò al re che egli stimava sinceramente la sua persona, ma poiché doveva valutare equamente le azioni di tutti, sarebbe stato costretto ad approvare anche il verdetto che il legato avrebbe emesso contro gli elementi «ribelli».[18] La misura in cui le missive facilitarono un accordo resta discutibile, poiché anticipavano di soli otto giorni alla conclusione del giuramento di Bereg. Secondo lo storico Nándor Knauz, Lajos Balics e Vilmos Fraknói, Andrea poteva già conoscere l'opinione papale tramite i suoi ambasciatori.[19]
Sebbene Andrea fosse partito per la Galizia affinché potesse sostenere il figlio minore Andrea in una lotta contro Danilo Romanovič, egli si dichiarò disposto a incontrare i rappresentanti del legato pontificio, Bartolomeo, vescovo di Vesprimia e Cognoscens, un canonico della cattedrale di Strigonio. Il 20 agosto 1233, i due emissari papali raggiunsero Andrea II e il suo seguito nelle foreste di Bereg, nell'angolo nord-orientale del Regno d'Ungheria, prima della sua partenza per guidare la campagna militare contro la Galizia. Stando ad Almási, Bartolomeo e Cognoscens costrinsero Andrea a scegliere tra un accordo immediato e l'imposizione di un provvedimento ecclesiastico. La bozza presentata assicurava a Giacomo che la conferma finale dell'accordo sarebbe avvenuta in sua presenza.[19] Due giorni dopo l'incontro nella foresta di Bereg, anche l'erede e rivale politico di Andrea, il duca Béla, arrivò sulla scena con il suo seguito – ad esempio, Mojs e Dionigi Türje – e presidiò il giuramento sull'accordo due giorni dopo, il 22 agosto 1233.[20] Il re magiaro incontrò di persona Jacopo da Pecorara a Strigonio soltanto nel settembre del 1233, dove furono concordati i dettagli economici e vari aristocratici del regno – tra cui Nicola Szák, Simone Nagymartoni, Pietro Tétény, Maurizio Pok, Baldovino Rátót, File Szeretvai e il vecchio tesoriere scomunicato Nicola testimoniarono il giuramento.[21] Nel documento, il legato pontificio richiese espressamente che anche il palatino Dionigi – un importante riformatore dell'economia, coinvolto in numerosi conflitti con la Chiesa negli anni precedenti – testimoniasse che il giuramento di Bereg ebbe avuto luogo.[19]
Il testo del giuramento di Bereg è stato conservato in due documenti originali e in due copie trascritte. Emanato il 20 agosto 1233, fu poi nel settembre del 1233 trascritto da Andrea in una lettera al legato papale Jacopo da Pecorara, e infine dall'arcivescovo Roberto di Strigonio il 19 febbraio 1234.[22] La stesura seguì interamente le richieste del legato, con due sezioni principali, una relativa ai non cristiani e l'altra ai privilegi, in particolare le entrate derivanti dal sale e il rapporto con la Chiesa in Ungheria.[17] Il duca Béla assicurò la sua precedente promessa nel diploma emesso il 23 febbraio 1234. Inoltre, il suo giuramento conteneva anche l'impegno di agire contro gli eretici e di guidare i disobbedienti all'obbedienza della Chiesa nel suo dominio.[21] Gregorio confermò il giuramento in una sua lettera indirizzata all'arcivescovo Roberto nel gennaio del 1234.[23]
(Un paragrafo del giuramento di Bereg (20 agosto 1233)[24])
Andrea II, analogamente a quanto previsto dalle bolle d'oro del 1222 e del 1231, giurò di non impiegare ebrei e musulmani come funzionari della tesoreria reale (camera) e della zecca, amministratori dell'estrazione del sale ed esattori delle tasse, nemmeno sottomettendoli a superiori cristiani in queste cariche reali. Andrea proibì inoltre di collocare ebrei e saraceni, o ismaeliti, a capo di una carica pubblica.[20]
Il giuramento di Bereg prescriveva inoltre che entrambi i gruppi di non cristiani fossero distinti e separati dai cristiani mediante distintivi, mentre proibiva sia agli ebrei che ai saraceni di acquistare o assumere schiavi cristiani. Ai vescovi, le cui diocesi erano abitate da un numero significativo di comunità musulmane o ebraiche, era consentito richiedere la separazione di queste persone dagli insediamenti cristiani. Il giuramento proibiva il matrimonio, la convivenza e qualsiasi rapporto d'affari tra cristiani e non cristiani. In base all'accordo, il palatino o un altro cortigiano reale nominato doveva essere inviato ogni anno a verificare la violazione della legge; ogni trasgressore, ebreo, musulmano o cristiano, avrebbe perso i beni e sarebbe stato condannato alla schiavitù a vita.[20]
La giurisdizione della magistratura ecclesiastica in materia di controdote, dote e affari coniugali era sancita nell'accordo. Andrea sottolineò che non avrebbe permesso ai tribunali secolari di occuparsi di questi casi, «perché non vogliamo interferire e non siamo competenti». Andrea promise di non interferire con i privilegi ecclesiastici. Il monarca ungherese statuì che gli (ecclesiastici potessero essere giudicati solo dai tribunali religiosi, ad eccezione delle controversie giudiziarie che riguardavano il possesso di beni e feudi, come era stata prassi del re fin dall'inizio. L'accordo garantiva inoltre la completa esenzione fiscale per i membri della Chiesa e il clero. Il re stabilì inoltre che i membri della Chiesa fossero tenuti a consultarsi con lui in merito all'imposizione delle proprie tasse, dopodiché avrebbero potuto rivolgersi congiuntamente al papa per una decisione.[21]
L'intesa mirava a porre rimedio al presunto danno arrecato alla struttura economica della Chiesa, poiché il monarca e la sua élite laica erano accusati di aver confiscato e usurpato illegalmente una parte significativa delle entrate della Chiesa cattolica in Ungheria. Jacopo da Pecorara si impegnò a garantire che né il monarca né gli aristocratici suoi conterranei si appropriassero delle entrate ecclesiastiche, principalmente dell'estrazione del sale e del commercio dalla Transilvania attraverso il fiume Maros (Mureș). Andrea II promise di pagare complessivamente 10 000 marchi in cinque anni (1234-1238) a titolo di risarcimento per le entrate già riscosse, equivalenti agli introiti derivanti dal sale che il re aveva trattenuto dalle chiese in Ungheria.[17] Il vescovo di Csanád, l'abate di Pannonhalma e l'abate di Egres furono incaricati di ricevere la somma alle date di scadenza nel monastero domenicano a Pest. Andrea permise alle chiese di trasportare liberamente il sale nelle proprie strutture, dove i funzionari della camera del sale erano tenuti a pagare secondo la tariffa stabilita entro una scadenza specifica (8 settembre e 21 dicembre), inclusi i costi di spedizione e stoccaggio. Le chiese erano libere di disporre del sale purché i funzionari del re non esercitassero il diritto di prelazione. Il re stabilì inoltre che le chiese dovessero essere pagate con degli pfennig di Friesach d'argento di buona qualità o in argento di qualità inferiore a un decimo.[22]
A giudizio della storica Beatrix F. Romhányi, quanto pattuito a Bereg riguardava esclusivamente il trasporto del sale lungo il fiume Maros, mentre esistevano altre rotte terrestri, in particolare quella attraverso la porta di Meszes (oggi nei Monti Meseș) fino a Szalacs (oggi Sălacea, in Romania). F. Romhányi sosteneva che le chiese complessivamente immagazzinassero sale trasportato dalla Transilvania, quasi tre quarti del quale veniva consegnato tramite la via di Szalacs, e solo poco più di un quarto proveniva dalla via di Maros, mentre erano presenti depositi di sale anche a Pressburgo (la moderna Bratislava, in Slovacchia) e Sopron.[25] Gli elenchi di seguito enucleati riferiscono della quota delle varie chiese relativa al commercio e allo stoccaggio del sale tramite il fiume Maros secondo il giuramento di Bereg e alcuni documenti allegati (emessi il 1° ottobre 1233), e la quota per tipo di istituzione:[26]
(2 500+5 000)
Il conflitto tra Andrea II e la Santa Sede continuò dopo la partenza del legato pontificio Jacopo da Pecorara dall'Ungheria nel 1234.[20] Il monarca non pagò il risarcimento (10 000 marchi) che si era impegnato a versare alla Chiesa.[23] Giovanni di Wildeshausen, il vescovo di Bosnia, sottopose l'Ungheria a un nuovo interdetto nella prima metà del 1234, in quanto Andrea non aveva destituito i suoi funzionari non cristiani contravvenendo il giuramento di Bereg.[27] Tuttavia, l'arcivescovo Roberto si dichiarò stavolta a sostegno del re, il quale protestò contro l'atto del vescovo presso la Santa Sede. La storica Nora Berend ha creduto che il giuramento di Bereg e il successivo interdetto fossero coincisi con un nuovo capitolo sulla lotta di potere tra il papato, i prelati ungheresi e la corte reale. Su richiesta di Andrea, papa Gregorio IX permise che l'inchiesta sulla separazione dei non cristiani si svolgesse ogni due anni.[27] Sebbene il papa avesse intimato il vescovo Giovanni di revocare l'interdetto nell'agosto del 1234, ciò non avvenne.[23] Nell'agosto del 1235, il pontefice ordinò ad Andrea di non minacciare coloro che rispettavano le disposizioni dell'interdetto, ma consentì al re di differire il pagamento del risarcimento che aveva accettato.[28]
Per tutto il XIII secolo, la corte reale continuò ad assumere funzionari non cristiani, disattendendo il giuramento di Bereg. Durante il regno di Béla IV, che salì al trono ungherese dopo la morte del padre Andrea II nel 1235, le nomine di ebrei in veste di ciambellani di corte si susseguono con frequenza, come nel caso di un certo Henul, Wluelius e Altman. Béla affidò agli ebrei anche la gestione della zecca, con il risultano che le monete dell'epoca recavano caratteri ebraici riscontrati dai numismatici moderni.[29] Sebbene Béla avesse formalmente chiesto al papa il permesso di impiegare non cristiani e di cedere loro le entrate reali nel 1239, Gregorio lo respinse.[28]
Ayako Kawasumi (川澄 綾子?, Kawasumi Ayako; Tokyo, 30 marzo 1976) è una doppiatrice giapponese. È chiamata affettuosamente dai suoi compagni di doppiaggio e dai fan "Ayachii (あやちー?)", "Peyaya (ぺやや?)", "Ayasumi (あやすみ?)" e "Aya-nē (あやねえ?)". È un'esperta pianista, dato che ha imparato a suonare il pianoforte fin da bambina.[1] Ha composto ed eseguito ... To You, la sigla d'apertura di PIANO, e ha doppiato i pianisti negli anime PIANO e Nodame Cantabile.
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La tomba di Giuliano de' Medici duca di Nemours è un complesso scultoreo e architettonico in marmo (650x470 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 1524-1534 e facente parte della decorazione della Sagrestia Nuova in San Lorenzo a Firenze.
Giuliano de' Medici, duca di Nemours, primo personaggio di Casa Medici ad ottenere un titolo nobiliare, morì nel 1516 a trentasette anni. Tre anni dopo scomparve anche suo nipote, il pressoché coetaneo Lorenzo duca d'Urbino, estinguendo le linee legittime di discendenza del ramo principale della famiglia, con grande costernazione di papa Leone X (al secolo Giovanni de' Medici, rispettivamente fratello e zio dei due duchi), che tanto si era speso per l'ascesa della propria famiglia.
Nacque in queste circostanze la decisione di affidare a Michelangelo la costruzione di un sepolcro principesco per i due rampolli deceduti, da inserire nella chiesa di famiglia, San Lorenzo a Firenze. Stabilito di fare un ambiente gemello alla più antica Sagrestia Vecchia di Brunelleschi, si pensò di seppellire in questo nuovo sacello monumentale anche i due "Magnifici", Lorenzo (m. 1492) e Giuliano (m. 1478), rispettivamente padre e zio del papa.
La riprogettazione della Sagrestia Nuova prese avvio già verso il 1519, e i lavori cominciarono nel 1521. Dopo l'interruzione per la morte del papa, ripresero nel 1524, quando l'artista, per il nuovo pontefice mediceo Clemente VII, stabilì definitivamente la struttura architettonica del complesso. I modelli per i sepolcri dei due "duchi" vennero approntati quell'anno. L'opera si protrasse a lungo, anche per i numerosi impegni presi dall'artista (la Biblioteca Medicea Laurenziana, la tomba di Giulio II) e arrivò, sempre più stancamente, a una soluzione con un numero minore di statue rispetto a quanto programmato: solo tre invece di cinque o sette. Non vennero infatti mai realizzate le due personificazioni di fiumi infernali da porre ai piedi del sepolcro, né le statue per le due nicchie laterali, che dovevano rappresentare il Cielo e la Terra[1] e che l'artista voleva delegare, su suo disegno, al Tribolo.
Michelangelo studiò un ambiente al tempo stesso organico e drammatico, con le tombe che non sono semplicemente addossate alle pareti, ma ne fanno direttamente parte, con un rapporto diretto e indissolubile tra le membrature architettoniche, il sarcofago e le statue.
Le spoglie del duca Giuliano sono all'interno di una cassa marmorea, ispirata a un'antica nel Pantheon retta da due piedritti e sormontata da un arco di catenaria spezzato al centro e ornato da volute alle estremità. Ai lati esterni dei piedritti si trovano fregi decorativi con crani d'ariete, motivo dell'arte romana, medaglioni da cui sporgono corde (che ricordano il trasporto delle casse dei defunti), una conchiglia, motivo cristiano del pellegrinaggio dell'anima. Sulle due porzioni dell'arco si trovano le personificazioni delle fasi della giornata, una maschile e una femminile, in questo caso la Notte a sinistra e il Giorno a destra.
La linea spezzata sopra il sarcofago è stata interpretata come un'apertura simbolica attraverso cui l'anima, distaccata dal corpo, può elevarsi e trovare immagine nel ritratto idealizzato di Giuliano, che si trova nella nicchia centrale del partito superiore. Se il registro inferiore è più semplice (composto da specchiature che fanno da sobrio sfondo alle statue), quello superiore, separato da un cornicione dentellato con un fregio di mascheroni, è più articolato.
La tripartizione in verticale, presente anche nella parte inferiore, è qui evidenziata da paraste scanalate e con capitelli fantasiosi (nei cui mascheroni si anticipa l'arte manierista), le quali incorniciano la nicchia centrale di forma rettangolare e con architrave e, sopra di essa, una tabella liscia; ai lati invece si trovano due nicchie simmetriche con timpano ad arco, volute decorate a squame di pesce e, in alto, sopra il timpano, dragoni grotteschi a bassorilievo, dalle code ondulate come nastri. Oltre la trabeazione sporgente si trova poi un attico, che sottolinea il modello ripreso dall'arco di trionfo romano a tre fornici, sebbene reinterpretato con disinvoltura. Sull'attico si trovano decorazioni a bassorilievo (festoni, anfore e nastri), una voluta a mo' di chiave d'arco e, in corrispondenza delle paraste, dadi con coppie di balaustri.
Il ritratto di Giuliano de' Medici duca di Nemours è seduto, con entrambe le mani sul bastone del comando, con testa e gambe che scattano in un movimento verso destra, simile a quello del Mosè. La sua posizione è anche stata letta come un riferimento alla "vita attiva" della dottrina neoplatonica. Tra i motivi decorativi originali spicca il mascherone appuntato sul petto. L'opera non riproduce affatto le fattezze reali del personaggio, essendosi Michelangelo sempre rifiutato di praticare il ritratto: le fonti riportano come qualcuno fece notare la dissomiglianza all'artista, ma egli, conscio della sua statura artistica nel tempo, ribadì che da lì a dieci secoli nessuno si sarebbe accorto di tale dettaglio.
Le due parti del giorno, Giorno e Notte, sono invece una riflessione sul trascorrere del tempo e sul destino umano: non a caso, i ritratti sia di Giuliano che di Lorenzo rivolgono il loro sguardo alla Madonna col Bambino, fine e sollievo dell'umana sofferenza.
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Il campionato mondiale di hockey su ghiaccio maschile è la massima competizione di tale disciplina per squadre nazionali maggiori. Organizzato su base annuale dall'International Ice Hockey Federation, si disputa dal 1920.
La prima edizione del campionato del mondo coincise con il torneo olimpico del 1920 ad Anversa (Belgio); tutti i tornei olimpici fino a quello del 1968 a Grenoble (Francia) fanno parte del palmarès della competizione. La prima edizione svincolata dal torneo olimpico si tenne nel 1930, ospitata congiuntamente da Austria, Francia e Germania, alla quale presero il via dodici nazionali. Nel 1931 le squadre al via disputarono una serie di gironi all'italiana fino a giungere al girone decisivo; le medaglie furono assegnate sulla base della classifica del girone finale. Tale struttura rimase, con minime modifiche, fino al 1992. Nel 1951 fu introdotto il concetto di promozione e retrocessione con l'istituzione di una divisione inferiore, il Gruppo B, oggi Prima Divisione. Con la crescita della IIHF nel corso degli anni furono introdotte altre divisioni. Nel 1990 la IIHF approvò l'introduzione della fase a eliminazione diretta.
La struttura del campionato mondiale prevede 16 squadre nel Gruppo A, 12 nella Prima Divisione e 12 nella Seconda Divisione. Se sono presenti più di 40 squadre viene organizzata anche la Terza Divisione. Le squadre del Gruppo A disputano un girone preliminare, poi le migliori otto accedono ai playoff fino alla finale per la medaglia d'oro. Dal 1977 i mondiali sono aperti a tutti i giocatori, sia dilettanti che professionisti. Svolgendosi in contemporanea ai playoff della Stanley Cup, il campionato del mondo è disertato da molti giocatori di primissimo piano della National Hockey League fattore che spesso in Nordamerica induce a considerare tale competizione di livello inferiore alla prima citata[1].
Il Canada fu la dominatrice delle prime edizioni, vincendo 12 edizioni tra il 1930 e il 1952. Le altre nazionali al vertice in quegli anni erano gli Stati Uniti, la Cecoslovacchia, la Svezia, la Gran Bretagna e la Svizzera. L'Unione Sovietica esordì soltanto nel 1954 ma presto diventò la rivale principale del Canada. Dal 1963 fino alla sua ultima apparizione nel 1991 l'URSS dominò la competizione vincendo 20 titoli mondiali. In quel periodo solo altri tre Paesi riuscirono a conquistare delle medaglie, Canada, Cecoslovacchia e Svezia. La Russia, erede del titolo sportivo dell'URSS, esordì nel 1992, mentre la Rep. Ceca e la Slovacchia esordirono nel 1993. Nel terzo millennio i mondiali risultarono più competitivi, con un livello di gioco sempre più vicino fra le cosiddette "Big Seven"[2], Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Russia, Slovacchia, Svezia e Stati Uniti.
La International Ice Hockey Federation (IIHF), l'organo direttivo dell'hockey su ghiaccio, fu creato il 15 maggio 1908 con il nome di Ligue Internationale de Hockey sur Glace (LHG).[3] A quel tempo l'organizzazione dell'hockey su ghiaccio era ancora una novità, considerato che il primo incontro al coperto della storia si giocò il 3 marzo 1875 presso il Victoria Skating Rink di Montréal.[4] Nel 1887 quattro squadre di Montréal fondarono l'Amateur Hockey Association of Canada (AHAC), uno fra i primi campionati dotati di un calendario. Lord Stanley donò la Stanley Cup e i suoi amministratori fiduciari decisero di consegnare il premio alla miglior squadra della AHAC o a qualsiasi altra formazione capace di sconfiggerla.[5] Nel 1905 fu fondata la Eastern Canada Amateur Hockey Association (ECAHA),[6] una lega che univa giocatori dilettanti ad altri professionisti. Lo scioglimento della ECAHA portò alla nascita della National Hockey Association (NHA).[7]
I primi campionati europei si svolsero nel gennaio del 1910 a Les Avants, in Svizzera, e furono i precursori del campionato mondiale. Fu la prima competizione creata per le squadre nazionali, e le prime partecipanti furono il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e la Svizzera.[8] Nel frattempo in Nordamerica l'hockey professionistico stava continuando a crescere e nel 1917 nacque la più importante lega professionistica al mondo, la National Hockey League (NHL).[9] I Campionati europei continuarono a svolgersi per cinque anni consecutivi fino allo scoppio della prima guerra mondiale, evento che costrinse a sospendere la competizione fino al 1920.[10]
La IIHF riconosce il torneo svoltosi durante le Olimpiadi estive del 1920 come il primo Campionato del mondo di hockey su ghiaccio.[11] Esso fu organizzato da un comitato che includeva il futuro presidente della IIHF Paul Loicq. Il torneo si giocò fra il 23 e il 29 aprile e vide la partecipazione di sette squadre: Canada, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Svizzera, Svezia, Francia e i padroni di casa del Belgio.[12] Il Canada rappresentato dai Winnipeg Falcons vinse la medaglia d'oro, superando le avversarie con 27 reti segnate contro una sola subita.[13] Completarono il primo podio nella storia del torneo gli Stati Uniti e la Cecoslovacchia.[14] Nel 1921 si riunì a Losanna il Congresso olimpico, il quale decise di organizzare nel 1924 una settimana di sport invernali a Chamonix, in Francia. Un anno dopo l'evento il Comitato Olimpico Internazionale decise di considerare quelle competizioni valide come prima edizione dei Giochi olimpici invernali.[15]
Tutte le edizioni successive delle Olimpiadi furono considerate valide come edizioni del Campionato mondiale fino ai giochi di Grenoble 1968. Canada vinse le prime due edizioni olimpiche nel 1924 e nel 1928.[16][17] Nel 1928 la Svezia e la Svizzera vinsero le loro prime medaglie, mentre fecero il loro debutto altre quattro nazionali arrivando a un totale di undici partecipanti.[18]
Il primo Campionato mondiale disputato in un anno diverso da quello dei Giochi olimpici fu quello del 1930. Si svolse in tre città differenti, a Chamonix in Francia, a Vienna in Austria e a Berlino in Germania. Il Canada vinse l'oro sconfiggendo in finale la Germania, mentre la Svizzera conquistò il bronzo.[19][20] I canadesi si ripeterono l'anno successivo,[20] e anche nei giochi di Lake Placid 1932.[20][21] Nel torneo del 1933 a Praga gli Stati Uniti conquistarono la medaglia d'oro, diventando la prima nazionale non canadese a vincere il titolo mondiale. Questo rimane l'unico oro vinto dagli statunitensi al di fuori dei Giochi olimpici.[22]
Due giorni prima dei giochi di Garmisch-Partenkirchen 1936 alcuni dirigenti canadesi protestarono per la convocazione da parte del Regno Unito di due giocatori, Jimmy Foster e Alex Archer, che avevano giocato in Canada ma che si erano trasferiti senza permesso in Gran Bretagna per giocare nel campionato locale. La IIHF diede ragione al Canada, ma i britannici minacciarono di disertare la competizione in caso di esclusione dei due giocatori. Il Canada ritirò il suo reclamo, mentre il Regno Unito conquistò la prima e unica medaglia d'oro della sua storia.[23] Il Canada vinse tutti gli altri mondiali di quel decennio, mentre nel 1939 esordì a livello internazionale la Finlandia.[24] La seconda guerra mondiale portò alla cancellazione delle Olimpiadi del 1940 e del 1944, mentre i mondiali furono sospesi dal 1941 fino al 1946.[19][25]
Nel secondo dopoguerra la Cecoslovacchia iniziò ad emergere e nel 1947 vinse la sua prima medaglia d'oro in un'edizione a cui non prese parte il Canada. Fu nel 1949 che i cecoslovacchi poterono vincere un oro battendo i campioni canadesi.[11] I giochi di St. Moritz 1948 furono segnati dal conflitto fra le federazioni statunitensi: la American Hockey Association (AHA) e la Amateur Athletic Union (AAU). La AAU negò il suo supporto alla AHA poiché riteneva che i giocatori scelti per partecipare fossero dei professionisti, quando allora l'evento era riservato esclusivamente ai dilettanti.[26] Fu raggiunto un compromesso e l'AHA poté giocare, tuttavia i loro risultati non sarebbero stati validi per la classifica finale.[26][27] Sia i cecoslovacchi che i canadesi giunsero alla fine del torneo con sette vittorie e un pareggio nello scontro diretto. Per questo motivo l'oro fu assegnato al Canada per la miglior differenza reti.[28]
Ai giochi di Oslo 1952, gli Edmonton Mercurys in rappresentanza del Canada conquistarono la sesta medaglia d'oro alle Olimpiadi, e questo fu l'ultimo successo canadese per i successivi cinquanta anni.[29] Il mondiale del 1953 fu terminato da sole tre nazionali, il minimo nella storia del torneo, e vide il primo successo da parte della Svezia.[30]
I mondiali del 1954 sono state descritte dalla IIHF come i primi dell'epoca moderna.[31] Il torneo vide infatti l'esordio internazionale dell'Unione Sovietica. L'URSS aveva organizzato il suo primo campionato nazionale nel 1946, mentre in precedenza si erano dedicato maggiormente al bandy.[31] Guidati da Arkadij Černyšëv i sovietici raggiunsero in finale il Canada entrambe imbattute, incontrandosi così per la prima volta nella loro storia. L'URSS vinse la finale 7-2, diventando la quinta nazionale capace di vincere il titolo mondiale.[31] L'anno 1955 il Canada si prese la rivincita battendo i sovietici per 5-0 e vincendo l'oro.[32] Alle Olimpiadi del 1956 di Cortina d'Ampezzo l'Unione Sovietica concluse il torneo ancora una volta imbattuta vincendo la medaglia d'oro olimpica alla sua prima partecipazione.[33] Sarebbero passati sette anni fino alla successiva vittoria della selezione sovietica.[11]
Il torneo del 1957 fu ospitato dalla città di Mosca. Canada e Stati Uniti boicottarono l'evento a causa dell'occupazione dell'Ungheria. La maggior parte delle partite si disputarono nel palazzetto Lužniki, tuttavia gli organizzatori decisero di far disputare la finale all'aperto nello Stadio Lenin. La gara fu vista da almeno 55.000 spettatori, record dei mondiali fino al 2010. La sfida decisiva vide il pareggio fra la Svezia e i padroni di casa, ma grazie a una vittoria in più in classifica gli scandinavi si aggiudicarono il torneo.[34] Il Canada ritornò ai mondiali nel 1958 e vinse due titoli consecutivi superando entrambe le volte l'Unione Sovietica.[11] Ai Giochi olimpici di Squaw Valley 1960 le favorite erano il Canada, l'URSS, la Cecoslovacchia e la Svezia, tuttavia ad imporsi furono i padroni di casa degli Stati Uniti, capaci di sconfiggere tutte le avversarie e di vincere il primo oro dal 1933.[35]
Nel 1961 il Canada vinse la diciannovesima medaglia d'oro superando all'ultima gara la Cecoslovacchia e l'Unione Sovietica. Questa fu l'ultima volta che i canadesi impiegarono una squadra dilettantesca per rappresentare la nazionale, in questo caso i Trail Smoke Eaters. A partire dall'anno successivo infatti Hockey Canada su un'idea di David Bauer decise di lanciare un programma per convocare i migliori giocatori da tutta la nazione. Il Canada non avrebbe più vinto una medaglia d'oro fino al 1994.[36] I mondiali del 1962 si svolsero per la prima volta in Nordamerica nello stato del Colorado e furono boicottati dalle nazionali sovietiche e cecoslovacche. La Svezia sconfisse per la prima volta il Canada e si aggiudicò la terza medaglia d'oro nel giro di dieci anni.[30]
In questo periodo l'hockey sovietico dominò grazie anche alle regole di cui sopra, vincendo quasi tutti i titoli. Nel 1970 la IIHF permise al Canada di aggregare nove giocatori professionisti dai ranghi della NHL e le sue leghe minori (sebbene i tornei si svolgessero contemporaneamente ai playoff della Stanley Cup, il che tolse di mezzo gran parte dei campioni). Questo permesso fu poi levato in quanto produsse molta confusione e reciproci reclami. Il Canada rivendicò il proprio diritto a schierare i migliori giocatori possibili e boicottò la manifestazione per 7 anni.
Nel 1976 un nuovo presidente della IIHF permise la partecipazione di ogni tipo di giocatori e il Canada rientrò l'anno seguente. Questa volta la qualità dei giocatori europei era tanto elevata che nemmeno utilizzare i giocatori NHL rimasti fuori dai playoff fu sufficiente ai canadesi per dominare: la Nazione nordamericana tornò infatti a vincere solo nel 1994.
Lo sgretolamento dell'Unione Sovietica e la secessione in Cecoslovacchia portò ad un appianamento senza precedenti dei valori in campo: i giocatori di quelle nazioni ebbero la libertà di emigrare nella NHL, il che impedì a molti Paesi europei di mandare i propri migliori elementi al campionato mondiale, e questo fu particolarmente sentito nei due Paesi chiave di quegli stati divisi, la Russia e la Repubblica Ceca.
Questi avvenimenti crearono quindi una sfida per la federazione internazionale, per l'affacciarsi a grandi livelli di Nazionali come Bielorussia, Repubblica Ceca, Kazakistan, Lettonia, Russia e Slovacchia, che accamparono tutte richieste di partecipazione al livello A. Russia e Repubblica Ceca vi accedettero direttamente ma le altre dovettero partire dalla C. Fu chiaro che presto gran parte di queste sarebbero arrivate velocemente alla massima serie, mettendo a rischio il ruolo che ricoprivano le Nazioni dell'Europa Occidentale. Per questo la federazione decise di allargare il numero di squadre partecipanti alla pool A.
Attorno alla fine del millennio gli stati dell'ex Cecoslovacchia hanno ottenuto grandi successi, con quattro titoli consecutivi nel 1999-2002, i primi tre dalla Rep. Ceca, l'ultimo dalla Slovacchia. Il Canada è tornato ad altissimi livelli con i successi 2003 e 2004 oltre alle Olimpiadi e la World Cup of Hockey del 2004. Il 2006 fu l'anno d'oro della Svezia che trionfò ai Mondiali e ai Giochi olimpici. Nel 2007 tornarono al successo i Canadesi che però fallirono l'anno successivo il bis in casa: fu infatti la volta della Russia che vinse l'alloro mondiale 15 anni dopo il primo titolo, quello del 1993 - escludendo i precedenti 22, vinti come Unione Sovietica. Nel 2013 il titolo fu vinto dalla Svezia; era dal 1986 che la nazione organizzatrice del torneo non riusciva a conquistare la medaglia d'oro.
Il primo Campionato mondiale staccato rispetto ai tornei olimpici si disputò nel 1930 e vide la partecipazione di dodici nazionali. Al Canada fu concesso un bye per accedere direttamente alla finalissima, mentre le altre squadre disputarono un torneo a eliminazione per determinare l'altra finalista.[37] Nel 1931 i mondiali cambiarono formula avvicinandosi a quella adottata nei Giochi olimpici: le dieci partecipanti disputarono una serie di turni di qualificazione per accedere al girone finale. Le medaglie furono assegnate in base ai punti conquistati al termine del girone decisivo.[37] Questa struttura cambiò numerose volte nel corso del decennio, alternando alcune edizioni con una finale secca per l'oro ad altre edizioni con un girone all'italiana.[37]
Nel 1937 il torneo cambiò ancora formula tornando ad essere simile alle Olimpiadi: si giocò un turno preliminare con le 11 partecipanti, e le quattro migliori disputarono il girone per l'assegnazione delle medaglie. Un anno più tardi nel 1938 venne disputata invece la finale per la medaglia d'oro; essa fu l'ultima ad essere disputata prima del Campionato mondiale del 1992.[37]
Nel 1951 le tredici partecipanti furono divise per la prima volta in due gruppi. Le migliori sette furono inserite nel Pool A e lottarono per la conquista del titolo mondiale.[37] Le altre sei invece crearono il cosiddetto Pool B. Solitamente il Gruppo A era composto da otto nazionali, sebbene nel corso degli anni vi siano state delle variazioni come un minimo di tre partecipanti nel 1953 e un massimo di dodici nel 1959. Il torneo con gironi all'italiana fu adottato ininterrottamente fino al 1992,[37] tuttavia fu spesso criticato poiché il titolo veniva assegnato già prima dell'ultima partita del torneo.
Durante un congresso nel 1990 la IIHF introdusse il sistema dei playoff.[19][38] Con la crescita della IIHF aumentò sempre più il numero delle nazionali iscritte ai mondiali, e per questo motivo furono aggiunti altri gruppi. Nel 1961 esordì il Pool C, mentre nel 1987 venne creato anche il Pool D Nel 2001 le varie Pool cambiarono il proprio nome: la Pool B divenne Prima Divisione, la Pool C divenne Seconda Divisione e la Pool D divenne Terza Divisione.[39][40]
La struttura moderna del Campionato mondiale prevede un minimo di 40 partecipanti: 16 nazionali nel Gruppo A, 12 in Prima Divisione, 12 in Seconda Divisione e le altre in Terza Divisione.
Dal 1998 al 2011 le squadre del Gruppo A erano divise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno; dopo un girone di sola andata le tre migliori accedevano alla seconda fase mentre le ultime classificate disputavano un altro girone per evitare la retrocessione, le ultime due classificate venivano retrocesse in Prima Divisione. La seconda fase prevedeva invece due gironi da sei squadre, con le migliori quattro promosse alla fase a eliminazione diretta, formata da quarti di finale, semifinali e finali.[41]
Fra il 1998 e il 2004 la IIHF organizzò un torneo di qualificazione separato riservato all'Estremo Oriente per poter garantire almeno una partecipante asiatica ai campionati mondiali di Gruppo A. Il Giappone vinse tutti i tornei di qualificazione, tuttavia concluse i tornei sempre all'ultimo posto tranne nel 2004, quando giunse quindicesimo. Al termine di quell'edizione la IIHF sospese il torneo e il Giappone retrocesso dovette partecipare alla Prima Divisione.[42]
Il Gruppo A è composto da 16 nazionali: esse sono divise in due gironi in base alla classifica mondiale IIHF. Il ranking viene calcolato sulla base dei risultati ottenuti negli ultimi quattro mondiali e nell'ultimo torneo olimpico. I risultati dei tornei più recenti incidono maggiormente sul calcolo della classifica.[43]
A partire dai mondiali del 2012 i quattro gironi preliminari sono stati sostituiti da due gironi da otto squadre ciascuno; ogni squadra disputa perciò sette gare contro le avversarie del proprio girone. Le migliori quattro squadre dei due gironi avanzano alla fase a eliminazione diretta. Nei quarti di finale le prime classificate affrontano le quarte provenienti dall'altro gruppo, mentre le seconde classificate affrontano le terze classificate dell'altro gruppo. Le vincitrici dei quarti di finale disputano le semifinali, mentre a loro volta le vincitrici delle semifinali disputano la finale per la medaglia d'oro. Le sconfitte disputano invece la finale valida per la medaglia di bronzo.[41] Sempre a partire dal 2012 è stato abolito il girone retrocessione; al suo posto le ultime due classificare dei gironi preliminari sono retrocesse in Prima Divisione.[41]
La Prima Divisione è divisa in due gruppi da sei squadre e ciascun gruppo disputa un girone di sola andata per un totale di cinque partite. In passato le vincitrici dei due gruppi erano promosse nel Gruppo A, mentre le ultime venivano retrocesse in Seconda Divisione. Dal 2012 vengono invece promosse le prime due del Gruppo A, mentre la vincitrice della Prima Divisione - Gruppo B prende il posto dell'ultima classificata della Prima Divisione - Gruppo A. L'ultima della Prima Divisione - Gruppo B viene infine retrocessa in Seconda Divisione.
La Seconda Divisione funziona in maniera simile alla Prima Divisione, con la differenza che nella Seconda Divisione - Gruppo A viene promossa solo la prima classificata. L'ultima classificata della Seconda Divisione - Gruppo B viene retrocessa in Terza Divisione. La Terza Divisione si compone di un numero variabile di formazioni, generalmente sei. In caso di un numero superiore di partecipanti viene organizzato un torneo di qualificazione.[44][45]
Dal primo torneo disputato nel 1920 all'epoca moderna sono avvenute numerose trasformazioni nel gioco e nel regolamento, ad esempio le partite si giocavano all'aperto, non erano permessi i passaggi in avanti,[46] la pista era 56x18 metri (mentre gli standard moderni della IIHF sono 61x30 metri) e venivano disputati due periodi da venti minuti ciascuno.[12] Ogni squadra scendeva in pista con sette giocatori sul ghiaccio, con la presenza del cosiddetto rover.[19] Dopo il torneo la IIHF tenne un congresso e decise di adottare le regole canadesi: sei uomini sul ghiaccio e tre periodi di gioco.[46]
Nel congresso IIHF del 1969 i membri della commissione approvarono l'estensione del body-checking a tutti i terzi della pista così come succedeva nella National Hockey League. In precedenza nei tornei internazionali il body-checking era permesso solo nei terzi difensivi. Fu una delle modifiche più importanti decise dalla IIHF, permettendo al gioco di essere molto più fisico e aggressivo.[47] La regola fu applicata per la prima volta ai mondiali del 1970, nonostante il timore del presidente della IIHF Bunny Ahearne che l'hockey potesse diventare un gioco per picchiatori.[47] All'inizio degli anni 1970 furono approvate altre norme come l'obbligo di indossare un caschetto, mentre la maschera per i portieri divenne obbligatoria nell'edizione del 1972.[19] Nel 1992 la IIHF abbandonò il sistema dei gironi all'italiana adottando invece un sistema di play-off per l'assegnazione delle medaglie, e in questa fase i pareggi sarebbero stati decisi da una serie di shootout. Nel 1997 fu invece sperimentata una nuova regola che permetteva il two-line pass, ovvero il passaggio dal proprio terzo difensivo alla metà campo avversaria varcando così la linea blu e quella rossa di metà campo. La norma fu testata nei mondiali del 1997 e portò a un aumento significativo delle reti segnate.[48]
A partire dalla stagione 2005-06 la NHL introdusse diverse nuove regole, alcune delle quali già adottate dalla IIHF, come l'introduzione degli shootout in caso di pareggio e la possibilità di effettuare i two-line pass.[49] Dall'altra parte invece fu la IIHF a seguire l'esempio della NHL adottando una linea di condotta molto più restrittiva contro le penalità di aggancio col bastone, ostruzione e trattenuta.[50][51] Nel 2006 la IIHF abolì i pareggi e adottò un nuovo sistema di assegnazione dei punti: i successi entro il sessantesimo minuto assegnano tre punti, quelli all'overtime invece due, una sconfitta dopo l'overtime sarebbe valsa un punto e infine quella entro il sessantesimo minuto zero punti. Tale sistema fu applicato per la prima volta ai mondiali del 2007.[52]
Nel corso degli anni una delle differenze più evidenti fra la IIHF e la NHL era stata la dimensione della pista da hockey: le piste della NHL sono infatti 5 metri più strette rispette a quelle degli standard internazionali, misurando 61x26 metri (200x85 piedi) contro i 61x30 metri adottati in Europa (200x98,5 piedi).[53] Nella storia dei mondiali le piste nordamericane furono adottate in un'occasione, l'edizione del 2008 disputata in Canada. Nel 2014 il nuovo regolamento della IIHF ammise ufficialmente per la prima volta lo standard adottato in Nordamerica fra le misure valide per una pista di hockey su ghiaccio. Fra le altre regole modificate vi fu quella della liberazione vietata, che seguì le orme della NHL adottando un sistema ibrido riducendo il numero di contrasti fisici pericolosi per i giocatori.[54]
A partire dal 1977 il Campionato mondiale è aperto a tutti i giocatori, sia dilettanti che professionisti.[55] La IIHF stabilisce le seguenti norme perché un giocatore possa essere considerato convocabile:[56][57]
Se un giocatore che non ha mai preso parte a competizioni ufficiali IIHF cambia la propria nazionalità egli deve disputare almeno due stagioni consecutive in quel paese e possedere un transfer card internazionale (ITC).[56] Se un giocatore invece ha già preso parte a competizioni ufficiali IIHF e desidera cambiare nazionalità egli deve aver giocato nel nuovo paese per quattro anni. Tale decisione può essere presa solo una volta.[56]
Il Campionato mondiale di hockey su ghiaccio è composto da quattro divisioni. Questa è la composizione di ciascun raggruppamento al termine delle competizioni del 2022 con i gruppi di appartenenza in vista dell'edizione 2023 e la loro posizione nella classifica mondiale IIHF.
Il Campionato mondiale di Gruppo A è composto dalle sedici migliori formazioni al mondo. Le ultime due classificate vengono retrocesse in Prima Divisione - Gruppo A. Il mondiale del 2023 si è giocato a Tampere, in Finlandia, ed a Riga, in Lettonia fra il 12 e il 28 maggio 2023.
La Prima Divisione è composta da dodici formazioni. Le squadre del Gruppo A lottano per la promozione nel campionato mondiale di Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Prima Divisione - Gruppo B. Invece le squadre del Gruppo B lottano per la promozione in Prima Divisione - Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Seconda Divisione - Gruppo A. La Prima Divisione del 2023 si è giocata per il Gruppo A a Nottingham, in Regno Unito, fra il 29 aprile e il 5 maggio mentre per il Gruppo B a Tallinn, in Estonia, fra il 23 e il 29 aprile 2023.
La Seconda Divisione è composta da dodici formazioni. Le squadre del Gruppo A lottano per la promozione in Prima Divisione - Gruppo B mentre la perdente è retrocessa in Seconda Divisione - Gruppo B. Invece le squadre del Gruppo B lottano per la promozione in Seconda Divisione - Gruppo A mentre la perdente è retrocessa in Terza Divisione. La Seconda Divisione del 2023 si è giocata per il Gruppo A a Madrid, in Spagna dal 16 al 22 aprile e per il Gruppo B a Istanbul, in Turchia, fra il 17 e il 23 aprile.
Di solito la Terza Divisione è composta da sei formazioni; la vincitrice del raggruppamento viene promossa in Seconda Divisione - Gruppo B. Nel 2023, le partite del Gruppo A si sono giocate a Città del Capo, in Sudafrica, dal 17 al 23 aprile e le partite del Gruppo B a Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina, dal 27 febbraio al 5 marzo
La IV divisione comprende quattro squadre. Le squadre competono per la promozione in Divisione III Gruppo B. Nel 2023 le partite si sono giocate ad Ulan Bator, in Mongolia, dal 23 al 26 marzo.
1
2-4
5-9
10-24
25+
Dati aggiornati al 2016 dopo 80 edizioni. In corsivo le nazionali scomparse.
= divisione d'appartenenza nel 2016.
A partire dal 1954 la IIHF ha istituito una serie di premi individuali per i migliori giocatori dei Campionati mondiali di hockey su ghiaccio. Scelti dalla direzione del torneo i primi premi furono assegnati per i ruoli di miglior portiere, difensore e attaccante.[114] In occasione dell'edizione del 1999 fu aggiunto anche il premio per l'MVP della competizione. Esiste inoltre un All-Star Team scelto dai rappresentanti dei media. Nel 2004 il canadese Dany Heatley diventò il primo giocatore a guidare la classifica marcatori, a vincere i premi di MVP, miglior attaccante e ad essere nominato nell'All-Star Team nello stesso anno.[115] Riuscì a ripetere tale impresa anche nel 2008.[116]
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Mirko Savini (Roma, 11 marzo 1979) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista, tecnico della Fermana.
Nasce difensore centrale, ma dalla stagione 2006-2007 si adattò anche come esterno sinistro di centrocampo, dimostrando versatilità tattica[2][3] e tempra caratteriale.[4]
Cresciuto nella Lodigiani in Serie C1, approda alla Fermana nella stagione 2000-2001 dove disputa 60 partite in due stagioni, per poi venire acquistato dall'Ascoli in Serie B nel 2002 (45 presenze con la maglia bianconera). Le sue prestazioni convinsero la Fiorentina ad acquistarlo nel mercato invernale di gennaio 2004 dove disputa 18 partite contribuendo alla promozione in Serie A del club gigliato.
Con la squadra gigliata conquistata la Serie A nel luglio del 2004. L'anno successivo è chiuso in squadra dal neoacquisto Chiellini. Nell'estate del 2005 lascia la Fiorentina e decide di ripartire dalla Serie C con il Napoli.
Alla prima stagione al Napoli gioca nel ruolo di terzino sinistro, ma un infortunio lo tiene fuori dal campo per 3 mesi. Con la società partenopea conquista la Serie B nella stagione successiva e in questa categoria continua ad essere titolare nel nuovo schema di mister Reja, il 3-5-2. Con il Napoli conquista anche la Serie A.
Nella stagione 2007-2008 colleziona 29 presenze in campionato.
Nella stagione 2008-2009 viene messo fuori rosa per divergenze con la società riguardo al prolungamento del contratto.[5] Dopo mezza stagione passata in tribuna, il 20 gennaio 2009 viene acquistato a titolo definitivo dal Palermo dopo aver rescisso il contratto con il Napoli.[6][7][8] Cinque giorni dopo esordisce con la maglia rosanero, subentrando nella ripresa nel corso della gara vinta per 3-2 contro l'Udinese. Termina la stagione con 11 presenze, quasi tutte da subentrato a partita in corso.
Svincolatosi dai rosanero, l'11 luglio 2009 firma un contratto triennale con i greci del PAOK[9][10] L'esordio con la nuova maglia risale al 20 agosto 2009, in PAOK-Heerenveen (1-1) di Europa League. Il 30 agosto esordisce nella massima serie greca, in PAOK-Levadiakos (3-0). Segna la sua prima rete con la maglia della squadra greca il 2 maggio 2010 nel 2-0 casalingo contro l'Aris Salonicco.
Dopo aver risolto il contratto con il club greco nell'estate del 2011, il 27 dicembre successivo si aggrega in prova al Varese,[11] ma non viene ingaggiato.
Dal giugno 2012 è collaboratore tecnico di Cristian Bucchi nella Primavera del Pescara.[12] Dal 5 marzo 2013, da quando Bucchi è l'allenatore della prima squadra del Pescara, diviene collaboratore tecnico della squadra che milita in Serie A.[13]
Il 12 luglio 2013, con l'approdo di Bucchi sulla panchina del Gubbio, diventa allenatore in seconda del club umbro.[14]
Segue, come secondo, Cristian Bucchi, alla guida della Torres, della Maceratese e del Perugia poi.
Dopo essere giunto fino alla semi-finale play-off della Serie B 2016-2017 con il Perugia,nel 2017, segue ancora Bucchi, come vice al Sassuolo in Serie A.[15]
Nell'estate del 2018 sempre con Bucchi, assumono la guida del Benevento, in Serie B. Dopo essere arrivati in seminale playoff, per la promozione in serie A non vengono confermati e per la stagione 2019-2020, ancora insieme, assumono la guida dell'Empoli, in Serie B. Il 12 novembre 2019 sono entrambi sollevati dalla guida tecnica dei toscani.
Nel luglio 2021 sempre con Bucchi, vengono ingaggiati alla guida della Triestina in Serie C; mentre un anno più tardi , nel giugno 2022 passano all'Ascoli
A settembre 2023 inizia il master UEFA Pro a Coverciano, il massimo livello di formazione per un tecnico.[16] Termina il corso ottenendo la qualifica ad ottobre 2024.
Il 5 marzo 2025 viene ufficializzato quale nuovo tecnico della Fermana, militante nel Girone F di Serie D.[17]
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Il gatto è protagonista in molti aspetti della cultura, come arte, letteratura, cinema, fumetti, mitologia.
Il gatto è il simbolo araldico della famiglia nobiliare dei Fieschi, i conti di Lavagna, che lo posero a sormontare il loro blasone accompagnandolo al motto "Sedens ago" (anche sedendo sono attivo).
Particolarmente diffuso in Giappone è il Maneki Neko, una statua di porcellana raffigurante un gatto e simbolo di buona fortuna. Si ritiene che tale tradizione risalga al XVI secolo, essendo il gatto giunto in Giappone dalla Cina intorno all'anno mille, ma inizialmente era considerato un essere malvagio e diabolico. In seguito, probabilmente grazie a influenze di origine cinese, l'atteggiamento cambiò.[1] Indice della popolarità del gatto tra i giapponesi è il successo di caffetterie tematiche dette neko café, la cui principale attrazione è la possibilità dei clienti di osservare ed eventualmente interagire con i felini ospiti del locale.
Nel Borneo malese, precisamente nello stato del Sarawak, la capitale Kuching è la città dei gatti: infatti Kuching significa "gatto" in malese. La graziosa cittadina si caratterizza per le molte statue e per un museo dedicati ai felini. Il gatto è il simbolo della città di Kuching. In novembre, e per un mese intero, si svolge il Pesta Meow (Festival del Gatto).
In termini di superstizione, il gatto nero in alcune culture è considerato portatore di sfortuna, specialmente quando attraversa la strada, e allo stesso tempo in altre è invece reputato un portafortuna.[2]
Di gatti hanno scritto diversi celebri autori come Lope de Vega (che scrisse La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda), come Kipling, Eliot, Carroll (che fa colloquiare Alice nel Paese delle Meraviglie con un gatto del Cheshire) e come Perrault, che nella sua celebre fiaba al gatto fa addirittura indossare un paio di stivali.
Scrittori di fama mondiale come Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft si sono ispirati ai gatti dedicando loro opere fra cui Il gatto nero per Poe e I gatti di Ulthar di Lovecraft.
Il russo Michail Bulgakov (1891-1940), considerato uno dei più grandi scrittori del Novecento, nel romanzo Il Maestro e Margherita, pubblicato postumo, pone fra i protagonisti della narrazione il ripugnante Behemoth, spesso tradotto in italiano con Ippopotamo: è l'enorme gatto demoniaco che si accompagna a Satana (Woland) nelle sue scorribande nella Mosca degli anni Trenta.
Si ricorda qui, inoltre, Luis Sepúlveda, con Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, romanzo ispirato dal suo gatto Zorba (soppresso a causa di una malattia), citato anche ne Le rose di Atacama.
Lo scrittore ceco Čapek ha descritto le vicissitudini dei suoi gatti in una serie di racconti, pubblicati dapprima come articoli su quotidiani cechi degli anni venti e trenta e successivamente raggruppati nella raccolta Měl jsem psa a kočku.
Anche lo scrittore giapponese Natsume Sōseki ha scritto un libro con protagonista un gatto intitolato, appunto, Io sono un gatto, in cui narra le vicende di una famiglia borghese del Giappone di inizio Novecento viste dal punto di vista dell'animale; Jun'ichirō Tanizaki ha invece dedicato ai rapporti tra una gatta e i suoi ospiti umani il romanzo La gatta, Shōzō e le due donne, scritto nel 1936.
Tra gli autori italiani, il filosofo Piero Martinetti ha dedicato ai suoi gatti defunti i Brevi epitaffi. I gatti sono inoltre una presenza costante nelle opere di Giorgio Celli.
I gatti siamesi Koko e Yum Yum sono i protagonisti della fortunata serie di romanzi gialli Il gatto che... della scrittrice statunitense Lilian Jackson Braun.
Anche svariati fumetti e cartoni animati moderni hanno dei gatti come protagonisti, ad esempio Felix il gatto, Garfield, Tom del duo Tom & Jerry, Gambadilegno, Birba (il gatto di Gargamella nei Puffi), Gatto Silvestro, Isidoro o Doraemon.
Il gatto ha stimolato anche la fantasia di numerosi poeti: basti pensare a Pablo Neruda, che a questo felino ha dedicato addirittura un'ode (Ode al gatto) e a Charles Baudelaire che l'ha citato nei suoi Fiori del male, vedi il sonetto Les chats dove le loro nobles attitudes vengono paragonate a quelle delle sfingi: ... Pensando, assumono nobili pose/da grandi sfingi distese in fondo a solitudini/e sembrano addormertati in un sogno senza fine... Ed ancora i sonetti Le chat (XXXIV), Le Chat (LI), oltre ad un'ambientazione tratta dalla Confession: è tardi, la notte scorre su Parigi addormentata, il poeta passeggia in intimità con la sua donna (la Sabatier), ...Et le long des maisons, sous les portes cochères,/des chats passaient furtivement,/l'oreille au guet, ou bien, comme des ombres chères,/nous accompagnaient lentement.[3] Hanno scritto poesie sui gatti Dario Bellezza, Luce d'Eramo e la poetessa Rosella Mancini (Gatti stellari e terrestri). Anche la poetessa polacca Wisława Szymborska ha scritto del gatto ("Il gatto nell'appartamento vuoto") come di un animale del lutto, che viene ferito profondamente dalla morte del padrone, vista dall'animale come un tradimento della fiducia e un ferimento alla sua sensibilità.
Alcuni brani di successo hanno per tema questo animale: basti citare La gatta di Gino Paoli, Quarantaquattro gatti, Volevo un gatto nero, Il gatto puzzolone, Il gatto mascherato e Il rompigatto dello Zecchino d'Oro, El me' gatt di Ivan Della Mea, Gattomatto di Roberto Angelini, o musical come Cats. Anche Freddie Mercury dedicò l'album Mr. Bad Guy ai suoi gatti e le canzoni Delilah e Bijou, dell'album dei Queen Innuendo, a due dei suoi gatti che portavano questi nomi.
Sempre in campo musicale è da citare il Duetto buffo di due gatti, componimento musicale per soprano erroneamente attribuito a Gioachino Rossini. Il gruppo musicale inglese The Cure intitola un loro brano The Lovecats.
Nei fumetti, cartoni animati, anime e "classici" della Disney appaiono molti gatti:
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Margherita di Savoia (1224 circa – 1264 circa) principessa di casa Savoia che fu Marchesa consorte del Monferrato, dal 1235 al 1253 e poi marchesa reggente del Monferrato dal 1253 al 1255 ed infine contessa consorte di Valentinois, dal 1255 alla sua morte.
Margherita, secondo lo storico francese, Samuel Guichenon, nel suo Histoire généalogique de la royale maison de Savoie, era la figlia secondogenita del decimo Conte di Savoia e Conte d'Aosta e Moriana e marchese d'Italia, Amedeo IV e della sua prima moglie, Margherita di Borgogna[1], che, secondo il documento n° 732 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, parte del testamento del nipote di Margherita, Ghigo VII del Viennois, figlio del fratello di Margherita, Andrea Ghigo VI del Viennois, Margherita era la figlia del duca di Borgogna, Ugo III e della sua seconda moglie, Beatrice di Albon (1161 - 1228), delfina del Viennois e contessa di Albon, Grenoble, Oisans e Briançon[2].
Amedeo IV di Savoia, secondo Samuel Guichenon, era il figlio primogenito di Tommaso I, Conte di Savoia, d'Aosta e di Moriana, e della moglie, Margherita o forse Beatrice[3], che secondo la Chronica Albrici Monachi Trium Fontium era figlia del Conte di Ginevra, Guglielmo I e della signora di Faucigny, Beatrice[4].
Secondo il documento n° 103 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, il 18 gennaio 1228, Margherita, di pochi anni di vita, fu promessa in sposa al marchese del Monferrato, Bonifacio II degli Aleramici (Bonifacio Marchioni Montisferrati); il nonno di Margherita, Tommaso I di Savoia (Thomas comes Maurianæ) aveva promesso un feudo come dote di Margherita (Margarethæ futuræ uxoris Bonifacii et filiæ Amedei Sabaudia primogeniti Thomæ comitis)[5].
Il matrimonio fu celebrato verso il 1235; nel documento n° 68 del Peter der Zweite, Graf von Savoyen, Markgraf in Italien, del novembre 1235, Margherita viene citata assieme al marito, il marchese del Monferrato, Bonifacio II (domina Margarita eius filia atque uxor dom. Bonifacii marchionis Montisferrati)[6]; mentre, nel mese successivo, Bonifacio II assegna un feudo a Margherita[7].
Nel 1243, morì sua madre, e suo padre, nel 1244, si sposò in seconde nozze con Cecilia del Balzo (o de Baux) († 1275), figlia di Barral, 8° signore di Les Baux-de-Provence e 2° visconte di Marsiglia, e della nipote di Raimondo VII di Tolosa, conte di Tolosa, Sibilla d'Andouze[8].
Margherita viene citata sia nel testamento, datato 1252, del padre, Amedeo IV, come moglie del marchese del Monferrato (Margaretam filiam meam uxorem Bonifacii marchionis Montisferrati)[9], sia nell'ultimo e quinto, datato 1253(Margaretha Montisferrati)[10].
Sempre nel 1253, suo marito, Bonifacio II, sentendosi vicino a morire, redasse il suo testamento, in cui indicava come suo successore il figlio, Guglielmo (Guilelminum filium meum inpuberem), sotto la tutela e reggenza della madre, Margherita (tutricem dominam Margaritam comitissam uxorem meam), come da documento n° L del Regesto dei Marchesi di Saluzzo (1091-1340)[11].
Suo marito, Bonifacio II, morì nel 1253 e Margherita resse il marchesato per due anni circa, quando il figlio raggiunse la maggior età.
Secondo le Europäische Stammtafeln[12], vol III, 740 (non consultate), Margherita si sposò in seconde nozze con Aimaro III di Poitiers († 1277), conte di Valentinois[13].
Queste nozze però non sono citate né da Samuel Guichenon[1], né nelle Mémoires pour servir à l'histoire des comtés de Valentinois et de Diois. Tome premier di Jules Chevalier[14].
Margherita morì dopo il 14 gennaio 1264, data in cui sua zia, Beatrice, contessa consorte di Provenza e di Forcalquier, la citò nel suo testamento (Margarithæ matri marchionis Montisferrati nepti suæ)[15].
Margherita al primo marito, Bonifacio II degli Aleramici diede due figli[16][17]:
Margherita al suo secondo marito, Aimaro III di Poitiers, non diede figli[19].
Pontecagnano Faiano è un comune italiano di 26 521 abitanti[1] della provincia di Salerno in Campania.
Popolato sin dall'Età del ferro, ospita le rovine dell'antico insediamento di Picentia, che durante la seconda guerra punica insorse contro la Repubblica romana schierandosi al fianco di Annibale, venendo perciò distrutta e progressivamente abbandonata. È diventato un comune autonomo nel 1911 in seguito al distacco dalla vicina Montecorvino Pugliano.
Il comune si estende nella piana del Sele, ad est della periferia di Salerno, poiché Pontecagnano è saldata con la frazione Lamia e la zona industriale del capoluogo. Da essa si scorge una magnifica vista di tutto il golfo di Salerno. Le due località formano comunque un unico centro abitato, per cui non si tratta di un comune sparso.
L'area urbana di Pontecagnano si sviluppa lungo la Strada Statale 18 ed è ormai contigua con la frazione di Sant'Antonio. La cittadina dista 10 km dal centro di Salerno, 5 km da Bellizzi, 12 km da Battipaglia e 17 km da Olevano sul Tusciano. Il limite comunale settentrionale è segnato a nord dal colle della Maddalena, a ovest dal fiume Picentino, ad est dal torrente Asa e dal fiume Tusciano e a sud dal mar Tirreno.
Lungo la fascia costiera si estende Magazzeno, frazione composta da ville sparse, villaggi turistici, discoteche e lidi, conosciuta anche come litoranea di Pontecagnano.
Il centro è situato ad est del fiume Picentino, la città è divisa dalla rete ferroviaria per cui la zona a nord è la più abitata e industrializzata mentre quella sud è soprattutto coltivata mediante impianti serricoli. Lungo la statale 18 si sviluppa Sant'Antonio, frazione quasi contigua al capoluogo, successivamente si trova la zona industriale della città. Il territorio dopo il ponte sul torrente Asa, diviso dalla statale 18 appartiene a nord al comune di Montecorvino Pugliano e a sud al comune di Pontecagnano Faiano, qui si trova la frazione detta di Pagliarone. Al di sotto della ferrovia è situata la frazione Corvinia, località in cui è situato l'aeroporto che segna i confini con Bellizzi. Il confine con Battipaglia invece, in località Picciola, in prossimità del litorale è segnato dal corso basso del fiume Tusciano. Verso i monti si incontrano le località di Trivio Granata e di Baroncino, seguite dalla frazione di Faiano ai confini con la parte più bassa del comune di Montecorvino Pugliano confine che viene delimitato dal corso d'acqua delle Sette Bocche e anche con Giffoni Valle Piana.
La stazione meteorologica più vicina è quella di Salerno Pontecagnano Faiano.
Il clima è di tipo Mediterraneo, in base alla media trentennale di riferimento (1961-1990) per l'Organizzazione Mondiale della Meteorologia, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta a +12,6 °C; quella dei mesi più caldi, luglio e agosto, è di +30,9 °C. Le precipitazioni medie annue sono abbondanti, superiori ai 1100 mm, con un minimo tra la tarda primavera e l'estate ed una regolare ed elevata distribuzione nel resto dell'anno.[4][5][6][7]
Il territorio dell'odierno comune di Pontecagnano Faiano vanta una frequentazione che risale all'età del rame (3500 - 2300 a.C.). Gli scavi archeologici hanno documentato l'esistenza di due santuari, una porzione del centro abitato (oggi visitabile presso il Parco Archeologico) e due necropoli che complessivamente hanno restituito circa 10 000 sepolture[8] databili in una cronologia che va dal 3.500 a.C. fino all'alto medioevo.
In fase preistorica il sito fu abitato dalle popolazioni della cultura del Gaudo tipiche della Campania dell'età del rame. Tra il IX e l'VIII secolo a.C. emergono i classici tratti della cultura villanoviana tipici della fase più arcaica della civiltà etrusca (v. Etruria campana), a cui risalgono le iscrizioni oggi conservate al Museo archeologico nazionale di Pontecagnano insieme a numerosi altri reperti.
Nel IV secolo a.C. il centro viene a contatto diretto con alcune popolazioni limitrofe (Sanniti, Greci, Lucani); le tracce archeologiche restituiscono le influenze che le nuove culture hanno esercitato nella società urbana. Per il periodo romano sappiamo grazie alle fonti di Plinio il Vecchio e Strabone che i romani edificarono sul sito della città etrusco-campana, nel 268 a.C. Picentia per accogliere una parte della tribù italica dei Picentines, deportata dalle Marche, l'allora Picenum. Picentia insorgerà due volte contro Roma, al tempo di Annibale schierandosi dalla parte di quest'ultimo, fatto che porterà i romani a fondare una nuova colonia, oggi Salerno, per controllare il territorio e i ribelli durante la Guerra Sociale quando viene distrutta (89 a.C.). Notizie che trovano conferme nei reperti archeologici. L'autonomia amministrativa perduta e la dispersione degli abitanti ridussero l'antico centro a frequentazioni modeste, attestate con ogni probabilità poco oltre la caduta dell'Impero Romano.
Nel 1755 Pontecagnano Faiano era ancora unito a Salerno, come si evince dal Catasto Onciario in cui si evidenziano i luoghi antichi che porteranno alla federazione delle tre frazioni di Ponte, Cagnano e Faiano che formeranno un comune autonomo federandosi fra loro. Fino al 1820, il territorio dell'attuale comune di Pontecagnano Faiano faceva parte del comune di Montecorvino. Il 25 gennaio 1820 con decreto reale 1876 Montecorvino venne diviso in due dipartimenti: Rovella e Pugliano. Successivamente il Consiglio Comunale di Montecorvino Pugliano divise il comune in frazioni: Pugliano, Torello, Faiano e Pontecagnano con capoluogo Pugliano. Il comune di Pugliano era in quel periodo, in condizioni ottimali sia per la crescita demografia sia per il miglioramento delle condizioni di vita dovute alla bonifica, iniziata già con i Borboni, che grazie alla bontà dei terreni portarono al trasferimento di molte famiglie nelle zone del piano e nel 1806 diedero vita ad un primo movimento per la costituzione di Pontecagnano che all'epoca contava meno di 200 abitanti in comune autonomo. Il notevole sviluppo economico e demografico delle zone del piano e la lontananza dalla Casa Comunale fu il motivo scatenante della separazione dei due comuni. Il Decreto Regio del 18 giugno 1911 stabilì la nascita del comune di Pontecagnano Faiano; mentre il comune di Montecorvino Pugliano rimase formato dalle frazioni di Santa Tecla, Capaccio, Gallara, Torello, Pagliarone. Dal territorio del nuovo comune saranno escluse molte località di confine, che erano parte integrante di Pontecagnano, che continueranno ad appartenere a Salerno ma che all'epoca rientravano nell'area marittima.
Lo stemma e il gonfalone di Pontecagnano Faiano sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 21 settembre 1962.
Lo stemma è partito: nel primo, in campo d'oro, san Benedetto, vestito di un saio rosso, tenente nella mano sinistra un pastorale; nel secondo di azzurro, al ponte a tre archi a cavallo di un fiume. Nel capo di rosso, la scritta DURANTES VINCUNT, in lettere maiuscole d'oro.
Il gonfalone è un drappo partito di azzurro e di giallo.
Abitanti censiti[9]
Al 31 dicembre 2023 la popolazione straniera era di 2.450 persone, pari al 9,42% dei residenti.[10]

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana di rito cattolico[11]; il comune appartiene alla forania di Montecorvino Pugliano - Montecorvino Rovella - Pontecagnano - Acerno dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, comprendente cinque parrocchie.
L'altra confessione cristiana presente è quella Evangelica con due comunità[12].
Lo statuto comunale di Pontecagnano Faiano non menziona alcuna frazione. In base al 14º Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni[13], i centri abitati sono:
L'economia del comune si basa essenzialmente sulle attività agricole.
Le competenze in materia di difesa del suolo sono delegate dalla Campania all'Autorità di bacino regionale Destra Sele.
Per quel che riguarda la gestione dell'irrigazione e del miglioramento fondiario, l'ente competente è il Consorzio di bonifica in Destra del fiume Sele.
Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni.
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The Wanderer (lett. "Il vagabondo") è un poema in lingua inglese antica la cui unica copia è conservata in un'antologia nota come codice Exeter, un manoscritto risalente al X secolo. È composto da 119 versi in metro allitterativo.
Il poema è probabilmente precedente al manoscritto, forse addirittura di centinaia di anni. Alcuni studiosi ritengono che fosse stato composto intorno al periodo della conversione degli Anglosassoni al cristianesimo (597), mentre secondo altri è stato scritto vari secoli dopo.
Strutturalmente, il poema si compone di versi con quattro accenti, con una cesura tra il secondo e il terzo accento. Come la maggior parte della poesia in antico inglese, è scritto in metro allitterativo.
The Wanderer è la meditazione di un esule solitario sulle glorie passate, dei tempi in cui era un guerriero al servizio del proprio signore, sulle difficoltà del presente e sui valori della sopportazione e della fede nel Signore celeste. Il guerriero è identificato come eardstapa (verso 6a), solitamente tradotto come "vagabondo", vaga tra i freddi mari e cammina su "sentieri di esilio" (wræclastas). Egli ricorda i giorni in cui serviva il suo signore nel comitatus, partecipava ai banchetti e riceveva preziosi doni. Tuttavia, il destino (wyrd) gli si rivoltò contro quando perse il suo signore, i suoi congiunti e i suoi compagni in battaglia e fu costretto all'esilio.
La voce narrante riflette sulla propria vita durante gli anni dell'esilio, mostrando tuttavia il superamento della sofferenza personale. La degenerazione della “gloria terrena” è presentata come inevitabile, in contrasto con il tema della salvezza attraverso la fede in Dio, che è introdotta a metà del poema.
Il poema descrive con toni vividi la solitudine e il desiderio di tornare ai bei giorni passati, e si conclude con un'ammonizione a riporre fede in Dio, “in cui risiede ogni stabilità”. Un'ipotesi sostiene che quest'ultima ammonizione sia un'aggiunta posteriore, dal momento che è posta alla fine di un poema che per il resto ha un carattere più profano.
The Wanderer è probabilmente il poema in antico inglese che ha suscitato più dibattiti in termini di significato, origine e traduzione di diverse parole ambigue.
Tre elementi notevoli del poema sono l'utilizzo del motivo degli "animali di battaglia",[1] la formula ubi sunt e il motivo del siþ (viaggio).
Il motivo degli "animali di battaglia" in questo caso non include solo i consueti aquila, corvo e lupo, ma anche un “uomo dal volto triste”, che secondo alcuni corrisponderebbe al protagonista del poema. La formula ubi sunt o "dove sono" è qui espressa con le parole "hwær cwom", che in inglese antico corrispondono a "dove è stato". Ciò enfatizza il senso di perdita che pervade il poema.
Il motivo del viaggio (siþ) nella letteratura anglosassone trova una corrispondenza anche in molti testi posteriori alla conquista normanna dell'Inghilterra, tra cui Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Il pellegrinaggio del cristiano di John Bunyan, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge e Riti di passaggio di William Golding. In The Wanderer e in questi testi successivi il tema non si esprime semplicemente come viaggio fisico, ma anche come evidente trasformazione interiore del personaggio che compie il viaggio.
Agnes Caroline Thaarup Obel (Gentofte, 28 ottobre 1980) è una cantautrice, compositrice e pianista danese.
Nata a Copenaghen, ha studiato presso l'Università di Roskilde, ma vive a Berlino. Impara a suonare il piano in giovane età. Sua madre suonava Chopin e Bartók al pianoforte.
Nell'aprile 2012 inizia a registrare il suo secondo disco a Berlino ed il 30 giugno seguente viene annunciata definitivamente l'uscita di Aventine.[3] Il titolo del disco è un riferimento all'Aventino, uno dei colli di Roma. Anche questo lavoro ha avuto un ottimo successo in Danimarca (#1), Paesi Bassi (#5), Belgio (#1) e Francia (#2).
Nel 2016 a tre anni di distanza dall'ultimo lavoro in studio, la compositrice danese pubblica un nuovo album intitolato "Citizen of Glass" nel quale sperimenta nuovi suoni grazie all'introduzione di strumenti come Celesta, Trautonium, elettronica e ritmiche più consistenti, che accompagnano pianoforte e sezione d'archi. L'album viene accolto positivamente dalla critica e viene presentato con un tour in tutta Europa. Inoltre, un suo brano Familiar, tratto dall'album Citizen of Glass, diventa la colonna sonora della serie TV Cardinal, ed è anche inserito nella colonna sonora della serie TV tedesca Dark.
Agnes Obel è influenzata da artisti come Roy Orbison, Joni Mitchell e PJ Harvey, oltre che dai grandi compositori francesi quali Claude Debussy, Maurice Ravel ed Erik Satie.[4]
Dal 2006 vive a Berlino col compagno, il fotografo Alex Brüel Flagstad.[senza fonte]
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(Daniel François Malan, durante un comizio radiofonico del giugno 1948.)
Daniel François Malan (Riebeeck West, 22 maggio 1874 – Stellenbosch, 7 febbraio 1959) è stato un politico sudafricano, Primo ministro del Sudafrica dal 1948 al 1954.
È ricordato soprattutto come difensore a oltranza del nazionalismo afrikaner e per aver dato inizio al regime segregazionista dell'apartheid.
Malan nacque il 22 maggio 1874 nella fattoria di Allesverloren, situata sui pendii dei monti Kastelberg, presso Riebeeck West, nell'allora Colonia del Capo. Alla sua famiglia, di origine francese, appartennero molti personaggi di spicco della storia afrikaner.
Studiò al Victoria College (in seguito diventerà l'Università di Stellenbosch) dove conseguì la laurea in arte e scienze e il master in filosofia. Proseguì i suoi studi all'Università di Utrecht, dove ottenne nel 1905 il dottorato in teologia. Durante gli anni universitari, fu un attivo membro di associazioni e iniziative accademiche, come il Debatsvereniging e lo Student Zending Vereniging, e fece parte della redazione di alcuni periodici che venivano pubblicati al Victoria College, come lo Stellenbosch Student's Quarterly e l'Annual.
Dopo aver conseguito il dottorato in teologia, venne ordinato ministro della Nederduits Gereformeerde Kerk (NGK, Chiesa riformata olandese) ed esercitò il proprio ministero a Montagu, nella Colonia del Capo, fino al 1915. In questo periodo fu anche un attivo predicatore errante, esercitando la sua missione in Sudafrica, Congo Belga e Rhodesia Meridionale.
Già in questi anni Malan era un ardente fautore dell'introduzione della lingua afrikaans come lingua ufficiale, un idioma che lottava per emergere contro le lingue allora ufficiali in Sudafrica (inglese e olandese). A questo fine egli fu fra i fondatori nel 1906 dell'Afrikaanse Taalvereniging, insieme ad altre personalità come De Waal, Daniël Francois Malherbe, D.F. du Toit e Abraham Izak Perold. Il 13 agosto 1908 tenne un discorso a Stellenbosch, intitolato Het is ons erns. Fu anche membro fondatore, nel 1909, della SA Akademie vir Wetenskap en Kuns.
Essendo così interessatosi alla causa nazionalista, Malan cercò di entrare nella politica attiva. Ci riuscì nel luglio 1915, quando divenne caporedattore del giornale nazionalista Die Burger. Sulle colonne di questo quotidiano Malan dava voce alle forti istanze nazionalistiche dei boeri nel paese. Poco tempo dopo il suo debutto editoriale, l'ex ministro James Barry Munnik Hertzog si accorse di quest'uomo molto scrupoloso che veniva dal niente con opinioni fresche riguardanti il futuro del Paese. Il giornale sosteneva in modo attivo le istanze nazionaliste afrikaner e si opponeva al sostegno del Sudafrica alla Gran Bretagna nella prima guerra mondiale.
L'Unione Sudafricana fu istituita il 31 maggio 1910, otto anni dopo la fine della seconda guerra boera, con Louis Botha come Primo Ministro. Nel 1914 Hertzog, ministro del Governo Botha messo in disparte, ruppe i suoi vincoli con quest'ultimo e fondò il National Party (NP). Malan si unì alla nuova formazione politica, diventando un risoluto sostenitore di Hertzog, e il giornale Die Burger divenne l'organo ufficiale del partito. Dopo essere diventato leader del nuovo partito nel distretto del Capo di Buona Speranza, Malan fu eletto nel 1918 in Parlamento. Nello stesso anno egli divenne membro dell'Afrikaner Broederbond (Lega dei fratelli afrikaner).
Nel 1924 il National Party, attraverso una alleanza con il Labour Party, vinse le elezioni e andò al potere: Hertzog divenne Primo Ministro e a Malan fu assegnata la carica di Ministro dell'Interno, dell'Istruzione e della Salute, incarico che mantenne fino al 1933.
Nel 1925 Malan fu in prima linea in una campagna per sostituire nella Costituzione come lingua ufficiale l'olandese con l'afrikaans: la campagna risultò vittoriosa e ottenne che il bilinguismo inglese-afrikaans venisse introdotto in ogni parte della Pubblica Amministrazione, spalancando ampie e significative opportunità di carriera agli afrikaner e agli sviluppi futuri del nazionalismo boero. Inoltre, grazie ai suoi sforzi e degli altri membri del Waaksaamheidskommissie, l'Università di Stellenbosch riuscì a sopravvivere come istituto di medio livello, proprio nel momento in cui c'era l'intenzione di chiuderla in favore della Central University di Città del Capo.
Nello stesso anno, inoltre, Malan introdusse un progetto di legge alla House of Assembly allo scopo di creare una bandiera nazionale senza la Union Jack. Alla fine, nell'ottobre 1927 fu raggiunto un compromesso fra Hertzog e il leader dell'opposizione Jan Smuts per includere sia la Union Jack sia le bandiere delle due ex repubbliche boere come parte integrante del nuovo vessillo.
Durante la campagna elettorale del 1929, il problema della razza fu per la prima volta all'ordine del giorno. Hertzog accusava il partito di Smuts di sostenere l'uguaglianza razziale e presentò il voto nazionalista come un voto per un "Sudafrica bianco". Alla fine, il NP vinse le elezioni con una maggioranza così netta da poter abbandonare l'alleanza con il Labour Party e poter formare un governo da solo.
Nei primi anni trenta la Grande depressione che dilagò in tutto il mondo costò sacrifici anche al governo sudafricano. Dopo il trauma dovuto all'abbandono del gold standard alla fine del 1932, il partito di Hertzog dovette affrontare una dura sfida politica, alla fine risolta dal suo ex Ministro della Giustizia Tielman Roos. Quest'ultimo uscì dal suo ritiro volontario dalla politica e iniziò negoziati con il leader dell'opposizione e capo del South African Party Smuts allo scopo di formare un governo di coalizione (1933).
Malan non fu affatto d'accordo con questa intesa, quindi lasciò il governo e la sua carica di ministro e, quando Hertzog e Smuts annunciarono l'intenzione di formare una coalizione, lui e altri diciannove deputati afrikaner fuoriuscirono, fondando il Gesuiwerde Nasionale Party (Partito Nazionale Purificato). Alle elezioni del 1934, NP e SAP ottennero la maggioranza assoluta e si fusero nello United Party, mentre il GNP di Malan venne relegato all'opposizione, dove rimarrà per i successivi quattordici anni.
Malan iniziò subito la riorganizzazione dell'Afrikaner Broederbond, attraverso la quale raccolse il sostegno elettorale di buona parte dei nazionalisti boeri. Alle elezioni del 1938, il GNP ottenne dodici seggi, confermandosi partito d'opposizione.
Nel 1939 la fusione fra NP e SAP iniziò a scricchiolare. Hertzog e Smuts non si accordavano sul ruolo che l'Unione Sudafricana avrebbe dovuto svolgere nella imminente guerra che avrebbe opposto la Gran Bretagna alla Germania nazista: il primo era favorevole alla neutralità, mentre il secondo sosteneva l'entrata in guerra al fianco dei britannici. Malan e il suo GNP invece era favorevole all'entrata in guerra al fianco dei tedeschi.
L'atteggiamento antibritannico portò il GNP a sostenere la posizione di Hertzog. Questi, messo in minoranza all'interno dello United Party, abbandonò partito e carica di Primo Ministro e creò un nuovo partito, il Volksparty (Partito del Popolo), con l'intenzione di unire tutti i nazionalisti afrikaner, fra i quali la guerra era impopolare al pari della Gran Bretagna. Il processo di riconciliazione (hereniging in afrikaans) fra Hertzog e Malan non fu semplice, ma si giunse comunque a un accordo: GNP e Volksparty sarebbero diventati un'unica entità nel Parlamento sudafricano sotto il nome di Herenigde Nasionale Party (Partito Nazionale Riunificato) con Hertzog come leader. L'accordo, però, non durò a lungo: a causa di contrasti interni, Hertzog lasciò ancora una volta il suo partito per fondarne un altro, l'Afrikaner Party assieme a Nicolaas Havenga.
Nel 1942 Malan scrisse un progetto di Costituzione (pubblicato poi sui due principali quotidiani in lingua afrikaans, Die Burger a Città del Capo e Die Trasvaaler a Johannesburg), nel quale invocava la segregazione territoriale e la disuguaglianza fra bianchi e non–bianchi sulla base di un paternalismo cristiano[senza fonte], ponendo i primi al di sopra dei secondi.
L'anno seguente, alle elezioni politiche, Malan ottenne con il suo Herenigde Nasionale Party 43 seggi su 150 e il 36% dei suffragi, vincendo il braccio di ferro con i dissidenti di destra del suo partito guidati da Oswald Pirow. Lo United Party di Smuts confermò il suo dominio nella vita politica sudafricana, conquistando 105 seggi.
Alla fine della seconda guerra mondiale, quasi il 25% degli Afrikaner erano membri dell'organizzazione paramilitare chiamata Ossewabrandwag, nonostante i suoi leader fossero stati internati durante il conflitto. Nei tre anni successivi alla fine della guerra, il governo di Smuts subì diverse battute d'arresto sia a livello nazionale che internazionale, mentre l'opposizione dell'HNP alla guerra aveva fatto aumentare in modo esponenziale la popolarità di Malan. Alle elezioni del 1948, infine, l'HNP alleato dell'Afrikaner Party di Nicolaas Havenga (Hertzog era morto nel 1942) batté lo United Party, ottenendo 86 seggi su 150 (nonostante non avesse la maggioranza assoluta dei seggi). Era l'inizio di 46 anni di dominio politico.
Animato da un profondo rancore sia nei confronti dei britannici, che per anni li avevano trattati da inferiori, sia nei confronti degli africani, che a loro avviso minacciavano la prosperità e la purezza della cultura afrikaner, Malan condusse una campagna elettorale basata sul cosiddetto swart gevaar ("pericolo nero") e condusse la propria battaglia elettorale sulla base di due slogan: Die kaffer op sy plek ("I negri al loro posto") e Die koelies uit die land ("Fuori i coolies[1] dal Paese"). Tutto allo scopo di istituire un sistema basato sull'apartheid ("separazione"), sulla supremazia dei bianchi, sulla segregazione razziale e sul controllo della forza lavoro nera, in completa opposizione al Colour Bar in vigore nella maggior parte delle colonie britanniche.[2]
In seguito alla vittoria, Malan fu nominato Primo ministro il 4 giugno 1948 e costituì un gabinetto di soli afrikaner, fra i quali spiccava Hendrik Frensch Verwoerd che metterà in pratica i principi dello sviluppo separato delle razze. È da notare anche che tutti i membri del governo di Malan erano anche membri dell'Afrikaner Broederbond, eccetto Eric Louw e Nicolaas Havenga. Nel 1951, l'HNP di Malan e l'AP di Havenga si fusero, ricostituendo il National Party.
Fu durante i sei anni e mezzo del governo Malan che furono gettate le basi della legislazione segregazionista, mirante a preservare l'identità del Volk (ovvero, del popolo afrikaner). Fra le più importanti leggi emanate dal Governo Malan vanno ricordate:
Cosa abbastanza curiosa, quando era ancora Primo Ministro, Malan espresse alcune riserve su certi aspetti dell'apartheid. Allo stesso modo, poiché beneficiò di una lunga carriera politica, Malan fu più incline ai negoziati e al compromesso con i suoi avversari di quanto lo saranno i suoi immediati successori. Fu così che non ignorò affatto l'opposizione parlamentare e, per esempio, assistette alla prima cinematografica a Johannesburg dell'adattamento del pezzo teatrale "Oh piangi, mio diletto Paese", seduto a fianco del suo autore, lo scrittore progressista nonché deputato liberale Alan Paton. Allo stesso modo rinunciò a adoperarsi per l'instaurazione della repubblica, per riconciliarsi con gli anglofoni ai quali aveva chiuso le porte del suo governo. Alla fine, egli si riavvicinò a Nicolaas Havenga, il più moderato e critico dei suoi ministri, ostile fra l'altro a togliere il diritto di voto ai cape coloured.
Alle elezioni generali del 1953 la maggioranza del National Party crebbe, ottenendo 94 seggi su 150. Il 30 novembre 1954, dopo intense pressioni da parte dei mediatori internazionali per alleggerire la forte presa sul Paese, Malan si ritirò dalla politica, ormai ottantenne e malato, lasciandosi dietro un paese pieno di inquietudine e agitazione. Sempre severo e inflessibile nella sua vita, considerava ormai compiuta la sua opera, avendo raggiunto tutti gli obiettivi che lo portarono ad abbandonare, quasi cinquant'anni prima, l'attività di pastore missionario per buttarsi nell'agone politico.
Il suo ultimo atto ufficiale fu di sostenere Havenga nella successione alla carica di Primo Ministro, contro l'ardente nazionalista repubblicano del Transvaal Johannes Gerhardus Strijdom. Tuttavia, fu quest'ultimo a essere scelto dal partito per succedergli alla testa del governo.
La residenza privata di Malan era a Brandwag. Dal 1945, visse con la seconda moglie Maria Louw nella sua casa di Stellenbosch. Nei ritagli di tempo, scriveva libri e curava il suo gatto Naamloos. Morì nella sua casa il 7 febbraio 1959.
Il suo libro, Afrikaner Volkseenheid en my ervaringe op die pad daarheen (Il Nazionalismo Afrikaner e le mie esperienze per realizzarlo) fu pubblicato nello stesso anno della sua morte dalla casa editrice Nasionale Boekhandel. Una collezione di suoi scritti e documenti si trova nel D.F. Malan Gedensksentrum a Stellenbosch, un centro commemorativo che si trova nell'Università di Stellenbosch.
L'Aeroporto Internazionale di Città del Capo ha portato il suo nome fino al 1995. Numerose arterie cittadine continuano ancora oggi a onorarlo anche se il suo nome figura sulla lista nera dell'African National Congress.
All'inizio del 2000, il viale "DF Malan Drive" a Johannesburg fu ribattezzato con il nome di Beyers Naudè, anch'egli pastore della Chiesa riformata olandese ma oppositore dell'apartheid.
Il progenitore dei Malan in Sudafrica fu un profugo francese ugonotto chiamato Jacques Malan, proveniente da Merindol (Provenza), che arrivò al Capo verso il 1689.
Malan è uno dei numerosi cognomi afrikaner di origine francese che hanno mantenuto negli anni la loro originaria grafia.
Altri progetti
Come un tuono (The Place Beyond the Pines) è un film del 2012 co-scritto e diretto da Derek Cianfrance.
La pellicola è interpretata da Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes e Ray Liotta.
Il titolo originale è la traduzione in inglese del nome della città di Schenectady, nello Stato di New York, derivato a sua volta da una frase in lingua mohawk che significa "posto al di là delle pianure di pini".[1]
1997: Luke Glanton è un abile pilota di moto che lavora come stuntman in uno spettacolo ambulante. Durante uno spettacolo svoltosi a New York, riceve visita da una sua vecchia compagna, Romina, e viene a sapere di essere il padre di suo figlio, Jason. Luke decide così di lasciare il suo lavoro come stuntman per rimanere in città e impedire al bambino di crescere senza padre, come invece è accaduto a lui. Nonostante ciò Romina non lo vuole coinvolgere nella vita del bambino, anche per via della sua nuova relazione con un altro uomo di nome Kofi.
Luke riesce così a trovare un lavoro nell'officina di Robin, mentre tenta ripetutamente di inserirsi nella vita di suo figlio. A causa del basso stipendio ricevuto, Luke chiede a Robin più soldi in modo che possa contribuire alla crescita di suo figlio. Robin gli rivela però di non poterlo pagare, e che l'unico modo per avere una buona somma di denaro sia organizzare una rapina alla banca, cosa che lui aveva già fatto con successo quattro volte. Nonostante l'iniziale riluttanza Luke accetta così di partecipare ad alcune rapine in piccole banche locali, utilizzando la motocicletta per fuggire e nascondersi, per poi salire sul vano di carico di un camion guidato dal socio e parcheggiato poco distante completando così la fuga.
Luke usa la sua parte di denaro guadagnata per riconquistare la fiducia di Romina, la quale si scopre ancora innamorata di lui, riuscendo così a passare anche più tempo con il figlio. Il motociclista finisce però con lo scontrarsi con il compagno di Romina, aggredendolo durante un diverbio e finendo in carcere per lesioni aggravate. Robin gli paga la cauzione, e appena uscito fuori, Luke decide di riprendere immediatamente le loro rapine in banca. Robin però, non volendo rischiare troppo, rifiuta e per non permettere all'amico di fare pazzie, gli smantella la moto. Luke però, deciso a tutto nonostante il rifiuto di Romina di iniziare una nuova vita con lui, minaccia Robin con una pistola riprendendosi i soldi della cauzione. Prosegue così la sua folle corsa, ma la rapina condotta da solo finisce male e si conclude con la sua morte, avvenuta in uno scontro a fuoco con il poliziotto Avery Cross, anch'egli padre da poco.
La scena si sposta nella vita di Avery Cross: dapprima osannato come eroe per aver ucciso il pericoloso malvivente, in seguito si trova coinvolto in affari loschi all'interno del distretto di polizia che vedono coinvolti alcuni suoi colleghi. Con l'aiuto del padre, influente personaggio e giudice della cittadina, sfrutta l'occasione per uscire dalla polizia, facendo emergere un giro di manomissione di prove in cui sono implicati diversi colleghi, e lanciarsi nella carriera politica. Quindici anni dopo Avery concorre per la carica di Procuratore.
2012: c'è un nuovo cambio di scena, i protagonisti sono Jason, il figlio del rapinatore ormai diciassettenne, e AJ, suo coetaneo e figlio di Cross. I due frequentano lo stesso liceo e, ignari delle vicende che legano i loro padri, stringono amicizia. Una vicenda di ecstasy però li conduce entrambi in carcere, ma grazie al padre di AJ vengono tirati fuori velocemente. Il passato inevitabilmente riaffiora e la vecchia violenza chiama nuova violenza. Jason scopre pian piano il passato del padre defunto: dopo essersi recato nell'officina in cui Luke lavorava, trova Robin, che dopo tanti anni è rimasto sempre lì, nella vecchia officina. Robin accoglie benevolmente il ragazzo e volentieri gli racconta di suo padre; gli mostra una foto del suo volto e gli regala i suoi vecchi occhiali, poiché pensa che avrebbe desiderato tanto che suo figlio li avesse. Accumulando rabbia e dolore per il fatto di essere cresciuto senza un padre, Jason decide di farsi giustizia da solo: arriva a rapire Avery con l'intento di assassinarlo. Trovandosi di fronte all'ex poliziotto inginocchiato e piangente, colpito dal suo rimorso per avergli ucciso il padre, il ragazzo trova la forza per superare la violenza cieca che stava per annientarlo e abbandona la città a bordo della vettura di Avery con il denaro trovato nel suo portafoglio insieme a una foto conservata negli anni che ritraeva Jason con i genitori, in un breve momento felice. Dopo questa vicenda Avery viene eletto alla carica di procuratore federale degli Stati Uniti. Jason invece va via di casa, cercando di crearsi una propria vita, manda una busta alla madre contenente la foto che li vedeva felici quindici anni prima e compra una moto, per portare avanti la passione del padre, e per ricordarlo per il poco che aveva conosciuto di lui.
Le riprese hanno avuto luogo nel luglio 2011 e sono durate fino al gennaio del 2012 a causa di un lutto del regista. Sono state girate principalmente nello stato di New York, tra Schenectady, Niskayuna e Scotia.[2] Il progetto per la realizzazione del film era in cantiere da diversi anni. L'idea era nata dopo la nascita del figlio di Cianfrance ed è stata ispirata da un'opera di Jack London. Il film è stato reso possibile grazie ai giovani produttori Alex Orlovsky, Lynette Howell e Jamie Patricof.[3]
Protagonista del film è Ryan Gosling, che aveva precedentemente lavorato con Cianfrance in Blue Valentine del 2010. Co-protagonisti sono Bradley Cooper, Eva Mendes e Rose Byrne; quest'ultima ha sostituito Greta Gerwig,[3] inizialmente scelta per il ruolo della moglie di Avery Cross. Il cast è completato da Ray Liotta nel ruolo di un poliziotto corrotto, Ben Mendelsohn, Dane DeHaan e Bruce Greenwood.
La colonna sonora a cura di Mike Patton, oltre alle composizioni originali dello stesso autore, comprende musiche di vari artisti tra cui Arvo Pärt, Bon Iver, Gregorio Allegri (Miserere), Ennio Morricone e Vladimir Ivanoff.[4]
Il 22 dicembre 2012 è stato diffuso online il trailer del film seguito, a pochi giorni di distanza, dal teaser poster e dalle prime immagini.[5] Il 26 febbraio 2013 è stata invece diffusa la versione italiana del trailer.[6] Il 20 marzo 2013 la Lucky Red pubblica la nuova locandina italiana.[7]
Il film è stato presentato in anteprima mondiale il 7 settembre 2012 al Toronto International Film Festival. I diritti per la distribuzione statunitense sono stati acquistati dalla Focus Features,[8] che distribuirà il film nelle sale a partire dal 29 marzo 2013.
Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane il 4 aprile 2013 dalla Lucky Red.
A fronte di un budget di 15 milioni di dollari, la pellicola ne ha incassati circa 21,4 milioni in Nord America e 25,8 milioni nel resto del mondo, per un totale di 47162802 $.[9]
Il film ha ricevuto recensioni positive da parte della critica. Sull'aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes ha un indice di gradimento del 79% basato su 225 recensioni, con un voto medio di 7,3 su 10.[10] Su Metacritic ottiene un punteggio di 68 su 100 basato su 42 recensioni.[11]
Apu Nahasapeemapetilon, chiamato semplicemente Apu, è un personaggio della serie animata I Simpson.
Nella versione originale è doppiato da Hank Azaria, mentre in Italia da Manfredi Aliquò.[1]
Apu è un cittadino indiano emigrato negli Stati Uniti ed è il gestore del Jet Market di Springfield, dove Homer e Marge (ed anche molti altri abitanti della fittizia città) si recano rispettivamente a comprare le birre e a fare la spesa; subisce spesso taccheggi da parte di Patata e rapine da parte di Serpente, tanto che a Marge – nella puntata Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – dice che gli hanno sparato talmente tante volte che ormai la pena da scontare per quel reato è solo una multa di 100 dollari.
Nella puntata Homer e Apu, Apu afferma di essere originario di Rahmatpur (nel Bengala Occidentale). Dopo essersi laureato presso il Caltech (Calcutta Technical Institute), si reca negli Stati Uniti con un visto per studenti per conseguire il dottorato in Scienze informatiche; tuttavia, dopo aver concluso gli studi, terminati con una tesi incentrata sul primo programma al mondo per computer del gioco dell'oca, resta a Springfield come semi-clandestino, rischiando poi l'espulsione.
Grazie all'aiuto dei Simpson ottiene la cittadinanza; nonostante abbia buoni rapporti con loro, nella puntata speciale Dietro la risata si scopre che proprio lui spifferò al fisco che i cinque evadevano le tasse.
Apu è molto devoto alla sua religione, l'induismo. Ha persino eretto un piccolo tempio dedicato al dio Ganesha nel suo negozio. Tuttavia, spesso non ne rispetta completamente gli ideali e i principi di correttezza. Ad esempio, se trova sugli scaffali del suo negozio qualche prodotto già scaduto, non si fa problemi ad "aggiornare" il termine minimo di conservazione, ossia la data di scadenza[2] riportata sulla confezione dello stesso. Lo fa anche all'inizio del film dei Simpson, quando modifica un 6 di 2006 trasformandolo in un 8 di 2008 e in una puntata in cui viene licenziato dall'industria dei Jet Market per questo motivo.
Come rivelato nell'episodio Lisa la vegetariana, Apu è vegano, scelta derivata da una motivazione etica, di rispetto verso tutte le forme di vita senzienti. Nello stesso episodio si viene a sapere che Apu è un buon amico del cantante Paul McCartney, conosciuto durante il periodo trascorso dai Beatles in India (arriva persino a dichiarare di essere da loro stato nominato "quinto Beatle", affermazione a cui McCartney reagisce roteando gli occhi).
Ha inoltre affermato di amare molto la canzone Dream Police dei Cheap Trick, anche se per sua stessa ammissione non ne conosce bene tutte le parole [senza fonte] e assieme ad Homer, il preside Skinner ed il commissario Winchester (poi sostituito da Barney) fece parte del quartetto vocale noto come "I Re Acuti", con il nome d'arte di "Apu de Beaumarchais" (significante "del bel mercato" in francese).
Inizialmente scapolo, Apu si sposerà in seguito con Manjula nell'episodio Le due signore Nahasapeemapetilon, in un matrimonio combinato dai suoi genitori e da cui avrà 8 gemelli. Inizialmente Apu non era intenzionato a sposarsi, arrivando a far credere alla madre di essere sposato con Marge dietro suggerimento di Homer. Ben presto però l'inganno viene svelato e la madre di Apu inizia a preparare il matrimonio per il figlio. Inizialmente depresso, Apu si ricrederà quando scoprirà che Manjula è una donna bellissima.
Il matrimonio di Apu e Manjula non ha attraversato solo momenti facili, complice il grande stress derivato dal gestire così tanti figli e la dedizione di Apu al suo lavoro, ma i due si amano profondamente e conducono una vita, tutto sommato, serena.
Gli altri parenti conosciuti sono la madre, il fratello Sanjay (che lavora con lui al Jet Market) e i suoi due nipoti: una della stessa età di Bart chiamata Pahusacheta e l'altro chiamato Jamshed, piccolo, ma abile con il fucile. Apu ha inoltre un altro fratello, da quanto mostrato nell'albero genealogico dell'episodio Le due signore Nahasapeemapetilon, e un cugino che vive in India, Kavi.
Per molti anni Apu è stato l'unico personaggio originario dell'Asia del Sud nella televisione statunitense. Il comico di origini indiane Hari Kondabolu ha realizzato un documentario, The Problem with Apu, in cui si analizza il personaggio e l'impatto che ha avuto: secondo Kondabolu Apu è uno stereotipo insidiosamente razzista, nonostante ogni personaggio della serie sia un forte ed esagerato stereotipo. Mentre molti sondaggi e interviste (così come video YouTube realizzati da utenti e creators indo-Americani ed indiani), hanno dimostrato che Apu è ancora molto amato dalla comunità Indo-Americana, alcuni attivisti hanno detto di essere stati presi in giro con imitazioni di Apu.[1][3][4]
I Simpson hanno provato a rispondere alla questione nella puntata Nessuna buona lettura rimane impunita (ventinovesima stagione), ma il tentativo è stato criticato da parte del pubblico.[5][6] Il doppiatore originale Azaria in un'intervista a Stephen Colbert ha detto di essere disposto a farsi da parte o ad aiutare la transizione a qualcosa di nuovo.[7]
A gennaio 2020 Hank Azaria ha annunciato di non voler più doppiare questo personaggio,[8] più che altro per decisione della serie stessa.
Altri progetti
La Coppa Libertadores 1970 fu l'11ª edizione della Coppa Libertadores organizzata annualmente dalla CONMEBOL e vide la partecipazione di 19 squadre provenienti da 9 federazioni calcistiche sudamericane, in questa edizione non parteciparono le squadre del Brasile. Il primo turno iniziò il 15 febbraio 1970. Il trofeo fu vinto dall'Estudiantes.
Il primo turno è costituito da 4 gironi composti da 4 squadre ciascuno tranne il Gruppo III che è composta da 6 squadre. Da ogni girone si qualificano le prime 2 classificate, che accedono ai Quarti di Finale.
In questo girone partecipano le squadre d'Argentina (tranne l'Estudiantes che come detentore del titolo è ammesso di diritto alle Semifinali) e della Bolivia.
Sono qualificate ai quarti di finale:Boca Juniors e River Plate
In questo girone partecipano le squadre dell'Uruguay e del Venezuela.
Sono qualificate ai quarti di finale: Nacional e Peñarol
In questo girone partecipano le squadre del Cile, della Colombia e del Paraguay.
Sono qualificate ai quarti di finale: Guaraní e Universidad de Chile
In questo girone partecipano le squadre dell'Ecuador e del Perù.
Sono qualificate ai quarti di finale:Universitario e Liga Deportiva Universitaria
I quarti di finale sono composti da 2 gironi (Zona 1 e Zona 2), composti da 3 squadre, e da un girone (Zona 3) composto da 2 squadre. Accedono alle semifinali assieme all'Estudiantes, che è ammesso di diritto poiché vincitore della Coppa Libertadores 1969, i vincitori di ciascun girone.
Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo I e la prima classificata del Gruppo IV.
Qualificata alle semifinali: River Plate
Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo II e la seconda classificata del Gruppo IV.
Qualificata alle semifinali: Peñarol
Partecipano in questo girone le qualificate dal Gruppo III.
Lo spareggio viene giocato nello stadio Beira Rio (Porto Alegre - Brasile):
Qualificata alle semifinali:Universidad de Chile
Spareggio giocato allo stadio del Racing Club (Buenos Aires - Argentina)
Qualificata alla Finale: Peñarol
Qualificata alla Finale: Estudiantes
Altri progetti
"Show, don't tell" ("Mostra, non raccontare") è un'espressione di tecnica narrativa di derivazione anglosassone.
Viene utilizzata come raccomandazione per gli scrittori che fanno un uso eccessivo di spiegazioni e commenti a discapito dell'azione e dei dialoghi. Se lo scrittore usa azione e dialoghi per rivelare un personaggio, la trama dovrebbe risultare più interessante al lettore. Quest'ultimo dovrebbe sentire di vedere la scena schiudersi di fronte a sé e, in conseguenza di ciò, giungere a una propria interpretazione senza interferenze da parte dell'autore.
Lo scrittore e insegnante di narrazione Giulio Mozzi mette in stretta relazione l'utilizzo di questa e di altre tecniche narrative, con la questione del cosiddetto "realismo" in narrativa. Nello specifico Mozzi afferma: "La regola dell'antinoioso è show, don't tell, ossia presenta, non evocare".[1][2] Lo Show, don't tell, che ha molto a che vedere con la scrittura cinematografica, è una tecnica ma anche una scelta narrativa ben precisa. Federico Fellini affermava:
(Federico Fellini)
Tale affermazione rafforza il concetto di un'opera narrativa - letteraria o cinematografica, non c'è differenza- che porta chi la consuma a farsi una propria opinione interagendo con l'opera, leggendola attraverso le proprie convinzioni e conoscenze. Ciò non significa che l'autore non abbia una propria opinione, ma che deve guardarsi bene dal rischio di comparire in prima persona, privilegiando la scelta di quale fetta di realtà mostrare. La regola del "mostra, non raccontare" è anche un espediente narrativo per evitare l'intimismo e l'introspezione. Jean-Patrick Manchette, uno dei più importanti giallisti europei, pur dichiarando esplicitamente le proprie convinzioni politiche, affermava: "Non mi ficco negli arcani della psiche dei miei personaggi."[3]
Come tutte le regole, Show, don't tell ha le sue eccezioni. Secondo James Scott Bell: "A volte lo scrittore utilizza le spiegazioni come scorciatoie, per muoversi rapidamente verso le parti più importanti della narrazione o della scena. Mostrare è essenziale per rendere le scene vivide. Se tentate di farlo costantemente, le parti che dovrebbero emergere non lo faranno, e i vostri lettori saranno sfiniti."[4]
Mostrare richiede più parole; raccontare può coprire un arco di tempo più ampio. Un romanzo che si regge solo sul mostrare si rivelerebbe molto lungo; quindi una narrazione può contenere alcune legittime rivelazioni. Le scene importanti della storia dovrebbero essere drammatizzate mostrando, ma a volte ciò che accade tra le scene può essere raccontato in modo da far progredire la storia. Per esempio, se Bob è un personaggio in una storia, potrebbe fare avere una lite con il suo capo, oppure guidare verso la casa della sua ragazza, o ancora avere una lite con la sua ragazza.
Lo scrittore potrebbe mostrare le liti con il capo e la ragazza di Bob, ma raccontare al lettore che Bob guida verso la casa della sua ragazza senza insistere troppo nella narrazione. Dal momento che niente di importante accade durante quel tragitto in macchina, lo scrittore ha solo bisogno di dire al lettore che c'è quel tragitto. Lo scrittore potrebbe anche voler raccontare per rivelare al lettore che il narratore della storia - la voce narrante, non lo scrittore! - non è affidabile. Il narratore può dire che Bob è un bravo ragazzo, ma più tardi Bob si mostra una carogna. Allora il lettore può decidere che il narratore della storia non vede Bob per ciò che è.
La scrittrice statunitense Francine Prose su questa regola afferma che "Spesso viene dato un cattivo consiglio ai giovani scrittori, ovvero che il lavoro dell'autore è di mostrare, non di raccontare. Inutile dire che molti grandi romanzieri combinano il 'mostrare drammatico' con lunghe sezioni di piatta narrazione autoriale che mi pare sia ciò che viene chiamato il raccontare. E l'avviso contro questo raccontare porta a una confusione che causa, agli scrittori in formazione, di pensare che ogni cosa dovrebbe essere messa in scena... quando in realtà la responsabilità di mostrare dovrebbe essere assunta dall'energico e specifico uso del linguaggio.[5]
Uno dei primi esempi di tale suggerimento proviene da Henry James. Nella prefazione all'edizione newyorkese di Daisy Miller, egli lasciò un segno a penna ai margini delle sue note, ricordando a sé stesso di 'Drammatizzare, drammatizzare!'.
Nell'applicare la regola "mostra, non raccontare", lo scrittore fa molto più che raccontare al lettore qualcosa su un personaggio; egli svela il personaggio attraverso ciò che questi dice e fa. Il mostrare può essere ottenuto in diversi modi: scrivendo scene; descrivendo le azioni dei personaggi; rivelando il personaggio attraverso il dialogo; utilizzando i cinque sensi quando ciò è possibile.
Anziché dire:
lo scrittore potrebbe mostrare:
Oppure, anziché dire:
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Mostrare drammatizza una scena in un racconto, facendo dimenticare al lettore che sta leggendo, aiutandolo a scoprire i personaggi, rendendo la scrittura più interessante. "È come la differenza tra gli attori che recitano uno spettacolo e il solo drammaturgo, in piedi su un palco vuoto, mentre racconta dettagliatamente lo spettacolo al pubblico".[7]
Max Bauer (Quedlinburg, 31 gennaio 1875 – Shanghai, 6 maggio 1929) è stato un generale tedesco.
Max Bauer entrò a far parte dell'Esercito imperiale tedesco nel 1890 e già nel 1905 venne assegnato allo stato maggiore generale. Divenne un esperto in tattica d'artiglieria e durante la prima guerra mondiale diede un contributo consistente alla distruzione del forte di Liegi in Belgio nel 1914. Nel luglio del 1915 divenne capo della I sezione dello stato maggiore, interessandosi personalmente dell'ampliamento dell'industria bellica in Germania, incoraggiando anche molti militari a studiare la tattica con la pubblicazione di numerosi trattati sul tema.
Divenuto amico di Erich von Falkenhayn, successivamente cospirò contro di lui nella speranza di occuparne il posto di ministro della guerra, ma anche quando questi venne costretto alle dimissioni il 29 agosto 1916, non riuscì a scalzare la figura preminente di Paul von Hindenburg che fu il suo successore. Nel dicembre del 1916 venne onorato con la medaglia dell'Ordine Pour le Mérite, con l'aggiunta delle foglie d'alloro il 28 marzo 1918.
Dopo la guerra, Bauer partecipò al Putsch di Kapp nel 1920. Quando quest'operazione fallì, venne esiliato e successivamente lavorò come consulente militare per Unione Sovietica, Spagna e Argentina. Fece ritorno in Germania nel 1925 dopo la proclamazione di un'amnistia generale per quanti erano stati coinvolti nel putsch.
Nel 1926 l'ingegnere cinese Chu Chia-hua, presidente dell'Università Sun Yat-Sen di Canton, contattò l'allora colonnello Bauer per offrirgli delle opportunità di collaborare militarmente con la Cina. L'anno successivo Bauer si recò in visita a Chiang Kai-Shek, che lo tenne presso di sé quale suo consigliere militare nella speranza di utilizzare i suoi molti contatti per ottenere nuovi mezzi bellici e assistenza industriale dalla Germania.
Nel 1928 Bauer tornò in Germania per cercare in patria di ravvicinare i contatti tra l'industria e l'esercito. Ad ogni modo, il trattato di Versailles aveva reso molto difficoltosa la ripresa dell'industria bellica in Germania in quanto molte erano risultate le limitazioni poste dai paesi vincitori del primo conflitto mondiale. Inoltre egli era una persona non gradita al governo tedesco dopo la sua partecipazione al putsch. Segretamente, ad ogni modo, Bauer continuò ad intessere rapporti tra la Germania e la Cina con una missione segreta a Nanchino.
Quando Bauer fece ritorno in Cina come consigliere militare, si preoccupò di creare molte formazioni d'esercito locali in forma di milizia, tattica non usata da Chiang Kai-Shek ma che si dimostrò fin dal principio efficace parallelamente alla creazione di un'accademia militare che venne trasferita da Nanchino a Whampoa, ponendovi a capo dei militari tedeschi esiliati come lui. Egli invitò infatti 20 ufficiali tedeschi a recarsi in Cina come istruttori per il nuovo esercito cinese, incoraggiando così lo sviluppo delle infrastrutture necessarie agli scopi bellici. Max Bauer morì di vaiolo il 6 maggio 1929 presso l'ospedale militare inglese di Shanghai e venne sepolto in Cina coi più alti onori militari; si mormorò che la sua morte fosse stata provocata di proposito da alcuni suoi nemici.
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1201 – 1250
Calcinato (1201) • Casei Gerola (1213) • Cortenuova (1237) • Brescia (1238) • Faenza (1239) • Isola del Giglio (1241) • Viterbo (1243) • Parma (1248) • Fossalta (1249) • Cingoli (1250)
1251 – 1300
Cassano d'Adda (1259) • Montaperti (1260) • Benevento (1266) • Tagliacozzo (1268) • Colle di Val d'Elsa (1269) • Desio (1277) • Forlì (1282) • Pieve al Toppo (1288) • Campaldino (1289) • Arezzo (1289)
1301 – 1350
Pavia (1302) • Lastra (1304) • Milano (1311) • Brescia (1311) • Soncino (1312) • Gaggiano (1313) • Rho (1313) • Ponte San Pietro (1315) • Scrivia (1315) • Montecatini (1315) • Pavia (1315) • Sestri (1318) • Bardi (1321) • Mirandola (1321) • Gorgonzola (1323) • Vaprio d'Adda (1324) • Altopascio (1325) • Zappolino (1325) • San Felice sul Panaro (1332) • San Quirico (1341) • Gamenario (1345)
La battaglia di Gamenario si combatté il 22 aprile 1345 alle porte sud-orientali di Torino, in Piemonte, presso la fortezza Gamenario del comune di Santena, tra la fazione ghibellina, guidata dal marchesato del Monferrato, e quella guelfa, guidata dalla casa d'Angiò. La vittoria ghibellina segnò la fine della dominazione angioina sul piemonte meridionale.
Le mire espansionistiche della casa d'Angiò sul Piemonte ebbero inizio nel XIII secolo con Carlo I d'Angiò. A partire dal 1259, infatti, il conte di Provenza si impadronì di molte località piemontesi tra cui Cuneo, Alba e Cherasco, perse tuttavia in seguito alla battaglia di Roccavione del 1275. Quando nel 1292 morì Guglielmo VII, che aveva portato i limiti del Monferrato fino a Brescia, il suo territorio diventò mira, oltre che degli angioini, anche dei Savoia e dei Visconti. Il figlio di Guglielmo VII, Giovanni I del Monferrato perse tutte le conquiste del padre, ma riuscì a mantenere il controllo del Monferrato originale con l'aiuto di Manfredo IV di Saluzzo, con il quale condivideva le origini aleramiche. Giovanni I, tuttavia, morì nel 1305 senza aver avuto figli e Manfredo IV prese controllo del marchesato. Carlo II, figlio di Carlo I, approfittò della confusione per espandersi nelle terre meridionali del Monferrato, prendendo Alba, Asti, Acqui, Chieri e Alessandria. Carlo II organizzò le nuove conquiste nella contea di Piemonte, che assegnò al figlio Raimondo Berengario.
Negli anni successivi entrò in gioco un altro contendente al Monferrato: Teodoro I Paleologo, figlio di Violante del Monferrato e dell'imperatore bizantino Andronico II Paleologo, scelto dallo zio Giovanni I come erede. Tramite l'alleanza con il comune di Genova, egli sconfisse Manfredo IV di Saluzzo nel 1310 e ottenne il Basso Monferrato, ma stipulò una tregua con gli Angiò per rivolgere le sue attenzioni alla lotta con i principi d'Acaia, ramo cadetto dei Savoia che governavano il Piemonte. Una tregua tra Acaia e Paleologi fu stipulata da Giovanni II, figlio di Teodoro I, che fu quindi in grado di concentrarsi sulla riconquista delle terre cadute in mano angioina. In poco tempo riuscì a far sollevare i ghibellini di Alba e Asti in suo favore e, perciò, Giovanna d'Angiò inviò le sue truppe, guidate dal siniscalco Reforza d'Agoult.
L'Agoult, arrivato in Piemonte, riportò repentinamente Alba sotto il suo controllo nel maggio 1345 e diresse il suo esercito verso la fortezza di Gamenario, situata tra Santena e Trofarello, nella quale si erano rifugiati i ghibellini di Chieri. Questi decisero, durante le trattative precedenti all'assedio, che se non fossero arrivati rinforzi dal marchese di Monferrato entro il 22 aprile, si sarebbero arresi; a suggellare tale patto, si offrì come ostaggio il marchese di Gamenario, detto Ravaglioso. Giovanni II, tuttavia, riuscì a radunare celermente i suoi soldati, con l'aiuto dei comuni di Asti e Pavia, si presento alle truppe angioine proprio il 22 aprile, insieme a Ottone di Brunswick.
Al grido di «Rommen Rheiter, sus Romme Rheiter» («cavalieri latini, orsù cavalieri latini») i ghibellini ruppero le difese degli assedianti e in poco tempo accerchiarono l'Agoult. Il comandante preferì la morte alla cattura, ma ciò fu un duro colpo per le sue truppe, che si dispersero e la vittoria arrise perciò ai monferrini. I resoconti dell'epoca narrano di almeno 30000 morti, ma è un numero molto poco credibile. Per celebrare la vittoria, Giovanni II fece erigere ad Asti una chiesa in onore a San Giorgio, poiché sarebbe stato festeggiato il giorno seguente, il 23 aprile.
Con la vittoria sui guelfi, il potere di Giovanni II del Monferrato acquistò maggior prestigio e nel giro di pochi mesi liberò tutte le città piemontesi assoggettate ai conti d'Angiò, insieme a Luchino Visconti, signore di Milano. Al Monferrato passarono Alba, Acqui Terme, Ivrea e Valenza, mentre Alessandria finì sotto il controllo del Visconti; Chieri, tuttavia, si pose sotto la protezione dei Savoia.
Il giovane Ottone di Brunswick soggiornerà a lungo in Asti e più tardi sposerà proprio Giovanna d'Angiò.
La fortezza fu presente almeno fino al XIX secolo, ne è prova un disegno di Clemente Rovere pubblicato nel Piemonte antico e moderno delineato e descritto[1]. Secondo l'illustrazione, la costruzione era situata sopra una collinetta. In seguito, il Casalis la identificò come la Domus Gamenaria, presente in una carta del 26 ottobre 1366, acquistata dalla famiglia Tana. Il nome ritorna anche nella carta Theatrum Pedemontii et Sabaudiae stampata a L'Aia nel 1726. La carta d'Italia dell'Istituto Geografico Militare al foglio 68 riporta ancora oggi un loco identificato come Cascina Gamenario, senza però alcuna traccia delle vestigia d'un tempo[2]. Il toponimo Gamenario deriva dal latino Gamenarium, Agaminium, gens Agamina, un'antica tribù autoctona pre-romana, che ivi abitò (almeno fino al II secolo circa), nell'area compresa tra il rio Santena e il rio Banna.
(Cronica del Monferrato di Benvenuto di San Giorgio)
Una curiosa romanza, di 692 versi quaternari accoppiati a rima baciata, scritta in lingua francese (senza mescolanze provenzali)[3], venne composta alla corte del marchese Giovanni II per celebrare la vittoria di Gamenario. Si sono fatte alcune supposizioni sull'identità e la provenienza dell'autore. Forse fu cortigiano alla corte del Paleologo, ma i versi non sono quelli di un adulatore a senso unico, poiché egli dispensa anche parole di gloria agli angioini; secondo Ricaldone è probabile che possa essere stato un astigiano, dato che nel poema si citano ben 34 personaggi astesi. Se l'autore fu italiano, conosceva comunque molto bene il francese del tempo dato che la romanza contiene pochissimi italianismi.
Aprile è uno degli affreschi (500×320 cm circa) del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Fu dipinto da Francesco del Cossa tra il 1468 e il 1470 circa.
Gli affreschi del Salone di rappresentanza di palazzo Schifanoia furono eseguiti per volontà di Borso d'Este negli anni 1468-1470 per celebrare probabilmente l'investitura, da parte di papa Paolo II, di Borso a duca di Ferrara, programmata all'inizio del 1471.
Manifesto politico della grandezza del duca e delle sue arti di governo, e testimonianza alta della cultura della corte estense, il ciclo di Schifanoia fu realizzato da tutti gli artisti dell'Officina ferrarese, con la direzione probabile di Cosmè Tura e l'ideazione del tema da parte dell'astronomo, astrologo e bibliotecario di corte Pellegrino Prisciani, che attinse a vari testi eruditi antichi e moderni.
Gli affreschi di Marzo, Aprile e Maggio sono gli unici di cui sia documentata l'autografia, grazie a una famosa lettera indirizzata dall'artista a Borso d'Este datata 25 marzo 1470, dove con un moto di autocoscienza e dignità estremamente moderno per l'epoca reclamava un migliore trattamento economico per gli affreschi della parete est, che egli dichiarò come i migliori tra tutti quelli degli altri artisti impegnati. La risposta negativa del duca fu forse all'origine della sua partenza per Bologna.
Col tempo il palazzo venne praticamente abbandonato, versando in gravi condizioni soprattutto dopo la cacciata degli Este (1598). Gli affreschi furono scialbati e le sale del palazzo destinate ad usi impropri, che compromisero gravemente le decorazioni. Solo tra il 1820 e il 1840 vennero progressivamente ritrovati gli affreschi, dei quali però restarono leggibili solo sette su dodici, in particolare le sole pareti nord ed est.
Come gli altri Mesi, anche Aprile è diviso in tre fasce orizzontali: una superiore con il trionfo della divinità protettrice del mese, in questo caso Venere, una centrale con il segno zodiacale (Toro) e i tre "decani", e una inferiore con scene del governo di Borso d'Este.
Il trionfo di Venere mostra la dea che avanza su di un carro parato a festa, trainato da due cigni bianchi (iconografia mutuata dai Trionfi del Petrarca), che si muove scivolando sulle acque di un fiume. Su di esso la dea dell'amore celebra la sua vittoria su Marte, raffigurato nella sua armatura di cavaliere medievale, incatenato ed inginocchiato di fronte alla dea. La sua presenza simboleggia la ritirata degli istinti bellicosi davanti all'amore. Sullo sfondo, in un paesaggio di rocce fantastiche, si scorgono le tre Grazie, mentre sul prato in riva al fiume si muovono bianchi conigli, simbolo di fertilità. Le siepi di rose nella metà sinistra alludono al mito della morte di Adone. Intorno al carro gruppi di giovani eleganti fanno musica e ragionano di amore: alcuni si abbandonano a teneri abbracci o a gesti più audaci.
La fascia centrale mostra le tre figure dei "decani", cioè i protettori delle tre decadi del mese, rappresentati secondo il sistema astrologico egizio che venne trascritto da Teucro Babilonese nel I secolo a.C., poi ripreso nell'Astronomica di Manilio in età imperiale e poi da Pietro d'Abano nel medioevo (Astolabium planum), mediando da testi arabi, come Albumasar (IX secolo).
Da sinistra si incontrano una donna vestita di rosso con un fanciullo, già identificata come la Felicità materna e più probabilmente un'allusione al mito delle Pleiadi (per i lunghi capelli e per il vestito scappato che allude alla loro progressiva perdita di visibilità nel cielo) e un bambino di spalle che potrebbe essere Eros o la stella Aldebaran, occhio del Toro, citata da Manilio. La seconda figura è un giovane seduto, vestito di stivali, brachette e turbante, che regge in mano una grossa chiave, che sarebbe una trasposizione del dio cinocefalo Anubi, sovrapposto alla figura di Sirio. La chiave, già spiegata come mezzo per "aprire" la Primavera, sarebbe dunque un simbolo della custodia del Dio sulle acque del Nilo. La terza figura è un demone con zanne di porco, pelle rossastra e armato di freccia, che regge nella mano destra un drago ed davanti a un cavallo bianco e un cagnolino, già spiegato come la Dissolutezza, ma più probabilmente Perseo e i più vicini paranatellonta (i mostri che governavano i 360 giorni del calendario nell'astrologia egizia: il cavallo bianco/Pegaso, la lepre, il cane/Orione e il serpente attorcigliato/fiume Eridanio; le zanne di chinghiale alludono al mito delle Iadi, che Manilio chiamò succulae cioè scrofe[1].
Nella fascia inferiore, in basso si scorge un brano del palio derisorio di San Giorgio che si correva a Ferrara: dame e cavalieri si godono il palio dalle finestre e dai portici di un palazzo, per vedere prostitute, nani ed ebrei ad umilianti gare di corsa a piedi e a cavallo. In secondo piano si vede a sinistra il ritorno del duca da una battuta di caccia, con al centro la curiosa scena di sapore cortese di una lotta tra un airone e un colombo. Sulla destra, sotto una loggia rinascimentale, circondato da paggi e da dignitari (tra cui Nicolò II da Correggio, organizzatore delle feste), il duca offre sorridente una moneta a Scocola, il giullare di corte.
Da un punto di vista stilistico il mese di Aprile è caratterizzato da forme solide e sintetiche, derivate dalla lezione di Piero della Francesca, con un'illuminazione chiara e una costruzione prospettica impeccabile che rendono verosimili anche i dettagli più improbabili e visionari. Il mondo naturale e le attività umane sono descritte con minuzia e con una partecipazione empatica. Il gusto per la linea aguzza e frastagliata, tipico dei ferraresi, ci coglie nelle bande di stoffa che decorano il carro di Venere o nelle rocce stalagmitiche che si vedono sullo sfondo del Trionfo.
Nella parte inferiore è notevole la costruzione delle scene su piani diversi, ma tutti unificati dalla prospettiva, con scorci di grande estro inventivo.
Un effetto di grande illusionismo è dato poi dal giovane col falcone che al centro è seduto sulla cornice che fa da base agli affreschi, spenzolando le gambe oltre il confine degli affreschi, in un gioco che rompe la rigida separazione tra mondo dipinto e mondo dello spettatore. Questo effetto deriva dalla lezione di Donatello filtrata in tutta probabilità da Andrea Mantegna.
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I Led Zeppelin sono stati un gruppo musicale hard rock britannico formato nel 1968, considerato tra i grandi innovatori del rock e tra i principali pionieri dell'hard & heavy.
La loro musica, le cui radici affondano in generi diversi tra cui blues, rockabilly e folk, ha costituito una formula completamente inedita per l'epoca, finendo con l'influenzare in qualche modo tutti i gruppi rock del loro tempo e del futuro.[N 2][7] Il gruppo, scioltosi nel 1980 a seguito della morte del batterista, fu composto per l'intero periodo della sua attività da Robert Plant (voce, armonica), Jimmy Page (chitarre), John Paul Jones (basso, tastiere) e John Bonham (batteria, percussioni). In seguito alla morte di Bonham, Page e Plant hanno proseguito la propria attività musicale come solisti,[N 3] incidendo insieme gli album No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded e Walking into Clarksdale e ritrovandosi occasionalmente per esibirsi dal vivo nel corso di eventi commemorativi o celebrativi. I Led Zeppelin sono tra i gruppi di maggior successo commerciale nella storia della musica moderna: dal 1968 ad oggi il gruppo ha venduto oltre 300 milioni di dischi.[8] Nel 2007, a seguito dell'incredibile richiesta di biglietti per la loro esibizione all'The O2 Arena di Londra (oltre 20 milioni di richieste in circa 24 ore), il gruppo è entrato nel Guinness dei primati per la "maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo".[9]
Il 12 gennaio 1995 i Led Zeppelin sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. In una classifica stilata nel 2003 dalla rivista Rolling Stone, i Led Zeppelin risultano al 14º posto tra i 100 migliori artisti di tutti i tempi:[10] la stessa Rolling Stone ha avuto modo di definire a più riprese i Led Zeppelin come "Il gruppo più heavy di tutti i tempi, indiscutibilmente uno dei gruppi più duraturi della storia del rock" e "il gruppo più importante degli anni settanta".[7][11] Nella stessa misura, la Rock and Roll Hall of Fame ha affermato che l'influenza che il gruppo ha esercitato negli anni settanta è «rilevante come quella che i Beatles hanno avuto nel decennio precedente»[12] e l'emittente VH1 ha definito i Led Zeppelin come «il più importante gruppo hard rock della storia».[13]
La discografia del gruppo comprende nove album in studio pubblicati dal 1969 al 1982 a cui si devono aggiungere un album live e altri album di raccolte e live pubblicati dopo il 1982.[N 4] A partire dagli anni novanta hanno visto la luce diverse raccolte di brani, editi e inediti, e alcune incisioni di spettacoli dal vivo risalenti al periodo di attività. Degna di segnalazione è anche la circolazione di un cospicuo numero di bootleg sul mercato "non ufficiale".
Dopo un inizio di attività artistica che lo fece conoscere come uno dei migliori session man britannici,[14] Jimmy Page si unì nel 1966 agli Yardbirds, gruppo blues rock del Regno Unito. In un primo tempo ricoprì il ruolo di bassista, sostituendo Paul Samwell-Smith, per poi divenire il secondo chitarrista solista, al fianco di Jeff Beck.[1]
A seguito dell'abbandono di Beck nell'ottobre dello stesso anno,[1] Page volle proporre al chitarrista la creazione di un nuovo gruppo, formato, oltre che da loro due, da Keith Moon e John Entwistle, rispettivamente batterista e bassista dei The Who.[15] Il gruppo, pur non essendo mai stato ufficialmente fondato, si trovò nello stesso anno in sala di registrazione per incidere il brano Beck's Bolero.[1][N 5] Alla registrazione partecipò anche John Paul Jones, bassista e tastierista, il quale disse a Page che sarebbe stato interessato a collaborare con lui.[1]
Nel luglio 1968 gli Yardbirds suonarono il loro ultimo concerto.[1] Nonostante ciò, il gruppo si era già impegnato per una tournée in Scandinavia: il batterista Jim McCarty e il cantante Keith Relf autorizzarono quindi Page e il bassista Chris Dreja ad usare il nome "Yardbirds" per portare a termine gli impegni.[1] In un primo tempo Page chiese a Terry Reid di divenire il nuovo cantante degli Yardbirds, ma questi declinò l'offerta, indicando Robert Plant, un cantante di Birmingham.[1][16] Plant accettò il posto, e consigliò a sua volta il batterista John Bonham, conosciuto durante una precedente esperienza musicale.[1][N 6] Nel frattempo Dreja si tirò fuori dal progetto per potersi dedicare alla sua passione per la fotografia, e John Paul Jones, consigliato da sua moglie, contattò Page per proporsi come sostituto. Il chitarrista, riconoscendo le qualità di Jones, lo accettò all'interno del gruppo.[1]
Prima di partire per la tournée i quattro parteciparono all'ultimo giorno delle registrazioni dell'album Three Week Hero di P. J. Proby, la prima registrazione dei futuri Led Zeppelin.[17]
La formazione provvisoria partì per la tournée in Scandinavia con il nome di The New Yardbirds:[1] al termine dei concerti fu deciso di cambiare il nome del gruppo. Sulla sua origine esistono diverse spiegazioni. Secondo la più accreditata, Keith Moon e John Entwistle riferirono che un supergruppo composto da loro, Jimmy Page e Jeff Beck, sarebbe volato in basso come un Lead Zeppelin (Zeppelin è un tipo di dirigibile).[18] Richard Cole, manager degli Yardbirds, che aveva assistito al colloquio, riferì il tutto a Page.
Alcuni mesi dopo, al momento di scegliere il nuovo nome in sostituzione di The New Yardbirds per il gruppo che aveva formato, Page ripensò al nome "Lead Zeppelin". In seguito, Page dichiarò:
Inoltre l'espressione (quasi un ossimoro nel riferimento pesante/leggero) era riferibile al nome di un altro complesso rock, gli Iron Butterfly (farfalla di ferro), all'epoca in auge.[19]
Il nome venne accettato da tutti, ma Lead venne cambiato nell'omòfono Led per evitare ambiguità di pronuncia, dovute al fatto che esistono due termini lead in inglese, di due etimologie e due suoni distinti: oltre a "piombo" (pronuncia /lɛd/), può significare anche "guida" (pronuncia /liːd/).[20]
Il produttore discografico Peter Grant, che in passato aveva già collaborato con The Yardbirds, riuscì a procurare ai Led Zeppelin un contratto con Atlantic Records, del valore di circa 200 000 dollari; una cifra tra le più alte dell'epoca trattandosi di un gruppo musicale esordiente.[1]
Il 12 gennaio 1969, subito dopo il loro primo, breve tour negli Stati Uniti d'America, i Led Zeppelin pubblicarono il loro primo disco, intitolato semplicemente Led Zeppelin e registrato agli Olympic Studios di Londra sul finire del 1968.[1] L'album fu un ottimo inizio, e riuscì in due mesi a raggiungere la top 10 della classifica Billboard 200,[1] ricevendo il disco d'oro nel luglio del 1969.[22]
I brani, caratterizzati da una combinazione di influenze blues, folk e rock unite a uno stile heavy, ne fecero una delle incisioni più importanti nello sviluppo in chiave dura del rock, imponendo il gruppo sul mercato internazionale, soprattutto negli Stati Uniti.
Uno degli elementi del disco d'esordio che più risultarono innovativi, nel lungo periodo, fu proprio il suono che Page, forte della sua lunga esperienza come turnista di studio, riuscì a conferire alle registrazioni. L'intenzione era sostanzialmente quella di riprodurre il sound che il gruppo aveva consolidato nelle sue prime esibizioni dal vivo. Si decise dunque di lavorare in modo rapido e immediato per riuscire a dare al tutto la stessa continuità di un live, concentrando le registrazioni e riducendo all'essenziale le sovraincisioni: in questo modo, l'intero disco venne messo su nastro e missato nello spazio di appena trenta ore.
A questo si aggiunsero gli inediti artifici tecnici che Page aveva in serbo da lungo tempo: la sua idea di produrre una sorta di live in studio, infatti, si basava essenzialmente su una certa sonorità che era solito definire «ambientale». La maggior parte dei produttori, all'epoca, piazzava semplicemente un microfono davanti a ogni amplificatore: Page invece ebbe l'intuizione di aggiungerne un secondo, a distanza, in prospettiva frontale con l'amplificatore, e di registrare la media tra i due, riuscendo a catturare il feeling di un'esibizione dal vivo anche in una stanza.
Molti anni dopo Robert Plant, in un'intervista al riguardo, ricorderà:
Tuttavia, Plant ha sempre scoraggiato la critica nel giudicare il gruppo «affine al solo genere metal», viste le numerose componenti alla base della loro musica, non ultima quella folk e acustica. Nel disco/intervista Profiled, Page ha dichiarato che per incidere l'album sono state necessarie appena 36 ore e che il prezzo del lavoro, compresa la copertina, è stato di 1.750 sterline.[24][25]
Composto on the road durante il tour del primo album, sempre nel 1969, uscì il secondo disco, Led Zeppelin II,[1] nel quale il gruppo sviluppa in maniera esplicita la musicalità hard rock.[26] Il brano d'apertura, Whole Lotta Love, si apre con un riff di chitarra aggressivo, seguito dal supporto del basso e, in una sequenza crescente, dall'intervento della voce e della batteria. Il pezzo è stato spesso definito l'emblema dello stile musicale del gruppo. Questo album venne anche chiamato dai fan il bombardiere marrone a causa del colore che domina la copertina e dell'immagine dello zeppelin sullo sfondo. Forse il più duro di tutti gli album della band, raggiunse il primo posto delle classifiche, in due mesi, e vi rimase per circa sette settimane di fila;[1] rimanendo nelle classifiche statunitensi negli anni seguenti.[26]
A seguito dell'uscita dell'album, il gruppo partì per una nuova tournée:[1] i loro concerti duravano anche più di quattro ore, e sul palco la band eseguiva versioni delle loro canzoni più lunghe e piene di improvvisazioni rispetto alla loro versione in studio, aggiungendo spesso anche rielaborazioni di brani soul, in particolare di James Brown, di cui Jones e Bonham erano estimatori.[27]
Per ricercare la giusta ispirazione per i brani del loro terzo disco, Led Zeppelin III, i due frontmen del gruppo si concessero un periodo di riposo con le rispettive famiglie a Bron-Yr-Aur, remota località tra i monti del Galles, in un cottage immerso nel verde in cui non era disponibile neppure l'elettricità.[1] Le serate passavano davanti al fuoco a bere birra e a suonare la chitarra acustica, mentre i roadies vennero incaricati di cucinare e occuparsi della casa. Questa potrebbe essere la spiegazione delle caratteristiche acustiche di diversi brani dell'album, in particolare Gallows Pole e Bron-Y-Aur Stomp, nei quali sono chiaramente individuabili echi del folk britannico,[1] svelanti un differente e nuovo aspetto dell'abilità chitarristica di Page.[28]
Le tracce, tuttavia, vennero incise in una villa di campagna a Headley Grange, nel tentativo di ricreare l'atmosfera rurale che aveva ispirato i brani del disco: per far ciò, venne utilizzato uno studio di registrazione mobile. Il disco fu caratterizzato da una notevole versatilità, alternando brani tipicamente hard (Immigrant Song) a composizioni acustiche dal piglio tetro e mistico (Friends), brani blues (come la celebre Since I've Been Loving You, registrata in presa diretta) o rock (Celebration Day), a pezzi di vaga ispirazione west-coast e psichedelica (Tangerine).
Anche questo disco, come il secondo, ottenne un elevato riscontro di vendite e nonostante le aspre critiche mosse dalla stampa, non tardò ad arrivare primo nelle classifiche di Stati Uniti e Regno Unito.[1] Mentre i Led Zeppelin volevano dimostrare con questo album di avere una sensibilità e un gusto che andavano anche oltre le "bombardate a tappeto" tipiche del secondo album, la stampa lo interpretò invece come un infiacchimento. Alcuni commenti furono così offensivi da toccare profondamente i componenti del gruppo, i quali, troncati i già tormentati rapporti con i media, iniziarono subito le sessioni di registrazione del quarto album senza intraprendere alcuna tournée.[27]
Il quarto disco è stato probabilmente il più importante per la storia della band: conteneva canzoni che spaziavano fra diversi generi e che contribuirono alla creazione del mito attorno al gruppo.[1] In questo album si fusero tutte quelle influenze folk-celtiche che avevano caratterizzato Led Zeppelin III e gli elementi hard rock del bombardiere marrone.[1]
Ufficialmente senza titolo, la Atlantic Records ottenne che almeno i musicisti scegliessero un simbolo ciascuno che li rappresentasse e che comparisse in copertina: fu così che Page scelse un simbolo che ricorda vagamente la scritta ZoSo, Robert Plant una piuma racchiusa in un cerchio, John Paul Jones un cerchio con tre punte e John Bonham tre cerchi intrecciati. Solitamente l'album viene erroneamente indicato come Led Zeppelin IV, Runes Album o ZoSo. Pubblicato nel novembre 1971, l'album non raggiunse mai la vetta della Billboard 200, ma questo non gli impedì di divenire il disco più venduto e noto della band, e nel corso di quattro decenni avrebbe raggiunto le 37 milioni di unità vendute.[1]
L'incisione include brani hard rock come Black Dog o dal sapore mistico-folk come The Battle of Evermore che rievoca una battaglia vichinga, con tanto di guerrieri e cavalcate nelle praterie (anche frutto delle letture di Plant del periodo) o brani contenenti una combinazione di vari generi, come Stairway to Heaven, probabilmente la loro canzone più famosa e osannata radio hit.[1] Proprio in questa vengono sintetizzati tutti gli elementi musicali del gruppo, tanto che venne sempre considerata dallo stesso come proprio inno personale.
Durante il tour conseguente a questo album, il più grande per dimensioni,[1] ebbe luogo l'unica data italiana mai programmata dei Led Zeppelin. Il concerto si tenne il 5 luglio 1971 al Velodromo Vigorelli di Milano durante una tappa della manifestazione canora Cantagiro, in cui i Led Zeppelin suonarono come ospiti. Il concerto, a causa di scontri fra il numeroso pubblico e le forze dell'ordine, che reagirono sparando lacrimogeni in mezzo alla folla, durò solamente ventisei minuti. I quattro Led Zeppelin furono infatti costretti ad abbandonare il palco e la loro strumentazione, che però venne recuperata, e a barricarsi dietro le quinte.[29]
A metà febbraio 1972 i quattro intrapresero la prima tournée in Australia. Dopo un mese di concerti e una tappa in India dove Plant e Page registrarono alcune session con musicisti locali, il gruppo tornò nel Regno Unito.
Dopo aver completato il settimo tour del 1972, i Led Zeppelin si ritirarono dalle scene e iniziarono la registrazione del loro quinto album.[1] A questo proposito, nel maggio, la band si ritirò a Stargroves, una tenuta di campagna di proprietà di Mick Jagger dove era installato uno studio di registrazione mobile, il Rolling Stones Mobile Studio, che era già stato utilizzato in diverse occasioni da The Who e che in seguito sarebbe stato impiegato anche da altri artisti come Deep Purple, Status Quo, Bob Marley e Iron Maiden.
Il 21 giugno, il gruppo iniziò l'ottavo tour negli Stati Uniti d'America, trionfale per quanto riguarda il successo di pubblico, estremamente deludente per la reazione della stampa. Il problema era che gli Zeppelin erano noti quasi esclusivamente alle frange adolescenziali. In particolare, quel tour fu completamente ignorato dalla stampa perché venne svolto in concomitanza con quello dei Rolling Stones che godevano di maggior favore. Inoltre i Led Zeppelin avevano sempre avuto un pessimo rapporto con i giornali: per quanto riguarda le testate del Regno Unito, era "guerra aperta", mentre quelle statunitensi avevano quasi paura di loro perché erano note le loro bravate dei primi tour, tanto da portare a pensare alla band come un quartetto di selvaggi fustigatori. Plant avrebbe detto:
Nel marzo 1973 uscì quindi Houses of the Holy[1] che, come il quarto album, non avrebbe dovuto avere titolo; si decise poi diversamente, ma per una delle innumerevoli, singolari congiunture che da sempre caratterizzano la storia della musica il brano omonimo sarebbe stato pubblicato non nell'album che ne condivideva il nome ma nel successivo Physical Graffiti. Houses of the Holy è caratterizzato da brani di durata più estesa, dall'uso (inedito per il gruppo) del sintetizzatore, e dall'importante contributo di Jones nell'utilizzo del mellotron. Canzoni quali The Song Remains the Same, No Quarter e The Rain Song si imposero ben presto come classici del rock.
Nello stesso anno i Led Zeppelin effettuarono una nuova tournée negli Stati Uniti d'America, caratterizzata da un enorme riscontro di pubblico: al Tampa Stadium, in Florida, suonarono di fronte a 56 800 spettatori, superando il record allora detenuto dai Beatles con il concerto del 1965 allo Shea Stadium. Con lo spettacolo, tenutosi in tre notti, al Madison Square Garden di New York, il tour raggiunse il suo apice e segnò il tutto esaurito.[1] Le esibizioni vennero registrate con l'intenzione di ricavarne un film.[1]
Nel 1974 i Led Zeppelin fondarono un'etichetta discografica, la Swan Song Records,[1] utilizzandola non solo come veicolo per promuovere i propri dischi, ma anche per lanciare nuovi e vecchi artisti quali Bad Company, The Pretty Things, Maggie Bell, Detective, Dave Edmunds, Midnight Flyer, Sad Café e Wildlife.[30]
Nel 1975 uscì per l'etichetta Swan Song Records Physical Graffiti, il loro primo album doppio.[1][31] Il disco comprendeva brani registrati per gli ultimi tre album, ma non inclusi negli stessi, assieme a nuove incisioni. Il gruppo dimostrò ancora una volta di poter spaziare su differenti generi musicali, come nella melodica Ten Years Gone, nell'acustica Black Country Woman, nella trascinante Trampled Under Foot e nell'orientaleggiante Kashmir.
L'enorme successo riscosso dall'album, che arrivò in prima posizione nelle classifiche britanniche e statunitensi,[1] e il clamore che suscitò presso il pubblico ebbero un effetto galvanizzante per la reputazione internazionale del gruppo: nonostante i record di vendita già realizzati con i precedenti lavori, contestualmente all'uscita del nuovo album tutti i precedenti dischi dei Led Zeppelin rientrarono contemporaneamente nella classifica dei 200 album più venduti, fatto mai verificatosi prima nella storia del rock.
Successivamente il gruppo iniziò una nuova tournée, caratterizzata ancora una volta da un grande successo di pubblico, partita dagli Stati Uniti e terminata nel Regno Unito, dove la band si esibì per cinque volte all'Earls Court di Londra, facendo registrare il tutto esaurito; le registrazioni di questi spettacoli sarebbero state pubblicate circa 28 anni più tardi.[1] A questo punto della loro carriera, i Led Zeppelin erano considerati il complesso più grande del mondo, tanto che avrebbero meritato la definizione, da parte della stampa, di "Biggest Band of the seventies".[32]
Se la popolarità del gruppo sul palco e in sala d'incisione apparve notevole, altrettanto lo fu la loro reputazione per gli eccessi e per l'eccentricità fuori scena. I Led Zeppelin viaggiavano con un jet privato chiamato Starship,[33] occupavano interi piani degli alberghi e iniziavano ad essere protagonisti di note scene di dissolutezza (distruzione di intere camere d'albergo, avventure sessuali, uso smodato di droga e alcool).[34] Molte persone vicine al gruppo descrissero queste loro imprese in vari libri, ma molti di questi racconti furono poi smentiti dagli stessi interessati.
Nel 1976 i Led Zeppelin interruppero la loro attività musicale per occuparsi della produzione di Fantasy, film concerto tuttora inedito.
Il 4 agosto 1975 Robert Plant e sua moglie Maureen, in vacanza nell'isola di Rodi, ebbero un drammatico incidente d'auto.[1] Con loro vi erano i due figli della coppia e Scarlet, la figlia di Jimmy Page, che rimasero miracolosamente illesi: diversamente andò per Robert e Maureen, che riportarono gravissime lesioni. Maureen, in particolare, era in fin di vita a causa di diverse fratture craniche e pubiche e dovette essere trasportata in Inghilterra con un aereo privato per poter essere operata d'urgenza. Robert ne uscì decisamente malconcio, pur non essendo in pericolo di vita; ingessato dalla testa ai piedi e inchiodato su una sedia a rotelle, si vide imporre sei mesi di prognosi prima di poter riprendere a camminare.
La conseguenza fu ovvia: i Led Zeppelin dovettero annullare il tour di trenta concerti negli Stati Uniti e in Sudamerica che avevano pianificato, e così per le successive tournée australiane e giapponesi.[1] L'incidente aveva mandato in fumo la prospettiva di introiti principeschi, per non parlare del momento di grazia che il gruppo stava vivendo.
La lunga degenza che si prospettava costrinse il gruppo a un'altra mossa forzata: la registrazione di un nuovo disco di studio e successivamente la riproposizione del progetto cinematografico del 1973, temporaneamente abbandonato, il tutto al fine di riempire il periodo della loro assenza forzosa dalle scene.
Impossibilitato a riprendere le esibizioni dal vivo, il gruppo si recò a Malibù e ritornò in studio per registrare il settimo disco, Presence.[1] Sebbene fosse arrivato in testa alle classifiche del Regno Unito e statunitensi e gli fosse stato conferito rapidamente il disco di platino, molti lo considerarono un prodotto non all'altezza dei precedenti.[1] Quell'anno, dopo l'incidente di Plant e famiglia, l'atmosfera peggiorò, tanto che Peter Grant affermò che c'era qualcosa che non andava; i quattro decisero inoltre di andare in esilio per sfuggire alla elevata pressione fiscale inglese sui guadagni delle stelle della musica.[35]
Per questo il 1976 si rivelò un anno instabile, senza punti di riferimento, nel quale sia Plant che Bonham sentirono la lontananza delle famiglie come un grande peso, il cui riflesso era riscontrabile nel loro ultimo album, inciso a Monaco di Baviera in uno studio di registrazione, il Musicland Studios, talmente richiesto che il gruppo trovò solo tre settimane di disponibilità, al termine delle quali si sarebbe dovuto far spazio ai Rolling Stones. Page riuscì ad ottenere una settimana in più, e nel giro di meno di un mese l'album venne ultimato.
Piuttosto che supportare Presence con un tour, verso la fine del 1976, il gruppo decise di far uscire nelle sale cinematografiche il film concerto The Song Remains the Same, assieme alla relativa colonna sonora, frutto del montaggio di varie registrazioni effettuate ai concerti del 1973 al Madison Square Garden di New York:[1] questo è rimasto l'unico documento filmato delle loro esibizioni sul palco per oltre vent'anni.[35]
Nel 1977 i Led Zeppelin iniziarono un nuovo tour negli Stati Uniti d'America,[1] esibendosi fino a cinque volte consecutive in città quali Chicago, Los Angeles e New York, mentre le esibizioni di Seattle e Cleveland vennero utilizzate per le incisioni di bootleg.[36] Alla fine dell'esibizione al Day on the Green Festival di Oakland, arrivò la notizia della morte del figlio di Plant, Karac, a causa di una infezione allo stomaco.[1][37]
La tournée venne interrotta e immediatamente[1] ripresero a circolare le voci sulla maledizione gravante sui componenti del complesso, presunta conseguenza dell'interesse di Page per il mondo dell'occulto. Lo shock provocato dalla morte del figlio portò Plant a prendere in considerazione l'idea di lasciare la band. Solo nell'anno successivo, dopo una serie di incontri nel castello di Clearwell, nella foresta di Dean, con gli altri tre membri del gruppo, decise di proseguire.
Durante l'autunno del 1978 il gruppo rientrò in sala d'incisione (i Polar Studios degli ABBA, in Svezia), per la registrazione di In Through the Out Door.[1] Il disco comprendeva brani in stile rock come In the Evening, la tropicaleggiante Fool in the Rain, la ballata All My Love (dedicata al figlio di Plant) e Carouselambra, considerata un tentativo di avvicinamento al genere rock progressivo. Le prime copie in vinile di In Through the Out Door furono pubblicate in una confezione di cartone completamente anonima. Aprendola ci si trovava di fronte alla copertina dell'album, la quale era però totalmente a righe bianche e nere: la vera copertina sarebbe apparsa detergendo con acqua la superficie coperta di righe. A ciò si aggiunse la volontà del gruppo di utilizzare sei copertine diverse per la commercializzazione del disco, rendendo così un'incognita l'aspetto grafico di ogni copia dell'album in circolazione.
Dopo un decennio di incisioni ed esibizioni dal vivo, il gruppo cominciò ad essere considerato "sorpassato" da alcuni critici, anche perché i gusti musicali si andavano orientando verso la disco music e il punk rock; ciò nonostante, i Led Zeppelin potevano ancora contare su legioni di appassionati, e il loro ultimo disco raggiunse il primo posto nelle classifiche di vendita di Stati Uniti d'America e Regno Unito.[1]
Durante le sessioni di Back to the Egg, uno degli ultimi lavori di Paul McCartney con i Wings, John Paul Jones e John Bonham parteciparono alla creazione di una orchestra rock ideata da McCartney, chiamata Rockestra, dove figurano altre glorie del panorama musicale del Regno Unito dell'epoca come David Gilmour e Pete Townshend.
Nell'estate del 1979, dopo due spettacoli preparatori a Copenaghen, i Led Zeppelin parteciparono in qualità di attrazione principale al Knebworth Festival, nel Regno Unito. Quasi 400 000 fan furono testimoni del ritorno sul palco della band che, dopo l'uscita in novembre del loro ultimo disco, era pronta a riprendere le esibizioni dal vivo per una breve tournée in Europa seguita da un tour negli Stati Uniti. Nel giugno del 1980 i Led Zeppelin intrapresero un minitour europeo[1] che terminò il 7 luglio. Il concerto del 27 giugno venne interrotto alla terza canzone quando Bonham ebbe un malore e crollò sul palco.
Il seguente tour statunitense non ebbe luogo in quanto il 25 settembre 1980,[38] poco prima di partire per gli Stati Uniti d'America, Bonham si presentò alle prove completamente ubriaco; continuò a bere per tutta la sera in una festa a casa di Page e fu messo a dormire in una stanza. La mattina dopo fu trovato morto soffocato dal proprio vomito.[1][39] La stampa parlò di 40 dosi di vodka ingerite.
Dopo la morte di Bonham, gli altri tre componenti resero nota la decisione di voler interrompere l'attività artistica con il nome di Led Zeppelin con il seguente comunicato stampa, diffuso il 4 dicembre 1980:[1]
(Led Zeppelin)
Dopo lo scioglimento del gruppo, i componenti della band presero strade diverse e si sono riuniti solo in cinque eventi: il 13 luglio 1985 in occasione del Live Aid, insieme ai batteristi Phil Collins e Tony Thompson,[1] nel 1988 per l'anniversario dell'Atlantic Records con Jason Bonham dietro il drumkit paterno,[1] in una cerimonia segreta nel 1990 per il matrimonio di Jason Bonham, nel 1995 in occasione del loro ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame con gli Aerosmith e Neil Young e, infine, nel 2007, di nuovo con Jason Bonham alla batteria, in un concerto di beneficenza per la Ahmet Ertegün Foundation alla O2 Arena di Londra.[1] Quest'ultima è stata una vera e propria riunione con un concerto di 2 ore a differenza delle precedenti comparsate di 30 - 40 minuti.
Nel 1981 Robert Plant riprese ad esibirsi dal vivo in un'osteria di Stourbridge, accompagnato da un gruppo di musicisti a cui diede il nome di The Honeydrippers; alcuni anni dopo venne pubblicato un mini-album di cinque brani dal titolo The Honeydrippers: Volume One al quale collaborarono altri musicisti, tra cui Jimmy Page.[1] L'anno successivo, Plant pubblicò il primo dei suoi album solisti: Pictures at Eleven.[1]
Sempre nel 1981 Page venne incaricato dal regista Michael Winner di comporre la colonna sonora del film Death Wish II (in Italia Il giustiziere della notte 2);[1] il relativo album uscì l'anno seguente. Nel 1984 Page registrò un album con Roy Harper e, successivamente, mise insieme un gruppo chiamato The Firm, in collaborazione con Paul Rodgers con il quale pubblicò due album.[1] Nel 1988 Page realizzò il suo primo album solista, Outrider, con svariati ospiti, tra i quali Robert Plant che canta in un brano.
Nel 1993 Page collaborò con David Coverdale, ex cantante dei Deep Purple e degli Whitesnake, nella realizzazione di un album i cui brani ricordano molto le prime composizioni dei Led Zeppelin. Nel 2000 Page si esibì in concerto insieme ai Black Crowes suonando alcuni classici dei Led Zeppelin; il tutto venne incluso nel doppio album Live at the Greek.
Page e Plant si incontrarono nel 1994 per una esibizione nel programma MTV Unplugged, alla quale fecero seguire una tournée mondiale con un'orchestra orientale e la pubblicazione di due dischi sotto il nome Page and Plant.[1]
John Paul Jones apparve nel musical di Paul McCartney Give My Regards to Broad Street suonando il basso in Ballroom Dancing e nello stesso anno, su suggerimento di Page, venne incaricato dal regista Michael Winner di occuparsi della colonna sonora del film La casa in Hell Street, pubblicata l'anno successivo. Nel 1994 Jones pubblicò The Sporting Life, in collaborazione con Diamanda Galás, e nel 1999 l'album Zooma.[1]
Nel 1995 ha prodotto l'album dal vivo dei Heart, The Road Home, testimonianza di alcuni concerti unplugged dell'anno precedente a cui aveva contribuito alternandosi tra diversi strumenti (pianoforte, basso e mandolino).
Inoltre nel 2009 fondò insieme al chitarrista Josh Homme (Kyuss, Queens of the Stone Age) e al batterista Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters), il gruppo Them Crooked Vultures con cui incise un album dall'omonimo nome.
La stampa del Regno Unito annunciò che nel 2002 Plant e Jones, dopo un distacco durato 20 anni, si sarebbero riconciliati, mentre circolavano voci su una tournée imminente. Il cantante dei Foo Fighters ed ex-batterista dei Nirvana Dave Grohl venne indicato quale potenziale sostituto di Bonham, ma fu lo stesso Page a smentire la notizia. Nel 2003 venne registrata una rinascita della popolarità del gruppo. Page trovò nei suoi archivi una serie di registrazioni dei concerti tenuti durante la tournée del 1972 negli Stati Uniti; colpito dalla qualità sonora e tecnica delle esibizioni, decise di pubblicare How the West Was Won, triplo album contenente brani che, per la lunghezza delle improvvisazioni dal vivo, arrivano a durare fino a 23 minuti. Inoltre venne pubblicato anche un DVD dal titolo omonimo.
Il 25 giugno 2007 alcune testate giornalistiche[41] annunciarono il ritorno sulle scene del gruppo, accompagnato alla batteria ancora una volta da Jason Bonham, per un concerto in ricordo di Ahmet Ertegün, fondatore della Atlantic Records morto nel dicembre 2006. Si vociferò anche di un tour per il 2008, ma Plant smentì tutto durante una conferenza stampa tenutasi il 28 giugno[42] e con un'intervista comparsa sul Rolling Stone.
Il 27 giugno 2007 l'Atlantic Records/Rhino Records e la Warner Home Video annunciarono tre nuovi album dei Led Zeppelin, in uscita nel novembre del 2007. Il primo è stato Mothership il 13 novembre, un greatest hits con 24 tracce, seguito da una riedizione della colonna sonora di The Song Remains the Same, e dal DVD del film-concerto in edizione restaurata e rimissata.[43]
Il 31 agosto 2007 venne di nuovo annunciato, in modo non ufficiale, che il gruppo si sarebbe riunito per un'unica data alla The O2 Arena di Londra. La stampa nazionale ha iniziato a promuovere il concerto la stessa mattina e gli sponsor hanno confermato l'evento, seppur in modo ufficioso.[44] La notizia ufficiale del loro ritorno sulle scene musicali è arrivata il 12 settembre, quando è stato confermato che avrebbero tenuto un concerto in memoria di Ahmet Ertegün il 26 novembre 2007 all'O2 Arena di Londra. In seguito ad un infortunio al dito occorso a Jimmy Page, il concerto è stato rinviato al 10 dicembre 2007.
La notizia della disponibilità su Internet dei biglietti ha generato un'ondata di richieste che i promoter hanno definito senza precedenti nella storia della musica: in meno di 48 ore il sito è stato preso d'assalto da oltre 20 milioni di utenti, al punto che si è deciso di interrompere immediatamente le prenotazioni e di assegnare in base ad un sorteggio nominale i 21.000 biglietti disponibili.[45]
A seguito di una simile, inaudita mole di richieste, nel 2008 la band è stata insignita del Guinness dei primati per la Maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo.[9]
Secondo quanto riportato dai quotidiani, il concerto alla O2 Arena non ha deluso le aspettative e ha reso giustizia, pur con tutti gli inevitabili limiti dettati dal passare del tempo, alla reputazione dal vivo del gruppo, nonostante gli strumenti fossero accordati un tono sotto per facilitare le parti cantate di Plant.
Nell'agosto 2008 Jason Bonham ha reso noto che, insieme a Page e Jones, era in corso la registrazione di materiale inedito per un ritorno sulle scene dei Led Zeppelin.[46] Tuttavia, Robert Plant ha successivamente diramato un comunicato nel quale affermava che le costanti speculazioni sul futuro della band erano «frustranti e ridicole»[47] e che «non andrà in tour né registrerà nuovi brani con i Led Zeppelin».[47] Ha inoltre specificato che, dopo la conclusione della serie di concerti con Alison Krauss, non si sarebbe imbarcato in nessun tour per i successivi due anni e che augurava a «Jimmy Page, John Paul Jones e Jason Bonham tutto il successo possibile con i loro futuri progetti».[47] Nel 2009 Robert Plant è stato ricevuto dall'allora principe Carlo. Dopo il ricevimento un giornalista gli ha chiesto se sarebbe tornato con i Led Zeppelin, ma Plant ha risposto «qualche volta io divento sordo da entrambe le orecchie quando la gente dice sciocchezze».[48]
Il 13 settembre 2012 sulla loro pagina ufficiale di Facebook i Led Zeppelin hanno annunciato l'uscita di Celebration Day, documento che testimonia il concerto del 2007 all'O2 Arena tenuto in memoria di Ahmet Ertegün, fondatore dell'Atlantic Records. Il film è stato proiettato in contemporanea mondiale per la sola giornata del 17 ottobre in 1500 sale cinematografiche di quaranta paesi, facendo registrare ovunque il tutto esaurito e incassando per quell'unica proiezione 2 milioni di dollari,[49] inducendo così la produzione a ripetere in via eccezionale la proiezione il 29 ottobre. In Italia l'evento, che è stato prodotto e distribuito dalla società Nexo Digital, ha ricevuto ampia risonanza, con ben 560 000 euro di incassi tra la prima e la seconda serata.[50]
Successivamente, nel 2014, Celebration Day è stato pubblicato anche come home video e audio nei formati BD, DVD, CD e LP.[1] Il gruppo ha poi pubblicato The Complete BBC Sessions nel 2016, un'edizione aggiornata e ampliata della loro raccolta del 1997, Led Zeppelin BBC Sessions.[1]
Il documentario Becoming Led Zeppelin, diretto da Bernard MacMahon e distribuito da Sony Pictures Classics, è il primo film autorizzato dalla band. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2021, è stato distribuito nelle sale nel febbraio 2025. Il film esplora la formazione e gli esordi del gruppo, includendo materiali d'archivio inediti e interviste con i membri superstiti.[51]
Il brano Stairway to Heaven è stato accusato di contenere un presunto messaggio subliminale di matrice satanica (contestazioni del genere sono numerose nel rock, ad esempio capitarono anche ai Queen e ai Beatles). Secondo alcune interpretazioni un verso della canzone, ascoltato al contrario, conterrebbe un inno demoniaco:[52]
Il testo ascoltato nel senso normale già alluderebbe al bifrontismo delle parole. Dice infatti: "Cause you know sometimes words have two meanings" ("Perché come sai a volte le parole hanno due significati").
In realtà non vi è alcuna prova che i Led Zeppelin abbiano volutamente fatto passare questi messaggi "al contrario" con la tecnica del backmasking e probabilmente si tratta di uno dei tanti casi di pareidolia acustica della storia del rock e dell'heavy metal, poiché altresì non esiste prova che i messaggi nascosti siano stati inseriti volutamente. Pur senza nascondere di essere un ammiratore di Aleister Crowley,[53] Page negò sempre queste dicerie. Anche il tecnico del suono Eddie Kramer, che curò il disco, confermò le falsità delle accuse, giudicandole ridicole.[54] Robert Plant affermò in una intervista: «To me it's very sad, because Stairway to Heaven was written with every best intention, and as far as reversing tapes and putting messages on the end, that's not my idea of making music» (Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica).[55]
La band, grazie alle vendite dei suoi album, si è aggiudicata dieci dischi d'oro e novanta dischi di platino. Inoltre, il 19 novembre 1999 la RIAA ha dichiarato che i Led Zeppelin sono l'unico gruppo musicale, assieme ai Beatles e a Garth Brooks, ad aver ottenuto almeno quattro dischi di diamante.[56]
Nel 2004, i Led Zeppelin si sono classificati al 14º posto nella classifica dei 100 migliori gruppi musicali della storia secondo la rivista statunitense Rolling Stone. L'anno successivo la band ha vinto un Grammy Award alla carriera;[57] nello stesso anno, i lettori della rivista Guitar World hanno eletto Stairway to Heaven "Miglior assolo di tutti i tempi".[58] Nel 2006 la band ha vinto il Polar Music Prize con la seguente motivazione:
Nel 2008, a seguito dell'incredibile richiesta di biglietti per l'esibizione alla O2 Arena di Londra (oltre 20 milioni di prenotazioni in circa 24 ore), la band è stata insignita del Guinness dei primati per la Maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo.[9] Il 2 dicembre 2012, nel corso della 35ª edizione dei Kennedy Center Honors, ai Led Zeppelin è stato conferito il premio per il contributo da loro portato "alla vita culturale della nazione statunitense e del mondo".[59]
Principale e innovativo anello di congiunzione fra rock blues psichedelico e hard rock,[60] i Led Zeppelin sono considerati uno dei più importanti gruppi hard rock in assoluto,[60] nonché tra i principali pionieri dell'heavy metal.[5] La loro musica, colma di sprazzi romantici e virtuosismi strumentali,[60] fonde folk, blues, rock and roll, psichedelia e riferimenti a varie musiche etniche quali quella celtica, quella araba e quella indiana.[3][61] Nonostante l'aggressività del loro modus operandi, nel corso della loro carriera non sono mancate composizioni più leggere in cui venne fatto uso di strumentazione acustica quali Stairway to Heaven e The Rain Song.[61] Altro brano degno di nota è la loro Whole Lotta Love, che avrebbe aperto le porte dell'hard rock e dell'heavy metal.[3][61] Fra gli artisti di riferimento del gruppo spiccano musicisti quali Jimi Hendrix,[62] Lonnie Donegan,[63] B.B. King,[64] Elvis Presley[64] e i Rolling Stones.[64]
Vengono anche considerati più genericamente un gruppo rock, anche questo un genere di cui sono considerati importanti esponenti,[3][4] mentre la componente blues del gruppo ha spinto alcuni a inserirli nel novero degli artisti blues rock[1][65] e British blues.[1][65]
L'eredità musicale lasciata dai Led Zeppelin ha influenzato numerosi gruppi, soprattutto della scena hard rock/heavy metal dagli anni settanta, tra i quali risaltano nomi come Aerosmith, AC/DC, Rush, Montrose,[66] Whitesnake,[67] Judas Priest, agli anni ottanta, come Great White,[68] Kingdom Come,[69] Tesla,[70] Stone Fury, Tora Tora,[71] Diamond Head,[72] Zebra,[73] Blue Murder, Guns N' Roses,[74] The Cult,[75] Thunder, Katmandu o Whitesnake,[76] Tool e molti altri, oltre a gruppi più recenti e attuali come Rage Against the Machine,[77] The White Stripes,[78] Deftones,[79] Nirvana,[80] Pearl Jam,[81] Soundgarden[82] e The Smashing Pumpkins.[83][84]
La loro influenza musicale si è estesa fino a toccare artisti di generi molto più diversificati come Madonna,[85] Shakira,[86] Lady Gaga,[87] Kesha[88] e Katie Melua.[89]
In diverse occasioni i Led Zeppelin sono stati accusati di plagio, o quantomeno di avere utilizzato temi o frasi musicali non originali. Quando l'album d'esordio della band fu pubblicato, ottenne principalmente critiche positive, ma John Mendelsohn del Rolling Stone accusò la band di plagio, in particolare di aver copiato Black Mountain Side da Black Water Side di Bert Jansch e il giro di Your Time Is Gonna Come dall'album dei Traffic Dear Mr. Fantasy. Questo segnò l'inizio di una lunga disputa fra la band e il periodico, il quale tacciava inoltre il gruppo di esibizionismo accusandolo di parodiare artisti di colore: disputa la quale ha visto i Led Zeppelin rifiutarne a più riprese le interviste.
Ci fu chi notò che una canzone del primo album, Dazed and Confused, era stata scritta inizialmente da Jake Holmes e inserita nel suo album The Above Ground Sound. Gli Yardbirds, la vecchia band di Jimmy Page, ne avevano inciso una versione intitolata I'm Confused; successivamente Page, pur senza accreditare Holmes,[90] modificò ulteriormente il testo e la struttura stessa della canzone per l'album di debutto dei Led Zeppelin, inserendo al suo interno il riff di chitarra che l'avrebbe resa celebre, le sue incursioni "psichedeliche" ottenute suonando la chitarra con un archetto di violino e la lunga, furiosa parte strumentale a precedere l'ultima strofa del brano.
Holmes non volle macchiare l'integrità del gruppo per colpa di una canzone, nonostante avesse spedito una lettera con scritto «Capisco, è un tentativo di collaborazione, ma penso che dovreste almeno ammettere che sono l'autore e pagarmi i diritti». La lettera non ricevette alcuna risposta e Holmes non proseguì nella controversia. È comunque riportato che egli abbia detto:
(Jake Holmes)
Nel maggio 2025, Holmes ha intentato una causa contro Jimmy Page, la casa editrice Succubus Music, Warner Chappell Music e Sony Pictures presso un tribunale federale della California. L'accusa riguarda l'uso non autorizzato del brano Dazed and Confused in diverse pubblicazioni, tra cui esibizioni dal vivo degli Yardbirds e il documentario Becoming Led Zeppelin, in presunta violazione di un accordo transattivo firmato nel 2011. La richiesta di risarcimento ammonta ad almeno 150.000 dollari per ciascuna violazione.[91]
Anche il copyright delle canzoni di Led Zeppelin II fu oggetto di dibattiti fin dall'uscita dell'album. L'introduzione e la chiusura blues di Bring It on Home riprendono l'omonimo brano di Sonny Boy Williamson II, Whole Lotta Love ha alcune parti dei testi in comune con You Need Love di Willie Dixon, fermo restando che tanto il noto riff del brano così come l'intera struttura della canzone sono da ricondursi interamente a Jimmy Page.
Negli anni settanta la Arc Music, la divisione di merchandising della Chess Records, chiamò in giudizio i Led Zeppelin per l'infrazione del copyright di Bring It on Home e ottenne un accordo stragiudiziale. Dixon però non trasse nessun beneficio fin quando non sollecitò la Arc Music ad ammettere la sua proprietà del copyright. Anni dopo, Dixon fece causa ai Led Zeppelin per Whole Lotta Love e così fu raggiunto un altro compromesso.[92]
Nelle successive ristampe di Led Zeppelin II, il nome di Dixon fu inserito fra i crediti.
Le accuse di plagio nei confronti del gruppo, ad ogni modo, non si arrestarono, anche laddove i credits dei loro dischi risultavano citare correttamente le fonti: è il caso, ad esempio, della loro versione di When the Levee Breaks di Memphis Minnie, avente in comune con il brano originale unicamente alcune parti del testo e incentrata su una struttura melodica estremamente diversificata e interamente composta dal gruppo. Caso analogo anche per il brano Boogie with Stu, cover di Ooh, My Head del defunto Ritchie Valens: correttamente attribuita nei credits del disco Physical Graffiti alla madre del cantante di origini messicane[93] – titolare dei diritti e citata come Mrs. Valens[93] – e nonostante tutto sovente citata come supposto plagio. A complicare ulteriormente le cose, nel 1979 gli eredi di Ritchie denunciarono il gruppo per presunto non completo versamento della percentuale di royalties loro spettante fino a quel momento, sul pezzo in questione.[93]
Alcuni commentatori, nel corso degli anni, hanno dedotto una pretesa analogia fra le prime note introduttive della celeberrima Stairway to Heaven e un passaggio della canzone Taurus degli Spirit, supportando la tesi della "contaminazione" con la circostanza che i due gruppi, all'inizio della loro carriera, avessero diviso il palco in alcuni show.[94]
Ciononostante nel maggio 2014, Michael Skidmore, che aveva i diritti di Randy California degli Spirit, autore del brano e deceduto nel 1997, ritenne di intraprendere un'azione legale per ottenere il riconoscimento della paternità del brano (ben 43 anni dopo la sua pubblicazione) e l'attribuzione dei conseguenti diritti d'autore, stimati in circa 560000000 $ all'inizio della causa.[95]
Nel corso dell'istruttoria venne osservato come la progressione di note oggetto di contestazione, oltre a risultare quantitativamente trascurabile a fronte degli 8 minuti di tessuto strumentale su cui il brano è costruito, risulti poi essere decisamente comune, nota da secoli poiché riferibile a una progressione di clavicembalo di epoca barocca, nonché impiegata in un centinaio di altre canzoni assai note, non ultima la celeberrima While My Guitar Gently Weeps dei Beatles.[96]
Il 23 giugno 2016 il tribunale di Los Angeles dichiarava la non sussistenza di alcun plagio nel brano Stairway to Heaven[97][98] Nel 2018, tuttavia, tre giudici della nona corte d'appello dello stesso tribunale decidevano di riaprire il processo, sulla base di alcuni asseriti elementi di irregolarità nel corso del procedimento del 2016.[99]
La controversia si concludeva definitivamente nel marzo 2020, con una pronuncia della Corte d'Appello di San Francisco che confermava l'infondatezza delle accuse di plagio mosse al gruppo, così attestando la validità degli argomenti dedotti in giudizio dagli autori Jimmy Page e Robert Plant e certificando l'originalità della canzone.[100][101]
In particolare la Corte D'Appello di San Francisco affermava, assai significativamente, «Non abbiamo mai inteso il copyright come la protezione di qualche nota»: «al contrario abbiamo sempre sostenuto che una sequenza di quattro note, peraltro comune in musica, non sia un’espressione degna di copyright nel caso di una canzone».[100]
Diversi musicologi ed esperti di musica blues presero posizione contro la pretestuosità della maggior parte delle imputazioni che venivano mosse al gruppo, facendo notare come la musica nera, un enorme coacervo di temi tipici, analogi ai topoi letterari, derivi dalle antiche tradizioni dei canti popolari elaborati collettivamente dagli schiavi neri nelle piantagioni e nei campi di cotone della Louisiana e del Tennessee e lungo gli argini del Mississippi: senza questa premessa, si sarebbe arrivati ad accusare di plagio praticamente qualunque bluesman, non ultimi Robert Johnson, Skip James, Son House ed Elmore James, vista l'estrema permeabilità dei rispettivi repertori alle idee e agli stereotipi dei loro precedenti e contemporanei.
La più autorevole difesa del gruppo provenne dal celebre produttore blues, compositore e musicologo Robert Palmer, che descrisse con efficacia quella che era la prassi nella storia della musica nera:[102]

(Robert Palmer)
Dello stesso parere lo studioso di musica folk Carl Lindahl, che ebbe a definire questo fenomeno – tipico della musica blues – come "floating lyrics" (lett. testi fluttuanti), spiegando che:[103]
(Carl Lindahl)
Gli stessi membri del gruppo, che pure avevano tenuto un atteggiamento perlopiù conciliante nei casi in cui gli era stato chiesto di citare correttamente le proprie fonti, esternarono a più riprese il loro disappunto per l'accanimento con cui le imputazioni mosse al gruppo venivano pompate oltre misura. In particolare Jimmy Page, in una intervista, sostenne:[104]
(Jimmy Page)
I Led Zeppelin riscrissero le regole della musica rock in termini commerciali e di business. Furono infatti la prima formazione a ottenere un grande successo di massa evitando il mercato dei singoli e la trasmissione radiofonica dei loro brani come era sempre stato fatto prima di loro.[105][106] Nel suo libro Working Class Heroes, David Simonelli afferma che, grazie al loro manager Peter Grant, avrebbero cambiato la storia del rock ridefinendo per sempre le metodologie dei contratti discografici, gli arrangiamenti dal vivo e la produzione discografica.[105]
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Il Gotico inglese è uno stile architettonico che fu usato in Inghilterra dalla seconda metà del XII secolo, importato dalla Francia settentrionale.
L'Inghilterra aveva stretti contatti politici ed economici con la Normandia, essendo stata conquistata dai normanni nel 1066; attraverso queste vie arrivò nell'isola lo stile romanico ed altrettanto avvenne con le novità gotiche sviluppate nell'Île-de-France a partire dal 1140.
La prima architettura gotica inglese è il coro della Cattedrale di Canterbury, concluso nel 1175 da un architetto francese di nome Guillame de Sens. Un anno dopo le campate occidentali della cattedrale di Worcester venivano erette in forme gotiche, in quello che ormai viene chiamato Early english (o Gotico primitivo inglese). La velocità con cui attecchì il Gotico in Inghilterra deriva dalla predisposizione che l'architettura romanica anglo-normanna possedeva tra tutti i sotto-stili regionali europei: già nelle cattedrali romaniche inglesi si riscontra una spiccata verticalità nelle navate centrali grazie all'uso già consolidato di volte a crociera costolonate con archi a sesto a acuto ed addirittura volte già a sei spicchi, come nella Cattedrale di Durham terminata nel 1113, le cui novità assolute tornarono presto in Normandia e da lì fecondarono di idee gli architetti dell'area parigina che "inventarono" il gotico.
Anche nel caso del Gotico in Inghilterra si svilupparono presto delle caratteristiche peculiari diverse da quelle continentali:
Ma la caratteristica più innovativa e più immediatamente riconoscibile del Gotico inglese è quella dell'invenzione della volta a raggiera e della volta a ventaglio. Le membrature della volta si moltiplicano: compaiono nuove nervature intermedie, chiamate anche tiercerons, che risultano prive di funzione portante. Esse conducono in un punto situato su un costolone longitudinale e non più alla chiave di volta, manifestando così il loro ruolo puramente decorativo. Le nervature si slanciavano infatti dai pilastri senza confluire verso un'unica chiave di volta, ma si diramano creando un reticolo geometrico che termina lungo una linea centrale (conformazione "a spina di pesce"). Uno dei primi esempi di tali innovazioni è nella Cattedrale di Lincoln (post 1192).
Ma il gotico inglese è ricco per l'inventiva e lo studio di soluzioni coerenti ed esteticamente pregevoli per particolari problemi strutturali. Per esempio nella Cattedrale di Wells all'incrocio tra navata e transetto si erge un'alta torre, che all'interno della chiesa è sorretta da un'inedita struttura di rinforzo composta da due archi ogivali contrapposti (1340).
L'Abbazia di Westminster di Londra (costruita dal 1245) ruppe con la tradizione locale e tornò ad ispirarsi direttamente all'architettura francese, con coro e cappelle radiali nel deambulatorio.
Secondo la suddivisione di Thomas Rickman, il Gotico inglese si sviluppò in tre fasi:
Benché le chiese siano esternamente allungate, appaiono sviluppate più in senso orizzontale che verticale.
Presenta un grande sviluppo longitudinale con la presenza di due transetti, inoltre le volte hanno una soluzione costruttiva molto originale, che non fa leggere il soffitto come sequenza di campate, ma come spazio unitario.
All'interno, i pilastri sono contornati da colonnine in controvena, mentre la massa muraria è piuttosto consistente; all'esterno le facciate sono più basse e larghe rispetto a quelle francesi e le statue non dominano l'architettura.
Il Perpendicular English caratterizza fortemente il periodo tardo-gotico anglosassone; il nome deriva dall'accentuazione in senso verticale dell'apparato decorativo (guglie e pinnacoli). Inoltre scompare la suddivisione in campate e si moltiplicano le nervature senza la funzione strutturale (volta a ventaglio).
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Jean-Pierre Torrell (Villenave-d'Ornon, 1º agosto 1927[1]) è un presbitero e teologo francese, specializzato nella vita e nel pensiero di san Tommaso d'Aquino.
Già membro della Commissione leonina per gli studi tomistici,[2] è divenuto professore emerito della facoltà teologica dell'Università di Friburgo.
Dopo aver conseguito il dottorato in teologia facoltà teologica dell'Ordine dei predicatori al Saulchoir di Parigi, si è specializzato in medievistica presso l'Università di Montréal. Successivamente, è stato professore associato e straordinario di teologia fondamentale e di ecclesiologia allo Studium Domenicano di Tolosa, alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e all'Università del Collegio di San Michele di Toronto. Infine, è stato nominato professore ordinario di ecclesiologia e di cristologia presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Friburgo.
È stato membro della Commissione Leonina e curatore dell'edizione critica dell<wiki />opera omnia di Tommaso d'Aquino, Jean-Pierre Torrell è uno specialiste biografo accreditato a livello accademico e internazionale.[3] Benedetto XVI lo ha menzionato come "il grande specialista di san Tommaso"[4]. È autore del volume l'Encyclopédie : Jésus le Christ chez saint Thomas d'Aquin, pubblicata da Éditions du Cerf[5], nonché di varie monografie e edizioni critiche tradotte e commentate della Summa Theologiae.
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Azealia Amanda Banks (New York, 31 maggio 1991) è una rapper e cantautrice statunitense.
Si è imposta all'attenzione internazionale nel 2011 grazie al singolo 212, certificato doppio disco di platino nel Regno Unito,[2] che le ha permesso di essere inserita al primo posto della classifica riguardante gli artisti più promettenti redatta dalla rivista britannica New Musical Express.[3] Il 5 dicembre dello stesso anno la BBC ne annunciò la nomina per il sondaggio Sound of 2012, in cui si classificò terza.[4]
Personalità controversa, ha fatto parlare di sé per le dichiarazioni fatte in materia di politica statunitense e questioni sociali come la razza e per aver accusato pubblicamente ed essersi scontrata con colleghi e personaggi pubblici attraverso i propri canali sociali.[5][6]
Banks è nata nel maggio 1991. Sua madre la crebbe insieme alle due sorelle maggiori ad Harlem, dopo che il padre morì a causa di un tumore al pancreas quando lei aveva due anni. In giovane età si interessò al teatro musicale, alla recitazione ed al canto. A dieci anni iniziò ad esibirsi in un musical off-Broadway dal nome Tada! Youth Theater a Lower Manhattan. Ebbe ruoli da protagonista in tre produzioni (Rabbit Sense, Sleepover e Heroes). All'età di sedici anni ha recitato in un musical noir-comedy, City of Angels. La Banks si è formata nel campo dello spettacolo presso la LaGuardia High School of Performing Arts a Manhattan, che ha poi abbandonato per dedicarsi alla musica.
Sotto lo pseudonimo di Miss Bank$, nel febbraio del 2009 pubblicò il suo primo brano Gimme a Chance sulla piattaforma MySpace.[7] La canzone era accompagnata da Seventeen, un brano prodotto dal DJ americano Diplo che campionò una traccia dei Ladytron con lo stesso nome.[7] Più tardi quell'anno, firmò un contratto con l'etichetta discografica XL Recordings e cominciò a lavorare con il produttore Richard Russell; lasciò poi l'etichetta a causa di idee divergenti.[4][8]
Uscita dalla XL Recordings, Azealia cambiò il suo nome d'arte in Azealia Banks e si trasferì a Montréal, dove iniziò a registrare musica. Utilizzando YouTube come portale, caricò varie demo, tra cui L8R e una cover di Slow Hands degli Interpol. Nel settembre 2011, pubblicò in formato digitale gratuito il singolo di debutto 212; esso venne poi pubblicato ufficialmente il 6 dicembre 2011. Il brano ha ricevuto il plauso della critica, essendo selezionato come 'Canzone della settimana' dalla BBC Radio 1, e posizionandosi nono nella classifica delle migliori tracce del 2011 secondo Pitchfork. Nel dicembre 2011 ha partecipato alla canzone Shady Love, inserita nell'album Magic Hour della band statunitense Scissor Sisters, tuttavia è rimasta non accreditata. Il 16 gennaio 2012 ha pubblicato il brano NEEDSUMLUV (SXLND), prodotto da Machinedrum, in occasione di quel che sarebbe stato il trentatreesimo compleanno della cantante scomparsa Aaliyah, campionata nella canzone.[9] La settimana successiva divulga il brano Bambi, prodotto da Paul Epworth, scelto quale colonna sonora per una sfilata di Mugler a Parigi.[10]
Anche se priva di un'etichetta discografica, la Banks cominciò a lavorare con il produttore britannico Paul Epworth al suo album di debutto. Il suo primo EP, 1991, è stato pubblicato nel Regno Unito il 28 maggio e negli Stati Uniti il giorno successivo.[11] Nel maggio 2012 viene altresì annunciata la pubblicazione di un mixtape, prima denominato Fantastic poi Fantasea, avutasi l'11 luglio 2012.[12] L'11 maggio è stato pubblicato Jumanji, un brano facente parte dello stesso.[13] Una seconda traccia del mixtape, Aquababe, è stata resa disponibile online il 13 giugno,[14] mentre un terzo brano, Nathan, in collaborazione col rapper Styles P, il 30 giugno.[15][16]
Nell'aprile 2013 viene pubblicato il singolo di lancio dell'album d'esordio, Yung Rapunxel. A maggio l'artista annuncia la pubblicazione del secondo singolo, ATM Jam, che vede la partecipazione di Pharrell Williams, il quale però non viene incluso nella tracklist definitiva a causa della tiepida ricezione. Dopo numerosi posticipi e conflitti, nel luglio 2014 la Banks scioglie il contratto che la legava alla casa discografica Interscope e pubblica in via indipendente due singoli: Heavy Metal and Reflective il 28 luglio e Chasing Time il 22 settembre. Essi precedono la pubblicazione dell'album Broke with Expensive Taste che avviene, senza alcun preavviso, il 6 novembre dello stesso anno[17] in collaborazione con l'agenzia di produzione Prospect Park.
A febbraio 2015, la Banks ha posato nuda per il numero di aprile della rivista Playboy, fotografata da Ellen von Unwerth. Nel servizio parla senza filtri e censure di come l'America sia strutturata per l'uomo bianco e di come molti artisti neri realizzino dischi per soddisfare l'America bianca andando contro i loro stessi principi.[18] A maggio 2015, è stato annunciato che l'artista farà il suo debutto da attrice come personaggio principale della pellicola musicale Coco.[19]
Nel mese di febbraio 2016, pubblica il singolo The Big Big Beat,[20] volto ad anticipare il secondo mixtape della rapper, Slay-Z, pubblicato indipendentemente il mese successivo e contenente collaborazioni con Nina Sky e Rick Ross.[21]
Nel 2017 viene pubblicato il singolo Chi Chi.[22][23] Nel 2018 ha fatto seguito il singolo Anna Wintour, distribuito insieme al relativo video musicale.[24] Segue un tour nordamericano, con alcune date anche in Europa.[25] A inizio 2018 Banks ha firmato un contratto da un milione di dollari con la eOne.[26] Il 6 luglio 2018 viene pubblicato un nuovo singolo, intitolato Treasure Island.[27] Seguono la pubblicazione di un EP natalizio intitolato Icy Colors Change[28] e l'annuncio di un nuovo mixtape intitolato Fantasea II: The Second Wave. Per questo progetto viene lanciato il singolo promozionale Playhouse, ma il mixtape non viene mai pubblicato.[29]
Nel 2019, dopo aver lasciato eOne, Banks annuncia la pubblicazione del mixtape Yung Rapunzel II: il progetto viene pubblicato su SoundCloud l'11 settembre dello stesso anno, ma viene successivamente rimosso.[30] Segue la pubblicazione dei singoli Count Contessa e Pyrex Princess. Nel 2020 vengono pubblicate diverse canzoni in esclusiva su SoundCloud, inclusa una collaborazione con Pharrell Williams intitolata Diamond Nova.[31] Il 9 giugno 2020 Banks viene distribuito il singolo Black Madonna su tutte le piattaforme, originariamente concepito come il singolo di lancio dall'album Business Pleasure,[32] progetto successivamente accantonato. Tra il 2020 e il 2021 vengono pubblicati i singoli Mamma Mia, Six Flags e Fuck Him All Night.
Nel 2023, dopo aver rescisso dal contratto precedentemente stipulato con Parlophone Records, pubblica insieme a Torren Foot il singolo New Bottega, brano che aveva cominciato ad anticipare sin dall'anno precedente.[33][34][35][36]
Azealia Banks si definisce bisessuale,[37] sebbene in passato abbia più volte ricevuto accuse di omofobia a causa di alcune sue esternazioni pubbliche.[38] In un'intervista concessa al The New York Times, la rapper si è definita insoddisfatta del modo in cui la società assegna etichette in base all'orientamento sessuale degli individui.[39]
Nel 2016 Banks ha sostenuto pubblicamente Donald Trump durante la sua prima campagna elettorale come candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America. Una delle sue esternazioni più discusse a tal proposito affermava: «gli Stati Uniti sono il male per loro natura ed allo stesso modo i politici sono la personificazione della cattiveria. Apprezzo Trump perché è il più trasparente e autentico fra di loro nel mostrare la sua vera natura».[40]
L'8 agosto 2020 Banks ha pubblicato un post in cui affermava di voler porre fine alla sua vita tramite suicidio assistito e voler documentare l'intero processo in una sorta di docufilm.[41]
Negli anni, Azealia Banks è stata protagonista di feroci litigi e discussioni con svariate altre celebrità, le quali si sono svolte soprattutto su Twitter.[38] Tra le personalità con cui ha litigato pubblicamente si possono citare: Pabllo Vittar, Grimes, Elon Musk, Remy Ma, Cardi B, Kim Kardashian, Kanye West, Julia Fox, Lorde, Lana Del Rey, Marina Diamandis, Charli XCX, Lady Gaga, T.I., Iggy Azalea, Action Bronson, Lil' Kim, Skai Jackson, Rita Ora, Kendrick Lamar, Pharrell Williams, Erykah Badu, Kreayshawn, Rihanna, ASAP Rocky, Baauer, Nicki Minaj, Sia, Jim Jones, Beyoncé, Angel Haze, Lily Allen, SZA, RZA, Rico Nasty, Lupe Fiasco, Eminem, RuPaul, Perez Hilton, Nick Cannon, Diplo, Funkmaster Flex, The Stone Roses, K. Michelle, Cupcakke, Troye Sivan, Mariahlynn, Disclosure, Lizzo, Kim Petras, Adrian Grenier, Loreen, Busta Rhymes, Dave Chappelle, Donatella Versace, Noah Schnapp, Wendy Williams, Shygirl, Arca, il presidente ucraino Zelensky, le intere nazioni di Irlanda, Svezia, Turchia, Australia, la diaspora africana ed altri ancora.[38]
Nel dicembre 2015 la rapper è stata arrestata fuori da una discoteca di Manhattan, dopo aver aggredito fisicamente un'addetta alla sicurezza nel locale, azzannando il suo seno fino a lacerarlo.[42]
Nel gennaio 2021 Azealia Banks tornò a far parlare di sé, dopo aver pubblicato sul suo profilo Instagram un video in cui disseppellisce la carcassa del suo gatto, morto qualche mese prima, e lo cuoce in un calderone. Sebbene molti credevano l’avesse fatto per cibarsi del gatto, la rapper affermò che fosse per scopi tassidermici e religiosi.[43] Il video è stato rimosso dalla rapper pochi minuti dopo, ma diventò ben presto virale.
AllMusic ha etichettato Azealia Banks come «un'interprete stilosa che mescola i generi hardcore hip hop, indie pop e dance music».[44] John Robinson di The Guardian definisce lo stile di Banks come «un'interessante miscuglio tra Missy Elliott e il dance pop».[45] Per quanto riguarda lo stile musicale, è stato notato l'uso frequente da parte della rapper di linguaggio volgare, in particolare la parola «cunt»,[46][47][48] utilizzata più di dieci volte nel brano 212,[49] e in Fierce, dove si auto-proclama «cunt queen».[50][51] Banks attribuisce questa sua propensione alla sua formazione avvenuta ad Harlem, affermando: «vengo da Harlem. Ho frequentato una scuola d'arte; sono cresciuta con le cunts. E quel termine non viene da me! La gente pensa che l'abbia inventato io, ma non è così. Essere cunty significa essere femminile e consapevole di sé. Nessuno può intaccare quella forza interiore e delicatezza. I cunts, i gay, adorano tutto questo. I miei amici mi dicevano: 'Devi essere più cunty! Sei troppo banjee.' Banjee significa grezzo e non raffinato. Hai bisogno delle cunts: ti sistemano i capelli, ti truccano. Ti danno sicurezza e ti fanno sentire viva».[52] È anche nota per il suo stile di rap veloce.[48] In una recensione dell'EP di debutto di Banks 1991, Chris Dart di Exclaim! ha definito la velocità di rapper di Banks come «notevole», sottolineando che è riuscita a raggiungere un risultato che la maggior parte dei rapper impiega anni a padroneggiare: «il perfetto connubio tra ritmi potenti e adatti al club e testi intelligenti, eseguiti con precisione».[53]
La Banks cita come prime ispirazioni le canzoni di Beyoncé ed Aaliyah.[52] Durante la sua adolescenza ascoltava gli Interpol, i Bloc Party e i Futureheads ed è stata avvicinata alla cultura nera guardando film come Paris Is Burning.[54] Nomina anche Eve, Remy Ma, Lil' Kim, M.I.A. e Santigold come ulteriori artiste femminili che l'hanno ispirata.[55][56] Ha elogiato infine lo stile di Jay Z.[56]
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Microsoft Windows:
7 agosto 2020
PlayStation 5, Microsoft Windows (Remastered):
31 ottobre 2024
Horizon Zero Dawn è un videogioco action RPG sviluppato da Guerrilla Games e pubblicato da Sony Interactive Entertainment per PlayStation 4 nel 2017 e successivamente per Microsoft Windows nell'estate 2020. È il primo capitolo dell'omonima serie Horizon.
La storia segue le avventure di Aloy, una cacciatrice che vive in un mondo postapocalittico dominato da robot ostili (le "Macchine"), dove gli esseri umani sono riuniti in fazioni tribali. Avendo vissuto fin da bambina da emarginata dalla sua stessa tribù, Aloy decide di scoprirne il motivo e di cercare delle risposte sul suo passato e sulla calamità che ha colpito l'umanità. Il gioco mette a disposizione un open world esplorabile liberamente, con un gran numero di missioni principali e secondarie da completare. Il giocatore può combattere le Macchine con lance, armi da lancio e tattiche stealth, avendo poi la possibilità di saccheggiare i resti dei nemici dopo averli sconfitti per ottenere utili risorse. Un sistema di sviluppo ad albero permette ad Aloy di imparare nuove abilità e di ottenere utili bonus passivi.
Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2011, una volta che Guerrilla Games aveva completato lo sviluppo di Killzone 3,[2] rappresentando, secondo il direttore Mathijs de Jonge, l'idea "più rischiosa" che la casa di sviluppo avesse mai proposto.[3] Horizon Zero Dawn è stata la prima nuova proprietà intellettuale (IP) sviluppata da Guerrilla Games dall'uscita di Killzone nel 2004, e ha rappresentato il primo tentativo dello studio di sviluppare un gioco di ruolo. Il motore grafico utilizzato, Decima, era stato sviluppato per Killzone: Shadow Fall ed è stato poi modificato per adattarlo a Horizon Zero Dawn.[4][5]
È stato presentato all'E3 2015, al quale su quattro candidature ha vinto la categoria di gioco più originale. Il 6 giugno 2016 è stato pubblicato un nuovo video promozionale in cui è stata annunciata la data di uscita per il 28 febbraio 2017 in Nord America e il 1º marzo in Europa.[6] Il gioco è stato accolto positivamente dalla critica, che ha lodato l'open world, la storia, l'aspetto grafico, il gameplay, il personaggio di Aloy e la performance fornita dalla sua doppiatrice nella versione originale, l'attrice Ashly Burch,[7][8] nonostante alcune critiche rivolte ai dialoghi, al combattimento corpo a corpo e ai modelli dei personaggi. È il titolo di esordio per una nuova IP su PlayStation 4 di maggior successo di sempre,[9] avendo venduto a giugno 2017 oltre tre milioni di copie ed essendo quindi il secondo titolo per PlayStation 4 più venduto di sempre.[10] Un'espansione chiamata The Frozen Wilds è stata pubblicata il 7 novembre 2017.[11]
Una versione remastered del gioco, intitolata Horizon Zero Dawn Remastered, è stata resa disponibile il 31 ottobre 2024 per PlayStation 5 e Windows offrendo più di 10 ore di dialoghi ri-registrati, e miglioramenti grafici.[12]
Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2011, appena dopo l'uscita di Killzone 3. Viene presentato per la prima volta all'E3 del 2015 e inizialmente il gioco doveva essere lanciato nel 2016, ma l'uscita viene poi posticipata nel 2017. Mathijs De Jonge, il game director di Horizon Zero Dawn ha rilasciato un'intervista a Noclip rivelando alcuni dettagli sulla realizzazione del gioco. La prima versione di gioco includeva una modalità cooperativa, tuttavia, Guerrilla ha dovuto rimuoverla, perché avrebbe dovuto sacrificare il 50% di contenuti proposti nella versione finale.
La mappa di gioco all'inizio era 50 volte più grande di quella del gioco definitivo; il motivo della riduzione della proporzione della mappa è dovuto al fatto che Guerrilla voleva che capitasse ogni 200 metri un evento occasionale. Con una mappa così grande sarebbe stato impossibile. Infatti, gli sviluppatori hanno dichiarato che la mappa di gioco era più grande di quelle di Grand Theft Auto V e di The Elder Scrolls V: Skyrim messe insieme, rendendola di fatto di proporzioni gigantesche, e per questo, avrebbe occupato troppa memoria. In origine i nemici includevano solo le macchine, ma sono stati poi aggiunti anche antagonisti umani per rendere il gioco più vario. Lo studio, inoltre, avrebbe tagliato una meccanica simile al sistema Fulton presente in Metal Gear Solid: Peace Walker e The Phantom Pain, il quale permetteva ad Aloy di inviare a un deposito alcune macchine che venivano poi lanciate in aria e raccolte da una nave pirata volante. Il team decise di rimuoverla dal gioco perché era troppo complicata e non si inseriva coerentemente con la storia, la sua mitologia e il suo contesto culturale e tecnologico. Ashly Burch, la doppiatrice di Aloy, e Ben McCaw, il lead writer, hanno dichiarato che per la storia principale si sono ispirati ad alcuni racconti biblici come Ben-Hur e I dieci comandamenti.[13]
In un'intervista del 2019, il direttore artistico Mathijs De Jonge ha dichiarato che per creare il gioco si è ispirato a numerosi media, tra cui libri, film, serie televisive e naturalmente videogiochi. In quest'ultimo campo rivela che è stato particolarmente significativo Resident Evil 4 perché infatti lo ha definito un Sacro Graal in termini di level design, meccaniche di gioco e nemici. Un altro gioco da cui si è ispirato è The Last of Us, dicendo che è rimasto molto colpito dal finale, definendolo profondamente commovente, cosa molto rara in un videogioco. Per questo motivo, ha deciso di rendere il finale di Horizon Zero Dawn anch'esso commovente.
Pianeta Terra del XXXI secolo d.C. Corrono gli anni 3000 e siamo in America, in ciò che resta degli Stati Uniti Occidentali. Nell'anno 3021, in questo mondo post-apocalittico dominato dalle "Macchine" e in cui l'umanità è regredita in tribù primitive, tra le montagne che un tempo costituivano lo stato americano del Colorado, viene alla luce una bambina da una struttura ubicata all'interno di una montagna. Temendo che la neonata non fosse di origini umane, le Matriarche della tribù dei Nora la bollarono come Emarginata e la affidarono alle cure di Rost, un altro Emarginato, che decise di chiamarla Aloy.
Passano gli anni e Aloy cresce sotto l'ala di Rost, pur consapevole che non sia suo padre, imparando l'arte della caccia e della sopravvivenza. Un giorno, fuggendo al controllo di Rost, incappa in una struttura dei Predecessori, e vi trova un apparecchio, denominato Focus (una specie di visore per la realtà aumentata), il quale una volta indossato e attivato inizia a mostrare informazioni e immagini invisibili a occhio nudo. Il giorno successivo la piccola Aloy, dopo un'iniziale protesta da parte di Rost, usa il Focus per salvare un ragazzo Nora da un branco di Macchine che lo avevano circondato. Tuttavia riceve sdegno quando il padre del ragazzo scopre che è una Emarginata, creando frustrazione in Aloy circa il suo status di reietta. Decisa a scoprire le proprie origini, si addestra intensamente per affrontare la Prova, la cui vittoria non solo le avrebbe consentito il diritto di essere considerata di nuovo una Nora e far parte della tribù, ma le avrebbe anche dato la possibilità di parlare con le Matriarche, l'unico modo per scoprire quali fossero le proprie origini.
Dodici anni dopo e dunque maggiorenne, Aloy è pronta ad affrontare la Prova. Il giorno della Prova, Rost dona ad Aloy un ciondolo, consapevole che in caso di vittoria si sarebbero separati per sempre. Nonostante le proteste di Aloy e la sua promessa di incontrarlo comunque di nascosto, Rost afferma che sarebbe andato dove Aloy non lo avrebbe mai trovato. Giunge quindi il momento della Prova e Aloy, prima della gara, nota tra la folla un uomo con un Focus identico al suo e che risponde al nome di Olin. Nonostante lo scherno degli altri partecipanti e attraverso mille difficoltà, Aloy riesce a guadagnare l'agognato primo posto nella Prova, ma durante la premiazione i partecipanti vengono assaliti da un non meglio identificato gruppo armato. Aloy viene aggredita da un uomo che tenta di scaraventarla da un burrone: a sorpresa interviene Rost, che tuttavia viene ucciso nello scontro. L'uomo, di nome Helis, ordina di incendiare il luogo e, nell'esplosione che ne segue, Aloy precipita nel vuoto.
Si sveglia alcuni giorni dopo nell'Abbraccio della Madre (il centro della tribù dei Nora), attorniata dalle Matriarche che la credevano ormai in fin di vita. Recuperati i suoi oggetti e il Focus, Aloy vede la proiezione di una donna quasi identica a lei, ma che appare più anziana. Giunta davanti ad una grande porta, una voce comunica che l'accesso è negato in quanto non è possibile accettare il codice genetico di Aloy a causa di una corruzione del Sistema. Gioiose del fatto che la Dea conoscesse Aloy, le Matriarche la nominano Cercatrice, quindi autorizzata ad uscire dalle Terre Sacre per scoprire di più sulla sua nascita.
Durante il viaggio, Aloy scopre che gli uomini che hanno assalito la Prova sono cultisti dell'Eclissi, i quali stanno eseguendo l'ordine di una IA nota come ADE, che per qualche ignota ragione esige la sua morte, e che grazie al Focus di Olin i cultisti hanno tracciato la sua posizione, assalendola alla Prova. Aloy giura quindi vendetta nei confronti di Olin e, dopo aver aiutato un Nora di nome Varl a ritrovare Sona, la Capoguerra Nora (nonché madre di Varl e anch'essa vittima dei cultisti, in quanto questi ultimi hanno ucciso sua figlia che partecipava alla Prova), riesce a tracciare la posizione di Olin presso uno scavo situato nel Domino, la regione della tribù Carja, dove antiche macchine da guerra sono state riportate in vita dall'Eclissi. Dopo aver attaccato con successo il sito e catturato Olin, Aloy scopre che quest'ultimo serviva i cultisti in quanto moglie e figli erano loro ostaggi. A questo punto il giocatore sceglie se risparmiare o uccidere Olin. É qui che per la prima volta Aloy ode attraverso il Focus una voce misteriosa che le annuncia di aver disattivato i Focus dei nemici per aiutarla nell'assalto.
Giunta nella città di Meridiana, capitale dei Carja, Aloy reincontra Erend, un membro della tribù degli Oseram che aveva incontrato prima della Prova, e che ora le chiede aiuto per trovare la sorella Ersa, recentemente scomparsa. Aloy accetta di aiutare Erend e grazie alla sua intelligenza e perspicacia, Ersa verrà ritrovata agonizzante dopo aver cercato di sgominare i piani di Dervahl, il cui intento era far detonare la città e uccidere Avad, re dei Carja, dopo che quest'ultimo aveva ucciso il padre Jiran (chiamato re Folle) e posto fine alla guerra dei "Giorni Rossi", cioè quando i Carja attaccavano e sacrificavano i membri delle vicine tribù per placare l'ira delle Macchine. Avad, grato per l'aiuto di Aloy, le offre un posto come regina, ma essa rifiuta, concentrata a raggiungere il suo scopo.
Continuando nel suo viaggio, Aloy giunge ai confini settentrionali del Dominio, cioè Fine del Creatore, dove dopo aver distrutto una imponente Macchina da guerra, entra in una immensa struttura che scopre essere appartenuta alla Faro Automated Solutions, una corporazione del Mondo Antico che si occupava di costruire Macchine, inizialmente per scopi pacifici ma in seguito anche per scopi bellici. Qui scopre la causa che ha segnato la fine del mondo dei Predecessori: nel 2064 iniziò la "Piaga di Faro", un glitch che dà alle Macchine la possibilità di autoreplicarsi e di nutrirsi di biomassa, senza il controllo umano. Vista l'ormai prossima fine della vita sulla Terra, la brillante scienziata Elisabet Sobeck, che in principio lavorava per Faro, dà il via al Progetto Zero Dawn, un sistema di terraformazione automatizzato controllato da una IA nota come GAIA, il cui compito era riportare la vita sulla Terra. GAIA controllava nove funzioni subordinate:
Tuttavia Ted Faro, creatore della Faro Automated Solutions, che non voleva che i suoi errori fossero scoperti dai posteri ed essere ricordato come l'artefice della fine del mondo, elimina il database di APOLLO, causa per cui l'umanità, una volta ricreata, è ripartita dallo stato tribale. GAIA riesce comunque a portare a termine il proprio compito riportando la vita sulla Terra esattamente mille anni dopo la Piaga di Faro.
Accade però un evento inaspettato: un segnale sconosciuto viene trasmesso alla struttura di GAIA Prime, trasformando le funzioni subordinate di GAIA in IA autonome: ADE inizia a resettare il processo di terraformazione e GAIA, prima di autodistruggersi per evitare che ADE ne prendesse il controllo, ordina ad ILIZIA di creare un clone di Elisabet Sobeck in modo che potesse accedere alla struttura di GAIA Prime e, attraverso l'override principale, disattivare ADE: Aloy quindi altri non è che un clone di Elisabet che, scambiato per la stessa dottoressa dagli identiscan, ha accesso a tutte le strutture di Zero Dawn.
A questo punto la voce misteriosa si rivela ad Aloy. Il suo nome è Sylens e in passato aveva stipulato un patto con ADE: in cambio delle conoscenze tecniche dell'IA, egli avrebbe fornito seguaci che avrebbero eseguito ogni suo ordine. Nacque così l'Eclissi, il cui scopo era riconquistare la città di Meridiana strappandola ad Avad. In realtà, Sylens fu raggirato in quanto lo scopo di ADE era di raggiungere l'antenna vicino a Meridiana per riattivare le macchine da guerra di Faro e provocare una nuova estinzione. Sylens, quindi, per sconfiggere ADE, si serve di Aloy in quanto capisce che è il mezzo migliore per raggiungere i suoi scopi.
La battaglia finale contro ADE a Meridiana porta l'unione di tutte le tribù dell'Est (Nora, Banuk, Carja e Oseram) alla vittoria contro l'Eclissi e alla vendetta di Aloy contro Helis. Dopo aver respinto l'attacco nemico insieme agli alleati incontrati via via nel suo viaggio, finalmente Aloy con l'Override Principale disattiva ADE e salva momentaneamente la Terra dall'estinzione. Dopo la battaglia Aloy è libera poiché, essendo una Cercatrice, potrà andare per sempre dove vuole; decide di rintracciare il luogo in cui si trova il corpo di Elisabet, recuperando da esso un ciondolo che rappresenta la Terra. Nel frattempo Sylens, segretamente, preleva ADE e lo porta via con sé nell'Ovest Proibito.
Horizon: Zero Dawn è stato realizzato con motore grafico Decima, di proprietà di Guerrilla Games e già utilizzato per Killzone: Shadow Fall e Until Dawn[14].
Il titolo è caratterizzato dall'estrema libertà di interazione con il mondo a disposizione, libertà che rappresenta, insieme con The Legend of Zelda: Breath of the Wild lo stato dell'arte per gli open world. La novità di Horizon, in realtà, non risiede tanto nelle soluzioni tecniche - già viste in titoli come Monster Hunter, Far Cry Primal e Tomb Raider - quanto nell'applicazione di queste soluzioni in un insieme fluido e coerente nel quale, tra l'altro, non esistono tempi di caricamento.[15]
Nel gioco si è liberi di esplorare un'enorme mappa, formata da tre principali ecosistemi: le foreste, un grande deserto e una distesa di ghiaccio e montagne. È presente l'alternanza notte e giorno e anche il cambio atmosferico. Tali ecosistemi sono popolati da macchine che nelle sembianze ricordano animali e dinosauri. Pur essendo tutte tendenzialmente ostili, ciascuna "specie" mostra interazioni diverse: alcune attaccheranno perché intimorite dalla presenza umana, altre saranno manifestamente aggressive. Queste creature meccaniche possono essere distrutte oppure domate grazie a un override del sistema e utilizzate come cavalcature. Alcune macchine posseggono delle armi molto potenti che possono essere staccate e usate contro le creature robotiche.
Per eliminare le macchine si potranno impiegare varie armi, come l'arco, la fionda, una lancia o trappole da piazzare a terra. Le armi e gli abiti sono suddivise in tre categorie di colori che servono per specificare la potenza delle armi e resistenza degli abiti. I colori sono, partendo dal grado più basso, il verde, il blu e il viola che rappresentano rispettivamente i gradi Leggero, Medio e Pesante . Il sistema di commercio non è basato su una valuta, bensì sul baratto: una volta distrutte, le macchine possono essere depredate di alcune risorse, come parti di metallo e generatori elettrici, e tali materiali potranno essere scambiati per abiti e armi. Le armi e armature si potranno migliorare con dei potenziamenti speciali acquistabili dai mercanti o trovabili nelle carcasse delle macchine.
Aloy ha a disposizione un apparecchio elettronico chiamato Focus che tiene sempre attaccato all'orecchio destro. Il Focus sarebbe un moderno cellulare e computer che una volta attivato le permette di esaminare con più attenzione un'area attorno a sé trovando dettagli che a occhio umano sfuggono. Tale apparecchio può esaminare le macchine riuscendo a localizzare i punti deboli. Il Focus permette di evidenziare il percorso dei nemici facendo in modo di prepararsi o tendere trappole ai nemici. Le permette anche di ascoltare le registrazioni audio degli Antichi e vedere i messaggi olografici. L'apparecchio è in grado anche di memorizzare ogni oggetto che trova e Aloy lo può usare anche per copiare messaggi olografici degli Antichi.
Sono presenti diverse missioni secondarie che possono essere svolte in qualunque momento, inoltre alcune missioni secondarie si possono sbloccare andando avanti con la trama. Alcune missioni secondarie incideranno anche nella trama principale in base a come si relaziona coi personaggi.
È presente un albero delle abilità, potenziabile salendo di livello con l'esperienza ottenuta distruggendo macchine o completando missioni principali e secondarie, che andrà ad aumentare le capacità di caccia, la resistenza fisica o lo stealth. Man mano che si ottiene esperienza si sale di livello ottenendo un punto di abilità da utilizzare per sbloccare un'abilità. Il livello massimo è 50. Le abilità sono divise in tre categorie: Predatrice, Audace e Raccoglitrice.
Aloy potrà arrampicarsi sulle rocce e su altre strutture dotate di appositi appigli usando la tecnica del parkour. L'interazione con personaggi non giocanti permetterà di scegliere diverse opzioni di dialogo, utilizzando un sistema simile a quello delle serie Dragon Age e Mass Effect per approfondire di più la missione o per conoscere di più la persona con cui si parla.
Questa edizione include un arco da abbattimento Banuk, un pack Guardiana Nora, un abito da ranger della tempesta carja, un arco possente carja, un pack mercante carja, un pack viaggiatrice banuk e un artbook digitale.
Include uno Steel Book e un Art Book. Due set di archi e un costume da utilizzare nel gioco. Due pacchetti risorse da utilizzare nel gioco (uno a tema di commercio e un tema di viaggio)
Include uno Steel Book e un Art Book. Una statua di Aloy. Due set di archi e un costume da utilizzare nel gioco. Tre pacchetti risorse da utilizzare nel gioco (uno a tema di commercio, un tema di viaggio e un tema di caccia).
Il 4 ottobre 2017 Sony annuncia la pubblicazione della Complete Edition, che è disponibile dal 6 dicembre 2017 e include il gioco base più il DLC The Frozen Wilds.[16]
Il 16 marzo 2017, Guerrilla annuncia la lavorazione del primo DLC di Horizon Zero Dawn.[17] All'E3 2017 Guerrilla annuncia il nome del DLC, chiamato The Frozen Wilds pubblicato il 7 novembre 2017.[18] Gli sviluppatori hanno annunciato che è un contenuto molto corposo ed è ambientato in una nuova mappa con nuove macchine, armi e una nuova storia.[19] Guerrilla Games a ottobre 2017 annuncia che The Frozen Wilds è l'unico DLC di Horizon Zero Dawn.[20] I produttori rivelano che per creare la nuova area di gioco si sono ispirati al Parco nazionale di Yellowstone.
Tale contenuto è ambientato cronologicamente a un terzo durante la trama principale. I produttori hanno annunciato che The Frozen Wilds ha una durata di 15 ore. Per affrontare il DLC è necessario aver superato il livello 30. La nuova area, chiamata "Lo squarcio", si trova a nord-est della mappa ed è abitata dai Banuk. Aloy giunge in questo luogo innevato col compito di indagare su una nuova minaccia che opprime la zona. Tale DLC aumenta il livello di esperienza da 50 a 60, vengono introdotte quattro nuove categorie di macchine, un nuovo ramo delle abilità chiamato "Viaggiatrice", è possibile potenziare la lancia, vengono introdotte nuove armi e abiti, è possibile trovare nuovi oggetti scambiandoli per potenziamenti, viene introdotto un particolare oggetto trovabile in natura da usare per contrattare coi mercanti.
Fin dalla pubblicazione, The Frozen Wilds ha ricevuto recensioni positive.[21] Il voto più alto di PlayStation LifeStyle (100/100). I voti più bassi sono di Gameblog.fr (70/100) e Destructoid (75/100). Il resto delle valutazioni ha ricevuto voti 80/100 e 90/100. È stata apprezzata l'ambientazione e lo scenario di una zona completamente innevata con un clima rigido e freddo da sopportare rendendo la nuova zona ricca di bei paesaggi. Ha avuto recensione positive per il miglioramento delle espressioni facciali. Alcune recensioni hanno definito l'avventura di "The Frozen Wilds" fantastica e da non perdere. Il canale Digital Foundry ha definito "The Frozen Wilds" una delle migliori esperienze di gioco attualmente fruibili in 4K, ha elogiato particolarmente la deformazione della neve ai movimenti e la scelta dei colori del paesaggio.
Nella prima settimana dall'uscita, Horizon Zero Dawn si è piazzato al primo posto tra i videogiochi più venduti nel Regno Unito.[22] Ha superato No Man's Sky come lancio di maggior successo di una nuova IP su PlayStation 4 ed è stato l'esordio di maggior successo di ogni genere su PlayStation 4 da Uncharted 4: Fine di un ladro,[9] nonché il più grande debutto di sempre per Guerrilla Games.[23] In Giappone si è invece piazzato al secondo posto, vendendo quasi 117 000 copie nella prima settimana, superato da The Legend of Zelda: Breath of the Wild.[24] Horizon Zero Dawn è stato il secondo titolo più scaricato sugli store digitali di PlayStation 4 negli Stati Uniti nel mese di febbraio; dal momento che il gioco è uscito l'ultimo giorno di febbraio, sono state contate le vendite di un solo giorno.[25] È stato il videogioco più venduto nella prima settimana d'uscita in Australia.[26] Nel mese di marzo, è stato il secondo videogioco più venduto nel Regno Unito e il titolo più venduto su PlayStation 4.[27] È stato anche il titolo più scaricato su PlayStation Store di quel mese.[28] Si è piazzato al primo posto in classifica per le vendite del Regno Unito del 22 aprile 2017, e ha ottenuto l'ottavo posto nelle vendite in Giappone del 16 aprile.[29]
Horizon Zero Dawn ha ricevuto recensioni estremamente positive, ottenendo sul sito Metacritic un punteggio medio di 89 su 100, basato su 115 recensioni.[7] Il gioco è stato acclamato dalla critica per l'aspetto open world, la storia, la grafica, le meccaniche di combattimento, il design dei nemici e il personaggio principale.
Pete Hines, vicepresidente di Bethesda ha elogiato il gioco affermando che può essere il suo videogioco preferito dell'anno e si congratula con Guerrilla per l'ottimo lavoro svolto affermando infatti che se non avessero osato fare qualcosa di diverso non esisterebbe Horizon facendo l'esempio di Naughty Dog che ha creato The Last of Us invece di continuare a produrre solo la saga di Uncharted. Inoltre ha affermato che un buon videogioco può essere creato dopo aver curato ogni minimo dettaglio e farlo uscire solo dopo essere sicuri che sia pronto. La CD Projekt RED si congratula con Guerrilla Games per l'ottimo videogioco pubblicando su twitter un disegno dove Geralt di Rivia (protagonista della saga videoludica The Witcher) da il cinque ad Aloy. Guerrilla per ringraziare di tale disegno anch'essa pubblica su twitter un disegno di Geralt e Aloy intenti a iniziare una gara di caccia. Il produttore Yoko Taro di Nier: Automata ha elogiato Horizon Zero Dawn per l'incredibile grafica e le macchine disegnate con una fisica delicata e con dettagli precisi, inoltre ha affermato che Guerrilla si è sempre distinta per la grafica per la serie Killzone ma con Horizon ha raggiunto livelli talmente elevati al punto che possono farne una serie animata.
Colm Ahern di VideoGamer.com ha elogiato il gioco affermando che "cacciare le macchine e passare da un'arma all'altra è una cosa inebriante ma la cosa più avvincente è la ricerca di Aloy per scoprire la sua origine". Peter Brown di GameSpot ha elogiato il personaggio Aloy e il suo processo di maturazione durante il gioco. Lucy O'Brien di IGN ha ammirato molto il significato del gioco ma ha elogiato molto la personalità di Aloy, inoltre ha trovato il sistema di combattimento molto avvincente.
La rivista italiana The Games Machine ha assegnato al titolo un voto "ottimo" (9/10), definendolo «il gioco più spettacolare mai apparso su console».[42]
Il sito web Everyeye.it ha assegnato al videogioco un punteggio di 9,2/10 definendolo "uno dei migliori Open-World di questa generazione".[37]
Il regista John Carpenter ha elogiato il gameplay di Horizon Zero Dawn, affermando che "crea dipendenza grazie alla sua magnificenza".[43]
Il padre della Xbox, Seamus Blackley, il 4 aprile è stato ospite del podcast The Inner Circle, dove ha lodato la Sony per il suo nuovo gioco.
Ai premi del 2018 della rivista statunitense Game Informer ha vinto il premio "Miglior Gioco Esclusivo Sony", "Miglior Trama" e "Miglior Protagonista".
La rivista online Polygon lo ha inserito nella classifica dei 50 videogiochi migliori del 2017 piazzandolo all'ottavo posto.[44]
Il trailer sulla storia di Aloy è il trailer di un videogioco più visto dell'anno 2017.
L'11 giugno 2020, durante un evento streaming di Sony PlayStation, è stato mostrato il trailer del secondo capitolo della saga di Horizon, intitolato Horizon Forbidden West. Il 27 maggio 2021 viene mostrato il primo gameplay del gioco tramite uno State Of Play interamente dedicato ad esso. L'uscita del videogioco era prevista per il 2021, ma il 25 agosto 2021 il game director Mathis de Jong ha confermato il posticipo del gioco al 18 febbraio 2022.[46]
Nel giugno 2024 è stato annunciato LEGO Horizon Adventures, il quale reinterpreta gli eventi di Zero Dawn in un'ambientazione a tema LEGO, per Nintendo Switch, PlayStation 5 e Windows.[47] Il gioco è disponibile dal 14 novembre 2024.[48]
Nel 2018 all'uscita del videogioco Monster Hunter: World è stata resa nota la collaborazione con Guerrilla Games. In pratica il gioco permette ai giocatori di ottenere un set armatura basato su quello di Aloy, la protagonista di Horizon Zero Dawn. Oltre al costume che darà ai giocatori le sembianze di Aloy, indipendentemente dal sesso che si è scelti, si potrà ottenere anche l'arco di Aloy e il fido compagno di avventura si trasformerà in una vedetta di Horizon Zero Dawn. Per ottenere tali cose bisogna completare delle quest evento presenti nel gioco. Tale evento è stato reso disponibile dal 26 gennaio 2018 al 9 febbraio 2018.
Un secondo evento di Horizon Zero Dawn presente in Monster Hunter: World è stato reso disponibile. In pratica bisognerà completare una missione particolare, ovvero, uccidere un Anjanath. Una volta fatto si potrà ottenere l'accesso alla creazione dell'uniforme di Aloy e del suo arco.
Con l'espansione di Monster Hunter World: Iceborne viene portata avanti la collaborazione con Horizon Zero Dawn The Frozen Wilds, dove è possibile ottenere la Lanciatuono, arma presente sia su Horizon sia poi su Monster Hunter, il set armatura Tessitrice di Scudi e Banuk e infine un set armatura per il palico, ispirato al Gelartiglio.
Nel mese di aprile del 2021, vi è una collaborazione con Fortnite Battle Royale, sviluppato da Epic Games, che vede la protagonista Aloy prendere parte all'universo virtuale del popolare videogioco, assieme a tutto un set di oggetti cosmetici a lei dedicati. Inoltre, un'inedita modalità a tempo limitato permette ai giocatori di vestire i panni del personaggio, affiancato da Lara Croft.
Nel gennaio 2025, alla presentazione del CES di Las Vegas, Sony ha annunciato un adattamento cinematografico del videogioco.[49]
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Istruzioni alla servitù (Directions to servants) è un'opera dello scrittore irlandese Jonathan Swift (1667-1745).
Da una lettera inviata da Swift ad Alexander Pope nel 1732, parrebbe che l'opera sia stata concepita nel 1704, ma del libro Swift parla già (e per la prima volta) nel 1731, in una lettera a John Gay del 28 agosto[1]. In questa lettera Swift rende noto a Gay che si è ritirato in campagna "per il pubblico bene" a lavorare a due opere. Una di queste corrisponde alle Directions.[1]
Nel 1738 il manoscritto risulta smarrito e Swift, che a quell'epoca è già anziano (morirà sette anni dopo), preoccupato, insiste con il proprio editore per ritrovarlo. Nel 1740 il manoscritto risulta ritrovato, ma Swift è ormai troppo malato per potervi lavorare (ed in effetti non è certo che lo fece).[1]
Le Istruzioni alla servitù furono pubblicate per la prima volta nel 1745, postume. Ad oggi sono sopravvissuti due manoscritti[1]:
Non è risultato facile datare i due manoscritti e comunque sono entrambi differenti rispetto all'edizione del 1745, che risulta più ricca di materiali. Se ne desume che esistettero altri originali, andati perduti, e che la prima edizione si basò su un terzo manoscritto e di altri materiali sparsi.[1]
Le Istruzioni alla servitù si presentano come un manuale per servitori: chi scrive afferma di essere stato egli stesso un valletto, con sette anni di servizio alle spalle.[1]
La natura delle istruzioni appare paradossale, tanto che Lodovico Terzi ha definito il libro "false istruzioni, o meglio istruzioni a mal fare"[1]. Chi scrive rappresenta virtualmente un sodale dei servitori. Di conseguenza i consigli del valletto-scrittore sono orientati interamente all'interesse dei servi. Egli dà consigli su come assentarsi dal servizio e farla franca, su come guadagnare sugli acquisti del padrone, su come non rinunciare ai piaceri in generale, anche quando ciò va a discapito della qualità del servizio. Scrive ancora Terzi: "In questo gioco, ogni aspetto dell'attività pratica e della situazione psicologica di una grande casa settecentesca è tirato in ballo con una straordinaria precisione, cosicché ogni scenetta comprende una istruzione al rovescio e una descrizione al dritto"[1].
La prima traduzione italiana uscì nel 1928 presso le edizioni Apollo di Bologna, col titolo L'arte di derubare i padroni: consigli ai domestici d'ambo i sessi. Del 1978 è la prima edizione Adelphi col titolo Istruzioni alla servitù; nel 1987 la Biblioteca Universale Rizzoli pubblica il libro a cura di Attilio Brilli col titolo Istruzioni ai domestici. Nel 1991 la casa editrice Nuages di Milano pubblica un'edizione col titolo Istruzioni alla servitù illustrata da Francesco Tullio Altan.
Justin Jacob Long (Fairfield, 2 giugno 1978) è un attore statunitense.
Nato e cresciuto a Fairfield, nel Connecticut, figlio d'un docente universitario di filosofia e latino d'origini italiane per parte materna[1], R. James Long, e d'una ex attrice attiva perlopiù in ambito teatrale, Wendy Lesniak,[2][3] ha due fratelli, Damian e Christian. Debutta nel 1999 nel film Galaxy Quest, in seguito recita nell'horror Jeepers Creepers - Il canto del diavolo, nel suo seguito e nel film di Tamra Davis Crossroads - Le strade della vita. Dal 2000 al 2003 interpreta Warren Cheswick nella serie televisiva Ed, dopo la sua partecipazione alla serie, lavora in Palle al balzo - Dodgeball e nel 2005 è nel cast di Herbie - Il super Maggiolino con Lindsay Lohan. Nel 2006 recita accanto a Blake Lively nella commedia Ammesso.
Dopo essere apparso in un episodio di That '70s Show, recita nelle commedie Ti odio, ti lascio, ti... e Idiocracy. Viene ingaggiato, sempre nel 2006, per interpretare la parte di un computer Mac, in coppia con John Hodgman nel ruolo del PC all'interno della campagna pubblicitaria americana Get a Mac, indetta dalla Apple. Ma la grande occasione arriva nel 2007, quando viene scelto per affiancare Bruce Willis in Die Hard - Vivere o morire. Sempre nel 2007 interpreta George Harrison nella commedia Walk Hard - La storia di Dewey Cox. Nel 2023 interpreta il professor Nathan Bratt nella prima stagione della serie tv di Disney + Piccoli brividi.
Ha avuto una relazione con Drew Barrymore, conosciuta sul set di La verità è che non gli piaci abbastanza. Dall'estate del 2013 al settembre 2015 ha avuto una relazione con l'attrice Amanda Seyfried. Nel gennaio del 2022 si è legato alla collega Kate Bosworth, che ha poi sposato nel 2023.
Nelle versioni in italiano delle opere in cui ha recitato, Justin Long è stato doppiato da:
Da doppiatore è sostituito da:
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Il 1º Reggimento Trasmissioni è un reparto dell'Esercito Italiano con sede a Milano.
Il 1º Reggimento Trasmissioni è tra gli eredi naturali della Brigata Specialisti del 3º Reggimento Genio Telegrafisti formatosi per Regio Decreto il 15 ottobre 1895 e del 1º Reggimento Genio Radiotelegrafisti, alle cui tradizioni, onuste di gloria, il reparto è fieramente legato.[1]
Alla Brigata Specialisti era stato affidato lo studio della nuova tecnica della radio (esperimento di Marconi del 1895) nonché la realizzazione e la sperimentazione dei prototipi di stazioni radio-telegrafiche militari che, per la prima volta, fanno la loro apparizione alle grandi manovre del 1906.
Tale relazione storica e ideale è indicata nello stemma araldico del Reggimento ove compare la torre romana da segnalazione, simbolo che viene concesso a quei reparti delle trasmissioni che hanno rappresentato riferimento altamente significativo nell'evoluzione dei mezzi militari di comunicazione.[1]
Sempre inserita nell'ambito del Reggimento la nuova specialità partecipa alla guerra italo-turca e al primo conflitto mondiale, ove costituisce il III Battaglione del Reggimento.
Dopo la conclusione degli eventi bellici, il 3º Reggimento Genio viene soppresso (21 novembre 1919) mentre il III Battaglione telegrafisti si trasforma e diviene Reggimento Radiotelegrafisti.[1]
Il 15 novembre 1926 ha origine in Vercelli, presso le Caserme "Conte di Torino" e "Bava", il 1º Reggimento Radiotelegrafisti che, in virtù di successive varianti organiche, viene sciolto il 28 ottobre 1932, trasferendo ad altri Reggimenti del Genio uomini e materiali; il personale preposto alla branca "comunicazioni radio-elettriche" costituisce la specialità denominata Genio "Collegamenti" concorrendo alla costituzione dei Battaglioni Genio Collegamenti di Corpo d'armata.[1]
Con questa denominazione circa 200 unità a livello Compagnia, per un totale di 40.000 uomini, partecipano al secondo conflitto mondiale, utilizzando mezzi radio, a filo, ottici e animali in ogni scacchiere operativo, fornendo un indimenticabile contributo di tecnica e di sangue, dalle impervie montagne greco-albanesi alle assolate lande africane, dalle steppe russe al martoriato territorio italiano nella guerra di liberazione.[1]
Nel riordino delle unità del risorto Esercito Nazionale (1º dicembre 1948) ha origine in Milano il Battaglione Collegamenti III C.M.T. per effetto dell'ampliamento di una preesistente Compagnia Collegamenti.
Nel 1953, a seguito della enucleazione della branca "Collegamenti" dall'Arma del Genio, il reparto assume la denominazione di "III Battaglione trasmissioni".
Nel riassetto ordinativo che riduce il numero di Comandi Territoriali Militari (attribuendo a essi l'attuale fisionomia di Regione Militare) e dà origine al 3º e 5º Corpo d'Armata, il Battaglione muta dipendenza organico-funzionale e assume la denominazione di "III Battaglione di Corpo d'armata".
Con la ristrutturazione del 1975 l'Unità è resa depositaria delle tradizioni del 1º Reggimento radiotelegrafisti e assume il nome di 3º Battaglione trasmissioni "Spluga" a cui viene assegnato, in data 23 maggio 1976, la Bandiera di guerra.
Con decreto del Presidente della Repubblica del 18 ottobre 1976 è concesso lo stemma araldico con il motto «Per Aethera Loquimur».
Nel periodo dal 9 al 12 giugno 1988, a riconoscimento dell'opera svolta durante l'alluvione in Valtellina, al battaglione è stata concessa la cittadinanza onoraria da parte dei Comuni di San Giacomo Filippo, Campodolcino, Madesimo, Chiavenna e il gemellaggio con la Comunità Montana della Valchiavenna, nel cui territorio si trova il Passo dello Spluga.
Nel riordino attuato nell'ambito delle Unità delle Trasmissioni del 3 ° C.A., il Reparto ha incorporato nel 1991 personale, materiali e mezzi del disciolto 231º Battaglione trasmissioni "Sempione", della Compagnia trasmissioni "Goito", della Compagnia trasmissioni "Brescia" e del Battaglione logistico "Goito".
Il 15 ottobre 1995, l'unità ha assunto la configurazione reggimentale con la denominazione di 1º Reggimento trasmissioni.
Nel periodo 10 aprile - 10 agosto 1997 il Reggimento ha partecipato all'operazione Alba in territorio Albanese. Dal marzo del 1999 il 1º Reggimento Trasmissioni è stato impiegato nelle operazioni: Joint Force in Bosnia, Joint Guardian in Kosovo, e l'Operazione Allied Harbour in Albania senza soluzione di continuità sino al giugno 2001, fornendo personale, mezzi e materiali sino a livello Battaglione.
Nel 1998, al Reggimento viene conferita la cittadinanza onoraria della città di Milano.
Il 27 agosto 2001 è stato costituito il 2º Battaglione Sempione.
Il 31 ottobre 2001, il 1º Reggimento Trasmissioni cessa dalla dipendenza del Comando C4-IEW in Anzio, passando, dal 1º novembre 2001, alle dipendenze della Brigata Trasmissioni del Corpo d'Armata di Reazione Rapida di Solbiate Olona. Quest'ultima nell'anno 2007 ha cambiato denominazione in Brigata di Supporto al NATO Rapid Deployable Corps (NRDC-ITA).
Nel periodo novembre 2003 - ottobre 2005, è stato impegnato quale TFC4 di sostegno al BATTLE GROUP Italiano schierato in Bosnia.
Nel 2004 partecipa alla costituzione e approntamento della NATO RESPONCE FORCE 3.
Nel periodo giugno 2005 - luglio 2006 prende parte alle operazioni in Afghanistan come HSG del Comando ISAF VIII, come TFC4 di KMNB su base Brigata alpina "Taurinense", TFC4 dei contingenti ITALFOR XI e XII schierati a Kabul.
Nel 2007 partecipa alla costituzione e approntamento della NATO RESPONCE FORCE 9.
Sempre nel 2007, il 1º Reggimento Trasmissioni ha impiegato una modesta Unità in Afghanistan a Herat.
Inoltre nel periodo novembre 2007 - agosto 2008, si sono alternate rispettivamente la 4ª e la 5ª Compagnia (TFC4) per il Regional Command Capital (RC-C) a Kabul in Afghanistan.
Scudo: inquartato. Il primo di Roma (d'argento alla lupa capitolina d'oro); il secondo al monte di tre cime al naturale su campagna di verde attraversata da un fiume di azzurro; il terzo di Libia (d'azzurro alla palma fruttata d'oro su campagna di verde); il quarto di Milano (d'argento alla croce di rosso). In cuore, uno scudetto d'argento, alla torre antica da vedetta con segnalazione romana, di rosso.
Corona turrita.
Ornamenti: lista bifida d'oro, svolazzante, collocata sotto la punta dello scudo, incurvata con la concavità rivolta verso l'alto, riportante il motto : Per Aethera Loquimur.
Sintesi della blasonatura
1º quarto: la lupa capitolina simboleggia il legame territoriale del Reggimento con Roma, città nella quale è stata formata la prima unità che, trasformandosi, ha dato poi vita al 1º Reggimento Radio;
2º quarto: è dedicati ai legami storici dell'unità con il Veneto (ove sono state impiegate unità R.T. nella guerra 1915-18);
3º quarto: la palma della Tripolitana ricorda i legami storici dell'unità con la Libia (ove sono state impiegate unità R.T. nella guerra italo-turca);
4º quarto: l'arme di Milano ricorda la città ove nel secondo dopoguerra il Btg. Collegamenti si è formato prendendovi anche sede.
Lo scudetto al centro dello stemma è simbolo del legame storico tradizionale delle odierne unità dell'Arma delle trasmissioni con l'antico sistema di segnalazioni e trasmissioni notizie in uso presso i romani.
Alla bandiera
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In matematica, in particolare la teoria delle algebre di Lie, il gruppo di Weyl (dal nome di Hermann Weyl) di un sistema di radici è un sottogruppo del gruppo di isometrie di quel sistema di radici. Nello specifico, è il sottogruppo che si genera per riflessioni attraverso gli iperpiani ortogonali alle radici, e come tale è un gruppo finito di riflessioni. Infatti risulta che la maggior parte dei gruppi di riflessione finiti sono gruppi di Weyl. [1] In astratto, i gruppi di Weyl sono gruppi di Coxeter finiti e ne sono esempi importanti.
Il gruppo di Weyl di un gruppo di Lie semisemplice, di un'algebra di Lie semisemplice, di un gruppo algebrico lineare semisemplice, ecc. è il gruppo di Weyl del sistema di radici di quel gruppo o algebra .
Sia un sistema di radici in uno spazio euclideo
. Per ogni radice
, sia
la riflessione rispetto all'iperpiano perpendicolare a
, data esplicitamente da
dove il prodotto interno su
. Il gruppo di Weyl
di
è il sottogruppo del gruppo ortogonale
generato da tutti gli
. Per definizione di sistema di radici, ciascuno degli
conserva
, da cui segue che
è un gruppo finito.
Nel caso del sistema di radici di , ad esempio, gli iperpiani perpendicolari alle radici sono solo linee e il gruppo di Weyl è il gruppo di simmetria di un triangolo equilatero, come indicato nella figura. Come un gruppo,
è isomorfo al gruppo di permutazione su tre elementi, considerabili come i vertici del triangolo. Si noti che in questo caso,
non è il gruppo di simmetria completo del sistema di radici; una rotazione di 60 gradi conserva
ma non è un elemento di
.
Si consideri anche il sistema di radici . In questo caso,
è lo spazio di tutti i vettori in
le cui entrate si sommano a zero. Le radici sono costituite dai vettori della forma
, dove
è l'
-esimo elemento base standard per
. La riflessione associata a tale radice è la trasformazione di
ottenuto scambiando il
- e
-esimi elementi di ciascun vettore. Il gruppo di Weyl per
è allora il gruppo di permutazione su
elementi.
Se è un sistema di radici, si può considerare l'iperpiano perpendicolare a ciascuna radice
. Si ricordi che
denota la riflessione sull'iperpiano e che il gruppo di Weyl è il gruppo di trasformazioni di
generato da tutti i
. Il complemento dell'insieme degli iperpiani è disconnesso e ogni componente connesso è chiamato camera di Weyl. Se abbiamo fissato un particolare insieme di radici semplici, possiamo definire la camera fondamentale di Weyl associata a come l'insieme dei punti
tale che
per ogni
.
Dal momento che le riflessioni ,
, conservano
, conservano anche l'insieme degli iperpiani perpendicolari alle radici. Pertanto, ogni elemento del gruppo di Weyl permuta le camere di Weyl.
La figura illustra il caso del sistema di radici . Gli "iperpiani" (in questo caso, unidimensionali) ortogonali alle radici sono indicati da linee tratteggiate. I sei settori di 60 gradi sono le camere di Weyl e la regione ombreggiata è la camera di Weyl fondamentale associata alla base indicata.
Un teorema generale di base sulle camere di Weyl è questo:
Un risultato correlato è questo:
Un risultato chiave sul gruppo di Weyl è il seguente:
Vale a dire, il gruppo generato dalle riflessioni è lo stesso del gruppo generato dalle riflessioni
.
Nel frattempo, se e
sono in
, quindi il diagramma di Dynkin per
rispetto alla base
dice qualcosa su come la coppia
si comporta. In particolare, si supponga che
e
sono i vertici corrispondenti nel diagramma di Dynkin. Allora abbiamo i seguenti risultati:
L'affermazione precedente non è difficile da verificare, ricordando semplicemente cosa dice il diagramma di Dynkin sull'angolo tra ciascuna coppia di radici. Se, per esempio, non c'è legame tra i due vertici, allora e
sono ortogonali, da cui segue facilmente che le riflessioni corrispondenti commutano. Più in generale, il numero di legami determina l'angolo
tra le radici. Il prodotto delle due riflessioni è quindi una rotazione per angolo
nel piano attraversato da
e
, come il lettore potrà verificare, da cui consegue facilmente la suddetta affermazione.
I gruppi di Weyl sono esempi di gruppi di riflessione finiti, in quanto generati da riflessioni; i gruppi astratti (non considerati come sottogruppi di un gruppo lineare) sono di conseguenza gruppi di Coxeter finiti, il che consente loro di essere classificati dal loro diagramma di Coxeter-Dynkin. Essere un gruppo di Coxeter significa che un gruppo di Weyl ha un tipo speciale di presentazione in cui ogni generatore è di ordine due, e le relazioni diverse da
sono della forma
. I generatori sono le riflessioni date da semplici radici, e
è 2, 3, 4 o 6 a seconda che le radici i e j formino un angolo di 90, 120, 135 o 150 gradi, cioè se nel diagramma di Dynkin sono scollegati, collegati da un arco semplice, collegati da un doppio arco o collegati da un triplo arco. Abbiamo già notato queste relazioni nell'elenco puntato sopra, ma per dire che
è un gruppo di Coxeter, stiamo dicendo che queste sono le uniche relazioni in
.
I gruppi di Weyl hanno un ordine di Bruhat e una funzione di lunghezza in termini di questa presentazione: la lunghezza di un elemento del gruppo di Weyl è la lunghezza della parola più corta che rappresenta quell'elemento in termini di questi generatori standard. C'è un unico elemento più lungo di un gruppo di Coxeter, che è opposto all'identità nell'ordine di Bruhat.
Mary Danielle Lambert (Everett, 3 maggio 1989) è una cantante, cantautrice e poetessa statunitense.
Da bambina ha subito abusi sessuali, da parte di suo padre e di altri uomini, che l'hanno portata a soffrire di depressione già in tenera età.
Quando aveva sei anni, sua mamma ha fatto coming out come lesbica e per questo motivo la sua famiglia è stata allontanata dalla chiesa pentecostale.[1] Successivamente durante l'adolescenza si è accostata all'evangelicalismo, frequentando la Mars Hill Church a Seattle. All'età di 17 anni, ha iniziato a dichiararsi lesbica.[1] In seguito ha tentato di conciliare la propria omosessualità con il credo religioso, concludendo che l'orientamento sessuale non è in conflitto con la religiosità di una persona.[2]
Ha imparato a suonare il pianoforte da autodidatta e iniziato a scrivere canzoni all'età di 6 anni, come fuga dall'ambiente traumatico in cui viveva. Nei suoi pezzi tratta spesso di abusi sessuali, disturbo bipolare, problemi nell'accettazione del proprio corpo e altri argomenti a lei vicini.[1][3]
Originaria di Everett si è trasferita a Seattle nel 2007, dove ha conseguito un Bachelor of Music in composizione al Cornish College of the Arts e dove vive ancora oggi.
Il suo primo EP Letters Don't Talk è stato pubblicato il 17 luglio 2012. Il giorno seguente è uscito il singolo Same Love, a supporto dei diritti LGBT+, dall'album di Macklemore e Ryan Lewis The Heist. Questa canzone ha raggiunto la prima posizione in classifica in Australia e Nuova Zelanda, oltre a raggiungere un notevole successo mondiale (in Italia è stato certificato oro)[4]. Lambert ha preso parte anche ad una performance del brano tenutasi ai Grammy Awards: in questa occasione è stata raggiunta sul palco da due grandi leggende musicali quali Madonna e Queen Latifah.[5]
Nel gennaio 2013 è stato pubblicato il suo primo libro di poesie intitolato 500 Tips for Fat Girls.[6]
Nell'estate 2013 è stato pubblicato il suo singolo di debutto She Keeps Me Warm, creato sviluppando il proprio contenuto di Same Love.
Il 17 dicembre 2013 è stato pubblicato il suo primo EP con la casa discografica Capitol Records Welcome to the Age of My Body.
Nell'ottobre 2014 è stato pubblicato il suo album di debutto Heart on My Sleeve. Il disco è stato include i singoli "She Keeps Me Warm" e "Secrets".
A luglio 2016 ha pubblicato il singolo Hang Out With You con video musicale. Ha anche partecipato alla canzone Hands, tributo alle vittime della strage di Orlando del giugno 2016.
Grazie a un crowdfunding su Kickstarter, il 5 maggio 2017 è uscito il suo ultimo EP Bold, prodotto autonomamente dopo la separazione dalla precedente casa discografica.[7][8]
Nel 2018, Mary Lambert pubblica il suo primo libro di poesie "Shame Is an Ocean I Swim Across".[9]
A novembre 2019, Mary Lambert a pubblicato il suo secondo album "Grief Creature", di nuovo in maniera indipendente.[10]
A luglio 2020, in seguito alle accuse di transfobia che sono state rivolte alla scrittrice di Harry Potter J.K. Rowling, Mary Lambert pubblica il brano "Dear Jo", che definisce appunto come una lettera aperta alla celebre autrice.[11]
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Multi-Player Soccer Manager, a volte scritto Multi Player Soccer Manager, è un videogioco manageriale di calcio pubblicato nel 1991 per gli home computer Amiga, Amstrad CPC, Atari ST, Commodore 64 e ZX Spectrum dalla D&H Games, azienda britannica che era specializzata nei manageriali sportivi. Come dice il titolo, la caratteristica distintiva del gioco, insolita all'epoca in questo genere, è la presenza della modalità multigiocatore.
Il gioco consiste nel gestire una squadra del campionato inglese di calcio, dal punto di vista delle scelte tattiche e gestionali fuori campo, senza lo svolgimento delle partite. Può partecipare un solo giocatore oppure fino a 4 giocatori (8 su Amiga) a turni, ciascuno con la propria squadra. Si comincia dalla Fourth Division, che all'epoca era il quarto livello del campionato, con l'obiettivo di risalire fino alla First Division, mentre si partecipa anche alla FA Cup e League Cup. Su Amiga si inizia dal quinto livello (la non-league) e si parteciperà anche alle coppe europee se si raggiunge la prima divisione.
La gestione avviene tramite un menù principale a icone e molti sottomenù testuali. Il suono è del tutto assente e la grafica è ben poca; gli incontri non vengono visualizzati in alcun modo, e quando si decide di giocare il prossimo incontro vengono direttamente mostrati i risultati della giornata per tutte le divisioni. Molti dettagli possono essere esaminati e controllati tra un incontro e l'altro. Il manuale del gioco tuttavia è minimale e non è esplicitato quale sia l'esatto effetto di ogni azione.
La compravendita dei calciatori, che generalmente hanno i cognomi reali dell'epoca, avviene tramite aste alle quali possono partecipare sia i giocatori umani sia le squadre controllate dal computer. I calciatori hanno un valore di abilità complessivo su un massimo di 10,0; possono avere i ruoli di portiere, difesa, centrocampo o attacco e per ciascun calciatore si può selezionare il tipo di allenamento fra tre specialità che variano a seconda del ruolo. Si possono ingaggiare allenatore, fisioterapista e talent scout (quest'ultimo stima il valore del calciatori acquistabili) a vari livelli di abilità e costo. Lo stadio può essere potenziato, anche in termini di sicurezza per evitare tafferugli. C'è la possibilità di esaminare anche tutte le altre squadre di tutte le divisioni. Tra le altre funzionalità ci sono la banca, gli sponsor, la presenza di infortuni e altri eventi casuali. La partita può essere salvata.
La Società Sportiva Felice Scandone è un club italiano di pallacanestro della città di Avellino. Fondata nel 1948, ha disputato dalla stagione 2000-01 alla stagione 2018-2019 la massima serie e nel suo palmarès vanta la vittoria della Coppa Italia 2008.


La Società Sportiva Felice Scandone è stata fondata il 1º luglio del 1948 dal prof. Guido Troncone, il quale la chiamò inizialmente Forza e Coraggio. La società riuniva i giovani praticanti avellinesi della palla a spicchi. Come campo di gioco veniva utilizzata la palestra e il campo all'aperto dell'Istituto Tecnico Commerciale sito nella centrale Via de Concilii di Avellino.
Nel 1950 la squadra venne affiliata alla Libertas Avellino, un'altra società irpina. L'anno successivo il team venne affidato dal CONI al prof. Fausto Grimaldi, che decise di assegnare alla società il nome di Felice Scandone, giornalista napoletano di origini irpine morto in guerra nel 1940. Nel 1966 arriva la fusione con un'altra formazione avellinese, il CSI-Cestistica Irpina, legata al nome di uno degli avellinesi che più si è speso per la pallacanestro, Ciro Melillo. Nel 1973-74, dopo una complessa querelle sportivo-giuridica, la Scandone viene ammessa al campionato di serie B. La stagione si chiude con la retrocessione, dando inizio ad una lenta discesa verso le serie minori, fino al torneo di prima divisione nel 1978. Nel 1979 riceve in prestito dalla Virtus Avellino di Gianfranco Venga 10 atleti con i quali si iscrive e partecipa al campionato di promozione maschile che vince. Per due anni Gianfranco Venga funge da Direttore Sportivo e la squadra vince i campionati di promozione e serie D e comincia la risalita, grazie a rinnovati investimenti e nuove figure nello staff dirigenziale; fra di esse vanno ricordate quelle di Alfonso De Angelis, presidente fino alla B2 (1986-87), Angelo Bellucci (Direttore Sportivo) e Menotti Sanfilippo, che ricoprirà diversi incarichi e lascerà la Società una prima volta nel 1991, rientrerà nel 1994, per andar via nuovamente dopo la salvezza nel campionato di Lega 1 del 2006-07.

L'ascesa verso i campionati professionistici inizia con la conquista della serie C2 nel 1984 dopo un tirato play-off col Corato, con la guida di Massimo Vicario; fra gli atleti principali si ricordano Angelo Arena, Marco Braccalenti, Giovanni Montella, Ugo Tesone, Maurizio Cozzolino, Italo Cucciniello (ex giocatore della "Virtus Avellino"), Ciro Petretta , Pino Ferrara,Mimmo Bellizzi, quest'ultimo ingaggiato dalla "USSA Nova" di Avellino. L'anno successivo conquista la serie C1 al termine dei play-off col Battipaglia. Hanno avuto un notevole rilievo in questa promozione l'allenatore Enzo Parisi, reduce da importanti stagioni in A1 femminile e Vito Fabris, atleta con trascorsi di serie A e di Nazionale sperimentale, che risulterà essere il capocannoniere del torneo con oltre trenta punti a partita; con lui anche Maurizio Zorzi, un trio proveniente dalle giovanili di Caserta (Guido Gentile, Ciro Morgillo e Salvatore Di Palma) e i riconfermati Arena,Ferrara, Bellizzi e Tesone. Nel 1985-86, anno di riforma di campionati, la squadra, guidata sempre da Parisi, ottiene il passaggio alla B2: ne fanno parte, oltre a Zorzi, Tesone, Morgillo,Ferrara, Bellizzi i nuovi acquisti Piergiorgio Gori, Robertino Bardini, Claudio Papitto, Roberto Paliani, Giuseppe Aprea, Matteo Totaro e Vito Lepore. Dopo un anno di transizione (1986-87) sempre con Parisi coach (fra i volti nuovi Bisanzon, Caruso, Mazzitelli e Valentino), si realizza una rivoluzione societaria (1987-88): a torneo iniziato e dopo otto sconfitte consecutive, giunge l'imprenditore Alessandro Abate che assume il ruolo di presidente e ingaggia come allenatore Claudio Bardini, un tecnico fra i più prestigiosi del momento, con recenti trascorsi in serie A (Mestre, Udine). Ritorna Mimmo Bellizzi, che aveva lasciato la squadra l'anno prima per tornare all'USSA Nova e viene investito dal nuovo coach non di un ruolo di semplice atleta ma di vero uomo-spogliatoio. Il nuovo presidente ingaggia nel mercato autunnale anche la guardia Claudio Bulgarelli, il play Pasquale Di Terlizzi, e l'ala Roberto Franceschi, che si affiancano ai reduci Totaro, Mazzitelli, Lepore e Morgillo; la rincorsa verso la salvezza si concluderà solo all'ultima giornata con la vittoria sul parquet di Avellino contro il Cefalù, sconfitto e scavalcato dagli irpini. L'anno dopo Bardini, rimasto malgrado molte richieste da società di serie superiore, chiede di ritoccare la formazione con due soli innesti: la guardia Emmanuele Vio (da Udine) e l'ala-pivot Piero Coen (da Ancona); la Scandone domina la stagione regolare e si gioca la promozione in B1 ai play off: la Scandone riesce a far sue le gare contro Ancona (in semifinale) e, in finale, contro Matera ottenendo la serie B1 nel maggio 1989. Mentre la Società sta programmando la nuova stagione, in un terribile incidente stradale a Trapani dove si trovava in vacanza, perde la vita uno degli artefici della promozione, il venticinquenne Vito Lepore. A lui verrà dedicata una Scuola Basket, nata dall'impegno di Ciro Melillo (nel frattempo uscito dalla Scandone per divergenze con altri dirigenti), del preparatore atletico Francesco Capolupo e del compagno di squadra Mimmo Bellizzi, che con Vito divideva sempre la stanza d'albergo nelle gare in trasferta.
Nel 1989-90 Bardini ritorna in serie A1 (Desio) e al suo posto, per guidare la squadra in B1, giunge dalla stessa società Romano Petitti. La squadra viene consolidata con l'innesto di atleti di esperienza come Andrea Masini (che sarà capocannoniere del torneo), Stefano Bramati, Fabio Colombo e Mauro Piccoli. Si sfiora l'accesso ai play off, traguardo mancato di poco anche l'anno dopo (1990-91), con nuovamente Claudio Bardini nelle vesti di head coach. Nell'estate 1991 si registra una nuova crisi societaria: Abate decide un progressivo disimpegno, Bardini lascia nuovamente e con lui diversi atleti (Coen, Negri, Bramati). Per scongiurare l'ipotesi di una cessione del titolo sportivo, Ciro Melillo rientra nel ruolo di segretario, e con lui Mimmo Bellizzi in qualità di team manager. Vengono ingaggiati il pivot Stefano Bechini, l'ala Mauro Mazzoleni (che andrà via in autunno) e successivamente l'ala Sergio Zucchi e la guardia Maurizio Ferro. La guida tecnica va al giovane coach Mario D'Angelo che verrà poi sostituito dall'avellinese Rino "Baffone" Persico. Malgrado varie vicissitudini e gravi problematiche societarie la squadra è in corsa fino all'ultimo per la salvezza, ma all'ultima gara cede in casa del Ragusa e torna in B2. Il ritorno nella prima serie cadetta della Scandone avviene nel 1995, con lo sponsor Italnova Cucine.

L'arrivo tra i professionisti arriva al termine della stagione 1996-97, quando l'allora Pasta Baronia, allenata dall'avellinese Gianluca Tucci, batte in uno spareggio la Gaverina Bergamo allenata da Carlo Recalcati.

La promozione in massima serie arriva nel 2000, al terzo anno di A2. La De Vizia Avellino di coach Luca Dalmonte terza al termine della stagione regolare, batte nella finale play-off la Aurora Jesi, con una partita, quella del definitivo 3-1 in trasferta (80-83, Jesi 25 maggio 2000), conquistata grazie ad una tripla da metà campo allo scadere di Claudio Capone che vale la massima serie. Retrocessa in Legadue nel 2006, viene però ripescata per il contemporaneo fallimento del Roseto Basket. Per la prima volta nella sua storia, Avellino ottiene durante la stagione 2007-08, contrassegnata dall'ingresso in società della famiglia Ercolino, l'accesso alla Final Eight di Coppa Italia. Conquista il trofeo superando in finale la Virtus Bologna con il risultato di 73-67[1](dopo aver battuto Montegranaro ai quarti e Biella in semifinale). Al termine della stagione regolare conquista il terzo posto in classifica, raggiungendo per la prima volta la partecipazione ai play-off scudetto. Il 15 maggio 2008 battendo Capo d'Orlando, ottiene la qualificazione alle semifinali, forte del 3 a 0 ottenuto ai quarti di finale. Ottiene, inoltre, l'accesso all'Eurolega. Nel turno successivo affronta la Lottomatica Roma risultando sconfitta con il punteggio complessivo di 3 a 0. Al termine della stagione l'head coach Matteo Boniciolli, eletto nel frattempo migliore allenatore dell'anno, lascia l'incarico. La stagione seguente viene scelto come allenatore Zare Markovski. La squadra viene completamente rivoluzionata rispetto alla stagione precedente della quale vengono confermati solo Nikola Radulović ed Eric Williams. La stagione termina con l'eliminazione alla fase a gironi dell'Eurolega con tre vittorie (Málaga, Le Mans e Zagabria) su 10 incontri disputati.
In Coppa Italia la Scandone viene sconfitta da Teramo ai quarti di finale. La stagione regolare si chiude con l'undicesima posizione in classifica (13 vittorie e 17 sconfitte). L'anno seguente viene nominato allenatore Cesare Pancotto. La stagione è caratterizzata dal rendimento altalenante della squadra, nuovamente rinnovata nella sua totalità. Forte di 6 vittorie nei primi 6 incontri disputati che la vedono appaiata a Siena in testa alla classifica, subisce 5 sconfitte consecutive che fanno scivolare la Scandone al 7 settimo posto. Gli incontri successivi, che vedono l'alternarsi di vittorie e sconfitte, bloccano la squadra nella parte centrale della classifica (7-9 posto). Dopo un'indiretta sfida con Teramo in ottica play-off, l'Air ne risulta esclusa a causa della sconfitta nell'incontro conclusivo della stagione regolare con Cremona. La Coppa Italia, disputata per la prima volta al Palasport Giacomo Del Mauro[2], vede la conquista delle semifinali da parte di Avellino dopo la vittoria con Milano. La Scandone viene, però, sconfitta da Bologna, la squadra che aveva superato due anni prima in finale risultando vincitrice della competizione. La stagione 2010-2011 inizia con la conferma di Szymon Szewczyk[3], Roberto Casoli[4], Chevon Troutman[5], la nomina di Francesco Vitucci[6] come allenatore ed i ritorni di Tonino Zorzi come Senior Assistant[7] e Marques Green[8], entrambi tesserati al momento della vittoria della Coppa Italia 2008. Si aggiungono al roster i nuovi acquisti Omar Thomas[9], Taquan Dean[10], Valerio Spinelli[11], Linton Johnson[12] e Merab Bokolishvili, aggregato alla formazione Under19[13]. Dal 28 settembre si aggiunge al roster della stagione Alessandro Infanti[14], già aggregato alla squadra in occasione delle amichevoli precampionato. Il 4 marzo Giuseppe Sampietro viene nominato nuovo Amministratore Unico societario, subentrando ai dimissionari Vincenzo e Luigi Ercolino[15]. La stagione sportiva è, inoltre, caratterizzata dagli infortuni occorsi a Chevon Troutman (rottura del legamento crociato del ginocchio destro e stagione terminata[16]) e Taquan Dean (fermo da febbraio, rientra in occasione della penultima gara di campionato) ai quali se ne aggiungono altri di minore entità che, comunque, hanno ridotto la possibilità di rotazione dei giocatori nel corso dell'intero girone di ritorno. Il girone d'andata termina con il club in 7ª posizione in classifica a 14 punti[17] derivanti da 7 vittorie e 8 sconfitte[18] (2 punti in meno rispetto alla stagione precedente[19] e 79,3 punti di media ad incontro[20]). La Scandone ottiene la qualificazione alla Coppa Italia, venendo eliminata da Cantù in semininale (82-65 a favore della formazione lombarda)[21] dopo avere superato ai quarti di finale Milano. Nel corso dell'incontro con Milano, Marques Green fa registrare il record assoluto di assist (20) delle Final Eight e del Campionato italiano[22][23]. La stagione regolare termina con il club in 4ª posizione con 32 punti (8 in più della precedente stagione, 82,3 punti effettuati e 79,3 subiti in media[24]). Il 16 maggio Omar Thomas viene eletto MVP della stagione regolare[25]. La Scandone ottiene la qualificazione ai play-off dove viene eliminata da Treviso che chiude la serie sul 3-1, ponendo fine alla stagione della formazione irpina, conclusa in 4ª posizione. Considerato il piazzamento al termine della stagione, Avellino si qualifica al turno preliminare di EuroCup, alla quale rinuncia a partecipare a causa del dispendio in termini economici e atletici[26].

Il 14 luglio viene ufficializzato l'accordo di sponsorizzazione con il "Gruppo Sidigas" (che prende il posto della AIR) a partire dalla stagione 2011-2012[27]. Dal punto di vista sportivo vengono confermati Linton Johnson, Szymon Szewczyk[27], Chevon Troutman[28], Taquan Dean[29] e Alessandro Infanti[30] che si aggiungono a Marques Green, Valerio Spinelli e Dimitri Lauwers ancora sotto contratto. L'8 agosto 2011 viene ufficializzato l'acquisto di Domen Lorbek, che andrà a completare il quintetto base[31] (affetto da fascite plantare, viene tesserato il 9 novembre. Ripresosi dall'infortunio, rescinde di comune accordo il contratto con la società[32]) e, successivamente, di Mattia Soloperto, che chiude il mercato della Scandone[33]. Il 10 agosto Gianluca Tucci viene nominato assistente allenatore, in sostituzione di Tonino Zorzi[34]. Il 2 ottobre viene ufficializzata la risoluzione del contratto con Szymon Szewczyk[35] e l'ingaggio di Viktor Gaddefors (in prestito da Bologna), già aggregato alla squadra in occasione del precampionato[36]. Il 5 ottobre vengono ufficializzati gli ingaggi di Jurica Golemac[37] e Maurizio Ferrara[37]. L'11 ottobre viene ufficializzato il trasferimento di Chevon Troutman (al quale è stato inizialmente negato il nullaosta internazionale, necessario per il tesseramento[38]) al Bayern Monaco[39][40] e il 18 ottobre l'acquisto di Ron Slay[41]. Il 17 dicembre il Consiglio Federale, considerata la relazione della Comtec (società che verifica la situazione giuridico-contabile delle squadre affiliate FIP) ed ai sensi del regolamento federale, sanziona Avellino con un'ammenda di 45.000 € e il blocco dei tesseramenti[42]. Il club conclude il girone di andata in sesta posizione a 18 punti, accedendo ai quarti di finale di Coppa Italia dove viene sconfitto, il 17 febbraio, da Cantù con il punteggio di 99-70. Non prende parte all'incontro l'infortunato Dean che, insieme a Spinelli, salterà parte del girone di ritorno. Avellino conclude il campionato in nona posizione a 30 punti. Nel corso dell'ultimo incontro vinto dalla formazione irpina contro Venezia, Marques Green supera Larry Middleton nella classifica dei migliori marcatori della Scandone[43].
La stagione 2012-2013 si apre con l'ufficializzazione dell'entrata in società della Sidigas[44][45], il main-sponsor della squadra. Nel mese di giugno Giorgio Valli sostituisce Francesco Vitucci alla guida tecnica della squadra. Del roster della stagione precedente vengono confermati solo Linton Johnson (nel corso dell'incontro con Cremona valido per la 4ª giornata del girone di ritorno, riporta uno stiramento del legamento collaterale mediale del ginocchio destro[46]) e Valerio Spinelli ai quali si aggiungono Dwight Hardy (non convocato dalla 16ª giornata, il 15 marzo rescinde il contratto), Jeremy Richardson, Nikola Dragović, Ndudi Ebi (non convocato dalla 12ª giornata, il 5 febbraio rescinde il contratto con la società), Chris Warren (che torna in Irpinia dopo l'esperienza della stagione 2008-09. Non convocato dalla 10ª giornata), Paul Biligha e Nicholas Crow (entrambi alla prima esperienza in massima serie), Mustafa Shakur (non convocato dalla 18ª giornata, l'8 marzo rescinde il contratto), Dan Mavraides (già aggregato alla squadra in occasione delle amichevoli precampionato), Taquan Dean, che il 27 novembre firma con la società irpina e, dal 20 dicembre, Kalojan Ivanov. Dal 25 gennaio si aggiunge al roster Jaka Lakovič, il 1 febbraio Jimmie Hunter e il 22 febbraio Brandon Brown. Il 13 novembre, complice l'andamento negativo della squadra in campionato (2 vittorie e 5 sconfitte), viene annunciata la risoluzione del contratto con Giorgio Valli[47]. Il 17 novembre Gianluca Tucci viene nominato capo allenatore fino al termine della stagione[48]. Il 17 gennaio 2013 Cesare Pancotto subentra al dimissionario Gianluca Tucci (che torna a ricoprire il ruolo di assistente) alla guida della squadra[49]. La Scandone termina il campionato in 10ª posizione a 26 punti. Il 3 luglio Francesco Vitucci viene nominato allenatore, firmando un contratto biennale[50]. Per quanto riguarda l'aspetto sportivo, vengono confermati Biligha, Ivanov, Dragović, Dean, Richardson, Spinelli e Lakovič, unitamente agli ingaggi di Will Thomas, Jarvis Hayes, Daniele Cavaliero (che torna ad Avellino dopo l'esperienza della stagione 2007-2008) e, nel corso del girone di ritorno, Je'Kel Foster, Kieron Achara e Leemire Goldwire. La stagione si conclude con la squadra in 12ª posizione (dopo aver concluso il girone di andata al 9º posto, prima delle squadre escluse dalle Final Eight di coppa Italia), non ottenendo la qualificazione ai play-off. Per la stagione 2014-2015 il roster viene integralmente rinnovato, con la sola conferma di Daniele Cavaliero. La squadra conclude il campionato in 12ª posizione, dopo aver concluso il girone di andata in 8ª posizione. Ottenuta la qualificazione alla Coppa Italia dopo due stagioni di assenza, la squadra viene eliminata ai quarti di finale da Milano. L'anno seguente l'assetto societario viene rinnovato. Il direttore generale Nevola lascia la società, venendo sostituito prima da Valerio Spinelli (che si dimette dopo due settimane) e poi da Nicola Alberani. Dal punto di vista sportivo viene confermato solo Giovanni Severini, al quale si aggiunge Marques Green tesserato nel mese di dicembre. La regular season si conclude con la squadra in 3ª posizione in classifica a 40 punti. Nel corso della stessa la squadra fa registrare il record societario di vittorie consecutive pari a dodici. Riesce, inoltre, a conquistare per la seconda volta la finale di Coppa Italia in cui viene sconfitta da Milano e la qualificazione ai play-off. Dopo aver superato per 3-0 Pistoia, viene sconfitta per 4-3 in semifinale da Reggio Emilia. Al termine della stagione Nicola Alberani viene nominato miglior dirigente, mentre James Nunnally vince il premio di MVP[51]. La stagione 2016/2017 si apre con le conferme di Maarty Leunen, Joe Ragland, Marques Green e Giovanni Severini. Nella prima competizione ufficiale stagionale la Scandone supera Reggio Emilia in semifinale, venendo poi sconfitta in finale da Milano. La squadra disputa, per la seconda volta nella sua storia, una competizione europea. Inserita nel girone D, conclude lo stesso al secondo posto. Ottiene, quindi, la qualificazione agli ottavi di finale in cui affronta Venezia, risultando sconfitta 2-0 al termine della serie. Per quanto riguarda il campionato, il girone di andata si conclude con la squadra in 3ª posizione, ottenendo la qualificazione alla Coppa Italia in cui affronta Sassari. L'incontro si conclude con la vittoria della formazione sarda per 69-68. Al termine del girone di ritorno, Avellino conferma la posizione di classifica, ottenendo la qualificazione ai play-off in cui affronta Reggio Emilia. La serie si conclude con il punteggio di 3-0 a favore della formazione irpina, che in semifinale incontra Venezia. La serie termina 4-2 per la squadra veneta, che accede alla finale contro Trento. Nel 2017-18 la squadra conclude il girone di andata in prima posizione, concludendo poi la stagione regolare con il quarto piazzamento. Viene eliminata in Coppa Italia da Cremona ai quarti di finale, mentre ai play-off viene sconfitta da Trento. In ambito europeo la squadra è eliminata alla fase a gironi della Basketball Champions League, retrocedendo in FIBA Europe Cup. Riesce a conquistare la finale della competizione (la prima europea), venendo però sconfitta da Venezia.
La stagione 2018-2019, caratterizzata dai numerosi infortuni occorsi ai cestisti, è terminata con la squadra in 8ª posizione in campionato, accedendo ai play-off in cui è stata sconfitta in cinque gare da Milano. Il 2º posto al termine del girone di andata, invece, ha garantito la qualificazione alla Coppa Italia in cui è stata sconfitta ai quarti di finale da Brindisi. In ambito europeo ha disputato la Basketball Champions League, vedendo eliminata alla fase a gironi.
Nel luglio 2019, anche a causa di difficoltà della proprietà[52], non presenta domanda di iscrizione al campionato 2019-2020[53]. Il 16 luglio il consiglio federale ufficializza l'esclusione dalla massima serie[54].
Nel mese di luglio Gianluca Festa, sindaco di Avellino in carica ed ex cestista nella prima stagione della società nella massima serie, provvede a versare l'acconto necessario per avviare l'iter di iscrizione al campionato di Serie B[55]. Il 2 settembre viene presentata la fideiussione a saldo della quota prevista per l'iscrizione[56], in seguito approvata dalla Lega Nazionale Pallacanestro[57]. Il 26 settembre viene nominato il nuovo presidente Gerardo Santoli.
Il 7 aprile 2020 la stagione viene dichiarata anticipatamente conclusa a seguito della pandemia di COVID-19[58], con la squadra che occupava la penultima posizione di classifica a 10 punti dopo 24 incontri disputati[59].
La squadra, allenata da Gianluca De Gennaro a cui subentra nel marzo 2021 Rodolfo Robustelli[60], termina il campionato 2020-21 con la retrocessione in Serie C Gold[61], avendo concluso la stagione regolare in penultima posizione in classifica (10 punti e 6 di penalizzazione[62]) ed essendo stata sconfitta nei play-out da Reggio Calabria e Virtus Pozzuoli.
Alla fine di luglio è ufficiale il fallimento della società, che non viene iscritta in nessun campionato FIP[63].
Il 29 luglio 2023 la Scandone annuncia la rifondazione del club[64], ripartendo dalla serie B interregionale.
La società disputa le partite casalinghe al Palasport Giacomo Del Mauro. Di proprietà del comune di Avellino, è stato progettato dagli architetti Vincenzo Genovese e Orazio De Cola. Dopo i lavori di ampliamento del 2008, resi necessari per consentire alla Scandone di disputare l'Eurolega, ha una capienza di 5.195 posti[65], a fronte dei 4000 precedentemente esistenti. L'impianto è ubicato in Contrada Zoccolari, nei pressi dello Stadio Partenio. Successivamente, nel biennio 2018-2019 ha subito una ristrutturazione in vista dell'XXX Universiade, poiché l'impianto venne selezionato per ospitare parte del torneo di pallacanestro.
A lungo non è esistito un gruppo organizzato di tifosi al seguito della Scandone. Ma nel 1999 un gruppo di sostenitori decisero di dare vita al gruppo degli Original Fans 1999. Con la costruzione delle curve nel PalaDelMauro, nel corso del campionato 2000-01, gli ultras della Scandone si stabiliscono nella Curva Sud del palazzetto avellinese.
Rivalità di vecchia data con le tifoserie di Roseto, Napoli, e Fabriano e quelle più recente con Biella (in seguito alla rottura del gemellaggio). Buoni rapporti con Cantù e i sostenitori della Fortitudo Bologna, gemellaggio con gli ultrà di Scafati[80]. Di recente è stato instaurato un gemellaggio con gli ultrà della Reyer Venezia, mentre sono peggiorati i rapporti con i tifosi della Virtus Roma, Pallacanestro Reggiana e Brindisi, con quest'ultimi allargata anche ai tifosi del calcio, presenti più volte in occasione delle partite disputate con i pugliesi sia in casa che in trasferta.
Anni fa esisteva un reciproco rispetto con la Juvecaserta poi mutato in una altrettanto forte rivalità. Tuttavia, negli anni recenti i rapporti tra le due tifoserie sono tornati ad essere amichevoli. Solidi legami, per le comune origini e la concittadinanza, con gli ultras del calcio Avellino.
In seguito al fallimento della Scandone, gli Original Fans 1999 si sciolgono ufficialmente il 3 ottobre 2021.[81][82]
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La coclea è una componente dell'orecchio interno e fa parte dell'organo dell'udito. La sua forma ricorda il guscio di una chiocciola[1] (da cui anche il significato latino del termine), con un canale spirale avvolto intorno ad un nucleo di forma conica. La coclea di destra presenta un avvolgimento in senso antiorario, mentre quella di sinistra in senso orario[1].
Si divide in tre scale, o rampe: scala vestibolare, scala media (che prevede il condotto cocleare) e la scala timpanica, divise da membrane. La scala vestibolare e la timpanica sono messe in comunicazione dall'elicotrema e sono piene di perilinfa con l'unica funzione di trasmettere le vibrazioni che provengono dalla catena degli ossicini alla scala media nella quale è posto l'organo del Corti, il vero organo neuro-sensoriale uditivo, responsabile della trasduzione dell'impulso cinetico in elettro-chimico.
La coclea forma il fondo del meato acustico interno medialmente, mentre lateralmente è in rapporto con il cavo del timpano[1].
Il dotto cocleare, ovvero la parte iniziale della coclea stessa, è collegata al sacculo mediante il dotto di Hensen (o ductus reuniens), un esile canale[2].
La coclea presenta una ricca vascolarizzazione sanguigna e una ricca innervazione, ma non prevede un drenaggio linfatico[3].
La coclea è irrorata dall'arteria cocleare, ramo dell'arteria uditiva interna, che si divide in una ventina di piccoli rami che si impegnano nei forellini del tractus spirali foraminosus entrando nel modiolo e seguendo il decorso delle fibre del nervo cocleare. Ognuno di questi rami si divide poi in ulteriori tre rami[4]:
Le pareti ossee della coclea e della lamina spirale sono drenate da vene che confluiscono nelle vene della lamina spirale le quali, una volta uscite dal modiolo confluiscono formano la vena uditiva interna che attraversato il meato acustico interno sbocca nel seno petroso superiore o nel seno trasverso[4].
I capillari della parte membranosa si riuniscono in due vene principali, le vene spirali anteriore e posteriore, che decorrono nelle pareti mediali della scala vestibolare e timpanica rispettivamente[3]. La confluenza di queste due vene con altre provenienti dall'utricolo e dal sacculo formano la vena dell'acquedotto della chiocciola che decorre nel canale dell'acquedotto per terminare nella vena giugulare interna[3].
La coclea è innervata dal nervo cocleare, ramo del nervo vestibolococleare, che, dopo aver attraversato le fossette nel fondo del meato acustico interno, percorre i canalicoli nel modiolo della coclea e raggiunge il ganglio spirale o di Corti[5].
In tale ganglio sono contenuti i protoneuroni bipolari le cui fibre periferiche percorrono i canalicoli presenti nella lamina spirale ossea e terminano nell'Organo del Corti, a livello delle cellule acustiche. I prolungamenti centrali, invece, raggiungono i nuclei cocleari[5].
Dal nervo cocleare, dentro il meato acustico, si stacca un ramo vestibolare provvisto di un suo ganglio, il ganglio di Boettcher, che innerva la porzione di condotto cocleare posta nella cavità del vestibolo[6].
Come tutte le componenti dell'orecchio interno, la coclea presenta una componente ossea, parte del labirinto osseo e una membranosa, parte del labirinto membranoso[7][8].
La coclea è formata da un canale osseo avvolto a spirale intorno ad un nucleo di forma conica ad apice tronca, il modiolo o columella di Brechet, con la base rivolta verso il meato acustico interno[1]. Intorno a tale nucleo il canale compie nel complesso due giri e tre quarti attraverso tre spire: un giro basale, un giro medio e un giro apicale incompleto (più o meno metà circonferenza)[1].
Il canale è parzialmente suddiviso dalla lamina spirale ossea, una lamina che sale con decorso spirale intorno al modiolo sul cui apice termina con un rilievo, l'hamulus o rostro.
Tali cavità ossee sono rivesite da uno strato di periostio che dà luogo a due ispessimenti: il legamento spirale e il lembo spirale[9].
All'interno di tale lamina è presente un canale, canale spirale del modiolo dove è situato il ganglio del nervo cocleare che appare come un lungo cordoncino con decorso a spirale ed è chiamato anche ganglio spirale di Corti[10].
Le fibre del nervo cocleare entrano all'interno del modiolo grazie ad una serie di piccoli orifizi che fanno seguito a piccoli canali longitudinali che si aprono nel canale spirale del modiolo. Dai canali spirali le fibre nervose attraversano la lamina fino al suo margine libero e, attraverso i foramina nervina si aprono nel solco spirale interno[9][10].
La suddivisione parziale del canale spirale da parte della lamina spirale viene completata dalla membrana basilare che si estende dal margine libero della lamina alla superficie interna del canale. Il canale risulta quindi diviso in due scale, una anteriore e una posteriore, di cui la prima comunica con il vestibolo e viene chiamata scala vestibolare e la seconda con il cavo del timpano e viene detta scala timpanica e non presenta nessun collegamento con il vestibolo nel vivente[10]. La scala vestibolare si apre nella parete anteriore del vestibolo, mentre quella timpanica nella cavità sottovestibolare. Le due scale presentano ampiezza diversa: nel giro basale predomina quella timpanica, mentre nel medio e apicale la vestibolare[11]. Procedendo verso l'apice, la lamina spirale si accorcia progressivamente lasciando posto ad un ampliamento della membrana basilare[9][12]. All'interno della scala vestibolare è accolto il condotto cocleare che è separato dal resto della scala tramite la membrana vestibolare o di Reissner[9].
Le due scale comunicano attraverso un foro, l'elicotrema, presente all'apice della coclea dove la lamina spirale e la membrana basilare terminano lasciando una comunicazione[11].
A livello del canale spirale è presente un ispessimento dell'endostio: il legamento spirale. Tale legamento, ricoprendo internamente il labirinto cocleare osseo, riveste esternamente la coclea membranosa e presenta uno spessore massimo nella parete del canale spirale dove si inserisce la membrana basilare. A tale livello presenta tre rilievi: una cresta di inserzione per la membrana basilare, una cresta di inserzione per la membrana vestibolare e la prominenza spirale fra le due[9].
Tra la cresta per la membrana basilare e la prominenza spirale è presente una depressione, il solco spirale esterno; mentre fra la prominenza e la cresta per la membrana vestibolare si trova un altro incavo, la stria vascolare, una zona molto vascolarizzata[9].
A livello del margine libero della lamina spirale l'ispessimento prende il nome di lembo spirale e sporge all'interno del condotto cocleare[9]. Sulla superficie superiore sono visibili dei solchi che danno luogo a numerose sporgenze, i denti acustici. Lateralmente ai denti è presente una doccia profonda, il solco spirale interno che presenta due labbri: uno superiore o vestibolare e uno inferiore o timpanico. Mentre il labbro timpanico continua con la membrana basilare, il labbro vestibolare presente il primo ordine dei denti acustici e continua con la membrana tectoria, una formazione laminare che si orienta verso l'Organo di Corti.
La parte membranosa della coclea è in larga parte formata dal condotto cocleare, un canale di forma prismatica triangolare contenuto nella scala vestibolare e da questa separata tramite la membrana vestibolare o di Reissner che si porta dal margine libero della lamina spirale alla parete anteriore del canale spirale con andamento obliquo (forma un angolo di 45° con il legamento spirale)[9].
All'interno del condotto cocleare, adagiato sul lembo spirale e la membrana basilare è presente la struttura principale della funzione cocleare, l'Organo di Corti. Quest'organo è formato da un insieme di cellule di sostegno (pilastri, cellule di Deiters, Hensen e Claudius)[13][14], e sensitive (cellule acustiche esterne ed interne)[15] che costituiscono la membrana reticolare, una struttura rigida in cui sono incasellate le parti apicali delle cellule sensitive che presentano i fascetti di stereociglia. I vari movimenti della membrana reticolare e la sovrastante membrana tectoria permettono la deflessione delle ciglia e la creazione di impulsi nervosi[16].
L'acquedotto della chiocciola è un canale osseo che permette la comunicazione fra spazio perilinfatico cocleare e spazio subaracnoideo della fossa cerebellare[11]. Il canale si immette nella scala timpanica dopo essere originato dalla fossetta piramidale nella faccia inferiore della rocca petrosa dell'osso temporale. La presenza della fossetta piramidale permette che la comunicazione fra cavità endocranica e scala timpanica non sia diretta impedendo quindi ai liquidi meningei di arrivare all'orecchio[11].
All'interno della coclea sono contenuti tre tipi di fluidi importantissimi dal punto di vista funzionale: l'endolinfa accolta nel condotto cocleare, la cortilinfa compresa nella galleria spirale e la perilinfa delle scale vestibolare e timpanica.
Endolinfa e perilinfa non sono presenti solo nella chiocciola, ma in tutto il labirinto membranoso.
L'endolinfa è contenuta all'interno del labirinto membranoso ed è prodotta dalla cellule marginali della stria vascolare nel condotto cocleare e dalle cellule scure del vestibolo[17]. Condotto cocleare e il sacculo del vestibolo comunicano grazie al canale reuniente e il riassorbimento di tale liquido è deputato all'epitelio specializzato del sacco endolinfatico[18].
Composizione in mM[19]
La perilinfa è contenuta nello spazio compreso fra labirinto membranoso e labirinto osseo[17]. La perilinfa della scala vestibolare deriva dal plasma sanguigno che attraversa l'endotelio dei vasi sanguigni cocleari e coincide quindi ad un ultrafiltrato sanguigno privo di proteine. La perilinfa della scala timpanica, vista la comunicazione attraverso l'acquedotto della chiocciola con lo spazio subaracnoideo, contiene liquor[18]. Per via di queste due diverse origini, la concentrazione di potassio, glucosio, amminoacidi e proteine è maggiore nella scala vestibolare[18].
Composizione in mM[19]:
Un ulteriore tipo di endolinfa è rappresentato dalla cortilinfa presente nella galleria di Corti, nel solco spirale interno e nello spazio di Nuel dell'organo di Corti[20]. Questo liquido risulta più simile alla perilinfa per via della maggiore quantità di ioni sodio presenti. Questa diversità è dovuta alle fibre cocleari immerse in tale liquido che hanno bisogno di alte concentrazioni di ioni sodio per depolarizzare[20]. È compito della membrana reticolare di tenere separati questi due liquidi[20].
La coclea si sviluppa a partire dal placode acustico, un ispessimento circolare ectodermico vicino alla vescicola rombencefalica che si forma verso la III settimana[8]. Già nella IV settimana, l'approfondimento del placode nel mesenchima dà vita ad una vescicola l'otocisti che diventa presto indipendente dall'ectoderma superficiale[8]. Nel tempo l'otocisti va incontro ad un allungamento e alla divisione tramite una piega che approfondendosi separa la parte superiore o utricolare dall'inferiore o sacculare[8].
Dalla parte sacculare origina il sacculo da cui si forma anche il diverticolo che poi svilupperà nel condotto cocleare. Tale condotto è inizialmente curvato, ma lo sviluppo prominente della parete esterna rispetto a quella interna ne determinano l'avvolgimento a spirale che completa i suoi due giri e tre quarti al 70º giorno[8]. Il rapporto fra sacculo e dotto cocleare diminuisce fino a rimanere nel canale reuniente in seguito alla completa divisione dei utricolo e sacculo[8].
La membrana di Reissner e la stria vascolare si formano dalle facce dorsale ed esterna del condotto cocleare e tale sviluppo parte dalla base per portarsi verso l'apice.
Tutti i recettori si sviluppano dall'epitelio otocistico che entra in rapporto con i prolungamenti periferici del ganglio vestibolococleare dal quale derivano poi i gangli vestibolare e cocleare separati[8].
I recettori acustici si formano grazie all'intervento delle fibre periferiche del ganglio spirale che entrando in rapporto con l'epitelio provoca la formazione di due rilievi separati dal solco spirale quello mediale darà origine al lembro spirale e alla membrana tectoria, mentre quello laterale all'Organo di Corti (con tutti i tipi di cellule che ne derivano)[21].
Al VI mese l'Organo di Corti è presente in tutti i giri del condotto[21].
La funzione della coclea è duplice: trasmettere le vibrazioni generate dalle onde sonore all'Organo del Corti deputato alla ricezione sonora e captare i suoni proprio grazie a quest'organo terminando quindi l'organo dell'udito con il passaggio da vibrazione ad impulso nervoso.
La ricezione delle onde sonore parte dalle vibrazioni del timpano dopo il passaggio nel condotto uditivo esterno[22]. Tali vibrazioni si ripercuotono sulla catena degli ossicini che, agendo come una leva, aumenta di 1,2 volte l'energia per unità di area, energia che aumenta ulteriormente di 17 volte grazie alle dimensioni più ridotte della finestra ovale rispetto al timpano[22]. Questo permette di vincere l'inerzia della perilinfa contenuta nella coclea generando onde di pressione che si ripercuotono quasi contemporaneamente in tutte le parti della chiocciola[22]. Si genera quindi uno spostamento di una piccola quantità di liquido che si ripercuote in una sollecitazione della membrana basilare[23].
In base al tipo di innervazione si è capito che le cellule implicate nella ricezione di stimoli acustici sono le cellule acustiche interne in quanto riceventi fibre afferenti del nervo cocleare[24]. Le cellule acustiche esterne, in base ad osservazioni su animali che presentavano difetti in tali strutture, non sembrano essere fondamentali per la trasduzione del suono, bensì per la sensibilità di essi e la discriminazione della frequenza[16][24].
In generale circa il 90% delle cellule del ganglio spirale si mettono in rapporto con le cellule acustiche interne e ciascuna cellula interna riceve afferenza da circa una decina di neuroni gangliari del I tipo (fenomeno detto di convergenza)[16].
Nelle cellule acustiche esterne, invece, un neurone gangliare del II tipo ne innerva circa una decina (generando il fenomeno della divergenza)[16].
La membrana basilare con la sua struttura crea una discriminazione piuttosto grezza delle frequenze (detta anche sintonizzazione passiva[24]) che viene migliorata dalle cellule acustiche (tramite la sintonizzazione attiva).
All'interno della coclea la membrana basilare (su cui poggia l'Organo di Corti) presenta spessore, massa e rigidità diverse a man mano che si sale dalla base all'apice della chiocciola[23]: queste differenza generano vibrazioni diverse e quindi capacità di captare diverse frequenze[22]. Questa viene detta organizzazione tonotopica della coclea e si ripercuote anche in tutte le vie acustiche nervose dove specifiche regioni sono deputate alla coordinazione e ricezione di specifiche frequenze. Nell'uomo lo spettro delle frequenze in grado di eccitare l'apparato uditivo varia da 20 Hz a 20 kHz[25].
Ogni onda si propaga all'interno della coclea fino al punto di massima ampiezza (cioè dove viene meglio recepita): per quanto riguarda la conformazione della coclea umana le frequenze più alte sono meglio captate nella parte basale, a differenza di quelle basse che trovano il punto di massima ampiezza apicalmente[22][23].
La sintonizzazione attiva si basa sulle differenze di composizione molecolare delle membrane sensitive, sulla forma e sulla lunghezza delle stereociglia[24]: ciglia più lunghe sono sensibili alle basse frequenze, mentre ciglia più corte alle alte[16][26]. In questo sono implicate le cellule acustiche esterne che riescono ad operare cambiamenti di lunghezza in base a stimoli elettrici di frequenza di molte migliaia di cicli al secondo. Tale mobilità sembra dipendere dalle modificazioni conformazionali delle proteine di membrana. Tali cellule sembrano regolare inoltre la sensibilità delle cellule acustiche interne[24].
Gli spostamenti di fluido generano dei movimenti della membrana basilare che si ripercuono nell'organo del Corti in modo tale che l'organo e la sovrastante membrana tectoria deflettano le stereociglia delle cellule acustiche che portano a cambiamenti del potenziale di membrana[16][27], in maniera molto simile a quello che accade nelle cellule ciglia dell'apparato vestibolare.
Questi cambiamenti vengono percepiti dal cervello come un cambiamento di frequenza di scarica delle fibre afferenti del nervo vestibolare e tali informazioni vengono poi confrontate con segnali visivi o somatosensitivi che permettono di rilevare la posizione della testa[27].
In pratica qualsiasi trasmissione nervosa dipende dal potenziale di membrana che viene modificato dalla composizione ionica presente a livello della membrana stessa[27]. All'apice di ogni stereociglia sono presenti diversi canali ionici il cui grado di apertura può aumentare o diminuire in base al movimento delle stereociglia stesse: una deflessione verso la fila più alta provoca un aumento dell'apertura (depolarizzazione), mentre un movimento verso le file più basse ne provoca una riduzione (iperpolarizzazione)[16][27].
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L'Ipogeo di via Livenza è una costruzione sotterranea antica situata presso l'attuale via Livenza a Roma, a nord del colle Quirinale, poco lontano dalle mura Aureliane, dove si trovava l'ampio Sepolcreto salario.
Si tratta di un edificio dalla pianta allungata, simile a quella di un circo (21x7 metri), orientato sull'asse nord-sud, con vari ambienti laterali. Venne scoperto durante la costruzione del quartiere moderno ed oggi gli edifici soprastanti ne hanno tagliato via gran parte, anche se è ancora possibile interpretare il monumento dalle strutture superstiti.

Vi si accede tramite una scala che conserva ancora numerosi gradini antichi originari. La parete settentrionale, che è parallela a quella di fondo, è forata da tre archi adiacenti (due minori ai lati e uno principale al centro).
Sotto l'arco centrale, in posizione leggermente obliqua, si trova un vascone rettangolare (2,90 x 1,70, profondo 2,50 metri), separato dal resto dell'aula da una transenna, di ricostruzione recente. Esso era alimentato da un tubo sul muro settentrionale che riempiva la vasca solo fino a metà, mentre per entrarvi dentro si dovevano scendere tre scalini (il primo dei quali è molto alto). Lo scarico dell'acqua avveniva tramite il fognolo visibile sopra il primo gradino e tramite un'apertura a saracinesca sulla parete occidentale.
Il sottarco e la parete di fondo avevano pitture nello zoccolo inferiore e mosaici nella parte superiore. Dei mosaici si conserva solo un frammento che suggerisce una fascia multicolore che borda una scena dove compaiono due figure, una delle quali è inginocchiata davanti a una fonte, mentre l'altra è in piedi: forse si tratta di san Pietro che fa scaturire l'acqua da una roccia per battezzare un centurione convertito. L'epigrafe al centro dell'arcone è quasi totalmente scomparsa. Lo zoccolo è decorato da figure di Eroti alla pesca.
La parete di fondo ha una nicchia, non lungo l'asse, con affreschi che imitano incrostazioni marmoree e, sulla calotta, un kantharos dal quale zampilla acqua e dove si posano due colombe. Ai lati di questa nicchia si trovano le decorazioni più importanti, ambientate in un paesaggio verde con alberi e cespugli: a sinistra una Diana cacciatrice che estrae una freccia dalla faretra, con due cervi che fuggono ai lati; a destra una ninfa dei boschi che accarezza un capriolo. Il complesso doveva inoltre essere decorato da marmi, dei quali sono stati trovati alcuni frammenti.
Nella decorazione dell'edificio coesistono quindi soggetti cristiani e pagani e si è pensato che potesse essere adibito a battistero o tempio di qualche culto misterico, o forse anche un ninfeo legato allo sfruttamento della polla d'acqua sotterranea.
La datazione del complesso è posta nella seconda metà del IV secolo, anche guardando alla tecnica edilizia in opus listatum, dove compare un bollo con il monogramma di Costantino. L'epoca post-costantiniana (in particolare il momento di transizione tra Giuliano e Teodosio I) è coerente con il classicismo della decorazione, la ricchezza e con l'ambiguità pagano-cristiana.
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Semestene (Semèstene in sardo) è un comune italiano di 120 abitanti[1] della città metropolitana di Sassari, nella regione del Logudoro e nella subregione del Meilogu in Sardegna. Fa parte della diocesi di Alghero-Bosa.
L'area fu abitata già in epoca nuragica per la presenza sul territorio di alcuni nuraghi.
La villa (bidda) di Semestene era compresa, durante il Basso Medioevo (secoli XI-XV), nella curatoria di Costa de Valles ("Costa de Addes") e nella diocesi di Sorres, all'interno del giudicato di Torres o Logudoro. Dal 1272 all'incirca, d'altro canto, detta villa fu uno dei possedimenti sardi dei Malaspina della Lunigiana, i quali, nel 1308/17, la cedettero al giudicato di Arborea, trasformato, nel 1410, in marchesato di Oristano, il quale la perse in modo definitivo nel 1478 (battaglia di Macomer). Per giunta, dal 1480 al 1839, la villa venne annoverata nel feudo dapprima denominato incontrada di Costa de Valles o "Costa de Addes", quindi elevato al grado di Contea di Bonorva (diploma del 1632, retrodatato al 1630).
Nel territorio di Semestene, poco distante dal centro abitato, s'innalza tuttora la chiesa romanica di San Nicola di Trullas (vale a dire Santu Nigola de Truddas), la cui erezione risale verosimilmente alla fine dell'XI secolo o agli albori del XII. Internamente vi sono dei preziosi affreschi, probabilmente coevi o di non molto posteriori alla donazione del tempio all'eremo di Camaldoli, da parte degli Athen di Pozzomaggiore, mediante un atto del 1113. A tale edificio sacro trullano era annesso, per l'appunto, un importante monastero camaldolese nel quale fu compilato l'omonimo condaghe (registro dove venivano annotate le ragguardevoli variazioni patrimoniali concernenti l'ente religioso). Siffatto monastero fu abbandonato nel corso della seconda metà del XIV secolo. Le rovine del cenobio e della relativa "corte", ancora visibili verso la metà dell'Ottocento (Vittorio Angius), sono state riportate parzialmente alla luce grazie a recenti campagne di scavo guidate dagli archeologi Luca Sanna e Giuseppe Padua. Campagne di scavo che, tra l'altro, sembrano escludere la preesistenza di un edificio sacro cupolato dell'epoca bizantina (secondo Giovanni Lilliu), del quale si è tanto fantasticato, e sull'impianto del quale sarebbe stato elevato l'attuale tempietto romanico.
La giurisdizione del maiore de scolca o maiore d'iscolca di Semestene, nell'arco dei secoli XII e XIII, abbracciava una non trascurabile rete insediativa, quantunque caratterizzata da piccoli o piccolissimi centri demici agropastorali (ad onor del vero più agricoli che pastorali): Cunzadu (Santa Maria, ora nel territorio di Bonorva), Fraigas (Santa Giusta), Semestene Etzu [o Nurapassar?] (San Michele), Donnigaza insieme a Semestene Nou (San Giorgio), Codes, Truddas (monastero con la "corte" di San Nicola) e Sansa (Santa Maria), senza neanche tentare di conteggiare le numerose domesticas o fattorie monofamiliari isolate. Il nuraghe de Iscolca, autentica postazione di vedetta da cui la visuale può spaziare dalla marina di Bosa fino ai colli di Villanova Monteleone, era giustamente il principale punto di riferimento delle guardie giurate che avevano l'arduo compito di sorvegliare e persino di proteggere tanto le persone quanto i beni afferenti alla scolca di Semestene.
A prescindere da Semestene Nou (San Giorgio), che ebbe dunque una vera e propria funzione accentratrice, tutte le microscopiche sedi umane appena rimembrate scomparvero ancor prima del 1388, specie a cagione della profonda crisi agraria e dell'esaurimento della colonizzazione monastica, delle pestilenze e delle carestie inerenti soprattutto alla metà del XIV secolo, come pure della rovinosa "guerra d'Arborea" (1353-1410/20 circa), intercorsa fra il glorioso regno della valle del Tirso (ultimo giudicato sardo indipendente) ed i ben più potenti conquistatori catalano-aragonesi (i quali, tra l'altro, favorirono un'economia basata essenzialmente sulla pastorizia transumante, a discapito dell'agricoltura, ed introdussero il loro deleterio feudalesimo, abolito soltanto intorno al 1840).
All'Ultima ''Pax Sardiniae'' (trattato di pace del 24 gennaio 1388, stipulato da Eleonora d'Arborea e Giovanni I d'Aragona), riguardo all'area dell'antica scolca in questione (pertinenza della curatorie de Costa de Valls, composta inoltre dalle ville di Rebeccu, Terchiddo e Bonorva), aderirono infatti i soli notabili di Semestene Nou o, per meglio intenderci, Semestene tout court ("Item a Marchucio de Nurchi maiore ville de Semeston Stephano de Ligia Andrea Masala et Comita Pinna iuratis ac Comita de Çori Guantino Taras Ioanne Carta Michele Virde Comita de Carbia Guantino Seche Simeone de Nurchi et Ioanne de Carbia in proxime villa demorantibus prelibata"). Segno evidente che, come già accennato, gli altri centri abitati avevano ormai cessato di esistere, perlomeno alla stregua di entità giuridiche a carattere pubblico, e che le loro attinenze geografiche erano state unite a quelle della villa superstite di Semestene, in cui si erano del resto rifugiati i relativi profughi (anche se, successivamente, il territorio di Cunzadu e una porzione di quello di Fraigas saranno usurpati dalla villa propinqua di Bonorva).
Dopo essere appartenuta all'arcidiocesi di Sassari (1503-1803), la rettoria o parrocchia di Semestene venne inserita nel vescovado di Alghero.
Sul tramonto del Settecento, dopo quattro secoli pressoché anonimi, la villa di Semestene si ridestò dal suo torpore, recuperando dignità e notorietà. Nel 1796 per l'esattezza, allorquando procedeva con le sue schiere lungo la cosiddetta Via de is Viazzantes (che, in quel periodo, portava da Cagliari a Sassari, attraverso un tracciato assai dissimile da quello dell'attuale strada Carlo Felice), l'Alternos Giovanni Maria Angioy venne accolto festosamente, nel pendio semestenese di Andròliga (ai confini di Pozzomaggiore e Cossoine), dal suo fervente amico e discepolo don Francesco Maria Muroni, nativo di Bonorva e rettore di Semestene. All'incontro fra i due patrioti isolani, oltre alla locale cavalleria di Bonorva, fronteggiata da un drappello di "dragoni leggeri" inviato da Sassari, parteciparono finanche molti maggiorenti di Bosa, Padria, Thiesi, Cheremule, Bessude, Mores, Osilo, così come di altri paesi del Logudoro (vasta porzione del Capo di sopra, il quale aveva per capoluogo la città di Sassari, in contrapposizione al Capo di sotto, egemonizzato dalla città rivale di Cagliari). Siffatto memorabile convegno fu peraltro immortalato, in tempi a noi più vicini, dal professor Michele Sanna, in un suggestivo dipinto ora esposto nelle pareti della sala consiliare di Semestene.
Lo stemma e il gonfalone del comune di Semestene sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica dell'11 maggio 2009.[3]
Il gonfalone è un drappo di giallo con la bordatura di azzurro.

Abitanti censiti[4]
Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente era di 3 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:
La variante del sardo parlata a Semestene è quella logudorese centrale o comune.
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Serinda G. Swan (West Vancouver, 11 luglio 1984) è un'attrice e modella canadese.
È nata a West Vancouver, nella Columbia Britannica, in Canada. Ha mosso i primi passi nella serie televisiva Smallville, interpretando la parte di Zatanna[1]. In seguito appare in Psych come cheerleader nell'episodio La rimpatriata e nell'episodio Il gioco della verità della sesta stagione di Supernatural, nel ruolo del dio della verità. Fa un'apparizione come Afrodite nel film Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini nel 2008 e nello stesso anno compare in un video dei Theory of a Deadman.
Swan inizia la sua carriera sul grande schermo nel 2005. Nel 2009 recita nella commedia romantica The Break-Up Artist. In seguito è un personaggio secondario nel film della Disney Tron: Legacy (2010). L'anno successivo inizia le riprese della serie televisiva I signori della fuga interpretando per due stagioni il personaggio di Erica Reed. Inoltre ha avuto il ruolo di donna leader nel film di fantascienza Jinn. Dal 2013 è una delle protagoniste della serie tv Graceland dove interpreta l'agente della DEA Paige Arkin. Nel 2014 ha interpretato Cassandra Smyth in The Tomorrow People, nel 2015 ha partecipato alla serie creata e prodotta da Dick Wolf Chicago Fire. Nel 2017 entra nel cast della serie del Marvel Cinematic Universe Inhumans nel ruolo di Medusa.[2] Nel 2023 ha interpretato Karla Dixon nella seconda stagione della serie televisiva Reacher.
Nelle versioni in italiano delle opere in cui ha recitato, Serinda Swan è stata doppiata da:
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Lexington Avenue/59th Street è una stazione della metropolitana di New York. È costituita da due diverse stazioni situate sulle linee BMT Broadway e IRT Lexington Avenue, che vennero collegate tra di loro nel 1948.[1]
Nel 2015 la stazione è stata utilizzata da 21 407 792 passeggeri, risultando la nona più trafficata della rete.[2]
La stazione sulla linea IRT Lexington Avenue fu aperta il 17 luglio 1918, come semplice fermata locale parte del prolungamento verso 125th Street.[3] Il 1º settembre 1919 entrò quindi in servizio la stazione sulla linea BMT Broadway, che funse da capolinea provvisorio prima dell'apertura del 60th Street Tunnel.[4] Le due stazioni vennero quindi collegate tra di loro a aprire dal 1º luglio 1948.[1]
In seguito, fu aggiunto un livello inferiore alla stazione posta sulla linea Lexington Avenue, che venne aperto il 15 novembre 1962.[5] La stazione sulla linea Broadway, fu invece sottoposta ad alcuni lavori negli anni 1970 e ad un'ampia ristrutturazione nel 2002, che la rese parzialmente accessibile.[6]
La stazione sulla linea IRT Lexington Avenue è una fermata sotterranea a due livelli, ognuno con due binari e due banchine laterali. Il livello superiore è quello originale del 1918, quello inferiore fu invece aggiunto successivamente per ridurre la congestione presso la successiva stazione espressa di Grand Central-42nd Street.[5]
La realizzazione di questo livello, situato sotto la stazione della BMT e utilizzato dai treni espressi, portò anche alla costruzione di un nuovo mezzanino intermedio per il collegamento con il livello superiore e con la stazione della BMT. Furono installate quattro scale mobili per collegare la nuova struttura con quella già esistente e le banchine del livello superiore vennero allungate per accogliere treni con 10 vetture. Il costo dell'intera operazione fu di 6.500.000 dollari.[7]
La stazione sulla linea BMT Broadway è invece una stazione sotterranea con due binari ed una banchina ad isola. Dispone di due mezzanini: quello sotto Lexington Avenue ha due scale per ognuna delle due banchine del livello superiore della stazione IRT, una scala mobile per il livello inferiore e tre scale per il mezzanino intermedio; quello sotto Third Avenue fu invece costruito negli anni 1960 e dispone di due scale mobili. Negli anni 1970, questa stazione è stata rinnovata con l'installazione di nuove piastrelle anni 70 e lampade fluorescenti. I rivestimenti originari sono stati poi ripristinati con la ristrutturazione del 2002, che portò anche all'installazione di un nuovo sistema sonoro per gli annunci, di nuove luci e di nuove indicazioni e che ha reso la stazione parzialmente accessibile.[6]
La stazione della BMT è posta sotto 60th Street, mentre la stazione dell'IRT sotto l'incrocio tra Lexington Avenue e 59th Street. In totale, il complesso ha uscite su Third Avenue, Lexington Avenue, 60th Street e 59th Street.[8]
La stazione è servita dai treni di sette services della metropolitana di New York:
La stazione è servita da diverse autolinee gestite da MTA Bus e NYCT Bus.[15] Per i possessori di MetroCard è possibile anche un interscambio, fuori dai tornelli, con la stazione della metropolitana di Lexington Avenue-63rd Street, servita dalla linea F.[8]
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La Ford EcoSport è un'autovettura di tipo SUV compatto di segmento B, prodotto dalla casa automobilistica statunitense Ford dal 2003 al 2022 in due serie, di cui la seconda è stata presentata nel 2012[1].
La prima generazione della EcoSport è stata progettata dalla "USA Ford Truck Center Vehicle" e costruito solo in Brasile.
È fortemente ispirata alla Fusion venduta nell'Europa al suo posto, ma con caratteristiche stilistiche e sportive diverse per evitare l'accostamento alla più popolare versione europea. È stata prodotta dal 2003 al 2012 e venduta nei soli mercati dell'America Latina.
Tra i suoi concorrenti vi sono anche la Fiat Palio Weekend Adventure e la Volkswagen CrossFox.
Tutti i modelli sono a trazione anteriore con cambio manuale di serie, mentre il modello da 2,0 Lt può anche essere equipaggiata con un cambio automatico a quattro rapporti e trazione integrale permanente. In quest'ultimo caso, un sistema a comando elettronico consente al conducente di attivare il differenziale posteriore direttamente dal cruscotto.
Da quando l'Ecosport è entrato in commercio, la vettura ha venduto bene, tanto da essere considerata tra i 10 veicoli più venduti in Brasile.
A un anno dal debutto brasiliano, cioè nel 2004, l'Ecosport sbarca anche nei mercati messicani dove verrà venduta sino al 2010.
Nel 2006 viene cancellato il motore di base a benzina, il 1.0 turbocompresso Zetec-Rocam da 95 CV.
Alla fine del 2007 è stato operato un restyling, che ha modificato la parte anteriore per allinearla ai moderni pick-up della Ford, così come già fatto sul modello brasiliano della Fiesta.
Modifiche minori arrivano al posteriore, dove cambiano i gruppi ottici, il portellone e in piccolissima parte, il paraurti.
Internamente arriva un nuovo cruscotto di maggior qualità.
Al debutto era disponibile con quattro motorizzazioni a 4 cilindri in linea:
Presentata in anteprima al salone di Nuova Delhi all'inizio dell'anno, è entrata in produzione in Brasile nella seconda metà del 2012.
Dall'inizio del 2013 viene prodotta anche negli stabilimenti cinesi e in seguito in quelli indiani.
È la prima EcoSport a essere importata in Europa, nell'America del Nord (dal 2017, negli Stati Uniti e nel Canada) nei paesi del Sud asiatico, anche e soprattutto in India e in Cina, entrambi paesi dove il SUV è prodotto.
In Europa in particolare, la nuova EcoSport è stata presentata in anteprima al Salone dell'automobile di Parigi nel 2012 e poi in via definitiva al Mobile World Congress 2013 di Barcellona. Il piccolo SUV, lanciato in Europa al cavallo tra il 2013 e il 2014 in seguito all'ondata dei piccoli SUV in diffusione sul mercato europeo (le varie Peugeot 2008, Renault Captur e Opel Mokka), viene importata dalla fabbrica Ford di Chennai, in India e (al debutto) adotta tre motorizzazioni, tutte a trazione anteriore: un 1.0 turbo a benzina Ecoboost da 125 CV, un 1.5 da 110 CV a benzina e un 1.5 TDCi da 90 CV a gasolio.
Nel 2015 la EcoSport europea, in seguito a vendite sottotono e critiche della stampa specializzata (prime tra tutto le plastiche di scarsa qualità degli interni e la presenza della ruota di scorta posteriore) viene aggiornata, con lievi modifiche che modificano gli esterni, con nuovi fari anteriori e posteriori e con un nuovo portellone senza ruota di scorta (che rimane, comunque, optional), gli interni, grazie ad alcuni comandi rivisti, nuove sellerie e plastiche di migliore qualità, il comfort (nuove sospensioni e maggior uso di pannelli fonoassorbenti) e la dinamica di guida, con nuove sospensioni e tarature di servosterzo e ESP. Rivista anche la gamma di motori, tutte Euro 6 e che comprende i motori 1.0 Ecoboost da 125 e l'inedita versione da 140 CV e anche 1.5 Ti-VCT da 110 CV a benzina, oltre al nuovo 1.5 TDCi da 95 CV o 100 CV a gasolio.[3]
Al Salone di Los Angeles del 2016, invece, la EcoSport viene pesantemente aggiornata e, per l'occasione, fa il suo debutto in Nord America. Il nuovo modello è riconoscibile per un frontale inedito, più aggressivo, che presenta nuovi fari, griglia e paraurti, nuovi cerchi e alcune rifiniture di diverso disegno al posteriore, ma anche per un deciso svecchiamento degli interni, che presentano adesso una nuova plancia, con una nuova strumentazione, un nuovo sistema multimediale SYNC 3 da 8 pollici a forma di "tablet" e un nuovo tunnel centrale. Inediti anche tessuti e finiture. Nel complesso, l'ambiente interno somiglia alla nuova Fiesta. I motori per il Nord America sono un 1.0 Ecoboost da 125 CV e un 2.0 abbinabile anche alla trazione integrale, entrambi disponibili con un cambio automatico a sei rapporti.[4] Questo modello, con alcune leggere modifiche, viene venduto dal mese di luglio dell'anno successivo anche in Brasile, dove adotta due motorizzazioni a benzina: un 1.5 e un 2.0, entrambi disponibili anche con un inedito cambio automatico a sei marce, di serie sul motore 2.0.
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Angelica Vanessa Garnett, nata Bell (25 dicembre 1918 – Aix-en-Provence, 4 maggio 2012), è stata una scrittrice e pittrice britannica.
Figlia illegittima dei pittori Duncan Grant (1885-1978) e Vanessa Bell (1879-1961), sorella di Virginia Woolf, ha fatto parte del Bloomsbury Group. Vanta, per parte materna, eccellenti parentele con l'élite intellettuale britannica del diciannovesimo secolo: dal nonno Sir Leslie Stephen, alla prima fotografa dell'età vittoriana, Julia Margaret Cameron (che era una zia materna di Julia Prinsep Jackson, la madre di Virginia e Vanessa), allo scrittore William Makepeace Thackeray (che fu padre di Harriet Marian "Minnie" Thackeray, prima moglie del nonno Leslie Stephen), dai Darwin ai duchi di Bedford ai Somerset.
Angelica nasce dalla relazione intrecciata da Vanessa, già sposata con il critico d'arte Clive Bell con Duncan Grant, pittore discendente dall'aristocrazia scozzese e imparentato con gli Strachey, che dallo scoppio della prima guerra mondiale condivideva con Vanessa lo studio a Bloomsbury, Londra, e la casa di campagna di Charleston, vicino a Firle, nel Sussex, frequentata da personalità del Bloomsbury Group come Maynard Keynes, Roger Fry e Lytton Strachey, ma anche Lady Ottoline Morrell e Vita Sackville-West. La zia, Virginia Woolf, viveva a Rodmell, a pochi chilometri di distanza.
La paternità di Duncan Grant fu tenuta segreta per molti anni dato che Clive riconobbe Angelica come sua figlia, soprattutto per non irritare la propria famiglia conservatrice. La vera paternità fu rivelata ad Angelica dalla madre dopo la morte nella guerra civile spagnola del fratellastro Julian Bell, nel 1937. Oltre a Julian, Angelica ha avuto un secondo fratellastro, Quentin Bell (1910-1996) biografo e storico dell'arte.
Sul finire degli anni trenta, Angelica si interessa alla recitazione, sotto la guida di Michel Saint-Denis e Jacques Copeau, allo studio del violino e alla pittura. Nel 1935 interpreta l'attrice Ellen Terry nella rappresentazione della commedia Freshwater di Virginia Woolf.
Negli stessi anni frequenta il celebre scrittore inglese David Garnett, di ventisei anni maggiore di lei, e già amante del padre biologico Duncan Grant, sposandolo un anno dopo la morte di Virginia Woolf, nel 1942, e successivamente separandosi. Dal matrimonio sono nate quattro figlie: Amaryllis Virginia Garnett (1943-1973), attrice, la scrittrice Henrietta Garnett (1945-2019); le gemelle Nerissa Garnett (1946-2004) e Frances Garnett (1946).
Angelica Garnett visse gli ultimi 30 anni della sua vita a Forcalquier nel Sud della Francia. Muore a Aix-en-Provence il 4 maggio 2012.
Dopo avere abbandonato la recitazione, si è dedicata principalmente alla pittura e all'illustrazione, realizzando più copertine per i volumi della Hogarth Press di Leonard Woolf e per Chatto & Windus. Sue opere sono state battute all'asta da Christie's e Sotheby's. A partire dagli anni ottanta, con il trasferimento nel Sud della Francia, Angelica Garnett si è dedicata alla scrittura, pubblicando nel 1985 l'autobiografia Deceived with Kindness (Ingannata con Dolcezza). [1] Il libro ha vinto il Premio PEN/Ackerley nel 1985.[2] Nel 2011, per Chatto & Windus, è uscita la raccolta di racconti The Unspoken Truth.
Con il termine ispirazione si intende un particolare stato della mente, dei sentimenti e della volontà, suscitato da forti motivazioni o impulsi, che consentono a un individuo di affinare le proprie capacità intuitive, o lo spingono a dar vita a forme intense di creatività ed espressività.[1]
In molte culture, come attesta anche la stessa etimologia del termine (attinente al respiro, cioè al soffio vitale), si ritiene che l'ispirazione consista nell'intevento di uno spirito divino o soprannaturale, che rende possibile ad una persona la rivelazione di particolari verità, o l'accesso a dimensioni non percepibili dagli altri. Generalmente l'ispirazione presuppone nel soggetto che la sperimenta particolari predisposizioni che possono variare nelle differenti culture.[2]
Per quanto riguarda le composizioni artistiche, l'ispirazione si riferisce ad una irrazionale ed incomprensibile esplosione di creatività. Letteralmente il termine significa "respirare su" ed ha le sue origini in Grecia. Nelle prime discussioni sull'ispirazione (nelle opere di Omero e di Esiodo) è fondamentale l'importanza riconosciuta al respiro di Dio. L'oracolo di Delfi, per esempio, così come altre sibille, riceveva dei vapori considerati divini da una caverna sacra ad Apollo prima di pronunciare la profezia.
Secondo il pensiero greco, che univa arte e religione, un poeta era ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato al di fuori della sua mente, a contatto con le idee iperuranie di Dio.
Le divinità che concedevano l'ispirazione erano le Muse, guidate da Apollo.
Per i poeti italiani del Dolce stil novo le Muse ispiratrici erano invece le proprie dame, donne trasfigurate in creature angeliche, simbolo di un ideale irraggiungibile.
Il concetto di "ispirazione" come fenomeno mistico fu ripreso in Inghilterra, nel XVIII secolo, dalla nascente psicologia. Il filosofo John Locke, invece, descrisse l'ispirazione come un'eco mentale di idee che si richiamavano a vicenda.
Secondo i romantici l'ispirazione era causata dal genio, una specie di "dio interno" al poeta che fungeva appunto da fonte di ispirazione.
Gli scrittori romantici, come Edgar Allan Poe, Ralph Waldo Emerson e Percy Bysshe Shelley descrivevano l'ispirazione in termini molto simili a quelli dei Greci, ovvero come qualcosa di misterioso ed irrazionale. Era il genio che parlava dentro di loro che si limitavano a riportare per scritto quanto sentito. Tuttavia Emerson, nel suo saggio sull'"Ispirazione" parlava anche di modalità pratiche attraverso cui l'ispirazione sarebbe stata resa possibile o facilitata, come la vita in solitudine, la conversazione, ecc. In alcuni casi Samuel Taylor Coleridge parlava addirittura di scrittura automatica (sperimentata anche, molti anni più tardi, da William Butler Yeats).
Sigmund Freud e gli psicologi successivi consideravano l'ispirazione localizzata all'interno della psiche dell'artista, grazie alla quale potevano riemergere conflitti psicologici non risolti o traumi infantili. L'ispirazione secondo Freud proveniva direttamente dal subconscio. Proprio per questo i surrealisti annotavano i momenti di ispirazione in diari o tramite la scrittura automatica, in quanto desiderosi di raggiungere la vera sorgente dell'arte.
Secondo Carl Gustav Jung l'artista è l'unico che dentro di sé porta ancora le tracce di una memoria razziale non acquisita con l'esperienza ma derivante dal patrimonio genetico, ed è colui che sente con maggiore forza, e quindi è in grado di esprimerlo, il conflitto tra l'"anima" primitiva e l'ego civilizzato. Per questo l'ispirazione si configura di nuovo come una sorta di "genio" che riesce a portare alla luce quanto è nascosto. Gli artisti che hanno seguito il pensiero di Jung hanno dato enfasi soprattutto al primitivismo e allo studio dell'arte e dei miti preistorici.
Secondo i filosofi materialisti l'ispirazione rappresenta il conflitto tra la base economica e le posizioni sovrastrutturali economiche, oppure un dialogo inconsapevole tra ideologie in competizione, o anche lo sfruttamento di una "fessura" nell'ideologia della classe dominante. Comunque, in ognuno di questi casi, l'ispirazione è propria di quegli artisti particolarmente predisposti a percepire i segnali di una crisi esterna.
Nella moderna psicologia l'ispirazione non è studiata frequentemente, ma è generalmente vista come un processo interamente interiore.
Nelle religioni monoteiste (ebraismo, Cristianesimo, islam) l'ispirazione è considerata alla base dei libri sacri, ritenuti rivelati da Dio. Nel cristianesimo l'ispirazione è considerata come una forma di cooperazione tra agiografo e Dio, mentre nell'islam si insiste sul concetto di ispirazione verbale, ovvero dettatura di Dio al suo profeta.
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Gli Insane Clown Posse sono un duo hip hop statunitense formatosi nel 1987 a Detroit, Michigan.
Composto da Violent J (Joseph Bruce) e Shaggy 2 Dope (Joseph Utsler), in origine erano parte del gruppo "Inner City Posse", sciolto nel 1992. I due si presentano quasi sempre travestiti da "clown serial killer" col volto truccato in bianco e nero e con volti sorridenti.
Il duo ha conquistato due dischi di platino e tre d'oro senza ricorrere ad alcuna forma massmediale, quali radio o emittenti televisivi. Per quanto concerne il Nielsen SoundScan, l'intero catalogo del gruppo (fino all'aprile 2007) ha venduto 6.5 milioni di copie negli Stati Uniti e nel Canada.
La musica degli ICP si basa sul credere in "Dark Carnival", una sorta di divinità apocalittica; le loro canzoni si fondano invece sul combinare tra loro eterogenee forme di musica per creare un messaggio coordinato e di senso compiuto, che viene riflesso dall'insieme della discografia e nel concetto medesimo di "Dark Carnival". I generi mischiati sono tra i più disparati e gli stili presi in appello dal loro "mixaggio creativo" discografico passano da chiare referenze dell'horror punk (Misfits), dello straightedge (Minor Threat), così come dal Gangsta rap dei N.W.A., ai messaggi politicamente controversi dei Public Enemy e all'energia frizzante dei Run DMC, presentando punte di spicco con liriche elaborate con pretesti psicologici del goth americano, uniti con "twist" psichedelici del successivo psychobilly.
I due hanno anche lottato nelle due principali federazioni di wrestling statunitensi degli anni novanta, ossia WWF e WCW. Dopo questi stint hanno fondato la loro federazione, la Juggalo Championship Wrestling, ancora attiva.
Joseph Bruce (Violent J) e Joseph Utsler (Shaggy 2 Dope) si conobbero a Oak Park, Michigan. Entrambi ascoltavano molti rappers del momento come Ice Cube, 2Pac e Run DMC. Nel 1989 pubblicarono un singolo dal nome Party at the Top of the Hill sotto il nome di JJ Boys. La povertà e la vita di strada costringono Bruce a trasferirsi in una città al sud di Detroit, River Rouge. Successivamente, sempre con Shaggy 2 Dope, iniziò a eseguire musica Rap in un locale notturno adottando il nome "Inner City Posse" e pubblicando vari EP.
Nel 1992 cambiano il nome in "Insane Clown Posse", iniziando ad adottare tematiche Horrorcore e pubblicano il loro album di debutto, Carnival of Carnage. Negli anni a venire il gruppo pubblica altri diversi album come Ringmaster, Riddle Box, The Great Milenko e The Amazing Jeckel Brothers.
Nel 1997 iniziano una faida con Eminem: quest'ultimo, proprio in quegli anni, stava iniziando ad avere successo internazionalmente e prese ad insultarli in concerti, interviste e canzoni; il gruppo rispose pubblicando la canzone Slim Anus, presa in giro all'alterego di Eminem Slim Shady. Nel giugno del 2000 Eminem minaccia con una pistola Douglas Dail, un affiliato del gruppo, e nello stesso anno gli ICP rilasciano due album: Bizzar & Bizaar. Successivamente il gruppo pubblicherà vari album come The Wraith: Shangri-La, descritto come l'album più cupo della band, Hell's Pit, The Tempest, Bang! Pow! Boom!, The Mighty Death Pop!, Smothered, Covered & Chunked e Mike E. Clark's Extra Pop Emporium. Nel 2005, grazie ai D12 e alla Psychopathic Family, termina la faida tra Eminem e il gruppo.
Lo stile che interpretano gli Insane Clow Posse è l'Horrorcore. I temi principali del gruppo sono il cannibalismo, l'omicidio e la necrofilia, ma nell'album di debutto, Carnival of Carnage, affrontano anche temi come il razzismo. Il gruppo ha ammesso di essere stati influenzati musicalmente da artisti come Ice Cube, Michael Jackson e Esham.
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Le foreste paludose della Nuova Guinea meridionale costituiscono un'ecoregione terrestre dell'ecozona australasiana, appartenente al bioma delle foreste pluviali di latifoglie tropicali e subtropicali (codice ecoregione: AA0121).[1] Si estendono per circa 99.900 km² lungo i versanti occidentale e meridionale dell'isola della Nuova Guinea.
Lo stato di conservazione è considerato relativamente stabile o intatto.
L'ecoregione è costituita da due aree distinte di foreste paludose d'acqua dolce. La prima si sviluppa lungo i sistemi fluviali a bassa pendenza della costa centro-meridionale dell'isola, estendendosi sia nella parte indonesiana sia in quella della Papua Nuova Guinea. La seconda, di dimensioni più contenute, comprende le foreste che costeggiano i bacini fluviali affacciati sulla costa meridionale della penisola di Vogelkop, nel nord-ovest dell'isola.[1]
Nella penisola di Vogelkop, i fiumi principali sono il Kamundan e il Wiriagar (o Aimau), che sfociano nel golfo di Berau, e il Seremuk, il Klabra e il Kaibus, che sboccano nel Mar di Ceram.[2] Le foreste pluviali di pianura al di sotto dei 1000 metri in questa penisola appartengono a un'ecoregione distinta, denominata Foreste pluviali di pianura del Vogelkop e delle isole Aru (codice WWF: AA0128).[1]
La regione centro-meridionale può essere suddivisa in due subregioni: quella dei bacini inferiori dei fiumi che sfociano nel Mar degli Alfuri, lungo la costa occidentale, e quella dei bacini medi e inferiori dei fiumi che sboccano nel Golfo di Papua, sulla costa meridionale. tra i principali corsi d'acqua della costa occidentale si segnalano il Mimika, il Lorentz (Undir), l'Urumbuwe (Asewet), il Pulau con i suoi affuenti Baliem e Kampung, e il Digul. Sulla costa meridionale i fiumi principali sono il Turama, il Kikori, il Purari, il Bamu e il Fly, con i suoi affluenti maggiori, lo Strickland e l'Elevala.[2] Le foreste pluviali di pianura della Nuova Guinea meridionale, situate a sud della Cordigliera Centrale, costituiscono un'ecoregione separata (AA0122).[1]
Appartengono all'ecoregione anche l'isola di Yos Sudarso (o Kolepom), situata nel Mar degli Alfuri, di fronte alla costa della reggenza di Merauke, e il Lago Murray, nel territorio della Papua Nuova Guinea.[2]
Nonostante le precipitazioni siano inferiori rispetto ad altre aree dell'isola, il rilievo pianeggiante e l'intenso drenaggio fluviale proveniente dalla Cordigliera Centrale causano inondazioni stagionali, soprattutto durante la stagione delle piogge. Il bacino del fiume Fly costituisce il sistema di zone umide più vasto della Papua Nuova Guinea.[1]
Il clima dell'ecoregione è tropicale umido, tipico della Melanesia situata nel Pacifico occidentale, a nord dell'Australia.[1]
Dal punto di vista geologico, sebbene la Nuova Guinea sia una regione tettonicamente attiva, la piattaforma della Papua Occidentale mostra segni di relativa stabilità. L'ecoregione poggia su depositi alluvionali, sia attivi che relitti, distribuiti su pianure e conoidi.[1]
Le paludi d'acqua dolce delle pianure meridionali presentano una notevole varietà di habitat, che spaziano dalla vegetazione acquatica e erbacea alle paludi erbose, savane e boschi, fino alle vere e proprie foreste paludose. Il paesaggio è caratterizzato da un mosaico di comunità vegetali, tra cui paludi erbose di Leersia, Saccharum-Phragmites e Pseudoraphis, savane paludose (miste o dominate da Melaleuca), boschi di sago e di Pandanus, foreste paludose mista e dominanze monoflore come quelle a Campnosperma, Terminalia o Melaleuca. Circa il 32% dell'ecoregione è occupato da foreste paludose d'acqua dolce, il 28% da praterie e il 13% da foreste di torbiere; il resto è costituito da foreste umide, secche o da aree disboscate.[1]
La volta delle foreste paludose varia da bassa a media, generalmente con chiome uniformi tra i 20 e i 30 metri di altezza. Nella sottochioma sono comuni la palma da sago (Metroxylon sagu) e diverse specie di Pandanus. Tra le principali specie arboree figurano Campnosperma brevipetiolatum, Campnosperma auriculatum, Terminalia canaliculata, Nauclea coadunata, specie di Syzygium, e Myristica hollrungii nelle aree deltizie. In alcune aree si osservano formazioni quasi monospecifiche di Campnosperma o Melaleuca, mentre in altre la diversità arborea è notevole.[1]
Le erbe predominanti appartengono ai generi Leersia, Saccharum e Phragmites. Le palme da sago formano boschi estesi nelle aree ricche d'acqua dolce, mentre Pandanus è più frequente in ambienti salmastri. Le paludi stagionalmente inondate dei fiumi Middle Fly e Strickland sono dominate da boschi di Melaleuca, in particolare Melaleuca cajuputi, una specie altamente resistente al fuoco. In queste foreste aperte sono comuni anche Nauclea, Syzygium, Carallia, Terminalia, Alstonia, Barringtonia, Diospyros, Pandanus e Myristica.[1]
Una porzione significativa lungo il corso del fiume Fly rientra nel centro di diversità vegetale (CDP) denominato Southern Fly Platform.[3]
L'ecoregione presenta una ricchezza e un endemismo da moderati a bassi rispetto ad altre aree dell'Indo-Malesia. La diversità di rettili e anfibi è ritenuta elevata, sebbene ancora poco documentata.[1]
Sono presenti circa cinquanta specie, tra cui sei endemiche o quasi endemiche. Tra queste, il ratto del fiume Fly (Leptomys signatus), endemico e classificato come in pericolo critico, il pademelon scuro (Thylogale brunii) e il pipistrello dalle orecchie a tromba (Kerivoula muscina), entrambi vulnerabili. Altre specie quasi endemiche sono il canguro arboricolo di pianura (Dendrolagus spadix), il dorcopside grigio (Dorcopsis luctuosa) e l'echimipera di Menzies (Echymipera echinista).[1]
Con 339 specie registrate, di cui undici endemiche o quasi endemiche, l'avifauna dell'ecoregione presenta caratteristiche tipicamente australasiane, con rappresentanti delle famiglie Paradisaeidae, Ptilonorhynchidae, Petroicidae e Meliphagidae. L'area interseca due Endemic Bird Area (EBA): le Pianure della Papua meridionale[4] e la Trans Fly EBA.[5] Tutte le sei specie a raggio limitato della prima sono presenti nell'ecoregione, così come Poodytes albolimbatus (forapaglie codone di D'Albertis), classificato come vulnerabile, e probabilmente anche due specie di Lonchura della seconda.[1]
Tra le specie quasi endemiche si segnalano la talegalla beccorosso (Talegalla cuvieri), il colombo frugivoro di Wallace (Ptilinopus wallacii), la gura azzurra (Goura cristata), il lori nero (Chalcopsitta atra), il martin pescatore minore del Paradiso (Tanysiptera hydrocharis), il pitohui pettobianco (Pseudorectes incertus), il cappuccino testagrigia (Lonchura nevermanni), il cappuccino nero (Lonchura stygia), il beccafiori papua pettirosso (Dicaeum pectorale) e la paradisea maggiore (Paradisaea apoda).
L'ecoregione si presenta in larga parte in condizioni ancora buon, con una bassa densità di popolazione umana e un uso prevalentemente di sussistenza.
Tuttavia, esistono minacce locali. La miniera di rame e oro OK Tedi, situata in PNG vicino alle sorgenti dell'omonimo fiume, ha causato danni significativi agli ecosistemi fluviali, riducendo le catture ittiche nei fiumi Ok Tedi e Fly. Anche il sistema Laiagap-Strickland risulta contaminato, con livelli elevati di mercurio nei pesci. Sul versante indonesiano, vaste aree forestali paludose sono soggette a progetti di conversione agricola, in particolare per la coltivazione del riso, e alla possibile migrazione di popolazioni provenienti da Giava e Madura, con il rischio di un raddoppio demografico.[1]
L'area protetta principale dell'ecoregione è il Parco nazionale di Lorentz, situato nella provincia indonesiana di Papua, nella Nuova Guinea occidentale.[6][7]
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Il flair bartending, o comunemente detto flair, è l'insieme delle tecniche acrobatiche nella preparazione di cocktail inventate ed in uso dalla figura del barman.
Si fondono in esso tecnica psicologica dimostrativa e di vendita (atta ad accogliere ed intrattenere la clientela) e rapidità nell'esecuzione delle figure (l'organizzazione e tecnica di svolgimento lavorativa). Il bartender diventa perciò una figura che funge da agente catalitico mettendo a proprio agio la clientela e creando coinvolgimento e partecipazione della stessa allo spettacolo.
Il bartender, tenendo in mano due o più bottiglie in una sola mano, attua il “Flair” (che in inglese significa: fiuto, attitudine, inventiva). Eseguire il flair è semplicemente efficienza, che si esprime appunto nel movimento del corpo ed associato ad un pizzico di ispirazione personale. È quel tipo di prova in cui, ad esempio, si preparano i cocktail utilizzando i versaggi multipli o contemporanei di liquori, stravolgendo prese e lanci dei contenitori o bottiglie con movimenti a volte aggraziati o talvolta bizzarri, lanciando o afferrando gli stessi davanti o dietro la schiena, secondo una regia pianificata prima o improvvisata al momento, secondo l'esigenza.
Una forma di flair esiste almeno da 150 anni. Infatti si ha notizia che il primo a praticare questo lavoro sia stato il celebre “professore” statunitense Jerry Thomas quando a metà del 1800 realizzò il suo famoso “Blue Blazer”, versando scotch infiammato e acqua da un tazzone all'altro in una lunga scia infuocata. Nulla comunque da attribuire alle routine moderne che si sono evolute dagli anni 70 ad oggi.
Per cercare invece le origini del flair più moderno, dobbiamo tornare indietro di qualche anno dai giorni nostri più precisamente agli inizi degli anni '80 dove alcuni ragazzi californiani lavorando in un bar ed avendo sempre molta gente all'interno del locale, si inventarono alcuni movimenti appositamente studiati per velocizzare il lavoro. La tecnica risultava sorprendente ed efficace e perciò viene subito adottata da altri colleghi. È così che la tecnica viene subito adottata da altri colleghi e presto diventerà una catena popolare di servizi di questo genere in tutta l'America. La catena venne chiamata TGI Fridays.
Passano alcuni anni ed è nel 1997 che ad Orlando in Florida, viene fondata un'accademia la Flair Bartenders' Association (FBA, con l'intento di tutelare e far crescere questa professione ed infine promuovere le prime gare e concorsi in giro per il mondo.
Il 2008 è stato l'anno di fondazione della World Flair Association (WFA), associazione mondiale con sede a Londra, fondata per standardizzare lo stile del Flair Bartending.
Il flair bartending a sua volta si divide in due varianti: Working flair ed Exhibition flair. Il Working Flair è caratterizzato da movimenti sia rapidi che morbidi, tutti eseguiti senza creare ritardi sui tempi di servizio al cliente. Praticato per lo più con un bicchiere, una bottiglia, un cono Boston, una guarnizione, occasionalmente con due bottiglie, è finalizzato alla composizione dei drink con frutta o altre decorazioni. L'Exhibition Flair è usato principalmente a scopo di intrattenimento o nelle competizioni , certe volte può durare anche diversi minuti. Spesso è usato nei locali quale segno distintivo, di campagne pubblicitarie, nella promozione di liquori, in occasione di momenti dimostrativi all'interno di fiere o dimostrazioni. Rispetto al working flair richiedere l'uso di materiale scenico, materiali singolari ed una preparazione più lunga e dettagliata.
Nella cultura di massa il flair divenne subito popolare da quando nel film Cocktail, diretto da Roger Donaldson, un giovane studente di economia, interpretato da Tom Cruise intraprende la carriera di bartender, a lui sconosciuta. All'inizio della carriera è molto insicuro ed impacciato, ma alla fine grazie al flair diventa una grandissima star.
In Italia si inizia a parlare di flair bartending nel 1992 quando iniziano ad arrivare le prime attrezzature per i bar dagli Stati Uniti, oggi con Gianluca Pomati Stefano Talice, titolari della ex "Varpo" e oggi "Ph-Net" i quali durante un incontro ad una fiera incontrano un talentuoso bartender portoghese, Paulo Ramos che dopo alcuni mesi di trattative lo fanno arrivare in Italia e dopo solo 2 mesi gli fanno aprire la prima scuola italiana di flair. Ecco che è così che il nostro paese conosce un periodo di grande popolarità ed iniziano ad emergere i primi talenti nostrani: Lorenzo Bianchi e Marco Sumerano e tanti altri ed iniziano ad arrivare dal circuito internazionale bartender dai paesi dell'Est, dall'Asia e dal Sud America, portando con sé stili diversi e nuove tecniche sempre più spettacolari.
Dopo questi primi anni brillanti però con il passare degli anni il flair è divenuta anche per certi versi la tecnica di lavoro più controversa, più discussa e più incompresa e per questo motivo anche criticata, molto spesso con poca cognizione di causa.
Altri progetti
PlayStation Network:
27 giugno 2012
27 giugno 2012
PlayStation 4:
9 ottobre 2015
7 ottobre 2015
Uncharted 2: Il covo dei ladri (Uncharted 2: Among Thieves) è un videogioco d'avventura dinamica del 2009, sviluppato da Naughty Dog e pubblicato da Sony Interactive Entertainment in esclusiva per PlayStation 3.[1] Si tratta del secondo capitolo principale della celebre saga di videogiochi Uncharted.
Il gioco è stato annunciato ufficialmente nel dicembre del 2008 da Game Informer ed è stato pubblicato il 13 ottobre 2009 in Nord America e tre giorni dopo in Europa.[2][3]
Il covo dei ladri prende avvio due anni dopo gli eventi di Drake's Fortune. In maniera simile alla storia precedente, la nuova avventura di Nathan Drake ruota attorno ad un mistero storico irrisolto su Marco Polo ed il suo famoso viaggio di ritorno dalla Cina nel 1292. Dopo essere stato per quasi 20 anni alla corte dell'imperatore Kublai Khan, Marco Polo partì con 14 navi ed oltre 600 persone tra passeggeri ed equipaggio, ma quando arrivò a destinazione un anno e mezzo dopo, rimasero soltanto una nave e 18 passeggeri. Anche se Marco Polo descrisse praticamente ogni cosa del suo viaggio dettagliatamente, non rivelò mai cosa accadde alla sua flotta perduta.
Il videogioco è stato acclamato dalla critica e dai giocatori diventando un punto di riferimento del genere avventura, nonché dell’intero panorama videoludico.[4] Inoltre, ha ottenuto svariati premi, risultando il gioco più premiato del 2009.[5] È stato anche un grande successo commerciale, con oltre 6 milioni di copie vendute nel mondo,[6] ed è oggi generalmente considerato un capolavoro della storia videoludica,[7][8] nonché uno dei migliori videogiochi mai realizzati.[9][10][11]
Due anni dopo la scoperta di El Dorado, Nathan Drake rincontra un suo vecchio amico, Harry Flynn e la sua ragazza (e vecchia fiamma di Nate) Chloe Frazer. Gli raccontano che il cliente di Flynn, Zoran Lazarevic, vuole che recuperi una lampada ad olio da un museo. Nate all'inizio rifiuta, ma accetta quando scopre che potrebbe celare la risposta al destino delle navi perdute di Marco Polo. Inoltre Nate e Chloe pianificano di scappare insieme dopo aver rinvenuto il tesoro all'insaputa di Flynn.
Ad Istanbul, Nate e Flynn irrompono nel museo e trovano la lampada. Al suo interno, trovano una pergamena completamente nera e della resina. Nate brucia la resina, la cui luce rivela sulla pergamena una mappa e l'esistenza di lettere apocrife di Polo. Scopre che la flotta venne colpita da uno tsunami al largo della costa occidentale del Borneo e che trasportava la pietra Cintamani da Shambhala. Nel momento in cui si preparano ad andarsene, Flynn tradisce Nate facendo scattare l'allarme e lasciandolo in balia delle guardie di sicurezza del museo. Nate tenta di scappare ma viene catturato dalla polizia turca.
Dopo tre mesi di galera, Nate riceve la visita del suo vecchio amico Victor "Sully" Sullivan, dicendogli di aver pagato la cauzione. Insieme a Sully c'è anche Chloe, che decide di unirsi con Nate alla ricerca della flotta di Polo e della pietra visto che Lazarevic ha trovato la flotta perduta.
In Borneo, Nate, Chloe e Sully trovano l'accampamento di Lazarevic. Nate scopre, attraverso le lettere di Marco Polo trovate da Lazarevic, che gli uomini sfuggirono allo tsunami sulla montagna vicina. Il trio raggiunge l'ultimo rifugio dell'equipaggio di Polo in un antico tempio e lì scoprono che tutti sono ridotti a scheletri con i denti neri. Nate accende della resina e segue delle vecchie tracce di sangue fino ad una scatola contenente un Phurba ed un'altra pergamena di Polo che svela un ulteriore indizio riguardo ad un tempio nella città di Kathmandu in Nepal. Sopraggiungono gli uomini di Flynn: Chloe decide di restare sotto copertura e fare finta di aver scovato i suoi amici. Flynn prende la mappa ed ordina a due soldati di condurre Nate e Sully da Lazarevic. Lontana dagli occhi di Flynn, Chloe uccide le due guardie e dà a Nate il Phurba dicendogli di incontrarsi in Nepal. Sully e Nate riescono a scappare e, una volta al sicuro, Sully informa Nate che non lo accompagnerà in Nepal, sentendosi "troppo vecchio per queste cose".
In Nepal, Nate trova la città divisa da una guerra civile e dalle truppe di Lazarevic, anche loro alla ricerca del tempio. Nate ritrova Chloe e i due si mettono alla ricerca del tempio, che ha dei simboli uguali a quelli sul Phurba. Mentre girano in una delle vie della città, incontrano la giornalista Elena Fisher ed il suo cameraman Jeff che stanno cercando Lazarevic nella speranza di avere una buona storia. Nate propone ad Elena e Jeff di venire con loro nonostante Chloe non sia concorde. Si inoltrano nel tempio e scoprono che la pietra e Shambhala sono nelle montagne dell'Himalaya. Nel frattempo, Jeff viene colpito da uno degli uomini di Lazarevic e Nate, Elena e Chloe cercano di portarlo al sicuro. Il gruppo però viene trovato da Flynn e Lazarevic: quest'ultimo uccide Jeff, prende il Phurba e costringe Chloe a seguirli sul loro treno. Flynn viene lasciato indietro ad uccidere Nate ed Elena, che però riescono a scappare.
Nate decide di andare al deposito treni per salvare Chloe ed Elena decide di aiutarlo. Grazie ad una jeep rubata dalla ragazza, Elena aiuta Nate a raggiungere il treno riuscendo a saltare appena in tempo sull'ultima carrozza. Nate quindi si dirige verso il primo vagone: ritrova Chloe che gli intima di andarsene ma viene colpito allo stomaco da Flynn. Nate è costretto a sparare a dei contenitori di gas propano uccidendo gli uomini di Flynn, ma mandando se stesso e metà del treno fuori dai binari in bilico su un burrone. Ferito e malconcio, riesce a mettersi in salvo recuperando anche il pugnale Phurba, ma successivamente Nate sviene per lo sfinimento.
Si sveglia in un villaggio tibetano dopo essere stato salvato da uno degli uomini del villaggio di nome Tenzin. L'uomo lo porta da Elena (che aveva seguito le tracce dell'incidente) e al capo del villaggio, un vecchio tedesco di nome Karl Schafer. Schafer dice a Nate che il Phurba è la chiave per Shambala, e che se Lazarevic riuscirà a prendere la pietra nessuno potrà fermarlo. Quindi manda Nate e Tenzin a cercare i resti della sua spedizione in cerca di Shambala, condotta dallo stesso Schafer settant'anni prima. Nelle caverne di ghiaccio, Nate e Tenzin scoprono che gli uomini di Schafer erano SS che facevano parte dell'Ahnenerbe e che furono uccisi da Schafer per proteggere il mondo dal potere della pietra. Mentre sono ancora nelle caverne, il duo viene attacco da strani e spaventosi mostri simili a Yeti, dotati di forza e agilità sovrumane. Alla loro fuga, scoprono che Lazarevic ha attaccato il villaggio di Tenzin e rapito Schafer. Nate e Tenzin sconfiggono gli uomini di Lazarevic e salvano il villaggio dalla distruzione totale. Nate ed Elena quindi vanno alla ricerca di Schafer.
Dopo aver distrutto metà del convoglio di Lazarevic, il camion di Nate ed Elena viene mandato giù da un precipizio; riescono tuttavia a salvarsi e a raggiungere un antico monastero buddhista che nasconde l'entrata segreta per Shambhala. La coppia combatte attraverso i molti edifici del monastero in cerca di Schafer; quando lo trovano è in punto di morte a causa delle percosse che Lazarevic gli ha inflitto per le informazioni. Prima di morire, Schafer dice a Nate che deve distruggere la pietra Cintamani, e di credergli.
Nate ed Elena vanno alla ricerca del Phurba mentre gli uomini di Lazarevic vengono continuamente attaccati e uccisi dagli stessi mostri che hanno attaccato Nate e Tenzin nelle caverne di ghiaccio. Trovano il pugnale da Chloe che glielo dà solo con la promessa di uccidere Lazarevic. Nate ed Elena trovano il passaggio segreto per Shambala, ma arriva Lazarevic che minaccia Nate di uccidere sia Elena che Chloe se non apre le porte ma, prima che Nate possa farlo, arrivano i mostri che cercano di ucciderli, ma Lazarevic li uccide a sua volta e scopre che i "mostri" in realtà sono uomini mutati dalla pelle viola e i denti neri che indossano costumi mostruosi, ovvero i Guardiani di Shambala. Arrivati in città, vengono attaccati di nuovo dai Guardiani, armati di balestre e non più travestiti, che iniziano uno scontro con i soldati. Questo permette a Nate, Elena e Chloe di scappare. Il trio raggiunge il tempio nel centro della città contenente la pietra, ma una volta lì scoprono che Polo si sbagliava, che la pietra non era uno zaffiro gigante, ma un grande frammento di ambra color azzurro, creata con la resina dell'Albero della vita.
Scoprono così che Lazarevic si sta recando proprio all'Albero. Ma prima di raggiungerlo, compare Flynn ferito, con una granata con la spoletta mancante. Flynn fa cadere la bomba, uccidendo se stesso e ferendo gravemente Elena. Chloe e Nate la aiutano a raggiungere l'entrata; una volta lì, mentre Chloe porta Elena il più lontano possibile, Nate si dirige da solo a fermare Lazarevic. Nate lo trova alla base dell'Albero della vita a bere la resina, capace di curare le ferite e conferire resistenza e forza sovrumane: Nate lo affronta in combattimento e lo sconfigge. Decide però di non ucciderlo e, allontanandosi dallo scontro, lascia Lazarevic ai Guardiani, che iniziano a picchiarlo fino alla morte.
Nate, Chloe ed Elena scappano dalla città di Shambhala che si sta sgretolando a causa della distruzione dell'Albero dovuta al combattimento con Lazarevic. Tornati al villaggio tibetano, Chloe chiede a Nate se amasse davvero Elena. Rendendosi conto di amarla, Chloe gli dice che dovrebbe dirglielo; i due si dicono addio quando compare Sully che sorregge Elena guarita. La ragazza gli chiede dove andranno ora e Nate, insicuro dei suoi piani futuri, la bacia; quindi insieme guardano il sole tramontare dietro le montagne.
Uncharted 2, rispetto al primo capitolo, ha delle nuove meccaniche di gameplay con delle azioni stealth e le fasi di scalate più libere.[12] In questo nuovo episodio, Nathan è in grado di agire silenziosamente, senza farsi vedere, grazie alla nuova IA dei nemici. Nel gioco non ci sono scene di caricamento.
Non è presente una modalita co-op offline per due giocatori all'interno dell'avventura principale, poiché Nathan Drake vivrà l'avventura da solo senza essere accompagnato da un partner. È presente invece la co-op online per un totale di dieci giocatori al massimo.
Le modalità multigiocatore sono:
Oltre queste vi sono le modalità Co-op, fino a 3 giocatori:
Il primo video è stato mostrato da Game Informer a dicembre 2008, dove viene mostrato Nathan Drake stanco e ferito che cammina nel mezzo di una tempesta di neve per raggiungere un Phurba sepolto per metà nella neve.[13] Il direttore artistico, Richard Diamant, ha confermato che il video mostrato era in real-time, utilizzando l'engine del gioco.[14] Un secondo trailer è stato pubblicato in occasione del Video Games Awards 2008, in cui Nathan Drake, gravemente ferito, è bloccato tra i resti di un treno che stanno per cadere in un precipizio.
Il 27 aprile 2009 Naughty Dog ha ufficialmente confermato che è possibile affrontare sfide multiplayer cooperative e competitive online.[15]
Il 27 luglio 2009 il presidente della Naughty Dog, Christophe Balestra, ha confermato che il gioco non richiede una installazione obbligatoria sull'hard drive della PlayStation 3.[16]
Nel corso del 2009 il gioco è stato mostrato sotto forma di video e immagini nelle conferenza dell'E3 2009 e al GDC 2009.
La beta multiplayer pubblica è stata distribuita dal 29 settembre al 12 ottobre 2009.
Amy Hennig, direttrice creativa di Uncharted 2, ha rivelato che sono presenti oltre 100 minuti di riprese cinematografiche e con una longevità pari a 12-15 ore, senza contare le modalità coop e multiplayer.[17]
La colonna sonora del gioco è composta da Greg Edmonson.
Alla fine dei titoli di coda compare una scritta in cui i programmatori della Naughty Dog ringraziano la Bungie e la Infinity Ward per averli aiutati durante la produzione e soprattutto per avergli gentilmente prestato la struttura fisica degli ambienti, le animazioni del protagonista e dei personaggi secondari.[18]
Uncharted 2 utilizza una evoluzione del motore grafico proprietario: il Naughty Dog Engine 2.0 che ha come punto forte le texture e l'illuminazione. Nei video bonus presenti all'interno del disco si dice che il personaggio principale Nathan Drake è composto da ben 80.000 poligoni. Naughty Dog ha precisato, infatti, di conoscere a fondo la struttura della PlayStation 3, e quindi di sfruttarne le piene potenzialità. Il motore fisico utilizzato è l'Havok. In Uncharted: Drake's Fortune è stato utilizzato il motore grafico denominato Naughty Dog Engine 1.0, ed è stato confermato che sfruttava il 30% del processore Cell di PlayStation 3.
Il 26 agosto 2009 è stato rilevato che Uncharted 2 sfrutta il pieno 100% del processore Cell e che il gioco utilizza tutto lo spazio di 25 GB, disponibile nel Blu-ray Disc.
Naughty Dog ha anche dichiarato che Uncharted 2 non potrà mai essere convertito per Xbox 360 a causa dello sviluppo specifico del gioco sul processore Cell, della cooperazione tra quest'ultimo e l'RSX Reality Synthesizer[19] per garantire prestazioni grafiche nettamente superiori, e delle scarse dimensioni dei DVD-DL.[20]
Nelle Collector's Edition possiamo avere dei contenuti scaricabili dal PlayStation Network usando dei codici presenti nella confezione:[21]
L'unico modo per avere tale edizione è stato partecipare a dei concorsi indetti da Naughty Dog e Sony attraverso il blog ufficiale PlayStation, PlayStation Home o la beta stessa di Uncharted 2. La promozione è stata valida solo per gli Stati Uniti.[22] Uncharted 2: Fortune Hunter Edition comprende:[23]
Il 30 marzo 2012 la Sony ha annunciato che Uncharted 2: Il covo dei ladri ha venduto in tutto il mondo 5 milioni di copie.[24]
Nonostante la data d'uscita italiana fosse mercoledì 14 ottobre, molti rivenditori, in particolare della catena Blockbuster/Gamerush e GameStop, hanno violato il day one e l'hanno messo in vendita già lunedì 12, appena arrivate le forniture.[25][26]
Il game designer di Uncharted 2 ha confermato il sequel del gioco.[43] Nel gennaio 2010, è ancora l'attore Nolan North a dare la voce a Nathan Drake in Uncharted 3 e che lo sviluppo di quest'ultimo inizia a partire dal 2010.[44] È stato annunciato ufficialmente il titolo del sequel Uncharted 3: L'inganno di Drake ed uscito il 1º novembre 2011 negli USA.
Il primo pacchetto di contenuti scaricabili (DLC) è stato pubblicato il 27 novembre 2009 e presentava una nuova mappa multiplayer, "The Fort", dal capitolo "The Fortress" in Drake's Fortune gratis. L'11 dicembre 2009, Uncharted: Eye of Indra Multiplayer Skin Pack è stato pubblicato, in esclusiva per il PAL PlayStation Store. Include tutte e quattro le parti del fumetto di movimento Uncharted: Eye of Indra e due skin multiplayer Uncharted 2 basate sul fumetto di movimento. Il pacchetto contiene Rika per gli eroi e Pinkerton per i cattivi. Il pacchetto è stato successivamente pubblicato in Nord America.
Il 28 gennaio 2010 è stato pubblicato il "PlayStation Heroes Skin Pack", contenente Sev e un soldato Helghast di Killzone 2, Nathan Hale e una Chimera della serie Resistance, e Cole (Evil and Good) insieme a Zeke di inFamous. La demo per giocatore singolo di Uncharted 2 è stata pubblicata lo stesso giorno. Il 25 febbraio 2010, un pacchetto DLC che conteneva due nuove mappe multiplayer, sei skin basate su Uncharted: Drake's Fortune, 12 trofei PSN e 13 medaglie è stato pubblicato. Le skin sono state pubblicate come singolo acquisto e le 2 mappe con i 12 Trofei PSN sono state pubblicate come singolo acquisto. È stato anche pubblicato un pacchetto di entrambi gli acquisti. Il 22 aprile 2010 è stato pubblicato il terzo pacchetto di espansione, "Siege". Questo pacchetto DLC conteneva una nuova modalità multiplayer co-op conosciuta come Siege, due nuove mappe multiplayer, sei nuove skin di personaggi e 11 Trofei PSN (10 dei quali sono in bronzo, uno dei quali è in argento). Due delle sei nuove skin sono di Uncharted: Drake's Fortune e le altre quattro sono nuove ed esclusive del gioco. Il 26 agosto 2010 è stato pubblicato il "Sidekick Skin Pack", contenente 6 apparizioni alternative di personaggi precedentemente disponibili, e 2 nuove skin di cattivi, Dillon e Mac. Il 7 settembre 2010 è stato annunciato che è in arrivo un nuovo DLC per il gioco. Il 12 dicembre 2010 è stato pubblicato il DLC "Golden Guns", precedentemente esclusivo. Questo pacchetto DLC conteneva skin d'oro per le armi AK-47 e Beretta.
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